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Federico Violo eletto presidente della Federazione Nazionale Italiana della Società di San Vincenzo De Paoli
Nei giorni scorsi si sono concluse le votazioni per il rinnovo della Giunta Esecutiva della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV. Le urne hanno decretato la nascita della squadra che guiderà l’Associazione nel delicato e importante mandato 2026-2032. Alla presidenza della Federazione è stato eletto Federico Violo, affiancato da professionisti provenienti da tutta Italia.
Nel suo primo intervento da Presidente nazionale, Federico Violo si è rivolto all’assemblea con una frase di grande umiltà: ‘Io sono uno sconosciuto’ – ovviamente non è così dato il suo lungo e profondo impegno nel mondo del volontariato ed, in particolare, nella Società di San Vincenzo De Paoli.
In quelle poche parole si delinea un tratto della sua persona e del suo approccio a questo nuovo incarico: l’umiltà di chi non arriva per occupare uno spazio, ma per mettersi al servizio. Ed è proprio dal servizio che Violo ha fatto partire il suo messaggio ai presenti: essere accanto a chi ha più bisogno nel segno della comunione e dell’unità.
“La San Vincenzo è dei poveri e per i poveri. Il nostro è un servizio alla carità”, ha ricordato, riportando così al centro la ragione più profonda dell’impegno vincenziano. Poi il saluto e il ringraziamento alla Presidente uscente, Paola Da Ros, per l’impegno profuso durante gli anni alla guida della Federazione. Il nuovo Presidente ha concluso il suo intervento con un sentito saluto: “Vi abbraccio tutti dal profondo del cuore”.
La nuova Giunta si insedia ponendo al centro le linee programmatiche raccolte nel documento ‘La Buona Direzione. Camminare insieme, servire meglio’. Un piano che traccia una rotta chiara per rispondere alle crescenti povertà del Paese, ma che guarda prima di tutto all’interno della Federazione con un forte messaggio di unità, trasparenza e riconciliazione.
Il programma della Giunta si apre con un’attenta analisi delle ferite globali e nazionali. La San Vincenzo De Paoli riafferma la propria presenza ‘nel cuore del mondo’, esprimendo profonda preoccupazione per l’aumento delle spese militari a scapito delle politiche sociali, sanitarie ed educative.
Tra le priorità individuate dal nuovo mandato per i prossimi anni figurano il contrasto alla povertà sanitaria (che nel 2024 ha visto quasi il 10% degli italiani rinunciare a curarsi), l’accompagnamento dei lavoratori davanti all’impatto dell’Intelligenza Artificiale, il supporto alle aree colpite dal calo demografico e la valorizzazione delle aree interne e dei borghi d’Italia, definiti dalla CEI come il vero ‘metabolismo dei nostri territori’.
La principale novità strutturale del mandato è l’istituzione del nuovo Settore nazionale ‘Progetti, Reti e Territori – Progetti Italia’. Questo servizio garantirà supporto tecnico per i Consigli Centrali e le Opere Speciali per facilitare l’accesso ai finanziamenti, intercettare bandi pubblici ed europei, e sostenere i volontari nella complessa macchina burocratica della progettazione. ‘Progetti Italia’ svilupperà inoltre un’importante attività di advocacy, portando la voce e i dati delle persone più fragili all’attenzione delle istituzioni. Consapevole della fase complessa vissuta recentemente dall’Associazione (segnata da incomprensioni e tensioni) la nuova Giunta ha strutturato il proprio mandato attorno a due momenti chiave:
Prima fase (12-18 mesi) – Il tempo della ricomposizione: Un periodo interamente dedicato all’ascolto. La Giunta si impegna a visitare progressivamente tutte le realtà locali per ricostruire fiducia e trasparenza. Seconda fase – Il tempo della corresponsabilità: L’ascolto si trasformerà in una progettualità ‘a geometria territoriale’, con strumenti flessibili e modulabili adatti alle diverse esigenze locali (dalle grandi metropoli ai piccoli borghi), applicando il principio di sussidiarietà.
Per supportare i volontari, il programma introduce un piano formativo permanente articolato su tre dimensioni: tecnica (per alleggerire la burocrazia), spirituale (sulle orme del Beato Federico Ozanam) e relazionale (per la gestione costruttiva dei conflitti). Anche la comunicazione cambierà passo, mettendosi totalmente a servizio dei territori per far emergere le buone pratiche locali e potenziando la storica rivista ‘Le Conferenze di Ozanam’ come incubatore di esperienze replicabili.
Il mandato 2026-2032 sarà guidato da criteri stringenti di collegialità, sostenibilità economica e verifica periodica dei risultati, interpretando la leadership non come occupazione di spazi, ma come l’apertura di nuove strade.
“La nostra buona direzione ha un volto preciso: quello delle persone che attendono ascolto, vicinanza, dignità e speranza, conclude il documento programmatico della Giunta Esecutiva. La direzione sarà davvero buona quando nessuno avrà bisogno di rimanere indietro perché qualcun altro possa avanzare. è guardando verso gli ultimi che ritroveremo anche la strada per tornare a camminare uniti”.
Federico Violo (classe 1986, Valenza – AL), laureato con lode in Giurisprudenza e mediatore civile, affianca alla professione di imprenditore agricolo un lungo percorso nel Terzo Settore. Già Presidente del Consiglio Centrale di Alessandria e Coordinatore Interregionale per il Piemonte e la Valle d’Aosta, dal 2014 presiede la Consulta Comunale del Volontariato Sociale di Valenza, guidando una rete di oltre 40 associazioni del territorio. Insieme al nuovo Presidente è stata eletta la Giunta Esecutiva Nazionale, composta da: Giulia Bandiera, Vicepresidente; Licia Latino, Segretario; Leonardo Semplici, Tesoriere; Francesco Cannizzo, Leonardo Di Filippo, Luisa Fasano, Guido Garbi e Rosario Macca, componenti di Giunta.
Riccardo Rossi ricorda Fratel Biagio Conte
“Quando era presente alla santa messa, Fratel Biagio, missionario, nato il 16 settembre del 1963, oggi ricorre la sua nascita, fondatore di una comunità che a Palermo ospitava gratuitamente circa 1000 indigenti, più di una volta abbiamo assistito a eventi straordinari o altre manifestazioni di grande fede”.
E’’ quanto dice Riccardo Rossi, giornalista ex portavoce del missionario, ricordando il francescano laico scomparso nel giorno della sua nascita: “Ad esempio, era domenica e un centinaio di persone stavano partecipando alla santa messa nella chiesa Casa di Preghiera per tutti i Popoli (nel 2019); improvvisamente il fratello che suonava i tamburi nel coro si sentì male, impallidì, ci si rese conto qualche minuto dopo che era stato colpito da un infarto.
Fu chiamata subito l’ambulanza e i medici che lo presero in carico riscontrarono che i valori dell’uomo erano decisamente alterati. Mentre stavano preparandosi per portarlo in ospedale, il fratello improvvisamente sente di stare meglio e manifesta l’intenzione di non essere ricoverato, considerato anche che i valori, rimisurati, si erano stabilizzati. L’ambulanza così va via, ma dopo pochi minuti ritorna davanti la chiesa; gli operatori avevano dimenticato degli attrezzi necessari. Entrano in chiesa, mentre la celebrazione nel frattempo era andata avanti e scorgono l’uomo, che fino a qualche minuto stava male, a suonare i tamburi, come niente fosse successo. Rimasero sbalorditi, per la sua ripresa quasi immediata”.
“Terminata la santa messa, con mia moglie Barbara- continua Rossi- abbiamo raggiunto Fratel Biagio in sacrestia per capire qualcosa in più di quello che era successo. Fratel Biagio, con un animo contento e con un sorriso puro come quello di un bambino, ci raccontò: ‘Oggi nella Lettura si narrava della parabola di Gesù che guarisce la suocera di Pietro; ella come fu guarita si mise a servirli. Ebbene io ho pregato il buon Gesù e ho chiesto a Lui di far riprendere dal malore il mio fratellino e che poi potesse tornare tranquillamente a suonare i tamburi. Il buon Gesù mi ha accontentato’.
A tal proposito Gesù aggiunge nel volume 20, Libro di Cielo, 22 ottobre 1926, vergato dalla Serva di Dio Luisa Piccarreta: Il Regno del Fiat Divino farà il gran miracolo di sbandire tutti i mali, tutte le miserie, tutti i timori, perché Essa non farà il miracolo a tempo ed a circostanze, ma si terrà i suoi figli del suo regno con un atto di miracolo continuato, per preservarli da qualunque male e farli distinguere come figli del regno suo”.
“Il nostro compito è sempre più di affidarci alla fede, afferma Riccardo Rossi, Piccolo Figlio della Divina Volontà, perché con l’Avvento del Regno di Dio, saranno eliminati tutti mali e ci saranno solo i beni”.
(Tratto da AdnKronos)
Papa Leone XIV chiede attenzione a Roma
“…vorrei ripartire con voi dal mattino di Pasqua, da un giardino, da un sepolcro vuoto. Maria di Magdala è lì, all’alba, quando è ancora buio, e il buio in cui si trova non è soltanto quello della notte che non è finita. E’ il buio di chi ha perduto qualcuno, di chi cerca e non trova, di chi si china e piange. II Vangelo, però, non la lascia in quel pianto. Le si avvicina un uomo, che lei scambia per il custode del giardino, e le rivolge due domande: ‘Perché piangi? Chi cerchi?’. Queste due domande, carissimi, vorrei che ispirassero il cammino prossimo della Diocesi di Roma”: da qui è partito papa Leone XIV nell’incontro con l’assemblea diocesana di Roma, che apre ufficialmente l’anno pastorale., annunciando anche l’avvio della causa di canonizzazione di Don Luigi Di Liegro.
Domande che invitano a mettersi in ascolto per superare le difficoltà: “Credo infatti che possiamo sentirle rivolte, oggi, alla nostra Chiesa e all’intera città: ‘Perché piangi? Chi cerchi?’ Esse riguardano la ricerca ansiosa di speranza che percepite nelle parrocchie, negli incontri e negli ambienti di vita, quando vi siete messi in ascolto gli uni degli altri e della gente. Maria Maddalena è sveglia prima dell’alba ed è già corsa al sepolcro, perché in lei c’è vita, c’è attesa!”
Domande essenziali anche per Roma: “Così, a Roma sono tante le persone che ricominciano ogni mattina, ma anche comunità parrocchiali, associazioni, movimenti, gruppi e realtà ecclesiali che lavorano con generosità nell’evangelizzazione, nella carità, nel servizio alla preghiera liturgica. Certo, accanto a questa ricchezza avete riconosciuto con onestà alcune fatiche. E’ lo smarrimento di chi non riesce più a trovare dove si incontra il Signore. Un’esperienza che condividiamo con tanti fratelli e sorelle, ma che capita di vivere anche a noi. A volte si moltiplicano le proposte, le attività, gli incontri e si smarrisce il centro, il senso evangelico di ciò che si fa”.
Però davanti allo smarrimento c’è una chiamata nominale sussurrata delicatamente: “Ed ecco, nel Vangelo, che una sola parola fa voltare la Maddalena: il suo nome, ‘Maria!’ E’ così che si incontra Gesù Cristo: sentendosi chiamare per nome da Lui, nei molti modi in cui ciò può avvenire. E’ da qui che deve ripartire ogni azione pastorale: non tanto chiedendosi ‘che cosa’ fare, ma piuttosto ‘chi’ e ‘come’ incontrare.
Nelle nostre comunità si può rimanere anonimi, invisibili e incompresi, oppure essere visti, conosciuti e chiamati per nome. E chi incontra davvero Cristo, come Maria di Magdala, sente riempirsi il cuore e allora non può restare fermo, corre e va ad annunciare. ‘Ho visto il Signore!’, dice la donna ai discepoli. Non un ricordo, non un fatto privato, ma una gioia profonda che genera comunità”.
Questo è il compito che il papa ha assegnato: “Per questo, fratelli e sorelle, non vi consegno oggi un nuovo programma pastorale. Non ripartiamo da zero, e nulla di quanto abbiamo vissuto va archiviato. Il lavoro sulle ‘malattie spirituali’ ci ha insegnato a riconoscere ciò che, nella nostra vita ecclesiale, chiede di essere curato, corretto o convertito. Il Cammino Sinodale ci ha insegnato come ascoltare e discernere insieme, corresponsabili dell’unica missione. Desidero invece proporvi di sviluppare una terza dimensione: quella della verifica pastorale”.
Quindi una ‘verifica’ per comprendere: “Verificare, sotto la luce dello Spirito Santo, significa fermarsi, rileggere ciò che è accaduto, riconoscere ciò che ha portato frutto, comprendere ciò che non ha funzionato e cercarne insieme le ragioni. Significa, in una parola, fare verità. Vi invito a operare questa verifica coinvolgendo l’intera comunità e, per quanto possibile, ascoltando anche persone che non la frequentano e vedono le cose, per così, dire dall’esterno”.
Ed ecco le tre attenzioni poste dal papa: “La prima attenzione: incontrare Cristo e farlo incontrare. La Chiesa non esiste per sé stessa, ma per condurre ogni persona all’incontro con il Signore; e allora non basta domandarsi se un’attività è ben organizzata, se è partecipata, se dura da molti anni; occorre domandarsi se essa conduce realmente a Cristo, se fa incontrare il Vangelo con la vita concreta delle persone.
La seconda attenzione: generare comunità. Dalla Pasqua di Cristo nascono comunità nuove, libere, riconciliate. Abbiamo il coraggio di curare l’essenziale, per lasciare spazio a relazioni vere, dentro le quali le persone si sentano parte di un popolo: si sentano accolte, accompagnate, valorizzate, corresponsabili. Ai giovani impegniamoci a offrire tempo e ascolto, dentro e oltre le iniziative.
La terza attenzione: abitare e servire la città. Roma non è lo sfondo indifferente delle nostre comunità: è il luogo della nostra missione. La comunità generata dal Risorto non può restare chiusa in sé stessa, ma condivide le attese, le fragilità e le domande delle persone; e impara a riconoscere, in ciò che accade nei diversi ambienti della città, le domande alle quali il Vangelo può rispondere, se nuovamente accolto”.
Si raggiungono queste tre ‘attenzioni’ attraverso un cammino di formazione: “Vi chiedo perciò di darvi il tempo di camminare insieme (non un anno, ma un cammino), perché sia un vero discernimento e non un’iniziativa che si aggiunge alle altre. Il Vescovo non vi chiede di programmare nuove attività: vi propone un metodo comune di ascolto, di discernimento, di verifica e di conversione. I contenuti e le priorità restano affidati alla responsabilità delle vostre comunità, nei cinque ambiti che sono la catechesi e l’iniziazione cristiana, i giovani, la famiglia, la carità, le vocazioni, perché l’obiettivo è condividere uno stile pastorale, non uniformare le esperienze. Ed in questo le Prefetture sono chiamate a diventare sempre più luoghi di incontro, di confronto e di elaborazione pastorale condivisa”.
Ed ecco la notizia per rendere ‘attuale’ questo cammino: “Ho infatti approvato con gioia la decisione di compiere i passi necessari perché sia avviata l’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità di don Luigi Di Liegro, presbitero di questa Chiesa, morto il 12 ottobre 1997. Il dono che egli fa al nostro cammino non sta anzitutto nelle opere che ha fatto: don Luigi, prima di costruire qualunque cosa, ha voluto ‘vedere’. Nel 1969 commissionò un’indagine sulla religiosità dei romani, perché aveva imparato che non c’è incarnazione del messaggio senza ascolto della realtà”.
Questa è l’essenza del cristianesimo: “Carissimi, questo fa pensare alla domanda di Maria di Magdala presso il sepolcro di Gesù. È la domanda con cui oggi ricominciamo. Quali segni del Regno e quali appelli dello Spirito Santo emergono oggi dalla vita di Roma, e quale forma di Chiesa occorre assumere per riconoscerli e servirli? Custodire in noi questa domanda ci aiuterà a essere Chiesa solidale con il destino di questa città, a contatto con le sue ferite, le sue attese e le sue trasformazioni”.
Ma tutto ciò può essere fatto in compagnia: “Vi esorto a non portare le fatiche da soli. E vi dico con chiarezza che l’arte della verifica pastorale non vi chiede di fare di più: vi dà, anzi, il permesso di fare meno e meglio. Se la verifica pastorale diventasse un’ulteriore incombenza sulle vostre spalle, ne avremmo tradito il senso”.
Quindi ha tratteggiato il ‘volto’ del sacerdote: “Il prete dovrebbe essere un uomo che ascolta prima di rispondere, che discerne prima di decidere. Una persona che resta davanti al Signore, perché non può condurre altri a un incontro che non sta vivendo. La domanda del ‘perché?’ è anzitutto una sua domanda personale: perché sono prete? Corrisponde ancora, la mia giornata, al motivo per cui il Signore mi ha chiamato per nome? Il prete non concentra in sé ogni responsabilità.
Riconosce i carismi, forma le coscienze, rende possibile la corresponsabilità dei laici: non per mancanza di forze, ma per fedeltà alla natura della Chiesa. Una comunità nella quale tutto dipende dal parroco è una comunità fragile, e presiedere non significa fare tutto. Significa generare comunione, valorizzare le energie degli altri, collegare persone e realtà, custodire l’unità.
Il prete, infine, si inserisce e desidera appartenere a una comunità capace di leggere il proprio quartiere, di condividerne le ferite e le speranze, responsabile della vita di tutti, anche di chi non varca la soglia della chiesa. Questa è la forma che la carità assume nella presidenza pastorale, ed è ciò che impedisce a una parrocchia di ripiegarsi nell’autoconservazione”.
Ed ha anche rivolto un pensiero ai giovani seminaristi: “Cari giovani, vi state preparando ad essere preti per questa Diocesi. Vi invito a prendere parte, già ora, a questo cammino di verifica, imparando ad assumerlo come stile negli anni della formazione. E lasciatevi formare sia dai libri, che sono necessari per incontrare i buoni maestri, sia dai volti: dai poveri, dai malati, dalla gente delle nostre parrocchie. A voi e ai vostri formatori dico la mia gratitudine e la mia fiducia. I giovani non si consegnano a un ruolo, ma seguono uomini e donne che appaiono felici di ciò che sono”.
Ed ha concluso con un invito all’annuncio in vista anche del Giubileo del 2033: “So che questo cammino di verifica chiederà pazienza, e forse anche il coraggio di lasciare andare qualcosa a cui siamo affezionati. Ma è lo stesso coraggio di Maria di Magdala, che ha dovuto lasciare andare il desiderio di trattenere il Signore per correre, invece, ad annunciarlo. Da questo discernimento pastorale nascerà, lo spero, una fase di condivisione delle esperienze rinnovate e poi la costruzione di un cammino comune che ci prepari, insieme, al Giubileo della Redenzione del 2033”.
(Foto: Santa Sede)
A Bose il convegno ecumenico invita a riscoprire san Pacomio
Al Monastero di Bose, fino a venerdì settembre, si è svolto il XXXII Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa, dedicato alla figura di Abba Pacomio, con l’esplicativo sottotitolo ‘Alle origini della vita comune’. San Pacomio, che visse in Egitto tra il 292 e il 346 trascorrendo quasi l’intera esistenza nella regione semi-desertica della Tebaide, negli stessi luoghi e negli stessi anni di sant’Antonio il Grande, è considerato il ‘padre della Koinonia’ ossia della vita comune, dell’esperienza monastica vissuta in forma comunitaria e non in quella solitaria, eremitica.
Se sant’Antonio il Grande è considerato dalla tradizione il padre del monachesimo, in particolare nella sua forma anacoretica, il nome di san Pacomio (ca. 292–346/7), ricordato come il ‘padre della Koinonia’ (ovvero la ‘Comunione’), è strettamente associato alla nascita del monachesimo cenobitico. Infatti la novità della Koinoniapacomiana non risiede tanto nel semplice fatto di aver riunito dei monaci in una vita comune, quanto piuttosto nell’aver dato vita a una complessa struttura che comprendeva più monasteri, maschili e femminili, sottomessi a un’unica regola comune, e nell’aver elaborato una disciplina spirituale fondata sull’obbedienza alle Scritture, che sottolineava il valore della carità, della corresponsabilità, della vigilanza, del perdono reciproco e del servizio fraterno, come ha detto il priore fratel Sabino Chialà, aprendo il convegno nel ricordo di fratel Enzo Bianchi:
“Quest’edizione del nostro convegno si apre però, per noi fratelli e sorelle di Bose ma credo anche per molti di voi, in modo diverso dagli altri anni. Qualche giorno fa, il primo del mese di settembre (esattamente una settimana fa), il nostro fratello Enzo è tornato alla casa del Padre. Si tratta per noi tutti di un momento importante, a motivo di quello che Enzo ha significato per ciascuno di noi e per la nostra comunità, che da lui ha avuto ispirazione e inizio, e da lui è stata guidata per mezzo secolo. E’ il Signore che ha agito, ma Enzo, insieme ai primi fratelli e sorelle, ha dato carne a quella chiamata, che oggi rende possibile quello che a noi è dato di vivere, di custodire e di continuare a far fruttificare”.
Ed ha raccontato del loro ultimo incontro in vista di una riconciliazione: “Questo passaggio avviene per noi nella duplice nota della tristezza e del rendimento di grazie. La tristezza, perché ogni distacco, umanamente parlando, è una perdita. Tristezza anche per le difficoltà degli ultimi anni, che molto ci hanno fatto soffrire (tutti!) anche tanti di voi, che oggi siete qui. Nell’ultimo scambio che ho avuto con lui, in occasione della Trasfigurazione, fr. Enzo ha espresso chiaramente il suo desiderio di un incontro in vista di una riconciliazione. Gli ho subito risposto che questo era anche il mio e nostro più grande desiderio, come gli avevo più volte detto e scritto. L’incontro non è stato possibile a causa del peggioramento repentino della sua salute, ma il suo e nostro desiderio sono nelle mani di Dio, che sa portare a compimento ciò che noi possiamo solo iniziare”.
Quindi ha ricordato l’attualità di Pacomio: “Ebbene, l’esperienza di Pacomio può insegnarci molto, ricordandoci che l’accoglienza degli stranieri e la cura di ogni ferita che affligge le nostre società è una porta sicura per l’annuncio del vangelo. Il servizio dei fratelli resterà per Pacomio il cuore della sua vocazione, in obbedienza all’angelo apparsogli mentre è intento al suo lavoro…
Il suo sguardo resterà sempre più ampio delle già grandi e affollate comunità che vedrà nascere attorno a sé. Anche per questo il monachesimo pacomiano è diverso da quello anacoretico: Antonio infatti si ritira nel deserto, Pacomio invece fonda le sue comunità lungo il Nilo, separato, ma in dialogo con il mondo circostante”.
Il servizio è il ‘cuore’ del monachesimo pacomiano: “Tutta l’opera di Pacomio, le regole a lui attribuite come anche le sue catechesi, mostrano la faticosa ricerca della comunione, della koinonia, termine che egli attinge agli Atti degli apostoli, i cui due sommari sono la sua fonte ispiratrice. Pacomio è stato a volte giudicato un legislatore troppo esigente, meticoloso nella determinazione di spazi e tempi. Insiste particolarmente perché la comunione spirituale sia anche materiale, consapevole del fatto che in una comunità in cui viene a mancare la seconda, anche la prima si svilisce: quando si cominciano a fare riserve per sé o distinzione di persone; quando si cede alla logica dei privilegi… il tessuto comunitario comincia ad essere seriamente compromesso”.
In ogni comunità deve essere centrale il concetto dell’autorità: “L’altro grande insegnamento che ci viene da Pacomio è quello di un esercizio sano dell’autorità, di chi cioè ha il compito di precedere e di illuminare la strada soprattutto nei momenti di oscurità… Qui si parla di alcuni che aiutano altri a camminare verso la luce: il riferimento è a chi nella comunità ha il compito di guida. Servizio essenziale per Pacomio, come mostra il fatto che egli vi torna spessissimo: essenziale, ma anche difficile e soggetto a pericolose contraffazioni.
Anche su questo punto l’insegnamento di Pacomio è prezioso per le nostre comunità, le nostre Chiese e le nostre società… dove vediamo emergere con sempre maggiore spudoratezza figure di autorità che hanno poco o nulla di evangelico. Per Pacomio non è stato facile vivere la propria paternità a servizio dei fratelli. Anche quando la strada è chiara, non è facile percorrerla senza intoppi. Le fonti parlano delle difficoltà sorte intorno a tale esercizio. Ma nel suo insegnamento, la via è tracciata con luminosa chiarezza”.
Nelle conclusioni fratel Luigi d’Ayala Valva ha sottolineato che san Pacomio è il ‘padre della koinonia’: “Parlare di comunione, è stato detto, può essere rischioso: una parola luminosa che rischia di diventare vaga ed evanescente… Di fatto per Pacomio, un uomo dal carattere assolutamente pratico, questa ‘comunione’ (koinonía) è qualcosa di molto concreto. Innanzitutto, come ci ha mostrato la nostra sorella Lisa Cremaschi, si tratta di una comunione fondata sull’assoluta centralità attribuita alla Scrittura, in varie forme. Al cuore della comunità pacomiana c’è l’ascolto, la lettura, la ripetizione, la spiegazione e l’assimilazione della santa Scrittura che rivela e comunica la salvezza donata da Dio.
Qui, insieme all’aspetto concreto, cogliamo di nuovo il fondamento teologico della koinonía. L’atto concreto di ripetizione della Scrittura, ruminata e custodita nel corso della giornata, plasma la vita dei singoli e del corpo comunitario secondo i pensieri di Dio; e così ciò che ‘fa ardere il cuore’ e dà forma alla vita di ciascuno è anche il ‘tesoro’ che è al cuore della vita di tutta la comunità e viceversa. In questa misteriosa coincidenza, sta il segreto della comunione e dell’unità comunitaria. Questo significa innanzitutto avere ‘un cuore solo e un’anima sola’ per la comunità pacomiana”.
Ed ha concluso affermando che si sta riscoprendo il vero significato della koinonia pacomiana: “In definitiva mi sembra di poter dire, al termine di questo nostro convegno, che ci troviamo ormai in una fase avanzata del processo di ricezione del messaggio di san Pacomio. Da oltre un secolo le sue Vite e le sue opere, insieme agli altri scritti che formano il Corpus Pachomianun sono state riscoperte, editate criticamente, ripetutamente tradotte, commentate, e hanno suscitato studi approfonditi su vari aspetti particolari”.
Quindi si stanno superando gli stereotipo: “Anche gli stereotipi relativi alla Koinonía pacomiana, a cui accennavo all’inizio ormai – mi sembra – anche se spesso vengono ancora ripetuti (penso allo stereotipo della Koinonía rappresentata come un reggimento o una caserma, o nel migliore dei casi come un’azienda di lavoro, o a quello che contrappone nettamente vita eremitica a vita anacoretica, senza tener conto degli elementi di continuità), questi stereotipi sono sostanzialmente superati, come dimostrano, pur con accenti diversi, le parole di tutti coloro che hanno parlato”.
(Foto: Monastero di Bose)
‘VIRGO FIDELIS’ ovvero l’evento misterioso ed unico dell’apostolato di Maria Santissima accolto da san Paolo e seguito anche dalle coppie cristiane presenti presso Basilica/Santuario Madonna della Milicia
Tuttavia, pensate all’insegnamento di Gesù; se volete essere grandi, siate servitori di tutti; siate come un bambino, come uno schiavo, come il più giovane, come gli ultimi invece dei primi. È una testimonianza di cui alcuni si vergognerebbero. Come ha ribadito il nostro presbitero “Questo spiega perché Dio ci ha chiamati. Non perché eravamo chissà che di eccezionale o perché abbiamo fatto qualcosa di grande, ma perché si adattava al Suo scopo – perché Lui voleva farlo”.
La Grazia da ‘custodire’ (altro verbo) ci è stata data in Cristo Gesù prima dell’inizio dei tempi; infatti Dio ha diretto la Sua opera di grazia verso di noi quando ancora esistevamo solo nella Sua mente. Proprio come una coppia pianifica amorevolmente di avere un bambino prima che questo nasca, così Dio ha pianificato noi.
Conseguentemente la ‘Chiesa’ (cfr. il testo ricevuto dal mio amico parroco Teologo Rev.mo Padre Mario Proietti https://www.facebook.com/share/p/1BuhMcNp8X/ ) è chiamata a proseguire e insegnare la perfetta carità che ha regnato nella Santa Famiglia – la ‘Trinità terrena’, com’è stata definita – dove l’amore di Dio e del prossimo hanno trovato il loro punto comune e la loro irradiazione in Gesù. È una Famiglia i cui membri si sono superati in umiltà, incarnando l’insegnamento evangelico del servizio, dove Gesù, il Figlio di Dio, era sottomesso ai genitori e così crebbe in età, sapienza e grazia; Maria, Sua Madre, seconda solo a Dio, era sottomessa a Giuseppe; e tutti e tre insieme vivevano in obbedienza alla volontà del Padre, condizione alla base della carità.
I Vangeli ci restituiscono fugaci, ma significativi, spaccati della vita di questo prototipo di ‘piccola chiesa domestica’ (alla quale tutti noi dobbiamo ispirarci, ha evidenziato il nostro presbitero, per la cui tematica magisteriale possiamo fare riferimento ad una delle 4 Costituzioni del Concilio Vaticano ecumenico secondo, cfr. https://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html).
Desidero sottolineare, pertanto, che nell’omelia il Sacerdote, che ringraziamo, ha avuto la bontà e la sensibilità di citare una delicata, straordinaria esperienza ministeriale dalla quale ha recepito spiritualmente “ la presenza attiva e fattiva della Chiesa” di cui il Pontefice è il Vicario di Cristo, un’ispirazione sicuramente proveniente dallo Spirito Santo ( nel contempo il Papa a Roma parlava ai fedeli a piazza S. Pietro, cfr. il video ricevuto da mio figlio Alessio, stranamente nello stesso istante https://www.facebook.com/groups/1793231040908299/?multi_permalinks=4600496216848420&hoisted_section_header_type=recently_seen&__tn__=%2CO ).
Gli studiosi di questa lettera paolina a tal proposito formulano una domanda “Avete mai notato che i ministri cristiani hanno bisogno di più misericordia delle altre persone? Sebbene tutti abbiano bisogno di misericordia, i ministri ne hanno bisogno più di chiunque altro; e così ‘Noi’, perché, se non siamo fedeli, saremo ritenuti più peccatori anche dei nostri ascoltatori; c’è bisogno di molta grazia ‘per essere sempre fedeli’ e ci vorrà molta misericordia per coprire le nostre mancanze. Vengono puntualizzate queste tre cose: ’Grazia, misericordia e pace’, i laici possono averne due: ‘Grazia e pace’, ma i presbiteri hanno bisogno di misericordia più di chiunque; per questo la prendono dalla mano amorevole del Signore nel corso di tutto il loro ministero”. (i Teologi spesso citano Charles Spurgeon, nato nel 1834 in una famiglia della contea di Essex, in Inghilterra, crebbe in un ambiente modesto, lontano da grandi manifestazioni religiose).
Papa Leone XI: il Concistoro è servizio alla missione
“Prima di entrare nella riflessione conclusiva, desidero esprimere la nostra vicinanza, mia e di tutto il Collegio Cardinalizio, alla popolazione del Venezuela, duramente colpita dal violento terremoto di questi giorni. Assicuriamo la nostra preghiera per le vittime, per le loro famiglie e per quanti soffrono le conseguenze di questa tragedia. Affidiamo al Signore anche tutti coloro che sono impegnati nei soccorsi e chiediamo che non venga meno la solidarietà delle comunità internazionali verso quella cara Nazione”: concludendo il Concistoro questa sera papa Leone XIV ha chiesto una preghiera per la popolazione del Venezuela, colpita dal terremoto.
Nella premessa il papa ha ringraziato i cardinali, sottolineando la necessità dell’ascolto: “Cari Fratelli Cardinali, giungiamo adesso al termine di questi giorni con un sentimento di profonda gratitudine. Vi ringrazio per la libertà, la fraternità e il senso ecclesiale con cui avete preso parte ai nostri lavori. Porto con me non soltanto il contenuto delle vostre riflessioni, ma anche l’esperienza che le ha rese possibili.
In questi giorni abbiamo cercato insieme la volontà del Signore, nella convinzione che Cristo continua a operare nella sua Chiesa: è Lui che ci precede, ci raduna, parla attraverso i fratelli e ci conduce nella missione. Tutto nasce da Lui e tutto ritorna a Lui. Per questo, vedere Cardinali provenienti da Chiese, culture e situazioni così diverse ascoltarsi reciprocamente e cercare insieme ciò che meglio serve il Vangelo è stato per me motivo di consolazione, di speranza”.
Ed ha richiamato l’immagine del buon Samaritano, con cui è iniziato il Concistoro, a cui è stata aggiunta quella di Emmaus: “Abbiamo iniziato questi giorni lasciandoci guidare dall’immagine del buon Samaritano: un uomo che si ferma davanti al fratello ferito, si lascia commuovere nelle viscere e se ne prende cura. Vorrei ora congedarci con un’altra icona evangelica: quella dei discepoli di Emmaus”.
Ad Emmaus Gesù accende i cuore: “Anche loro camminano segnati dalla tristezza e dalla delusione, ma il Signore si fa loro compagno di strada, ascolta le loro domande, apre le Scritture, fa ardere il loro cuore e trasforma il loro cammino. Mi piace pensare che anche quanto abbiamo vissuto in questi giorni abbia qualcosa di questa esperienza: abbiamo camminato insieme, ci siamo ascoltati reciprocamente e, se abbiamo lasciato spazio al Signore, Egli ha nuovamente acceso nei nostri cuori la speranza e ci rimanda ora alle nostre Chiese per riprendere il cammino con uno sguardo nuovo”.
Da qui la domanda sulla custodia della fede: “Quando questa domanda diventa il centro del nostro discernimento, anche le questioni dell’autorità, della corresponsabilità e delle decisioni trovano il loro giusto posto, illuminate dalla missione e dalla comune fedeltà al Vangelo. Così, desidero affidarvi ancora una volta il cammino di attuazione del Sinodo. Vi chiedo di accompagnarlo con convinzione nelle Chiese che servite, favorendone una comprensione autentica e incoraggiando tutti a prendervi parte: si tratta di aiutare le nostre Chiese a crescere in uno stile sempre più evangelico”.
Quindi la sinodalità è un metodo di lavoro: “Mi raccomando, come abbiamo sentito dal card. Grech, la sinodalità non è un insieme di riunioni, né un metodo di lavoro. E’ uno stile spirituale. Nasce dall’incontro, cresce nell’ascolto e matura nel discernimento. La vera domanda non è quante conversazioni sapremo organizzare, ma quale qualità evangelica avranno i nostri incontri. Quando ci ascoltiamo con umiltà e libertà, lasciando spazio allo Spirito, le nostre conversazioni non rimangono uno scambio di idee, ma diventano un luogo di conversione, nel quale cresciamo insieme nella fedeltà al Signore”.
Ecco l’importanza della famiglia con l’annuncio di un incontro sull’esortazione ‘Amoris Laetitia’: “Molti di voi hanno ricordato anche la famiglia. Là dove essa è sostenuta e accompagnata, cresce una scuola di relazioni, di solidarietà e di speranza; là dove è ferita o isolata, tutta la società ne porta le conseguenze. A ottobre avremo un incontro con i capi delle Chiese orientali e i presidenti delle Conferenze episcopali per valutare i passi fatti dopo ‘Amoris laetitia’. Parteciperanno anche alcune famiglie che condividono le esperienze. La loro presenza è essenziale, però spero che tutti coloro che verranno si preparino ascoltando da vicino e portando l’esperienza delle famiglie delle loro Chiese”.
Un concistoro per ascoltare: “Avete così cercato di ascoltare ciò che le ferite del mondo rivelano del cuore dell’uomo. È proprio lì, nel cuore, che si decide anche la pace. Prima di manifestarsi nella storia, la guerra nasce dentro di noi, quando il sospetto prende il posto della fiducia, la paura della speranza e l’altro viene percepito come una minaccia. Ma è nello stesso cuore che Cristo continua a incontrarci, a parlare e a convertirci. Da un cuore riconciliato possono nascere parole disarmate, relazioni nuove e una pace capace di raggiungere anche i popoli”.
L’altro punto approfondito riguarda la sua enciclica ‘Magnifica humanitas’ con una riflessione sulla guerra: “Nasce molto prima, da una cultura della potenza che attraversa il nostro modo di pensare, di vivere le relazioni, di esercitare il potere, di usare l’economia, la tecnologia e perfino la religione. Se questa è la radice della crisi, la risposta domanda di ricostruire una cultura della cooperazione e del dialogo, capace di dare nuova forza anche al multilateralismo, perché i popoli imparino nuovamente a cercare insieme il bene comune dell’intera famiglia umana”.
Da qui la richiesta di sostegno ai laici che si impegnano nella società: “In questo cammino il contributo dei fedeli laici impegnati nella vita pubblica è essenziale: hanno bisogno della vicinanza e del sostegno della comunità ecclesiale per vivere la ‘carità politica’ che avete ricordato. La stessa cultura della cooperazione cresce attraverso il dialogo ecumenico e interreligioso, che non attenua la nostra identità cristiana, ma la rende capace di servire insieme il bene comune e la pace”.
Non poteva mancare una sottolineatura sulla difesa nonviolenta: “Ho trovato poi particolarmente prezioso il modo con cui alcuni di voi hanno affrontato il tema della risposta nonviolenta di fronte alle molte forme di violenza. Essa è una forma profondamente evangelica di abitare la storia, frutto della contemplazione del modo di agire di Gesù. Non consiste nella rinuncia al conflitto né in un atteggiamento passivo, ma nello scegliere di affrontarlo senza riprodurne la logica.
Essa non rinuncia alla verità né tace il male, ma rifiuta di difenderla con la violenza e di trasformare l’altro in un nemico: comincia disarmando se stessi. Essa rivela così la logica della Pasqua, nella quale l’amore si manifesta più forte dell’odio e il perdono spezza la spirale della vendetta. E’ questa la forza del Crocifisso risorto: una forza che non distrugge il nemico, ma rende possibile ritrovare un fratello.
In questa prospettiva, diversi gruppi hanno sottolineato l’opportunità di proseguire l’approfondimento del tema della legittima difesa alla luce delle profonde trasformazioni intervenute nella natura dei conflitti contemporanei. Questa riflessione merita di essere ulteriormente sviluppata con il necessario rigore teologico e pastorale”.
E’ stato un invito a riscoprire il bene comune e la Dottrina sociale della Chiesa: “Molti di voi hanno osservato che oggi il bene comune non è semplicemente un obiettivo da perseguire: è una realtà da riscoprire insieme. Viviamo un tempo nel quale diventa difficile perfino riconoscere ciò che è veramente bene per tutti. Per questo, radicata in Cristo, la Chiesa è chiamata a custodire luoghi di incontro, di ascolto e di dialogo nei quali possa maturare una rinnovata cultura del bene comune.
Questo domanda anche un paziente lavoro educativo, che aiuti a riconoscere la dignità inviolabile di ogni persona e la responsabilità che ci lega gli uni agli altri. In questo cammino, i poveri non sono soltanto destinatari della nostra cura, ma protagonisti della speranza che Dio continua a suscitare nella storia”.
Ma il papa ha sottolineato che l’adesione a Cristo avviene attraverso la testimonianza: “Da molte delle vostre riflessioni è emersa con forza anche un’altra convinzione. Mentre ci interrogavamo sulle responsabilità della Chiesa nel mondo di oggi, avete richiamato continuamente l’importanza della testimonianza, della prossimità, della formazione delle coscienze e della costruzione di comunità fraterne e credibili.
Questa testimonianza nasce dall’incontro con Cristo, dalla sua Parola e dai Sacramenti, nei quali il Signore sostiene il suo popolo e lo rende capace di servire il mondo con la forza del Vangelo. La Chiesa è chiamata a diventare sempre più ciò che proclama. È su questo fondamento che anche le necessarie riforme delle strutture, delle istituzioni, dei processi possono portare frutto”.
Questo è il Concistoro: “Credo che, poco alla volta, stiamo riscoprendo il significato più autentico del Concistoro: il radunarsi del Collegio dei Cardinali attorno al Successore di Pietro perché, nell’ascolto reciproco e nel discernimento comune, lo Spirito Santo aiuti il papa a guidare la Chiesa. Non un parlamento, non un congresso nel quale prevalgono opinioni o interessi, ma un’esperienza di comunione al servizio della missione.
Quello che impariamo a vivere in questi giorni non riguarda soltanto il Collegio Cardinalizio. E’ uno stile che siamo chiamati a promuovere in tutta la Chiesa, perché ogni battezzato, secondo la propria vocazione e responsabilità, partecipi alla costruzione della civiltà dell’amore e al servizio del bene comune. Come vi ho già anticipato, desidero proseguire questo appuntamento annuale anche a partire dal prossimo anno. Non ho ancora fissato la data: conto di comunicarvela verso la fine di questo anno”.
Quindi il Concistoro è lo stile della Chiesa: “Questo Concistoro è stato un momento prezioso, ma non deve rimanere un appuntamento isolato. In tutta la Chiesa desideriamo promuovere spazi nei quali il Popolo di Dio possa ascoltarsi, pregare, discernere e camminare insieme. E’ questa l’anima del percorso di attuazione del Sinodo. Sarà questo anche lo spirito del prossimo incontro dedicato ad ‘Amoris laetitia’ e di molte altre iniziative che il Signore ci chiederà di vivere. Ciò che conta non è moltiplicare gli incontri, ma imparare a vivere incontri nei quali, ascoltandoci reciprocamente, impariamo insieme ad ascoltare il Signore”.
Ed infine l’indicazione alla pace: “Anzi, vorrei che lo facessimo insieme, attraverso queste parole. Diciamolo ai nostri confratelli Vescovi, alle Chiese affidate al nostro ministero e a tutti i popoli della terra: Dio desidera la pace per ogni nazione e per ogni popolo. Per questo non dobbiamo rassegnarci alla violenza. La violenza non avrà l’ultima parola. Dio continua ad aprire nella storia cammini di riconciliazione e di pace. Abbiamo la responsabilità di percorrerli con coraggio e di aiutare il mondo a riconoscerli”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: il card. Ruini è stato un pastore capace di servire
“Celebriamo questa Eucaristia affidando alla misericordia del Signore il nostro fratello Cardinale Camillo Ruini, pastore saggio e sollecito del gregge di Cristo. Per molti anni ha servito la Chiesa svolgendo con la stessa dedizione sia gli incarichi più umili sia quelli più gravidi di responsabilità che il Signore ha voluto affidargli, come sacerdote, Vescovo e Cardinale: nell’insegnamento, nello studio e nell’approfondimento teologico, nel servizio pastorale, nell’animazione giovanile, nell’ambito culturale, nella cura del laicato e delle vocazioni, nell’esercizio dell’autorità”: nel pomeriggio papa Leone XIV ha presieduto all’altare della Cattedra della Basilica di San Pietro, la messa di esequie per il presidente emerito della Cei, scomparso martedì scorso all’età di 95 anni, ricordando il motto dell’episcopato ‘La verità ci renderà liberi’.
Quindi brevemente ha ricordato i suoi ‘impegni’ svolti nella Chiesa: “Moltissimo gli deve la Chiesa in Italia, che ha servito per circa diciassette anni come Presidente della Conferenza Episcopale; come pure la Diocesi di Roma, in cui per altrettanto tempo ha svolto il ministero di Vicario del Santo Padre. Ha saputo guidare il Popolo di Dio e i fratelli nell’Episcopato in momenti importanti e delicati, affrontando con entusiasmo, discernimento e coraggio molteplici sfide.
A lui si devono intuizioni e iniziative che hanno lasciato un segno profondo nel cammino della Comunità ecclesiale e anche di quella civile. Pensiamo al ‘Progetto culturale’; all’impegno profuso nel promuovere l’apporto del mondo cattolico nei più diversi ambiti della vita religiosa, civile e politica italiana; al grande lavoro del Sinodo diocesano e della sua applicazione, qui a Roma; alla sua presenza attiva e dialogante ai vari livelli della vita della Chiesa, come pure del mondo laico e della società”.
Richiamando le lettura della celebrazione eucaristica il papa ha sottolineato che niente può separare dall’Amore di Dio: “L’amore di Dio è fedele, niente può sconfiggerlo né separarcene, perché è dono suo, viene da Lui, e ci è profuso al di là di ogni nostro merito e debolezza. Molteplici sono state le vicissitudini attraverso le quali il nostro caro fratello ha accompagnato i fedeli e le comunità che gli sono stati affidati nel corso del suo lungo servizio, ed è proprio nella carità invincibile del Signore e nella risposta di fede a questo dono che dobbiamo cercare la radice della forza con cui le ha affrontate”.
Ecco il bene che sentiva verso le persone: “Nel suo Testamento spirituale, parlando delle tante persone nei confronti delle quali sentiva gratitudine per il bene elargitogli, il Cardinale Camillo ha scritto: ‘Da loro ho ricevuto non meno di quello che ho cercato di dare’. Penso siano parole che possono aiutare anche noi a vivere le nostre responsabilità e i nostri diversi servizi con la stessa umiltà e con la medesima fiducia in Dio”.
Questo è maturato con la preghiera: “Un’altra frase della Scrittura che la Liturgia ci ha offerto, e che può aiutarci a vivere con frutto questo momento di grazia, sono le parole di Gesù che abbiamo ascoltato nel Vangelo: ‘Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io’.
In esse troviamo riassunto il programma, la direzione e lo scopo ultimo di una vita spesa per il bene dei fratelli e vissuta nella ricerca costante dei disegni di Dio per la propria e la loro salvezza. Il cardinale Ruini ha scritto in merito: ‘Spero, Signore, di aver operato non per interessi personali ma per gli obiettivi che mi erano affidati e che condividevo di cuore’ (Testamento spirituale)”.
Infine un richiamo al suo motto evangelico: “Esse ci ricordano con chiarezza un messaggio particolarmente significativo per il nostro tempo, in cui si può essere disorientati da derive relativistiche e da visioni totalmente fluide della realtà e dell’uomo. Guardando alla vita del cardinale Ruini, a come è vissuto e a come ha lasciato questo mondo, possiamo cogliere un segno della forza e della solidità con cui l’uomo cresce e matura quando trova nella Verità che viene da Dio il centro e il perno della propria esistenza”.
(Foto: Santa Sede)
Vittorio Bachelet: servizio allo Stato ed alla Chiesa
Nel mese di febbraio a Roma si era svolto il XLVI Convegno ‘Bachelet: uomo del presente, costruttore di futuro. L’impegno civile ed ecclesiale di Vittorio: seme di speranza a 100 anni dalla sua nascita’, assassinato dalle Brigate rosse il 12 febbraio 1980 all’Università ‘La Sapienza’, aperto dalla presenza del presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, che aveva inviato un messaggio per rendere omaggio al giurista nel centenario anniversario della sua nascita: “Vittorio Bachelet, giurista di alto valore, ha saputo coniugare la dedizione per la conoscenza e la ricerca con un’attiva partecipazione sociale e con esperienze di grande impegno dapprima nella Federazione Universitaria Cattolica Italiana e in seguito nell’Azione Cattolica”.
Nel messaggio il presidente della Repubblica Italiana aveva sottolineato il metodo del presidente dell’Azione Cattolica Italiana: “Quello di Vittorio Bachelet è stato un metodo improntato sul confronto e sulla conciliazione, non facile da attuare negli anni in cui ha operato, contrassegnati da conflittualità e violenze. Ha interpretato i ruoli ricoperti nelle istituzioni e nell’associazionismo in linea con gli ideali di democrazia e pluralismo che lo hanno accompagnato nella sua vita…
Fu vilmente assassinato il 12 febbraio del 1980 all’Università di Roma ‘La Sapienza’, al termine di una lezione, nella preziosa attività di docente con cui aveva formato generazioni di studenti che hanno avuto il privilegio di essere depositari dei suoi insegnamenti, nella convinzione che la cultura fosse mezzo efficace per sconfiggere ogni forma di sopraffazione e protervia”.
Nei saluti iniziali il prof. Matteo Truffelli, docente di ‘di Storia delle Dottrine Politiche’ all’Università di Parma e presidente del comitato scientifico dell’Istituto ‘Vittorio Bachelet’ aveva richiamato la sua eredità civile e spirituale: “In tutte le dimensioni della sua esistenza Bachelet volle e seppe sempre farsi portatore di speranza, con coraggio e con mitezza. O, potremmo anche dire, con il coraggio della mitezza. Come ebbe modo di dire il giorno dopo il suo barbaro assassinio l’amico fraterno di una vita”.
Ripetendo una frase di Alfredo Carlo Moro, fratello di Aldo Moro (anche egli trucidato dalle Brigate Rosse), il prof. Truffelli aveva evidenziato il suo senso per la democrazia: “In Bachelet, infatti, la mitezza (ed il coraggio che la mitezza richiede per essere praticata) si rivela come il modo più adeguato di coltivare il senso autentico della democrazia e difenderne i delicati meccanismi…
Mitezza non come ‘resa’, ma come ricerca costante del confronto, come rifiuto radicale della logica della prepotenza, e dunque come forma di lotta coerente contro ogni arroganza, ogni prevaricazione, ogni violenza. Come espressione, dunque, di responsabilità autentica nei confronti del bene comune… Mitezza, coraggio e responsabilità possono essere considerate, dunque, il cuore della lezione civile che Bachelet ci consegna”.
Per comprendere la ‘grandezza’ sociale, giuridica ed ecclesiale, ad distanza di qualche mese abbiamo avuto l’opportunità di incontrare il prof. Matteo Truffelli per farci raccontare quali iniziative l’Istituto dedicato a Vittorio Bachelet, propone in questo centenario della nascita:
“Sono numerose le iniziative che l’Istituto Vittorio Bachelet ha messo in campo in questo centenario in stretta e fruttuosa collaborazione con molte altre realtà, nelle quali Bachelet visse il proprio percorso culturale, civile, ed ecclesiale.
Oltre al convegno di febbraio è stato da poco pubblicato un podcast, intitolato ‘Era un uomo mite’, che può essere ascoltato su tutte le piattaforme e che ricostruisce l’enorme contributo dato da Bachelet alla vita del nostro Pese. Inoltre è in preparazione una mostra itinerante, che sarà presto disponibile per chiunque desideri presentarla nelle varie città italiane. Sono anche in via di programmazione alcune pubblicazioni e una serie di convegni e seminari, promossi dalle università in cui Vittorio fu docente. Infine molte iniziative sono state già realizzate o sono in via di realizzazione a livello locale”.
Dal convegno dedicato a Vittorio Bachelet quale immagine è scaturita?
“E’ emerso il profilo di un uomo di grandissimo spessore umano, spirituale, culturale e civile. Un intellettuale che volle mettersi a servizio delle istituzioni democratiche, perché profondamente convinto che servire le istituzioni significava servire i cittadini, la Costituzione italiana, la giustizia. Un uomo di mediazione, di tessitura paziente, di fede inossidabile nei principi costituzionali e nelle regole democratiche, ma anche di fiducia incrollabile nelle persone, nel senso di solidarietà e di responsabilità degli uomini e delle donne che incontrava ogni giorno in università, in Azione Cattolica, negli organi dello Stato.
Un credente che per tutta la propria vita seppe mettere in gioco i propri principi, le proprie competenze, la propria forza morale e la propria coscienza per collaborare con chiunque desiderava, come lui, prendersi cura del bene comune. Un uomo coraggioso, che ebbe la forza di guidare tanto l’Azione Cattolica quanto, più tardi, il CSM verso scelte difficili ma necessarie, mettendo in gioco la propria vita”.
Per quale motivo la sua eredità civile e spirituale è valida ancora oggi?
“La sua eredità spirituale e civile è di grandissima attualità, perché Vittorio ci consegna la testimonianza di un credente che ebbe la capacità di mettere in gioco sempre e fino in fondo la propria responsabilità personale, la propria coscienza formata, le proprie competenze professionali e i propri talenti personali a servizio del ben comune. A servizio della costruzione di una società più giusta e coesa, di una democrazia più solida e partecipata, e anche di una chiesa più fedele al Vangelo. Un uomo di fede che in un tempo di grandi contrapposizioni, anche violente, seppe fare del proprio radicamento nel vangelo non una ragione di divisione ma un motivo per coltivare il senso della fraternità, della pacificazione, della ricerca di un futuro comune”.
Cosa ha significato per l’Azione Cattolica la ‘scelta religiosa’ proposta da Vittorio Bachelet?
“Per l’Azione Cattolica, come noto, la scelta religiosa ha significato innanzitutto l’affermazione del primato e della centralità dell’evangelizzazione: un compito interpretato come ricerca di un modo più radicale e profondo di abitare la storia, gettando in essa il seme buono del Vangelo. Nella certezza che è di questo che ha bisogno innanzitutto, ogni tempo. E perciò nella certezza di contribuire in questo modo a trasformare la società rendendola più umana”.
Quindi quale significato rivesta per il socio di Azione Cattolica guardare la storia con gli occhi di Dio?
“Penso possa significare lo sforzo che ciascun credente deve compiere, non da solo, ma insieme ad altri, per cercare di leggere in profondità il proprio tempo, la vita delle persone e della società, le vicende politiche, economiche e culturali in cui siamo immersi, cercando di scoprire dentro di esse i segni del bene che all’opera, e individuando, al tempo stesso, le sfide che i fenomeni in atto pongono a chi desidera contribuire al bene”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: servire la Chiesa da evangelizzatori
“Grazie, dunque, per ciò che fate, a tutti i livelli, da quelli più noti a quelli più nascosti e quotidiani. E qui vorrei ricordare quanto è importante, per ogni istituzione, la fedeltà di ciascuno al proprio compito, agli impegni più ordinari: una pratica seguita con attenzione, una riunione preparata bene, la pazienza di un momento di ascolto prolungato, la dedizione nel rispondere a una richiesta, l’ordine e la cura stessa degli ambienti. Sono cose semplici, ma utili al bene di tutti e grandi davanti a Dio. Nella vita della Chiesa niente è piccolo se fatto con fede, con amore e con spirito di comunione”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto i dipendenti della CEI, specificando che prestare servizio nella Chiesa non è solo ‘svolgere una funzione’, ma essere membra del corpo di Cristo.
Nell’incontro si è soffermato sulla ‘natura del servizio’: “E’ un compito di grande responsabilità: il vostro, infatti, è un ‘servizio al servizio’, un lavoro che sostiene altri lavori, un impegno che rende possibile il contributo di molti, una collaborazione che aiuta le Chiese locali ad annunciare la Buona Novella, a camminare insieme e a essere presenza viva del Signore, in questo Paese e nel mondo”.
Quindi anche tale ‘lavoro’ è una missione: “Quello che fate (anche le attività più tecniche, amministrative o organizzative) è parte della missione di tutta la grande famiglia di Dio. Nella Chiesa, infatti, servire non è semplicemente svolgere una funzione, ma partecipare attivamente, come membra, alla vita di un corpo il cui capo è il Signore. Il centro, perciò, non siamo mai noi, i nostri uffici, i nostri programmi, ma è Lui, ed ogni attività trova senso quando aiuta, anche in modo umile e nascosto, all’incontro e all’unione con Lui”.
Dal servizio si giunge all’appartenenza: “La Sposa di Cristo, infatti, non si può servire da spettatori, ma solo con l’amore di chi sa di appartenerle, in un vincolo di fede e di comunione che è prima di tutto dono di grazia, dono di Dio. Vi invito pertanto a vivere le vostre occupazioni quotidiane inseriti in un mistero, in una storia e in un progetto che vi precedono e vi superano”.
Appartenenza vuol dire vivere i luoghi: “I luoghi in cui esercitate le mansioni quotidiane sono il primo spazio in cui siete chiamati a far prendere forma al Vangelo, promuovendo unità e pace, con pazienza e umiltà, nella cura e nella custodia vicendevole. E questa consapevolezza deve modellare il vostro modo di percepirvi, di parlare, di ascoltare, di correggere, di sostenere, permeando gli ambienti di lavoro e determinando dei veri e propri stili di vita evangelica”.
Ed ecco la terza caratteristica, che è la missione: “La Chiesa esiste per annunciare Cristo, costruendo ponti, instaurando legami, offrendo accoglienza e aiuto a chiunque abbia bisogno di sostegno, di ascolto, d’amore, e voi partecipate di questo mandato.
Viviamo in un’epoca di cambiamenti profondi, nella famiglia, nella scuola, nel lavoro, nella comunicazione, nella partecipazione sociale, nella trasmissione della fede, anche in Italia. In questo contesto, il Signore ci chiede di non chiuderci in noi stessi e di non avere paura, ma piuttosto di spenderci generosamente perché il Vangelo possa raggiungere e illuminare anche oggi ogni donna e ogni uomo, con le sue fatiche, domande e speranze”.
In precedenza aveva ricevuto i delegati della ‘Papal Foundation’, che da 38 anni sostiene progetti a favore dei poveri: “Sono, quindi, profondamente grato per il vostro costante impegno ad assistere il Successore di Pietro nella sua missione di prendersi cura dei bisogni della Chiesa universale. A questo proposito, sono stato lieto di apprendere che l’appartenenza alla Fondazione continua a crescere ogni anno e che avete espresso l’apertura ad aumentare il sostegno fornito e trovare nuovi modi di essere di servizio”.
E con il finanziamento ai progetti la fondazione partecipa alla missione della Chiesa: “Finanziando progetti, aiuti umanitari e borse di studio per persone provenienti da tutto il mondo, la Fondazione Papale partecipa alla missione evangelica in corso della Chiesa. La vostra generosità ha permesso a innumerevoli persone di sperimentare in modo concreto la bontà e la gentilezza di Dio nelle proprie comunità.
Molti sacerdoti e consacrati hanno anche potuto ricevere un’educazione avanzata dalle Università Pontificie di Roma che altrimenti non sarebbe stato possibile, formandole per essere futuri leader nella Chiesa. Probabilmente non incontrerai mai tutti coloro che hanno beneficiato della tua gentilezza, quindi nel loro nome esprimo un sentito apprezzamento”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV saluta il Camerun con l’invito a non abbandonare nessuno
“Cari fratelli e sorelle, la pace sia con voi! La pace di Cristo, la cui presenza illumina il nostro cammino e placa le tempeste della vita. Celebriamo questa Santa Messa al termine della mia visita in Camerun, e vi sono molto grato per come mi avete accolto e per i momenti di gioia e di fede che abbiamo vissuto insieme. Come abbiamo sentito nel Vangelo, la fede non ci risparmia tumulti e tribolazioni, e in alcuni momenti può sembrare che la paura abbia la meglio. Noi però sappiamo che anche in essi, com’è successo ai discepoli sul mare di Galilea, Gesù non ci abbandona”: questa mattina papa Leone XIV all’aeroporto militare di Yaoundè-Ville ha celebrato la messa, che ha concluso il viaggio apostolico in Camerun, prima della partenza per l’Angola.
Comparando il testo riportato nei tre evangelisti il papa ha sottolineato l’incredulità degli apostoli: “Ben tre evangelisti riportano l’episodio che abbiamo ascoltato, ciascuno a modo suo, con un messaggio diverso in funzione dei lettori a cui si rivolge. San Marco presenta il Signore che raggiunge i discepoli, mentre questi faticano a remare a causa del vento contrario, che però si placa non appena Egli sale con loro sulla barca. San Matteo aggiunge un dettaglio: Pietro vuole andare dal Maestro camminando sui flutti. Una volta sceso dalla barca, però, si lascia sopraffare dal timore e comincia ad affondare. Cristo lo afferra per la mano, lo salva e gli rimprovera la sua incredulità”.
Il brano evangelico proclamato oggi è tratto dal Vangelo di san Giovanni si sofferma invece sulla parola ‘acque’: “Nella versione di san Giovanni, che oggi è stata proclamata, il Salvatore, camminando sulle acque, si avvicina ai discepoli e dice: ‘Sono io, non abbiate paura’, e l’Evangelista sottolinea che ‘era ormai buio’ Per la tradizione ebraica le ‘acque’, con la loro profondità e il loro mistero, richiamano spesso il mondo degli inferi, il caos, il pericolo, la morte.
Evocano, assieme alle tenebre, le forze del male, che l’uomo da solo non può dominare. Allo stesso tempo, però, nella memoria dei prodigi dell’esodo, esse sono percepite anche come un luogo di passaggio, un guado attraverso il quale Dio, con potenza, libera il suo popolo dalla schiavitù”.
Ed anche se sembra che Gesù abbandona Lui è sempre presente: “La Chiesa ha sperimentato tante volte, nel suo navigare lungo i secoli, tempeste e “venti contrari”, e anche noi possiamo identificarci con i sentimenti di paura e di dubbio provati dai discepoli durante la traversata del lago di Tiberiade. E’ ciò che proviamo nei momenti in cui ci sembra di affondare, sopraffatti da forze avverse, quando tutto appare oscuro e ci sentiamo soli e fragili.
Ma non è così. Gesù è con noi, sempre, più forte di qualsiasi potenza del male; in ogni bufera ci raggiunge e ci ripete: ‘Io sono qui con te: non aver paura’. Per questo ci rialziamo da ogni caduta e non ci lasciamo fermare da nessuna tempesta, ma andiamo avanti, con coraggio e con fiducia, sempre”.
E ha ribadito che Gesù non abbandona nessuno: “Gesù si fa vicino a noi: non placa immediatamente le tempeste, ma ci raggiunge in mezzo ai pericoli, e invita anche noi, nelle gioie e nei dolori, a stare insieme, solidali, come i discepoli, sulla stessa barca; a non guardare da lontano chi soffre, ma a farci prossimi, a stringerci gli uni agli altri.
Nessuno deve essere lasciato solo ad affrontare le avversità della vita, e ogni comunità ha il compito, a tal fine, di creare e sostenere strutture di solidarietà e di aiuto reciproco in cui, di fronte alle crisi (siano esse sociali, politiche, sanitarie o economiche) tutti possano dare e ricevere aiuto, in base alle proprie capacità e secondo i propri bisogni”.
Per questo è necessario la partecipazione di tutti: “Le parole di Gesù, ‘sono io’, ci ricordano che, in una società fondata sul rispetto della dignità della persona, l’apporto di tutti è importante e ha un valore unico, indipendentemente dallo status o dalla posizione di ciascuno agli occhi del mondo”.
E’ stato un invito all’impegno sociale e politico: “L’esortazione «non abbiate paura», allora, assume una dimensione ampia, anche a livello sociale e politico, come incoraggiamento ad affrontare problematiche e sfide (particolarmente quelle legate alla povertà e alla giustizia) insieme, con senso civico e responsabilità civile. La fede non separa lo spirituale dal sociale, anzi dà al cristiano la forza di interagire con il mondo, per rispondere ai bisogni degli altri, specialmente dei più deboli”.
Ha infine ricordato che il servizio ai poveri è fondamentale nella Chiesa: “Il servizio quotidiano ai poveri era una pratica essenziale nella Chiesa primitiva, e mirava a sostenere i più fragili, in particolare gli orfani e le vedove. Bisognava integrarlo, però, con le necessità dell’annuncio e dell’insegnamento, che pure erano impellenti, e la soluzione non era semplice.
Gli Apostoli, allora, si sono riuniti, hanno condiviso le preoccupazioni, si sono confrontati alla luce degli insegnamenti di Gesù e hanno pregato insieme, giungendo a superare ostacoli e incomprensioni che a prima vista sembravano insormontabili. Hanno così dato vita a qualcosa di nuovo, scegliendo uomini di ‘buona reputazione, pieni di Spirito Santo e di saggezza’, e destinandoli, mediante l’imposizione delle mani, a un servizio pratico che era anche una missione spirituale”.
(Foto: Santa Sede)





























