Dai vescovi siciliani e calabresi un invito ad abbattere l’indifferenza
“Sono sinceramente dispiaciuto di non poter prendere il largo con voi ad accarezzare le martoriate acque del Mare Nostro ancora scosse e scandalizzate dall’ennesima strage (non è una tragedia!) consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche di ieri e di oggi, colpevolmente dimentiche dei diritti inalienabili dell’essere umano, in violazione del diritto internazionale e delle convenzioni sul soccorso”: queste sono le prime parole dell’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, nel messaggio inviato a ‘Mediterranea saving humans’ nel giorno in cui nel porto di Trapani si sono commemorate le persone che hanno perso la vita durante percorsi di immigrazione.
Mentre domenica 22 febbraio al porto di Trapani si è svolto un momento di preghiera interreligiosa per commemorare i migranti che hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale per il ciclone Harry o dei quali non si hanno notizie, promossa da ‘Mediterranea Saving Humans’.
Per commemorare le vittime la barca del soccorso civile ‘Safira’ è salpata percorrendo un tratto di mare, depositando fiori, “per accarezzare con dolcezza chi vi giace, per accogliere con compassione e rispetto chi arriverà sulle nostre coste senza più vita. Per chiedere a Dio, e al mare, di perdonarci per questo abominio” come hanno spiegato don Mattia Ferrari e Luca Casarini, rispettivamente cappellano e capomissione di Mediterranea.
Nella lettera mons. Lorefice ha sottolineato il ‘silenzio’ di tutti davanti a questa tragedia: “Il Vostro oggi (a seguito dei naufragi avvenuti nel Canale di Sicilia durante e dopo il ciclone ‘Harry’, che hanno causato circa mille dispersi) è un segno forte e prezioso, un richiamo chiaro a sconvolgere il silenzio e a svegliare il sonno degli occhi di noi tutti, narcotizzati da scelte politiche che pianificano l’oblio di quanti continuano ad attraversare il mare in cerca di vita, di libertà, di pace, forti del diritto di ogni uomo e di ogni donna alla mobilità”.
Senza troppi giri di parola l’arcivescovo palermitano ha sottolineato che tali stragi sono frutto di scelte politiche ‘disumane’: “Queste vittime (questi volti e questi corpi cancellati dei poveri) sono l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa e dell’Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono e di colpevolizzare come criminali quanti prendono il largo come ‘pescatori di uomini di donne’ in balia delle onde. Questi corpi umani che il mare ha riconsegnato sono una chiara denuncia di chi per mera propaganda populista rivendica il risultato della riduzione degli sbarchi”.
Per questo ha chiesto una reazione: “Di fronte a tutto questo siamo chiamati a reagire, non come esponenti di un partito o tifosi di una squadra, ma come donne e uomini che vogliono rimanere fedeli al senso dell’umano. E’ l’umanità a essere in gioco simbolicamente nel Mediterraneo (come non pensare in questo momento all’altra strage in atto della Striscia di Gaza!), quell’umanità che pare progressivamente sparire dall’orizzonte della politica contemporanea, dominata dalle derive nazionalistiche, dalla competizione spietata, dalla guerra ai poveri e ai migranti, dal rifiuto dell’altro. Sembrano essere questi oggi i principi dell’azione politica, esibiti senza vergogna, sbandierati come valori.
Non cessiamo di dare voce, con il nostro impegno concreto e operoso, a quanti nel Mediterraneo continuano a trovare morte piuttosto che vita. Diamo forma ai loro sogni”.
Per questo don Mattia Ferrari ha pregato per le vittime con rito cristiano e musulmano e con un’orazione civile: “Siamo in contatto con i familiari e gli amici di molte vittime: ci hanno chiesto di non dimenticarli, di pregare per loro, di restituire loro la dignità di fratelli e sorelle», ha aggiunto. «Per questo motivo, con Mediterranea Saving Humans e Refugees in Libya e con le Chiese della Sicilia, abbiamo deciso fare un gesto semplice e umile: andare in mare con la barca a vela Safira, già usata in missioni di soccorso e lì pregare per loro, con la S. Messa, una preghiera musulmana e un’orazione civile. Abbiamo pregato per le vittime e per i loro familiari e amici, abbiamo chiesto perdono a Dio e a loro per la nostra indifferenza e la nostra chiusura, e abbiamo invocato il dono della conversione dei cuori”.
Quindi davanti a tale tragedia nemmeno i vescovi calabresi hanno taciuto: “Lo diciamo con il dolore di pastori che riconoscono in quei corpi anonimi la dignità inviolabile di ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Lo diciamo con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità. Lo diciamo consapevoli che quello che sta accadendo non è una tragedia isolata”.
Davanti ad un aumento vertiginoso di vittime in mare i vescovi calabresi hanno chiesto ai fedeli di non abituarsi alle stragi: “Ai nostri fedeli chiediamo di non abituarsi. Di non lasciare che la notizia di un altro corpo trovato in spiaggia diventi ordinaria amministrazione. Il comandante Durante si è gettato tra le onde per recuperare quel che restava di un uomo. Vogliamo che la nostra Chiesa sia capace della stessa umanità. Dobbiamo pregare per alimentare la speranza, vincere la nostra indifferenza e aprire spazi di accoglienza prima di tutto nella nostra mente e nel nostro cuore”.
Per questo hanno chiesto corridoi umanitari: “Chiediamo alle istituzioni italiane ed europee di essere all’altezza della migliore tradizione di civiltà del nostro paese e del nostro continente che crede nella sacralità di ogni essere umano e soprattutto se in difficoltà lo accoglie e se ne prende cura. Chiediamo quindi di aprire corridoi umanitari sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria.
Chiediamo che le procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani ricevano ogni risorsa necessaria per dare un nome a chi è stato restituito dal mare e per accertare le responsabilità. Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore. Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio”.
Infine mons. Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes, nel terzo anniversario della strage di Cutro invita a riconoscere la dignità dei morti: “Ricominciamo a mettere mattoncini di umanità: riconosciamo la dignità dovuta almeno ai corpi, meglio di come è stato fatto finora, e consentiamo alle famiglie di piangere i loro cari”.
Il pensiero della Fondazione Migrantes va oggi alle centinaia di persone che si temono disperse nei giorni del ciclone ‘Harry’, i cui resti stanno riaffiorando lungo le coste della Calabria e della Sicilia. Come proposto nei giorni scorsi da alcune associazioni impegnate nel soccorso in mare, anche mons. Felicolo si appella alle autorità “affinché vengano fatti prelievi del DNA ai corpi che il mare ci sta restituendo e a tutti coloro che perdono la propria vita sulle rotte migratorie che toccano il nostro Paese.
Ciò consentirebbe di costituire una banca dati che permetterebbe ai familiari delle persone scomparse di identificarle e sapere dove andare a piangere i loro cari. Sono atti di pietas doverosi. E’ il minimo: non possiamo considerare normali queste morti”. La vicenda di Cutro e dei naufragi delle imbarcazioni messe in mare da chi lucra sulle speranze di migliaia di persone, una vicenda già in sé enorme e tragica, apre infatti una finestra ulteriore su un ‘orrore senza nome’.





























