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Il Battesimo di Gesù: Questi è il Figlio mio. Ascoltatelo

Il Battesimo di Gesù è una seconda Epifania; nella prima è una stella  che ha guidato i popoli a Gesù quando questi era ancora bambino ed abitava a Betlemme di Giudea; nella seconda Epifania, nel Battesimo, Gesù è ormai adulto e si reca dalla Galilea al fiume Giordano dove Giovanni battezzava. Il Battesimo predicato da Giovanni era un invito alla conversione, un battesimo di penitenza, un segno che evidenzia la conversione del cuore in attesa della venuta ormai imminente di Cristo. Gesù, vero uomo, perché aveva assunto la natura umana, si avvicina con una straordinaria umiltà a Giovanni, facendosi largo tra la folla, e chiede a Giovanni di essere battezzato.

La sua umiltà anticipa quasi gli stessi sentimenti che ebbe a manifestare nell’ultima Cena, quando si cinse un asciugatoio e volle lavare i piedi ai suoi Apostoli: ‘Voi mi chiamate Signore e Maestro ed io vi ho lavato i piedi, così dovete fare l’un all’altro’. Giovanni si accorge che Gesù non è uno dei tanti che si proclamavano peccatori e avrebbe voluto impedire quel gesto di umiltà profonda e dice: ‘Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni a me?’, ma Gesù di rimando: ‘Lascia fare per ora perché conviene che così adempiamo ogni giustizia’.

Giovanni predicava l’imminenza del regno di Dio per preparare i cuori alla purificazione; il suo battesimo infatti era solo un segno esterno di vera penitenza. Ad additare Gesù, come Figlio di Dio, non sono gli Angeli che cantarono davanti ai pastori: gloria a Dio, pace agli uomini amati dal Signore; non è una stella-cometa che aveva segnato la strada da percorrere ai Magi, ma è il Padre, che sta nei cieli, che interviene: ‘Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo’.

Grande mistero dell’amore divino: le mani tremanti di Giovanni adempiono la sua missione mentre Gesù esce dal fiume Giordano per iniziare la sua vita pubblica, la sua missione. Gesù non necessitava del battesimo di Giovanni perché non aveva bisogno di penitenza, ma ha voluto essere battezzato perché gli uomini si accostassero a quel battesimo di cui necessitavano; volle essere un esempio a tutti, esempio credibile anche perché così Giovanni e il popolo hanno potuto ascoltare la testimonianza del Padre; vera Epifania, la seconda Epifania del Signore.

Un giorno Giovanni dirà a coloro che addirittura pensavano che Egli poteva essere il Messia perché battezzava e tutti accorrevano a lui: ‘Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi c’è uno che non conoscete; è colui che battezzerà con lo Spirito santo e il fuoco’.

Il Battesimo. Sacramento, che noi abbiamo ricevuto , è il Battesimo di Cristo Gesù, segno efficace della grazia, come disse Gesù ed insegna la Chiesa: ‘chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo’; sacramento che riceviamo nella fede, se adulti; se piccoli nella fede dei genitori e della Chiesa nella quale si entra con esso a pieno titolo perché il Battesimo è segno visibile della grazia invisibile; sacramento che va nutrito ed alimentato ogni giorno con la preghiera e la vita cristiana.

Il Battesimo cristiano è infatti una vera rinascita: l’uomo vecchio lascia il posto all’uomo nuovo; con esso si conquista il dono della vita perduta con il peccato originale, ma tale dono deve essere accolto e vissuto responsabilmente.  Un dono di amicizia vera si indica con un ‘sì’ all’amico ed implica un ‘no’ a quanto non è compatibile con l’amicizia; un ‘sì’ a Cristo che è morto e risorto, il ‘sì’ al vincitore della morte. Cristo Gesù infatti è l’unica via per l’immortalità cercata ed agognata dall’uomo. Cristo è l’albero della vita reso nuovamente accessibile.

Il Rito liturgico del Battesimo richiama il tema della fede quando il sacerdote ricorda ai genitori e all’assemblea di educare il bambino nella fede con le parole e con le opere. Generato con il battesimo a vita nuova, il cristiano inizia il suo cammino di crescita nella fede ed invoca Dio ‘Abba!’, Padre nostro! Nello stesso rito vengono pronunciati  tre ‘sì’ e tre ‘no’: il ‘sì’ a Cristo nella professione della fede cristiana; il ‘no’ a Satana con il quale si professa di rinunciare al diavolo, principio del male, e a tutti i suoi inganni e seduzioni. Con il Battesimo il cristiano, come si esprime il Concilio Vaticano II, partecipa dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale.

Da qui la necessità, oggi più che mai, di riscoprire la grandezza del nostro Battesimo, che ci immette nella comunione dei santi, nella famiglia di Dio. Da qui le parole del Padre: ‘Questi è mio Figlio, ascoltatelo!’; è un imperativo che non significa solo prestategli attenzione o mettete in pratica il suo insegnamento, ma accogliete il suo messaggio e siate testimoni con le opere e con le parole. I Pastori e i Magi videro Gesù, ascoltarono Maria e ritornarono a casa pieni di gioia. Amico, vuoi essere felice? Dai un senso vero alla tua vita, credi in Gesù, ascolta Maria: Ad Iesum per Mariam. Diceva Dante: ‘Chi vuol  grazia e a te non ricorre, sua disianza vuol volar senz’ali’.  (Paradiso, canto XXXIII).           

Chiesa: no al diaconato femminile, ma non chiusura definitiva

“Caro Santo Padre, mi rivolgo a Lei perché, come è noto, papa Francesco ha avocato a sé la questione del possibile accesso delle donne al diaconato: per tale ragione, tenendo presente il lavoro svolto dalle diverse Commissioni nominate per studiare questo argomento, vorrei sottoporLe una breve sintesi di alcuni nuclei tematici nella speranza che possano esserLe di aiuto nel discernimento”: così inizia il documento che la commissione sul diaconato femminile, guidata dal card. Giuseppe Petrocchi, arcivescovo emerito de L’Aquila ha redatto con il risultato dei lavori, escludendo per ora la possibilità di procedere nella direzione dell’ammissione delle donne al diaconato inteso come grado del sacramento dell’ordine, anche se al momento non è possibile ‘formulare un giudizio definitivo, come nel caso dell’ordinazione sacerdotale’.

Infatti nella relazione di 7 pagine, che il porporato ha inviato a papa Leone XIV lo scorso 18 settembre, c’è scritto: “Lo status quaestionis intorno alla ricerca storica e all’indagine teologica, considerati nelle loro mutue implicazioni, esclude la possibilità di procedere nella direzione dell’ammissione delle donne al diaconato inteso come grado del sacramento dell’ordine. Alla luce della Sacra Scrittura, della Tradizione e del Magistero ecclesiastico, questa valutazione è forte, sebbene essa non permetta ad oggi di formulare un giudizio definitivo, come nel caso dell’ordinazione sacerdotale”.

La Commissione con nove sì ed un no ha formulato l’auspicio che venga ampliato “l’accesso delle donne ai ministeri istituiti per il servizio della comunità, assicurando così anche un adeguato riconoscimento ecclesiale alla diaconia dei battezzati, in particolare delle donne. Questo riconoscimento risulterà un segno profetico specie laddove le donne patiscono ancora situazioni di discriminazione di genere”.

La Commissione, nella prima sessione di lavori (2021) era arrivata a stabilire che “la Chiesa ha riconosciuto in diversi tempi, in diversi luoghi e in varie forme il titolo di diacono/diaconessa riferito alle donne attribuendo però ad esso un significato non univoco”. Nel 2021, all’unanimità, il confronto teologico ha portato ad affermare che “l’approfondimento sistematico sul diaconato, nel quadro della teologia del sacramento dell’ordine, suscita interrogativi sulla compatibilità dell’ordinazione diaconale delle donne con la dottrina cattolica del ministero ordinato”.

Nella seconda sessione di lavori (luglio 2022), la commissione aveva approvato (con 7 voti favorevoli ed 1 contrario) la formulazione, che esclude la possibilità di procedere verso l’ammissione delle donne al diaconato come grado del sacramento dell’ordine ma senza formulare oggi ‘un giudizio definitivo’.

Infine, nell’ultima sessione di lavori (febbraio 2025), dopo che su indicazione del Sinodo si era consentito a chiunque volesse farlo di inviare il proprio contributo, la commissione ha esaminato tutto il materiale pervenuto: “Anche se gli interventi affluiti erano numerosi, le persone o i gruppi che avevano inviato i loro elaborati erano soltanto ventidue e rappresentavano pochi paesi. Di conseguenza, sebbene il materiale sia abbondante e in alcuni casi abilmente argomentato, non si può considerare come la voce del Sinodo e tantomeno del popolo di Dio nel suo insieme”.

E nella conclusione il card. Petrocchi ha evidenziato che “la Commissione ha insistito sull’urgenza di valorizzare la ‘diakonia battesimale’, come fondamento di qualunque ministerialità ecclesiale. In tale quadro, deve essere sempre meglio compresa e sviluppata la ‘dimensione mariana’, come anima di ogni ‘diakonia’, nella Chiesa e nell’Umanità”.

Infine è stato ‘lanciato’ un invito ad approfondire l’identità del diaconato: “In tale contesto appare indispensabile, come condizione previa per successivi discernimenti, incentivare un rigoroso e allargato esame critico condotto sul versante del ‘diaconato in sé stesso’, cioè sulla sua ‘identità’ sacramentale e sulla sua ‘missione’ ecclesiale, chiarendo alcuni aspetti ‘strutturali’ e pastorali che attualmente non risultano interamente definiti. In questa ‘diakonia alla verità’ la Chiesa deve agire con ‘parresia’ evangelica, ma anche con la dovuta libertà valutativa e trasparenza discorsiva”.

Comunque ha auspicato una ‘specificità’ del diaconato ed una partecipazione delle donne nelle ‘decisioni’ ecclesiali: “Va anche rilevato che in molte Diocesi del mondo non esiste il ministero del diaconato, e in interi Continenti questa istituzione sacramentale è quasi assente. Dove è operante, le attività dei diaconi non raramente sono coincidenti con ruoli propri dei ministeri laicali o dei ministranti nella liturgia, suscitando nel Popolo di Dio domande sul significato specifico della loro ordinazione.

Occorre, inoltre, sottolineare che le diverse Commissioni sono state unanimi nel segnalare la necessità di dilatare gli ‘spazi comunionali’ perché le donne possano esprimere una adeguata partecipazione e corresponsabilità nei gangli decisionali della Chiesa, anche attraverso la creazione di nuovi Ministeri laicali”.

Dio si specchia in noi: l’arte del matrimonio cristiano. Alcuni libri

Perché i giovani possano essere pronti al matrimonio in Chiesa meritano di sapere che questa promessa, per loro, avviene in Cristo. Meritano di conoscere, magari attraverso testimonianze credibili, quale ruolo gioca la grazia di Dio. È Lui il primo ad essere fedele con noi, con la nostra coppia, se decidiamo di investire su Gesù, di invitarlo alle nostre nozze e lasciarlo agire. Il matrimonio per i cristiani cattolici è un sacramento: da questo deriva l’indissolubilità, che non è un giogo, ma un dono di Dio.

Le vicende e le situazioni cambiano: il miracolo del matrimonio sacramento è che nelle mutevoli circostanze della vita – e anche quando i coniugi stessi cambiano – la coppia riesce sempre a ritrovarsi, a scoprire nuove strade per preservare l’unità. 

Si può cadere. L’amore può morire. Però noi crediamo in un Dio che risorge anche dalla morte. Come afferma una coppia di coniugi separati e che poi, convertiti, sono tornati insieme nel giorno della sentenza del divorzio: “In genere l’incontro con Gesù avviene quando ci si trova con le spalle al muro”. Così è successo a loro. “Lo abbiamo incontrato durante la separazione. In questa situazione drammatica abbiamo chiesto aiuto al cielo, ciascuno personalmente, in due modi diversi, in due città diverse. E Gesù ha risposto. Ora possiamo e vogliamo dire a tutti: confidate nella potenza del sacramento del matrimonio. Usatelo! Avete una Ferrari tra le mani e la guidate a 30Km/h. Che spreco. Che noia”.

Poiché un amore per la vita non si improvvisa, né è frutto del caso, i corsi di preparazione alle nozze dovrebbero aiutare a comprendere la chiamata alta che gli sposi ricevono e offrire gli strumenti per amare come Cristo ama. Inoltre, è bene che gli sposi non camminino da soli, ma siano in contatto con altri sposi, con altre famiglie. Da soli la salita può diventare insopportabile, ma se i pesi sono condivisi con chi si trova sulla stessa strada allora tutto cambia.

In questa sede, vorrei offrire alcuni titoli di libri che possono aiutare le coppie ad approfondire il matrimonio come sacramento:

“La casa sulla roccia”, di Elisabetta Rossi Ricucci

Descrizione:

Crediamo veramente nella potenza del Sacramento del Matrimonio? Abbiamo la certezza che la nostra prima vocazione sia “vivere al massimo?”. Vi proponiamo un cammino di guarigione attraverso il perdono, per vivere la vostra relazione matrimoniale secondo il progetto di Dio. Il matrimonio non è la tomba dell’amore, come il mondo intende farci credere, ma la culla dell’Amore che non finisce mai. Parleremo della grazia di amare “da Dio”, del combattimento spirituale, delle ferite e dei “cerotti” che usiamo per nasconderle. Parleremo di maschere, di stili educativi, di dinamiche relazionali e di altro ancora. Le fonti che hanno ispirato questo libro sono diverse: la Sacra Scrittura, i documenti della Chiesa, gli incontri con santi sacerdoti e consacrati e la nostra esperienza personale di ex separati ed ex non credenti. Il Dio dell’impossibile farà grandi cose per ognuno di voi!

“L’arte di rovinare i matrimoni. La missione di un giovane apprendista diavolo”, di Cecilia Galatolo

Descrizione:

Un romanzo, ambientato a tratti sulla Terra, a tratti all’Inferno, ma con lo sguardo sempre rivolto al Paradiso, non banalizza l’esistenza del demonio, né vuole terrorizzare il lettore. Utilizzando una storia di fantasia, simile ad una favola moderna che segue le orme di Le lettere di Berlicche di C.S. Lewis, vogliamo offrire un piccolo aiuto per ritrovare la fede nell’Onnipotente, anche di fronte alle tentazioni più grandi. Smascherando gli inganni del diavolo e mostrando la superiorità di Dio, vorremmo che il lettore arrivasse a chiedersi, come san Paolo: Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?

“Sposi profeti dell’amore: Dio si specchia in noi”, di Antonio e Luisa De Rosa

Descrizione:

Chi sono i profeti? Cosa significa dire che noi sposi siamo profeti dell’amore di Dio? Siamo profeti quando riusciamo a mostrare nel nostro amore qualcosa dell’amore di Dio. Siamo profeti nel vivere la nostra relazione alla luce della relazione con Dio. Siamo profeti quando attraverso la perseveranza nelle difficoltà e la condivisione delle gioie possiamo. Siamo profeti quando in un mondo assetato di gratuità, di bellezza, di senso, di fedeltà e di amore siamo capaci di essere una piccola goccia d’acqua che insieme a tante altre può dissetare e rigenerare.

Il dopo-Inizio Pontificato di Leone XIV: il ‘ritorno’ dell’amore alla Chiesa e al Papa da parte del Popolo di Dio

Domani mattina, V domenica di Pasqua, Leone XIV celebrerà sul sagrato della Basilica di San Pietro a partire dalle 10 la Santa Messa per l’Inizio del Ministero Petrino del Vescovo di Roma. Molti i patriarchi, cardinali, sacerdoti e diaconi che concelebreranno assieme al Santo Padre, alla presenza di rappresentanti della politica e delle istituzioni di tutto il mondo, oltre a leader di diverse fedi e religioni e circa 250mila fedeli attesi.

La celebrazione solenne sarà anche l’occasione per indicare le linee programmatiche del Pontificato di Papa Prevost che, la prossima settimana, “prenderà possesso” della Basiliche Papali di San Paolo Fuori le Mura (martedì 20 maggio, alle ore 17.00) e di San Giovanni in Laterano e Santa Maria Maggiore (domenica 25 maggio, ore 17.00 e 19.00). Sabato 31 maggio, infine, nel giorno in cui la Chiesa festeggia la Visitazione di Maria alla cugina Elisabetta, Leone XIV celebrerà alle 10 la Messa nella Basilica di San Pietro durante la quale ordinerà alcuni sacerdoti.

I desideri di comunione e di fervente amore al vicario di Cristo, come stiamo vedendo in questi giorni, stanno crescendo nel Popolo di Dio e, da molti sacerdoti e laici, sono accolti come un dono di Dio che ciascuno dovrebbe saper apprezzare. L’amore verso il Papa, infatti, è indissolubile da quello alla Chiesa e, se deperisce o decade l’uno, deperisce o decade anche l’altro, come la storia e l’esperienza insegnano. Il passare del tempo, soprattutto, non contribuisce in tanti fedeli ad alimentare e a far fruttificare i semi dell’amore alla Chiesa e al Papa sparsi da Dio nella loro anima nel momento del battesimo, dell’ordinazione o degli altri “momenti forti” del cammino di Fede.

Nel post-Concilio, poi, sono abbondate opere teologiche sedicenti “originali” che, presentate come base per il necessario percorso del rinnovamento ecclesiologico dello scorso secolo, hanno progressivamente inaridito la devozione al Papa e alla Chiesa di parte della “élite” cattolica e/o ecclesiale e, di conseguenza dello stesso Popolo di Dio.

Con questo non vogliamo affermare che all’origine di tale involuzione ci sia stato il Concilio Vaticano II, ma sicuramente quello che ci è stato spacciato come ‘spirito del Concilio’, riflesso in tanti libri di teologia prodotti nella serena quiete di una scrivania, ha allontanato la pastorale da quei temi e strumenti che in passato hanno aiutato a far incidere la Fede nella vita concreta.

Per esempio la necessità che la fede porti ad accettare che Cristo ha stabilito la dimensione istituzionale (sacramenti, gerarchia, ecc.), come mezzo di salvezza, strumento di una mediazione di grazia. La Chiesa, quindi, «è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Costituzione Dogmatica Lumen gentium, n. 1).

L’amore alla Chiesa e al Papa che appare in crescita nelle tante manifestazioni di gioia e riconoscenza per l’elezione del nuovo Pontefice appaiono certamente una incoraggiante testimonianza di ripresa in molti dell’amore alla Chiesa e al Vicario di Cristo. I sentimenti e le manifestazioni cui assistiamo, però, non sono garanzia di frutti duraturi. Spetta a noi Popolo di Dio, inteso come sacerdoti e laici, l’impegno di alimentare e approfondire questi “segni” così da provare a suscitare la fede in opera, ovvero un cammino pieno di carità e attenzioni nel cuore di nostri amici, familiari, colleghi, conoscenti etc..

L’amore alla Chiesa e al Romano Pontefice, quindi, non solo dovrebbero ritornare ad essere oggetto di trattato e pubblicazioni di carattere apologetico, ma anche di iniziative culturali e sociali che possano alimentare questa “apertura di credito” di una società, come quella occidentale, che risulta chiaramente per molti aspetti post-cristiana ma non anti-cristiana. Come fare? Anzitutto astenendosi dall’opinionismo diffuso su come o cosa un Pontefice dovrebbe fare per esercitare la sua missione universale. Sarebbe invece il caso, dai pulpiti come negli uffici oppure nei media cattolici, di condividere la gioia personale di servire la Chiesa così come la Chiesa desidera essere servita.

Nelle più semplici ed elementari affermazioni come nei comportamenti o negli scritti, può essere infatti espressa senza clericalismo e secondo le forme contemporanee della comunicazione pubblica la ricchezza secolare della fede della Chiesa. Ai fedeli, in definitiva, anderebbe testimoniato e riproposto un insegnamento indispensabile. Ovvero che il mondo nel quale siamo immersi, non è qualcosa di occasionale dal quale difendersi o ‘far fronte’, bensì la materia della personale ricerca di santità e il modo specifico del comune sforzo per l’edificazione del bene comune.

La prima manifestazione dell’amore per la Chiesa e per il Papa consisterà allora nel cercare di abbellire le nostre case, le nostre comunità ecclesiali o professionali etc. con le virtù di cui, ciascuno di noi-figli di Dio, siamo in grado di compiere il lavoro ed i doveri ordinari di ogni giorno. Questo è, in definitiva, il presupposto per la ri-umanizzazione della società anche nel XXI secolo: non è possibile essere pienamente cristiano e cattolico senza un profondo amore per la Chiesa e per il Papa.

Tutta la condotta cristiana deve lasciarsi impregnare di un amoroso sentire cum Ecclesia, traduzione visibile dell’unione feconda dei tralci con la Vite, Cristo (cfr. Gv 15,5). E, come criterio immediato di questa vita di comunione, il cristiano guarda al Vescovo di Roma, il fondamento dell’amore alla Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo.

Il battesimo non si può ‘cancellare’

“Il can. 535 CIC impone obbligatoriamente che ogni parrocchia abbia un proprio Registro dei Battesimi. Detto Registro, che la parrocchia è tenuta a custodire (can. 535 §1 CIC), serve per l’annotazione dei sacramenti che, come quello del Battesimo, la Chiesa cattolica amministra una sola volta. Essendo il Battesimo la condizione per ricevere gli altri sacramenti, accanto all’annotazione del Battesimo viene eventualmente registrata l’amministrazione degli altri sacramenti che non è dato iterare (Cresima e Ordine sacro), e altri atti come la celebrazione del sacramento del matrimonio (che non può rinnovarsi salvo dichiarazione di nullità del vincolo), la professione perpetua in un istituto religioso che, a sua volta, vieta l’acceso al matrimonio (can. 535 §2 CIC), il cambiamento di rito (can. 535 §2 CIC) e l’adozione (can. 877 §3 CIC), la quale genera nella Chiesa un impedimento matrimoniale (can. 1094 CIC)”.

Questo è il centro della nota esplicativa del Dicastero per i Testi Legislativi riguardo al divieto di cancellazioni nel Registro parrocchiale dei battesimi, che precisa che lo scopo è quello di ‘tutelare’ un’azione storica: “Il Registro dei Battesimi, di conseguenza, rappresenta il riscontro oggettivo di azioni sacramentali, o relative ai sacramenti, compiute storicamente dalla Chiesa. Si tratta di fatti storici ecclesiali di cui occorre tener conto agli effetti del buon ordine amministrativo-pastorale, per motivi teologici, per la sicurezza giuridica, e anche per l’eventuale tutela dei diritti della persona coinvolta e di soggetti terzi”.

Per questo non è possibile né la modifica né la cancellazione: “Di conseguenza, non è consentito modificare o cancellare i dati iscritti nel Registro, salvo che per correggere eventuali errori di trascrizione. Anche se il can. 535 CIC non lo afferma esplicitamente, dall’imperativa formulazione delle norme, che prescrivono l’iscrizione e la certificazione degli atti si desume senza dubbio tale assoluto divieto”.

Il motivo della nota esplicativa è per salvaguardare l’azione ‘sacramentale’ della Chiesa: “Se la Chiesa non avesse queste norme generali sulla obbligatorietà della registrazione del Battesimo, non sarebbe possibile alla Chiesa stessa realizzare l’attività sacramentale, in quanto la ricezione ‘valida’ del Sacramenti richiede certezza sulla ricezione del Battesimo. Un ministro non può consentire la celebrazione di altri sacramenti se non è certificata la ricezione del Battesimo”.

Lo scopo è quello di garantire una ‘amministrazione’ lineare dei sacramenti: “Al Registro di Battesimo è necessario apportare, invece, per disposizione legale eventuali nuove circostanze rilevanti segnalate dal diritto canonico che, abitualmente, devono essere manifestate al titolare della parrocchia, in quanto responsabile del Registro. Tale è il caso, come già detto, dell’effettiva ricezione della cresima, dell’ordine sacro, della celebrazione del matrimonio, della professione religiosa, del cambiamento di rito, e dell’adozione. La non registrazione di questi atti impedirebbe la normale e semplice amministrazione dei sacramenti nella Chiesa, non essendo ragionevole alternativa dover indagare, volta per volta e nei singoli casi, l’effettiva previa ricezione di quegli atti sacramenti che è requisito di validità per ricevere altri sacramenti”.

Però tale registro è solo per una documentazione storica dell’evento e non per limitare la libertà di scelta successiva di ognuno: “Il Registro di Battesimo non è una lista di membri, bensì una registrazione dei battesimi che hanno avuto luogo. Avendo come sola finalità quella di attestare un ‘fatto’ storico ecclesiale, esso non intende accreditare la fede religiosa delle singole persone o il fatto che un soggetto sia membro della Chiesa. Infatti, i sacramenti ricevuti e le registrazioni effettuate non limitano in alcun modo la libera volontà di quei fedeli cristiani che, in forza di essa, decidono di abbandonare la Chiesa”.

Anzi il dicastero per i testi legislativi ha precisato che occorre annotare anche il caso di dichiarato abbandono della Chiesa: “Al Registro del Battesimo dovrà essere apportato, eventualmente, l’ ‘actus formalis defectionis ab Ecclesia Catholica’, quando una persona indica di voler abbandonare la Chiesa Cattolica. Anche se i dati contenuti nei Registri della Chiesa non possono essere cancellati, in considerazione della finalità del proprio interesse e di quello di tutti i soggetti coinvolti, su semplice richiesta della persona coinvolta è consentito aggiungere le sue manifestazioni di volontà in tal senso nel contesto di un’udienza in contraddittorio”.

Pertanto tale registro è una ‘garanzia’: “Il Registro di battesimo permette di rilasciare certificati circa la ricezione del battesimo qualora il soggetto coinvolto intenda ricevere altri sacramenti. In tale caso, oltre a rilevare la condizione di battezzato della persona interessata, la registrazione è garanzia rispetto a terze persone nella Chiesa Cattolica, sia nel caso della celebrazione del matrimonio, sia nei confronti di coloro che hanno il compito di garantire la valida amministrazione di successivi sacramenti o l’assunzione di specifici impegni (come la professione perpetua nella vita religiosa), che hanno il Battesimo come requisito”.

Proprio per tale garanzia sono necessari testimoni: “La condizione di battezzato, infatti, è un elemento ‘oggettivo’, e non è possibile battezzare chi è già battezzato, poiché detta azione sarebbe semplicemente ‘nulla’ dal punto di vista sacramentale.

Per la registrazione degli atti occorre aver notizia certa del fatto avvenuto. Perciò, il can. 875 CIC chiede che nella celebrazione del battesimo (come peraltro in altri sacramenti non iterabili) vi sia la presenza di testimoni, così che la loro attestazione dia al Responsabile del Registro la necessaria certezza del fatto avvenuto che è tenuto a registrare. Detto testimone non può sostituirsi al Registro, perché è solo elemento di certezza per chi deve compiere la registrazione”.

Don Ettore Signorile: calano le istanze di nullità matrimoniale

Le cause di nullità matrimoniale presso il Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano del Piemonte non sono care, né lunghe. Il 62% avviene senza costi di avvocati: le parti godono del patrocinio gratuito e si limitano a pagare € 525 di spese processuali per l’intero procedimento.

Non si tratta di cause lunghe, come ha spiegato spiega il vicario giudiziale don Ettore Signorile, che presiede il Tribunale: “Si arriva a sentenza con una tempistica che nella maggior parte dei casi si attesta sotto i 12 mesi, con l’annotazione del provvedimento nel registro di matrimonio e battesimo delle parrocchie quasi sempre entro 14 mesi”.

Tutti i dati relativi all’attività del Tribunale nel 2024 sono contenuti nella Relazione presentata da don Signorile sabato 15 marzo inaugurando presso il Seminario Metropolitano di Torino l’Anno Giudiziario del Tribunale Ecclesiastico, prolusione di apertura pronunciata dall’arcivescovo di Torino, card. Roberto Repole.

Continua da due decenni il calo dei matrimoni celebrati in chiesa con rito cattolico (nella Diocesi di Torino sono passati da oltre 5.000 nel 2002 a 1.500 nel 2023); si registra una ripresa solo rispetto al periodo della pandemia da Covid (500 matrimoni nel 2020).

Alla flessione dei matrimoni religiosi corrisponde un calo delle istanze di nullità matrimoniale, che nel 2024 risultano lievemente aumentate rispetto all’anno precedente, ma rispetto al 2015 sono passate da 160 a 60 l’anno. La quasi totalità delle cause si conclude con la dichiarazione di nullità del matrimonio, come ha spiegato vicario giudiziale don Ettore Signorile:

“In questi anni abbiamo davvero lavorato con impegno e passione per dare corso alla riforma di papa Francesco che ha richiesto accompagnamento e vicinanza alle coppie che si rivolgono al tribunale ecclesiastico. Sono convinto che il numero di fedeli che potrebbe intraprendere la via giudiziale è di gran lunga superiore alle attuali richieste di nullità, ma occorre che i fedeli siano ben consigliati e accompagnati da un’articolata e capillare pastorale famigliare”.

Per don Signorile non occorre contrapporre la pastorale con il diritto: “Pastorale e diritto spesso sono colte in modo separato, ponendo un’artificiosa contrapposizione che trova non poche ricadute nell’applicazione pratica di Amoris Laetitia. Sembra quasi che il ‘pastorale’ sia la via charitatis del foro interno prospettata nel documento post sinodale, mentre la via veritatis del foro esterno, demandata al tribunale, resterebbe relegata al giuridico. Una precomprensione questa determinata da un’idea del diritto canonico impregnata di positivismo giuridico, che induce ad una reazione di rifiuto e che porta a considerare superato l’istituto del processo attraverso il tribunale ecclesiastico”.

Secondo don Signorile la tendenza al calo delle istanze di nullità “è segno di una minore sensibilità alla dimensione religiosa del matrimonio che si vuole rendere nullo (a tante persone basta il divorzio civile), esprime una scarsa consapevolezza del senso del sacramento matrimoniale, ma anche una scarsa conoscenza della facilità di accesso al Tribunale Ecclesiastico”. Esiste una pubblicazione informativa sul procedimento giudiziario, a disposizione delle parrocchie e di tutti gli interessati.

Quindi il processo deve essere collocato nell’ambito pastorale: “Io credo che il processo vada sempre colto all’interno di un orizzonte che è pastorale ma, pur dando gran valore alla deposizione giurata delle parti, sento la necessità di ribadire che il bene pubblico del matrimonio non può essere pensato come una sorta di autocertificazione il cui esito è lasciato alla buona volontà o buona fede dei singoli. Le cause si giudicano infatti ‘per acta et probata’.

Le parti in causa non sono soltanto la parte attrice e la parte convenuta, ma anche il loro matrimonio (con l’operato del difensore del vincolo o parte pubblica). Intaccare il diritto di difesa di ogni fedele, ma anche la naturale dialettica che è implicata nel processo canonico, sarebbe un intollerabile vulnus al processo matrimoniale”.

Per don Signorile il diritto garantisce la regolarizzazione di una situazione già notificata: “E’ vero che, salvo diversa statuizione del giudice, i coniugi, parti in causa, possono esercitare direttamente la postulazione, rinunciando all’assistenza di un patrono, ma una simile opzione non è esente da limiti oggettivi, dovuti allo spessore tecnico dell’attività processuale .

La ragione ultima dell’esistenza del diritto nella Chiesa, consiste nel fatto che nel Popolo di Dio si danno necessariamente rapporti interpersonali di giustizia: vi sono diritti e doveri. Il giudicare la validità o meno di un matrimonio è al contempo un bene giuridico e pastorale. Per questo l’accertamento della verità sul matrimonio non è un divorzio, non un semplice tentativo di regolarizzazione di una situazione di fatto”.

Per questo il card. Roberto Repole ha sottolineato la necessità di superare la contrapposizione; “Soprattutto, il testo del documento chiede di andare oltre una contrapposizione tra consultività e deliberazione che, se spinge a superare una ambigua interpretazione del tantum consultivum, orienta a non interpretare in senso mondano le categorie di consultività e deliberazione all’interno dei processi ecclesiali”.

Ed ha descritto il ruolo dell’operatore: “A questo proposito lasciatemi ribadire come ciascun operatore debba avere una dimensione di servizio, fatta di generosa disponibilità, che presenta una portata ancora più evangelica per noi ministri ordinati, sempre più oberati da molteplici incombenze e incarichi diocesani. Abbiamo bisogno che gli officiali, chierici e laici, siano preparati, generosi, operativi e convinti della preziosità del loro lavoro. Le norme processuali vanno applicate con un dinamismo e una intelligenza eminentemente pastorali”.

(Foto: Arcidiocesi di Torino)

Don Ponticelli: il sacramento della penitenza per scoprire che la speranza non delude

“Tutti sperano. Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene, pur non sapendo che cosa il domani porterà con sé. L’imprevedibilità del futuro, tuttavia, fa sorgere sentimenti a volte contrapposti: dalla fiducia al timore, dalla serenità allo sconforto, dalla certezza al dubbio. Incontriamo spesso persone sfiduciate, che guardano all’avvenire con scetticismo e pessimismo, come se nulla potesse offrire loro felicità. Possa il Giubileo essere per tutti occasione di rianimare la speranza. La Parola di Dio ci aiuta a trovarne le ragioni. Lasciamoci condurre da quanto l’apostolo Paolo scrive proprio ai cristiani di Roma”.

A poche settimane dall’apertura della Porta Santa, prendiamo spunto dall’incipit della Bolla di indizione del Giubileo, ‘Spes non confundit’ per colloquiare con don Raffaele (Lello) Ponticelli, docente di psicologia nella Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli, psicologo e psicoterapeuta per farci raccontare il motivo per cui ‘la speranza non delude’:

“La speranza non delude   perché ha le sue radici ‘in alto’, nella Risurrezione di Cristo dai morti. Già papa Benedetto XVI  lo aveva ricordato parlando della ‘Grande speranza’ nell’enciclica ‘Spe Salvi’, distinta  da quelle piccole, molto belle e importanti, che sostengono dinanzi alle difficoltà e alle prove, ma non reggono dinanzi all’enigma della morte. Insomma,  la fede nella Risurrezione di Cristo, cuore dell’annuncio cristiano,  fa la differenza”.

In quale modo la Chiesa riesce a dare una parola di speranza?

“Annunciando con umile fierezza  il Vangelo di Gesù, la sua morte in Croce per amore e la sua Risurrezione. Questo annuncio, però, è credibile se accompagnato (anzi, talvolta preceduto) dalla testimonianza di donne e di uomini che sono essi stessi segni  di speranza come operatori di pace e giustizia, amanti della vita dal suo sbocciare fino al suo naturale tramonto; donne e uomini  che esprimono agli ammalati, ai detenuti, ai migranti, agli esuli e ai profughi, ai poveri e agli indigenti,  vicinanza, tenerezza e compassione, secondo lo stile stesso di Dio. La Chiesa, poi,  dona  speranza quando accompagna con discrezione i giovani, li incoraggia, ne valorizza e ne custodisce i sogni, favorendo la conoscenza e l’incontro con Cristo”. 

Davanti al dolore quale speranza?

“Quella innanzitutto di trovare sollievo,  di  non essere  lasciati soli,  di ricevere , per esempio,  le cure mediche necessarie, fino a sempre più  efficaci  terapie  del dolore e ad un  accompagnamento affettivo, psicologico e spirituale pure nell’ora del morire. E’ importante donare una speranza che non nasconda la drammaticità del dolore e neanche la sfida che, soprattutto quello innocente,  pone alla fede.

C’è bisogno di una speranza che educhi ad accostarsi al dolore altrui con discrezione e verità, senza favorire il vittimismo, ma, anzi, sapendone sdoganare, assumere e rispettare  i momenti di rabbia e protesta, sconcerto e delusione, silenzio e disperazione, offrendo vie per trovare un senso e non per favorire forme di fuga. A nessuno è consentito discettare con supponenza o con parole di circostanza su questo; ma ai cristiani è chiesto soprattutto di seguire l’esempio di Cristo che passò  facendo del bene, ma soprattutto condividendo  il dolore  e trasformandolo in occasione di salvezza con il dono di sé”.

In quale modo i cristiani possono essere pellegrini di speranza?

“A quanto detto aggiungerei che è importante pregare come poveri e mendicanti per chiedere a Dio  il dono della speranza per sé e per gli altri. Si diventa pellegrini di speranza imparando dai quei cristiani che sono in condizioni di minoranza od, addirittura, sono  perseguitati, emarginati, lasciati soli eppure continuano a  sorridere ed a ‘vedere la spiga dove gli occhi di carne vedono solo un seme che marcisce’, come diceva don Primo Mazzolari. Ma c’è tanto da imparare anche da donne e uomini  di altre culture e fedi religiose che spesso custodiscono e vivono l’essenziale della speranza, animati segretamente dallo Spirito Santo”.  

Nella Bolla di indizione del Giubileo papa Francesco ha sottolineato l’importanza del sacramento della penitenza: come riscoprire la bellezza di questo sacramento?

“Chiedendo a Dio di poter cercare e incontrare confessori buoni e saggi, ‘ladroni graziati’ anche essi, ma felici della misericordia di cui fanno esperienza e di cui diventano servi, non padroni; dispensatori e non censori o doganieri. Si riscopre il Sacramento della penitenza, guardando al Crocifisso e sperimentando si sentirsi amati e perdonati da Lui a prescindere, con la certezza che  ci perdona sempre, sempre, sempre.

Ho visto persone che hanno scoperto la bellezza di questo Sacramento abbandonando un’immagine distorta di Dio e di se stessi a partire dal Vangelo  e si sono accostate alla Confessione anche dopo tanti anni, accettandone con coraggio il rischio. Sperimentare l’abbraccio di Dio che è pronto a far festa per ogni figlia e figlio che torna: c’è qualcosa di più bello?”  

(Tratto da Aci Stampa)

Da Venezia mons. Moraglia invita a vivere la Chiesa

“Una festa liturgica deve aiutare la comunità ecclesiale ad essere se stessa, a valorizzare le molteplici vocazioni che la costituiscono e il rapporto con Dio nell’atto dell’adorazione e della carità vissuta. Sono ancora presenti, in noi, le parole e la testimonianza di papa Francesco che abbiamo accolto il 28 aprile scorso in visita a Venezia”: così il patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia ha iniziato l’omelia per la festa del Redentore, in cui si ricorda la fine dell’epidemia di peste che colpì la città lagunare tra il 1575 e il 1577.

Ed a distanza di quasi 450 anni il patriarca ha invitato a ‘ripensare il nostro modo d’essere cristiani’: “La festa del Redentore ci conduce al cuore della fede cristiana: noi siamo dei salvati, dei perdonati, dei riconciliati. Il Redentore indica come Gesù si china su di noi, sulle nostre ferite e quelle delle nostre comunità.

Dobbiamo cogliere tale opportunità. Talvolta guardiamo la Chiesa, la persona di Gesù e i sacramenti (Battesimo ed Eucaristia) considerandoli come realtà giustapposte fra loro, quasi ‘cose’ che ci stanno dinanzi. Invece siamo chiamati a cogliere, in una fede viva, la rivelazione cristiana nella storia, cogliendo il suo punto di riferimento che è Gesù Cristo, verso il quale tutta la storia è protesa”.

Gesù invita a ripensare la Chiesa: “La celebrazione liturgica ci fa vivere la Chiesa come ‘noi’ e non come singoli ‘io’ giustapposti. Questo ‘noi’ ha il suo fondamento nel Signore Gesù che è il centro della nostra salvezza. Noi entriamo nella salvezza tramite i sacramenti della Chiesa, la Chiesa è il sacramento di Cristo e Cristo, nello Spirito Santo, è il sacramento del Padre. Il nostro incontro con Cristo (il Redentore che perdona e chiede alla Chiesa d’esser portatrice di perdono e riconciliazione) avviene nella Parola e nei sacramenti; la Chiesa è proprio tale relazione vivente con Cristo”.

E Gesù scende in ‘noi’ nell’Eucarestia:”Ma come si fa accessibile a noi l’ ‘io’ di Cristo nel quale, finalmente, si risponde positivamente al progetto di Dio? Come possiamo farne parte? Entrando nella Chiesa, la compagnia di Cristo morto e risorto.

L’Eucaristia non è solo celebrazione, non è solo banchetto; è amore totale consegnato alla Chiesa. ‘Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta’: c’è un legame intrinseco con la Chiesa, la comunità che è il corpo di Cristo, un amore sponsale che rimane per sempre. Ecco perché il matrimonio è indissolubile: è dono della persona per sempre, come l’amore di Cristo per la Chiesa”.

Attraverso l’Eucarestia si diventa ‘noi’: “Tale amore, donato nel sacramento dell’Eucaristia, costruisce la Chiesa, ossia l’umanità salvata, e così il titolo ‘Redentore’ non è qualcosa di astratto ma richiama la misericordia, la vicinanza, il dono concreto di Gesù che cambia il nostro modo di pensare, parlare, agire, essere. E’ proprio attraverso l’Eucaristia che diventiamo Chiesa e quindi possiamo celebrare l’Eucaristia…

Sì, Cristo viene prima della Chiesa, viene prima di noi, viene prima della nostra celebrazione che è resa possibile solo da Lui, il solo capace di renderci Chiesa perché è il nostro Redentore”.

E tale festa è manifestazione di una Chiesa in ‘costruzione’: “La festa del Redentore, inoltre, ci ricorda che siamo una Chiesa in costruzione, la comunità del Risorto, da Lui edificata e che cerca di fare sua la redenzione vivendo il sacramento dell’Eucaristia…

Non è possibile imporsi o appropriarsi teologicamente o liturgicamente dell’Eucaristia da parte di una comunità o di una parte d’essa; l’Eucaristia plasma la comunità e non viceversa. Una comunità si lascia plasmare dall’Eucaristia quando, nella grazia, si rende disponibile ad una vera vita eucaristica. Ma la carità cristiana rischia, a sua volta, di ridursi al puro umano o al sociale, trasformando la Chiesa in attività in occasione di Gesù Cristo”.

E’l’Eucarestia che trasforma il cristiano in redento: “Noi siamo e rimaniamo sempre dei redenti. Pensiamo alla parabola del fariseo e del pubblicano; si tratta di riconoscersi peccatori e di non giudicare la parola di Dio. Sì, è l’Eucaristia che ci rende Chiesa e noi entriamo nel sì del Verbo nel momento dell’incarnazione e durante la sua vita pubblica. Le nostre rinunce battesimali inscrivono in noi il sì di Gesù che vince Satana e le sue tentazioni”.

Infine, citando l’omelia di papa Francesco, che ha concluso a Trieste la Settimana Sociale, mons. Moraglia ha invitato a guardare il Redentore: “Guardiamo al Redentore con sguardo di fede, a partire da una più concreta appartenenza alla Chiesa e passando attraverso l’Eucaristia che non è, in primis, rito o celebrazione ma lo stesso Mistero di Cristo, accessibile alle nostre comunità e a ciascuno di noi e che ci trasforma in Lui”.

Mentre alcuni giorni prima della festa il patriarca aveva rivolto una preghiera al Redentore, benedicendo il ponte: “O Santissimo Redentore, abbiamo appena attraversato il ponte votivo per rinnovare la promessa dei nostri padri che, oltre 450 anni fa, dinanzi ad un grave pericolo e consapevoli della loro debolezza di fronte al male (la peste), hanno guardato a Te.

Anche noi oggi sentiamo il bisogno di rivolgerci a Te, nostro Redentore, con la forza della preghiera. Il nostro pellegrinare verso questo Santuario, così caro per noi veneziani, si è fatto carico di pensieri e preoccupazioni che affliggono il nostro cuore e toccano la vita del nostro Paese, dell’Europa, del mondo intero”.

E dal ponte del Redentore ha elevato una preghiera di pace: “A Te, Santissimo Redentore, vogliamo affidare oggi non solo la nostra città (desiderosa di pace e da sempre luogo d’incontro) ma anche la nostra Europa affinché esprima ancora e di nuovo quella cultura e quella spiritualità che le sue radici cristiane le hanno dato e che l’hanno resa un continente capace di creare ponti tra persone e popoli differenti, relazioni buone e vere, in grado (come la storia insegna) di creare legami stabilendo unità e concordia che oggi paiono smarrite…

Tutto questo è opera Tua, nostro Santissimo Redentore, e questa nostra festa sia un guardare tutti insieme e di nuovo a Te per ritornare all’Unico che dona vita e salvezza, all’Unico che è Amore e Verità. Santissimo Redentore, vieni e illumina, vieni e custodisci, vieni e sostieni, vieni e conforta, vieni e infondi coraggio e sapienza, vieni e benedici tutti noi, Tu che sei l’unica speranza e salvezza”.

(Foto: Patriarcato di Venezia)

La Chiesa ribadisce che non tutte le unioni sono matrimoni

“Come nella già citata risposta del Santo Padre ai Dubia di due Cardinali, la presente Dichiarazione resta ferma sulla dottrina tradizionale della Chiesa circa il matrimonio, non ammettendo nessun tipo di rito liturgico o benedizioni simili a un rito liturgico che possano creare confusione.

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