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Il viaggio in Francia nel racconto di papa Leone XIV
“Seguo con viva preoccupazione la situazione nel Tigray e nelle regioni limitrofe di Afar e Amhara, dove sono nuovamente scoppiate le ostilità. Rivolgo un accorato appello a tutte le parti affinché scelgano la via del dialogo. Il conflitto armato non risolve mai i problemi, ma li aggrava soltanto, lasciando dietro di sé una scia di morte, distruzione e risentimento. Solo un impegno sincero può gettare le basi per una pace duratura. E’ mio vivo auspicio che la comunità internazionale offra il suo contributo generoso e tempestivo, per garantire che tutti gli aiuti umanitari giungano a chi ne ha bisogno”: nei saluti conclusivi dell’udienza generale papa Leone XIV ha rivolto a tutte le parti un appello per fermare le ostilità nella regione dell’Etiopia, sottolineando che la pace si raggiunge attraverso il dialogo.
Mentre nell’udienza generale in piazza san Pietro il papa ha raccontato il viaggio apostolico in Francia, colpito dall’entusiasmo dei giovani: “E’ stato un grande dono per me e per il popolo di Dio in quel Paese, e ne rendo grazie al Signore. Esprimo nuovamente la mia gratitudine a tutti coloro che mi hanno accolto, Autorità civili e Pastori della Chiesa, e a quanti, numerosissimi, hanno voluto incontrare il Papa o anche solo salutarlo per le strade, come apostolo di Cristo e messaggero di pace. Grazie a tutti!”
Ed ha raccontato i momenti più importanti: “Vorrei raccogliere i pensieri e le impressioni – ancora vivissime – di questa Visita pastorale intorno a un unico grande simbolo: la Cattedrale di Notre-Dame di Parigi. Lì, nel pomeriggio della prima giornata, abbiamo celebrato i Vespri della Beata Vergine Maria, una liturgia solenne e al tempo stesso festosa, in cui la musica, il canto e la bellezza del tempio facevano vibrare i cuori uniti nella preghiera.
Ma soprattutto si è soffermato a raccontare il restauro della cattedrale Notre Dame: “Proprio Notre-Dame, con il dramma che ha vissuto, può simbolicamente illuminare tutto questo Viaggio apostolico, offrendo una chiave di lettura che riassumerei in una parola: rinascita. La Cattedrale di Parigi, che solo sette anni fa sembrava ferita a morte da un enorme incendio, è adesso ricostruita e più splendente che mai. Quel disastro ha provocato una reazione positiva a tutti i livelli, alcuni più visibili e pratici, altri più nascosti, di ordine spirituale”.
Tale restauro è stato pure un’importante collaborazione tra Stato e Chiesa: “Il suo restauro è stata una prova della possibile collaborazione tra Chiesa, Stato, istituzioni pubbliche e società civile. Questo atteggiamento ha permesso di valorizzare al meglio la generosità dei benefattori come le competenze dei professionisti e delle maestranze. La sinergia per il bene comune dovrebbe essere lo stile normale delle istituzioni, delle forze politiche e sociali, di quanti hanno responsabilità civili ed economiche.
E’ il messaggio che ho voluto consegnare alle Autorità francesi, come pure ai membri dell’UNESCO, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura che ha sede a Parigi, indicando qual è il criterio fondamentale su cui basare tale collaborazione: la dignità della persona umana. Ma soprattutto Notre-Dame è immagine della Chiesa di pietre vive, del popolo santo di Dio”.
Quindi è stato una vera partecipazione: “E’ interessante mettere in parallelo la celebrazione dei Vespri nella Cattedrale con la Veglia dei giovani avvenuta la sera stessa nel grande Stadio di Francia a Parigi. Due luoghi completamente diversi, eppure due eventi complementari, quasi uniti spiritualmente. Che cosa li univa? La Chiesa, che non è fatta di pietre o di cemento, ma di persone che amano Gesù Cristo perché sono state amate da Lui.
A Notre-Dame c’erano i preti e i diaconi, le persone consacrate, gli operatori pastorali; allo stadio c’era la nuova generazione francese: nuova, direi, non solo per età, ma più ancora per spirito, per libertà di cuore e di fede. Giovani che hanno cantato, gridato, ma che sono anche rimasti in silenzio, in ascolto. Volti attenti e commossi, che manifestavano cuori desiderosi di verità e d’amore”.
Insomma un ‘segno’ di speranza: “Così come lo è stato (nella piccolezza che Dio predilige) anche l’incontro nella Maison Bakhita, casa di accoglienza per diverse persone in difficoltà: uno dei tanti luoghi, frutti del Vangelo, in cui ci si impegna quotidianamente a servire con amore la dignità della persona umana.
Vi è tuttavia nella Chiesa in Francia un segno di rinascita che dura da alcuni anni, cioè il notevole e crescente numero di giovani e adulti che chiedono il Battesimo. Su questa bella ‘sorpresa’ di Dio è in corso a Parigi un’Assemblea sinodale provinciale, nella quale sono potuto intervenire, incoraggiando il cammino dei catecumeni e dei neofiti, insieme alle comunità a cui appartengono”.
Infine uno sguardo sull’Europa con un invito alla pace: “Terza e ultima tappa del Viaggio apostolico è stata la città di Metz, in una regione della Francia e dell’Europa martoriata dalla Seconda Guerra Mondiale. Lì ha operato Robert Schuman, uno dei principali ispiratori del processo di unificazione europea. L’Europa contemporanea è nata proprio come progetto di pace dopo la distruzione della guerra. Possiamo dire che ciò che è accaduto a Notre-Dame di Parigi con l’incendio, era avvenuto in Europa con la Seconda Guerra Mondiale.
E l’Europa è rinata, sulla base di quei principi di democrazia, solidarietà e fraternità tra i popoli che molto devono alle sue radici cristiane. Anche oggi è su tali fondamenta e con questa ‘linfa’ vitale che il progetto-Europa può rinnovarsi, in un mondo molto più globalizzato, dove il dialogo interreligioso riveste un ruolo di primaria importanza. Per questo, a Metz, ho incontrato i rappresentanti delle diverse tradizioni religiose, i quali hanno letto e sottoscritto in mia presenza l’Appello di Metz per il dialogo e la pace”.
Mentre prima dell’udienza generale il papa ha ricevuto la Commissione internazionale delle monache domenicane contemplative, indicando alcune direttrici da seguire durante il loro cammino: “Il principio di san Tommaso d’Aquino, per cui si trasmette agli altri il frutto della propria contemplazione, riprende l’intuizione di san Domenico, secondo cui ogni parola di annuncio, perché sia vera, deve trarre origine dal silenzio, dall’ascolto, dalla preghiera e da un profondo rapporto con Dio. E’ la contemplazione, ‘respiro della nostra relazione con Dio’, sosta silenziosa in cui accogliere la Parola e lasciarsene trasformare, che ci permette di conoscere sempre più in Lui le cose e le persone, per poi donare agli altri ciò che abbiamo vissuto e compreso”.
Infine ha sottolineato il valore del silenzio nella vita claustrale: “Fare silenzio è un atto della volontà che coinvolge tutta la persona e che aiuta a vivere relazioni solide, perché animate dalla Parola di Dio. E’ creare spazi di libertà e di verità, in cui custodire l’attenzione, facendosi sensibili alla voce di chi ‘non conta’, e maturando saggezza e generosità.
Questo è particolarmente importante in un mondo segnato dalla velocità, in cui tutto deve essere immediatamente visibile e ogni vuoto va riempito in fretta. Nel silenzio, infatti, trovano ascolto le domande che ogni persona si pone, ma a cui non è sempre facile rispondere da soli. Per questo è necessario che le vostre comunità offrano oasi di vera e profonda pace, ove taccia l’affanno caotico legato alle cose esteriori e ci si possa mettere in ascolto della voce di Dio”.
(Foto: Santa Sede)
Da L’Aquila una cultura del perdono
“L’ ‘essere stati perdonati’ da Dio è la ragione per perdonare il prossimo: il perdono ricevuto motiva ed esige il perdono dato. Si tratta di un perdono gratuito e incondizionato, perché caratterizzato dal ‘come’ evangelico, che non ha un significato retorico e solo analogico, ma ha una portata ontologica ed esistenziale, resa possibile dalla grazia. Infatti noi non saremmo capaci di perdonare ‘come’ Dio perdona se Dio stesso non perdonasse ‘in’ noi ed ‘attraverso’ noi.. Dalla misericordia offerta dal Signore ha origine la Chiesa: da qui l’identità che la Comunità ecclesiale è chiamata a vivere e la missione che è inviata a compiere…
Il perdono costituisce un bene morale non solo nella prospettiva della fede, ma anche della corretta ragione. Non rappresenta un cedimento di fronte ad un affronto subìto, ma si pone come una reazione coraggiosa e rigenerativa, animata dall’amore, di fronte a una lacerazione prodotta nei rapporti interpersonali.. Di conseguenza il perdono non va confuso con la concessione di ‘impunità’, altrimenti si diventerebbe complici del male, mostrando un atteggiamento omissivo e apatico”.
Con queste parole il card. Giuseppe Petrocchi, arcivescovo emerito dall’arcidiocesi de L’Aquila, ha approfondito il concetto di perdono inteso come via fondamentale di rinascita per la Chiesa e per l’intera società, aprendo il V Convegno storico-pastorale, intitolato ‘Per una cultura del perdono. Celestino V tra storia, pastorale e orizzonti contemporanei’, promosso dall’Arcidiocesi dell’Aquila e dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose ‘Fides et Ratio’.
Fu, infatti, papa Celestino V nel 1294 ad emanare la bolla ‘Inter Sanctorum Solemnia’, che anticipò lo spirito del Giubileo, visto che consentì per la prima volta il conferimento dell’indulgenza plenaria a tutti i fedeli.
A distanza di tempo a don Daniele Pinton, direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose ‘Fides et Ratio’ dell’arcidiocesi aquilana, abbiamo chiesto una riflessione sull’importanza di una
cultura del perdono: “Parlare di una cultura del perdono significa andare oltre il singolo gesto personale e fare del perdono un criterio capace di orientare le relazioni. Il cardinale Petrocchi ha ricordato che il cristiano perdona perché per primo è stato perdonato da Dio. Perdonare non significa dimenticare il male o rinunciare alla giustizia, ma impedire che l’offesa generi altro male. In una società segnata da conflitti e rancori, il perdono spezza la logica della vendetta e apre alla riconciliazione. Per L’Aquila, custode della Perdonanza, questa è anche una responsabilità: trasformare un’eredità secolare in servizio alla pace”.
Quali furono le ‘ragioni’ di papa Celestino V per dare inizio alla Perdonanza?
“Le ragioni della Perdonanza vanno cercate nell’esperienza spirituale di Pietro del Morrone. La prof.ssa Bartolomei Romagnoli ha mostrato come la sua vita eremitica, segnata da ascesi, povertà e ricerca di Dio, fosse legata alla conversione e alla guarigione interiore. Le persone raggiungevano Pietro per essere guarite, ma il risanamento non era soltanto fisico: passava attraverso la riconciliazione con Dio. Divenuto papa Celestino V, egli tradusse questa esperienza nella Perdonanza, offrendo una forma particolarmente ampia di remissione. E’ significativo il ‘pellegrinaggio inerme’: non un cammino contro un nemico, ma un itinerario penitenziale verso la misericordia”.
Quali sono state le origini di questa cultura del perdono?
“Le origini della cultura del perdono sono anzitutto evangeliche. Celestino non inventa il perdono, ma dà una forma storica originale a ciò che appartiene al cuore del Vangelo. Il perdono ricevuto da Dio diventa perdono donato; il male non viene vinto riproducendolo, ma attraverso la forza dell’amore. Nell’esperienza di Pietro questa radice evangelica incontra la tradizione eremitica, la penitenza e la conversione. Il convegno ha mostrato anche come tale eredità sia divenuta nei secoli memoria religiosa e civile del L’Aquila: immagini, culto, processioni e celebrazioni hanno trasmesso la figura di papa Celestino V ed il significato della Perdonanza. Una memoria viva non conserva soltanto il passato: interroga il presente”.
In quale modo il perdono può contribuire alla costruzione di una civiltà dell’amore?
“Il perdono contribuisce alla costruzione di una civiltà dell’amore perché interrompe la catena per cui al male si risponde con altro male. Non elimina la giustizia e non produce impunità, ma impedisce che la giustizia degeneri in vendetta. Il card. Petrocchi ha sottolineato che la capacità di perdono è alla base di una società più giusta e solidale: può nascere così una ‘politica del perdono’, nella quale dignità della persona, fraternità, solidarietà e pace diventino criteri della convivenza. Il perdono non cancella il passato, ma gli impedisce di condannare il futuro. Dal perdono nasce la riconciliazione e dalla riconciliazione la pace”.
Quale pastorale è necessaria per dar vita ad una cultura del perdono?
“Per parlare di una cultura del perdono, occorre una pastorale che non si limiti a parlare del perdono, ma permetta di sperimentarlo. La Chiesa, secondo l’espressione del card. Petrocchi, deve diventare ‘Casa e Scuola del Perdono’: casa che accoglie nella misericordia e scuola nella quale si impara a perdonare. La Perdonanza ricorda che pellegrinaggio, Parola di Dio, riconciliazione, Eucaristia ed indulgenza appartengono a un unico cammino di conversione. Questa esperienza deve raggiungere le ferite delle persone, delle famiglie e delle comunità, educando all’ascolto, alla ricomposizione dei rapporti e alla pace. Non basta custodire la Perdonanza: bisogna lasciarsi formare dalla Perdonanza, perché la Chiesa sia una comunità dalle braccia spalancate, capace di generare testimoni dell’amore che perdona e artigiani di pace”.
(Tratto da Aci Stampa)
‘La Xylella dal 2014 al 2026’ con il libro ‘La Xylella – distruzione e rinascita degli olivi’
L’Ufficio diocesano di Ugento-S. Maria di Leuca della Pastorale Sociale del Lavoro, Giustizia e pace – Custodia del Creato e il Circolo “Laudato Si – Don Tonino Bello” di Tricase comunicano che oggi, in Località Acquarica, dalle ore 19.00 alle ore 21.00, presso la Sala Consiliare del Comune di Presicce-Acquarica, in Piazza dell’Amicizia, si svolgerà l’incontro: “La Xylella dal 2014 al 2026”.
L’iniziativa, che si svolge con il patrocinio del Comune di Presicce – Acquarica, sarà moderata dalla giornalista dott.ssa Luana PRONTERA, dopo i saluti dell’Avv. Paolo RIZZO, Sindaco di Presicce – Acquarica, sarà proiettato un piccolo video presentato nel primo incontro voluto dal vescovo, mons. Vito Angiuli, di attenzione alla problematica della Xylella, del 22 novembre del 2014 dove fu presente anche l’autore del libro.
L’incontro porrà al centro la presentazione del libro “La Xylella – Distruzione e rinascita degli olivi”, Enzo Lavarra, già parlamentare europeo e vice presidente della Commissione Agricoltura dal 1999 al 2009. Seguiranno gli interventi del Dott. Giovanni MELCARNE, imprenditore agricolo e ricercatore, che interverrà sul tema: “La rinascita dei territori, i campi sperimentali di olivi”, del Dott. Flavio POLO e dell’ Avv. Andrea MONSELLATO, Assessore del Comune di Presicce-Acquarica, che relazioneranno su: “L’impegno del Comune – Cresciamo insieme: rigeneriamo le campagne di Presicce-Acquarica”, concluderà Mons. Vito ANGIULI, Vescovo della Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca. A conclusione della serata si potranno assaggiare degli oli prodotti da aziende del territorio.
Il libro ‘La Xylella -Distruzione e rinascita degli olivi’ con prefazione di Gianfranco Viesti – Edizione Rubbettino. L’autore, Enzo Lavarra, ripercorre la cronologia dei cambiamenti generati dall’arrivo e dalla diffusione del batterio Xylella fastidiosa, impattando inesorabilmente sul paesaggio, ma anche sull’economia della Puglia, sottolineando quelli che considera errori e individua nella ricerca l’unica via d’uscita. Dopo le faticose fasi dell’emergenza, dell’adattamento, della ricerca si deve ora passare alla prospettiva di rinascita del territorio.
Gianfranco Viesti nella prefazione scrive: “Il pericolo per l’olivicoltura rappresentato dalla diffusione della Xylella non è stato in Puglia un fenomeno marginale: ha messo a repentaglio non solo aziende e produzioni, ma la stessa configurazione della regione; il mondo nel quale i pugliesi quotidianamente vivono. Un pericolo che, seppure con modalità maggiormente controllate e una maggiore capacità di contrasto, incombe ancora. Come è potuto succedere? Che cosa si è fatto, sin dall’inizio, per contrastare la diffusione di questo patogeno? Quali ostacoli si sono incontrati? […] A tutti questi interrogativi prova a rispondere questo volume.
La sua particolarità è legata alle caratteristiche dell’autore, che non è un agricoltore né uno scienziato. Invece, è un pugliese con una significativa carriera politica che ha potuto approfondire per anni tutte le vicende della Xylella. Da più punti di vista”.
Livia Maurizi racconta la ‘rinascita’ delle donne afghane
“Lavorare come donne sotto il governo talebano è molto difficile. C’è una nuova restrizione per le donne ogni giorno e sono costantemente preoccupata di cosa accadrà dopo: cos’altro vieteranno? Il prossimo divieto potrebbe riguardare i ristoranti guidati da donne. Potrebbero proibire del tutto alle donne di svolgere attività commerciali”. Madina Hassani, fuggita dall’Afghanistan nel 2021 con il ritorno dei taleban al potere ed ora, dopo un periodo in Italia, in Germania, racconta la sua esperienza e quella dei suoi famigliari rimasti in un Paese dove ci sono divieti, per chi in generale ha lavorato con il governo precedente, di lavorare per le istituzioni, nelle organizzazioni non governative, negli ospedali e non solo, e dove vige la volontà di cancellare le donne dalla società, tanto da impedire loro di muoversi senza essere accompagnate da un uomo.
Le donne afghane però non si arrendono, sostenute anche da associazioni come ‘Nove – Caring Humans’, la stessa che ha consentito l’evacuazione di Madina Hassani (che con loro lavora) e che continua a essere presente in Afghanistan con progetti di sviluppo e umanitari.
Partiamo da questa storia per farci raccontare, nel tempo della festa della donna, da Livia Maurizi, responsabile ‘Programmi Nove – Caring Humans’, la situazione della donna in Afghanistan: “Oggi le donne in Afghanistan vivono una delle più gravi oppressioni al mondo. Private del diritto all’istruzione, al lavoro e alla libertà di movimento, sono cancellate dalla vita pubblica. La crisi economica ha colpito più duramente le famiglie guidate da donne: l’84% non riesce a garantire un’alimentazione sufficiente ai propri figli.
La sanità è al collasso e l’accesso alle cure è sempre più ridotto. Le restrizioni imposte dai Talebani hanno eliminato ogni possibilità di denuncia delle violenze, aumentando i casi di abusi e matrimoni forzati. L’impatto di questa esclusione sarà devastante anche nel lungo termine, con una generazione di donne prive di istruzione e senza prospettive di autonomia economica”.
Per quale motivo la situazione dell’Afghanistan è invisibile in Occidente?
“Nonostante il grande potenziale in termini di risorse primarie e di patrimonio culturale, la distanza e l’assenza di rapporti commerciali diretti con l’Occidente hanno marginalizzato fortemente l’interesse nei confronti del paese. Questa invisibilità si associa ad una sorta di stigma di ‘Paese senza qualità’, arretrato e tribale senza possibilità di cambiamento”.
Cosa significa per la donna ‘sopravvivere’ in Afghanistan?
“Resistere nonostante tutto. Continuare a vivere è la più grande forma di resistenza. Le donne cercano quotidianamente spiragli all’interno delle costrizioni fondamentaliste per continuare a lottare, a studiare a lavorare. Anche se vittime di ogni forma di abuso non sono vittimiste, resistono con determinazione e forza, studiano e continuano a formarsi, in silenzio e in segreto, comunicano attraverso i social per combattere l’invisibilità”.
Sono possibili ‘semi di rinascita’?
“Sì. Nonostante le restrizioni, le donne continuano a giocare un ruolo attivo nei settori consentiti, soprattutto in agricoltura, artigianato e nel tessile. Tuttavia, le difficoltà di accesso ai mercati, al credito e alle materie prime limitano il loro sviluppo. L’ong ‘NOVE’ ha attualmente 14 progetti attivi in diverse province, anche nelle aree più remote. Ogni progetto è pensato per favorire non solo la sopravvivenza, ma lo sviluppo a lungo termine.
Un esempio è il progetto ‘Semi della Rinascita’, che non si limita a fornire animali da latte, ma forma intere comunità in allevamento, agricoltura e trasformazione alimentare per il commercio. La formazione è centrale: fornire competenze alle donne significa dare loro strumenti indispensabili per costruire un futuro. Abbiamo ottenuto il permesso del governo de facto di continuare le attività di imprenditoria femminile, sviluppando anche progetti innovativi come quelli legati al riciclo della plastica.
L’Afghanistan produce milioni di tonnellate di rifiuti plastici all’anno: trasformare questo problema in un’opportunità significa creare lavoro per le donne e promuovere un modello di economia circolare. Tuttavia, il drastico taglio ai fondi umanitari imposto dall’amministrazione Trump sta rendendo sempre più difficile finanziare le attività. Per questo è urgente trovare nuovi sostegni economici per garantire continuità ai progetti”.
In quale modo si può dare voce alle donne?
“E’ fondamentale l’azione dei media per mantenere continuativa l’attenzione sul paese, informare l’opinione pubblica e fare pressione sui governi. Con il CIR (Consiglio Italiano per i Rifugiati) abbiamo appena lanciato ‘NEDA’ (che in dari significa ‘Voce’), un’iniziativa che vede un gruppo di attiviste rifugiate in Italia impegnate in attività di sensibilizzazione sulla condizione femminile in Afghanistan e sulle sfide legate all’integrazione in Italia, valorizzando l’esperienza della diaspora afghana”.
Perché ‘Nove’?
“Nove rappresenta un valore generativo, ‘Caring Humans’, perché ogni nostro progetto è una storia di inclusione che comprende tutti. Alla fine di ogni progetto c’è una virgola, non un punto”.
(Tratto da Aci Stampa)
Natale di speranza: il coraggio silenzioso delle madri dimenticate
In attesa del Natale, il mio cuore è rivolto a tutte le mamme che, in questo periodo, mi hanno cercato, contattato e incontrato. Sono donne che portano con sé un dolore profondo, nei cui volti si leggono i segni di una sofferenza che, a volte, sembra non avere fine. Si trovano ad affrontare momenti di grande difficoltà, segnati dalla solitudine e dalla disperazione. Sono mamme che spesso portano sulle spalle il peso insostenibile del senso di colpa, donne che si sentono inadeguate e che convivono con il cuore ferito per un figlio smarrito, inghiottito dal buio di un bosco diabolico che sembra non avere vie d’uscita.
Ho incontrato madri che vivono questo dolore in completa solitudine, lontane dalle attenzioni istituzionali, abbandonate dalle parole di conforto e, a volte, ferite ulteriormente da sguardi giudicanti. Ho sofferto con loro. Ho condiviso l’angoscia di quei lunghi momenti di attesa, aspettando un messaggio, una telefonata. Ho visto la loro disperazione mentre cercavano un figlio tra le sterpaglie di quel bosco maledetto, un luogo che sembra non conoscere speranza.
Sono state mamme che hanno provato in tutti i modi a portare i loro figli lungo un percorso di recupero, a dar loro una possibilità di salvezza, ma …. Mamme che hanno lottato, che hanno cercato aiuto, che hanno insistito per dare ai loro figli una chance di rialzarsi, senza mai arrendersi. Eppure, nonostante ogni tentativo, ogni sacrificio, si sono trovate a dover affrontare la realtà di un cammino difficile, che sembrava non portare a nulla.
Madri che hanno visto i loro ragazzi spegnersi sotto il peso della droga, della disperazione, e a quelle che non ricevono notizie dei propri figli da mesi, forse da anni. Madri che appendono volantini con le foto dei loro figli scomparsi, madri che attraversano il freddo e l’oscurità dei boschi come quello di Rogoredo, sfidando la paura e i venditori di morte, pur di intravedere ancora, anche solo per un istante, lo sguardo di un figlio amato.
Queste sono storie troppo spesso dimenticate, vite spezzate troppo presto. Eppure, quei figli restano impressi per sempre nel cuore di chi li ha amati, perché l’amore di una madre non si arrende mai. Eppure, anche in questo buio che sembra senza fine, credo ancora nella speranza. Credo che, persino nei luoghi più oscuri, possa accendersi una piccola luce, una luce capace di ricordarci che non tutto è perduto. Anche nel dolore più profondo è possibile trovare la forza di rialzarsi, di ricominciare, di sperare ancora.
A queste mamme coraggiose e sofferenti va il mio pensiero più sincero. Che possano trovare, dentro di loro, la forza di continuare a camminare, anche sotto il peso della loro croce. Che la luce di questo Natale, con il suo messaggio di rinascita, entri nei loro cuori, illumini le notti più buie e porti conforto e speranza.
A quelle madri che lottano senza tregua, che non dormono più, che si sentono sfinite e senza più forze, voglio dire con tutto il cuore: non arrendetevi mai, sono con voi! Anche quando il cuore si spezza, anche quando tutto sembra perduto, c’è sempre una ragione per sperare. Perché l’amore di una madre può vincere il buio e diventare quella luce che guida, passo dopo passo, un figlio smarrito verso casa.
Auguro a queste donne e ai loro figli, ovunque si trovino, che questo Natale porti con sé un soffio di speranza, un sorriso inatteso e una nuova forza per credere in un domani migliore. Perché, anche nei momenti più difficili, la vita non smette mai di sorprenderci con la sua capacità di rinascere.
L’Aquila non dimentica i morti del terremoto del 2009
Un fascio di luce, acceso nel cortile centrale del Palazzo de L’Aquila, ha illuminato la notte del ricordo nel 15^ anniversario del terremoto che il 6 aprile 2009 provocò 309 vittime, sconvolgendo la vita del capoluogo abruzzese e di altri 55 comuni in Abruzzo. Un appuntamento che negli anni è cambiato ed ha evoluto la sua forma, senza mai cessare di rappresentare un momento di riflessione, di condivisione e segno di rinascita per una comunità che guarda al futuro senza lasciare dietro il passato.
A rappresentare il futuro due giovani aquilani entrambi nati nel 2009 ed iscritti al Conservatorio cittadino, chiamati ad accendere il braciere al Parco della Memoria al termine del percorso a piedi, partito da via XX Settembre, nei pressi del Tribunale: si tratta di Elisa Nardi, che per il suo percorso di formazione musicale ha intrapreso lo studio delle percussioni, e Tommaso Sponta, studente di violoncello.
Nell’omelia il card. Giuseppe Petrocchi ha invitato a non perdere la memoria di quell’evento tragico: “Facciamo memoria, nella liturgia, delle 309 vittime di quella catastrofica calamità; come anche di Coloro che sono deceduti successivamente, a causa dei traumi subìti. Portiamo nel cuore e nelle nostre preghiere il dramma di quanti sono stati profondamente feriti nella mente, negli affetti e nelle situazioni ‘esistenziali’ da quegli eventi distruttivi”.
La memoria accomuna: “Ricordiamo pure gli abitanti, delle aree a noi vicine, che hanno perso la vita o sono stati colpiti nelle rovinose ‘repliche telluriche’ del 2016-2017. Raccogliamo, nella nostra invocazione e solidarietà fraterna, tutte le Persone che hanno patito, in altre parti del mondo e nelle diverse epoche, questo stesso ‘martirio sismico’. Il terremoto del 2009 costituisce un ‘osservatorio’ sulle tragedie del mondo: le vittime di quella immane disgrazia sono ‘Compagni di sorte’ di altri Soggetti sui quali si sono abbattute le violenze di conflitti e di calamità dirompenti”.
Un anniversario che si è svolto nel periodo pasquale per meditare sulla rinascita della vita: “Facciamo nostra questa solenne ‘attestazione’ del Credo: la Pasqua di Gesù ci ha reso certi che la morte dei discepoli non rappresenta lo sfacelo ultimo e definitivo dell’esistenza, ma è passaggio alla Vita eterna: quella che non muore più. Stasera siamo riuniti qui proprio per proclamare, insieme al dolore per le vittime del sisma, la nostra certezza che il vincolo di unità, che ci ha legato a loro, non si è spezzato, ma si è stretto ancora più forte: perché in esso è stato impresso il sigillo dell’amore evangelico.
Sperimentiamo dolorosamente il ‘lutto’, che non viene meno perché è sacro, ma senza esserne sopraffatti: ha la meglio l’annuncio della Pasqua, che abbiamo ricevuto e accolto. Se è vero, infatti, che ‘tutto passa’, è ancora più vero, nella Carità, che ‘tutto resta’: infatti, l’amore autentico è siglato dal ‘per sempre’; ed ogni affetto, che dura solo a ‘tempo determinato’, non è amore, ma emozionalità volubile e inaffidabile”.
L’omelia dell’arcivescovo della città è stato un invito a non disperare in quanto concittadini del Regno di Dio: “Sappiamo che ‘Cielo’ e ‘Terra’ sono congiunti nel Signore, anche se, durante lo scorrere dei nostri giorni, questa ‘saldatura’ non si è ancora interamente compiuta. Siamo già tutti ‘Con-cittadini’ del Regno di Dio, anche se con diverse ‘titolarità’: i nostri Fratelli, che dimorano “lassù”, hanno già una appartenenza piena e definitiva; noi, che abitiamo ‘quaggiù’, camminiamo per raggiungerli nella stessa Patria celeste.
In questa assemblea liturgica ‘Loro’ non sono assenti, ma si rendono realmente presenti, nella stessa Famiglia degli ‘Ammessi alla Vita’. Per tale ragione, nel corso della celebrazione, ne vengono evocati i nomi: si tratta di una scansione solenne, a voce alta; dimostrazione che, nella loro vicenda, rifiutiamo qualunque ‘amnesia’ anagrafica ed esistenziale. Tuttavia la nostra memoria non intende rimanere solo ‘retroflessa’, cioè ripiegata all’indietro, ma vuole proiettarsi in avanti, sviluppando la capacità di affrontare creativamente il futuro”.
In questo senso la fede ha forgiato la comunità: “La luce della fede ha compiuto il ‘miracolo’ di far germogliare, in noi e tra di noi, il fiore prezioso della ‘consolazione’, che si espande dal grande albero della Speranza. Ma questo ‘approccio cristiano’ ha pure contribuito a forgiare atteggiamenti sociali ‘adeguati’, per sostenere una efficace ‘risposta ricostruttiva’ alla sfida lanciata dal sisma”.
La città non si è lasciata vincere dal pessimismo: “Dopo aver sperimentato la furia demolitiva del terremoto, L’Aquila non si è fermata: non ha messo la ‘marcia indietro’ della ‘rassegnazione perdente’, ma è subito ‘ripartita’ attivando una reazione coraggiosa e fattiva: si è spinta in avanti, accelerando il ‘ritmo operativo’ del suo robusto ‘motore’ religioso, etico e sociale. Così è stata avviata la grande e faticosa impresa della ‘rinascita’: avventura corale e permanente, tesa a riguadagnare la fiducia nel presente, custodendo con fierezza i valori del passato, per riaprire le prospettive di un promettente avvenire. La Comunità, al completo, si è mobilitata per ‘ri-edificare’ non solo ‘come’ prima, ma ‘meglio’ e ‘più’ di prima: in tutti i campi!”
Quindi è stato un invito a riconoscere la provvidenza, come l’apostolo Pietro dopo la pesca miracolosa: “Ricordiamo che il Signore ci parla attraverso il Vangelo e nella Comunità ecclesiale, come anche ‘dentro’ la nostra coscienza e per mezzo degli eventi che ci accadono. Sta a noi imparare a cogliere la Sua volontà, facendo il giusto discernimento e agendo con la dovuta coerenza: proprio questa fedeltà ci consentirà di ‘riconoscere’ e accogliere Gesù, dicendo, come Pietro: ‘è il Signore!’
La Provvidenza di Dio ci ha accompagnato in questi 15 anni, consentendoci di attraversare la tragedia del sisma, dirigendoci però verso orizzonti di speranza, e conquistando novità inedite e di maggior valore. Il dolore per il ‘distacco’ dalle Persone care rimane radicato nella nostra anima: e continuerà ad ardere nel cuore, come una lampada perenne, alimentata da un amore che non si spegne e attende il momento del ricongiungimento”.
(Foto: diocesi de L’Aquila)
Venti anni di ‘Giardino dei Giusti’
Da Amatrice un sogno per rinascere dopo il terremoto
Sei anni sono trascorsi e nessuno ha mai dimenticato quella notte; anzi l’invito è quello di resistere e non abbandonare Amatrice, ancora con molte macerie, sapendo ‘guardare oltre il 24 agosto 2016 e anche oltre quello che Amatrice è oggi’, come ha ricordato il vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili, in partenza per Verona, nella memoria delle vittime di quella notte.
Papa Francesco a L’Aquila: la rivoluzione cristiana sta nel servizio
Al termine dell’Angelus papa Francesco ha aperto nella basilica di Collemaggio de L’Aquila la porta santa della Perdonanza celestiniana con una breve ammonizione: “Concedi alla Chiesa questo tempo di penitenza e di perdono perché abbia la gioia di rinnovarsi. Aprici completamente la porta della tua misericordia per schiuderci un giorno le porte della tua dimora in cielo. Concedi a quanti varcheranno questa soglia di ottenere la salvezza”.
Dalla Repubblica Democratica del Congo una storia di rinascita
Nei primi giorni di luglio il segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, nel viaggio nella Repubblica Democratica del Congo ha incontrato anziani, bambini, donne sole con i figli, coppie, adolescenti, uniti dall’unico comune denominatore della sofferenza: quella che ha la forma del rifiuto e dello stigma sociale, della malattia e della disabilità intellettiva, dell’abbandono anche da parte degli stessi familiari. Una sofferenza guarita a volte solo con l’amore e senza nemmeno cure mediche specifiche.





























