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Papa Francesco: i bambini sono segni di Dio
Nell’omelia della messa celebrata nella spianata di Taçi Tolu a Dili alla presenza di 600.000 persone, papa Francesco ha invitato a guardare alla tenerezza e semplicità dei bambini, perché attraverso di loro Dio si fa vicino, in quanto ‘un bambino è nato per noi’, come ha profetizzato Isaia: “Queste sono le parole con cui il profeta Isaia si rivolge, nella prima Lettura, agli abitanti di Gerusalemme, in un momento prospero per la città, caratterizzato però, purtroppo, anche da una grande decadenza morale”.
In effetti, è stato il monito del papa, la ricchezza conduce all’illusione: “C’è tanta ricchezza, ma il benessere acceca i potenti, li illude di bastare a sé stessi, di non aver bisogno del Signore, e la loro presunzione li porta ad essere egoisti e ingiusti. Per questo, anche se ci sono tanti beni, i poveri sono abbandonati e soffrono la fame, l’infedeltà dilaga e la pratica religiosa si riduce sempre più a pura formalità. La facciata ingannevole di un mondo a prima vista perfetto nasconde così una realtà molto più oscura, molto più dura e crudele, in cui c’è tanto bisogno di conversione, di misericordia e di guarigione”.
Ma il profeta annuncia al popolo un orizzonte nuovo: “Per questo il profeta annuncia ai suoi concittadini un orizzonte nuovo, che Dio aprirà davanti a loro: un futuro di speranza, un futuro di gioia, dove la sopraffazione e la guerra saranno bandite per sempre. Farà sorgere per loro una grande luce, che li libererà dalle tenebre del peccato da cui sono oppressi, e lo farà non con la potenza di eserciti, di armi o ricchezze, ma attraverso il dono di un figlio. Fermiamoci a riflettere su questa immagine: Dio fa splendere la sua luce che salva attraverso il dono di un figlio”.
Nella sua riflessione il papa ha sottolineato che ogni figlio è un particolare messaggio: “In ogni luogo la nascita di un figlio è un momento luminoso, un momento di gioia e di festa, e a volte suscita anche in noi desideri buoni, di rinnovarci nel bene, di ritornare alla purezza e alla semplicità. Di fronte ad un neonato, anche il cuore più duro si riscalda e si riempie di tenerezza. La fragilità di un bambino porta sempre un messaggio così forte da toccare anche gli animi più induriti, portando con sé movimenti e propositi di armonia e di serenità”.
La meraviglia della nascita di un figlio diventa ancor più grande quando è Dio che si fa bambino: “La vicinanza di Dio è attraverso un bambino. Dio si fa bambino. E non solo per stupirci e commuoverci, ma anche per aprirci all’amore del Padre e lasciarcene plasmare, perché possa guarire le nostre ferite, ricomporre i nostri dissensi, rimettere ordine nella nostra esistenza”.
Ed ha elogiato questo Stato perché ha molti figli: “A Timor Est è bello, perché ci sono tanti bambini: siete un Paese giovane in cui in ogni angolo si sente pulsare, esplodere la vita. E questo è un regalo, un dono grande: la presenza di tanta gioventù e di tanti bambini, infatti, rinnova costantemente la nostra energia e la nostra vita. Ma ancora di più è un segno, perché fare spazio ai bambini, ai piccoli, accoglierli, prendersi cura di loro, e farci anche noi piccoli davanti a Dio e gli uni di fronte agli altri, sono proprio gli atteggiamenti che ci aprono all’azione del Signore. Facendoci bambini permettiamo l’azione di Dio in noi”.
Ecco, quindi, il riferimento alla Madonna, che ha detto ‘sì’ all’opera di Dio nella sua ‘piccolezza’: “Maria questo lo ha capito, al punto che ha scelto di rimanere piccola per tutta la vita, di farsi sempre più piccola, servendo, pregando, scomparendo per far posto a Gesù, anche quando questo le è costato molto”.
E’ stato un invito a rivedere la propria vita davanti a Dio: “Perciò, cari fratelli, care sorelle, non abbiamo paura di farci piccoli davanti a Dio, e gli uni di fronte agli altri, non abbiamo paura di perdere la nostra vita, di donare il nostro tempo, di rivedere i nostri programmi e ridimensionare quando necessario anche i nostri progetti, non per sminuirli, ma per renderli ancora più belli attraverso il dono di noi stessi e l’accoglienza degli altri”.
Infatti ha tratto un ammonimento, prendendo spunto da due monili tradizionali, quali sono il Kaibauk ed il Belak: “Il primo simboleggia le corna del bufalo e la luce del sole, e si mette in alto, a ornamento della fronte, come pure sulla sommità delle abitazioni. Esso parla di forza, di energia e di calore, e può rappresentare la potenza di Dio, che dona la vita. Ma non solo: posto a livello del capo, infatti, e in cima alle case, ci ricorda che, con la luce della Parola del Signore e con la forza della sua grazia, anche noi possiamo cooperare con le nostre scelte e azioni al grande disegno della redenzione.
Il secondo, poi, il Belak, che si mette sul petto, è complementare al primo. Ricorda il chiarore delicato della luna, che riflette umilmente, nella notte, la luce del sole, avvolgendo ogni cosa di una fluorescenza leggera. Parla di pace, di fertilità, di dolcezza, e simboleggia la tenerezza della madre, che coi riflessi delicati del suo amore rende ciò che tocca luminoso della stessa luce che riceve da Dio. Kaibauk e Belak, forza e tenerezza di Padre e di Madre: così Il Signore manifesta la sua regalità, fatta carità e misericordia”.
Al termine della celebrazione eucaristica le parole di ringraziamento del card. Virgílio do Carmo da Silva, arcivescovo di Dili e le parole conclusive del papa prima della Benedizione finale, come augurio: “Cari fratelli e sorelle, ho pensato molto: qual è la cosa migliore che ha Timor? Il sandalo? La pesca? Non è questa la cosa migliore. La cosa migliore è il suo popolo. Non posso dimenticare la gente ai lati della strada, con i bambini. Quanti bambini avete! Il popolo, che la cosa migliore che ha è il sorriso dei suoi bambini. E un popolo che insegna a sorridere ai bambini è un popolo che ha un futuro.
Ma state attenti! Perché mi hanno detto che in alcune spiagge vengono i coccodrilli; i coccodrilli vengono nuotando e hanno il morso più forte di quanto possiamo tenere a bada. State attenti! State attenti a quei coccodrilli che vogliono cambiarvi la cultura, che vogliono cambiarvi la storia. Restate fedeli. E non avvicinatevi a quei coccodrilli perché mordono, e mordono molto. Vi auguro la pace. Vi auguro di continuare ad avere molti figli: che il sorriso di questo popolo siano i suoi bambini! Prendetevi cura dei vostri bambini, ma prendetevi cura anche dei vostri anziani, che sono la memoria di questa terra”.
(Foto: Santa Sede)
Il card. Cantoni invita Como a riscoprire la sua anima
“Anche quest’anno, come è ormai tradizione, alla vigilia della festa del nostro Patrono ci raduniamo per riflettere sul nostro vivere insieme come cittadini. Vorrei condividervi qualche pensiero che nasce in me dall’ascolto della realtà e dal confronto con alcune persone, a vario modo qualificate a proporre letture e soluzioni per una Comunità più umana e fraterna. Mi auguro che queste mie riflessioni, orientate quest’anno a scoprire la dimensione turistica della Città, con tutto ciò che implica circa l’accoglienza, possano suscitare un sano dibattito e ulteriori confronti”.
Così è iniziato il discorso alla città del vescovo della diocesi di Como, card. Oscar Cantoni, in occasione dei Primi Vespri nella vigilia della memoria liturgica del patrono sant’Abbondio sul tema ‘Como, città di chi? – Comunità, turismo e accoglienza’, ricordando alcuni cittadini illustri, da Plinio il Vecchio ad Alessandro Volta, dal papa e beato Innocenzo XI fino ai due sacerdoti (don Renzo Beretta e don Roberto Malgesini) che hanno donato la vita per i poveri ‘onorando Como con la loro morte’.
Riportando un pensiero di Giorgio La Pira, il card. Cantoni ha chiesto alla città di riscoprire la propria vocazione: “Sei Città di confine e di scambi, via di commerci vicini e lontani, terra di imprese e di incontri, luogo desiderato e tanto visitato, ricca di bellezze, di storia e di natura. Circondata da un incanto che dalle tue verdi montagne si riflette nelle mille sfumature di blu del tuo lago.
Secoli di storia e di cultura si possono ravvisare nei tuoi monumenti e nelle tue chiese, nella tua grande e artistica Cattedrale. Città di imprese e di lavoro, di studio e di ricerca. Oggi anche sede di una università giovane e vivace, di tante scuole, del Conservatorio, di Accademie. Città di musei, di teatri e di cinema, luoghi di incontro e di socialità. Città ricca, anche molto ricca, ma non senza le sue contraddizioni”.
Nel ricordo di illustri concittadini il vescovo della città ha evidenziato il valore di ‘cittadino’: “Una Città non è di pochi che la possiedono o la governano, ma non è neppure di nessuno. E’ invece di tutti, perché tutti, come cittadini e cittadine, siamo chiamati a partecipare. Tutti, insieme, a prendercene cura nell’ascolto reciproco e nella collaborazione. Non spazio anonimo, ‘cumulo di pietre’ appunto, ma relazioni, luogo di vita, intreccio di persone. Ecco cos’è una Città, ecco cosa non può rinunciare ad essere”.
Innanzitutto la città ha una vocazione turistica: “Tra le vocazioni di Como vi è, non ultima, anche e soprattutto questa: essere Città turistica. E’ la consapevolezza di vivere in luoghi belli che ci sono dati e affidati come dono e che desideriamo condividere, perché molti altri, insieme a noi, li possano ammirare e contemplare.
E’ la capacità di ogni autentica Comunità di non chiudersi in sé stessa, facendosi capace di accogliere e di allargarsi nell’incontro con chi non è solo ‘dei nostri’. Ciascun uomo scopre gradualmente la vocazione che gli è propria quando si rende conto di non averla ricevuta in esclusiva, perché gli è stata donata affinché la condivida. E questo vale anche per la vocazione propria della nostra Città”.
Però anche il turismo ha risvolti negativi: “Questo flusso turistico porta tra noi benessere e ricchezza, occasioni di incontro e di scambi, ma insieme anche il rischio di alcune storture e di vari limiti. Per molti aspetti un tale aumento del turismo si sta rivelando insostenibile dal punto di vista sociale e ambientale. Non è qualcosa che accade solo qui. In molte altre Città e territori sta accadendo lo stesso fenomeno (si parla ormai di over-tourism o di ‘turistificazione’). ..
Appare, immediatamente, il rischio di un turismo consumistico, ‘mordi e fuggi’, che veloce consuma spazi e territorio. Senza tempo, tutto è di fretta e ciò che conta è scattarsi un selfie da pubblicare sui social. Ciò che ci circonda è utile solo come sfondo di una fotografia. Tutto diventa veloce ed effimero come un clic. A questa cultura consumistica ed effimera si contrappone, invece, un’altra idea di turismo: più lento, più consapevole e più rispettoso delle persone, dei luoghi e dell’ambiente”.
Infatti il turismo porta aumenti di prezzi anche per i cittadini: “L’afflusso di questa ondata turistica nella nostra Città comporta un forte aumento dei prezzi delle merci e delle case, fino a rendere il centro Città un luogo a tratti inospitale per i cittadini. Sempre più famiglie abbandonano il centro, dove i prezzi delle case sono inaccessibili e molte abitazioni sono ormai trasformate in B&B per ospitalità brevi dei turisti di passaggio.
Molti, attratti ormai da un più facile guadagno, scelgono di destinare così le proprietà del centro. Si pensi che dal 2016 al 2023 il numero delle case vacanze è passato da 600 ad oltre 4.600. La Città, però, così facendo, si svuota e, in qualche modo, si sfalda anche la Comunità: più alloggi per i turisti, meno case per i residenti. Questo comporta, non solo nel centro storico, una urgente emergenza abitativa”.
Insomma il cardinale ha invitato a riscoprire una cultura cristiana: “La cultura cristiana ha sempre promosso bellezza, ma insieme ha offerto anche ospitalità. Nella storia e così anche oggi, non è banale il contributo di riflessione e di valore che la Comunità cristiana può partecipare alla convivenza pubblica. C’è, anche in molte altre tradizioni religiose, così come nella cultura umanistica, una visione sacra dell’ospitalità, che considera l’ospite nel suo valore di persona e non sulla base del profitto che può portare”.
Però la città non è sempre coerente con il pensiero cristiano: “Registriamo, invece, oggi una contraddizione che è un autentico scandalo: se hai soldi e porti soldi sei il benvenuto e ti metto il ‘tappeto rosso’ anche se sei straniero. I muri crollano e il dio denaro apre ogni porta. Se invece sei, allo stesso modo, straniero, ma senza soldi: torna a casa tua! Cosa offriamo? Ai turisti facoltosi il lusso, ai poveri il minimo e, a volte, anche meno. Sotteso a questo atteggiamento c’è qualcosa di poco umano: non mi interessa chi sei, ma ciò che possiedi o che non hai”.
Ed infine un monito anche per i cristiani: “A nessuno, più che ai cristiani, preoccupa il vento cattivo delle parole arroganti, la logica tribale dell’amico-nemico, l’incapacità di accoglienza e di dialogo. Non può non inquietarci una società e un mondo che vede crescere conflittualità e tensioni ad ogni livello. A questo vento cattivo si contrappone l’aria buona dello Spirito che implora ai nostri cuori di custodire e promuovere il dono della pace, a partire dai nostri rapporti interpersonali, dalle nostre famiglie e dalla nostra Città.
Una Città è bella quando rende belli i suoi abitanti e chi vi è accolto. Como è bella quando noi tutti mostriamo il nostro vero volto, ossia quando siamo buoni, belli e veri noi stessi! Quando ci mostriamo profondamente umani, quando diffondiamo tra noi e con tutti il buon profumo dell’amicizia e della fraternità”.
(Foto: Diocesi di Como)
Meeting di Rimini: la mostra ‘Tregua di Natale’ è un appello alla ricerca dell’essenziale
“I conflitti e le guerre che seminano violenza e morte ci pongono in modo inequivocabile di fronte a domande che la cultura contemporanea tende a rimuovere, le domande sul nostro destino e sul senso del dolore… Cos’è essenziale per essere umani, per rimanere umani, per diventare sempre più umani di fronte alle atrocità che si presentano sulla scena globale, di fonte alle sfide del cambiamento climatico, di fronte agli sviluppi tecnologici nella scienza, nella medicina, nella vita quotidiana, di fronte ad un mondo sempre più invaso dai dati e dall’informazione e tuttavia sempre meno capace di decifrarli?”
A tale domanda cerca di rispondere la mostra ‘1914: qualcosa di nuovo sul fronte occidentale’, esposta fino al 25 agosto alla fiera di Rimini per la 45^ edizione del Meeting dell’Amicizia fra i Popoli dal titolo ‘Se non siamo alla ricerca dell’essenziale, allora cosa cerchiamo?’: “Nell’inferno della guerra si verificano talvolta fatti che sembrano negarne l’essenza, redimerne la malvagità, quando la mente degli uomini, magari per pochi istanti, si dispone ad ascoltare quello che il cuore suggerisce”.
Dicembre 1914, Ypres (Belgio), fronte occidentale. A cinque mesi dall’inizio della guerra i combattimenti si sono trasformati in una logorante guerra di posizione. Intorno a Ypres si combatte ininterrottamente: “Nella notte di Natale avviene qualcosa di impensabile: una tregua. Non è un accordo tra i comandi, dei due schieramenti: è una tregua spontanea decisa dai soldati. La notte di Natale qualcuno si mette a cantare canti della tradizione natalizia. I soldati scoprono che nelle trincee di fronte, pur con parole diverse, cantano le stesse melodie di casa. Qualcuno propone di smettere di sparare”.
Al curatore, prof. Antonio Besana, docente al ‘Master international marketing management’ dell’Università Cattolica di Milano e collaboratore con il dipartimento di Statistica dell’Università di Padova, chiediamo di spiegarci da dove nasce la mostra ‘1914: qualcosa di nuovo sul fronte occidentale’: “La ‘Tregua di Natale’ è un episodio straordinario della Prima Guerra Mondiale: la notte del 24 dicembre 1914, nelle Fiandre, a sud di Ypres, i soldati nemici che si fronteggiavano nelle opposte trincee decisero che il giorno di Natale non avrebbero sparato.
La mostra nasce a seguito di un viaggio fatto nel 2015, alla ricerca del luogo dove si era verificata la tregua. Il viaggio è stato una sorta di pellegrinaggio storico sui campi di battaglia del fronte occidentale che ha toccato le località dove si sono svolte alcune delle principali battaglie, fino a raggiungere il luogo dove si è verificata la tregua.
E’ stata la scoperta di un metodo di affronto della storia: leggerla nei libri può essere appassionante, ma per comprendere davvero i grandi eventi che l’hanno segnata è necessario viverla nei luoghi dove gli eventi sono accaduti. In questo modo, infatti, pare che l’animo si disponga meglio ad ascoltare il sussurro della vita che lì è transitata. Dal viaggio è nato anche un libro, pubblicato da ARES nel 2020, che ha lo stesso titolo della mostra”.
Quali avvenimenti importanti sono sorti nel 1914?
“Il 1914 è stato il primo anno della Prima Guerra Mondiale, scatenata da una successione di eventi che ha portato alla partecipazione al conflitto di 28 paesi. Si stima che la guerra causò oltre 9.000.000 morti e 21.000.000 feriti tra i combattenti, ai quali si aggiungono 7.000.000 vittime civili, e quasi 50.000.000 decessi dovuti alla successiva epidemia di influenza spagnola”.
In questo primo anno di guerra papa Benedetto XV fece un appello per una ‘tregua’ natalizia: ‘Oh! la cara speranza che avevamo concepito di consolare tante madri e tante spose con la certezza che, nelle poche ore consacrate alla memoria del Divino Natale, non sarebbero i loro cari caduti sotto il piombo nemico: oh! la dolce illusione che ci eravamo fatta di ridare al mondo almeno un assaggio di quella pacifica quiete che ignora ormai da tanti mesi! Purtroppo la nostra cristiana iniziativa non fu coronata di felice successo. Ma non per questo scoraggiati, noi intendiamo di proseguire ogni sforzo per affrettare il termine della incomparabile sciagura, o per alleviarne almeno le tristi conseguenze’. Per quale motivo non fu ascoltato questo appello?
“Papa Benedetto XV la Vigilia di Natale lanciò un appello per la cessazione dei combattimenti, ma esso non raggiunse il cuore degli uomini al fronte e di coloro che ne governavano le sorti. I cappellani militari cattolici (bavaresi, sassoni, francesi), nei loro discorsi sul campo o nelle celebrazioni religiose prima dei combattimenti, non hanno mai citato le parole del papa. Non lo fecero nemmeno i cappellani protestanti dei prussiani. Gli inglesi avevano la Chiesa anglicana, guidata dal re, capo politico e religioso, e non si sentirono neanche messi in discussione, mentre i loro cappellani pregavano per la vittoria del sovrano e della patria contro le forze del Male, che ovviamente si trovavano esclusivamente in campo avverso.
I richiami e le preghiere dei cappellani militari di entrambi gli schieramenti, invece del Dio della pace e della misericordia, citavano spesso il Dio della guerra. Da entrambe le parti si arrivò ad accusare il Papa di essersi schierato con il nemico: il feldmaresciallo tedesco Erich von Ludendorff definì Benedetto XV ‘il Papa dei francesi’, mentre in campo avversario il politico francese Georges Clemenceau non esitò a definire il pontefice come ‘il Papa dei Boches’. La posizione del papa destò sdegno negli ambienti patriottico-militari francesi, che lo accusarono di usare le formule della propaganda socialista”.
La tregua di Natale: perché c’è stato questo desiderio nei soldati?
“Tuttavia, nella notte di Natale del 1914, accadde qualcosa di incredibile: ci fu una tregua. Non la dichiararono gli alti comandi, ma fu decisa sul campo dai soldati che si fronteggiavano nelle opposte trincee. Tutto iniziò con i canti di Natale intonati dai tedeschi. Nelle trincee di fronte i soldati riconobbero le melodie che, con parole diverse, cantavano nelle loro case nella Notte Santa. Qualcuno propose di non sparare, almeno il giorno di Natale. I soldati uscirono delle trincee, si incontrarono, parlarono, fumarono insieme, si scambiarono doni, emozioni e persino indirizzi.
Seppellirono i morti che giacevano nella terra di nessuno e celebrarono insieme una funzione funebre. Decisero che nelle ore successive non si sarebbe più sparato. Nel corso delle guerre raccontate dalla storia ci furono altre tregue, ma si trattava di episodi isolati. Quella della notte di Natale del 1914 fu un evento unico, sia per la modalità con la quale accadde, sia per l’ampiezza del fenomeno, che coinvolse circa 8 chilometri del fronte”.
Dopo 110 anni quale è l’attualità di questo episodio?
“La ‘Tregua di Natale’ resta anche oggi un monito per tutti. Le testimonianze di coloro che sono stati protagonisti della tregua narrano una delle più toccanti storie di Natale, capace di rompere anche i cuori di pietra degli uomini del nostro tempo. Sono fatti straordinari che meritano di essere celebrati per rafforzare la certezza che tutto questo è stato ed è tuttora possibile. Per questo non possono e non devono essere dimenticati. Come ricorda il titolo del Meeting 2024, uomini con concezioni, idee e propositi diversi possono stare insieme se sanno ricercare l’essenziale”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco al Circolo di San Pietro: non musealizzare la storia
“Mi piace sempre incontrarvi perché l’udienza con voi è all’insegna della gratitudine, che è il ‘gusto’ bello della vita. Quando accolgo il Circolo San Pietro, sento gratitudine per il servizio che fate ai poveri di Roma. E so che lo fate a nome del Papa, a nome della santa madre Chiesa. E, per favore, rivolgo un saluto al vostro Presidente che è ammalato. Auguro una pronta guarigione; salutatelo da parte mia”: così questa mattina papa Francesco ha incontrato in udienza nel Palazzo Apostolico Vaticano i soci del Circolo San Pietro, ringraziando per il dono di un libro che raccoglie i documenti dei Papi che si sono susseguiti in 155 anni di storia del Circolo.
Un dono particolarmente gradito: “Questo che voi fate a nome della Chiesa è documentato anche dal volume che avete realizzato e che oggi mi avete donato: la raccolta di tutto il magistero dei Papi al Circolo San Pietro, nei 155 anni della sua storia. E dunque grazie anche per questo lavoro, che è importante per la memoria delle radici. Le radici sono fondamentali: senza radici non c’è vita, non c’è futuro. La floridezza delle foglie è legata alla buona salute delle radici. Perciò, lodo questo lavoro e vi ringrazio”.
Però non è mancato l’ammonimento a non ‘musealizzarsi’: “Ma voglio anche dirvi: state attenti a non “musealizzare” la vostra storia, a non ‘sterilizzare’ le radici! La memoria è organo del futuro, a patto che le radici rimangano vive e vegete. Per questo vi incoraggio a trasmettere il vostro patrimonio di valori e di esperienze ai giovani. Ci vogliono giovani che vadano avanti. Che bello pensare a un nonno del Circolo San Pietro che trasmette la sua esperienza a suo nipote! Ci sono tanti qui, questo è bello. Pensate a quanta ricchezza di fede vissuta, di carità concreta, di amore ai poveri può passare attraverso l’esempio di un anziano. E pensate a quanta energia, a quanta creatività, a quanto slancio può dare un giovane”.
A proposito dei giovani non poteva mancare un riferimento a Piergiorgio Frassati: “Mi viene in mente il beato Pier Giorgio Frassati (presto sarà santo), che a Torino andava nelle case dei poveri a portare aiuto. Pier Giorgio era di famiglia benestante, alta borghesia, ma non è cresciuto ‘nella bambagia’, non si è perso nella ‘bella vita’, perché in lui c’era la linfa dello Spirito Santo, c’era l’amore per Gesù e per i fratelli”.
E Pier Giorgio Frassati rimanda alla carità; il papa collega tutto con l’Anno Santo: “L’anno prossimo sarà l’Anno Santo. Roma è piena di cantieri; bene, ci vogliono anche questi. Ma il ‘cantiere’ che non può mancare è quello della carità! I pellegrini e i turisti che vengono a Roma dovrebbero ‘respirare’ l’aria della carità cristiana, che non è solo assistenza, è cura della dignità, è vicinanza, è condivisione vissuta, senza pubblicità, senza riflettori.
Con la vostra presenza, con la vostra vicinanza, compassione e tenerezza, anche voi preparate la città per il Giubileo, prendendovi cura non delle strade o delle infrastrutture, ma dei cuori e della carne dei poveri, che, come disse San Lorenzo, sono il tesoro della Chiesa”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco alle Acli per essere una voce di pace
Oggi papa Francesco ha ricevuto in udienza speciale le Acli in occasione dei festeggiamenti per l’80° anniversario delle Acli, “un traguardo significativo per l’Associazione che, dalla sua fondazione, si impegna per promuovere i valori del lavoro, della solidarietà e della giustizia sociale”, alla presenza di 6000 aclisti presenti in Vaticano provenienti da tutta Italia, oltre ai rappresentanti delle Acli dall’estero.
Durante l’incontro le Acli hanno portato al papa la statua di san Giuseppe Lavoratore che papa Pio XII benedisse nel 1955: “E’ una storia lunga e ricca, che testimonia il vostro impegno e la vostra dedizione nel servizio alla comunità. Avendo ottant’anni siete un po’ più giovani di me, ma il vostro percorso è molto significativo; e questo anniversario è una buona occasione per rileggere la vostra storia, con le sue gioie e i momenti difficili, e per esprimere gratitudine.
Ringrazio con voi il Signore che vi ha accompagnato e sostenuto lungo questo cammino, anche ispirando tante persone che, attraverso le ACLI, hanno dedicato la loro vita al servizio dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani, degli stranieri e di tanti che si trovano in situazioni di bisogno. Le ACLI sono un luogo dove è possibile incontrare dei ‘santi della porta accanto’, che non finiscono sulle prime pagine dei giornali, ma a volte cambiano concretamente le cose, in bene!”
Le Acli sono un patrimonio, perché ha uno stile popolare: “Si tratta non solo di essere vicini alla gente, ma di essere e sentirsi parte del popolo. Significa vivere e condividere le gioie e le sfide quotidiane della comunità, imparando dai valori e dalla saggezza della gente semplice. Uno stile popolare implica riconoscere che i grandi progetti sociali e le trasformazioni durature nascono dal basso, dall’impegno condiviso e dai sogni collettivi.
Ma la vera essenza del popolo risiede nella solidarietà e nel senso di appartenenza. Nel contesto di una società frammentata e di una cultura individualista, abbiamo un grande bisogno di luoghi in cui le persone possano sperimentare questo senso di appartenenza creativo e dinamico, che aiuta a passare dall’io al noi, a elaborare insieme progetti di bene comune e a trovare le vie e i modi per realizzarli”.
Inoltre il suo stile è sinodale: “Lavorare insieme, collaborare per il bene comune è fondamentale. Questo stile sinodale è testimoniato dalla presenza di persone che appartengono a diversi orizzonti culturali, sociali, politici e anche ecclesiali, e che oggi sono qui con voi… E’ bello questo: voi siete pluriformi e inquieti, e questo è una cosa bella. E’ bello questo: la varietà e l’inquietudine (in senso positivo), che vi aiuta a camminare insieme tra voi e anche a mescolarvi con le altre forze della società, facendo rete e promuovendo progetti condivisi. Vi chiedo di farlo sempre più e di avere attenzione verso quelli che nella società sono deboli, perché nessuno sia lasciato indietro”.
Le Acli inoltre evidenziano uno stile di pace: “In un mondo insanguinato da tante guerre, so di condividere con voi l’impegno e la preghiera per la pace. Per questo vi dico: le ACLI siano voce di una cultura della pace, uno spazio in cui affermare che la guerra non è mai ‘inevitabile’ mentre la pace è sempre possibile; e che questo vale sia nei rapporti tra gli Stati, sia nella vita delle famiglie, delle comunità e nei luoghi di lavoro”.
E’ un invito a costruire la pace: “Costruisce la pace chi sa prendere posizione con chiarezza, ma al tempo stesso si sforza di costruire ponti, di ascoltare e comprendere le diverse parti in causa, promuovendo il dialogo e la riconciliazione. Intercedere per la pace è qualcosa che va ben oltre il semplice compromesso politico, perché richiede di mettersi in gioco e assumere un rischio. Il nostro mondo, lo sappiamo, è segnato da conflitti e divisioni, e la vostra testimonianza di operatori di pace, di intercessori per la pace, è quanto mai necessaria e preziosa”.
Tutte queste caratteristiche confluiscono nello stile cristiano: “Assumere uno stile cristiano, allora, vuol dire non soltanto prevedere che nei nostri incontri ci sia un momento di preghiera: questo va bene, ma dobbiamo fare di più; assumere uno stile cristiano vuol dire crescere nella familiarità con il Signore e nello spirito del Vangelo, perché esso possa permeare tutto ciò che facciamo e la nostra azione abbia lo stile di Cristo e lo renda presente nel mondo… E’ il sogno di San Francesco di Assisi e di tanti altri santi, di tanti cristiani, di tanti credenti di ogni fede. Fratelli e sorelle, sia anche il vostro sogno!”
All’inizio dell’udienza il presidente delle Acli, Emiliano Manfredonia, ha ringraziato il papa, ribadendo la fedeltà dell’associazione al magistero della Chiesa: “Siamo e rimarremo sempre sulla soglia della nostra Chiesa, non per difenderla, ma per provare a far avvicinare quante più persone al messaggio del Vangelo. Per contribuire a tenere le porte delle chiese sempre più aperte perché vi si possa anche uscire. Rimaniamo sulla soglia perché il nostro intento non è creare un’utopica società cristiana, ma formare cristiani nella società.
Dalla tutela dei lavoratori e delle lavoratrici, alla lotta alle diseguaglianze fino all’impegno per le famiglie, per i poveri, per la pace: su questi che sono i nostri temi, senza essere un partito siamo di parte, non abbiamo timore di prendere posizione. Perché abbiamo fame e sete di giustizia”.
(Foto: Santa Sede)
Quale è stato il contributo cattolico alla Resistenza?
“Miei amatissimi genitori, sorella cara, Tonino e la mia piccola Angelica, oggi verrò fucilato, non piangete per me. Vi attendo tutti in Cielo dove saremo sempre uniti. Muoio innocente, ma perdono a coloro che mi hanno fatto prendere, perdono con tutto il cuore, perdonateli anche voi. Muoio con il vostro sguardo rivolto a me. Vi voglio tanto bene, perdonatemi se qualche volta ci ho dato dei dispiaceri, sono il vostro Nino, dal cielo vi guarderà e vi attende tutti lassù con Dio. Salutatemi tutti e arrivederci in Cielo. Vi mando gli oggetti, teneteli in mia memoria. Arrivederci tutti miei cari vostro Nino. Cuorgnè, 24 novembre 1944, ore 14.15”: ‘Nino’ era il nome di battaglia da partigiano di Domenico Bertinatti. Nato a Pont Canavese (vicino a Torino) nel 1919, faceva il ragioniere, sottotenente di fanteria, entrò nella Resistenza nel 1944 e, come tantissimi cattolici, militava in una brigata Garibaldi a guida comunista, di cui fu anche vicecomandante. Prese parte a diversi scontri.
Questa è una delle molte storie narrate nel volume ‘Partigiani cristiani nella Resistenza. La storia ritrovata (1943-1945)’, scritto da Alberto Leoni e Stefano R. Contini, accurato e completo lavoro di ricostruzione storica, volto a far conoscere episodi pressoché ignorati della lotta antifascista. In realtà l’apporto che diedero alla Resistenza, tra il 1943 e il 1945, migliaia di italiane e italiani animati dalla fede cristiana, fu determinante. Contributo ampiamente documentato grazie ad un’indagine precisa, che si è avvalsa di testimonianze, lettere e memorie civili. Quindi le pagine del libro permettono di leggere testimonianze di fede e verificare come sia possibile combattere per la libertà e accettare di morire con sentimenti di fratellanza e senza nutrire rancore per il nemico.
Ad uno degli autori, Stefano R. Contini, abbiamo chiesto di spiegare il motivo per cui un giovane studioso scrive un volume sul contributo alla Resistenza da parte dei cattolici: “Frequentavo il liceo e mi resi conto di una discrepanza: 25 aprile, Festa della Liberazione… festa solo per alcuni. Volevo saperne di più e informare chi non se ne preoccupava. Una festa nazionale dovrebbe essere condivisa da ogni parte politica: in realtà è la narrazione della storia a non essere condivisa, mentre la storia è una, con tutte le sue sfaccettature di grigio. Si utilizza ancora una narrazione della storia utile per giustificare delle zone d’ombra, semplificando tutto tra bianco e nero (e ignorando le sfumature di grigio), con il risultato di una dannosa polarizzazione”.
Allora quale fu il contributo dei cattolici alla Resistenza?
“Furono moltissimi i cattolici inquadrati in formazioni garibaldine, di cui Aldo Gastaldi ‘Bisagno’ fu il più rappresentativo. Non parliamo di cristiani in quanto battezzati, ma in quanto persone attive nei circoli e nelle associazioni cattoliche. Erano almeno la metà del partigianato italiano; un dato che viene spesso trascurato è che non tutti i partigiani, in punto di morte, facevano riferimento ai partiti politici nella stesura delle loro ultime lettere”.
Perché è una ‘storia ritrovata’?
“Nel volume si trovano resistenti di fede cristiana, appartenenti a schieramenti politici anche opposti tra loro ed il punto è proprio questo: dovremmo ritrovare il loro umanesimo, precursore dei principî comuni della civiltà occidentale. Erano persone ‘straordinariamente ordinarie’, cui dovremmo ispirarci per capire chi siamo e come comportarci di fronte alle sfide più difficili”.
Come possono essere stati ‘resistenti disarmati’?
“Odoardo Focherini e padre Placido Cortese salvarono decine di persone dalla persecuzione semplicemente mettendo a frutto il proprio ingegno e i pochi mezzi di cui disponevano. Disse Focherini a suo cognato: ‘Se tu avessi visto come ho visto io in questo carcere, cosa fanno patire agli ebrei, non rimpiangeresti se non di aver fatto abbastanza per loro, se non di non averne salvati in numero maggiore’.
Ricorda la frase ‘Chi salva una vita salva il mondo intero’, riportata da Steven Spielberg nel film ‘Schindler’s list’. Vittorio Gasparini, dirigente d’azienda fucilato in piazzale Loreto (10 agosto ’44) a Milano, forniva informazioni alle bande partigiane tramite una radio clandestina. Rischiava la propria vita senza poterla difendere, rispondeva a Dio e alla propria coscienza”.
Per quale motivo la Chiesa non ha ‘valorizzato’ abbastanza la Resistenza condotta dai cattolici?
“Ribalto la questione: consideriamo la Chiesa come un gruppo composto dal basso verso l’alto, dalla parrocchia di un qualunque villaggio alla basilica di san Pietro. Ecco, dai comportamenti e dagli scritti dei resistenti cattolici traspare il desiderio di superare la tragica esperienza della guerra senza avere nulla in cambio. Nel dopoguerra, i partigiani cristiani, i preti e le suore non sentivano la necessità di raccontare (per un tornaconto) quanto fatto durante il periodo resistenziale. Anche per questo la Resistenza cristiana è passata ‘in secondo piano’. Lo scrisse Manzoni: ‘…quel poco bene che si può fare, si sa che non bisogna contarlo’”.
Dopo 80 anni, come raccontare ai giovani la Resistenza?
“Andando per gradi, come in un climax: la guerra, l’8 settembre, la presa di coscienza, la Liberazione e la Costituzione. I giovani devono essere aiutati a capire come ci siamo arrivati, le biografie dei resistenti ci fanno immedesimare più della classica lezione scolastica di storia. Per evitare i duelli rusticani dei nostri politici ogni 25 aprile, è bene che la storia diventi la guida della politica, di una politica intesa come servizio”.
Libro che aiuta anche scoprire preghiere scritte da loro, come quella composta da don Giuseppe Pollarolo per la brigata Garibaldi ‘Cichero’, quella del comandante ‘Bisagno’: “Vergine Maria, madre di Dio, rendimi un patriota intelligente e onesto nella vita, intrepido nelle battaglie, sicuro nel pericolo, calmo e generoso nella vittoria. Accetta i sacrifici e le rinunce della mia vita partigiana e concedimi di raggiungere, con purezza d’intenzioni, l’ideale che donerà alla Patria, con lo splendore delle antiche tradizioni, l’ebbrezza di nuove altissime mete”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco: garantire la verità storica
Sabato intenso quello di papa Francesco che ha ricevuto in udienza il Pontificio Comitato di Scienze Storiche in occasione del 70° anniversario dell’istituzione, chiedendo una ‘diplomazia della cultura’ con una particolare attenzione al patrimonio archivistico ecclesiastico ed agli archivi vaticani, i cui membri provengono da Stati di tre continenti:
“Così garantite la dimensione internazionale e il carattere pluridisciplinare del Comitato, la cui attività di ricerca, convegnistica ed editoriale si inscrive in una dinamica multiculturale feconda e propositiva. La bella Collana ‘Atti e Documenti’, diretta dal Segretario del Pontificio Comitato, festeggia quest’anno anch’essa un settantesimo: il 70° volume edito”.
Ciò significa garantire costante impegno alla verità storica, superando le ideologie : “Ciò testimonia un impegno nella ricerca della verità storica su scala mondiale, in uno spirito di dialogo con differenti sensibilità storiografiche e con molteplici tradizioni di studi. E’ bene che collaboriate con altri, espandendo le vostre relazioni scientifiche e umane, ed evitando forme di chiusura mentale e istituzionale. Vi incoraggio a mantenere questo approccio arricchente, fatto di ascolto costante e attento, libero da ogni ideologia, le ideologie uccidono, e rispettoso della verità”.
Inoltre ha sottolineato il rapporto tra Chiesa e gli storici, richiamando un discorso di san Paolo VI, pronunciato nel 1967: “C’è infatti una relazione vitale tra la Chiesa e la storia. Su tale aspetto San Paolo VI ha sviluppato un’intensa riflessione, ravvisando il punto di incontro privilegiato tra la Chiesa e gli storici nella comune ricerca della verità e nel comune servizio alla verità. Ricerca e servizio”.
Ecco il motivo per cui la Chiesa cammina nella storia con l’invito conclusivo ad essere ‘servitori dell’umanità’: “La Chiesa cammina nella storia, accanto alle donne e agli uomini di ogni tempo, e non appartiene a nessuna cultura particolare, ma desidera vivificare con la testimonianza mite e coraggiosa del Vangelo il cuore di ogni cultura, così da costruire insieme la civiltà dell’incontro.
Invece, le tentazioni dell’autoreferenzialità individualistica e dell’affermazione ideologica del proprio punto di vista alimentano l’inciviltà dello scontro. La civiltà dell’incontro e l’inciviltà dello scontro… Per i vostri settant’anni, vi auguro di conformare il vostro operato a queste parole: gli studi storici vi rendano maestri in umanità e servitori dell’umanità.”.
Mentre ha invitato i seminaristi dell’arcidiocesi di Siviglia ad essere ‘pastori’ secondo Gesù: “Il nostro incontro è alle porte di una giornata molto significativa: la Domenica del Buon Pastore, che celebreremo domani. Voi, seminaristi, avete ricevuto una chiamata dal Signore, e con l’aiuto dei vostri formatori vi preparate ad essere pastori secondo il Cuore di Cristo. In altre occasioni ho detto ai seminaristi che devono fare questo cammino di configurazione con Gesù, il buon pastore, curando quattro aspetti: vita spirituale, studio, vita comunitaria e attività apostolica”.
Ed ha ricordato loro il beato Cardinale Marcelo Spínola y Maestre: “Questo beato, maestro dei sacerdoti, diceva: «La virtù e la scienza sono le due cose che si devono insegnare preferibilmente agli aspiranti al sacerdozio, poiché la scienza senza virtù gonfia e non edifica e la virtù senza scienza edifica, ma non istruisce». Ciò significa, come abbiamo detto, che tutto nel sacerdote (preghiera, studio, fraternità, missione) è unito… Cari seminaristi, approfittate di questo intenso tempo di formazione, con il cuore in Dio, con le mani aperte e un grande sorriso per diffondere la gioia del Vangelo a quanti vi incontrano”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco: trasmettere la storia è vita
“Sono lieto di potervi accogliere in questa ‘Città’ vaticana che, come quelle che rappresentate, conserva una ricca eredità di cui siamo custodi”: oggi papa Francesco ha ricevuto in udienza i membri del gruppo ‘Ciudades Patrimonio de la Humanidad’, fondato in Spagna nel 1993 mettendo in rete le città dichiarate patrimonio mondiale dell’umanità, ed è riconosciuto anche a livello governativo.
Nell’incontro il papa ha sottolineato la responsabilità e la vocazione delle città culturali:”In questo senso penso che il nostro interesse per il patrimonio non possa rimanere nell’ambito artistico-culturale, ma debba avere una prospettiva più ampia, abbracciando l’integrità della persona che riceve questa eredità e delle persone che ce la hanno trasmessa. Le situazioni storiche (con le loro luci e ombre) ci parlano di uomini e donne veri, di sentimenti autentici, che dovrebbero essere per noi lezioni di vita, più che pezzi da museo”. S
Infatti le città sono state fondate per la trasmissione di cultura e di fede: “Sono le sofferenze e i desideri delle persone che hanno costruito le loro città nel corso del tempo, la mescolanza di culture e civiltà che si sono verificate in esse e, naturalmente, la loro fede in Dio, che fa battere i loro cuori con passione. Chiedo al Signore che, insieme alla bellezza delle loro città, conceda loro la grazia di trasmettere la fede, la speranza e la carità della loro gente”.
Tutto ciò permette di trasmettere la storia: “La contemplazione dei diversi monumenti permetta sia a chi li abita, sia a chi li visita, di riconsiderare la prudenza e la forza che ne hanno reso possibile la realizzazione. Si sentano interpellati dagli insegnamenti di giustizia e di temperanza che ogni situazione storica contiene. Parleremo così di città, di persone, di una storia non contemplata, ma realizzata, con un occhio al passato e un altro al futuro, per avere sempre le mani sul presente che ci interroga ogni giorno”.
Mentre ai membri del Consiglio Nazionale del Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani (MASCI), in occasione del 70^ anniversario dalla fondazione, il papa ha sottolineato il titolo dell’incontro, ‘Più vita alla vita’: “Lo avete voluto incarnare in alcuni progetti-simbolo da realizzare: donare una culla termica al Centro di Primo Soccorso e Accoglienza di Lampedusa; costruire una falegnameria nautica in Zambia; e piantare un bosco ad Argenta, in Romagna”.
E la vita è un valore fondamentale, offrendo una riflessione sulla natalità: “Primo: la culla, che ci ricorda l’amore per la vita che nasce. Viviamo in un tempo di drammatica denatalità. L’età media degli italiani è 46 anni, l’età media degli albanesi è 23: questo ci fa capire. Una drammatica denatalità in cui l’uomo sembra aver smarrito il gusto del generare e del prendersi cura dell’altro, e forse anche il gusto di vivere. Una culla simboleggia invece la gioia per un bimbo che viene alla luce, l’impegno perché possa crescere bene, l’attesa e la speranza per ciò che potrà diventare”.
La culla è attenzione per ogni vita: “La culla ci parla della famiglia, nido accogliente e sicuro per i piccoli, comunità fondata sulla gratuità dell’amore; ma anche, di riflesso, ci parla di attenzione per la vita in ogni sua fase, specialmente quando il passare degli anni o le asperità del cammino rendono la persona più vulnerabile e bisognosa. Ed è significativo, in questo senso, il fatto che il vostro dono sia destinato al Centro di Primo Soccorso e Accoglienza di Lampedusa: ciò sottolinea ulteriormente che l’amore per la vita è sempre aperto e universale, desideroso del bene di tutti, al di là della provenienza o di qualsiasi altra condizione”.
La seconda iniziativa messa in campo dal Masci è la falegnameria, che richiama la famiglia di Nazaret: “La falegnameria è un simbolo caro a noi cristiani, perché il Figlio di Dio l’ha scelta come luogo in cui prepararsi alla sua missione di salvezza nel suo villaggio, a Nazaret, lavorando umilmente ‘con mani d’uomo’. In un mondo in cui si parla tanto, forse troppo, di fabbricare armi per fare la guerra… essa ci rimanda alla vocazione fondamentale dell’uomo di trasformare i doni di Dio non in mezzi di morte, ma in strumenti di bene, nell’impegno comune di costruire una società giusta e pacifica, dove a tutti sia data la possibilità di una vita dignitosa. La dignità della vita: lavorare per la dignità della vita”.
Ed infine il bosco: “Esso ci ricorda la nostra responsabilità per la casa comune, che il Creatore ha affidato alle nostre mani. Il rispetto, l’amore e il contatto diretto con la natura sono caratteristiche peculiari dello scoutismo, fin dalle sue origini. E sono valori di cui abbiamo tanto bisogno oggi, mentre ci scopriamo sempre più impotenti di fronte alle conseguenze di uno sfruttamento irresponsabile e miope del pianeta, prigionieri di stili di vita e comportamenti tanto egoisticamente sordi ad ogni appello di buon senso, quanto tragicamente autodistruttivi; insensibili al grido di una terra ferita, come pure alla voce di tanti fratelli e sorelle ingiustamente emarginati ed esclusi da un’equa distribuzione dei beni”.
Tutto ciò è stato realizzato per ricordare don Giovanni Minzoni: “Egli è stato un parroco coraggioso che, in un contesto di violenta e prepotente ostilità, si è battuto, anche attraverso lo scoutismo, per formare i suoi giovani ‘a una solida vita cristiana e a un conseguente impegno per la trasformazione della società’. Anche questo è un richiamo importante a quell’ecologia integrale che, partendo dal farsi carico delle emergenze climatiche e ambientali, amplia la propria riflessione considerando, a monte, il ‘posto specifico che l’essere umano occupa in questo mondo e le sue relazioni con la realtà che lo circonda’”.
Suor Chiara Augusta Lainati: una vita nella complessità della storia
Si sono svolti ieri nella chiesa della beata Mattia, a Matelica, i funerali di suor Chiara Augusta Lainati, clarissa del monastero di Matelica, morta sabato 2 marzo a 85 anni. Nata a Saronno (Varese) nel 1939, ha studiato filologia classica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano) dove ha conseguito il dottorato nel 1962 con la tesi ‘Studi su santa Chiara d’Assisi’ di cui fu relatore il professor Ezio Franceschini, preside della facoltà e importante medievalista.
Quindici giorni dopo la difesa del dottorato è entrata nel Protomonastero S. Chiara d’Assisi, una comunità di clarisse che vantava un legame con l’Università Cattolica del Sacro Cuore già dalla fondazione ai tempi di p. Agostino Gemelli. Veste l’abito delle Sorelle Povere di s. Chiara il 21 gennaio 1963, emette la prima professione il 19 aprile 1964 e la professione solenne il 20 aprile 1967.
Molto ricercata in convegni e pubblicazioni con collaborazioni scientifiche sulla spiritualità francescano-clariana, ha operato con notevoli frutti anche nel campo della trasmissione del carisma francescano nonché nella formazione delle giovani clarisse in diversi monasteri, tra cui S. Erminio e S. Agnese in Perugia, S. Lucia in Città della Pieve, Buon Gesù in Orvieto.
Gli ultimi anni – caratterizzati da varie infermità – li ha trascorsi nel monastero di Matelica (Marche) dove è giunta il 3 marzo 2001 e ha compiuto il suo transito significativamente sabato 2 marzo, festa di sant’Agnese di Boemia, figlia del re di Boemia e corrispondete di santa Chiara. Assieme al francescano p. Giovanni Boccali nel 1977 scoprì ‘Audite poverelle’ ossia lo scritto in lingua volgare che Francesco d’Assisi morente inviò alla comunità di San Damiano e che nel 2000 il cantautore Angelo Branduardi musicò nel suo album ‘L’infinitamente piccolo’. Tra i suoi numerosi studi e pubblicazioni, i ‘Temi spirituali dagli scritti del secondo ordine francescani’, due poderosi volumi per un totale di 1648 pagine, e una vita di santa Chiara continuamente ristampata e tradotta in molte lingue.
Maternità di claustrale di Chiara Augusta Lainati, clarissa
Nel silenzio, il giorno nasce dietro i vetri istoriati
stendendo ampie lame di colore nel “coro” monastico.
L’una accanto all’altra, nel silenzio della meditazione,
le monache sono sagome brune di solitudine.
Dio, che vuoto di cose umane,
che povertà immensa è mai questo silenzio
che scava nel cuore l’attesa e la sete di te, bene infinito,
in cui perdersi come un raggio nella sua sorgente…
Tu mi hai dato un cuore di donna, Signore,
un cuore caldo e trepido,
fatto per amare ed essere amato:
un cuore che suggerisce il tepore di una casa
e il ridere gioioso di bimbi
e sguardi bruni e profondi che si posano teneramente sui figli.
E hai separato per te questo mio cuore,
come un terreno vergine per la tua Parola.
L’hai cinto di una solitudine vasta e silente,
la solitudine gelosa del tuo Amore,
Dio dagli occhi immensi come l’infinito.
“Oracolo del Signore: la attirerò a me,
la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore…
Ti farò mia sposa per sempre… e tu conoscerai il Signore” (Os 2,14. 20).
E mentre tu “parli al mio cuore”
nel silenzio umile e orante di questo giorno che nasce,
il mondo intero è in me come un bimbo che si desta e che chiama
e si volge a te, o Signore, col nome di “Padre”.
È una folla immensa di gente che in me ti tende le braccia,
un’umanità che si ridesta nel primo mattino:
voci inquietanti d’angoscia e di pena,
voci gioiose di bimbi che vanno alla scuola,
voci rabbiose di operai che hanno perso il lavoro,
di gente sfruttata che piange:
tutto è in questo povero cuore “separato”,
tutto è assunto e presentato a te in un’offerta
che ha le dimensioni del mondo.
Signore che mi ami e che mi hai innamorato,
la mia giornata, anche oggi, sarà solitaria, oscura,
nascosta agli occhi di tutti, gonfia forse di fatica e di pena.
Ma il mio cuore è caldo e trepido,
è un cuore di donna fatto per amare ed essere amato.
E nel silenzio in cui lo possiedi, tu lo rendi una culla
dove ogni uomo rinasce al tuo Amore.
Cospirazioni e cospiratori nel Sahel
La prima cosa che respiriamo assieme, in questa stagione del Sahel chiamata dell’Harmattan è la polvere. La respiriamo proprio tutti seppure in misure distinte. C’è chi mette le mascherine da Covid e chi, più rispettoso della tradizione, copre buona parte del volto col turbante sullo stile dei ‘tuareg’ che in questo ambito hanno una grande esperienza. Respirare assieme è proprio ciò che significa, etimologicamente, una ‘cospirazione’. Lo ricorda il dizionario…
‘La parola cospirazione deriva dal latino cum spirare (respirare con), e cioè essere animati dal medesimo afflato, per indicare un accordo profondo, intellettuale e sentimentale, in direzione del conseguimento dell’obiettivo prefissato’. il respiro e lo spirito affondano nella stessa radice etimologica. Che quindi i cospiranti, alla fine, sono quelli che condividono un medesimo spirito, un uguale, affratellante slancio dell’animo. Talvolta condividono anche l’avversione o sovversione del sistema.
Nel Sahel ci sono infatti cospirazioni e cospiratori ma non solo per causa della polvere che si respira. C’è chi cospira per mestiere e chi per convenienza, chi si accontenta di un cambiamento di facciata e chi vuole la rivoluzione. Abbiamo gruppi armati che aspirano ad una trasformazione radicale dell’assetto sociale e troviamo nella stessa zona i banditi che applicano all’oggi le razzie di un tempo con l’appoggio di mercanti di armi, droga e persone umane.
Anche i milioni di sfollati, rifugiati e profughi, a modo loro, vivono assieme la cospirazione più profonda e unica che ci sia, quella della sofferenza silente e spesso inosservata. I migranti, gli ‘esodanti’, gli avventurieri dal destino segnato per sempre, a loro volta, cospirano per un mondo differente a cominciare dalle frontiere. Spesso senza saperlo si concorre, respirando assieme, alla creazione di una comune frontiera che alcuni si ostinano a chiamare speranza.
La prima cosa che respiriamo assieme in questo spazio, noi cospiratori e fautori di cospirazioni, è la polvere. Fine com’è, ci unisce e ci tradisce proprio come fa la storia umana. Verrebbe allora da suggerire al pallido vento che unisca le polveri di tutto il mondo! La polvere della dignità si congiunge con quella della giustizia per imparare a resistere come solo i poveri, fatti di polvere, hanno imparato a fare per sopravvivere.
Respiro, soffio, alito e vento sono ciò che unisce i cospiratori perché della stessa polvere di vento sono impastati. Un vento che passa e si dirige dove non sa, senza frontiere e destinazione, anarchico e imprevedibile, incurante dei regimi di transizione, di eccezione, civili e militari.
Un vento che la polvere che la politica di questi mesi dal colpo di stato ad oggi cerca con tenacia invano di mettere a tacere. Nel Sahel i veri cospiratori sono coloro che rincorrono il vento e gli affidano la libertà perduta.




























