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Giornata Mondiale della Pesca: gettare le reti sulla Parola
“L’Opera dell’Apostolato del mare (Opus Apostolatus Maris) provvede alla cura pastorale specifica rivolta alla ‘gente del mare’, cioè ai naviganti, ai marittimi e alle loro famiglie, nonché ad altre persone le cui vite sono esistenzialmente legate alla navigazione e alla pesca sui mari, sui fiumi e sui laghi, è da tempo oggetto di particolare sollecitudine della Chiesa”: nei giorni scorsi con un Chirografo papa Leone XIV ha istituito l’Apostolato del mare, quale organo di Coordinamento dell’Opera dell’Apostolato del mare.
Il Chirografo ha ripercorso la storia di questa Opera di apostolato: “L’Opera dell’Apostolato del mare, nata all’inizio del ventesimo secolo, ha ricevuto la prima approvazione della Sede Apostolica nel 1922. In seguito, nel 1942, papa Pio XII ha deciso che l’allora Sacra Congregazione Concistoriale avesse ‘l’alta direzione dell’Opera’ dell’Apostolato del mare. Tale disposizione è stata confermata dalla sopramenzionata Costituzione Apostolica Exsul Familia.
In data 21 novembre 1957 la Congregazione Concistoriale ha emanato le Leges Operis Apostolatus Maris, disponendo le norme per la cura pastorale dei marittimi e dei naviganti, nonché attribuendo ai Cappellani dell’Apostolato del mare determinate facoltà e privilegi. Con Decreto Apostolatus Maris dell’allora Pontificia commissione per la cura spirituale dei migranti e degli itineranti, del 24 settembre 1977, le norme e le facoltà sono state revisionate alla luce del Concilio Vaticano II.
San Giovanni Paolo II con Motu Proprio Stella Maris, del 31 gennaio 1997, ha aggiornato le norme precedentemente emesse e, infine, papa Francesco ha disposto che la direzione dell’Opera dell’Apostolato del mare spetti al Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il quale nel frattempo ha assunto le competenze relative alla pastorale dei migranti e degli itineranti (cfr. art. 166 § 1, Cost. Ap. Praedicate Evangelium)”.
Mentre domani ricorre la Giornata Mondiale della Pesca che quest’anno risponde al tema ‘non abbiamo preso nulla, ma sulla tua parola getterò le reti’. La Giornata è stata istituita nel 1998 con la volontà di rendere omaggio ai pescatori che, con la loro professione, offrono un servizio utile all’intera società.
Nel messaggio il prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, card. Michael Czerny, ha sottolineato il tema della speranza: “Dal 1998, ogni 21 novembre si celebra la Giornata Mondiale della Pesca. Il suo obiettivo è richiamare l’attenzione sullo stile di vita nel settore ittico. Sostiene inoltre la pesca sostenibile, riconoscendo e rendendo omaggio alle comunità di pescatori di tutto il mondo e sottolineando l’importanza di questa attività per la vita umana e la salute degli ecosistemi. Oltre al Giubileo, quest’anno ricorre il decimo anniversario dell’enciclica ‘Laudato sì’ di papa Francesco, che dedica notevole attenzione alla cura dei mari e degli oceani, considerandoli parte della ‘casa comune’ e dell’equilibrio ecologico globale”.
Quindi il mare è un prezioso ecosistema da tutelare: “Papa Francesco ha anche fatto riferimento ai metodi distruttivi di pesca con le loro conseguenze fatali e ha anche collegato la crisi degli oceani. con le ingiuste condizioni di lavoro nell’industria della pesca, la tratta di esseri umani e l’impatto sulle comunità costiere impoverite. I mari non sono solo una realtà fisica, ma anche uno spazio spirituale di interdipendenza tra l’essere umano e tutto il Creato. In modo speciale, i pescatori possono essere custodi del Creato. Purtroppo, molti pescatori affrontano tempeste ben oltre i mari: basso reddito, precarietà lavorativa, cattive condizioni di lavoro, lontananza dalle loro famiglie. Non dobbiamo dimenticare che dietro ogni pescato c’è una vita, una famiglia, una chiamata allo sviluppo integrale!”
Anche papa Leone XIV ha descritto nell’esortazione apostolica ‘Dilexi te’ le situazioni di ingiustizia sociale, che causano povertà: “Questo vale anche per il mondo della pesca, considerando che nella catena del valore della pesca manca l’assunzione attiva di responsabilità a causa della natura e dell’immensità degli oceani, ed è estremamente difficile controllare le attività umane in quei luoghi. Tuttavia, ‘dobbiamo impegnarci sempre di più per risolvere le cause strutturali della povertà’, anche nel settore della pesca. Questo impegno implica la valorizzazione e la promozione della dignità umana”.
Quindi la cura del mare non può essere disgiunta dalla cura della persona: “E’ evidente che la cura del mare e della pesca è intimamente legata alla cura delle persone. Oltre ai controlli necessari per applicare le leggi e le misure relative alle condizioni di lavoro dei pescatori, in questa Giornata Mondiale della Pesca è importante sottolineare la necessità di vegliare sulla difesa della dignità dei pescatori (compresi quelli impegnati nell’acquacoltura) e delle loro famiglie, ricercandone lo sviluppo integrale.
Bisogna dare voce ai pescatori affinché le politiche e le leggi che li riguardano non siano discusse solo da coloro che ‘vivono e ragionano partendo dalla comoda posizione di un alto livello di sviluppo e di una qualità di vita ben al di là della portata della maggior parte della popolazione mondiale’. Giovanni Paolo II ci ha sempre parlato della corresponsabilità di coloro che si dedicano alla pesca sia a livello locale che locale”.
Infine ha ricordato la ‘vicinanza’ della Chiesa: “La Chiesa, attraverso l’Opera dell’Apostolato del Mare, vuole essere presente laddove pescatori e marinai soffrono di più. Nelle parrocchie costiere e nei porti, i loro cappellani e volontari accompagnano coloro che sopportano lunghe assenze dalle loro famiglie, condizioni di lavoro pericolose e giornate difficili in mare, diventando anche portavoce della loro dignità. Grazie per questo servizio!
Affidiamo tutti i marinai, i pescatori e le loro famiglie alla protezione materna di Maria, Stella Maris. Anche quando sono stanchi, in mezzo alla tempesta, privi di condizioni di vita dignitose, lontani da familiari e amici, senza aver pescato nulla, tuttavia con la fede di san Pietro, ‘al tuo comando getterò le reti’. Possa Maria guidare e proteggere coloro che solcano i mari e, con la sua materna intercessione, sostenere tutti nella speranza, nella giustizia e nell’impegno per la cura dei mari”.
Papa Leone XIV in piena comunione con il patriarca della Chiesa Assira
“Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo. Con queste parole di San Paolo, accolgo Vostra Santità come amato fratello in Cristo e Le esprimo ancora una volta gratitudine per la Sua presenza all’inizio del mio pontificato. Rivolgo inoltre i miei cordiali saluti ai membri della Commissione mista per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa assira d’Oriente”: con queste parole stamattina papa Leone XIV ha ricevuto Sua Santità Mar Awa III, Catholicos-Patriarca della Chiesa Assira dell’Oriente, ricordando i progressi significativi di questi anni nell’ambito del dialogo ufficiale tra la Chiesa cattolica e quella assira d’Oriente.
Nel saluto ha ricordato la visita dello scorso anno a papa Francesco: “La vostra ultima visita, nel 2024, ha segnato il trentesimo anniversario del dialogo ufficiale tra le nostre Chiese. I progressi compiuti in questi anni sono significativi, avendo seguito fedelmente il mandato e la metodologia stabiliti dai nostri predecessori”.
Ed anche la dichiarazione congiunta tra san Giovanni Paolo II e Sua Santità Mar Dinkha IV, che ha gettato le basi per il dialogo teologico: “Questo trittico ha fornito la cornice per le fasi successive del nostro dialogo teologico. Dopo aver raggiunto un accordo sulla fede cristologica e aver così risolto una controversia lunga 1500 anni, il nostro dialogo è progredito con il reciproco riconoscimento dei sacramenti, consentendo una certa ‘communicatio in sacris’ tra le nostre Chiese. Desidero esprimere la mia profonda gratitudine a ciascuno di voi, teologi della Commissione Mista, per i vostri preziosi contributi e sforzi condivisi, senza i quali questi accordi dottrinali e pastorali non sarebbero stati possibili”.
Ora è necessario giungere alla piena comunione: “Per quanto riguarda la costituzione della Chiesa (l’attuale focus del dialogo) la sfida principale risiede nello sviluppo congiunto di un modello di piena comunione, ispirato al primo millennio, rispondendo al contempo con attenzione alle sfide del nostro tempo. Come i miei predecessori hanno ripetutamente sottolineato, tale modello non dovrebbe implicare assorbimento o dominio; piuttosto, dovrebbe promuovere lo scambio di doni tra le nostre Chiese, ricevuti dallo Spirito Santo per l’edificazione del Corpo di Cristo”.
In questo cammino riveste un punto importante la sinodalità: “In questo cammino verso la piena comunione, la sinodalità si presenta come una via promettente da seguire. Durante la visita di Sua Santità nel 2022, papa Francesco coniò l’espressione poi inclusa nel Documento Finale del recente Sinodo sulla sinodalità della Chiesa Cattolica…Nello spirito di quel Sinodo, auspico sinceramente che il 1700° anniversario del Concilio di Nicea ci conduca a ‘mettere in pratica forme di sinodalità tra i cristiani di tutte le tradizioni» e ci ispiri a nuove «prassi sinodali ecumeniche’.
E’ un invito a camminare insieme sostenuti dalla preghiera dei Santi: “Continuiamo questo pellegrinaggio rafforzati dalle preghiere di tutti i santi delle nostre Chiese, in particolare di Sant’Isacco di Ninive, il cui nome è stato aggiunto al Martirologio Romano lo scorso anno. Per loro intercessione, possano i cristiani del Medio Oriente rendere sempre fedele testimonianza al Cristo risorto e possa il nostro dialogo affrettare il giorno benedetto in cui celebreremo insieme allo stesso altare, condividendo lo stesso Corpo e Sangue del nostro Salvatore, affinché il mondo creda”.
Mentre sabato scorso papa Leone XIV aveva celebrato una Santa Messa nell’aula della Benedizione presso nel Apostolico Vaticano, in occasione del Giubileo degli Uffici Cerimoniali Istituzionali: “Vi siete radunati qui, presso la Tomba di San Pietro, come pellegrini di speranza: questo nome non designa un’attesa fra tante altre, ma quella virtù che dà forza e senso a tutte le nostre aspettative di bene. La vera speranza apre la porta santa della salvezza, attraverso la quale muoviamo i passi della fede, vivendo tra noi con carità fraterna. Così, questa luce dell’animo indica la via anche quando il mondo, con tutte le sue risorse, non è in grado di farlo”.
L’omelia del papa è stata incentrata sul significato di conversione: “Lo esprime bene la parola greca metanoia, che significa cambio di mentalità, trasformazione del modo di vivere, di pensare e di agire. La nuova direzione, che il Signore ci chiama a prendere, è un cammino che va da dove siamo noi, il presente, a Dio, l’eternità. Così agisce la virtù della speranza: ci sorprende intimamente con la promessa di un’esistenza liberata da quel senso unico, che va verso una morte senza riscatto”.
Ma la conversione avviene quotidianamente: “Carissimi, la conversione della quale parla Gesù è un vero e proprio lavoro quotidiano, che interessa tutte le nostre attività. Da questo impegno, infatti, si vede che senso diamo alla vita e a cosa si dirige il nostro cuore. Davanti alle sofferenze e alle prove della storia, il Vangelo ci ricorda che vivere senza speranza significa rimanere immobili nella certezza di morire, mentre convertire la vita alla speranza, che Cristo ci infonde, significa portare nel cuore la luce del Risorto”.
Quindi ha sottolineato il valore dell’articolo 1 della Costituzione Italiana: “E’ lavorando con onestà che si costruisce lo Stato, prendendosi cura del bene comune. In questo campo siete chiamati a dare la vostra buona testimonianza: il cerimoniale, infatti, non celebra mai sé stesso, ma opera a servizio delle istituzioni e, quindi, dei cittadini che esse rappresentano. Proprio come custodi di quest’ordinamento, vi dedicate al bene del popolo offrendo la vostra competenza affinché gli organi pubblici esprimano buone relazioni e possano funzionare al meglio”.
Per questo ha esposto tre figure guida di servizio allo Stato: “Il primo testimone è il servo di Dio Alcide De Gasperi, del quale è in corso il processo di beatificazione. Coniugando la propria fede con una crescente responsabilità politica, questo statista fu tra i padri costituenti della Repubblica italiana. Lungo gli anni segnati dai due conflitti mondiali, si impegnò a costruire ponti che resistettero alle correnti di opposte ideologie. Il suo amore per Dio, infatti, ne sosteneva la dedizione alla Patria, insegnandoci che la politica, la diplomazia e la difesa nazionale diventano strumenti di autentica carità quando sono vissute con animo umile”.
Il secondo testimone è Salvo D’Acquisto: “Il secondo testimone da imitare è il venerabile Salvo D’Acquisto, anch’egli prossimo alla beatificazione. Il suo sacrificio ha un valore molto più prezioso della medaglia d’oro al valore militare che ne onora la memoria: dando la vita per i propri concittadini, infatti, egli realizzò pienamente la sua missione di Carabiniere. In un tempo di guerra e di odio, il suo coraggio divenne profezia di una pace costruita sulla dedizione più generosa: sono uomini come lui a illuminare le difficoltà che anche oggi pesano su tanti popoli”.
Invece il terzo è Rosario Livatino: “Il terzo testimone che vi affido è il beato Rosario Livatino, primo magistrato nella storia a essere riconosciuto come martire. Col suo impegno incrollabile per la giustizia, egli ha testimoniato che la legalità non è anzitutto un insieme di norme, ma uno stile di vita, e quindi un possibile cammino di santità. ‘Sub tutela Dei’, scriveva in cima ai suoi appunti: sotto la protezione divina ci poniamo fiduciosi anche noi, lavorando ogni giorno come servitori della verità e tessitori di unità. Lo Stato, infatti, si trasforma in meglio se ciascuno se ne sente responsabile, nutrendo con i più alti valori spirituali il proprio senso civico e il dovere istituzionale”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a vivere la Chiesa nella comunione
“Oggi il Vangelo ci presenta due personaggi, un fariseo e un pubblicano, che pregano nel Tempio. Il primo vanta un lungo elenco di meriti. Le opere buone che compie sono molte, e per questo si sente migliore degli altri, che giudica in modo sprezzante. Sta in piedi, a testa alta. Il suo atteggiamento è chiaramente presuntuoso: denota un’osservanza della Legge esatta, sì, ma povera d’amore, fatta di ‘dare’ e di ‘avere’, di debiti e crediti, priva di misericordia”: nell’Angelus domenicale papa Leone XVI ha sottolineato la differenza di queste due preghiere.
Se il fariseo è esaltazione delle proprie azioni il pubblicano ha un diverso atteggiamento: “Anche il pubblicano sta pregando, ma in modo molto diverso. Ha tanto da farsi perdonare: è un esattore al soldo dell’Impero romano, e lavora con un contratto di appalto che gli permette di speculare sui proventi a scapito dei suoi stessi connazionali. Eppure, alla fine della parabola, Gesù ci dice che proprio lui, tra i due, è quello che torna a casa ‘giustificato’, cioè perdonato e rinnovato dall’incontro con Dio”.
E’ un invito ad incontrare Dio: “Anzitutto, il pubblicano ha il coraggio e l’umiltà di presentarsi davanti a Dio. Non si chiude nel suo mondo, non si rassegna al male che ha fatto. Lascia i luoghi in cui è temuto, al sicuro, protetto dal potere che esercita sugli altri. Viene al Tempio da solo, senza scorta, anche a costo di affrontare sguardi duri e giudizi taglienti, e si mette davanti al Signore, in fondo, a testa bassa, pronunciando poche parole: ‘O Dio, abbi pietà di me peccatore’.
Così Gesù ci dà un messaggio potente: non è ostentando i propri meriti che ci si salva, né nascondendo i propri errori, ma presentandosi onestamente, così come siamo, davanti a Dio, a sé stessi e agli altri, chiedendo perdono e affidandosi alla grazia del Signore”.
E’ stato un invito a riconoscere i peccati ed ad affidarli alla misericordia di Dio: “Cari fratelli e sorelle, facciamo così anche noi. Non abbiamo paura di riconoscere i nostri errori, di metterli a nudo assumendocene la responsabilità e affidandoli alla misericordia di Dio. Potrà così crescere, in noi e attorno a noi, il suo Regno, che non appartiene ai superbi, ma agli umili, e che si coltiva, nella preghiera e nella vita, attraverso l’onestà, il perdono e la gratitudine”.
Anche nella messa per il Giubileo delle équipe sinodali e degli organi di partecipazione, il papa ha incoraggiato la comunione e l’apertura all’altro, senza la pretesa di essere migliori degli altri: “La Chiesa, invece, come ci ha ricordato il Concilio Vaticano II, è il segno visibile dell’unione tra Dio e l’umanità, del suo progetto di radunarci tutti in un’unica famiglia di fratelli e sorelle e di farci diventare suo popolo: un popolo di figli amati, tutti legati nell’unico abbraccio del suo amore”.
Ed ha richiamato il monito di papa Francesco a riscoprire la ‘vita spirituale’: “Guardando al mistero della comunione ecclesiale, generata e custodita dallo Spirito Santo, possiamo comprendere anche il significato delle équipe sinodali e degli organi di partecipazione; essi esprimono quanto accade nella Chiesa, dove le relazioni non rispondono alle logiche del potere ma a quelle dell’amore. Le prime (per ricordare un monito costante di papa Francesco) sono logiche ‘mondane’, mentre nella Comunità cristiana il primato riguarda la vita spirituale, che ci fa scoprire di essere tutti figli di Dio, fratelli tra di noi, chiamati a servirci gli uni gli altri”.
Il motivo sta nell’amore di Dio: “Regola suprema, nella Chiesa, è l’amore: nessuno è chiamato a comandare, tutti sono chiamati a servire; nessuno deve imporre le proprie idee, tutti dobbiamo reciprocamente ascoltarci; nessuno è escluso, tutti siamo chiamati a partecipare; nessuno possiede la verità tutta intera, tutti dobbiamo umilmente cercarla, e cercarla insieme. Proprio la parola ‘insieme’ esprime la chiamata alla comunione nella Chiesa”.
L’amore appunto si concretizza nel cammino: “Camminare insieme. Apparentemente è quello che fanno i due personaggi della parabola che abbiamo appena ascoltato nel Vangelo. Il fariseo e il pubblicano salgono tutti e due al Tempio a pregare, potremmo dire che ‘salgono insieme’ o comunque si ritrovano insieme nel luogo sacro; eppure, essi sono divisi e tra loro non c’è nessuna comunicazione. Tutti e due fanno la stessa strada, ma il loro non è un camminare insieme; tutti e due si trovano nel Tempio, ma uno si prende il primo posto e l’altro rimane all’ultimo; tutti e due pregano il Padre, ma senza essere fratelli e senza condividere nulla”.
E’ un invito a non avere l’atteggiamento del fariseo, che prega solo per se stesso: “La sua preghiera, apparentemente rivolta a Dio, è soltanto uno specchio in cui egli guarda sé stesso, giustifica sé stesso, elogia sé stesso…
Fratelli e sorelle, questo può succedere anche nella Comunità cristiana. Succede quando l’io prevale sul noi, generando personalismi che impediscono relazioni autentiche e fraterne; quando la pretesa di essere migliori degli altri, come fa il fariseo col pubblicano, crea divisione e trasforma la Comunità in un luogo giudicante ed escludente; quando si fa leva sul proprio ruolo per esercitare il potere e occupare spazi”.
Quindi ha invitato a guardare al comportamento del pubblicano: “E’ al pubblicano, invece, che dobbiamo guardare. Con la sua stessa umiltà, anche nella Chiesa dobbiamo tutti riconoscerci bisognosi di Dio e bisognosi gli uni degli altri, esercitandoci nell’amore vicendevole, nell’ascolto reciproco, nella gioia del camminare insieme, sapendo che ‘il Cristo appartiene a coloro che sentono umilmente, non a coloro che si innalzano al di sopra del gregge’.
Le équipe sinodali e gli organi di partecipazione sono immagine di questa Chiesa che vive nella comunione. E oggi vorrei esortarvi: nell’ascolto dello Spirito, nel dialogo, nella fraternità e nella parresìa, aiutateci a comprendere che, nella Chiesa, prima di qualsiasi differenza, siamo chiamati a camminare insieme alla ricerca di Dio, per rivestirci dei sentimenti di Cristo; aiutateci ad allargare lo spazio ecclesiale perché esso diventi collegiale e accogliente”.
Tale atteggiamento del pubblicano aiuta a vivere nella comunione ecclesiale: “Questo ci aiuterà ad abitare con fiducia e con spirito nuovo le tensioni che attraversano la vita della Chiesa (tra unità e diversità, tradizione e novità, autorità e partecipazione), lasciando che lo Spirito le trasformi, perché non diventino contrapposizioni ideologiche e polarizzazioni dannose. Non si tratta di risolverle riducendo l’una all’altra, ma di lasciarle fecondare dallo Spirito, perché siano armonizzate e orientate verso un discernimento comune… Essere Chiesa sinodale significa riconoscere che la verità non si possiede, ma si cerca insieme, lasciandosi guidare da un cuore inquieto e innamorato dell’Amore”.
E’ stato un invito a ‘costruire’ la Chiesa, come affermava mons. Tonino Bello: “Carissimi, dobbiamo sognare e costruire una Chiesa umile. Una Chiesa che non sta dritta in piedi come il fariseo, trionfante e gonfia di sé stessa, ma si abbassa per lavare i piedi dell’umanità; una Chiesa che non giudica come fa il fariseo col pubblicano, ma si fa luogo ospitale per tutti e per ciascuno; una Chiesa che non si chiude in sé stessa, ma resta in ascolto di Dio per poter allo stesso modo ascoltare tutti. Impegniamoci a costruire una Chiesa tutta sinodale, tutta ministeriale, tutta attratta da Cristo e perciò protesa al servizio del mondo”.
(Foto: Santa Sede)
‘Dilexi te’: papa Leone XIV chiede alla Chiesa di servire i poveri
“E’ con grande gioia che ti scrivo, seguendo una pratica iniziata da papa Francesco più di dieci anni fa, che coinvolge l’intero Collegio Episcopale nei momenti importanti del Magistero papale. Possa ‘Dilexi te’ aiutare la Chiesa a servire i poveri e ad avvicinare i poveri a Cristo”: con queste parole papa Leone XIV ha accompagnato la sua prima esortazione apostolica ‘Dilexi te’, presentata ieri.
Infatti il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha ringraziato il papa per questa esortazione apostolica, in cui si mette in evidenza l’amore verso i poveri, invitando la Chiesa ad una ‘scelta di campo’: “Papa Leone, che si pone in piena continuità con il magistero di Francesco, facendo proprio e proponendo il progetto del testo, ricorda che ‘la questione dei poveri riconduce all’essenziale della nostra fede’ (n. 110) e che, pertanto, non può essere ridotta solo a ‘problema sociale’ (n. 104). I poveri sono ‘dei nostri’ (n. 104) in cui riconoscere il volto di Cristo. Senza paura, senza paternalismi, senza distacco, ma con autenticità e verità”.
Per il presidente della Cei l’esortazione apostolica è uno sprone per l’azione: “E’ tempo di passare dalle analisi alle azioni, dall’indifferenza alla cura, dalla speculazione teorica alla concretezza dell’impegno: solo così potremo rimuovere le cause sociali e strutturali della povertà, diffondere attraverso i valori radicati nel Vangelo la custodia dell’umanità, ascoltare il grido di interi popoli, denunciare ciò che non va.
E’ tempo di esporsi: se il rischio è quello ‘di sembrare degli stupidi’ (n. 97) vogliamo correrlo; se il sogno è quello di ‘una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare’ (n. 120) vogliamo realizzarlo”.
Infatti nella conferenza stampa di ieri il card. Michael Czerny., prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ha sottolineato la valenza di quest’esortazione: “In ‘Dilexi te’, papa Leone si unisce a papa Francesco nel dichiarare: non ci sarà pace finché i poveri ed il pianeta saranno trascurati e maltrattati”.
L’esortazione è una richiesta di considerare la dignità del povero: “La pace cristiana è giustizia riconciliatrice e riconciliata. I poveri, diceva Madre Teresa, ‘non hanno bisogno della nostra pietà, ma del nostro amore rispettoso’. Trattarli con dignità è il primo atto di pace. Solo una società che pone al centro gli emarginati può essere veramente pacifica, e solo un mondo composto da società di questo tipo può essere in pace”.
Insomma quest’esortazione è nel solco del magistero della Chiesa: “Il recente insegnamento della Chiesa comprende chela povertà deriva dalle strutture del peccato. L’egoismo e l’indifferenza si consolidano nei sistemi economici e culturali. L’ ‘economia che uccide’ misura il valore umano in termini di produttività, consumo e profitto. Questa ‘mentalità dominante’ rende accettabile lo scarto dei deboli e degli improduttivi, e merita quindi l’etichetta di ‘peccato sociale’.
Al di là delle donazioni e di altre forme di assistenza, la risposta della Chiesa denuncia la falsa imparzialità del mercato, propone modelli di sviluppo, promuove la giustizia, mira alla conversione delle strutture. Ciò favorisce una forma di pentimento sociale che restituisce dignità agli invisibili e li aiuta a svilupparsi più pienamente”.
Mentre il card. Konrad Krajewski, Prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità, ha ricordato l’epoca della pandemia di Covid-19 che in alcuni quartieri di Roma ha portato la gente alla fame. Gente senza tessera sanitaria che non poteva accedere alla vaccinazione: “Ne abbiamo vaccinati 6.000 in Aula Paolo VI’, senza dimenticare le quasi mille persone al giorno tra migranti e rifugiati alla Stazione Tiburtina, provenienti da Lampedusa: ‘Non avevano bisogno di panini, ma di carte telefoniche per avvisare i parenti’.
Poi la guerra, che ha cambiato gli interventi sul campo, lodando la generosità degli italiani che hanno fatto partire circa 250 tir dalla Basilica di Santa Sofia per l’Ucraina con cibo, magliette termiche, generatori elettrici.
Ugualmente frére Frédéric-Marie Le Méhauté, provinciale dei Frati Minori di Francia/Belgio, ha evidenziato la centralità dell’amore di Dio per i poveri: “Il punto di partenza di ‘Dilexit te’ è l’amore di Dio per una comunità debole, ‘esposta alla violenza e al disprezzo’. Il Santo Padre ricorda che al di là delle definizioni di povertà, ‘i poveri non sono lì per caso né per un destino cieco e amaro’. Sono le ‘strutture di peccato che creano povertà e disuguaglianze estreme’.
La nostra attenzione deve andare a queste persone ‘più deboli, più miserabili e più sofferenti’ ed, in particolare, alle donne, che a volte sono ‘doppiamente povere’. Non si tratta solo di combattere le cause strutturali della povertà, ma anche di raggiungere concretamente coloro che sono spesso lontani dalla nostra attenzione, per vivere con loro e come loro”.
Quest’esortazione ricorda “la necessità di impegnarsi per i poveri, di donare ai poveri, soprattutto attraverso l’elemosina. Ma insiste affinché impariamo ad agire con loro. L’accelerazione dei problemi contemporanei ‘non è stata solo subita, ma anche affrontata e pensata dai poveri’. Dobbiamo insistere su questo termine: i poveri hanno un pensiero. Vale a dire, possono essere attori e non solo ‘oggetti della nostra compassione’ o delle nostre politiche, possono aiutarci ad analizzare i problemi e soprattutto sono portatori di soluzioni reali”.
Insomma in quest’esortazione papa Leone XIV presenta una teologia della misericordia: “In sintesi, ‘Dilexi te’ articola una teologia della rivelazione che scaturisce dalla misericordia verso i più poveri, da un’ecclesiologia della diaconia come criterio di verità e da un’etica sociale che si unisce, con la mano tesa, alla lotta per la giustizia”.
Inoltre la Piccola Sorella di Gesù della Fraternità delle Tre Fontane, Clemence, ha raccontato la vita dei poveri: “Vorrei tanto che in questa occasione al mio posto sedessero Lacri, Pana o un’altra delle donne rom giunte dalla Romania, con le quali abbiamo condiviso la vita per diversi anni in un terreno abbandonato nel sud Italia. Si tratta di donne che, come ci ricorda l’Esortazione, sono ‘doppiamente povere’ a causa della loro situazione di esclusione, ma nelle quali ‘troviamo… i gesti più ammirevoli di eroismo quotidiano nella protezione e nella cura della fragilità delle loro famiglie’…
Assistendo con stupore alla loro offerta, ci siamo commossi per l’attenzione che ci hanno dimostrato, ben conoscendo le difficoltà che incontravano nel guadagnarsi da vivere. Pur essendo poveri materialmente, essi sono ricchi di umanità! Molti di loro non hanno studiato, ma possiedono quella saggezza che si forma dall’esperienza della precarietà, che incoraggia alla condivisione e alla solidarietà. Il Santo Padre ci invita a riconoscere la ‘misteriosa saggezza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro’. Seguendo il loro esempio, noi riscopriamo la solidarietà dato che, nell’ansia di preservare le nostre ricchezze, spesso ce ne dimentichiamo in fretta”.
(Foto: Vatican Media)
XXVI Domenica del Tempo Ordinario. Due ceti sociali: Lazzaro e il ricco epulone
La parabola di Gesù prende l’avvio dalla profonda sperequazione sociale esistente tra chi sguazza nell’abbondanza e chi desidera anche poche briciole per saziarsi. Una parabola di Gesù che è un invito a convertirsi dall’indifferenza e dall’egoismo all’amore, all’accoglienza, alla condivisione perché tutti fratelli e sorelle. Tutto l’insegnamento della Chiesa: dal catechismo ai documenti ufficiali del papa e dei vescovi è un appassionato invito a realizzare nella vita quanto affermiamo nel ‘Padre nostro’: siamo fratelli, allora dobbiamo vivere da fratelli, da membri dello stesso corpo, figli dello stesso Padre; altrimenti siamo solo ipocriti.
Personaggi chiave della parabola sono il ricco epulone, che mangia e beve e non guarda in faccia a nessuno, e il povero Lazzaro che muore di fame. Gesù, come appare chiaro, non è un politico, ma non è indifferente davanti alle ingiustizie; il suo discorso è puramente religioso con tutte le implicanze socio-economiche. Dio è nostro Padre, gli uomini siamo tutti fratelli e sorelle; davanti a Dio siamo tutti uguali e tutti abbiamo gli stessi diritti. I talenti ricevuti da Dio e i carismi dello Spirito Santo servono a vivere l’amore che è comunione e servizio. Luce per la nostra vita è la parola di Dio: ama il prossimo tuo come te stesso.
Già l’apostolo Paolo ci ricorda: ‘Tu, uomo di Dio, tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità; combatti la buona battaglia della fede sino a raggiungere la vita eterna’. La parabola, come vedi, è costruita sul contrasto dei due protagonisti: il ricco epulone e Lazzaro e dei loro destini. Sulla terra Lazzaro è infelice, disprezzato, emarginato; nella vita eterna le sorti si invertono e mentre Lazzaro è accolto per la sua umiltà e bontà nel ‘seno di Abramo’, il ricco epulone è scaraventato nell’Ade, nell’inferno dove il tormento del peccatore è raffigurato con l’arsura e il fuoco dell’incendio.
Il ricco epulone prega Abramo di inviare Lazzaro in sogno ai suoi fratelli perché non finiscano anch’essi nell’inferno; le parole di Abramo, di rimando, sono assai chiare: ‘I tuoi fratelli hanno Mosè e i profeti,se vogliono si ravvedano; se non ascoltano Mosè e i profeti, neanche se uno risorgesse dai morti potrebbero essere persuasi’! Ciò che è necessario è credere, la fede nella parola di Dio. La mancanza di fede non è difetto di prove ma di buona volontà. Per chi non vuole credere nessuna prova è sufficiente. L’incredulo non cerca le prove della sua infedeltà ma come giustificare il suo ‘non credere’.
Se la fede è la verità di Dio, essa interessa l’intelletto e non la volontà, che è la pazza di casa. Chi cerca la verità e la cerca sul serio, presto o tardi la troverà. Se tu chiudi gli occhi alla verità, non sei un povero cieco degno di compassione, ma uno stolto colpevole. Amico, che leggi o ascolti, il Vangelo ti dà la vera dimensione dell’uomo, creato ad immagine di Dio: i veri ‘Lazzari’ sono coloro ai quali nessuno pensa; sono i disoccupati o sottoccupati che vengono abbandonati o sfruttati; Gesù nella parabola ci chiede di non usare barriere o abissi tra di noi: siamo tutti fratelli e sorelle per i quali Gesù è morto in croce per redimerci.
Ciò che chiede Gesù è la conversione del cuore. Noi ci convertiamo se accettiamo Gesù come ‘Signore’ e Dio come ‘il Padre nostro’. Se il cuore è puro vengono fuori gesti di amore, di solidarietà e servizio; se il cuore è malvagio da esso provengono solo omicidi, guerre, adulteri, prostituzione e ogni genere di male.
Un giorno ci presenteremo davanti a Dio e il Vangelo oggi con la parabola ci invita ad affrontare la realtà sociale; esso non è un libro rivoluzionario, non sta a criticare le ingiustizie ma le supera con un imperativo categorico: ‘Ama il prossimo tuo come te stesso’. La vita terrena è preparazione alla vita celeste e i problemi si risolvono in chiave di amore e servizio. Maria Santisssima è la benedetta tra tutte le donne perché ha amato Dio, ha amato il prossimo e noi oggi, supplici la invochiamo: “Santa Maria, prega per noi peccatori, siamo figli tuoi”.
Pier Giorgio Frassati, il nuovo santo: un giovane vincenziano fino alla fine
La canonizzazione di Pier Giorgio Frassati, celebrata ieri da Papa Leone XIV in Piazza San Pietro, è motivo di gioia profonda per la Società di San Vincenzo De Paoli, che lo riconosce come figlio spirituale e compagno di missione.
Durante la celebrazione, papa Leone XIV ha ricordato l’impegno di Frassati nella scuola, nei gruppi ecclesiali – dall’Azione Cattolica alla FUCI, fino al Terz’Ordine domenicano –e la sua appartenenza alle ‘Conferenze di San Vincenzo’, dove imparò a trasformare la fede in servizio concreto.
Conosciuto dagli amici come la ‘FrassatiImpresa Trasporti’ per la sua instancabile dedizione nel portare viveri e aiuti per le strade di Torino, Pier Giorgio non confinò mai la fede alla devozione privata: spinto dal Vangelo, si impegnò nella vita sociale e politica e si spese con ardore al servizio dei poveri.
Un ritrovamento d’archivio di straordinaria importanza getta nuova luce sulla figura di san Pier Giorgio Frassati: un documento, rinvenuto nei registri storici del Consiglio Centrale di Torino della Società di San Vincenzo De Paoli, testimonia che il giovane torinese si iscrisse già nel 1918. Finora, tutte le principali biografie indicavano il 1922 come anno di adesione.
Grazie a questa scoperta possiamo affermare che la Società di San Vincenzo De Paoli fu la prima realtà associativa a cui Pier Giorgio si iscrisse, segnando l’inizio di un cammino di Carità che ne avrebbe plasmato la vita e il cuore.
Alessandro Ginotta, membro del Comitato di canonizzazione, sottolinea: “Questa retrodatazione non è solo una nota biografica, ma una chiave di lettura preziosa: dimostra come il cammino di santità di Pier Giorgio sia nato dal desiderio di farsi prossimo, in modo concreto e discreto, attraverso un’opera semplice ma rivoluzionaria. È lì, tra i vicoli di Torino e le stanze buie delle famiglie povere, che il giovane universitario, alpinista e appassionato di vita ha trovato la via alla vera grandezza: la Carità vissuta con gioia”.
Frassati trovò nella Società di San Vincenzo De Paoli un modello di servizio semplice ed evangelico: la Visita a domicilio, cuore del carisma vincenziano, che non offre solo sostegno economico ma soprattutto ascolto, amicizia e presenza. Pier Giorgio lo spiegava così:
“Io non so se voi tutti conoscete queste Conferenze di San Vincenzo… Una istituzione semplice, adatta per gli studenti perché non implica impegni, unico solo quello di trovarsi un giorno della settimana in una determinata sede e poi visitare due o tre famiglie ogni settimana. Vedrete, poco tempo, eppure quanto bene possiamo fare noi a coloro che visitiamo. E quanto bene possiamo fare a noi stessi…”.
Persino negli anni più impegnativi, quando lo studio universitario richiedeva grandi sacrifici, Frassati non venne mai meno al suo impegno vincenziano. In una lettera all’amico Eliseo Bonini (aprile 1925) scriveva: “Appena giunto a Torino sarò morto a tutti tranne alla Conferenza di San Vincenzo e studierò dal mattino fino alla sera”.
E sul letto di morte, colpito da poliomielite fulminante, affidò ancora i poveri che seguiva a un confratello: “Le iniezioni sono di Converso. La polizza è di Sappa, l’ho dimenticata, rinnovala tu per mio conto”. La grafia è distorta a causa della malattia. Anche negli ultimi istanti, il suo pensiero andava a ‘quei poveri’ affidati a lui dalla Società di San Vincenzo De Paoli.
Definito da Giovanni Paolo II ‘l’uomo delle otto beatitudini’ e conosciuto come ‘santo con gli scarponi’, Pier Giorgio Frassati resta oggi modello luminoso di Carità concreta, gioiosa e contagiosa.
La Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV è stata rappresentata alla Celebrazione Eucaristica nel giorno del rito di canonizzazione dei Beati Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis da Luca Stefanini, membro della Giunta Esecutiva della Società di San Vincenzo De Paoli, che ha preso parte al servizio liturgico: segno della continuità viva tra il nuovo santo e l’opera dei vincenziani di oggi.
(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)
Papa Leone XIV chiede ai nuovi vescovi di annunciare il Vangelo
“Abbiamo 200 vescovi, un solo Papa, e non molto tempo a disposizione, quindi ne approfitteremo al meglio. Faremo una pausa verso le ore 11 o ci impegneremo per concludere verso le ore 11, e poi la seconda parte della mattinata sarà dedicata a un saluto individuale, a una bella foto, che potrete appendere da qualche parte nella casa del vostro vescovo, e almeno a un saluto reciproco. Questo sarà il programma della mattinata. Siete liberi di iniziare a pensare alle domande che potreste avere o a ciò che vorreste condividere”: così cordialmente il prefetto card. Luis Antonio Tagle, salutando papa Leone XIV ha iniziato l’incontro con i vescovi ordinati nell’ultimo anno, che sono 192 provenienti dai cinque continenti, impegnati dal 3 settembre nei corsi di formazione promossi dal Dicastero per l’Evangelizzazione e dal Dicastero per i Vescovi..
Quindi papa Leone XIV ha sottolineato che l’annuncio del Vangelo per un vescovo è un dono: “Desidero ricordare, anzitutto, una cosa tanto semplice quanto non scontata: il dono che avete ricevuto non è per voi stessi, ma per servire la causa del Vangelo. Siete stati scelti e chiamati per essere inviati, come apostoli del Signore e come servi della fede. Ed è proprio su questo che vorrei brevemente soffermarmi, prima di fare con voi un dialogo fraterno: il Vescovo è servo, il Vescovo è chiamato a servire la fede del popolo”.
Però oltreché un dono il servizio è caratteristica dell’identità cristiana: “Il servizio non è una caratteristica esterna o un modo di esercitare il ruolo. Al contrario, a coloro che Gesù chiama come discepoli e annunciatori del Vangelo, in particolare ai Dodici, è richiesta la libertà interiore, la povertà di spirito e la disponibilità al servizio che nasce dall’amore, per incarnare la stessa scelta di Gesù, che si è fatto povero per arricchirci. Egli ci ha manifestato lo stile di Dio, che non si rivela a noi nella potenza, ma nell’amore di un Padre che ci chiama alla comunione con Lui”.
In questo caso il pensiero agostiniano è molto chiaro: “Al contempo, egli ricorda che negli Apostoli si era insinuata ‘una certa smania di grandezza’, dinanzi alla quale Gesù dovette intervenire come un medico per guarirli. Ricordiamo infatti il monito del Signore quando vede il gruppo dei Dodici che discute su chi fosse il più grande: ‘Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti’. Più volte il papa Francesco diceva: l’unica autorità che abbiamo è il servizio, e un servizio umile! E’ veramente importante che meditiamo e cerchiamo di vivere quelle parole”.
Questa è stata la raccomandazione di papa Leone XIV, che consiglia di ricordare un discorso di papa Francesco: “Vi chiedo perciò di vigilare sempre e di camminare in umiltà e preghiera, per farvi servi del popolo a cui il Signore vi manda. Questo servizio, ricordava papa Francesco in un’occasione come questa, si esprime nell’essere segno della vicinanza di Dio…
Allo stesso tempo, oggi dobbiamo chiederci cosa significa essere servi della fede del popolo. Per quanto importante e necessaria, non basta la sola consapevolezza che il nostro ministero sia radicato nello spirito di servizio, a immagine di Cristo. Esso infatti deve anche tradursi nello stile dell’apostolato, nelle varie forme della cura e del governo pastorale, nell’anelito dell’annuncio, in modi tanto diversi e creativi a seconda delle situazioni concrete che vi troverete ad affrontare”.
E questa crisi che si vive può essere un momento per ritrovare la ‘passione’ dell’annuncio del Vangelo: “La crisi della fede e della sua trasmissione, insieme alle fatiche che riguardano l’appartenenza e la pratica ecclesiale, ci invitano a ritrovare la passione e il coraggio per un nuovo annuncio del Vangelo. Nel contempo, diverse persone che sembrano essere lontane dalla fede, spesso tornano a bussare alle porte della Chiesa oppure si aprono a una nuova ricerca di spiritualità, che a volte non trova linguaggi e forme adeguate nelle proposte pastorali consuete”.
Insomma il papa ha esortato a non fuggire le sfide del mondo: “E non dobbiamo dimenticare, inoltre, le altre sfide, di carattere più culturale e sociale, che ci riguardano tutti e che, in special modo, interessano alcuni territori: il dramma della guerra e della violenza, le sofferenze dei poveri, l’aspirazione di tanti a un mondo più fraterno e solidale, le sfide etiche che ci interpellano sul valore della vita e della libertà, e la lista sarebbe certamente più lunga”.
L’intervento introduttivo del papa si è concluso con l’invito di essere ‘pastori’ tra le genti: “In questo contesto, la Chiesa vi manda come pastori premurosi, attenti, che sanno condividere il cammino, le domande, le ansie e le speranze della gente; pastori che desiderano essere guide, padri e fratelli per i sacerdoti e per le sorelle e i fratelli nella fede.
Carissimi, prego per voi, perché non vi manchi mai il vento dello Spirito e perché la gioia della vostra Ordinazione, come profumo soave, possa espandersi anche su coloro che andrete a servire”.
(Foto: Santa Sede)
XVI Domenica Tempo Ordinario: Ospitare Dio nella nostra vita!
Oggi il Vangelo ci offre una icona della vera famiglia cristiana: non si tratta di una parabola ma di un fatto concreto. Gesù è ospite di una famiglia di tre persone: le sorelle Marta e Maria e il fratello Lazzaro. Tema della Liturgia è l’ospitalità di Abramo e quella di Marta e Maria. Dio è il vero e significativo ospite dell’anima. Dal racconto evangelico si evince che Marta è tutta presa a preparare il pranzo, addobbare la casa per l’accoglienza dignitosa di un ospite eccezionale; Maria, la sorella, è come rapita dalla presenza del maestro e se ne sta là, vicino a Gesù, ad ascoltarlo.
L’atteggiamento delle due sorelle è assai diverso ed evidenzia l’uno l’amore per la vita attiva, l’altro l’interesse per la vita contemplativa. Gesù, provocato affettuosamente da Marta, che si sente lasciata sola dalla sorella nelle faccende domestiche: pulizia, addobbo della tavola, preparazione dei pasti, risponde: ‘Marta, Marta, ti preoccupi di molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è veramente bisogno; Maria ha scelto la parte migliore e non le sarà tolta’.
Gesù non intende condannare l’atteggiamento del servizio, ma l’affanno dal quale tante volte si è presi, come se fosse l’unica cosa essenziale. La cosa veramente essenziale è un’altra: ascoltare la parola del Signore. Il Signore in quel momento è proprio lì, nella persona di Gesù. Tutto passerà o ci sarà tolto; ciò che rimane è solo la parola di Dio: parola eterna che dà senso al nostro agire quotidiano. Nessun disprezzo per la vita attiva, tanto meno per l’ospitalità; Ma Gesù evidenzia l’unica cosa veramente necessaria.
La persona, scriveva un giorno papa Benedetto XVI, deve lavorare, impegnarsi nelle occupazioni domestiche e professionali, ma ha bisogno in primis di Dio, che è luce interiore: amore e verità. Senza amore anche le attività più importanti perdono valore e non danno gioia; senza amore tutto il nostro fare si riduce ad attivismo sterile e disordinato. Siamo invitati dalla pagina del vangelo ad accogliere Dio nella nostra vita: solo lui è il vero ospite dell’anima, della famiglia e del mondo intero.
Accogliere Cristo significa ‘ascoltare la sua parola’. L’ascolto è l’unica azione cultuale richiesta da Dio al suo popolo; l’ascolto è l’unica cosa di cui abbiamo bisogno per adorare il Signore efficacemente; da qui le parole di Gesù: ‘Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta’. La parte migliore è il Vangelo di Cristo Gesù. Tutto passerà o ci sarà tolto, ma la parola di Dio rimane, è eterna e dà senso al nostro agire quotidiano: nessuno disprezzo per la vita attiva,nè tanto meno per l’ospitalità; ma l’unica cosa veramente necessaria è ascoltare la parola di Dio ed attuarla. Dio è sempre accanto a noi; è sempre ospite nella ‘famiglia umana’ perchè la famiglia e nella famiglia si completa l’uomo; Dio giustamente disse: ‘non è bene che l’uomo sia solo’.
Gesù incarnandosi volle nascere in una famiglia a Betlemme, volle vivere in una famiglia a Nazareth; istituì inoltre la Chiesa come la grande famiglia delle famiglie: la famiglia cristiana è la vera chiesa domestica. La sua presenza in noi si rivela nell’amore e nell’impegno: ‘Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui’.
La vera sapienza sta nel sapere coniugare questi due elementi: la contemplazione e l’azione. Anche le ferie estive servono a riequilibrare attivismo e contemplazione. la Santissima Vergine, madre di Gesù e nostra, ci guidi nell’amore di Dio e del prossimo con le mani di Marta e il cuore e la fede di Maria. La spiritualità cristiana è la sintesi di contemplazione e azione.
Papa Leone XIV invita a cambiare prospettiva
“Sono lieto di incontrarvi, alcune di voi in occasione del Capitolo Generale, altre per il pellegrinaggio giubilare. In tutti e due i casi venite presso la tomba di Pietro per rinnovare il vostro amore al Signore e la vostra fedeltà alla Chiesa”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto le Figlie della Divina Carità, le Suore dell’Ordine di San Basilio Magno e della Congregacion Agustinas Hermanas del Amparo, e le Hermanas Franciscanas de los Sagrados Corazones, in occasione dei rispettivi Capitoli generali.
Ed ha trovato un ‘filo conduttore’ comune di questi Ordini religiosi: “Eppure le vostre storie mostrano una dinamica comune, per cui la luce di grandi modelli di vita spirituale del passato (come Agostino, Basilio, Francesco) attraverso l’ascesi, il coraggio e la santità di vita di fondatori e fondatrici, ha suscitato e fatto crescere nuove vie di servizio, soprattutto nei confronti dei più deboli: bambini, ragazze e ragazzi poveri, orfani, migranti, a cui si sono aggiunti col tempo anziani e malati, oltre a tanti altri ministeri di carità”.
Alla base di tutto ciò, però, c’è la fedeltà al Vangelo: “Le alterne vicende del vostro passato e la vivacità del presente fanno toccare con mano come la fedeltà alla sapienza antica del Vangelo sia il miglior propellente per chi, spinto dallo Spirito Santo, intraprende nuove vie di donazione, votate all’amore di Dio e del prossimo in ascolto attento dei segni dei tempi”.
Quindi ha ripreso un passo del Commento al Vangelo di san Giovanni di sant’Agostino per ribadire il ‘primato’ della Parola di Dio (‘Dio è il tuo tutto. Se hai fame, Dio è il tuo pane; se hai sete, Dio è la tua acqua; se sei nelle tenebre, Dio è la tua luce che non ha tramonto; se sei nudo, Dio è la tua veste immortale’): “Sono parole da cui ci fa bene lasciarci interrogare: in che misura questo è vero per me? Quanto il Signore sazia la mia sete di vita, d’amore, di luce?
Sono domande importanti. Infatti è questo radicamento in Cristo che ha portato chi ci ha preceduto (uomini e donne come noi, con doti e limiti come i nostri) a fare cose che forse mai avrebbero pensato di poter realizzare, permettendo loro di lanciare semi di bene che, traversando secoli e continenti, oggi hanno raggiunto praticamente tutto il mondo, come dimostra la vostra presenza”.
Mentre nel messaggio ai partecipanti alla 44^ sessione della Conferenza FAO, in svolgimento in questi giorni, papa Leone XIV ha stigmatizzato il fatto che tante persone soccombono al flagello della fame: “La Chiesa incoraggia tutte le iniziative per porre fine allo scandalo della fame nel mondo, condividendo i sentimenti del suo Signore, Gesù, il quale, come raccontano i Vangeli, vedendo una grande folla avvicinarsi a lui per ascoltare la sua parola, si preoccupò soprattutto di sfamarla e, a tal fine, chiese ai suoi discepoli di farsi carico del problema, benedicendo abbondantemente i loro sforzi”.
Ed ha fatto rifermento alla ‘moltiplicazione dei ‘pani’, sottolineando il bisogno della condivisione, offerto da Gesù: “Qualcosa che oggi abbiamo forse dimenticato perché, nonostante alcuni passi importanti siano stati compiuti, la sicurezza alimentare globale continua a deteriorarsi, rendendo sempre più improbabile il raggiungimento dell’obiettivo ‘Fame Zero’ dell’Agenda 2030. Ciò significa che siamo ben lontani dall’adempiere al mandato che ha dato vita a questa istituzione intergovernativa nel 1945”.
Nel messaggio il papa ha denunciato l’uso della fame come strumento di guerra: “D’altro canto, assistiamo oggi, sgomenti, all’uso iniquo della fame come arma di guerra. Far morire di fame una popolazione è un modo molto economico per fare la guerra. Pertanto, oggi, quando la maggior parte dei conflitti non è combattuta da eserciti regolari, ma da gruppi di civili armati con poche risorse, incendiare terre, rubare bestiame e bloccare gli aiuti sono tattiche sempre più utilizzate da coloro che cercano di controllare intere popolazioni indifese. Così, in questi tipi di conflitti, i primi obiettivi militari diventano le reti di approvvigionamento idrico e le vie di comunicazione. Gli agricoltori non possono vendere i loro prodotti in ambienti minacciati dalla violenza e l’inflazione sale alle stelle. Questo porta un gran numero di persone a soccombere al flagello della fame e a morire, con l’aggravante che, mentre i civili sono indeboliti dalla povertà, i leader politici sono ingrassati dalla corruzione e dall’impunità”.
I conflitti e le economie sono fattori determinanti che aggravano la crisi alimentare: “Crisi politiche, conflitti armati e sconvolgimenti economici giocano un ruolo centrale nell’aggravare la crisi alimentare, ostacolando gli aiuti umanitari e compromettendo la produzione agricola locale, negando così non solo l’accesso al cibo, ma anche il diritto a una vita dignitosa e ricca di opportunità. Sarebbe un errore fatale non sanare le ferite e le fratture causate da anni di egoismo e superficialità”.
Solo la pace determina la stabilità: “Inoltre, senza pace e stabilità, non sarà possibile garantire sistemi agroalimentari resilienti né assicurare cibo sano, accessibile e sostenibile per tutti. Da qui la necessità di un dialogo, in cui le parti coinvolte siano disposte non solo a dialogare, ma anche ad ascoltarsi, a comprendersi e ad agire insieme. Gli ostacoli non mancheranno, ma con un senso di umanità e fraternità, i risultati non potranno che essere positivi”.
Infine il papa ha sottolineato che i sistemi alimentari influenzano il cambiamento climatico: “L’ingiustizia sociale causata dai disastri naturali e dalla perdita di biodiversità deve essere invertita per realizzare una giusta transizione ecologica che ponga al centro l’ambiente e le persone. Per proteggere gli ecosistemi e le comunità svantaggiate, compresi i popoli indigeni, dobbiamo mobilitare risorse da governi, enti pubblici e privati, e organizzazioni nazionali e locali per adottare strategie che diano priorità alla rigenerazione della biodiversità e della ricchezza del suolo”.
Ecco quindi la richiesta di un nuovo atteggiamento contro lo sfruttamento alimentare: “Senza un’azione climatica decisa e coordinata, sarà impossibile garantire sistemi agroalimentari in grado di nutrire una popolazione globale in crescita. Produrre cibo non è sufficiente; è anche importante garantire che i sistemi alimentari siano sostenibili e offrano diete sane e accessibili a tutti. Ciò significa ripensare e rinnovare i nostri sistemi alimentari in una prospettiva di solidarietà, superando la logica dello sfruttamento selvaggio del creato e orientando meglio il nostro impegno nella coltivazione e nella cura dell’ambiente e delle sue risorse, per garantire la sicurezza alimentare e procedere verso un’alimentazione sufficiente e sana per tutti”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: aiutare la Chiesa a crescere nell’unità
“Apprezzo e ammiro il vostro impegno di venire pellegrini a Roma, ben sapendo quanto siano pressanti le esigenze del ministero. Ma ognuno di voi, come me, prima di essere pastore, è pecora del gregge del Signore! E dunque anche noi, anzi, noi per primi siamo invitati ad attraversare la Porta Santa, simbolo di Cristo Salvatore. Per guidare la Chiesa affidata alle nostre cure dobbiamo lasciarci profondamente rinnovare da Lui, il Buon Pastore, per conformarci pienamente al suo cuore e al suo mistero d’amore”: con questo saluto papa Francesco ha offerto molti spunti nella meditazione nella basilica di san Pietro ai vescovi in occasione del Giubileo
Nell’intervento il papa ha ricordato che le parole di san Paolo sulla speranza erano quelle più care a papa Francesco, tanto da sceglierle per l’inizio della Bolla d’indizione del Giubileo: “Noi vescovi siamo i primi eredi di questa profetica consegna, e dobbiamo custodirla e trasmetterla al Popolo di Dio, con la parola e la testimonianza. A volte, annunciare che la speranza non delude significa andare controcorrente, persino contro l’evidenza di situazioni dolorose che sembrano senza via d’uscita. Ma è proprio in quei momenti che può meglio manifestarsi come il nostro credere e il nostro sperare non vengano da noi, ma da Dio. Ed allora, se siamo davvero vicini, solidali con chi soffre, lo Spirito Santo può ravvivare nei cuori anche la fiamma ormai quasi spenta”.
Ed ha tratteggiato alcune caratteristiche del vescovo: “Carissimi, il pastore è testimone di speranza con l’esempio di una vita saldamente ancorata in Dio e tutta donata nel servizio della Chiesa. E ciò avviene nella misura in cui egli è identificato con Cristo nella sua vita personale e nel suo ministero apostolico: allora lo Spirito del Signore dà forma al suo modo di pensare, ai suoi sentimenti, ai suoi comportamenti. Soffermiamoci insieme su alcuni tratti che caratterizzano questa testimonianza”.
La prima caratteristica riguarda l’unità: “Anzitutto, il Vescovo è il principio visibile di unità nella Chiesa particolare a lui affidata. È suo compito fare in modo che essa si edifichi nella comunione tra tutti i suoi membri e con la Chiesa universale, valorizzando il contributo dei diversi doni e ministeri per la crescita comune e per la diffusione del Vangelo. In questo servizio, come in tutta la sua missione, il Vescovo può contare sulla speciale grazia divina conferitagli nell’Ordinazione episcopale: essa lo sostiene come maestro di fede, come santificatore e guida spirituale; anima la sua dedizione per il Regno di Dio, per la salvezza eterna delle persone, per trasformare la storia con la forza del Vangelo”.
La seconda caratteristica riguarda la vita teologale: “Il che equivale a dire: uomo pienamente docile all’azione dello Spirito Santo, che suscita in lui la fede, la speranza e la carità e le alimenta, come la fiamma del fuoco, nelle diverse situazioni esistenziali”.
Riprendendo la Lettera agli Ebrei il papa ha sottolineato che il vescovo è un ‘uomo di fede’: “Che bello questo ritratto dell’uomo di fede: uno che, per la grazia di Dio, vede oltre, vede la meta, e rimane saldo nella prova. Pensiamo alle volte in cui Mosè intercede per il popolo al cospetto di Dio. Ecco: il Vescovo nella sua Chiesa è l’intercessore, perché lo Spirito mantiene viva nel suo cuore la fiamma della fede”.
Quindi il vescovo è ‘uomo di speranza’: “Specialmente quando il cammino del popolo si fa più faticoso, il Pastore, per virtù teologale, aiuta a non disperare: non a parole ma con la vicinanza. Quando le famiglie portano pesi eccessivi e le istituzioni pubbliche non le sostengono adeguatamente; quando i giovani sono delusi e nauseati di messaggi illusori; quando gli anziani e le persone con disabilità gravi si sentono abbandonati, il Vescovo è vicino e non offre ricette, ma l’esperienza di comunità che cercano di vivere il Vangelo in semplicità e in condivisione”.
Due ‘caratteristiche’ che confluiscono nella carità: “E così la sua fede e la sua speranza si fondono in lui come uomo di carità pastorale. Tutta la vita del Vescovo, tutto il suo ministero, così diversificato e multiforme, trova la sua unità in questo che sant’Agostino chiama amoris officium. Qui si esprime e traspare al massimo grado la sua esistenza teologale. Nella predicazione, nelle visite alle comunità, nell’ascolto dei presbiteri e dei diaconi, nelle scelte amministrative, tutto è animato e motivato dalla carità di Gesù Cristo Pastore.
Con la sua grazia, attinta quotidianamente nell’Eucaristia e nella preghiera, il Vescovo dà esempio di amore fraterno nei confronti del suo coadiutore o ausiliare, del Vescovo emerito e dei Vescovi delle diocesi vicine, dei suoi collaboratori più stretti come dei preti in difficoltà o ammalati. Il suo cuore è aperto e accogliente, e così è la sua casa”.
Tali virtù confluiscono nella ‘prudenza pastorale’, secondo l’insegnamento di papa Francesco: “La prudenza pastorale è la sapienza pratica che guida il Vescovo nelle sue scelte, nel governare, nei rapporti con i fedeli e con le loro associazioni. Un chiaro segno della prudenza è l’esercizio del dialogo come stile e metodo nelle relazioni e anche nella presidenza degli organismi di partecipazione, cioè nella gestione della sinodalità nella Chiesa particolare”.
Tali caratteristiche si vivono nello stile di vita: “Ha uno stile semplice, sobrio e generoso, dignitoso e nello stesso tempo adeguato alle condizioni della maggior parte del suo popolo. Le persone povere devono trovare in lui un padre e un fratello, non sentirsi a disagio nell’incontrarlo o entrando nella sua abitazione. Egli è personalmente distaccato dalle ricchezze e non cede a favoritismi sulla base di esse o di altre forme di potere. Il Vescovo non deve dimenticare che, come Gesù, è stato unto di Spirito Santo e inviato a portare il lieto annuncio ai poveri”.
Tra questi stili di vita c’è il celibato, che significa ‘castità del cuore’: “Insieme alla povertà effettiva, il Vescovo vive anche quella forma di povertà che è il celibato e la verginità per il Regno dei cieli. Non si tratta solo di essere celibe, ma di praticare la castità del cuore e della condotta e così vivere la sequela di Cristo e offrire a tutti la vera immagine della Chiesa, santa e casta nelle membra come nel Capo. Egli dovrà essere fermo e deciso nell’affrontare le situazioni che possono dare scandalo ed ogni caso di abuso, specialmente nei confronti di minori, attenendosi alle attuali disposizioni”.
Tutte queste caratteristiche non escludono le virtù: “Possiamo menzionare la lealtà, la sincerità, la magnanimità, l’apertura della mente e del cuore, la capacità di gioire con chi gioisce e soffrire con chi soffre; e così pure il dominio di sé, la delicatezza, la pazienza, la discrezione, una grande propensione all’ascolto e al dialogo, la disponibilità al servizio. Anche queste virtù, delle quali ciascuno di noi è più o meno dotato per natura, possiamo e dobbiamo coltivarle in conformità a Gesù Cristo, con la grazia dello Spirito Santo”.
Mentre in mattinata ai seminaristi delle diocesi del Triveneto ha rivolto un invito ad essere comunità: “Non pensatevi quindi soli, e nemmeno pensatevi da soli…Abbiate piena fiducia nei vostri formatori, senza ritrosie o doppiezze. E voi, formatori, siate buoni compagni di strada dei seminaristi che vi sono affidati: offrite loro l’umile testimonianza della vostra vita e della vostra fede; accompagnateli con affetto sincero. Sappiatevi tutti sostenuti dalla Chiesa, anzitutto nella persona del Vescovo”.
Ed ecco l’invito finale ad avere lo sguardo su Gesù: “Infine, la cosa più importante: tenete fisso lo sguardo su Gesù, coltivando la relazione di amicizia con Lui… Egli chiede, come scriveva papa Francesco nell’enciclica ‘Dilexit nos’, ‘di non vergognarti di riconoscere la tua amicizia con il Signore. Ti chiede di avere il coraggio di raccontare agli altri che è un bene per te averlo incontrato’. Incontrare Gesù, infatti, salva la nostra vita e ci dona la forza e la gioia di comunicare il Vangelo a tutti”.
(Foto: Santa Sede)




























