Tag Archives: Rinnovamento
Papa Leone XIV: i santi sollecitudine per l’unità
“La testimonianza di questi due Apostoli è quasi un sigillo del Nuovo Testamento. Il sangue da loro versato in questa città rivela fin dove arriva l’amore di Dio che il Signore Gesù ci ha donato. Sì, è per la loro parola e il loro martirio che il Vangelo di Cristo si è, per così dire, radicato a Roma, manifestando proprio qui, nella capitale dell’impero, la sua capacità di rinnovamento: una nuova conoscenza di Dio e dell’infinita dignità di ogni essere umano, una nuova esperienza della forza, non come dominio, ma come servizio alla vita”: concludendo la festa di san Pietro e san Paolo nell’Angelus papa Leone XIV ha sottolineato che questi due apostoli ha portato a Roma un rinnovamento.
Un rinnovamento presente ancora oggi: “Anche oggi il Signore, morto e risorto per amore, si fa presente nei suoi testimoni, raggiunge i centri e le periferie, le capitali e le regioni più remote con le voci, i volti, le scelte coraggiose di chi ha risposto al suo invito: ‘Seguimi!’ Così, questo giorno di festa ci coinvolge nella missione di Pietro e Paolo, cioè nella missione di Gesù stesso. Dio si fida di noi, che siamo dei peccatori perdonati da Lui, di noi che non siamo perfetti, affinché brilli nelle nostre storie la sua grazia, si riveli la sua forza che cambia il male in bene”.
Questa è la Chiesa: “Il Vangelo è compreso e annunciato da ognuno di loro con uno specifico accento; e lo Spirito Santo, ispirando gli autori biblici, ha voluto che non fossero nascoste le loro divergenze, che in effetti ci vengono narrate come una buona notizia. Nel collegio degli Apostoli, Pietro e Paolo non furono però avversari”.
Diversi nell’unità: “Al contrario, divennero quasi il simbolo di molte altre diversità che l’unico Spirito compone in unità. Così, i Patroni della Chiesa di Roma hanno vissuto il travaglio della comunione, l’hanno conosciuta, servita e annunciata come sacramento della vita divina. La loro testimonianza ha contribuito in modo determinante a far sì che la presenza cristiana nella storia sia tesa non al dominio, ma al servizio, all’unità e alla riconciliazione”.
Mentre nella Basilica vaticana papa Leone XIV ha presieduto, questa mattina la Messa per la solennità dei due patroni della Città e della Diocesi di Roma con l’imposizione agli arcivescovi metropoliti del pallio, il paramento liturgico che esprime l’impegno di ogni pastore ‘a prendere sulle proprie spalle’ il gregge di Dio: “Pietro, custode del Popolo di Dio, molte volte nel Nuovo Testamento ci appare impegnato a conservare la comunione tra i fratelli…
E’ sempre lui che a Cesarea riconosce in Gesù il Figlio di Dio e si fa voce di tutti nella professione dell’unica fede, come abbiamo sentito nel Vangelo. Anche dopo la Risurrezione, sulle rive del lago, è il primo a raggiungere il Cristo, gettandosi in acqua e precedendo gli altri, a nuoto, per rinnovare umilmente il suo amore e ricevere la conferma della sua missione”.
Fedele alla missione anche quando la comunità non è d’accordo: “Ed a tale missione Pietro rimane fedele, anche quando, ad esempio, a Gerusalemme, la questione dell’ammissione al Battesimo dei pagani non circoncisi rischia di spaccare la comunità… Questa grandezza d’animo non vuol dire che Pietro sia perfetto.
Durante la Passione rinnega il Maestro, per poi piangere sincere lacrime di pentimento; e Paolo stesso, in circostanze diverse, gli rimprovera l’incoerenza di alcuni suoi comportamenti. Sa però riconoscere i propri sbagli e ravvedersi, senza scoraggiarsi e senza venir meno alla missione di annunciare il Vangelo e radunare il gregge di Cristo, fino al martirio, che subisce proprio qui, a Roma, non lontano dal luogo in cui ci troviamo”.
Questo è il simbolo delle chiavi: “Questa fedele e paziente sollecitudine per l’unità è ben espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo. Una chiave infatti non abbatte le porte, ma le apre e le chiude, ricercando al loro interno le leve giuste e accompagnandone i movimenti, perché i blocchi si sciolgano, i paletti scorrano e i battenti ruotino liberamente sui cardini, unendo gli ambienti e facendo di tante stanze isolate un’unica casa accogliente.
Allo stesso modo la comunione, nella Chiesa, non si costruisce irrigidendosi sulle proprie posizioni, ma ricercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui sola luce ciascuno diventa per l’altro strumento di crescita”.
In ciò consiste il discernimento: “Potremmo leggere in questa prospettiva il compito affidato dal Signore a Pietro e ai suoi Successori, a beneficio di tutto il Popolo santo di Dio: ascoltare, con il suo aiuto, le voci di ciascuno, discernere le ispirazioni, condurre i cammini, correggere gli errori, istruire, incoraggiare, esortare ed accompagnare i fratelli affinché, docili all’azione del medesimo Spirito, cooperino alla salvezza gli uni degli altri e dell’intera umanità”.
Ed anche san Paolo ha annunciato il Vangelo instancabilmente:“E’ questo anche l’insegnamento di Paolo, l’altro grande Apostolo che oggi celebriamo, annunciatore instancabile della Buona Notizia. Anche lui ha dei simboli distintivi: il libro e la spada, strettamente uniti tra loro… E’ ciò che Dio ha operato nel cuore del giovane Saulo, conquistandolo e portandolo prima a convertirsi al Vangelo, assumendo un nome nuovo, poi ad annunciarlo in tutto il mondo e infine a testimoniarlo, come Pietro, in questa stessa città, fino al dono della vita. L’Apostolo delle genti si è lasciato trasformare dalla potenza della Parola di Dio, che lo ha sottratto alla violenza per condurlo sulla via dell’amore”.
In conclusione è stato un invito a ‘guardare’ a questi due Santi: “Carissimi, per noi è importante, oggi, guardare a questi due Santi (Pietro e Paolo) per capire come essere a nostra volta apostoli e costruttori di unità, servitori generosi della verità nella carità. E’ con questo spirito che ci accingiamo a vivere il rito antico e suggestivo della consegna dei pallii agli Arcivescovi Metropoliti”.
(Foto: Santa Sede)
Ambrosius. Il Tesoro della Basilica: il nuovo progetto di valorizzazione culturale e spirituale della Basilica di Sant’Ambrogio
Nei giorni in cui Milano ha rinnovato la propria devozione al suo Santo Patrono, la Basilica di Sant’Ambrogio ha presentato ‘Ambrosius. Il Tesoro della Basilica’ il nuovo percorso di valorizzazione culturale e spirituale del complesso monumentale e del suo straordinario tesoro, materiale e immateriale.
Un progetto promosso da mons. Carlo Faccendini, abate-parroco della basilica di Sant’Ambrogio, con l’Ufficio Beni culturali della Diocesi di Milano e la Soprintendenza, il patrocinio del Ministero della Cultura, di Regione Lombardia e del Comune di Milano, grazie al lavoro di un illustre Comitato Scientifico e al contributo di Fondazione Cariplo.
Armonizzandosi con la vita liturgica della comunità parrocchiale presente in Basilica, Ambrosius introduce una modalità inedita di conoscenza e valorizzazione del complesso basilicale, riletto con sguardo contemporaneo nella sua continuità millenaria. Una visione unitaria in cui architettura, arte e fede si intrecciano intorno alla figura di Ambrogio, restituendo alla città di oggi e a quella futura un frammento essenziale della propria identità civile e spirituale.
Il nome Ambrosius richiama la centralità di Ambrogio, pastore e intellettuale, vescovo e uomo di governo, capace di coniugare il pensiero classico con la visione cristiana del mondo. A lui si deve una delle più profonde riflessioni sull’idea di città come spazio di dialogo tra coscienza spirituale e responsabilità civica. Ispirato alla modernità del suo pensiero, il progetto si configura come un atto di cura verso la memoria collettiva di Milano, rivolgendosi a un pubblico nazionale e internazionale.
Anche la scelta di destinare un’aula multimediale (affacciata sullo spazio pubblico adiacente la Basilica) al racconto di Ambrogio, conferma l’intento originario del progetto: rendere il messaggio ambrosiano attuale, accessibile a tutti in maniera trasversale.
Il rinnovamento promosso da Ambrosius si articola in due interventi principali, che ridefiniscono in profondità l’esperienza del complesso: il nuovo racconto museografico del Tesoro della Basilica che, grazie all’ampliamento dello spazio espositivo con l’apertura al pubblico per la prima volta dell’antica sacrestia dei Monaci, l’Aula Ambrosii, si propone di valorizzare l’eccezionale patrimonio storico-religioso legato alla figura di Ambrogio e alla storia millenaria della Basilica e il ridisegno dell’area dedicata all’accoglienza e alla trasmissione didattica, che include anche l’antico Oratorio della Passione.
Ad accompagnare questi interventi anche un nuovo programma di attività educative e visite guidate ispirate ai Tesori, alle tecniche artistiche della Basilica e alle erbe officinali e piante tintorie, presenti nei due nuovi piccoli orti monastici realizzati: ‘Ambrosius. Il Tesoro della Basilica’ è un museo riconosciuto da Regione Lombardia.
Fondamentale in questo percorso è stato l’apporto del Comitato Scientifico, composto da autorevoli esperti e stimati professionisti con competenze specialistiche di alto livello (Silvia Bruni, Cristina Cattaneo, Mons. Marco Navoni, Marco Petoletti, Davide Porta, Marco Rossi, Sabine Schrenk, Luigi Carlo Schiavi, Silvia Lusuardi Siena, Fabrizio Slavazzi, Francesca Tasso, don Giuliano Zanchi, Annalisa Zanni) con il coordinamento della dott.ssa Miriam Rita Tessera, responsabile dell’Archivio e della Biblioteca Capitolare della Basilica e curatore scientifico di Ambrosius.
Progettato dall’architetto museografo Andrea Perin, con la direzione lavori dell’architetto Gaetano Arricobene e il contributo del Comitato Scientifico guidato dall’architetto Carlo Capponi in qualità di curatore e dalla dott.ssa Miriam Rita Tessera, il nuovo percorso museale si snoda tra luoghi di straordinario significato storico e spirituale: l’Aula Ambrosii – dove trova definitiva collocazione il letto di Ambrogio; il sacello di San Vittore in Ciel d’oro – che custodisce il celebre ritratto musivo di Ambrogio che indossa una dalmatica, la più antica raffigurazione del Santo; il Capitolino – precedente sede espositiva.
Con ‘Ambrosius’ si restituisce piena coerenza e prospettiva a oltre un decennio di interventi e iniziative di valorizzazione, tra i quali la riapertura dell’Archivio Capitolare, la pulitura e il consolidamento dei mosaici paleocristiani del sacello di San Vittore in Ciel d’oro, lo studio scientifico e il restauro delle dalmatiche del Santo e la ricostruzione scientifica del volto di Ambrogio, realizzata a partire da indagini scientifiche sulle reliquie, condotte dal LABANOF (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell’Università degli Studi di Milano), diretto dalla prof.ssa Cristina Cattaneo e dal dott. Davide Porta.
Cuore del nuovo percorso, l’Aula Ambrosii custodisce un patrimonio prezioso legato alla vita e alla memoria del Santo Patrono. Elemento centrale dell’allestimento è il letto di Sant’Ambrogio, un manufatto ligneo ricomposto dai 17 frammenti originali rinvenuti nell’altare di San Vittore in Ciel d’oro dall’architetto Ferdinando Reggiori, che guidò la ricostruzione successiva ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.
Secondo la tradizione giaciglio funebre del vescovo, il letto rappresenta una reliquia tanto eccezionale quanto enigmatica. Oggi, dopo un lungo periodo di prestito al Museo Diocesano, si colloca stabilmente nel Tesoro di Sant’Ambrogio, dove per la prima volta è in corso una campagna di studi storico-archeologici e di indagini scientifiche.
Il progetto e la realizzazione dell’allestimento dell’area accoglienza e didattica è invece firmato da Giuseppe Amato, designer, artista ed ebanista, che ha operato in sinergia con l’architetto Giorgio Ripa, incaricato della direzione lavori per il restauro architettonico di questi ambienti.
Il progetto si concretizza nella realizzazione di nuovi spazi di accoglienza, con bookshop e biglietteria, e di un’area dedicata alla trasmissione dei saperi e alle attività educative, con un’aula didattica e una sala multimediale. Un intervento rigoroso, guidato da un’idea di continuità tra storia e contemporaneità, che riguarda sia una rilettura coerente e rispettosa degli ambienti, con la creazione di arredi e sistemi di illuminazione, sia l’ideazione dell’apparato iconografico pittorico. Legno, ferro, calce e pigmenti (materiali naturali scelti con cura e lavorati secondo tecniche tradizionali) danno forma a un progetto consapevole e poetico, fatto di tracce leggere capaci di custodire e rinnovare la memoria dei luoghi.
L’offerta didattica promossa da Ambrosius si arricchisce inoltre con una serie di attività legate alla realizzazione di due piccoli orti, ispirati alla tradizione medievale dei giardini monastici, un Hortus simplicium dedicato alle erbe medicinali e officinali e un Hortus holerorum con piante tintorie. Questa proposta, curata da Elisabetta Cavigioli, orticultrice e garden designer, e Angela Ronchi, biologa ed educatrice botanica, è infatti accompagnata da iniziative rivolte alle famiglie e a gruppi di adulti e da un’offerta educativa dedicata, sviluppata in collaborazione con la Rete degli Orti Botanici della Lombardia.
All’interno di Ambrosius, il linguaggio museografico e quello educativo si uniscono quindi in una visione condivisa: offrire ai visitatori di oggi un’inedita esperienza di conoscenza, inclusiva e scientificamente rigorosa della Basilica e del suo Tesoro, capace di rileggere la storia ambrosiana alla luce del presente.
Card. Zuppi: il cammino sinodale è rinnovamento in Cristo
“Senza alcuna presunzione e supponenza, anzi, umili ma forti di un cammino che ha coinvolto migliaia di persone e raccoglie il lavoro di tanti, oggi, a conclusione di questo tratto del Cammino sinodale, dopo quattro anni di strada insieme, finalmente ci sentiamo in diritto di ripetere quello che all’unisono i diversi componenti della Chiesa madre di Gerusalemme hanno detto duemila anni fa, mentre congedavano quel testo: ‘Questo è parso bene allo Spirito Santo e a noi’. Possiamo tornare anche noi a ripetere questa espressione perché il cammino di questi anni non è stato un mero sintonizzarsi di credenti (uomini e donne) dalle differenti opinioni. Le conclusioni non erano scritte prima di cominciare!”:
con queste parole iniziali il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi ha concluso la Terza assemblea sinodale, che ha approvato il documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, dal titolo ‘Lievito di pace e di speranza’, con 781 voti favorevoli e 28 contrari su 809 votanti; ora la Presidenza della CEI nominerà un gruppo di vescovi che, coadiuvato dagli Organi statutari, elaborerà, sulla base del Documento, priorità, delibere e note che saranno al centro dei lavori dell’Assemblea Generale del prossimo novembre.
Quindi ha ricordato il cammino percorso: “Solo la nostra fede nel Cristo Gesù, morto e risorto per noi e la missione per una messe che è abbondante, la spinta che nasce dalla commozione evangelica di Gesù per la folla stanca e sfinita, ci ha ispirato e orientato sin dai primi passi, nel 2021. Se dimentichiamo questo facilmente ci riduciamo alle polarizzazioni di sempre, a volte stupefacenti per la presunzione e la supponenza delle proprie convinzioni. Il dialogo non è stato complicare le cose semplici e l’ascolto non è stato omologarci al pensiero mondano, ma vivere quello che con tanta profondità ci ha indicato papa Leone”.
E’ stato un richiamo a vivere accanto al popolo: “Credibili e più credenti. Certo: se pensiamo che il dialogo sia cedevolezza o compromesso finiamo per essere come gli abitanti di Nazareth o come il fratello maggiore della parabola che non ha nessun interesse ad accogliere qualcuno che sente ormai come estraneo (dimenticando che è suo fratello) e che rimprovera il padre di poca responsabilità e verità. Ci siamo mossi, smettendo di ignorare i problemi e smettendo di credere possibile continuare a rimandare le scelte, seguendo solo il Signore Gesù che ci ha insegnato a non scappare e non avere paura, anzi, ad amare percorrendo le strade della sua terra, attraversando i luoghi in cui vivevano i suoi contemporanei, facendosi maestro itinerante e compagno di viaggio con i suoi discepoli”.
E’ stato un richiamo a ‘vivere’ il Concilio di Gerusalemme: “E’ proprio il cosiddetto Concilio di Gerusalemme (richiamato da padre Chialà nella sua meditazione introduttiva) l’immagine che corrisponde meglio al nostro Cammino sinodale. Allora i credenti in Cristo sono stati presto sfidati a incarnare in modo sapienziale la loro fede nel qui ed ora. Da una parte la fede nel Crocifisso Risorto e dall’altra la realtà, le domande che sorgono dalla vita. Hanno saputo tenerli insieme. E ora spetta a noi fare altrettanto. Ma come fare?”
Ed ecco l’aiuto dello Spirito Santo: “Insieme con lo Spirito abbiamo scoperto un altro soggetto del Cammino sinodale: è il ‘noi’ ecclesiale. La seconda fase, quella del discernimento, ci ha visti tutti coinvolti. Anche la Chiesa di Gerusalemme di cui parlano gli Atti ha scoperto e ha dato voce al suo interno a vari carismi e ruoli istituzionali: tutti sono stati liberi e capaci di intervenire secondo la propria sensibilità e competenza”.
Per questo il cammino sinodale ha richiamato alla responsabilità: “Il Cammino sinodale è stato come un grande cantiere di ‘corresponsabilità differenziata’, nel quale abbiamo investito sulla ricchezza dei carismi di ciascuno, assumendoci il compito faticoso ma necessario di armonizzarli nelle loro differenze e nella loro necessaria complementarità. Proprio questa parola (corresponsabilità) è tornata spesso nel cuore, nella mente e sulla bocca di tanti di noi: l’abbiamo considerata come una forma concreta di quella comunione, che è anzitutto trinitaria e poi sempre più cifra della Chiesa di oggi. E’ la comunione, essenza della Chiesa”.
Corresponsabilità come comunione: “Siamo soggetti ecclesiali diversi, con compiti diversi, non impegnati a difendere le posizioni singole e di parte, ma piuttosto impegnati a dialogare, a confrontarci, a cercare una sintesi che tenga conto delle sensibilità anche altrui, soprattutto in difesa dei più piccoli. Il Cammino sinodale è stato come un grande cantiere di ‘corresponsabilità differenziata’, nel quale abbiamo investito sulla ricchezza dei carismi di ciascuno, assumendoci il compito faticoso ma necessario di armonizzarli nelle loro differenze e nella loro necessaria complementarità. Proprio questa parola (corresponsabilità) è tornata spesso nel cuore, nella mente e sulla bocca di tanti di noi: l’abbiamo considerata come una forma concreta di quella comunione, che è anzitutto trinitaria e poi sempre più cifra della Chiesa di oggi. E’ la comunione, essenza della Chiesa”.
E’ stata questa la scelta della Chiesa di Gerusalemme, al termine di una lunga discussione, optando per la realtà: “La scelta finale della Chiesa di Gerusalemme è stata una scelta che ha distinto bene le priorità dalle cose accessorie, ciò su cui convergere subito tutti da ciò su cui consentire a ciascuno di esprimere la propria creatività. La profezia non è massimalista né minimalista: è evangelicamente realista. Sa, cioè, camminare nella storia, tenendo lo sguardo alto, allargando sempre gli orizzonti, tenendo le finestre aperte e le vele spiegate”.
Nello stesso modo la Chiesa italiana ha intrapreso questo cammino sinodale sulla strada della Chiesa di Gerusalemme, anche se non tutti accettano questo cammino di comunione: “E così abbiamo trasformato una sosta inattesa nel cammino in un’opportunità per ripartire insieme con nuovo slancio… Se il Cammino sinodale oggi è terminato, ci accompagnerà lo stile sinodale che ci spinge a realizzare nel tempo (consapevoli delle urgenze) quello che abbiamo intuito, discusso, messo per iscritto e infine votato. Questo cammino inedito, nella forma, rappresenta uno sviluppo dei convegni ecclesiali che hanno caratterizzato il cammino della Chiesa in Italia fin dal post Concilio. Sempre camminando insieme alla Chiesa universale, al suo Sinodo Generale, per vivere e trasmettere la fede nella tradizione e nella comunione”.
Papa Leone XIV: lo Spirito Santo rinnova il mondo e la Chiesa
“E’ spuntato a noi gradito il giorno nel quale… il Signore Gesù Cristo, glorificato con la sua ascesa al cielo dopo la risurrezione, inviò lo Spirito Santo. E anche oggi si ravviva ciò che accadde nel Cenacolo: come un vento impetuoso che ci scuote, come un fragore che ci risveglia, come un fuoco che ci illumina, discende su di noi il dono dello Spirito Santo”: nella solennità di Pentecoste e del giubileo dei movimenti papa Leone XIV ha spiegato che il Paraclito apre le frontiere ‘dentro di noi’, servendosi di una frase di sant’Agostino.
Il papa si è soffermato a meditare sulle ‘frontiere’ interne: “E’ il Dono che dischiude la nostra vita all’amore. E questa presenza del Signore scioglie le nostre durezze, le nostre chiusure, gli egoismi, le paure che ci bloccano, i narcisismi che ci fanno ruotare solo intorno a noi stessi. Lo Spirito Santo viene a sfidare, in noi, il rischio di una vita che si atrofizza, risucchiata dall’individualismo. E’ triste osservare come in un mondo dove si moltiplicano le occasioni di socializzare, rischiamo di essere paradossalmente più soli, sempre connessi eppure incapaci di ‘fare rete’, sempre immersi nella folla restando però viaggiatori spaesati e solitari”.
Proprio lo Spirito Santo permette di avere una nuova visione di vita: “E invece lo Spirito di Dio ci fa scoprire un nuovo modo di vedere e vivere la vita: ci apre all’incontro con noi stessi oltre le maschere che indossiamo; ci conduce all’incontro con il Signore educandoci a fare esperienza della sua gioia; ci convince, secondo le stesse parole di Gesù appena proclamate, che solo se rimaniamo nell’amore riceviamo anche la forza di osservare la sua Parola e quindi di esserne trasformati. Apre le frontiere dentro di noi, perché la nostra vita diventi uno spazio ospitale”.
Lo Spirito Santo permette una relazione che escluda la violenza: “Lo Spirito, inoltre, apre le frontiere anche nelle nostre relazioni. Infatti, Gesù dice che questo Dono è l’amore tra Lui e il Padre che viene a prendere dimora in noi. E quando l’amore di Dio abita in noi, diventiamo capaci di aprirci ai fratelli, di vincere le nostre rigidità, di superare la paura nei confronti di chi è diverso, di educare le passioni che si agitano dentro di noi.
Ma lo Spirito trasforma anche quei pericoli più nascosti che inquinano le nostre relazioni, come i fraintendimenti, i pregiudizi, le strumentalizzazioni. Penso anche, con molto dolore, a quando una relazione viene infestata dalla volontà di dominare sull’altro, un atteggiamento che spesso sfocia nella violenza, come purtroppo dimostrano i numerosi e recenti casi di femminicidio”.
Proprio il dono dello Spirito Santo è capace di far superare le frontiere: “In questo modo, lo Spirito allarga le frontiere dei nostri rapporti con gli altri e ci apre alla gioia della fraternità. E questo è un criterio decisivo anche per la Chiesa: siamo davvero la Chiesa del Risorto e i discepoli della Pentecoste soltanto se tra di noi non ci sono né frontiere e né divisioni, se nella Chiesa sappiamo dialogare e accoglierci reciprocamente integrando le nostre diversità, se come Chiesa diventiamo uno spazio accogliente e ospitale verso tutti”.
Tale ‘abbattimento’ è dovuto al linguaggio: “Infine, lo Spirito apre le frontiere anche tra i popoli. A Pentecoste gli Apostoli parlano le lingue di coloro che incontrano e il caos di Babele viene finalmente pacificato dall’armonia generata dallo Spirito. Le differenze, quando il Soffio divino unisce i nostri cuori e ci fa vedere nell’altro il volto di un fratello, non diventano occasione di divisione e di conflitto, ma un patrimonio comune da cui tutti possiamo attingere, e che ci mette tutti in cammino, insieme, nella fraternità”.
Ecco la forza dello Spirito Santo nell’abbattere le ‘frontiere’: “Lo Spirito infrange le frontiere e abbatte i muri dell’indifferenza e dell’odio, perché ‘ci insegna ogni cosa’ e ci ‘ricorda le parole di Gesù’; e, perciò, per prima cosa insegna, ricorda e incide nei nostri cuori il comandamento dell’amore, che il Signore ha posto al centro e al culmine di tutto. E dove c’è l’amore non c’è spazio per i pregiudizi, per le distanze di sicurezza che ci allontanano dal prossimo, per la logica dell’esclusione che vediamo emergere purtroppo anche nei nazionalismi politici”.
L’omelia è conclusa ricordando che lo Spirito Santo rinnova la Chiesa ed il mondo: “Invochiamo lo Spirito dell’amore e della pace, perché apra le frontiere, abbatta i muri, dissolva l’odio e ci aiuti a vivere da figli dell’unico Padre che è nei cieli. Fratelli e sorelle, è la Pentecoste che rinnova la Chiesa, rinnova il mondo! Il vento gagliardo dello Spirito venga su di noi e in noi, apra le frontiere del cuore, ci doni la grazia dell’incontro con Dio, allarghi gli orizzonti dell’amore e sostenga i nostri sforzi per la costruzione di un mondo in cui regni la pace”.
(Foto: Santa Sede)
Luigi Anataloni: Giuseppe Allamano era un missionario con gioia
“Per la Giornata Missionaria Mondiale di quest’anno ho tratto il tema dalla parabola evangelica del banchetto nuziale. Dopo che gli invitati hanno rifiutato l’invito, il re, protagonista del racconto, dice ai suoi servi: ‘Andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze’. Riflettendo su questa parola-chiave, nel contesto della parabola e della vita di Gesù, possiamo mettere in luce alcuni aspetti importanti dell’evangelizzazione. Essi si rivelano particolarmente attuali per tutti noi, discepoli-missionari di Cristo, in questa fase finale del percorso sinodale che, in conformità al motto ‘Comunione, partecipazione, missione’, dovrà rilanciare la Chiesa verso il suo impegno prioritario, cioè l’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo”.
Partendo dall’incipit del messaggio di papa Francesco per la 98^ Giornata mondiale Missionaria , in programma domenica 20 ottobre, dal titolo ‘Andate ed invitate al banchetto tutti’, abbiamo chiesto al missionario della Consolata, Luigi Anataloni, direttore responsabile della rivista ‘Missioni Consolata’ , di raccontarci il motivo per cui il papa ha scelto questo tema evangelico del banchetto nuziale per la giornata missionaria:
“Penso che con questo messaggio il papa voglia dare un respiro ottimistico alla missione oggi. Oggettivamente noi stiamo vivendo una situazione di violenza e di morte come quella che ha colpito i servi del primo invio, bastonati, umiliati e uccisi. La realtà attorno a noi è dura: abbandono della fede, chiese vuote, denatalità, scelte di morte della società, guerre diffuse e tragiche, cambiamento climatico, povertà, chiusure di cuore e confini, disinformazione e fake news, depressione e suicidi giovanili… chi più ne ha più ne metta.
Rinnovare l’invito ad ‘andare e invitare tutti al banchetto’ è molto bello e profondo. È un atto di fiducia nell’umanità, è un dire che Dio non molla mai gli uomini, e sempre loro vicino e crede in loro. E’ ricordare a tutti che noi siamo fatti per il ‘banchetto’, che è festa, gioia, condivisione, bellezza, fraternità, accoglienza di tutti e ciascuno. E’ un messaggio di grande coraggio e di speranza, senza fuggire dalle tante e profonde problematiche che attanagliano il mondo”.
Con quale caratteristica si può rivolgere l’invito?
“Tre le dimensioni coinvolte: il compito di andare e invitare è proprio di ogni cristiano dal battesimo; l’invito è per tutti, con preferenza verso i poveri e gli scarti di ogni società; l’obbiettivo è un banchetto, non una mensa dei poveri o la sala di un ristorante dove ognuno ha il suo spazio privato. Banchetto è festa, incontro, interazione, è sentirsi tutti parte viva, è essere felici che anche gli altri, tutti, ci siano.
Allora invitare a questo banchetto richiede capacità di andare oltre gli stereotipi, il sentire che non si può essere felici da soli, che questo mondo è un giardino che ci è stato donato perché lo godiamo insieme, dove anche i ‘cagnolini’ hanno diritto di condividere la festa. Questo richiede fantasia, coraggio, creatività nel proporre vie nuove e parlare il linguaggio di chi si vuole invitare. Missione è davvero il contrario del ‘si è sempre fatto così’”.
Missione ed Eucarestia: quale rapporto esiste?
“La missione porta all’Eucarestia; l’Eucarestia nutre e stimola la missione. Una comunità che davvero celebra l’Eucarestia e la vive come momento di ascolto della Parola di Dio per correggersi e ricaricarsi per le sfide del quotidiano, come incontro con il Signore che è lì in mezzo, come festa di famiglia e di comunità dove tutti si sentono a casa, accolti e amati. Chi vive davvero l’Eucarestia così, non può restare chiuso in se stesso come se fosse una setta, un club privato.
Chi davvero ‘dimora’ nel Signore sente il bisogno di correre a dirlo anche a tutti gli altri: ‘Abbiamo visto il Signore’, il bisogno di gridare: ‘venite alla festa’. Chi lo riconosce nello ‘spezzare il pane’ non può tenere la notizia per sé e corre anche nella notte per condividere la bella notizia. Il banchetto dell’Eucarestia diventa bello e vero nella misura in cui sempre più gente partecipa”.
Nella giornata missionaria sarà canonizzato il beato Giuseppe Allamano: perché tale canonizzazione è un dono per la missione della Chiesa?
“Per il motivo che questa canonizzazione diventa un segno di speranza e di incoraggiamento in questi nostri tempi difficili. Allamano ha maturato il suo impegno sacerdotale e missionario nella Torino di fine 1800 dominata dalla massoneria e dall’anticlericalismo. E’ stato una persona che pur ben cosciente della sua fragilità fisica e non è stato lì a piangersi addosso, ma senza clamore, con l’impegno quotidiano, con tanta fede e con occhi vigili sulla realtà della sua città, ha operato una vera rivoluzione.
Ha fatto di un santuario che era ridotto a un rudere il centro propulsore del rinnovamento spirituale di tutta la città, coinvolgendo ricchi e poveri, uomini e donne senza distinzione. Ha poi messo il fuoco nei giovani preti che lui ha seguito nei primi anni dopo l’ordinazione, facendoli diventare autentici pastori e apostoli nella chiesa locale senza rassegnarsi a riempire dei buchi per sopravvivere (in un tempo i cui i preti erano tanti)”.
Per quale motivo fondò gli Istituti Missionari della Consolata?
“Una delle ragioni può essere quella di aiutare altri a realizzare quel sogno missionario che era nato nel suo cuore dall’incontro da ragazzo, nell’oratorio di don Bosco, con il card. Massaia, allora ‘mitico’ apostolo dell’Etiopia, sogno che la sua salute gli aveva impedito di concretizzare. Ma forse è una interpretazione da favola. La realtà è che il contatto con il card. Massaia gli aveva aperto il cuore oltre i confini dell’Italia, probabilmente aiutato in questo anche da don Bosco, che ha sempre avuto una visione universale del servizio a cui erano chiamati i Salesiani. Questa visione universale ha trovato alimento nella sua vita di fede e nel suo rapporto con la Consolata, che era diventata ‘migrante’ con i tantissimi migranti piemontesi in Argentina, Brasile e altri paesi dell’America Latina. Un’altra ragione gli è venuto dal vivere con i preti giovani, appena ordinati, spesso desiderosi di farsi missionari, ma che trovavano un muro di diniego nei loro vescovi, troppo preoccupati di non impoverire la loro ‘forza lavoro’. Per Allamano la missione non è un sovrappiù, che per di più drena energie e mezzi dalla Chiesa locale, ma è la dimensione naturale della vocazione della Chiesa; quindi, è naturale che un sacerdote o un cristiano o una cristiana desiderino partire, e partano, per la missione. La fondazione dei Missionari, e delle Missionarie poi, è stata la sua riposta a questa convinzione profonda che ha fatto incontrare il grido dei poveri con la dimensione apostolica della vocazione di ogni cristiano e di tutta la Chiesa”.
La sua storia racconta l’allegria che metteva in ogni sua azione: allora in cosa consisteva la sua pedagogia della gioia?
“La domanda mi spiazza un po’ perché non ho mai pensato Allamano da questo punto di vista. Ma grazie per essa. Allamano non era un tipo chiassoso e non amava esibirsi, ma non era certo una persona triste, anzi sapeva comunicare nella semplicità una serenità profonda. Questa sua serenità gli veniva dal suo rapporto speciale con la Consolata e quindi prima con il Signore. Lui dice che non ha mai perso il sonno per i problemi che doveva affrontare, come quando è diventato rettore giovanissimo del seminario teologico e poi ha ricevuto l’incarico di gestire un santuario che era fatiscente e da ricostruire spiritualmente e materialmente. Pur essendo ufficialmente debole di salute, ha avuto una vita piena: si è occupato dei poveri, degli operai, delle servette strappate alla campagna e spesso schiavizzate in città, della stampa cattolica e di tanto altro. Ha insegnato nell’università cattolica del tempo, ha seguito ordini di suore poi fondato i due istituti, con tutto quello che questo gli ha richiesto materialmente e spiritualmente. Ma non ha mai perso la pace interiore e la gioia. La fonte della gioia, della serenità per lui aveva due radici: fidarsi del Signore e della Consolata e fare ‘bene il bene, senza fare rumore’. La gioia per lui nasce dal fatto di saper stare al proprio posto ed essere quello che sei chiamato ad essere, servo del Signore, della Consolata e della Chiesa, non padrone. E fare il tuo dovere, semplicemente senza ansie o preoccupazioni di visibilità e riconoscimenti”.
Per quale motivo invitava missionari e missionarie a santificarsi?
“Il suo detto più famoso è ‘prima santi e poi missionari’. E’ semplicemente la logica del mettere l’essere prima del fare. Essere santi vuol dire essere profondamente radicati nel Signore. Senza di questo la missione rischia di diventare un mestiere come tanti, che si può fare anche senza lasciarsi coinvolgere più di tanto. La missione non è una professione da fare a ore, ma trova la sua radice fondante nell’essere ‘in-con-per’ Cristo, nell’imitarlo, nel diventare trasparenza di Lui. Allora essere santi è la base della missione, diventando tutto a tutti, amando come Gesù ha amato, andando con lui verso i più poveri, i più lontani, i più emarginati. Missione è amore, vissuto anzitutto nella propria vita e che diventa quindi un amore donato e condiviso da persone che, alimentate da questo Amore, diventano a loro volte fontane di acqua viva. E con più doni, con più ricevi”.
(Tratto da Aci Stampa)
Mons. Raspanti: san Francesco segno di Cristo
Nel giorno del Transito di san Francesco, ha avuto ufficialmente inizio ‘La Sicilia ad Assisi’, le iniziative legate ai festeggiamenti in onore del Santo assisate che hanno invitato in Umbria oltre 5.000 pellegrini dalla Sicilia, ai quali si aggiungono molti che hanno raggiunto Assisi in autonomia o, comunque, senza una organizzazione legata alle diocesi.
Ad Assisi, già dalla mattinata del 3 ottobre, il Custode della Porziuncola, fr. Massimo Travascio, ha accolto gli ospiti nel Refettorietto del Convento di Santa Maria degli Angeli, che ha rivolto un messaggio di benvenuto a tutti i convenuti nella sala e alle autorità presenti; la concelebrazione eucaristica è stata officiata da mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e presidente della Conferenza Episcopale Siciliana, rievocando le parole di Thomas Merton:
“Siamo in questa basilica, pellegrini di quell’immagine di Cristo povera e umile che è Francesco, perché vogliamo seguirne le orme, che con sicurezza ci rendono veri discepoli del divino Maestro. Venuti dalla Sicilia, siamo una porzione di Italiani che cerca in questo Frate del Medioevo un sicuro orientamento per il proprio cammino lungo una strada che appare piena di insidie.
L’olio che portiamo in dono raffigura noi stessi perché esprime il nostro desiderio di rimanere vicini a lui nelle sue spoglie mortali, qui custodite, per attingere alla sua ispirazione spirituale, conservata dai Frati, e non smarrire la giusta direzione”.
Riprendendo la lettera di san Paolo ai Galati mons. Raspanti ha affermato che san Francesco ha ricevuto il ‘segno’ di Cristo: “Questo segno fu concesso anche a Francesco ottocento anni fa, nel settembre 1224, quando ‘nel crudo sasso intra Tevere e Arno da Cristo prese l’ultimo sigillo, che le sue membra due anni portarno’, secondo la descrizione di Dante nella Commedia.
Così fu noto a tutti quanto egli fosse intimamente unito al Signore, il quale lo rendeva partecipe della propria dona zione amorosa per l’umanità e sigillava la missione di Francesco di ricostruire la sua Sposa, la Chiesa”.
Per questo san Francesco è patrono d’Italia: “I Padri della Repubblica, di tradizioni culturali e fedi diverse, i governanti e il popolo italiano hanno ben colto il nocciolo di questo messaggio, accogliendo Francesco quale patrono d’Italia dichiarato tale da papa Pio XII. Noi italiani tutti desideriamo così attingere alla sorgente della pace e della concordia per berne direttamente e diffonderla.
Siamo consapevoli di non essere qui dinanzi a valori, per quanto alti e preziosi, come la concordia e la fraternità, ma siamo dinanzi alle spoglie di un uomo con un vissuto che lo rende eccellente testimone e profeta che indica la sicura via della pace”.
E’ stato un invito al rinnovamento interiore: “Forse potremmo rischiare di dire che non riusciamo nell’odierna convivenza sociale ad accogliere il migrante, a frenare la violenza, a curare i deboli e i poveri, a respingere il malaffare proprio perché non riusciamo a raggiungere la sorgente dei valori, cioè il perdono e la riconciliazione, l’umiltà e la mitezza.
Se il risanamento non accade nel profondo delle radici, non vedremo mai i frutti dell’albero. Cristo crocifisso e Francesco, piccolo e stigmatizzato, hanno raggiunto il fondo risanando e inaugurando la nuova creazione”.
Mentre nei Primi Vespri del Transito di san Francesco mons. Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo e vicepresidente della Conferenza Episcopale Siciliana, aveva sottolineato la ‘spoliazione’ del Santo: “Nelle prime due spoliazioni Francesco sveste il suo corpo delle vesti, rimanendo nudo, ma nell’ultima (con il sopraggiungere di ‘sorella morte’) si spoglia anche di ‘fratello corpo’ nudo… Per essere restituiti alla terra e all’abbraccio paterno e fraterno originario. La morte segna la totale consegna del suo corpo a Dio e ai fratelli”.
Tale Transito è un ammonimento a vivere ‘bene’ la morte, che conduce alla Vita: “La memoria del transito di Francesco, ci ridesta al nostro essere creature mortali, figli e fratelli/sorelle: creature, non Creatore, mortali non eterni; figli amati, non schiavi; fratelli/sorelle, non nemici catapultati nel mondo campo di battaglia. Fratelli e sorelle dell’unico Padre che ci affida la Terra come ‘Casa comune’ fraterna fragrante d’amore e di pace, come ‘Giardino fecondo’ con al centro l’albero sempreverde della Vita… Fatti di terra, per ritornare in nuda terra, per essere plasmati dalle mani di Dio cittadini della nuova Creazione, della Casa comune trasfigurata. Anche noi, come Francesco, con Francesco”.
Quindi tale Transito è un momento particolare per la conversione di molti: “Su quanti oggi hanno dimenticato di essere creature mortali e seminano nella Casa comune guerre, divisione, odio, parole aggressive, distruzione e morte violenta, soprattutto dei piccoli e degli inermi, la memoria del luminoso Transito di Francesco, Fratello universale, verace testimone di Cristo e di un cammino di piena e autentica umanità, sia audace segno profetico di conversione di mentalità e di cambiamento di rotta per il bene dell’umanità, per il bene della Casa-Terra”.
In occasione della festa del Transito è stato consegnato il riconoscimento di ‘Frate Jacopa, Rosa d’argento 2024’ a suor Alfonsina Fileti: questo premio non è solo un segno di stima per il servizio svolto da suor Alfonsina a favore delle famiglie in difficoltà, dei minori a rischio e delle donne vittime di violenza domestica, ma è anche un richiamo al ruolo importante che la Chiesa e le comunità locali svolgono nel sostenere i più vulnerabili.
(Foto: Conferenza Episcopale Siciliana)
Chiara di Assisi così come la racconta Susanna Nicchiarelli
Domenica 21 aprile a Roma si è conclusa la rassegna cinematografica in preparazione al Giubileo 2025 ‘Volti e contro-volti della Speranza’, curata dalla Prima sezione del Dicastero per l’Evangelizzazione, offrendo un ricco programma di proiezioni inaugurato e concluso da due capolavori del cinema italiano: ‘La porta del cielo’, di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini (1945), in una versione restaurata presentata dal curatore, mons. Dario E. Viganò, e ‘Cristo proibito’ (1951) di Curzio Malaparte con l’intervento del giornalista Enrico Magrelli.
Mons. Dario Edoardo Viganò, presidente della Fondazione ‘MAC – Memorie Audiovisive del Cattolicesimo’ ha spiegato il motivo della rassegna cinematografica: “Filo rosso del ciclo di opere è la speranza, dare forma e sostanza alla possibilità di riscatto, del bene, che traspare oltre le nuvole oscure dell’esistenza. E’ il recupero del senso del tempo affrancato dalla frenesia, di forza del femminile nelle esperienze spirituali. Un percorso che cerca di rinnovare l’urgenza di uno sguardo profondo”.
Nella rassegna è stato inserito anche il film, che racconta la storia di Chiara, che si svolge ad Assisi nel 1211: Chiara ha 18 anni, ed una notte scappa dalla casa paterna per raggiungere il suo amico Francesco. Da quel momento la sua vita cambia per sempre. Non si piegherà alla violenza dei famigliari, e si opporrà persino al papa: lotterà con tutto il suo carisma per sé e per le donne che si uniranno a lei, per vedere realizzato il suo sogno di libertà: nel monastero.
Con questa inquadratura inizia il film ‘Chiara’ della regista Susanna Nicchiarelli, che ci ha raccontato questa storia ‘entusiasmante’: “La storia di Chiara e Francesco è entusiasmante. Riscoprire la dimensione politica, oltre che spirituale, della ‘radicalità’ delle loro vite (la povertà; la scelta di condurre un’esistenza sempre dalla parte degli ultimi, ai margini di una società ingiusta; il sogno di una vita di comunità senza gerarchie e meccanismi di potere) significa riflettere sull’impatto che il francescanesimo ha avuto sul pensiero laico, interrogandosi con rispetto sul mistero della trascendenza. La vita di Chiara, meno conosciuta di quella di Francesco, ci restituisce l’energia del rinnovamento, l’entusiasmo contagioso della gioventù, ma anche la drammaticità che qualunque rivoluzione degna di questo nome porta con sé”.
In cosa consiste la ‘forza’ di questa storia?
“La forza della storia di Chiara sta per me nella sua radicalità: una radicalità che è sempre attuale, e che ci interroga in qualsiasi epoca. E’ la storia di una diciottenne che, per quanto in un contesto davvero distante dal nostro, abbandona la casa paterna, la ricchezza, la sicurezza, per combattere per un sogno di libertà: la mia speranza è che il film trasmetta a tutti l’energia di questa battaglia, che racconti con forza quel sogno di rinnovamento, quella rivoluzione voluta e desiderata con l’entusiasmo contagioso della gioventù”.
Come è nato l’incontro con questa Santa?
“L’incontro con Chiara è arrivato per caso ma è andato a toccare delle corde importanti della mia vita e del mio pensiero di donna e di regista, in un momento così particolare della nostra storia. Il 7 marzo 2020, alla vigilia del primo lockdown, avevo portato i miei bambini ad Assisi per far vedere loro gli affreschi di Giotto, in quanto io sono di origine umbra, e la casa della mia nonna paterna non è distante da Perugia.
Come tutti, sono sempre stata affascinata dalla figura di san Francesco; di santa Chiara invece sapevo poco. Perciò in quella occasione, nella libreria della basilica, ho comprato due libri su Chiara d’Assisi: libri che poi ho letto nei giorni successivi del marzo 2020 a Roma, nell’atmosfera assurda e spaventosa che si era creata, durante la quale il Medioevo, con le sue paure, non sembrava poi così lontano.
Il primo libro era una biografia molto tradizionale, nella quale Chiara era raccontata come votata fin da bambina alla clausura e alla preghiera. Il secondo invece mi ha appassionato: era un testo di Chiara Frugoni, la grande medievalista italiana che allo studio di Chiara e Francesco ha dedicato tutta la vita e che sarebbe diventata un’insostituibile consulente per la sceneggiatura del film”.
In fondo per quale motivo un film su Chiara di Assisi?
“La storia di Chiara non era mai stata raccontata veramente. Era stata sempre raccontata in funzione di Francesco, ma mai la sua storia. Ho scoperto così che della vera Chiara si sa poco perché la storiografia ufficiale e religiosa non l’ha mai raccontata: Chiara era una giovane suo percorso, eventi il cui racconto è così forte nella credenza e nelle rappresentazioni popolari, e così vivo nelle testimonianze delle sorelle di Chiara documentate durante il processo di canonizzazione, che non può essere trascurato.
Perciò ho provato ad immaginare questi episodi così come gli stessi protagonisti li hanno raccontati, inserendoli nella loro quotidianità; ed ho provato anche a immaginare l’effetto che dovevano avere questi eventi miracolosi su quelli che, come Chiara e Francesco, si trovavano a fare i conti con la propria ‘santità’.
Quando inizia la sua avventura Chiara infatti non solo scopre di avere un carisma inaspettato, che la porterà a guidare un gruppo sempre più numeroso di donne: si trova anche a fare i conti con una serie di miracoli che non sempre comprende né controlla. Miracoli che non possono non creare una distanza tra lei e le sue sorelle, tra lei e la gente: sono perlopiù miracoli quotidiani, persino alimentari, che semplicemente accadono, e per rappresentarli, senza cercare spiegazioni razionali né trascendenti, ho scelto la strada della semplicità. Affrontando questo aspetto della vita di Chiara ho voluto interrogarmi su come la santità ed il culto popolare, che ne conseguiva, non poteva che spaventare o entrare in contrasto con il bisogno di semplicità e di umiltà di Chiara e di Francesco”.
Quale è il rapporto tra Chiara e Francesco?
“E’ un rapporto fondamentale: senza Francesco non ci sarebbe stata Chiara, ma in qualche modo senza Chiara non ci sarebbe stato Francesco”.
Cosa l’ha colpita di più nella storia di Chiara?
“La cosa che mi ha colpito di più è stata la sua giovinezza: quando ha iniziato con il suo carisma a farsi seguire da donne di tutte le età. La cosa che maggiormente mi ha colpito è stato il suo sogno e con quanta energia si è contrapposta al potere per realizzare il suo sogno”.
In cosa consiste la ‘modernità’ di Chiara?
“La modernità di Chiara sta nella modalità delle sue scelte e nel coraggio con cui si è contrapposta al potere maschile. La sua modernità sta nella comunità che ha costruito, che ancora oggi è molto moderna”.
In quale modo una non credente racconta la storia di una santa?
“L’ho raccontata come una storia di un essere umano. Naturalmente ho raccontato anche i miracoli e tutti quei fenomeni che non possono avere una spiegazione razionale, anche se hanno cercato di dare una spiegazione razionale alla santità ed ai miracoli. Io li ho raccontati così come vanno raccontati nelle storie di vita di Chiara. Ho raccontato la sua umanità e di come lei si stupiva di fronte a questi miracoli, perché sono convinta che in qualche modo fosse così”.
(Tratto da Aci Stampa)
Milano: mons. Delpini invita a rinnovare la vita nella Quaresima
“Avviandoci sul nostro cammino quaresimale, con questo antico e semplice Rito delle ceneri, vorremmo anche noi iscriverci tra gli amici di Dio che percorrono la vita rinnovandosi ogni giorno: coloro che sono pieni di fiducia, che attingono alla gioia, che fanno l’esame di coscienza quotidianamente, che sono allergici a giudicare gli altri secondo una qualche etichetta, quelli della speranza che fissano lo sguardo sulle cose invisibili”: con queste parole di mons. Mario Delpini domenica scorsa anche l’arcidiocesi di Milano ha iniziato il cammino quaresimale.
In effetti il rito ambrosiano non ha mai conosciuto il ‘mercoledì delle ceneri’ come inizio del tempo quaresimale, ma ha sempre fatto iniziare questo periodo liturgico dalla sesta domenica prima di Pasqua, o prima domenica di Quaresima, nella quale si legge la pagina di Vangelo che ci presenta il digiuno di Gesù nel deserto e le tre tentazioni da parte del demonio.
Nei Secondi Vespri solenni della prima domenica della Quaresima ambrosiana, da lui presieduti in Duomo e concelebrati dai Canonici del Capitolo metropolitano, l’Arcivescovo ha delineato il profilo delle donne e degli uomini che, nei 40 giorni del tempo penitenziale, possono rendere nuovi un mondo e una Chiesa che paiono irrimediabilmente invecchiati, come ha sottolineato la seconda lettera di san Paolo ai Corinti:
“E’ come se il mondo fosse invecchiato. Sembra di abitare in una di quelle case abbandonate al degrado. Il mondo invecchiato cade a pezzi e si aggirano bande di disperati, di vandali, di delinquenti che si accaniscono a rovinarlo, come quelli che si divertono a tagliare il ramo su cui sono appoggiati. Nel mondo invecchiato i discorsi sono deprimenti”.
Ma in questo invecchiamento, cui la Chiesa non è esente, si possono riconoscere persone capaci di rinnovamento: “Qualche volta si ha l’impressione che anche la Chiesa sia invecchiata, che sia circondata dal disinteresse, che abbia perso attrattiva per la gente del nostro tempo, che sia rattristata perché la sua parola è accolta con scetticismo e, talora, con disprezzo». Eppure, «in questo spettacolo desolante, si riconoscono uomini e donne che custodiscono il principio del rinnovarsi di giorno in giorno e che, perciò, non si scoraggiano”.
Da queste persone nasce la fiducia: “Uomini e donne che leggono le statistiche, decretanti l’inevitabile declino con il linguaggio perentorio e un po’ stupido dei numeri, che ascoltano i discorsi catastrofici, che raccolgono dalla cronaca racconti di fatti assurdi e tremendi, ma che sono pieni di fiducia, perché conoscono il principio del rinnovarsi ogni giorno”.
(Foto: Arcidiocesi di Milano)
CHARIS, una missione da conoscere
Mons. Fernandez prefetto del dicastero per la Dottrina della fede: ecclesia semper reformanda
Sabato 1 luglio papa Francesco ha nominato mons. Víctor Manuel Fernández, arcivescovo di La Plata in Argentina, prefetto del Dicastero per la Dottrina della fede e presidente della Pontificia Commissione biblica e della Commissione teologica internazionale, succedendo dal 1 ottobre al card. Luis Francisco Ladaria Ferrer, in carica dal 2017, che il Pontefice ha ringraziato a conclusione del suo mandato.



























