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Per la 34^ Giornata del Malato Marina Melone racconta l’ospitalità di ‘Casa il Gelsomino’

La XXXIV Giornata Mondiale del Malato, intitolata ‘La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro’ sarà celebrata a Chiclayo, in Perù, mercoledì 11 febbraio: “Per questa circostanza ho voluto riproporre l’immagine del buon samaritano, sempre attuale e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione sociale della compassione, per porre l’attenzione sui bisognosi e sui sofferenti, come sono i malati… Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’enciclica ‘Fratelli tutti’, del mio amato predecessore papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore”. 

Presentando il messaggio papale alla stampa il card. Card Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale e rappresentante del papa a Chiclayo, ha sottolineato che esso “parla di guarigione, che è qualcosa di più ampio e più profondo del semplice curare le malattie. Ci vuole coraggio per leggere questo Messaggio con attenzione e prenderlo sul serio, con mente aperta e cuore aperto. Non ti lascia come eri prima”.

Nella presentazione del messaggio ha raccontato la propria esperienza Marina Melone, componente del Consiglio pastorale della parrocchia San Gregorio VII di Roma e di ‘Casa Il Gelsomino’, struttura che accoglie e aiuta le famiglie dei bambini ricoverati all’Ospedale Bambino Gesù: “Abbiamo imparato ad essere attenti osservatori dell’altro, a scrutare lo sguardo per capire, senza dover parlare, del bisogno dell’altro. Prendersi cura è prima di tutto mettersi in ascolto anche di un gesto e rispettare la richiesta di silenzio o di ascolto che nasce.

Prendersi cura per noi volontari è anche custodire con rispetto e amore la vita e i sentimenti che ci vengono consegnati da coloro che stanno attraversando un momento di fragilità e sofferenza. Ma non sempre è facile. Abbiamo avuto diversi casi di bambini che non ce l’hanno fatta ed abbiamo raccolto anche la disperazione dei genitori, la loro rabbia, il loro dolore”.

Nel messaggio il papa parla di compassione: in cosa consiste la compassione del Samaritano?

“Per la mia esperienza la compassione del Samaritano nasce dall’attenzione a chi e a cosa mi è accanto. Il Samaritano si ferma perché ha guardato con l’intento di comprendere ciò che ha di fronte. La compassione nasce dal non nascondersi dietro le nostre priorità ma dal cercare comunque spazio all’incontro, anche improvviso, dell’altro”.

In quale modo l’incontro con il sofferente può essere un dono?

“Stare vicino a chi è nel bisogno o nella sofferenza mi sta insegnando prima di tutto a rendermi conto della situazione. Impariamo a cogliere le necessità osservando sguardi e gesti. Questo ci porta ad essere più attenti, più accorti ai dettagli alle sfumature. Spesso l’aiuto non è richiesto a gran voce ma da uno sguardo sfuggente. E bisogna essere pronti a coglierlo e a farsi trovare. Accostarsi con delicatezza a chi soffre comporta avere occhio attento per capire al volo quale è in quel momento il nostro posto, orecchio per intercettare pianto o riso ed entrare in sintonia, mani pronte per abbracciare nei momenti di abbandono. Essere vicino a chi è nel dolore mi restituisce, tra i tanti, il dono di uscire dal mio piccolo mondo personale”.

Quindi la cura del malato è un’autentica azione ecclesiale?

La carità, la prossimità, aiutare l’altro è una peculiarità umana che può svolgersi anche autonomamente arrivando fin dove le forze personali lo permettono. Tuttavia, la comunione di intenti ha il valore aggiunto di ‘curare’ meglio e da più aspetti la persona nel bisogno. Lo vediamo negli ospedali: diverse forze sono messe in campo per la cura di un malato e, ognuno secondo la propria competenza (carisma) si prende cura e concorre al servizio della cura.

Ora se questa naturale attitudine umana la caliamo nella dimensione ecclesiale, cioè la viviamo come fratelli che si riconoscono nell’essere parte di un tutto, allora la cura di colui che riconosco come mio fratello diventa per tutti lo strumento per vivere un’autentica dimensione ecclesiale”.

Come nasce il progetto ‘Casa il Gelsomino’?

“Il progetto nasce nel momento in cui, avendo avuto a disposizione degli spazi sovrastanti l’area degli uffici parrocchiali, ci si è interrogati su quale potesse essere l’utilizzo dei locali più rispondente alle necessità della parrocchia e del territorio. L’osservazione del territorio ha messo in luce la necessità per le tante famiglie che, da posti anche lontanissimi portano i loro bambini alle cure dell’ospedale Bambino Gesù, di trattenersi a Roma per periodi anche molto lunghi con conseguente, spesso insostenibile, impegno economico.

Da qui la nostra decisione di andare incontro a questa urgenza creando un ambiente in cui accoglienza e riservatezza potessero permettere a queste famiglie, già nella difficoltà e nel dolore, di vivere un momento di tranquillità e di conforto sentendosi a ‘casa quando casa è lontana’, come ci piace pensare che sia per loro il Gelsomino”.

Perché è un progetto comunitario?

“Perché non avrebbe avuto senso mettere su un progetto del parroco che nel tempo cambia, di una persona che può stancarsi o di un piccolo gruppo che può sciogliersi. Nasceva in una parrocchia che per sua natura è la casa di una comunità che invece resta. Il progetto rappresentava quindi un’occasione di crescita per tutti. Una comunità che decide, si attiva e partecipa ognuno secondo il suo carisma”.

In quale modo state vicino ai genitori?

“La nostra presenza è prima di tutto uno ‘stare’, porsi accanto ai genitori (soprattutto mamme che spesso restano sole per motivi di esigenze familiari). Nel tempo abbiamo imparato sempre più ad entrare nella casa senza avere un programma ma semplicemente liberando il nostro spazio e il nostro tempo e mettendolo a disposizione di chi in quel momento potrebbe aver bisogno. E’ sempre accoglienza anche quando, in una giornata non buona, nessuno esce dalla sua stanza e non vuole parlare. E’ accoglienza mettersi da parte e aspettare, senza fretta e senza smania di fare qualcosa.

La lunga permanenza ci porta ad entrare in contatto con la vita e le sofferenze che vivono questi genitori e i bambini /ragazzi stessi e si crea così vicinanza e fiducia. Prendersi cura è prima di tutto mettersi in ascolto anche di un gesto e rispettare la richiesta di silenzio o di ascolto che nasce. Prendersi cura per noi volontari è anche custodire con rispetto e amore la vita e i sentimenti che ci vengono consegnati da coloro che stanno attraversando un momento di fragilità e sofferenza. Ma non sempre è facile. Abbiamo avuto diversi casi di bambini che non ce l’hanno fatta e abbiamo raccolto anche la disperazione dei genitori, la loro rabbia, il loro dolore.

E ci sono momenti che diventa difficile anche per noi sostenere tutto questo. Ecco il senso di essere con la comunità. La fraternità dei frati della parrocchia, il consiglio pastorale e la comunità ne è parte integrante. Noi sappiamo che il sostegno ci viene da tutti. Da chi sostiene generosamente la sua economia a chi prega costantemente per i bambini della casa. E’ proprio nei momenti forti, di gioia per la guarigione e, soprattutto, di immenso dolore per la perdita di un bambino, che sentiamo di far parte di un corpo unito e più grande.

Insieme ci ritroviamo in chiesa, insieme le affidiamo al Nostro Signore, invochiamo lo Spirito di Consolazione per chi non trova pace per aver perso un figlio o innalziamo il nostro grazie per la gioia donata. Quei momenti sono momenti di vera consolazione per i volontari certi di non essere mai soli e certi di crescere sempre un po’ di più come comunità verso una carità condivisa”.

(Tratto da Aci Stampa)

La compassione del Samaritano attraverso il dolore dell’altro

“Per questa circostanza ho voluto riproporre l’immagine del buon samaritano, sempre attuale e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione sociale della compassione, per porre l’attenzione sui bisognosi e sui sofferenti, come sono i malati. Tutti abbiamo ascoltato e letto questo commovente testo di san Luca. Ad un dottore della legge che gli chiede chi sia il prossimo da amare, Gesù risponde raccontando una storia: un uomo che viaggiava da Gerusalemme a Gerico fu aggredito dai ladri e lasciato mezzo morto; un sacerdote e un levita passarono oltre, ma un samaritano ebbe compassione di lui, gli fasciò le ferite, lo portò in una locanda e pagò perché fosse curato”: è questo il tema per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato di papa Leone XIV, che sarà celebrata solennemente a Chiclayo, in Perù, mercoledì 11 febbraio.

Il titolo, ‘La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro’, è spiegato dal papa stesso: “Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’Enciclica Fratelli tutti, del mio amato predecessore papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura ed, alla base, con Dio che ci dona il suo amore”. 

Innanzitutto per la cura è necessaria la vicinanza: “Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano. La parabola racconta che il samaritano, vedendo il ferito, non è ‘passato oltre’, ma ha avuto per lui uno sguardo aperto e attento, lo sguardo di Gesù, che lo ha portato a una vicinanza umana e solidale”.

Ma la vicinanza ha necessita di una sosta: “Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo, cioè come diventare noi stessi vicini. A questo proposito, possiamo affermare con Sant’Agostino che il Signore non ha voluto insegnare chi fosse il prossimo di quell’uomo, ma a chi lui doveva farsi prossimo. Infatti nessuno è prossimo di un altro finché non gli si avvicina volontariamente. Perciò si è fatto prossimo colui che ha avuto misericordia”.

L’amore è azione, come ha mostrato san Francesco nell’incontro con il lebbroso: “L’amore non è passivo, va incontro all’altro; essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita.

Non si tratta di semplici gesti di filantropia, ma di segni nei quali si può percepire che la partecipazione personale alle sofferenze dell’altro implica il donare sé stessi, significa andare oltre il soddisfacimento dei bisogni, per arrivare a far sì che la nostra persona sia parte del dono. Questa carità si nutre necessariamente dell’incontro con Cristo, che per amore si è donato per noi”.

E’ una ripresa del pensiero dell’esortazione apostolica ‘Dilexi te’, che invita a esercitare l’emozione: “Avere compassione implica un’emozione profonda, che spinge all’azione. E’ un sentimento che sgorga da dentro e porta all’impegno verso la sofferenza altrui. In questa parabola, la compassione è il tratto distintivo dell’amore attivo. Non è teorica né sentimentale, si traduce in gesti concreti: il samaritano si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura”.

Quindi il papa racconta la sua esperienza missionaria: “Io stesso ho constatato, nella mia esperienza di missionario e vescovo in Perù, come molte persone condividono la misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dell’albergatore. I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale. Questa esperienza, che si realizza in un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale”.

Quindi amore per Dio e per il prossimo non possono essere tenuti separati: “Sebbene l’oggetto di tale amore sia diverso: Dio, il prossimo e sé stessi, e in tal senso possiamo intenderli come amori distinti, essi sono sempre inseparabili. Il primato dell’amore divino implica che l’azione dell’uomo sia compiuta senza interesse personale né ricompensa, bensì come manifestazione di un amore che trascende le norme rituali e si traduce in un culto autentico: servire il prossimo è amare Dio nei fatti”.

Da qui si può comprendere l’amore verso sé: “Questa dimensione ci permette anche di rilevare ciò che significa amare sé stessi. Significa allontanare da noi l’interesse di fondare la nostra autostima o il senso della nostra dignità su stereotipi di successo, carriera, posizione o discendenza e recuperare la nostra collocazione davanti a Dio e al fratello”.

Il messaggio è un invito ad essere samaritani: “Desidero vivamente che nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna, ‘samaritana’, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti”.

Il messaggio è chiuso da una preghiera alla Madre di Dio: “Eleviamo la nostra preghiera alla Beata Vergine Maria, Salute dei malati; chiediamo il suo aiuto per tutti coloro che soffrono, che hanno bisogno di compassione, ascolto e conforto, e supplichiamo la sua intercessione con questa antica preghiera, che veniva recitata in famiglia per coloro che vivono nella malattia e nel dolore: Dolce Madre, non allontanarti, non distogliere da me il tuo sguardo.  Vieni con me ovunque e non lasciarmi mai solo. Tu che sempre mi proteggi come mia vera Madre, fa’ che mi benedica il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”.

(Foto: Vatican Media)

La compassione del Samaritano: presentato il messaggio per la giornata del malato

“Tutti abbiamo ascoltato e letto questo commovente testo di san Luca. A un dottore della legge che gli chiede chi sia il prossimo da amare, Gesù risponde raccontando una storia: un uomo che viaggiava da Gerusalemme a Gerico fu aggredito dai ladri e lasciato mezzo morto; un sacerdote e un levita passarono oltre, ma un samaritano ebbe compassione di lui, gli fasciò le ferite, lo portò in una locanda e pagò perché fosse curato. Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’Enciclica ‘Fratelli tutti’, del mio amato predecessore papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore”.

Quindi con un riferimento a papa Francesco oggi è stato presentato il primo messaggio di papa Leone XIV per la Giornata mondiale del Malato 2026, che si celebra mercoledì 11 febbraio, sul tema ‘La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro’, alla presenza del delegato ufficiale di papa Leone XIV per la giornata mondiale del malato, che si svolgerà a Chiclayo in Perù; p. Michel Daubanes, rettore del santuario Notre Dame di Lourdes; dott.ssa Giulia Civitelli, medico responsabile del Poliambulatorio Caritas – Roma, Marina Melone, responsabile di ‘Casa Gelsomino’, struttura che accoglie e aiuta le famiglie dei bambini ricoverati all’Ospedale Bambino Gesù e del card. Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il quale ha sottolineato il compito della medicina:

“Curare è compito della medicina, di cui si parla sempre molto nei notiziari. Ma il Messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata Mondiale del Malato 2026 parla di guarigione, che è qualcosa di più ampio e più profondo del semplice curare le malattie. Ci vuole coraggio per leggere questo Messaggio con attenzione e prenderlo sul serio, con mente aperta e cuore aperto. Non ti lascia come eri prima”.

Il messaggio ha l’obiettivo di mettere al centro chi ha bisogno di cura: “Come trattiamo i malati, gli anziani, i disabili, i poveri tra noi? E anche se uno appartiene a una o più di queste categorie, ci sono sempre altri intorno che soffrono e che possiamo incontrare e a cui possiamo rispondere… Ogni messaggio papale ci riporta alle basi, ma penso che questo Messaggio sia davvero per tutti. E’ per i cristiani e allo stesso modo per tutti gli altri. Sarà interessante e illuminante sentire cosa ne pensano i non cristiani”.

Ha diviso il messaggio in tre parti: “Il Messaggio è suddiviso in tre parti: la prima parla dell’incontro, che si rivela così importante non solo per i malati, ma per tutti. La seconda parla della compassione, senza la quale non c’è guarigione. E la terza parla del vero amore…

Anche se tradizionalmente rivolto agli operatori sanitari e pastorali cattolici, il Messaggio di quest’anno si rivolge a tutti, perché siamo un solo corpo, un’unica umanità di fratelli e sorelle, e quando qualcuno è malato e soffre, tutte le altre categorie, che tendono a dividere, svaniscono nella loro insignificanza”.

Mentre p. Michel Daubanes, rettore del santuario Notre Dame di Lourdes, ha raccontato la quotidianità nel santuario francese: “A Lourdes giungono i malati, le persone con disabilità, coloro che sono stati feriti nel cammino della vita. Lungi dall’evitarli, li avviciniamo, li accogliamo e, quando il loro numero diminuisce, per motivi economici o di altro tipo, li cerchiamo. Non li scegliamo. Si presentano a noi; è una gioia accoglierli, così come è per loro una gioia arrivare ai piedi della Madonna, alla roccia della grotta di Massabielle. Ovunque, con tutti i cappellani e i responsabili laici, mi assicuro che abbiano il primo posto, che occupino i primi banchi durante la Messa, che siano in testa alle processioni”.

Per questo c’è vita: “A Lourdes, le ferite sono numerose ed evidenti. Non c’è alcun tentativo di nasconderle; è inutile. Chi ne è segnato non se ne vergogna; sono autentiche. Le ferite sono fisiche, morali e spirituali. Spesso durano tutta la vita, raramente sono temporanee. Una grande ferita è comune a tutti noi: la ferita del peccato. L’unguento della misericordia è ampiamente applicato a coloro che lo riconoscono…

A Lourdes, si intreccia una grande rete di relazioni, una rete antichissima che continua ad espandersi e rinnovarsi. Giovanissimi e molti meno giovani prestano servizio, sia presso l’Hospitalité Nostra Signora di Lourdes che presso le Hospitalité diocesane. Anche i locali dell’Ufficio Cristiano per le Persone con Disabilità sono uno di questi luoghi in cui si sperimenta quotidianamente il miracolo dell’accoglienza, dell’ascolto e della fraternità autentica. A Lourdes, siamo samaritani”.

La dott.ssa Giulia Civitelli, medico responsabile del Poliambulatorio della Caritas di Roma e missionaria secolare scalabriniana, ha raccontato in cosa consiste il ‘lavoro’ nel poliambulatorio della stazione Termini: “Il nostro ambulatorio è un servizio a bassa soglia di accesso e ad alto impatto relazionale, una porta aperta sulla strada, attraversata da varia umanità, con diverse esigenze, storie, percorsi…

Il Poliambulatorio continua ad operare come un’opera segno, portando avanti l’attività di assistenza insieme a quella di advocacy, di impegno per i diritti, perché non si deve dare per carità quello che deve essere dato per giustizia, come sottolineava san Paolo VI”.

Comunque il poliambulatorio è un luogo di relazione: “Il primo e più grande bisogno che hanno tutti è quello di entrare in relazione, costitutivo di ogni essere umano1. Questo ci accomuna tutti, come ci accomuna tutti il fatto di essere vulnerabili, e di avere tutti bisogno di cura e di salvezza. Ed è vero, i primi ad essere soccorsi, accolti, portati e sempre riportati a casa siamo noi, da Gesù, il Samaritano per eccellenza”.

Ed ha anche un luogo dove, a volte, fioriscono ‘miracoli’: “A volte il Signore ci sorprende e si manifesta nel dolore che trasforma il cuore sofferente, palpitante della sua presenza. Come nel caso che vorrei condividere con voi: la storia di una signora albanese, malata di tumore ad uno stadio terminale, che negli ultimi mesi della sua vita, accompagnata dal marito peruviano conosciuto al dormitorio Caritas, ha chiesto i sacramenti dell’iniziazione cristiana e di potersi sposare in Chiesa”.

Infine Marina Melone ha raccontato ‘Casa Gelsomino’, struttura che accoglie e aiuta le famiglie dei bambini ricoverati all’Ospedale Bambino Gesù: “Nel tempo abbiamo imparato sempre più ad entrare nella casa senza avere un programma ma semplicemente liberando il nostro spazio e il nostro tempo e mettendolo a disposizione di chi in quel momento potrebbe aver bisogno.

E’ sempre accoglienza anche quando, in una giornata non buona, nessuno esce dalla sua stanza e non vuole parlare. E’ accoglienza mettersi da parte e aspettare, senza fretta e senza smania di fare qualcosa. La lunga permanenza ci porta ad entrare in contatto con la vita e le sofferenze che vivono questi genitori e i bambini /ragazzi stessi e si crea così vicinanza e fiducia”.

Quindi l’accoglienza stimola l’osservazione: “Abbiamo imparato ad essere attenti osservatori dell’altro, a scrutare lo sguardo per capire, senza dover parlare, del bisogno dell’altro. Prendersi cura è prima di tutto mettersi in ascolto anche di un gesto e rispettare la richiesta di silenzio o di ascolto che nasce. Prendersi cura per noi volontari è anche custodire con rispetto e amore la vita e i sentimenti che ci vengono consegnati da coloro che stanno attraversando un momento di fragilità e sofferenza”.

Anche se qualche volta è doloroso: “Ma non sempre è facile. Abbiamo avuto diversi casi di bambini che non ce l’hanno fatta e abbiamo raccolto anche la disperazione dei genitori, la loro rabbia, il loro dolore. E se si raccoglie vuol dire che lo tratteniamo dentro di noi perché se facciamo spazio, poi lo spazio si riempie e può essere che non si riesca più a sostenerlo”.

(Foto: Vatican Media)

Papa Leone XIV: consolare significa ascoltare il grido di chi soffre

“E’ questo l’invito del profeta Isaia, che oggi giunge in modo impegnativo anche a noi: ci chiama a condividere la consolazione di Dio con tanti fratelli e sorelle che vivono situazioni di debolezza, di tristezza, di dolore. Per quanti sono nel pianto, nella disperazione, nella malattia e nel lutto risuona chiaro e forte l’annuncio profetico della volontà del Signore di porre termine alla sofferenza e cambiarla in gioia”: nella veglia di preghiera del Giubileo della Consolazione papa Leone XIV ha invitato a camminare insieme con chi ha ‘subito l’ingiustizia e la violenza dell’abuso’, come chi è stato ferito da membri della Chiesa.

Nell’omelia il papa ha sottolineato la compassione del buon Samaritano: “Questa Parola compassionevole, fattasi carne in Cristo, è il buon samaritano di cui ci ha parlato il Vangelo: è Lui che lenisce le nostre ferite, è Lui che si prende cura di noi. Nel momento del buio, anche contro ogni evidenza, Dio non ci lascia soli; anzi, proprio in questi frangenti siamo chiamati più che mai a sperare nella sua vicinanza di Salvatore che non abbandona mai”.

Però non è sempre semplice consolare: “Cerchiamo chi ci consoli e spesso non lo troviamo. Talvolta ci diventa persino insopportabile la voce di quanti, con sincerità, intendono partecipare al nostro dolore. E’ vero, ci sono situazioni in cui le parole non servono e diventano quasi superflue. In questi momenti rimangono, forse, solo le lacrime del pianto, se pure queste non si sono esaurite. Papa Francesco ricordava le lacrime di Maria Maddalena, disorientata e sola, presso il sepolcro vuoto di Gesù”.

Quindi anche un pianto è linguaggio: “Care sorelle e cari fratelli, le lacrime sono un linguaggio, che esprime sentimenti profondi del cuore ferito. Le lacrime sono un grido muto che implora compassione e conforto. Ma prima ancora sono liberazione e purificazione degli occhi, del sentire, del pensare. Non bisogna vergognarsi di piangere; è un modo per esprimere la nostra tristezza e il bisogno di un mondo nuovo; è un linguaggio che parla della nostra umanità debole e messa alla prova, ma chiamata alla gioia”.

Ed allora sorge la domanda sul motivo del dolore: “Il passaggio dalle domande alla fede è quello a cui ci educa la Sacra Scrittura. Vi sono infatti domande che ci ripiegano su noi stessi e ci dividono interiormente e dalla realtà. Vi sono pensieri da cui non può nascere nulla. Se ci isolano e ci disperano, umiliano anche l’intelligenza. Meglio, come nei Salmi, che la domanda sia protesta, lamento, invocazione di quella giustizia e di quella pace che Dio ci ha promesso. Allora gettiamo un ponte verso il cielo, anche quando sembra muto”.

Quindi la consolazione è il non abbandonare nel dolore la persona: “Nella Chiesa cerchiamo il cielo aperto, che è Gesù, il ponte di Dio verso di noi. Esiste una consolazione che allora ci raggiunge, quando ‘salda e stabile’ rimane quella fede che ci pare ‘vaga e fluttuante’ come una barca nella tempesta.

Dove c’è il male, là dobbiamo ricercare il conforto e la consolazione che lo vincono e non gli danno tregua. Nella Chiesa significa: mai da soli. Poggiare il capo su una spalla che ti consola, che piange con te e ti dà forza, è una medicina di cui nessuno può privarsi perché è il segno dell’amore. Dove profondo è il dolore, ancora più forte dev’essere la speranza che nasce dalla comunione. E questa speranza non delude”.

Lo spunto di queste parole è dato dalle testimonianze di Lucia Di Mauro Montanino, da Napoli, a cui una banda di giovani rapinatori ha ucciso il marito, guardia giurata, nel 2009, e Diane Foley, dagli Stati Uniti, che ha perso il figlio, giornalista trucidato dall’Isis, nel 2014, che il papa ha affidato alla Madonna: “Anche a voi, fratelli e sorelle che avete subito l’ingiustizia e la violenza dell’abuso, Maria ripete oggi: ‘Io sono tua madre’.

Ed il Signore, nel segreto del cuore, vi dice: ‘Tu sei mio figlio, tu sei mia figlia’. Nessuno può togliere questo dono personale offerto a ciascuno. E la Chiesa, di cui alcuni membri purtroppo vi hanno ferito, oggi si inginocchia insieme a voi davanti alla Madre. Che tutti possiamo imparare da lei a custodire i più piccoli e fragili con tenerezza! Che impariamo ad ascoltare le vostre ferite, a camminare insieme. Che possiamo ricevere da Maria Addolorata la forza di riconoscere che la vita non è definita solo dal male patito, ma dall’amore di Dio che mai ci abbandona e che guida tutta la Chiesa”.

Infine il papa ha sollecitato lo sguardo sul dolore collettivo: “Carissimi, come c’è il dolore personale, così, anche ai nostri giorni, esiste il dolore collettivo di intere popolazioni che, schiacciate dal peso della violenza, della fame e della guerra, implorano pace. E’ un grido immenso, che impegna noi a pregare e agire, perché cessi ogni violenza e chi soffre possa ritrovare serenità; e impegna prima di tutto Dio, il cui cuore freme di compassione, a venire nel suo Regno”.

Quindi consolare è riappacificare: “La vera consolazione che dobbiamo essere capaci di trasmettere è quella di mostrare che la pace è possibile, e che germoglia in ognuno di noi se non la soffochiamo. I responsabili delle Nazioni ascoltino in modo particolare il grido di tanti bambini innocenti, per garantire loro un futuro che li protegga e li consoli”.

(Foto: Santa Sede)

XV Domenica  del Tempo Ordinario: chi è il prossimo d’amare?

Gesù annuncia la grande notizia: l’uomo è creato per la vita eterna. Un dottore della Legge chiede a Gesù: ‘Cosa fare per ereditare la vita eterna?’; qual’é il fine ultimo e la strada per realizzarlo? Gesù invita il dottore della legge a riflettere: tu hai la ragione e la coscienza; conosci la Sacra Scrittura, che è parola di Dio. Nella vita bisogna riflettere da uomo; il cristianesimo non si oppone alla coscienza ma la perfeziona e la completa perché la verità é una ed è sempre la stessa sia che la scopri con l‘intelligenza sia che la cogli con la rivelazione, che è parola di Dio.

Al dottore della Legge Gesù risponde con la Bibbia: “Ascolta, Israele, amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore; amerai il prossimo tuo come te stesso”. Amare Dio è chiaro e semplice; chi è il prossimo che bisogna anche amare? Per l’ebreo il prossimo era l’altro ebreo; da escludere certamente il samaritano, considerato come un falso ebreo, e un pagano, un adoratore degli dei falsi e bugiardi. Nella parabola Gesù evidenzia che il ‘prossimo’ è l’uomo che ha bisogno, prossimo non è tanto il parente o il connazionale ma ogni uomo che è nel bisogno.

Con la parabola del ‘buon samaritano’ Gesù scardina la vecchia mentalità ed evidenzia la vera logica della carità, che non è un concetto astratto ma un impegno concreto. Prossimo è chiunque si trova nel bisogno; Gesù risponde allora con un breve racconto dove protagonista è un ‘samaritano’. I Giudei disprezzavano i samaritani considerandoli estranei al popolo di Dio anche se abitavano nella Palestina. Nella parabola un uomo va da Gerusalemme a Gerico, s’imbatte in ladri che lo derubano, lo feriscono e lo lasciano sanguinante a terra.

Sulla stessa strada passano un sacerdote e un levita, che passano, guardano e vanno subito via: i due religiosi della parabola giustificano la loro indifferenza davanti a chi soffre con la ubbidienza alla legge: il Religioso sempre a contatto con il sacro non può permettersi di imbrattarsi le mani di sangue. Passa invece  un Samaritano: si fa avanti, si fa carico dello sconosciuto, lava le ferite, lo trasporta in ospedale e si fa carico anche delle spese. Gesù propone come modello il samaritano, colui che ufficialmente era ritenuto dagli ebrei ‘uomo senza fede’.

Gesù chiede al dottore della legge: ‘Chi è stato prossimo a quel povero uomo?’; certamente non i due religiosi ma chi ha avuto compassione, cioè il samaritano.  Gesù passa così dalla legge antica al Vangelo; la parabola mira a trasformare così la vecchia mentalità nella logica di Cristo Gesù: la logica dell’amore. Rendere il vero culto a Dio significa servire i fratelli con amore sincero e profondo. Amare è dare e non ricevere: essere disposti anche a spendere il proprio  io e a ‘spandersi’ per gli altri in nome di Dio.

II buon samaritano è immagine di Dio che nella persona del suo Figlio Gesù si piega sulla natura umana stanca e ferita dal peccato e ci insegna: ‘Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? non fanno così anche i pagani?’; se siete veri figli di Dio, imitate Dio che fa sorgere il sole per i buoni e i cattivi; imitate Gesù che muore in croce per tutti. Bisogna farsi vicino al prossimo ‘a fatti’ e non ‘a parole’.

La carità è vera quando è concreta; si concretizza con rapporti cordiali di concretezza e solidarietà. L’amore vero supera l’io , il soggetto , e si apre nell’interesse e alle necessità dell’altro. Andare verso il prossimo significa promuovere una carità di condivisione ed equa spartizione dei beni. La Madonna, madre misericordiosa, ci aiuti a riscoprirci veri fratelli e amici di Cristo Gesù con una carità viva, incisiva e concreta.

Dalla cura per me alla cura per gli altri

La canzone ‘La cura per me’ di Giorgia tratta dell’amore come cura alla solitudine. È così che chi vive ai margini cerca di aggrapparsi all’amore/affetto di qualcuno. Un ‘samaritano’ che gli sta accanto o chi dice di ricambiare i suoi sentimenti e lo ama. Ci sono molte realtà, anche  che si autodefiniscono cristiane, dove si cerca di accoppiare un utente solo e con difficoltà  con un altro utente o un assistente a sua volta solo, ma con meno difficoltà. Questo è brutto perché svilisce i sentimenti e fa sentire, quando la persona lo capisce, non amabile. Cosa succede quando la persona non si accorge e aspetta  con ansia il ritorno a casa dell’altro? Cosa succede quando l’amore è nella variabile amicizia tra aiuto e assistito?

Magari si tratta solo di una persona che necessita compagnia per un pò, sa intendere e volere ed ha solo bisogno di comprensione. Questo capita ad anziani, giovani o neo adulti con lievi difficoltà, magari fisiche. La canzone di Giorgia, se non per poche frasi che potrebbero di più fare pensare alla relazione amorosa, è adatta a tutti i tipi di amore. Perché l’ ‘amore è una cosa semplice’ , come fece notare Tiziano Ferro a suo tempo, ma non solo quando ‘c’è ed è vero e ti semplifica la vita’. Lo è anche e soprattutto quando capisci cosa vuol dire amore: amicizia, rapporto tra genitori e figli, fratellanza, sorellanza….anche questi sono tipi di amore.

L’assistenza a chi è solo, se fatta con il cuore, è una forma di amore. L’argomento è stato spesso trattato, ma già dal 2013, per papa Francesco, il tema delle ‘Periferie  del Cuore’ era importante. Durante la Messa crismale del 2013, papa Francesco ha invitato i sacerdoti ad andare sia nella periferia geografica che in quella ‘esistenziale’. La periferia dell’esistenza comprende: persone sole, malate, non autosufficienti, abbandonate…  Se, oltre ai preti,  ciascuno di noi avesse in sé la capacità, o almeno la volontà, perché spesso è quella che manca, di amare gli altri per quello che sono con e per noi sarebbe ancora meglio. Bisogna aprirsi all’altro, sempre e senza riserve.

Chi vive nelle periferie esistenziali  ha imparato ad agire come noi altri abbiano fatto da tempo. Restano concentrati  su se stessi, sulla loro casa, professione, situazione personale… Ma c’è una differenza: per molto  tempo,  diversamente  da chi non ha mai fatto parte del gruppo periferia esistenziale, loro non sono stati così ed hanno

cercato disperatamente di dimostrarlo, di fare vedere il proprio valore prima che, come nel caso dei malati, quella capacità venisse persa. A loro basta poco per tornare ad aprirsi ed a fidarsi, a differenza dei ‘centro esistenziale’ che si fanno molte ‘paranoie’. Il fatto è che per motivazioni economiche, narcisistiche (perché sì, se non vuoi farti vedere vicino a qualcuno che ha un difetto, anche lieve, o un altro colore della pelle perché la tua immagine si rovina e perdi i favori degli altri, sei un  narciso) e altre ‘buone scuse’, queste persone sono state lasciate sole e quindi si centrano su se stesse e ciò che resta loro cercando disperatamente di non impazzire.

Il Papa ha chiesto di essere presenti ‘dove c’è sofferenza, c’è sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni’. Qui si allarga il discorso ma, per restare nel nostro contesto,  i cattivi padroni possono contenere anche la differenza, la solitudine, l’abbandono e la malattia che, se non si risolvono con l’altrui aiuto, ti portano verso cattivi padroni peggiori, che credo conosciamo tutti e non debbano essere elencati. Il punto è che tutti lo sanno, ma finché non vengono toccati, gli altri’ che hanno il problema possono andare a quel paese. Quando, invece, tocca a chi non aveva avuto questo bisogno fino a poco prima, sembra che sia esplosa una bomba, scoppiata la guerra o qualche altra catastrofe. Allora qualcuno potrebbe fargli la domanda: ‘Ma come, non era mica una cosa da poco?’ Ed ecco un altro fatto da non sottovalutare circa le difficoltà di comunicazione tra le varie zone del mondo esistenziale e anche tra.’vecchia’ e ‘nuova’ periferia. Ma perché questo accade? Perché si crolla dalle stelle alle stalle?

Sempre nello stesso periodo, il papa aveva definito questo tempo quello dei soli senza solitudine ‘pensata e vissuta’: una difficoltà umana e profonda. L’invito del papa, era ed è ancora quello di uscire dal centralismo del ‘mi godo la mia bella vita, i miei soldi, la mia carriera, il mio successo’ da solo, escludendo gli altri, per buttarsi in quelle realtà di vera solitudine. . Non si capisce se non si tocca con mano, da fuori non si può comprendere perché la gente si attacchi a una debole speranza, a una promessa fatta, alla presenza di una persona che è disponibile spesso e dona momenti felici… Cosa si può consigliare alle persone che hanno un ruolo nelle vite di chi vive  nelle periferie?

Prendete sul serio quello che state facendo con quella persona che ha bisogno di voi. Le cose cambiano e potrebbe succedere che siate voi ad avere bisogno di lei. E’ brutto da dire, ma non tutti perdonano, non tutti porgono l’altra guancia, anche se si etichettano come credenti. Quindi torna al conflitto tra vecchia e nuova periferia. Ci sono quelli che rendono pan per focaccia, anche solo per un po’ per fare pesare ciò che avete fatto di male, per poi aiutarvi e… amici come prima. Altre persone, più fragili, potrebbero non perdonare affatto e chiudervi la porta in faccia.

Potreste recuperare comunque, ma con più difficoltà. Una ferita a chi è stato illuso ed abbandonato per l’ennesima volta, fa molto male. Pensate bene: vorrei che fosse fatto a me quello che io ho fatto a questa persona?

Mi piacerebbe essere trattato con  disprezzo, abbandonato per un immagine di successo personale (chissà poi se duratura e reale)? Vorrei credere che chi mi sta accanto e si comporta da amico lo sia davvero, per poi scoprire che per lui ‘era solo lavoro’? Se la risposta è no, allora siate sinceri, dite subito le vostre intenzioni, ma non atteggiatevi, poi, a quello che non siete, se sapete che per voi quel rapporto non è importante. Prima di pensare di lasciare una persona delle periferie esistenziali, assicuratevi di poterla davvero continuare a trattare come amica e non lasciatela sola da un giorno all’altro.

Sta a voi trovare sostituti accettabili, visto che ve ne andate di vostra volontà per inseguire il vostro ‘sogno di libertà. Ricordatevi  che, spesso, proprio gli ‘ultimi’ sono quelli che danno di più a livello di tempo ed affetto, ma non per questo vanno sfruttati. Vanno davvero amati. Non sono il ‘tappabuco’ dei vostri conoscenti del ‘centro città e centro esistenziale’. Spesso sono angeli mandati sulla terra per consolare, dare amore, amicizia… L’unico modo per averli accanto, però, è andarli a cercare.

Andateli a cercare nelle loro case, nei centri per disabili, nelle case famiglia, negli ospedali, nelle carceri… Anche i luoghi abituali dove vedete persone sempre sole, ma desiderose di affetto vanno bene: scuola, parco, lavoro… Le periferie sono ovunque. Non lasciate che i soli restino tra loro, vivendo un contatto esclusivamente tramite i social con loro simili. Accoglieteli. Ricordatevi che chi vive nelle periferie esistenziali è una persona come voi con dei doveri, ma anche diritti. Ha sogni ed emozioni come voi.

Il buon Samaritano: presenza dei cattolici nei new media

‘Verso una piena presenza’ è il titolo del documento del Dicastero per la Comunicazione pubblicato lunedì 29 maggio, che si propone di promuovere una riflessione comune sul coinvolgimento dei cristiani con i social media, che sono diventati sempre più parte della vita delle persone, che è ispirato alla parabola del Buon Samaritano, e intende avviare una riflessione condivisa per promuovere una cultura dell’essere ‘prossimo amorevole’ anche nella sfera digitale,firmato dal prefetto, Paolo Ruffini, e dal segretario, mons. Lucio Adrian Ruiz.

Abbi cura di lui, il messaggio del Papa per la giornata del malato e l’Unitalsi

“La malattia fa parte della nostra esperienza umana. Ma essa può diventare disumana se è vissuta nell’isolamento e nell’abbandono, se non è accompagnata dalla cura e dalla compassione. Quando si cammina insieme, è normale che qualcuno si senta male, debba fermarsi per la stanchezza o per qualche incidente di percorso. E’ lì, in quei momenti, che si vede come stiamo camminando: se è veramente un camminare insieme, o se si sta sulla stessa strada ma ciascuno per conto proprio, badando ai propri interessi e lasciando che gli altri ‘si arrangino’. Perciò, in questa XXXI Giornata Mondiale del Malato, nel pieno di un percorso sinodale, vi invito a riflettere sul fatto che proprio attraverso l’esperienza della fragilità e della malattia possiamo imparare a camminare insieme secondo lo stile di Dio, che è vicinanza, compassione e tenerezza”.

Papa Francesco invita a fare rete per la cura del prossimo

In occasione della Giornata mondiale del Malato, che si celebra oggi, nei giorni scorsi papa Francesco ha ricevuto in udienza una delegazione di esponenti dell’Area Medica dell’Ufficio di Pastorale Sanitaria della diocesi di Roma, richiamando la figura evangelica del ‘buon samaritano’, al centro del suo messaggio, che invita ad avere cura:

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