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Papa Leone XIV chiede una tregua olimpica
“La pratica sportiva, lo sappiamo, può avere una natura professionale, di altissima specializzazione: in questa forma essa corrisponde a una vocazione di pochi, pur suscitando ammirazione ed entusiasmo nel cuore di tanti, che vibrano al ritmo delle vittorie o delle sconfitte degli atleti. Ma l’esercizio sportivo è un’attività comune, aperta a tutti e salutare per il corpo e per lo spirito, al punto da costituire un’universale espressione dell’umano”: con questa lettera scritta in occasione dell’apertura dei Giochi Olimpici e paralimpici invernali di Cortina, papa Lepne XIV ha messo in guardia dalla dittatura della performance che può indurre al doping, dalla strumentalizzazione politica dello sport e dal considerarlo un videogame
Nella lettera il papa ha sottolineato che le Olimpiadi sono state sempre occasioni di pace: “Nel 1984, ad esempio, san Giovanni Paolo II, rivolgendosi ai giovani atleti provenienti da tutto il mondo, citò la Carta olimpica, che considera lo sport come fattore di ‘una migliore comprensione reciproca e di amicizia, al fine di costruire un mondo migliore e più pacifico’…
In questa linea si colloca la Tregua olimpica, che nell’antica Grecia era un accordo volto a sospendere le ostilità prima, durante e dopo i Giochi Olimpici, affinché atleti e spettatori potessero viaggiare liberamente e le competizioni svolgersi senza interruzioni. L’istituzione della Tregua scaturisce dalla convinzione che la partecipazione a competizioni regolamentate (agones) costituisce un cammino individuale e collettivo verso la virtù e l’eccellenza (aretē). Quando lo sport è praticato in questo spirito e con queste condizioni, esso promuove la maturazione della coesione comunitaria e del bene comune”.
La guerra è contraria allo spirito olimpico: “La guerra, al contrario, nasce da una radicalizzazione del disaccordo e dal rifiuto di cooperare gli uni con gli altri. L’avversario è allora considerato un nemico mortale, da isolare e possibilmente da eliminare. Le tragiche evidenze di questa cultura di morte sono sotto i nostri occhi (vite spezzate, sogni infranti, traumi dei sopravvissuti, città distrutte come se la convivenza umana fosse superficialmente ridotta allo scenario di un videogioco)”.
Per questo il papa ha ribadito il bisogno di riscoprire questa tregua olimpica: “Opportunamente, la Tregua olimpica è stata riproposta in tempi recenti dal Comitato Olimpico Internazionale e dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In un mondo assetato di pace, abbiamo bisogno di strumenti che pongano ‘fine alla prevaricazione, all’esibizione della forza e all’indifferenza per il diritto’. Incoraggio vivamente tutte le Nazioni, in occasione dei prossimi Giochi Olimpici e Paralimpici invernali, a riscoprire e a rispettare questo strumento di speranza che è la Tregua olimpica, simbolo e profezia di un mondo riconciliato”.
Quindi secondo la visione cristiana la persona è sempre il ‘centro’ dello sport: “La persona, dunque, secondo la visione cristiana, deve rimanere sempre al centro dello sport in tutte le sue espressioni, anche in quelle di eccellenza agonistica e professionale. A ben vedere, un solido fondamento di questa consapevolezza si trova negli scritti di san Paolo, noto come l’Apostolo delle genti. Al tempo in cui egli scriveva, i Greci possedevano già da molto tempo tradizioni atletiche. Ad esempio, la città di Corinto patrocinava i giochi istmici ogni due anni fin dagli inizi del VI secolo a.C.; per questo, scrivendo ai Corinzi, Paolo fece ricorso ad immagini sportive per introdurli alla vita cristiana”.
Infatti la tradizione cristiana ha sempre usato immagini sportive: “Seguendo la tradizione paolina, molti autori cristiani utilizzarono immagini atletiche come metafore per descrivere le dinamiche della vita spirituale; e questo, fino ad oggi, ci fa riflettere sulla profonda unità tra le diverse dimensioni dell’essere umano”.
Ed il cristianesimo non ha mai rifiutato la cura del corpo: “Sebbene non manchino, nelle epoche passate, scritti cristiani (influenzati da filosofie dualistiche) che hanno del corpo una visione piuttosto negativa, il filone principale della teologia cristiana ha sottolineato la bontà del mondo materiale affermando che la persona è unità di corpo, anima e spirito.
In effetti, i teologi dell’antichità e del Medioevo confutarono con forza le dottrine gnostiche e manichee, proprio perché esse consideravano il mondo materiale e il corpo umano come intrinsecamente malvagi. Secondo queste concezioni, lo scopo della vita spirituale consisterebbe nel liberarsi dal mondo e dal corpo. Al contrario, i teologi cristiani fecero appello alle convinzioni fondamentali della fede: la bontà del mondo creato da Dio, il fatto che il Verbo si è fatto carne e la risurrezione della persona nella sua armonia di corpo e anima”.
Ed ha fatto una ‘carrellata’ lungo i secoli: “Con l’affermarsi del cristianesimo nell’Impero Romano gli spettacoli sportivi tipici della cultura romana (in particolare i combattimenti tra gladiatori) iniziarono progressivamente a perdere rilevanza sociale. Tuttavia, l’età medievale fu segnata dall’emergere di nuove forme di pratica sportiva, come i tornei cavallereschi, sui quali la Chiesa concentrò la propria attenzione etica, contribuendo anche a una loro reinterpretazione in chiave cristiana, come testimoniato dalla predicazione dell’abate San Bernardo di Chiaravalle.
Nello stesso periodo, la Chiesa riconobbe il valore formativo dello sport, grazie anche al contributo di figure quali Ugo di San Vittore e san Tommaso d’Aquino. Ugo, nella sua opera Didascalicon, sottolineò l’importanza delle attività ginniche nel curriculum degli studi, contribuendo a plasmare il sistema educativo medievale”.
Anche nell’età contemporanea la Chiesa ha valorizzato lo sport: “Questi principi furono applicati nelle scuole dei Gesuiti, avvalorati dagli scritti di Sant’Ignazio di Loyola, in particolare dalle Costituzioni della Compagnia di Gesù e dalla Ratio Studiorum. Su tale sfondo si inserisce anche l’opera di grandi educatori, da san Filippo Neri a san Giovanni Bosco. Quest’ultimo, attraverso la promozione degli oratori, stabilì un ponte privilegiato tra la Chiesa e le nuove generazioni, facendo anche dello sport un ambito di evangelizzazione”.
Per questo anche i papi si interessarono dello sport: “In questa scia, si può ricordare anche l’Enciclica ‘Rerum novarum’(1891) di Leone XIII: essa stimolò la nascita di numerose associazioni sportive cattoliche, rispondendo così sul piano pastorale alle mutate esigenze della vita moderna (si pensi alle condizioni degli operai dopo la rivoluzione industriale) e alle nuove abitudini emergenti”.
Una visione sportiva basata sulla dignità umana: “Laici e pastori dedicarono uno sguardo più attento e sistematico a tale realtà. A partire dal pontificato di san Pio X (1903-1914), si registra un crescente interesse per lo sport, testimoniato da numerosi pronunciamenti pontifici. In essi, la Chiesa cattolica, per voce dei papi, propose una visione dello sport centrata sulla dignità della persona umana, sul suo sviluppo integrale, sull’educazione e sulla relazione con gli altri, evidenziandone il valore universale quale strumento di promozione di valori come la fraternità, la solidarietà e la pace”.
Quindi lo sport è essenziale per la vita sociale: “Ben oltre i luoghi di più antica tradizione cristiana, sembra evidente che lo sport sia ampiamente presente nelle culture di cui abbiamo testimonianza…
Ancora oggi, lo sport continua a svolgere un ruolo significativo nella maggior parte delle culture. Esso offre uno spazio privilegiato di relazione e di dialogo con i nostri fratelli e sorelle appartenenti ad altre tradizioni religiose, così come con coloro che non si riconoscono in alcuna di esse”.
Ed ha richiesto che lo sport diventi accessibile a tutti: “Allargando ulteriormente lo sguardo, è importante ricordare che, proprio perché lo sport è fonte di gioia e favorisce lo sviluppo personale e le relazioni sociali, esso dovrebbe essere accessibile a tutte le persone che desiderano praticarlo. In alcune società che si considerano avanzate, dove lo sport è organizzato secondo il principio del ‘pagare per giocare’, i bambini provenienti da famiglie e comunità più povere non possono permettersi le quote di partecipazione e restano esclusi. In altre società, alle ragazze e alle donne non è consentito praticare sport”.
Quindi la competizione sportiva è un cultura dell’incontro: “Proprio per questo la competizione sportiva, quando è autentica, presuppone un patto etico condiviso: l’accettazione leale delle regole e il rispetto della verità del confronto. Il rifiuto del doping e di ogni forma di corruzione, ad esempio, è una questione non solo disciplinare, ma che tocca il cuore stesso dello sport. Alterare artificialmente la prestazione o comprare il risultato significa spezzare la dimensione del cum-petere, trasformando la ricerca comune dell’eccellenza in una sopraffazione individuale o di parte”.
Per questo lo sport è educativo: “Lo sport vero, invece, educa a un rapporto sereno con il limite e con la norma. Il limite è una soglia da abitare: è ciò che rende significativo lo sforzo, intelligibile il progresso, riconoscibile il merito. La norma è la ‘grammatica’ condivisa che rende possibile il gioco stesso. Senza regole non vi è competizione, né incontro, ma solo caos o violenza. Accettare i limiti del proprio corpo, del tempo, della fatica, e rispettare le regole comuni significa riconoscere che la riuscita nasce dalla disciplina, dalla perseveranza e dalla lealtà”.
Tale concezione sportiva ha riflesso sugli sportivi: “La giusta competizione e la cultura dell’incontro non riguardano solo i giocatori, ma anche gli spettatori e i tifosi. Il senso di appartenenza alla propria squadra può essere un elemento molto significativo dell’identità di molti tifosi: essi condividono le gioie e le delusioni dei loro eroi e trovano un senso di comunità con gli altri sostenitori. Questo è generalmente un fattore positivo nella società, fonte di rivalità amichevole e di battute scherzose, ma può diventare problematico quando si trasforma in una forma di polarizzazione che porta alla violenza verbale e fisica”.
Il messaggio è stata un’esortazione per le diocesi a sviluppare una pastorale ‘sportiva’: “Una valida pastorale dello sport nasce dalla consapevolezza che lo sport è uno dei luoghi in cui si formano immaginari, si plasmano stili di vita e si educano le giovani generazioni. Per questo è necessario che le Chiese particolari riconoscano lo sport come spazio di discernimento e accompagnamento, che merita un impegno di orientamento umano e spirituale.
In tale prospettiva appare opportuno che, all’interno delle Conferenze episcopali, siano presenti uffici o commissioni dedicati allo sport, in cui elaborare e coordinare la proposta pastorale, mettendo in dialogo le realtà sportive, educative e sociali presenti nei diversi territori. Lo sport, infatti, attraversa parrocchie, scuole, università, oratori, associazioni e quartieri: stimolare una visione condivisa consente di evitare frammentazioni e di valorizzare le esperienze già esistenti”.
La pastorale sportiva permette una riflessione riguardante l’etica di vivere: “Una buona pastorale dello sport può contribuire in modo significativo alla riflessione sull’etica sportiva. Non si tratta di imporre norme dall’esterno, ma di illuminare dall’interno il senso dell’agire sportivo, mostrando come la ricerca del risultato possa convivere con il rispetto dell’altro, delle regole e di sé stessi. In particolare, l’armonia tra sviluppo fisico e sviluppo spirituale va considerata come dimensione costitutiva di una visione integrale della persona umana”.
In questo è un aiuto per lo sport nello sviluppo della cura: “Lo sport diventa così luogo in cui imparare a prendersi cura del proprio essere senza idolatrarlo, a superarsi senza annullarsi, a competere senza perdere la fraternità. Pensare e attuare la pratica sportiva come strumento comunitario aperto e inclusivo è un altro compito decisivo.
Lo sport può e deve essere spazio di accoglienza, capace di coinvolgere persone di diversa provenienza sociale, culturale e fisica. La gioia di essere insieme, che nasce dal gioco condiviso, dall’allenamento comune e dal sostegno reciproco, è una delle espressioni più semplici e più profonde di umanità riconciliata”.
Papa Leone XIV invita alla riscoperta del volto e della voce umana
“Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro. Gli antichi lo sapevano bene. Così, per definire la persona umana gli antichi greci hanno utilizzato la parola ‘volto’ (prósōpon) che etimologicamente indica ciò che sta di fronte allo sguardo, il luogo della presenza e della relazione. Il termine latino persona (da per-sonare) include invece il suono: non un suono qualsiasi, ma la voce inconfondibile di qualcuno”: con queste parole papa Leone XIV inizia il messaggio per la LX Giornata mondiale delle comunicazioni sociali sull’Intelligenza Artificiale, ‘Custodire voci e volti umani’.
Il tema affronta il riconoscimento del ‘volto’ nell’era tecnologica: “Volto e voce sono sacri. Ci sono stati donati da Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza chiamandoci alla vita con la Parola che Egli stesso ci ha rivolto; Parola prima risuonata attraverso i secoli nelle voci dei profeti, quindi divenuta carne nella pienezza dei tempi. Questa Parola (questa comunicazione che Dio fa di sé stesso) l’abbiamo anche potuta ascoltare e vedere direttamente, perché si è fatta conoscere nella voce e nel Volto di Gesù, Figlio di Dio”.
Volto significa vivere la ‘propria umanità’: “Fin dal momento della sua creazione Dio ha voluto l’uomo quale proprio interlocutore e, come dice san Gregorio di Nissa ha impresso sul suo volto un riflesso dell’amore divino, affinché possa vivere pienamente la propria umanità mediante l’amore. Custodire volti e voci umane significa perciò custodire questo sigillo, questo riflesso indelebile dell’amore di Dio. Non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo. Ciascuno di noi ha una vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri”.
La tecnologia rischia di modificare il rapporto tra le persone: “La tecnologia digitale, se veniamo meno a questa custodia, rischia invece di modificare radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana, che a volte diamo per scontati. Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane”.
Quindi per il papa la sfida è antropologica: “La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica. Custodire i volti e le voci significa in ultima istanza custodire noi stessi. Accogliere con coraggio, determinazione e discernimento le opportunità offerte dalla tecnologia digitale e dall’intelligenza artificiale non vuol dire nascondere a noi stessi i punti critici, le opacità, i rischi”.
Il messaggio papale è un richiamo a non rinunciare al pensiero: “Ci sono da tempo molteplici evidenze del fatto che algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento sui social media, redditizio per le piattaforme, premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo come lo sforzo di comprendere e la riflessione. Chiudendo gruppi di persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, questi algoritmi indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale”.
E’ un invito a non fidarsi dell’Intelligenza Artificiale in modo supino: “A questo si è aggiunto poi un affidamento ingenuamente acritico all’intelligenza artificiale come ‘amica’ onnisciente, dispensatrice di ogni informazione, archivio di ogni memoria, ‘oracolo’ di ogni consiglio. Tutto ciò può logorare ulteriormente la nostra capacità di pensare in modo analitico e creativo, di comprendere i significati, di distinguere tra sintassi e semantica.
Sebbene l’IA possa fornire supporto e assistenza nella gestione di compiti comunicativi, sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di una compilazione statistica artificiale, rischia a lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative”.
Quindi a non essere solamente consumatori ‘passivi’: “Negli ultimi anni i sistemi di intelligenza artificiale stanno assumendo sempre di più anche il controllo della produzione di testi, musica e video. Gran parte dell’industria creativa umana rischia così di essere smantellata e sostituita con l’etichetta ‘Powered by AI’, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore. Mentre i capolavori del genio umano nel campo di musica, arte e letteratura vengono ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine”.
E’ un invito ad esercitare la fatica della ricerca: “La questione che ci sta a cuore, tuttavia, non è cosa riesce o riuscirà a fare la macchina, ma cosa possiamo e potremo fare noi, crescendo in umanità e conoscenza, con un uso sapiente di strumenti così potenti a nostro servizio. Da sempre l’uomo è tentato di appropriarsi del frutto della conoscenza senza la fatica del coinvolgimento, della ricerca e della responsabilità personale. Rinunciare al processo creativo e cedere alle macchine le proprie funzioni mentali e la propria immaginazione significa tuttavia seppellire i talenti che abbiamo ricevuto al fine di crescere come persone in relazione a Dio e agli altri. Significa nascondere il nostro volto, e silenziare la nostra voce”.
Il rischio consiste nella simulazione delle relazioni: “Gli interventi non trasparenti di questi agenti automatizzati influenzano i dibattiti pubblici e le scelte delle persone. Soprattutto i chatbot basati su grandi modelli linguistici (LLM) si stanno rivelando sorprendentemente efficaci nella persuasione occulta, attraverso una continua ottimizzazione dell’interazione personalizzata. La struttura dialogica e adattiva, mimetica, di questi modelli linguistici è capace di imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione”.
A lungo andare ciò comporta anche un logoramento della socialità: “La tecnologia che sfrutta il nostro bisogno di relazione può non solo avere conseguenze dolorose sul destino dei singoli, ma può anche ledere il tessuto sociale, culturale e politico delle società. Ciò avviene quando sostituiamo alle relazioni con gli altri quelle con IA addestrate a catalogare i nostri pensieri e quindi a costruirci intorno un mondo di specchi, dove ogni cosa è fatta “a nostra immagine e somiglianza”. In questo modo ci lasciamo derubare della possibilità di incontrare l’altro, che è sempre diverso da noi, e con il quale possiamo e dobbiamo imparare a confrontarci. Senza l’accoglienza dell’alterità non può esserci né relazione né amicizia”.
Un altro pericolo riguarda l’alterazione della realtà: “Un’altra grande sfida che questi sistemi emergenti pongono è quella della distorsione (in inglese bias), che porta ad acquisire e a trasmettere una percezione alterata della realtà. I modelli di IA sono plasmati dalla visione del mondo di chi li costruisce e possono a loro volta imporre modi di pensare replicando gli stereotipi e i pregiudizi presenti nei dati a cui attingono”.
E possono nascere realtà parallele: “La mancanza di trasparenza nella progettazione degli algoritmi, insieme alla non adeguata rappresentanza sociale dei dati, tendono a farci rimanere intrappolati in reti che manipolano i nostri pensieri e perpetuano e approfondiscono le disuguaglianze e le ingiustizie sociali esistenti.
Il rischio è grande. Il potere della simulazione è tale che l’IA può anche illuderci con la fabbricazione di ‘realtà’ parallele, appropriandosi dei nostri volti e delle nostre voci. Siamo immersi in una multidimensionalità, dove sta diventando sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione”.
Però per il papa non è necessario fermare il progresso, ma creare alleanze attraverso la cooperazione, l’educazione e la responsabilità: “Essa può essere declinata, a seconda dei ruoli, come onestà, trasparenza, coraggio, capacità di visione, dovere di condividere la conoscenza, diritto a essere informati. Ma in generale nessuno può sottrarsi alla propria responsabilità di fronte al futuro che stiamo costruendo…
A ciò si aggiunge il problema della mancata accuratezza. Sistemi che spacciano una probabilità statistica per conoscenza stanno in realtà offrendoci al massimo delle approssimazioni alla verità, che a volte sono vere e proprie ‘allucinazioni’. Una mancata verifica delle fonti, insieme alla crisi del giornalismo sul campo che comporta un continuo lavoro di raccolta e verifica di informazioni svolte nei luoghi dove gli eventi accadono, può favorire un terreno ancora più fertile per la disinformazione, provocando un crescente senso di sfiducia, smarrimento e insicurezza”.
Ecco il motivo per cui è necessario cooperare alfine di educare: “Nessun settore può affrontare da solo la sfida di guidare l’innovazione digitale e la governance dell’IA. E’ necessario perciò creare meccanismi di salvaguardia. Tutte le parti interessate (dall’industria tecnologica ai legislatori, dalle aziende creative al mondo accademico, dagli artisti ai giornalisti, agli educatori) devono essere coinvolte nel costruire e rendere effettiva una cittadinanza digitale consapevole e responsabile.
A questo mira l’educazione: ad aumentare le nostre capacità personali di riflettere criticamente, a valutare l’attendibilità delle fonti e i possibili interessi che stanno dietro alla selezione delle informazioni che ci raggiungono, a comprendere i meccanismi psicologici che attivano, a permettere alle nostre famiglie, comunità e associazioni, di elaborare criteri pratici per una più sana e responsabile cultura della comunicazione”.
Proprio per questo è necessario lo studio: “L’alfabetizzazione ai media, all’informazione ed all’IA aiuterà tutti a non adeguarsi alla deriva antropomorfizzante di questi sistemi, ma a trattarli come strumenti, a utilizzare sempre una validazione esterna delle fonti, che potrebbero essere imprecise o errate, fornite dai sistemi di IA, a proteggere la propria privacy e i propri dati conoscendo i parametri di sicurezza e le opzioni di contestazione”.
Solo attraverso lo studio si educa: “E’ importante educare ed educarsi a usare l’IA in modo intenzionale, e in questo contesto proteggere la propria immagine (foto e audio), il proprio volto e la propria voce, per evitare che vengano utilizzati nella creazione di contenuti e comportamenti dannosi come frodi digitali, cyberbullismo, deepfake che violano la privacy e l’intimità delle persone senza il loro consenso”.
In qualche modo è necessario affrontare culturalmente le novità, come all’inizio del XIX secolo: “Come la rivoluzione industriale richiedeva l’alfabetizzazione di base per permettere alle persone di reagire alla novità, così anche la rivoluzione digitale richiede un’alfabetizzazione digitale (insieme a una formazione umanistica e culturale) per comprendere come gli algoritmi modellano la nostra percezione della realtà, come funzionano i pregiudizi dell’IA, quali sono i meccanismi che stabiliscono la comparsa di determinati contenuti nei nostri flussi di informazioni (feed), quali sono e come possono cambiare presupposti e modelli economici dell’economia della IA”.
Dormire ‘dalle suore’ a Roma conquista il pubblico anglosassone
Un dettaglio narrativo di due episodi (III e IV della quinta stagione) della serie Netflix ‘Emily in Paris’ sta accendendo i riflettori internazionali su un segmento dell’ospitalità italiana spesso poco conosciuto all’estero: le Case per Ferie e le foresterie di ispirazione religiosa. Il quotidiano inglese The Times ha dedicato un articolo al tema, partendo proprio dal soggiorno romano di uno dei personaggi, Luc, che nella serie alloggia ‘dalle suore’ e commenta con entusiasmo la convenienza e la posizione centrale della struttura.
Secondo quanto riportato dal giornale, l’episodio in cui viene citata esplicitamente l’economicità di queste accoglienze ha suscitato grande curiosità nel pubblico anglosassone, interessato a soluzioni ‘ben posizionate’ ed a budget contenuto, percepite anche come pulite e sicure. L’articolo (firmato da Julia Buckley, inviata a Roma dal The Times per testare le accoglienze) evidenzia che la struttura mostrata nella serie è fittizia e caricaturale, ma rimanda a un’abitudine reale: in Italia esiste una rete molto ampia di ospitalità religiosa.
Vengono citati quasi 3.000 immobili con camere, con una concentrazione significativa nel Lazio (518 strutture), ed oltre 6.000.000 di persone che ogni anno scelgono questa tipologia di soggiorno. Nell’approfondimento viene ricordato anche il ruolo sociale di molte di queste realtà: aprire al pubblico parte degli spazi consente alle congregazioni di sostenere i costi di gestione e, in numerosi casi, di finanziare attività e progetti caritatevoli e assistenziali.
Sul punto, viene riportata la riflessione di Fabio Rocchi, presidente dell’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana (ORI), che sottolinea come scegliere queste soluzioni permetta spesso di ‘pagare meno’ contribuendo indirettamente a iniziative solidali. Il pezzo richiama infine alcuni elementi pratici spesso richiesti dai viaggiatori internazionali: regolamenti interni (talvolta un orario di rientro), modalità di accesso, gestione professionale dei servizi e apertura a ospiti di ogni provenienza e credo.
Aspetti che, complice la notorietà della serie Netflix, stanno diventando oggetto di ricerche e conversazioni anche fuori dall’Italia. L’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana accoglie con interesse questa attenzione internazionale, che può contribuire a far conoscere un patrimonio di ospitalità diffuso capillarmente e spesso collocato in aree centrali o di grande pregio storico-artistico. L’Associazione invita media ed operatori a considerare queste strutture non come una curiosità, ma come una componente stabile e organizzata dell’accoglienza italiana, capace di unire sostenibilità economica, sicurezza e valore sociale.
Caritas di Fabriano e Matelica: in aumento le povertà nel territorio
Un +4% di residenti di Fabriano si sono rivolti ai centri di ascolto della Caritas diocesana in crescita: i giovani tra i 18 ed i 24 anni saliti del 28% in un anno; mentre l’età media è di 50 anni e sono in aumento anche gli stranieri con +12%. Sono 908 le famiglie (1.033 le persone) accolte nei centri di ascolto di Genga, Sassoferrato, Fabriano, Cerreto D’Esi e Matelica.
Nel 2024 si è registrato un boom di richieste di lavoro (più 34.5%) e sono stati erogati € 46.000 in contributi al lavoro (più 39%) rispetto al 2023, più l’attivazione di tirocini e contratti a termine. Le richieste in ambito sanitario sono state 529 e 145 quelle in ambito educativo. Sono stati erogati € 11.000 in contributi alla sanità +41% rispetto al 2023 ed € 22.000 per scuola e oratori; complessivamente le erogazioni nel 2024 ammontano al 20% in più rispetto all’anno precedente.
Complessivamente sono oltre 2.600 le persone toccate dalla rete Caritas nello scorso anno, di cui il 55% sono donne ed il 45% sono uomini, come spiega il rapporto della Caritas diocesana: “Il rapporto nasce dall’impegno quotidiano della Caritas Diocesana di Fabriano – Matelica nel farsi prossima alle persone in difficoltà. Attraverso il servizio dei Centri di Ascolto, l’azione delle parrocchie e il lavoro in rete con tante realtà del territorio, abbiamo raccolto dati, storie e testimonianze che offrono una fotografia delle povertà vecchie e nuove che attraversano la nostra comunità.
Non si tratta solo di numeri, ma di volti, famiglie, relazioni spezzate, vite che chiedono ascolto, accompagnamento e risposte concrete. Uno strumento di conoscenza e di stimolo all’azione, rivolto a tutta la comunità civile ed ecclesiale, affinché nessuno si senta escluso o dimenticato. Il nostro compito, come Chiesa, non è solo quello di aiutare i poveri, ma di camminare con loro, riconoscendoli come fratelli e sorelle, custodi di un’umanità che ci interroga e ci arricchisce. Perché solo insieme possiamo costruire una comunità più giusta, accogliente e solidale”.
Inoltre il vescovo di Fabriano – Matelica ed arcivescovo di Camerino – San Severino Marche, mons. Francesco Massara ha spiegato la ‘novità’ della rete dell’ambulatorio sociale: “Un altro tassello si aggiunge alla rete dell’ambulatorio sociale. Dal mese di novembre anche l’oculistica è entrato tra i servizi gratuiti offerti a chi vive situazioni di fragilità economica. Un risultato possibile grazie alla collaborazione tra Caritas, Croce Rossa, Ambito 10 e tanti medici volontari. Perché la salute è un diritto di tutti non un privilegio”.
Il direttore della Caritas diocesana di Fabriano-Matelica, Gian Luigi Farneti, ci racconta cosa emerge da questo rapporto sulla povertà: “Il rapporto Caritas evidenzia un aumento significativo delle persone in difficoltà economica, sociale e relazionale. La povertà non è più un fenomeno circoscritto a determinate fasce di popolazione, ma colpisce sempre di più i giovani e cresce la componente straniera. La dimensione della povertà è ampia e diffusa e il 2024 registra un vero e proprio boom delle richieste di lavoro, segnale che il problema non riguarda solo il reddito insufficiente, ma anche la precarietà o l’assenza di occupazione stabile. Parallelamente, cresce la difficoltà delle famiglie ad affrontare spese essenziali come quelle sanitarie o scolastiche, a testimonianza di una fragilità crescente.
L’impegno complessivo della Caritas aumenta, indicando che i bisogni delle persone assistite sono più numerosi, complessi e costosi. Il rapporto non si limita ai dati statistici, ma racconta storie di persone e famiglie che vivono rotture, solitudini, mancanza di reti di sostegno e fragilità psicologiche e sociali. La povertà, dunque, non è solo economica, ma anche relazionale, educativa, lavorativa e sanitaria. La Caritas ribadisce che la risposta alla povertà non può essere delegata a pochi: serve una comunità capace di riconoscere la fragilità, non lasciare indietro nessuno e camminare accanto ai più vulnerabili, costruendo una società più giusta, accogliente e solidale”.
Chi si rivolge alla Caritas e cosa chiede?
“Persone e famiglie in difficoltà economica e relazionale, giovani, stranieri, adulti in età lavorativa e un numero crescente di donne. Le richieste principali riguardano il lavoro, supporto sanitario ed educativo, aiuti economici per beni e spese essenziali, oltre a ascolto, vicinanza ed accompagnamento. In particolare, l’aumento dei giovani che si rivolgono alla Caritas è legato a una combinazione di precarietà economica, mancanza di lavoro, costi elevati della vita, fragilità familiari e relazionali, e scarse opportunità locali. La Caritas diventa per loro un luogo di ascolto, orientamento e ripartenza”.
Quante ‘povertà’ esistono nel territorio diocesano?
“Nel territorio diocesano si riconoscono almeno sette forme di povertà in crescita: economica, lavorativa, sanitaria, educativa, relazionale, abitativa e alimentare/materiale. Non si tratta solo di numeri, ma di volti e storie concrete di famiglie, giovani e adulti che chiedono ascolto, accompagnamento e risposte concrete”.
Altro aspetto riguarda il lavoro: come è la situazione?
“La situazione lavorativa è critica, con un aumento delle richieste di aiuto soprattutto tra i giovani. La Caritas interviene con tirocini, contratti a termine, contributi e orientamento, cercando di trasformare l’assistenza in opportunità di inclusione e autonomia”.
Quali progetti la Caritas sta mettendo in atto per arginare le povertà?
“Per arginare le diverse povertà, la Caritas ha avviato numerosi progetti: l’Emporio della Carità, centri di ascolto e sostegno economico mirato, tirocini e progetti lavorativi, interventi sanitari attraverso l’Ambulatorio Sociale, l’Emporio della Salute ed il progetto ‘Ben-essere senior’, sostegno educativo e per l’infanzia, promozione di attività sportive, percorsi di accompagnamento relazionale e lavoro di rete con enti e comunità. Tutte queste iniziative hanno l’obiettivo comune di non limitarsi all’assistenza, ma promuovere autonomia, dignità e partecipazione, costruendo una comunità inclusiva in cui nessuno resti indietro”.
(Tratto da Aci Stampa)
Università e solidarietà: la scelta di esserci
Nel mese di giugno all’Università Europea di Roma (UER) si è concluso un altro anno di attività di ‘Responsabilità Sociale’, promosse dal Centro di Formazione Integrale dello stesso ateneo. Questa università non si limita ad offrire un semplice percorso accademico, ma coinvolge gli studenti in iniziative orientate a sviluppare uno spirito di servizio per gli altri.
Queste attività occupano un ruolo centrale nella formazione e nella crescita personale degli studenti, sensibilizzandoli alle dinamiche sociali, all’esercizio attivo della solidarietà e al riconoscimento del valore sociale intrinseco nell’impegno professionale.
Gli studenti collaborano con diverse realtà che operano nel sociale sul territorio (associazioni, Onlus, fondazioni, laboratori, organizzazioni di volontariato) e si impegnano a svolgere attività di vario genere: supporto a persone senza fissa dimora o in condizioni di disagio socio-economico, assistenza a minori e disabili, tutela dell’ambiente, promozione della cultura e dell’educazione, sostegno a persone anziane o malate.
L’obiettivo è che lo studente UER sia preparato tanto dal punto di vista tecnico-scientifico quanto dal punto di vista umano, per essere capace di relazionarsi agli altri con sensibilità e rispetto, e di vivere la propria professione non solo come una realizzazione personale ma anche come un servizio per la trasformazione della società.
Nell’anno accademico 2024-25 il Centro di Formazione Integrale dell’Università Europea di Roma ha coinvolto circa 300 studenti che hanno svolto circa 15.000 ore totali di attività presso 31 enti del territorio. Gli studenti hanno raccontato le loro esperienze in una serie di articoli scritti nell’ambito del laboratorio di comunicazione ‘Non sei un nemico!’, attività di ‘Responsabilità Sociale’ diretta dal giornalista Carlo Climati, che si ispira alla cultura dell’incontro.
A conclusione delle attività annuali abbiamo chiesto alla dott.ssa Barbara Giannetti, coordinatrice dell’area di ‘Responsabilità Sociale’ nel Centro di Formazione Integrale dell’Università Europea, di spiegarci per quale motivo l’Università ha promosso un corso sulla Responsabilità Sociale:
“L’ideale educativo dell’Università Europea di Roma è la formazione integrale della persona. In quest’ottica si inserisce il programma di ‘Responsabilità Sociale’, con lo scopo specifico di offrire una dimensione sociale al processo educativo degli studenti. E’ importante che lo studente esca dal contesto universitario per entrare in contatto con i bisogni concreti e reali della società civile e che impari a relazionarsi agli altri con sensibilità e rispetto per una formazione non solo tecnico-scientifica ma anche umana”.
Quanto è importante per uno studente che l’università sviluppi la sensibilizzazione alla solidarietà?
“E’ cruciale che l’università coltivi questa sensibilità, permettendo agli studenti di confrontarsi con i bisogni reali della società civile. Questo non solo arricchisce la loro crescita personale e sviluppa competenze trasversali, ma li prepara anche a diventare cittadini consapevoli e professionisti che agiscono per il bene comune, conferendo un significato più profondo al loro percorso di studi e alla loro futura professione.
Mentre al responsabile dell’Area Divulgazione nel Centro di Formazione Integrale dell’Università Europea, Carlo Climati, abbiamo chiesto di spiegarci cosa è il laboratorio di comunicazione sociale ‘Non sei un nemico’: “Il laboratorio di comunicazione ‘Non sei un nemico’ è un’attività di Responsabilità Sociale dell’Università Europea, che si ispira ad una cultura di dialogo, di incontro e di ascolto.
‘Non sei un nemico’ è il motto, l’idea di base del Laboratorio, che incoraggia a vedere gli altri con uno sguardo nuovo. Cerchiamo di creare linguaggi che possano rappresentare un ponte verso tutti, contribuendo all’accoglienza e all’abbattimento di muri ed ostacoli”.
E’ possibile sviluppare una cultura dell’incontro?
“Certamente. Il laboratorio ‘Non sei un nemico!’, attraverso testimonianze concrete, ha cercato di mostrare ai giovani che esiste un mondo bellissimo, silenzioso, fatto di costruttori di pace e di dialogo, che sembra quasi non fare notizia. Abbiamo bisogno di illuminare percorsi comunicativi nuovi, che possano evidenziare la bellezza dell’amicizia e generare solidarietà e fiducia negli altri”.
Per concludere il dott. Carlo Climati ha raccontato alcune ‘reazioni’ degli studenti, che hanno partecipato al corso: “Lasciamo che siano gli stessi giovani a dirlo! Per rispondere a questa domanda, vorrei citare alcune parti degli articoli scritti dagli studenti durante l’attività del Laboratorio di comunicazione.
Raccontando la sua esperienza, la studentessa Giulia ha spiegato che ‘il giornalismo responsabile non è mai superficiale. Ci insegna a guardare oltre l’apparenza, ad accettare la complessità, a raccontare anche le sfumature. E’ capace di luce e di ombra, di gioia e di malinconia… Nel corso ho imparato che la scrittura può essere un gesto d’amore verso la realtà. Un modo per prendersi cura del mondo. Un atto di responsabilità”.
Un’altra studentessa, Martina, ha descritto il laboratorio come “uno spazio dove non ci si sentiva solo studenti, ma persone. Dove la comunicazione non era solo tecnica, ma anche relazione, empatia, costruzione di senso… In un tempo dove tutti sembrano correre verso qualcosa io sento il bisogno di tornare all’essenziale: alla verità dei rapporti, alla qualità del tempo condiviso, al coraggio di mostrare anche la propria fragilità’.
Una studentessa, Alexia, ha descritto la sua esperienza in aiuto delle persone senza fissa dimora: ‘Tornando a casa, ci siamo portati dietro molto più di quanto avessimo lasciato. Quell’incontro ci ha cambiati. Ha incrinato quella barriera invisibile che ci separa dal dolore degli altri. E forse è proprio in questo piccolo spostamento dello sguardo che inizia la possibilità di un cambiamento più grande: nella città, nelle relazioni, in noi stessi’.
Infine Martina ha raccontato la giornata solidale ‘Angeli per un giorno’, trascorsa con i bambini delle case famiglia romane: ‘L’esperienza mi ha insegnato che il volontariato non è solo un’azione generosa. E’ uno specchio. Ti mette davanti agli occhi la realtà degli altri, ma anche la tua. Ti costringe a rivedere le priorità, a rimettere a fuoco cosa conta davvero. Ti educa al rispetto, alla gratitudine, alla presenza’. Queste e molte altre riflessioni sono emerse da questa attività”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV si congratula con il Napoli campione d’Italia
“Forse non volevano applaudire perché nella stampa si dice che io sono romanista… Ma benvenuti! Questo lo dice la stampa. Non tutto quello che leggete sulla stampa è vero! Cari amici, benvenuti! E congratulazioni per la vittoria del campionato! E’ una grande festa per la città di Napoli!”: con questa battuta scherzosa papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i giocatori ed i dirigenti del Napoli, vincitrice del quarto scudetto della sua storia.
Insomma anche per questo papa, tifoso come papa Francesco, la vittoria di un campionato è il frutto del buon funzionamento di una squadra: “E proprio su questo vorrei fare con voi una riflessione. Vincere il campionato è un traguardo che si raggiunge al termine di un lungo percorso, dove ciò che conta di più non è l’exploit di una volta, o la prestazione straordinaria di un campione. Il campionato lo vince la squadra, e quando dico ‘squadra’ intendo sia i giocatori, sia l’allenatore con tutto il team, sia la società sportiva”.
Quindi la vittoria di un campionato riveste anche un valore sociale: “Perciò, sono davvero contento di accogliervi adesso, per mettere in risalto questo aspetto del vostro successo, che ritengo il più importante. E direi che lo è anche dal punto di vista sociale. Sappiamo quanto il calcio sia popolare in Italia e praticamente in tutto il mondo.
Ed allora, anche sotto questo profilo, mi sembra che il valore sociale di un avvenimento come questo, che supera il fatto meramente tecnico-sportivo, è l’esempio di una squadra, in senso lato, che lavora insieme, in cui i talenti dei singoli sono messi al servizio dell’insieme”.
Inoltre ha messo in luce l’aspetto educativo dello sport: “Purtroppo, quando lo sport diventa business, rischia di perdere i valori che lo rendono educativo, e può diventare addirittura dis-educativo. Su questo bisogna vigilare, specialmente quando si ha a che fare con gli adolescenti. Faccio appello ai genitori e ai dirigenti sportivi: bisogna stare bene attenti alla qualità morale dell’esperienza sportiva a livello agonistico, perché c’è di mezzo la crescita umana dei giovani. Penso che ci siamo capiti, e non c’è bisogno di tante parole”.
Ha concluso l’incontro con un pensiero alla signora Rosa, la cuoca che prepara il pranzo al papa: “Vi ringrazio per la vostra visita. E ancora complimenti! Complimenti anche da una signora che in questi giorni sta facendo da mangiare per me e che è di Napoli e vi dice: tanti auguri! Vorrebbe essere qui anche lei, la signora Rosa, molto tifosa!”
Mentre ieri papa Leone XIV aveva salutato nella Basilica Vaticana i partecipanti al pellegrinaggio giubilare per la pace in Africa degli ambasciatori africani accreditati presso la Santa Sede e presso l’Italia, in occasione della 62^ Giornata Internazionale dell’Africa, che ha visto la partecipazione di circa 500 persone. Al termine della messa, presieduta dal card. Francis Arinze e concelebrata dal card. Peter Kodwo Appiah Turkson e da mons. Fortunatus Nwachukwu, segretario del Dicastero per l’Evangelizzazione., il papa aveva sottolineato l’importanza del battesimo per essere speranza: “Com’è importante che ogni persona battezzata si senta chiamata da Dio a essere segno di speranza nel mondo di oggi.
E’ la nostra fede che ci dà la forza. E’ la nostra fede che ci permette di vedere la luce di Gesù Cristo nella nostra vita e di capire quanto sia importante vivere la nostra fede. Non solo la domenica, non solo durante un pellegrinaggio, ma ogni giorno, di modo che saremo ricolmi della speranza che solo Gesù Cristo può darci e tutti insieme continueremo a camminare uniti come fratelli e sorelle per lodare il nostro Dio, per riconoscere che tutto ciò che abbiamo e tutto ciò che siamo è un dono di Dio, e per mettere questi doni al servizio degli altri”.
Infine papa Leone XIV aveva salutato gli ambasciatori, i loro collaboratori e tutti i familiari, ringraziandoli per vivere la fede in Gesù Cristo: “Sono molto lieto di potervi salutare tutti questo pomeriggio, anche solo per un attimo, e di poter dire a ognuno di voi: grazie perché vivi la tua vita, la tua fede in Gesù Cristo”.
(Foto: Santa Sede)
Dal Sud Italia una Chiesa attenta alle necessità della gente
“Gioisco pienamente nel Signore, canta il popolo di Cerignola rallegrandosi per la speciale vicinanza di Maria, attraverso questa veneratissima Icona della Madonna di Ripalta. Gioia scaturita da una devozione filiale, sedimentata da secoli tra la nostra gente, popolo che sempre si rigenera in tanti cuori”: lo ha affermato il vescovo di Cerignola-Ascoli Satriano, mons. Fabio Ciollaro, in occasione della festa della Madonna di Ripalta, protettrice della diocesi.
Il Magnificat è il canto della Madre di Dio che gioisce per le meraviglie compiute da Dio, ma è anche il canto della popolazione di Cerignola per tale festa: “Gioisco pienamente nel Signore, canta il popolo di Cerignola rallegrandosi per la speciale vicinanza di Maria, attraverso questa veneratissima Icona della Madonna di Ripalta. Gioia scaturita da una devozione filiale, sedimentata da secoli tra la nostra gente, popolo che sempre si rigenera in tanti cuori”.
Il vescovo gioisce anche per la partecipazione dei giovani alla festa liturgica: “E’ stato così bello l’altra sera, qui in Duomo, durante la Novena-giovani, l’abbraccio pieno di affetto con cui tanti ragazzi hanno circondato questa dolce Immagine. Ed è stata commovente la carezza con cui hanno sfiorato una sua copia i detenuti cerignolani, a cui l’abbiamo recata venerdì mattina nel carcere di Foggia!”
E’ stato un invito a rallegrarsi per le gioie spirituali, ma anche per quelle umane: “Gioisco pienamente nel Signore, afferma la Sacra Scrittura, perché solo in Dio il nostro cuore inquieto può pacificarsi. Gioisco pienamente nel Signore, perché le pure gioie spirituali ci fanno pregustare qualcosa della beatitudine senza fine, che Dio vuole donarci secondo i meriti e ancor più secondo la sua misericordia. Nella vita ci sono anche le gioie umane, grandi o piccole, e tutte vanno accolte con riconoscenza.
Penso alla gioia contagiosa di centinaia di bambini e ragazzi, e dei loro giovani animatori nelle settimane di oratorio estivo in parrocchia, oppure alla gioia degli scout in giro con i loro capi, oppure dei ragazzi più grandi che hanno partecipato ai campi-scuola in varie località, e lodo i nostri sacerdoti che li hanno guidati con dedizione paterna”.
Gioie umane anche nella vita quotidiana di ogni persona: “Allargo però l’orizzonte, e penso anche ad altre gioie che si possono gustare nella vita: ad esempio, le vittorie sportive ottenute con sacrificio e lealtà, i successi nel lavoro o nello studio, la soddisfazione del dovere compiuto, il portare a casa un pane onesto, il tepore della famiglia unita, la gioia del servizio e del vero volontariato, il godimento del silenzio, o della musica che eleva o della natura che incanta, la gioia delle amicizie coltivate e durature, e altre ancora.
Si, nella vita, ci sono anche le semplici gioie che ci danno sollievo nel cammino e ne siamo grati. Eppure, alle gioie umane manca sempre qualcosa. Quell’avverbio pienamente, che abbiamo cantato, resta sempre una meta da raggiungere”.
Nell’omelia mons. Ciollaro ha ricordato anche Hyso Telharai, un ragazzo albanese di 22 anni, arrivato in Italia col sogno di un diploma da geometra e che, per mantenersi, aveva cominciato a lavorare come bracciante nella raccolta dei pomodori nelle campagne foggiane:
“In questi giorni di festa, ad esempio, ci ha accompagnato il ricordo di Hyso Telharai, il ragazzo albanese di ventidue anni, arrivato in Italia col sogno di un diploma da geometra e che, per mantenersi, aveva cominciato a lavorare come bracciante nella raccolta dei pomodori nelle nostre campagne; opponendosi ai soprusi dei caporali, fu massacrato di botte e venticinque anni fa come oggi, 8 settembre, morì in solitudine a Cerignola. E noi ancora non riusciamo ad assicurare dignità e condizioni umane ai lavoratori stagionali di cui abbiamo bisogno, come si sta ripetendo anche quest’anno”.
Ringraziando coloro che hanno preparato il pranzo sociale il vescovo ha espresso un desiderio per il prossimo anno: “E’ un piccolo segno, è vero, ma contiene una speranza. Poiché questo fenomeno è annuale, e dunque prevedibile, come sarebbe bello l’anno prossimo, l’8 settembre, se il cielo ci darà vita, ritrovarci nel giorno della festa patronale e dire in riferimento alle necessità dei braccianti stagionali: ‘Quest’anno è andata molto meglio’.
Si può fare. Unendo le forze e i cuori qui sul posto, e con il concorso degli enti di livello più alto, si può fare! Ed, allora, i titolari delle aziende agricole, la Civica Amministrazione, la Caritas diocesana, le parrocchie, le Forze dell’Ordine, tutti insieme avremo modo di sorridere per i passi in avanti realizzati. E sarà più gioiosa la nostra festa patronale”.
Mentre per la festa patronale dell’arcidiocesi di Brindisi, mons. Giovanni Intini, nel discorso (da molti cittadini giudicato troppo lungo) alla città ha chiesto una maggior partecipazione: “A questo proposito, noi cristiani dobbiamo fare di più, perché alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, si possa lavorare a una corretta relazione tra religione e società, promuovendo un dialogo fecondo con la comunità civile e le istituzioni pubbliche, perché illuminandoci a vicenda e liberandoci dalle scorie ideologiche, possiamo avviare una riflessione comune sui temi legati al rispetto della vita umana, della dignità della persona e dei legittimi diritti di ciascuno al lavoro, alla cura, all’istruzione, a una vita dignitosa”.
Ed ha ricordato alcuni gesti di solidarietà per una maggior partecipazione dei cristiani nella vita cittadina: “Come cristiani vogliamo accrescere il nostro stile di partecipazione per contribuire alla ricostruzione di una genuina appartenenza, premessa indispensabile per riappropriarci del senso di comunità. Mi piace, in questa circostanza, richiamare quelle piccole luci di partecipazione presenti nella nostra città, nate in seno all’esperienza ecclesiale, che con spirito e passione solidale esercitano l’amore politico, nella cura del prossimo;
mi riferisco alla Mensa delle parrocchie solidali, che ogni giorno accoglie per pranzo chi non può permetterselo, a Casa Betania, che da più di venticinque anni cerca di offrire un tetto sicuro, anche se momentaneo, a tanti senza fissa dimora, alla Casa degli aquiloni, che si prende cura di immigrati che cercano una dignitosa integrazione sul territorio, ed a un Gruppo di volontari coordinato dalla Fraternità parrocchiale ‘San Carlo di Gesù’ che, soprattutto nel periodo freddo dell’anno, cercano di offrire assistenza a chi vive per strada”.
Da Trento parte la ‘scommessa’ della Chiesa
Una ricorrenza del patrono San Vigilio particolarmente solenne, celebrata a Trento mercoledì 26 giugno a Trento, presieduta dall’arcivescovo emerito, mons. Luigi Bressan, in occasione del 60° di ordinazione presbiterale e 35° di episcopato: “Grazie per la passione per il Vangelo e la carica umana con cui hai guidato questa Chiesa, aprendola al mondo. Grazie per la discrezione, l’entusiasmo, la vitalità, e la disponibilità con cui continui ad accompagnarla e servirla”.
Nell’omelia il vescovo emerito ha ricordato i tratti essenziali dell’episcopato del patrono san Vigilio, terzo vescovo di Trento: “Non era uno spiritualista che trascurasse la dimensione sociale della fede cristiana; fondò un asylum, luogo di accoglienza e cura; anzi affermò che scopo della missione cristiana era portare la pace in una dimensione superiore alla semplice convivenza”.
Ed ha ricordato la ‘passione’ di san Vigilio per Gesù: “Nelle Lettere di Vigilio, si sente l’ammirazione per Cristo. Infatti, per lui Cristo è Maestro e Signore, colui che ha portato l’acqua viva agli uomini e sa piantare in essi un’energia nuova. E’ come una pietra angolare sulla quale si può costruire una casa solida ed è garante per chi gli rende testimonianza, durante tutta la nostra esistenza. Il messaggio cristologico ritorna spesso, per cui non è possibile ridurre le feste a scenografie esterne (che, se ben orientate sono un contributo) o il cristianesimo stesso a religione civile, parola politica o pura etica sociale, sradicandolo da Cristo. Oggi nel nostro mondo occidentale troppi pensano che non sia necessario ricorrere a lui”.
San Viglio evangelizzava: “Sapeva che l’evangelizzazione domandava ascolto, dialogo, proposta, preghiera… ma desiderava che a tutti giungesse la linfa vitale che ci trasforma da produttori di risultati limitati in costruttori di pace e di pienezza di vita, nel senso più vasto di tali parole, con frutti duraturi nella vita quotidiana e oltre lo stesso percorso terreno”.
Al termine della liturgia, il vescovo di Trento, mons. Lauro Tisi, come accade dall’inizio del suo episcopato in occasione del patrono, ha fatto dono della sua nuova Lettera alla comunità, intitolato ‘La scommessa’: “Parto da una domanda chiaramente provocatoria: su chi o che cosa scommettiamo nella nostra vita? Preferiamo tirare a sorte, sfidando la fortuna come capita a sempre più persone, anche nel nostro Trentino, alle prese con la piaga del gioco d’azzardo?
La proposta che vi faccio, a chi crede e a chi non crede è: scommettiamo sulla mitezza, come l’ha declinata Gesù. Non la virtù di chi rinuncia alla responsabilità o si nasconde, ma la virtù di chi dice: voglio che esista il tuo pensiero e la tua vita. Se oseremo la mitezza potremmo dare speranza e futuro a un mondo che è travolto da tanta violenza”.
La lettera è un invito a vivere la ‘mitezza’ di Gesù: “La mitezza di Gesù, fino al fare spazio alla condanna, alla passione e alla morte nell’abbraccio della croce, vede protagonista lo Spirito Santo. Egli fa sì che Gesù sia Uomo mite, perché consente agli occhi del Figlio di far suo lo sguardo mite del Padre. La mitezza è dunque straordinario dono dello Spirito Santo. E’ il trionfo della Comunione trinitaria. Un Dio (per dirla con Elmar Salmann) libero e liberante, Madre ma senza essere asfissiante, Padre ma non paternalista, spazio di comunione”.
Da qui la richiesta alla comunità cristiana di vivere la mitezza: “Invito ogni comunità cristiana trentina a chiedere il dono dello Spirito Santo per coltivare la mitezza. Una Chiesa capace di rilanciare la vita, abitata dallo Spirito, come trionfo della mitezza. Ci è chiesto di abbandonare un modello di Chiesa tendenzialmente triste e immusonita per abbracciare una Chiesa che guarda al mondo e al tempo in cui vive non con risentimento o con ostilità, ma con gli occhi dell’amore inclusivo di Gesù.
Anziché attardarci a lamentare l’assenza di partecipazione alle nostre liturgie, perché non provare piuttosto a immaginare e spenderci per dar vita a un’Eucarestia che sia festa per la possibilità di attingere alla stessa mitezza di Dio? La realtà sembrerebbe impedire un simile desiderio: la guerra alle porte di casa, la crisi ambientale, diffuse difficoltà relazionali che spesso sfociano in feroce aggressività, l’insicurezza lavorativa, la disaffezione alla partecipazione a più livelli, dalla politica alla vita associativa, a quella ecclesiale”.
Due gli esempi di mitezza ricordati nella lettera pastorale: il compianto prete trentino don Renzo Caserotti da poco scomparso e un giovane trentino, Alfredo Dall’Oglio, emigrato da Borgo alla Francia, attivo nella gioventù operaia cattolica e morto in un campo di concentramento a Berlino nel 1944, a soli 23 anni.
(Foto: diocesi di Trento)
Da Verona un invito a rendere attuale la Dottrina Sociale della Chiesa
Si è conclusa domenica scorsa presso il Palazzo della Gran Guardia a Verona, la XIII edizione del Festival della Dottrina Sociale, intitolato quest’anno ‘#Soci@almenteliberi’: la povertà e l’esclusione sociale sono stati i temi del panel finale, aperto da Giovanni Mantovani, presidente della Fondazione della Comunità Veronese, durante il quale Walter Nanni, responsabile dell’Ufficio Studi di Caritas Italiana, ha spiegato come “la povertà in Italia sia un fenomeno strutturale e non più residuale come in passato. Una povertà che oggi ha sempre più i tratti dell”ereditarietà. Tra i paesi europei il nostro è quello in cui la trasmissione inter-generazionale delle condizioni di vita sfavorevoli risulta più intensa”.
La regola di San Francesco compie 800 anni
Ad Assisi fino al 16 settembre si celebra ancora una volta il ‘Cortile dei Gentili’. 30 appuntamenti con incontri, spettacoli, esperienze guidate e attività per i più piccoli nel consueto appuntamento del ‘Cortile dei bambini’, concluso dalla compagnia delle ‘Donne del Muro Alto’ (composta da ex detenute del carcere di Rebibbia di Roma) con la rappresentazione teatrale di ‘Medea in sartoria’ nella piazza Inferiore di san Francesco alle ore 21.00 di sabato 16 settembre.



























