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Giuseppe Falanga: la liturgia nutre la speranza
Nel mese di agosto la 75^ Settimana Liturgica Nazionale è stata ospitata dall’arcidiocesi di Napoli con il titolo ‘Tu sei la nostra speranza. Liturgia: dalla contemplazione all’azione’, a cui hanno partecipato quasi 500 studiosi e religiosi, aperta dai Vespri presieduti dal card. Mimmo Battaglia, mentre il segretario di Stato vaticano, il card. Pietro Parolin, ha fatto la prolusione dal titolo: ‘La liturgia nutre e vivifica la speranza’, in quanto la contemplazione ‘è l’atteggiamento di colui che riconosce il dono di Dio nella liturgia, ossia il Mistero pasquale di Cristo. Ne riconosce la presenza nei sacramenti, in particolare nel sacrificio eucaristico, nella parola, nel ministro, nell’assemblea”.
Nell’omelia che ha iniziato la Settimana Liturgica il card. Mimmo Battaglia aveva sottolineato che il fulcro della liturgia è il silenzio: “Quanto è importante il silenzio, quel silenzio che come un varco misterioso si apre ogni volta che come popolo di Dio ci raduniamo, ogni volta che celebriamo, ogni volta che il tempo dell’uomo si lascia attraversare dalla bellezza dell’Eterno.
Una bellezza che resta dentro, che trasforma il cuore, che si traduce in gesti interiori ed esteriori capaci di dar vigore alla speranza. Quella vera. Quella che non delude. Si, se oggi siamo qui, nel cuore di questo giubileo della Speranza, è proprio perché crediamo che anche la Liturgia è e può esser sempre più culla di speranza! E questo perché la Liturgia non è un orpello antico, non roba da iniziati, non è un rito freddo. Anzi, è un incendio”.
Quindi la Settimana Liturgica ha messo al centro della vita liturgica la speranza, nutrita da essa; a distanza di un mese dalla conclusione di questa settimana ed a pochi mesi dalla conclusione del giubileo abbiamo chiesto al teologo Giuseppe Falanga, consigliere nazionale del CAL (Centro di Azione Liturgica), direttore responsabile della Rivista di Teologia ‘Asprenas’ e docente di Liturgia alla Pontificia Università della Santa Croce di Roma di raccontarci il motivo per cui la Settimana Liturgica ha riflettuto sulla speranza:
“La Settimana Liturgica Nazionale si è celebrata in quest’Anno Giubilare, e non poteva non trattare della speranza. Il tema, infatti, riprendeva l’espressione dell’antico inno ‘Te Deum’, che proclama ‘Cristo nostra speranza’. Così, lodando Gesù Cristo, riconosciamo che solo in lui ‘non saremo confusi in eterno’. Mi colpisce sempre questo passaggio conclusivo dell’inno, perché ci permette di comprendere che l’opposto della speranza non è la ‘disperazione’, come si potrebbe immaginare, ma la ‘confusione’. Sì, la confusione (ed il conseguente disorientamento) è il vero dramma, perché rappresenta la tendenza insidiosa a ritenere importanti e valevoli stili, atteggiamenti e comportamenti che non sono oggettivamente autentici; purtroppo, anche nelle azioni liturgiche!”
Allora, perché la liturgia ‘nutre’ la speranza?
“Noi cristiani crediamo che la liturgia è e può essere sempre più culla di speranza. E questo perché, come ha detto il mio arcivescovo, il card. Battaglia, all’omelia dei Vespri che hanno aperto i lavori, ‘la liturgia non è un orpello antico, non un rito freddo. Anzi, è un incendio. E’ la memoria viva di un Amore che ha attraversato la morte, che l’ha vinta, e che ogni giorno continua a risorgere nei frammenti della nostra vita’. Sì, la liturgia è il grembo in cui si genera la fede, la mensa su cui si nutre la carità, la casa dove abita la speranza”.
Quanto è importante la liturgia nella vita ecclesiale?
“Semplicemente si tratta di ricomprendere la liturgia come luogo in cui Dio dà forma al cristiano, mantenendo cioè salda la fede nella presenza, manifestazione e comunicazione di Dio nel rito e attraverso il rito. Senza questa fede radicale ogni discorso resterebbe su un piano meramente antropologico e, pur nella sua validità di sapere umano, ben poco aggiungerebbe alla nostra esperienza celebrativa”.
In quale modo la liturgia si fa vita?
“Partecipare alla liturgia significa partecipare alla vita, alla morte e alla risurrezione di Gesù, morire e risorgere veramente con lui, donare veramente la nostra vita. Partecipare significa lasciare che lo Spirito di Dio operi in noi per completare l’opera di Cristo sulla terra. Partecipare significa vivere la vita di Gesù: donarci completamente agli ultimi e ai sofferenti. Partecipare significa ‘non vivere più per noi stessi ma per Dio’. Altrimenti, come potremmo dire ‘Amen’ ad una preghiera?”
Come è possibile passare dalla contemplazione all’azione attraverso la liturgia?
“Il segreto è essere contempl-attivi, come amava dire don Tonino Bello. Il ‘contemplattivo’ unisce la preghiera all’azione e fa dell’azione la sua preghiera. Riesce a equilibrare le parti, perché è mosso dallo Spirito che tutto porta all’unità. Il dramma di oggi è fare sintesi: troppa analisi, poca sintesi personale e di gruppo”.
In quale modo si realizza una Chiesa eucaristica?
“La liturgia cristiana è scandita da parole fortemente orientate all’impegno: ‘Andate ed annunciate il Vangelo’, ‘Glorificate il Signore con la vostra vita’. Il ‘mandatum’ conclusivo della Messa non è un congedo, ma un invio missionario, perché l’Eucaristia plasma comunità di carità attiva. Dunque, la Celebrazione eucaristica, se vissuta autenticamente, educa alla carità effettiva verso tutti, specialmente verso i poveri, quelli che soffrono la fame nel mondo, i prigionieri, i carcerati e gli infermi”.
(Foto: CAL)
Papa Leone XIV: la speranza nasce nel silenzio
“Cari fratelli e sorelle, nel nostro cammino di catechesi su Gesù nostra speranza, oggi contempliamo il mistero del Sabato Santo. Il Figlio di Dio giace nel sepolcro. Ma questa sua ‘assenza’ non è un vuoto: è attesa, pienezza trattenuta, promessa custodita nel buio. E’ il giorno del grande silenzio, in cui il cielo sembra muto e la terra immobile, ma è proprio lì che si compie il mistero più profondo della fede cristiana. E’ un silenzio gravido di senso, come il grembo di una madre che custodisce il figlio non ancora nato, ma già vivo”: oggi nell’udienza generale papa Leone XIV, riprendendo il ciclo di catechesi che si svolge lungo l’intero Anno Giubilare, ‘Gesù Cristo nostra speranza’, ha incentrato la sua meditazione sul tema della morte.
Ha descritto la deposizione del corpo di Cristo come nel giardino dell’Eden: “Il corpo di Gesù, calato dalla croce, viene fasciato con cura, come si fa con ciò che è prezioso. L’evangelista Giovanni ci dice che fu sepolto in un giardino, dentro ‘un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto’. Nulla è lasciato al caso. Quel giardino richiama l’Eden perduto, il luogo in cui Dio e l’uomo erano uniti. E quel sepolcro mai usato parla di qualcosa che deve ancora accadere: è una soglia, non un termine. All’inizio della creazione Dio aveva piantato un giardino, ora anche la nuova creazione prende avvio in un giardino: con una tomba chiusa che, presto, si aprirà”.
Ed è interessante che ciò è avvenuto di sabato: “Il Sabato Santo è anche un giorno di riposo. Secondo la Legge ebraica, nel settimo giorno non si deve lavorare: infatti, dopo sei giorni di creazione, Dio si riposò. Ora anche il Figlio, dopo aver completato la sua opera di salvezza, riposa. Non perché è stanco, ma perché ha terminato il suo lavoro. Non perché si è arreso, ma perché ha amato fino in fondo. Non c’è più nulla da aggiungere. Questo riposo è il sigillo dell’opera compiuta, è la conferma che ciò che doveva essere fatto è stato davvero portato a termine. E’ un riposo pieno della presenza nascosta del Signore”.
E’ un monito a saper dare importanza ai momenti essenziali della vita: “Noi facciamo fatica a fermarci e a riposare. Viviamo come se la vita non fosse mai abbastanza. Corriamo per produrre, per dimostrare, per non perdere terreno. Ma il Vangelo ci insegna che saperci fermare è un gesto di fiducia che dobbiamo imparare a compiere. Il Sabato Santo ci invita a scoprire che la vita non dipende sempre da ciò che facciamo, ma anche da come sappiamo congedarci da quanto abbiamo potuto fare”.
Ed il silenzio è essenziale per la Parola di Dio: “Nel sepolcro, Gesù, la Parola vivente del Padre, tace. Ma è proprio in quel silenzio che la vita nuova inizia a fermentare. Come un seme nella terra, come il buio prima dell’alba. Dio non ha paura del tempo che passa, perché è Signore anche dell’attesa. Così, anche il nostro tempo “inutile”, quello delle pause, dei vuoti, dei momenti sterili, può diventare grembo di risurrezione. Ogni silenzio accolto può essere la premessa di una Parola nuova. Ogni tempo sospeso può diventare tempo di grazia, se lo offriamo a Dio”.
Infatti nel silenzio avviene la resurrezione: “Gesù, sepolto nella terra, è il volto mite di un Dio che non occupa tutto lo spazio. E’ il Dio che lascia fare, che attende, che si ritira per lasciare a noi la libertà. E’ il Dio che si fida, anche quando tutto sembra finito. E noi, in quel sabato sospeso, impariamo che non dobbiamo avere fretta di risorgere: prima occorre restare, accogliere il silenzio, lasciarci abbracciare dal limite”.
Concludendo l’udienza generale il papa ha invitato ad alimentare la speranza nel silenzio: “A volte cerchiamo risposte rapide, soluzioni immediate. Ma Dio lavora nel profondo, nel tempo lento della fiducia. Il sabato della sepoltura diventa così il grembo da cui può sgorgare la forza di una luce invincibile, quella della Pasqua.
Cari amici, la speranza cristiana non nasce nel rumore, ma nel silenzio di un’attesa abitata dall’amore. Non è figlia dell’euforia, ma dell’abbandono fiducioso. Ce lo insegna la Vergine Maria: lei incarna questa attesa, questa fiducia, questa speranza. Quando ci sembra che tutto sia fermo, che la vita sia una strada interrotta, ricordiamoci del Sabato Santo”.
Quindi nel silenzio è possibile accogliere la ‘sorpresa’ di Dio: “Anche nel sepolcro, Dio sta preparando la sorpresa più grande. E se sappiamo accogliere con gratitudine quello che è stato, scopriremo che, proprio nella piccolezza e nel silenzio, Dio ama trasfigurare la realtà, facendo nuove tutte le cose con la fedeltà del suo amore. La vera gioia nasce dall’attesa abitata, dalla fede paziente, dalla speranza che quanto è vissuto nell’amore, certo, risorgerà a vita eterna”.
Ed al termine dell’udienza generale papa Leone XIV ha rivolto un appello affinché cessino le guerre nel mondo e si rispetti la dignità dell’uomo: “Esprimo la mia profonda vicinanza al popolo palestinese a Gaza, che continua a vivere nella paura e a sopravvivere in condizioni inaccettabili, costretto con la forza a spostarsi ancora una volta dalle proprie terre. Davanti al Signore Onnipotente che ha comandato: ‘Non ucciderai’ ed al cospetto dell’intera storia umana, ogni persona ha sempre una dignità inviolabile, da rispettare e da custodire. Rinnovo l’appello al cessate-il-fuoco, al rilascio degli ostaggi, alla soluzione diplomatica negoziata, al rispetto integrale del diritto umanitario internazionale. Invito tutti ad unirsi alla mia accorata preghiera, affinché sorga presto un’alba di pace e di giustizia”.
Mentre nel messaggio ai partecipanti all’VIII Congresso di Astana, in Kazakhstan, dal titolo ‘Dialogo delle Religioni: Sinergia per il Futuro’ che si svolge fino a domani, papa Leone XIV ha ricordato che quando le guide delle diverse fedi ‘si schierano insieme in difesa dei più vulnerabili’, della casa comune e delle dignità delle persone ‘testimoniano la verità che la fede unisce più di quanto divida’:
“In questa prospettiva, operare in armonia non è semplicemente una scelta pragmatica, ma un riflesso dell’ordine più profondo della realtà. E’ in sintonia con il tessuto stesso della nostra esistenza condivisa, come membri dell’unica famiglia umana… Questi impegni di alto livello si riflettono in azioni concrete: quando avvengono disastri naturali, quando i rifugiati sono costretti a fuggire, o quando famiglie soffrono a causa della povertà estrema e della fame, le comunità di fede spesso si uniscono, lavorando fianco a fianco per portare sollievo e speranza a chi è più nel bisogno”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: cura e dono sono basi di un’economia di fraternità
“Il pianeta è segnato da conflitti e divisioni, e a maggior ragione siete uniti da un forte e coraggioso ‘no’ alla guerra e dal ‘sì’ alla pace e alla fraternità. Come papa Francesco ci ha insegnato, infatti, la guerra non è la via giusta per uscire dai conflitti. ‘Sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo’ è il cammino più sapiente, il cammino dei forti.
La vostra presenza testimonia tale sapienza, che unisce le culture e le religioni, quella forza silenziosa che ci fa riconoscere fratelli e sorelle, nonostante tutte le nostre differenze”: citando l’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ papa Leone XIV ha accolto in udienza i partecipanti al ‘World Meeting on Human Fraternity’, in programma a Roma fino a domani con 15 tavoli tematici su argomenti come agricoltura, ambiente, sostenibilità, lavoro, intelligenza artificiale, arte, sport, politica.
Nel dare il benvenuto papa Leone XIV ha proposto il racconto biblico della Genesi: “Secondo il racconto biblico, il primo rapporto fraterno, quella tra Caino e Abele, fu subito drammaticamente conflittuale. Tuttavia, quel primo omicidio non deve indurre a concludere: ‘è sempre andata così’. Per quanto antica, per quanto diffusa, la violenza di Caino non si può tollerare come ‘normale’. Al contrario, la norma risuona nella domanda divina rivolta al colpevole: ‘Dov’è tuo fratello?’ E’ in questa domanda la nostra vocazione, la regola, il canone della giustizia. Dio non si vendica di Abele con Caino, ma gli pone una domanda che accompagna tutto il cammino della storia”.
Quindi tale domanda di Dio è importante rivolgerla oggi all’umanità: “Questa stessa domanda, oggi più che mai, va fatta nostra, come principio di riconciliazione. Interiorizzata, risuonerà così: ‘Fratello, sorella, dove sei?’ Dove sei nel business delle guerre che spezzano le vite dei giovani costretti alle armi, colpiscono i civili, bambini, donne e anziani indifesi, devastano città, campagne e interi ecosistemi, lasciando dietro di sé solo macerie e dolore?
Fratello, sorella, dove sei tra i migranti disprezzati, imprigionati e respinti, tra quelli che cercano salvezza e speranza e trovano muri e indifferenza? Dove sei, fratello, quando i poveri vengono incolpati della loro povertà, dimenticati e scartati, in un mondo che stima più il profitto delle persone? Fratello, sorella, dove sei in una vita iperconnessa ma in cui la solitudine corrode i legami sociali e ci rende estranei anche a noi stessi?”
Di fronte a tali domande non resta che il silenzio: “La risposta non può essere il silenzio. E una risposta siete voi, con la vostra presenza, il vostro impegno e il vostro coraggio. La risposta è la scelta di un’altra direzione di vita, di crescita, di sviluppo”.
La domanda biblica è interessante perché non isola dal mondo: “Riconoscere che l’altro è un fratello, una sorella, significa liberarci dalla finzione di crederci figli unici e anche dalla logica dei soci, che stanno insieme solo per interesse. Non è soltanto l’interesse a farci vivere insieme. Le grandi tradizioni spirituali e anche la maturazione del pensiero critico ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e negano chi è diverso”.
Ed ha ripreso il concetto espresso da papa Francesco di ‘amicizia sociale’, che sfocia nella fraternità: “E’ interessante che nella Bibbia, come ci ha fatto scoprire l’esegesi scientifica, sono i testi più recenti e più maturi a narrare una fraternità che supera i confini etnici del popolo di Dio e che si fonda nella comune umanità.
Lo testimoniano i racconti di creazione e le genealogie: una sola è l’origine dei diversi popoli (anche dei nemici) e la Terra, coi suoi beni, è per tutti, non per alcuni… La fraternità è il nome più vero della prossimità. Essa significa ritrovare il volto dell’altro. E nel volto del povero, del rifugiato, anche dell’avversario, riconoscere il Mistero: per chi crede, l’immagine stessa di Dio”.
E’ un’esortazione a trovare nuove modalità di ‘carità sociale’: “Cari amici, vi esorto a individuare percorsi, locali e internazionali, che sviluppino nuove forme di carità sociale, di alleanze tra saperi e di solidarietà tra le generazioni. Siano percorsi popolari, che includano anche i poveri, non come destinatari di aiuto, ma come soggetti di discernimento e di parola. Vi incoraggio a proseguire in questo lavoro di semina silenziosa”.
E da questa ‘semina’ può nascere una nuova vita economica e sociale partecipativa: “Da essa può nascere un processo partecipativo sull’umano e sulla fraternità, che non si limiti a elencare i diritti, ma includa anche azioni e motivazioni concrete che ci rendono diversi nella vita di tutti i giorni. Abbiamo bisogno di una estesa ‘alleanza dell’umano’, fondata non sul potere, ma sulla cura; non sul profitto, ma sul dono; non sul sospetto, ma sulla fiducia. La cura, il dono, la fiducia non sono virtù per il tempo libero: sono pilastri di un’economia che non uccide, ma intensifica e allarga la partecipazione alla vita”.
Inoltre ha ringraziato i partecipanti per la creatività dei messaggi: “Desidero ringraziare gli artisti che, con la loro creatività, lanceranno questo messaggio al mondo, dal magnifico abbraccio del colonnato del Bernini. Un ringraziamento speciale va agli illustri Premi Nobel presenti, sia per aver redatto la Dichiarazione sulla fraternità umana del 10 giugno 2023, sia per la testimonianza che danno nei consessi internazionali”.
Infine ha concluso l’incontro con l’invito del vangelo di san Giovanni: “Continuate a far crescere la spiritualità della fraternità attraverso la cultura, i rapporti di lavoro, l’azione diplomatica. Portate sempre nel cuore le parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni: ‘Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri’. Vi accompagni e vi sostenga la mia benedizione”.
E domani alle ore 21.00 in piazza san Pietro ci sarà il concerto gratuito ‘Grace for the World’ con artisti di fama internazionale, tra cui Andrea Bocelli, Pharrell Williams, John Legend, Karol G. La serata sarà resa unica da uno spettacolo di 3500 droni che illumineranno il cielo sopra la cupola di san Pietro.
(Foto: Santa Sede)
‘Davanti a Te’, il nuovo disco di Kantiere Kairòs: un concept-album dedicato all’adorazione eucaristica
E’ uscito domenica 8 giugno, solennità liturgica di Pentecoste, ‘Davanti a Te’: il nuovo disco del Kantiere Kairòs, band cosentina di musica cristiana, è un concept-album interamente dedicato all’adorazione eucaristica con tredici composizioni che accompagnano dalla preghiera più intima all’invocazione comunitaria.
Aperto dal prologo ‘Vertigine dentro (Nel silenzio)’, brano dedicato all’incontro personale nella preghiera con Dio, il disco (il quinto realizzato in studio dopo ‘Il soffio’, ‘Il seme’, ‘Cantate inni’ ed ‘Il sale’) termina con l’epilogo ‘Arde’, effetto e sintesi dell’incontro avuto, che racchiude musicalmente il senso del viaggio compiuto. In mezzo, l’incontro con Gesù, in un crescendo di lode e abbandono, verso un’esplosione di gioia e festa. Nell’album anche 4 brani già editi (‘Il soffio’, ‘Lodeterna’, ‘Tutto va bene’, ‘Non temo niente’), nuovamente arrangiati in una diversa tonalità per renderli più adatti al canto assembleare.
La band è formata da Antonello Armieri (voce e chitarra acustica), Davide Capitano (basso), Gabriele Di Nardo (batteria) e Jo Di Nardo (chitarre). Da sottolineare alcune collaborazioni artistiche di pregio: ‘Tutto va bene’ in duetto con Marta Falcone; ‘Tabor’ con The NuVoices Project, ensemble vocale di Udine diretto dal Maestro Rudy Fantin (hammond); ‘Canto il Tuo nome’ con Jeremy Di Sano(PDG Worship) alle tastiere e la collaborazione del coro dell’Unità pastorale di Rogliano (Cosenza) diretto dal Maestro Luigi Vizza.
Antonello Armieri, voce, chitarra acustica e autore dei brani, racconta l’ispirazione alla base del nuovo concept album, nata durante un’intensa esperienza di adorazione notturna nei boschi della Sila, durante una Giornata diocesana della Gioventù: “Quella notte ci colpì la fede di tanti giovani che, nonostante il freddo, restavano in preghiera ascoltando musica in cuffia. Ci siamo chiesti: può Dio parlare anche attraverso ciò che ascoltiamo? Da questa domanda è nato un lavoro musicale pensato per essere pregato, ascoltato, vissuto come un momento di intimità con Gesù Eucaristia.
L’intento del disco è dare voce a chi resta in silenzio davanti all’Eucaristia, quando non servono più parole, ma solo la presenza. Il disco è concepito come un percorso da ascoltare interamente: dall’invito iniziale al silenzio fino alla conclusiva ‘Arde’, che racchiude il cuore dell’esperienza vissuta. Ogni brano nasce da un profondo confronto tra i membri della band, coniugando sensibilità personali, unità di intenti e una visione musicale condivisa”.
Registrato quasi interamente in presa diretta a Bologna nei prestigiosi studi Fonoprint, il disco è stato prodotto da Andrea Marco Ricci, fondatore de La Gloria, casa discografica ed edizione musicale cristiana, che annovera tra i propri artisti anche The Sun, Reale, Debora Vezzani: “L’atmosfera sonora di questo concept-album è stata pensata per l’obiettivo a cui questa musica è destinata: partendo dalle sonorità rock della band, è caratterizzata da atmosfere dolci, tonde, fra il jazz, l’acustico, il folk e il post-rock, delicatezze rare e incursioni di altre sonorità e voci, singole o corali.
Abbiamo cercato di vestire ogni brano con una sua originalità, pur mantenendo l’omogeneità del progetto. Siamo consapevoli che è decisamente contro corrente realizzare un prodotto della durata di un’ora complessiva di ascolto continuativo, in un mondo in cui la fruizione è veloce, ma vogliamo proporre un’esperienza immersiva”.
Anticipato dai videoclip di ‘Vertigine dentro (Nel silenzio)’ ed ‘Arde’, il disco è disponibile su tutte le piattaforme, gli store e in formato Compact Disc. Sarà presentato ufficialmente in Calabria il 27 giugno alle ore 21.00 nel chiostro del convento di San Francesco di Paola a Pedace in Casali del Manco (Cosenza): un luogo suggestivo dove il canto punteggerà l’adorazione eucaristica e la preghiera comunitaria.
La scelta è dettata dal fatto che da poche settimane la struttura è stata affidata alla Fraternità francescana mariana ‘Amici di Gesù Buon Pastore’. Il co-fondatore di questa famiglia religiosa, padre Domenico Greco, è stato il primo cantante della band dagli esordi, nel 1994, fino al 2009, quando ha iniziato il suo percorso da consacrato: “Ci è sembrato naturale chiedere a lui e al fondatore padre Maurizio Vaccaro di poter presentare nel loro convento il nuovo album, interamente dedicato all’adorazione”.
Nel frattempo il Kantiere Kairòs prosegue il suo tour di concerti in tutta Italia: l’8 giugno a Ceglie Messapica (Brindisi), il 19 a Medicino e il 20 a Vadue di Carolei (Cosenza), il 28 a Roma e il 29 a Praia a Mare (Cosenza), mentre a luglio la band calabrese sarà il 3 a Labico (Roma), il 12 a Montichiari (Brescia), il 29 di nuovo a Roma. Nuove date sono in attesa di conferma e verranno inserite nella pagina dedicata al tour all’interno del sito ufficiale (https://kantierekairos.it/tour/).
Info: www.kantierekairos.it facebook kantierekairos instagram kantiere_kairos Youtube Kantiere Kairòs
Le associazioni per salvare i bambini a Gaza
Diverse fonti hanno rivelato a Sky News Arabia che è sempre più probabile che ‘il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, annunci un cessate il fuoco a Gaza nei prossimi giorni’, aggiungendo che ‘l’annuncio di Trump avverrà nell’ambito di un accordo che include il rilascio degli ostaggi israeliani’. Nel frattempo, oggi, in occasione della Giornata di Gerusalemme, alcune decine di giovanissimi israeliani hanno marciato tra le viuzze del suq (il mercato della Città Vecchia), prendendo a calci porte di negozi, urlando insulti razzisti, sputando su passanti e cantando cori d’odio, mentre alcuni testimoni, tra i quali alcuni membri dell’organizzazione pacifista israelo-palestinese ‘Standing Together’, hanno riferito che la polizia di guardia al mercato non ha un numero di agenti sufficiente a contrastare gli aggressori e che alcune richieste di rinforzi non hanno ricevuta risposta.
Mentre nella notte almeno 52 palestinesi sarebbero stati uccisi in due distinti attacchi aerei israeliani, tra cui un raid sulla scuola e poche ore prima, un raid aereo ha colpito una casa nel centro di Gaza City, uccidendo 19 persone. E la Croce Rossa aveva riferito che due membri del suo personale sono stati uccisi in un attacco alla loro casa, sabato, a Khan Yunis. L’uccisione di Ibrahim Eid, un ufficiale addetto alla contaminazione delle armi, e di Ahmad Abu Hilal, una guardia di sicurezza presso l’ospedale da campo della Croce Rossa di Rafah ‘indica l’intollerabile bilancio delle vittime civili a Gaza’ ha detto il Cicr, ribadendo il suo appello per un cessate il fuoco.
Intanto nei giorni scorsi le ACLI ed IPSIA, la loro ong di cooperazione internazionale, hanno preso parte alla ‘Carovana Solidale’, che ha raggiunto il valico di Rafah, al confine tra Egitto e la Striscia di Gaza. Un’iniziativa che ha voluto portare solidarietà concreta al popolo palestinese e denunciare l’inaccettabile inazione della comunità internazionale di fronte alla tragedia umanitaria in corso, come ha raccontato Italo Sandrini, vicepresidente nazionale delle ACLI:
“La cosa più inquietante è stato sentire il rumore delle bombe. Prima nella notte, in un ex hotel in disuso a pochi chilometri dal confine, con le vibrazioni dei vetri in camera. Poi mentre eravamo al valico: si sentivano questi tonfi, che mi poterò a lungo dentro, e il paradosso era che noi eravamo lì per loro, ma non potevamo fare nulla per salvarli. Loro erano là dentro.
E’ stato un senso di impotenza mai provato prima. Torniamo indietro con l’intenzione di far sentire ancora più forte la nostra voce per denunciare quello che sta succedendo a Gaza. Di fronte all’orrore che si consuma a Gaza, non possiamo permettere che cali il silenzio. Le ACLI continueranno a levare la propria voce perché si fermi la violenza, si aprano i corridoi umanitari e si riconosca pienamente la dignità del popolo palestinese. La pace non è un sogno, è un dovere politico e morale”.
Davanti all’impossibilità di entrare nella Striscia, i partecipanti alla carovana hanno dato vita a un flash mob al valico, chiedendo con forza: il cessate il fuoco immediato, la fine delle operazioni militari, lo stop alla complicità dei governi internazionali. A tal proposito Marco Calvetto, presidente nazionale di IPSIA Acli, ha sottolineato il significato dell’iniziativa: “Il senso di questa Carovana è quello di interrompere il silenzio che circonda quanto sta accadendo a Gaza. Un silenzio che si fa complicità, davanti all’inazione dei governi che non intervengono per fermare crimini contro l’umanità. A Gaza c’è una crisi umanitaria, ma anche una crisi dell’umanità. Una crisi dell’Occidente, che vede fallire il proprio modello di diritto e di giustizia costruito in decenni”.
Con tale iniziativa le ACLI hanno ribadito l’impegno per la pace: “Quanto accade a Gaza non può lasciarci indifferenti. La nostra voce continuerà a levarsi, più forte, più determinata, perché nessuno possa dire di non sapere. Le ACLI ribadiscono con forza il proprio impegno per la pace, la difesa dei diritti umani e la giustizia internazionale. Quanto accade a Gaza non può lasciarci indifferenti. La nostra voce continuerà a levarsi, più forte e più determinata, perché nessuno possa dire di non sapere”.
Altro appello con petizione online è stato lanciato questa mattina da Flavio Lotti, presidente Fondazione ‘PerugiAssisi per la Cultura della pace’ e da Marco Mascia, presidente Centro Diritti Umani ‘Antonio Papisca’ dell’Università di Padova: “Diamo il via ad una grande ‘Operazione di Salvataggio’. Salviamo i ‘sopravviventi’ di Gaza! L’Italia invii a Gaza le nostre due portaerei cariche di aiuti e soccorritori…
silenzio,Salviamoli! Non c’è altra cosa da fare. Le parole (nemmeno quelle di condanna) non fermano lo sterminio. Dobbiamo andare a salvarli! Questo chiediamo al governo italiano! Non basta nemmeno il riconoscimento dello Stato di Palestina. L’Italia lo deve fare, ma non basta. Quello che serve ora è andare a salvare le persone che stanno per essere sterminate”.
Quindi Mascia e Lotti hanno chiesto di far “partire subito le due portaerei italiane Cavour e Garibaldi e tutte le navi che abbiamo a disposizione. Carichiamole di aiuti e affidiamo ai nostri militari il compito di consegnarli al personale delle agenzie dell’Onu ed alle organizzazioni della società civile che ancora resiste nel cimitero di Gaza. Facciamo in modo che tutti i bambini e le bambine possano riceverli. Nessuno escluso. Di fronte all’inazione dell’Unione europea, l’Italia faccia partire subito una grande Operazione di salvataggio per i bambini e le bambine di Gaza. Rispondiamo all’impensabile, con l’impensabile”.
Infine nel sito l’Azione Cattolica Italiana ha raccolto la testimonianza di Elia Giovanni, pseudonimo di un associato, che da un paio d’anni vive in Terra Santa prestando servizio in una casa-famiglia: “Cara Azione cattolica, in un mondo in cui l’informazione viaggia più veloce dei razzi che cadono su Gaza, non possiamo più permetterci il lusso dell’ipocrisia. Il tempo dei doppi standard è finito. Il silenzio, oggi più che mai, è una complicità attiva. E’ una bomba sganciata con discrezione. E’ un’arma che non fa rumore, ma uccide ugualmente.
La differenza di trattamento tra i conflitti globali è un’ingiustizia che grida vendetta. Abbiamo assistito, giustamente. a una mobilitazione senza precedenti a sostegno del popolo ucraino, invaso da una potenza straniera. Abbiamo visto i media occidentali riempirsi di bandiere gialloblù, i governi stanziare miliardi, la solidarietà umana trasformarsi in aiuto concreto. Ma di fronte al genocidio in corso a Gaza, il mondo trattiene il fiato. O, peggio, tace”.
Il testimone invita a prendere posizione non contro un popolo, ma contro un governo: “Non si tratta di schierarsi contro un popolo, ma contro un governo che infrange sistematicamente il diritto internazionale. E’ possibile, e doveroso. denunciare i crimini di un regime senza essere accusati di antisemitismo. E’ possibile difendere la dignità dei civili palestinesi senza negare quella degli israeliani. La sofferenza non è una gara: il dolore di una madre israeliana il 7 ottobre è identico a quello di una madre palestinese che perde tre figli sotto le macerie a Rafah. Ma a differenza della narrazione che ci viene servita, c’è un contesto, una causa e, soprattutto, c’è un modo per fermare tutto questo”.
Ed ha concluso la testimonianza con l’invito a non rimanere in silenzio: “Il silenzio è una forma di violenza. E’ il carburante che alimenta ogni futuro crimine. Eppure, ciò che resta ancora più inascoltato è la voce di tanti ebrei, dentro e fuori Israele, che si oppongono con forza al proprio governo. Uomini e donne che denunciano apertamente le politiche terroristiche, la distruzione sistematica, la morte per fame dei bambini, i massacri.
Associazioni come ‘Jewish Voice for Peace’, negli Stati Uniti, gridano da anni contro l’apartheid israeliano e chiedono il rispetto dei diritti umani per i palestinesi, opponendosi pubblicamente alla violenza e al sostegno militare degli Stati Uniti a Israele. In Israele, organizzazioni come B’Tselem, autorevole centro per i diritti umani, hanno definito apertamente il regime imposto ai palestinesi come un sistema di apartheid. Denunciano, documentano, resistono. E spesso pagano un prezzo altissimo per il loro coraggio…
. Il genocidio subito non può mai essere un lasciapassare per infliggerne uno nuovo. Il dolore non può essere monopolizzato. La memoria non può essere armata, la giustizia non può essere selettiva. Non ci può essere pace senza giustizia, né giustizia se non per tutti. Senza distinzione alcuna. Il mondo ha già sbagliato troppe volte nella storia. Stavolta, però, non potremo dire ‘non lo sapevamo’. Perché lo sappiamo. E perché non c’è più tempo”.
La Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe: vera icona della famiglia cristiana
La famiglia di Nazaret è particolare: in essa si apprende l’amore totale e puro che deve vigere tra i coniugi e tra genitori e figli. La liturgia oggi ci invita a Nazareth dove Gesù proclama il ‘Vangelo della famiglia’. Nel mistero dell’amore di Dio Gesù nasce, cresce e vive in una famiglia; nel disegno divino la famiglia è la comunità mirabile chiamata a rispecchiare la famiglia divina: la Santissima Trinità; i genitori ricevono da Dio il dono dei figli, ma non ne sono padroni; loro compito precipuo è ‘educare’, parola significativa che significa ‘tirare fuori’, fare emergere qualcosa.
Come da un blocco di marmo si tira fuori una statua, così i genitori fanno emergere la personalità del figlio, i talenti che ha ricevuto dal Signore e il progetto che Dio ha avuto nel creare quell’anima a sua immagine. I figli infatti si fanno in tre: i genitori preparano il corpo e Dio infonde l’anima spirituale, immortale. Nel progetto divino ogni uomo ha un ruolo da compiere, un progetto da realizzare.
Il Vangelo oggi presenta Gesù dodicenne: la famiglia di Nazareth è una famiglia, come le altre, dove si sperimentano prove, difficoltà, dolori. La sacra Famiglia ha sperimentato prove terribili come la strage degli innocenti, che costrinse Maria e Giuseppe a dovere emigrare in Egitto per salvaguardare la vita al bambino Gesù.
Oggi la liturgia ci invita a celebrare questa mirabile ‘icona’ in cui Gesù appare al centro dell’affetto e delle premure di Maria e Giuseppe. La casetta di Nazareth è divenuta infatti una vera scuola dove si impara a meditare, ascoltare e a cogliere il significato profondo dell’incarnazione del Verbo eterno; essa ci insegna il silenzio, come affermava il pontefice Benedetto XVI: ‘atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito’.
Il Vangelo oggi ci parla del pellegrinaggio effettuato dalla sacra famiglia a Gerusalemme ed è colta in un momento particolare: non nella vecchiaia o nel giro di nozze ma assieme a Gesù, appena dodicenne, quando è ancora assai vivo il senso di responsabilità per l’educazione dei figli e per la stabilità dell’amore. Maria e Giuseppe sono uniti nell’adempiere ciascuno il proprio ruolo: sono uniti davanti a Dio; prendono parte allo svolgimento della vita sociale; badano con responsabilità alle esigenze del figlio.
Quando Gesù si smarrisce lo cercano per tre giorni e, trovatolo, Maria dolcemente richiama Gesù: ‘Figlio, perchè ci hai fatto questo? tuo padre ed io , angosciati, ti cercavamo’. E Gesù: ‘Perchè mi cercavate? non sapete che devo occuparmi delle cose del Padre mio?’ Risposta mirabile: Gesù ha un ruolo, una missione per la quale si è incarnato. Il Vangelo conclude: la sacra famiglia ritornò a Nazareth, Gesù era loro sottomesso e cresceva in età, sapienza e grazia. Nell’opera educativa condizione essenziale è l’amore reciproco dei genitori, questo infatti è il dono più grande che i genitori possono offrire ai figli.
Dice Maria: tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo; un amore congiunto con una unica finalità. Educare infatti non è comandare ma dialogo sincero nel rispetto della personalità dei figli. Educare per Dio e in nome di Dio. La famiglia rimane così la realtà fondamentale a salvaguardia di una società libera e solidale, anche se oggi essa viene sottoposta ad attacchi e sfide come la miseria, la disoccupazione, la mentalità contorta di tanti contrari al dono della vita come l’aborto, l’eutanasia e quell’individualismo esagerato che ignora o strumentalizza il debole.
La famiglia necessita di opportune iniziative sociali, religiose, ecclesiali; ha bisogno del sostegno del Signore, di Gesù grande e misericordioso. La famiglia di Nazareth rimane oggi la vera icona a cui fare riferimento. Il matrimonio è l’alleanza stabile tra l’uomo e la donna, alleanza che impegna alla reciproca fedeltà e poggia sull’affidamento a Dio. La famiglia è la roccia su cui poggia la fiducia dei figli.
Card. Parolin: santa Chiara ha scelto la spoliazione di sé
“Da Assisi, in occasione di questa festa, voglio lanciare una forte preghiera ed appello per la pace in tutto il mondo. Come più volte ha ribadito il Santo Padre, la guerra è una sconfitta per tutti e non porta benefici a nessuno”: lo ha detto domenica scorsa ad Assisi, celebrando la festa di santa Chiara, il segretario di stato vaticano, card. Pietro Parolin, che ha posto l’accento sulla scelta di povertà da parte dell’assisate “che si pone come scelta di vita nella nostra società, contrassegnata dal consumismo, ossia dalla sfrenata ricerca di soddisfare i bisogni indotti dalla pressione della pubblicità e da fenomeni d’imitazione sociale, con gli inevitabili sprechi economici e l’inquinamento e l’edonismo, che considera il piacere come bene sommo dell’uomo ed il fine esclusivo della vita”.
Prima dell’inizio della cerimonia, il card. Parolin aveva ribadito la necessità di “spogliarsi di sé, come avevano fatto Chiara e Francesco: e non tanto dei beni materiali ma degli egoismi, delle proprie posizioni e pretese per aprirsi agli altri con un approccio fraterno e di pace”.
Mentre il ministro generale, p. Massimo Fusarelli, nella lettera inviata alle clarisse, aveva sottolineato il rapporto di san Francesco e di santa Chiara con Gesù: “Il fulcro è la relazione con il Signore Gesù. Se per Francesco l’incontro misterioso della Verna ha segnato un nucleo di fuoco che lo ha preparato a diventare conforme alla morte e risurrezione di Gesù Cristo nell’incontro con ‘sorella morte’, per Chiara l’incontro con il ‘suo’ Signore è stata la ragion d’essere di tutta la sua esistenza di donna, vissuta nel segno dell’appartenenza totale a Lui”.
Ed ha raccontato il silenzio sperimentato da san Francesco nel momento delle stimmate: “E’ proprio in questo contesto di silenzio e di orazione che riceve una visita misteriosa. Sulla Verna, il desiderio profondo del Poverello di seguire Cristo e di essere conformato totalmente a Lui, si compie nell’incontro con il Crocifisso. ‘Seguire le orme’ di Cristo giunge qui al culmine, sotto la spinta del ‘fervore di carità’ che infiammava ‘l’amico dello Sposo’… L’incontro con l’Amato diventa un canto di lode; perciò, Francesco, dopo l’incontro con il Crocifisso, compone le Lodi di Dio Altissimo, preghiera che sgorga da un cuore innamorato, interamente centrato nel Tu divino”.
Mentre santa Chiara ha vissuto il silenzio di Gesù nell’intimità della clausura: “Il silenzio ha avvolto la vita di Chiara con le sue sorelle e ne ha custodito la sequela di Cristo, da lei riconosciuto come il ‘Crocifisso povero’ da servire ‘con ardente desiderio’. La preghiera di Chiara si è nutrita di questa ‘visione’ interiore, maturando nella lode e nella gioia della contemplazione di Cristo, Sposo di chi ha scelto di seguirlo”.
Tali silenzi hanno creato una sintonia: “Possiamo dire allora che Chiara ha vissuto lungo tutta la sua vita il cammino di sequela che ha mosso il Poverello a ricevere il dono delle Stigmate nell’incontro di dolore e di amore con il Cristo povero e glorioso. E’ qui, credo, che lei ha potuto sperimentare una sintonia unica con il vissuto di Francesco. Certo, resta misteriosa questa corrispondenza e possiamo solo intuire qualcosa dai loro scritti”.
Di questa unione spirituale ha raccontato il ministro generale, prendendo spunto da una vetrata in una chiesa di Hong Kong: “Nella nostra chiesa parrocchiale di Hong Kong ho potuto vedere una vetrata che rappresenta Chiara mentre sorregge Francesco stimmatizzato, quasi come Maria riceve il corpo di Cristo crocifisso nella ‘Pietà’. Questa immagine mi ha interrogato sull’eco di questo evento della vita di Francesco in quella di Chiara e nella sua esperienza spirituale”.
E’ un sostegno reciproco che apre alla comunione: “Mi piace pensare che Chiara ha vissuto questa dimensione con Francesco, reso così debole dai segni misteriosi impressi nel suo fragile corpo. Oso pensare che la sorella ha sostenuto il fratello nello Spirito, anzitutto nel portare il carico di una comunione tanto unica con il Cristo crocifisso.
Che cosa avrà chiesto a Francesco e alla sua relazione di fede con il Signore un simile segno? Come sarà maturata di conseguenza la sua preghiera? Le Lodi e il Cantico ci fanno percepire qualcosa. Quale sofferenza ha vissuto per partecipare con Cristo alla riconciliazione e alla pace di tutte le creature? Come non pensare che Chiara, da parte sua, abbia sostenuto Francesco con la sua presenza discreta e la sua preghiera?”
In questo modo santa Chiara ha sostenuto san Francesco nel cammino di santità: “Credo che Chiara abbia intuito il travaglio pasquale di Francesco e vi abbia partecipato. Non a caso la sua malattia segue proprio questi eventi. Sarà stato anche questo il suo modo di sostenere Francesco e i frutti del dono di amore ricevuto? Care sorelle, vi saluto in questa memoria delle Stigmate, che ho cercato di leggere brevemente con voi sin nel cuore del vissuto di Chiara”.
(Foto: Vatican News)
Papa Francesco invita a pregare per l’unità e la pace
Giornata intensa di incontri per papa Francesco, che ha ricevuto in questo fine mese, dedicato al Sacro Cuore di Gesù, i partecipanti al Capitolo Generale della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù (Dehoniani), che hanno preso parte al Capitolo Generale della Congregazione sul tema ‘Chiamati a essere uno in un mondo che cambia. ‘Perché il mondo creda’ (Gv 17,21)’, secondo l’insegnamento del venerabile Léon Gustave Dehon, che “vi ha insegnato a ‘fare dell’unione a Cristo nel suo amore per il Padre e per gli uomini, il principio e il centro della…vita’; e a farlo legando strettamente la consacrazione religiosa e il ministero all’offerta di riparazione del Figlio, perché tutto, attraverso il suo Cuore, torni al Padre. Fermiamoci allora su questi due aspetti di ciò che vi proponete: essere uno, perché il mondo creda”.
Per questo il papa ha ribadito il bisogno dell’unità: “Sappiamo con quanta forza Gesù l’ha chiesta al Padre per i suoi discepoli, durante l’ultima Cena. E non l’ha semplicemente raccomandata ai suoi come un progetto o come un proposito da realizzare: prima di tutto l’ha chiesta per loro come un dono, il dono dell’unità. E’ importante ricordare questo: l’unità non è opera nostra, noi non siamo in grado di realizzarla da soli: possiamo fare la nostra parte, e dobbiamo farla, ma ci serve l’aiuto di Dio”.
Ma per l’unità c’è bisogno di preghiera, invitando ad avere cura della cappella: “La cappella sia il locale più frequentato delle vostre case religiose, da ciascuno e da tutti, soprattutto come luogo di silenzio umile e ricettivo e di orazione nascosta, affinché siano i battiti del Cuore di Cristo a scandire il ritmo delle vostre giornate, a modulare i toni delle vostre conversazioni e a sostenere lo zelo della vostra carità. Esso batte d’amore per noi dall’eternità e il suo pulsare può unirsi al nostro, ridonandoci calma, armonia, energia e unità, specialmente nei momenti difficili”.
La preghiera è un valido ‘aiuto’ per superare i momenti di sconforto: “Tutti, sia personalmente sia comunitariamente, abbiamo o avremo momenti difficili: non spaventarsi! Gli Apostoli ne hanno avuti tanti. Ma essere vicini al Signore perché si faccia l’unità nei momenti della tentazione. E perché ciò accada, abbiamo bisogno di fargli spazio, con fedeltà e costanza, mettendo a tacere in noi le parole vane e i pensieri futili, e portando tutto davanti a Lui… Ricordiamolo sempre: senza preghiera non si va avanti, non si sta in piedi: né nella vita religiosa, né nell’apostolato! Senza preghiera non si combina nulla”.
L’unità è la base affinché il mondo creda, come ha scritto p. Dehon: “Tante volte vediamo che questo mondo sembra aver perso il cuore. Anche nel rispondere a questa domanda può aiutarci il Venerabile Dehon. In una sua lettera, meditando sulla Passione del Signore, egli osservava che in essa ‘i flagelli, le spine, i chiodi’ hanno scritto nella carne del Salvatore una sola parola: amore”.
Solo in questo modo è possibile annunciare il Vangelo: “Ecco il segreto di un annuncio credibile, un annuncio efficace: lasciar scrivere, come Gesù, la parola ‘amore’ nella nostra carne, cioè nella concretezza delle nostre azioni, con tenacia, senza fermarci di fronte ai giudizi che sferzano, ai problemi che angustiano e alle cattiverie che feriscono, senza stancarsi, con affetto inesauribile per ogni fratello e sorella, solidali con Cristo Redentore nel suo desiderio di riparazione per i peccati di tutta l’umanità”.
Mentre nell’incontro con i partecipanti alla riunione della ROACO (Riunione Opere di Aiuto alle Chiese Orientali) papa Francesco ha ribadito la preoccupazione per i cristiani del Medio Oriente, soprattutto per la Terra Santa: “So che in questi giorni vi siete soffermati sulla drammatica situazione in Terra Santa: lì, dove tutto è iniziato, dove gli Apostoli hanno ricevuto il mandato di andare nel mondo ad annunciare il Vangelo, oggi i fedeli di tutto il mondo sono chiamati a far sentire la loro vicinanza; e a incoraggiare i cristiani, lì e nell’intero Medio Oriente, ad essere più forti della tentazione di abbandonare le loro terre, dilaniate dai conflitti. Io penso a una situazione brutta: che quella terra si sta spopolando di cristiani”.
Ed ha chiesto che la violenza cessi: “Quanto dolore provoca la guerra, ancora più stridente e assurda nei luoghi dove è stato promulgato il Vangelo della pace! A chi alimenta la spirale dei conflitti e ne trae ricavi e vantaggi, ripeto: fermatevi! Fermatevi, perché la violenza non porterà mai la pace. E’ urgente cessare il fuoco, incontrarsi e dialogare per consentire la convivenza di popoli diversi, unica via possibile per un futuro stabile. Con la guerra, invece, avventura insensata e inconcludente, nessuno sarà vincitore: tutti saranno sconfitti, perché la guerra, proprio dall’inizio, è già una sconfitta, sempre”.
Per questo ha denunciato la ‘diaspora’ dei cristiani: “Oggi tanti cristiani d’Oriente, forse come mai prima, sono in fuga da conflitti o migrano in cerca di lavoro e di condizioni di vita migliori: moltissimi, perciò, vivono in diaspora. So che avete riflettuto sulla pastorale degli orientali che risiedono fuori dal loro territorio proprio. E’ un tema attuale e importante: alcune Chiese, a causa delle massicce migrazioni degli ultimi decenni, annoverano la maggior parte dei fedeli fuori dal loro territorio tradizionale, dove la cura pastorale è spesso scarsa per la mancanza di sacerdoti, di strutture e di conoscenze adeguate. E così, chi ha già dovuto lasciare la propria terra rischia di trovarsi depauperato anche dell’identità religiosa; con il passare delle generazioni si smarrisce il patrimonio spirituale orientale, ricchezza imperdibile per la Chiesa cattolica”.
E non poteva mancare un accenno alla situazione dell’est europeo: “Penso anche al tragico dramma della martoriata Ucraina, per la quale prego e non mi stanco di invitare a pregare: si aprano spiragli di pace per quella cara popolazione, vengano liberati i prigionieri di guerra e rimpatriati i bambini. Promuovere la pace e liberare chi è recluso sono segni distintivi della fede cristiana, che non può essere ridotta a strumento di potere. In questi giorni vi siete concentrati anche sulla situazione umanitaria degli sfollati nella regione del Karabakh: grazie per tutto quello che si è fatto e che si farà per soccorrere chi soffre”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco: la preghiera rende capaci
“Per conservare la salute in vista della Veglia di domani e della Santa Messa della domenica di Pasqua, questa sera il Santo Padre Francesco seguirà la Via Crucis al Colosseo da Casa Santa Marta. I testi delle meditazioni e delle preghiere dal titolo ‘In preghiera con Gesù sulla via della croce’ proposte quest’anno per le stazioni della Via Crucis del Venerdì Santo sono state scritte dal Santo Padre”. Quindi questa sera papa Francesco, per preservare la propria salute ha seguito la ‘Via Crucis’ al Colosseo da Casa Santa Marta.
La ‘Via Crucis’ di papa Francesco è stata una preghiera intima che, nell’Anno della Preghiera, ha lasciato parlare il cuore dell’uomo, con i racconti degli incontri lungo la via dolorosa verso il Golgota sulla strada del perdono, perché Dio ci invita a rialzarci dal peccato, nonostante una condanna a morte:
“Gesù, tu sei la vita e sei condannato a morte; sei la verità e subisci un falso processo. Ma perché non reclami? Perché non alzi la voce e non spieghi le tue ragioni? Perché non confuti i dotti e i potenti come hai sempre fatto con successo? La tua reazione stupisce, Gesù: nel momento decisivo non parli, taci. Perché più il male è forte, più la tua risposta è radicale. E la tua risposta è il silenzio”.
Davanti all’ingiustizia il silenzio si trasforma in preghiera che perdona: “Ma il tuo silenzio è fecondo: è preghiera, è mitezza, è perdono, è la via per redimere il male, per convertire ciò che soffri in un dono che offri. Gesù, mi accorgo che ti conosco poco perché non conosco abbastanza il tuo silenzio; perché nella frenesia di correre e fare, assorbito dalle cose, preso dalla paura di non stare a galla o dalla smania di mettermi al centro, non trovo il tempo per fermarmi e rimanere con te: per lasciare agire te, Parola del Padre che operi nel silenzio. Gesù, il tuo silenzio mi scuote: m’insegna che la preghiera non nasce dalle labbra che si muovono, ma da un cuore che sa stare in ascolto: perché pregare è farsi docili alla tua Parola, è adorare la tua presenza”.
In effetti la preghiera è un invito a non portare da soli la propria croce: “Venire a te; io, invece, mi chiudo in me: rimugino, rivango, mi piango addosso, sprofondo nel vittimismo, campione di negatività. Venite a me: dircelo non è bastato e allora ecco che ci vieni incontro e ti carichi sulle spalle la nostra croce, per togliercene il peso. Tu questo desideri: che gettiamo in te fatiche e affanni, perché vuoi che ci sentiamo liberi e amati in te. Grazie, Gesù. Unisco la mia croce alla tua, ti porto la mia stanchezza e le mie miserie, getto in te ogni peso del cuore”.
In questa ‘Via Crucis’ le donne hanno un ruolo importante, iniziando dalla Madre: “Gesù, i tuoi ti hanno abbandonato, Giuda ti ha tradito, Pietro rinnegato: sei rimasto solo con la croce. Ma ecco tua madre. Non servono parole, bastano i suoi occhi, che sanno guardare in faccia la sofferenza e farsene carico. Gesù, nello sguardo pieno di lacrime e di luce di Maria ritrovi la memoria della tenerezza, delle carezze, delle braccia amorevoli che ti hanno sempre accolto e sostenuto. Lo sguardo materno è lo sguardo della memoria, che ci fonda nel bene”.
Il ‘ruolo’ della madre è fondamentale nella vita di ciascuno: “Non si può fare a meno di una madre che ci mette al mondo, ma neppure di una madre che ci rimette a posto nel mondo. Tu lo sai e dalla croce ci dai la tua stessa madre. Ecco tua madre, dici al discepolo, a ognuno di noi: dopo l’Eucaristia, ci dai Maria, dono estremo prima di morire. Gesù, il tuo cammino è stato confortato dal ricordo del suo amore; anche il mio cammino ha bisogno di fondarsi nella memoria del bene.
Mi accorgo, però, che la mia preghiera è povera di memoria: veloce, sbrigativa, una lista di bisogni per oggi e domani. Maria, ferma la mia corsa, aiutami a fare memoria: a custodire la grazia, a ricordare il perdono e i prodigi di Dio, a ravvivare il primo amore, a riassaporare le meraviglie della provvidenza, a piangere di gratitudine”.
Tale ‘ruolo’ è confermato dalla Veronica: “Gesù, tanti seguono il barbaro spettacolo della tua esecuzione e, senza conoscerti e senza conoscere la verità, emettono giudizi e condanne, gettando su di te infamia e disprezzo. Accade anche oggi, Signore, e non serve nemmeno un macabro corteo: basta una tastiera per insultare e pubblicare sentenze. Ma, mentre tanti urlano e giudicano, una donna si fa strada in mezzo alla folla. Non parla: agisce. Non inveisce: s’impietosisce. Va controcorrente: sola, con il coraggio della compassione, rischia per amore, trova il modo di passare tra i soldati solo per darti sul volto il conforto di una carezza”.
La donna comprende il dolore e lo allevia: “Il suo gesto passerà alla storia ed è un gesto di consolazione. Quante volte invoco consolazione da te, Gesù! Ma la Veronica mi ricorda che pure tu ne hai bisogno: tu, Dio vicino, chiedi la mia vicinanza; tu, mio consolatore, vuoi essere consolato da me. Amore non amato, anche oggi cerchi tra la folla cuori sensibili alla tua sofferenza, al tuo dolore. Cerchi veri adoratori, che in spirito e verità rimangano con te, Amore abbandonato. Gesù, accendi in me il desiderio di stare con te, di adorarti e consolarti. E fa’ che, nel tuo nome, io sia consolazione per gli altri”.
E’ un incontro particolare quello di Gesù crocifisso con le donne: “Gesù, chi ti segue fino alla fine lungo la via della croce? Non i potenti, che ti aspettano sul Calvario, non gli spettatori che stanno lontano, ma le persone semplici, grandi ai tuoi occhi e piccole a quelli del mondo. Sono le donne, a cui hai dato speranza: non hanno voce ma si fanno sentire. Aiutaci a riconoscere la grandezza delle donne, loro che a Pasqua sono state fedeli e vicine a te, ma che ancora oggi vengono scartate, subendo oltraggi e violenze. Gesù, le donne che incontri si battono il petto e fanno lamenti su di te”.
Le donne asciugano le lacrime: “Non si piangono addosso, ma piangono per te, piangono sul male e sul peccato del mondo. La loro preghiera fatta di lacrime arriva al tuo cuore. E la mia preghiera sa piangere? Mi commuovo davanti a te, crocifisso per me, davanti al tuo amore mite e ferito? Piango le mie falsità e la mia incostanza? Di fronte alle tragedie del mondo il mio cuore è di ghiaccio o si scioglie? Come reagisco alla follia della guerra, a volti di bimbi che non sanno più sorridere, a madri che li vedono denutriti e affamati e non hanno più lacrime da versare? Tu, Gesù, hai pianto su Gerusalemme, hai pianto sulla durezza del nostro cuore. Scuotimi dentro, dammi la grazia di piangere pregando e di pregare piangendo”.
Infine il corpo di Gesù è accolto dalla Madre: “Maria, dopo il tuo ‘sì’ il Verbo si fece carne nel tuo grembo; ora adagiata sul tuo grembo c’è la sua carne martoriata: quel bimbo che tenevi tra le braccia è un cadavere straziato. Eppure adesso, nel momento più sofferto, risplende la tua offerta: una spada ti trapassa l’anima e la tua preghiera continua ad essere un ‘sì’ a Dio. Maria, noi siamo poveri di ‘sì’ e ricchi di ‘se’: se avessi avuto genitori migliori, se fossi stato più compreso e amato, se mi fosse andata meglio la carriera, se non ci fosse quel problema, se solo non soffrissi più, se Dio mi ascoltasse”.
Il gesto della Madre è un invito a vivere la realtà affidandosi a Dio: “Perennemente a chiederci il perché delle cose, fatichiamo a vivere il presente con amore. Tu avresti tanti ‘se’ da dire a Dio, ma dici ancora ‘sì’. Forte nella fede, credi che il dolore, attraversato dall’amore, porta frutti di salvezza; che la sofferenza con Dio non ha l’ultima parola. E mentre tieni tra le braccia Gesù esanime, risuonano in te le ultime parole che ti ha rivolto: Ecco tuo figlio. Madre, sono io quel figlio! Accoglimi tra le tue braccia e chinati sulle mie ferite. Aiutami a dire ‘sì’ a Dio, ‘sì’ all’amore. Madre di pietà, viviamo un tempo spietato e abbiamo bisogno di compassione: tu, tenera e forte, ungici di mitezza: sciogli le resistenze del cuore e i nodi dell’anima”.
E’ una preghiera alla Madre di Dio di essere sempre al proprio fianco: “Prendimi per mano, Maria. Quando cedo alla recriminazione e al vittimismo: prendimi per mano, Maria. Quando smetto di lottare e accetto di convivere con le mie falsità: prendimi per mano, Maria. Quando indugio e non trovo il coraggio di dire ‘sì’ a Dio: prendimi per mano, Maria. Quando sono indulgente con me e inflessibile con gli altri: prendimi per mano, Maria. Quando voglio che la Chiesa e il mondo cambino, ma io non cambio: prendimi per mano, Maria”.
Ed al termine della ‘Via Crucis’ compare Giuseppe d’Arimatea, che dà valore alla preghiera, perché rende audaci: “Giuseppe: il nome che insieme a Maria sta all’alba del Natale, segna pure l’aurora della Pasqua. Giuseppe di Nazaret sognò e con coraggio prese Gesù per salvarlo da Erode; tu, Giuseppe di Arimatea, ne prendi il corpo, senza sapere che un sogno impossibile e meraviglioso si realizzerà proprio lì, nel sepolcro che hai dato a Cristo quando pensavi che lui non potesse far più nulla per te. Invece è proprio vero che ogni dono fatto a Dio riceve una ricompensa più grande.
Giuseppe di Arimatea, sei il profeta del coraggio audace. Per fare il tuo dono a un morto vai dal temuto Pilato e lo preghi, così da poter regalare a Gesù il sepolcro che avevi fatto costruire per te. La tua preghiera è tenace e alle parole seguono le opere. Giuseppe, ricordaci che la preghiera insistente porta frutto e attraversa persino il buio della morte; che l’amore non rimane senza risposta, ma regala nuovi inizi”.
(Foto: Santa Sede)
Le ‘carte’ di Pio XII, la lettera su Auschwitz e Dachau
‘Le ‘carte’ di Pio XII oltre il mito. Eugenio Pacelli nelle sue carte personali. Cenni storici e inventario’, è il titolo del volume di Giovanni Coco, che contiene un documento inedito sui campi di sterminio: si tratta di una lettera del 14 dicembre 1942, inviata dal gesuita tedesco, p. Lothar Konig al confratello, p. Robert Leiber, segretario personale di papa Pio XII, che contiene una statistica sui sacerdoti detenuti in campi di concentramento, e menziona i lager di Auschwitz e di Dachau, accennando al tragico destino degli ebrei.



























