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Cresce la Rete Mondiale del Turismo Religioso: Messico e Perù nuovi membri
La Rete Mondiale del Turismo Religioso (RMTR) ha ulteriormente rafforzato la propria dimensione internazionale nel corso di FITUR, attraverso una serie di incontri istituzionali e professionali di alto livello che ne hanno consolidato il ruolo quale piattaforma globale di cooperazione nel settore del turismo religioso. La RMTR continua a crescere insieme a destinazioni, istituzioni pubbliche e operatori specializzati che condividono una visione del turismo fondata sulla collaborazione, sul valore culturale e spirituale dei territori e su una prospettiva di sviluppo sostenibile con impatto globale.
Durante i tre giorni di FITUR si sono svolte numerose riunioni strategiche volte alla costruzione di progettualità future: nuove adesioni che ampliano la rete, destinazioni che entrano a farne parte, alleanze istituzionali emergenti e iniziative destinate a produrre effetti concreti nella valorizzazione dei territori coinvolti.
In tale contesto, l’ingresso del Messico e del Perù come Paesi membri, insieme al Guatemala, rappresenta un significativo rafforzamento della Rete Mondiale del Turismo Religioso e contribuisce a dare maggiore visibilità al turismo religioso quale ambito privilegiato di incontro spirituale, dialogo interculturale e opportunità di sviluppo socio-economico.
Un ulteriore passo strategico è rappresentato dall’avvio del Marchio di Qualità per le destinazioni di turismo religioso, iniziativa che la WRTN sviluppa congiuntamente al CIT di Tenerife, finalizzata all’implementazione di nuovi servizi e standard condivisi all’interno della Rete. Ogni momento di confronto e ogni certificazione di adesione consegnata ai membri presenti a FITUR rafforzano una convinzione comune: il turismo religioso costituisce un potente strumento di connessione tra culture, di dialogo tra popoli e di valorizzazione dell’identità, della spiritualità e del patrimonio culturale di milioni di persone nel mondo.
Di particolare rilevanza è stato l’incontro con Josefina Rodríguez Zamora, Segretaria al Turismo (SECTUR) del Messico, durante il quale il Governo della Presidente Claudia Sheinbaum Pardo ha ricevuto ufficialmente il diploma di Paese Membro della Rete Mondiale del Turismo Religioso. Nel dialogo istituzionale sono state condivise linee strategiche e proposte di governance orientate a posizionare il Messico come attore di primo piano nel panorama turistico internazionale, valorizzando il turismo di fede quale prodotto strategico, anche in virtù della presenza del Santuario di Guadalupe, il più grande santuario cattolico del mondo per numero di pellegrini annui.
Il Messico si distingue inoltre per essere il Paese con il maggior numero di città aderenti alla WRTN, tra cui: San Luis Potosí, Querétaro, Guanajuato Capitale, Zapopan e Città del Messico. Presso lo stand ufficiale del Perù a FITUR si è svolta la cerimonia di consegna del certificato di adesione alla RMTR, ricevuto dalla Ministra del Commercio Estero e del Turismo, Teresa Mera, formalizzando così l’ingresso del Paese nella Rete Mondiale del Turismo Religioso. In tale occasione, la Ministra ha sottolineato l’importanza strategica del turismo religioso per il Perù, in particolare dopo la designazione di Papa Leone XIV.
La Direttrice Generale della RMTR, Pilar Valdés, ha evidenziato come l’ingresso del Perù rappresenti «un grande impegno per la Rete Mondiale del Turismo Religioso», ringraziando María Sol Velázquez di PromPerú e la Camera Nazionale del Turismo del Perù per il lavoro di coordinamento istituzionale. Presso lo stand di Tenerife – Isole Canarie (Spagna), nell’ambito di FITUR, si è svolta la presentazione ufficiale del Marchio di Qualità per le destinazioni di turismo religioso.
Hanno partecipato il Presidente del CIT Nordeste, D. Mateo Gutiérrez, insieme ai membri del Consiglio Direttivo. Per la Rete Mondiale del Turismo Religioso erano presenti la Direttrice Generale Pilar Valdés ed Edit Székely, Direttrice per l’Europa della WRTN. Il CIT Nordeste e la WRTN hanno espresso il proprio apprezzamento nei confronti dei dirigenti delle diverse destinazioni religiose che, insieme ai rispettivi team, operano costantemente per lo sviluppo turistico e sociale di Tenerife, congratulandosi inoltre con tutti coloro che hanno ricevuto i certificati di adesione.
Nel corso di FITUR 2026, la Direttrice Generale della Rete Mondiale del Turismo Religioso, Pilar Valdés, ha ricevuto il riconoscimento come una delle 150 persone più influenti nel settore del turismo, per il quarto anno consecutivo.
Con oltre trent’anni di esperienza, Pilar Valdés ha consolidato un percorso professionale di eccellenza nel campo del turismo culturale e religioso. La sua visione strategica, la capacità di leadership e l’approccio innovativo l’hanno condotta alla Direzione Generale della Rete Mondiale del Turismo Religioso, iniziativa promossa dal Tourism and Society Think Tank.
Nell’ambito dei risultati conseguiti dalla WRTN a FITUR, Israele ha manifestato formalmente il proprio interesse a entrare a far parte della Rete Mondiale del Turismo Religioso, con l’obiettivo di rilanciare e rafforzare i pellegrinaggi in Terra Santa. A seguito di un incontro istituzionale, il Direttore Generale del Ministero del Turismo di Israele, Michael Itzhakov, e il Vicedirettore Generale per il Marketing, Yoash Ben Izhak, hanno comunicato alla Direttrice Generale Pilar Valdés la volontà di avviare un percorso di adesione alla Rete.
Durante i colloqui sono state analizzate possibili iniziative congiunte, tra cui l’organizzazione di un grande evento internazionale di turismo religioso dedicato alle tre religioni a Gerusalemme, fam trip con operatori specializzati e ulteriori azioni di promozione previste nel corso del 2026.
Nel contesto delle attività della Rete Mondiale del Turismo Religioso, è stato evidenziato anche il ruolo strategico dell’Italia. In occasione del Terzo Forum del Turismo, tenutosi a Milano, Biagio Maimone, Coordinatore per l’Italia della RMTR e Direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo, voluta e benedetta da Papa Francesco, il cui Presidente è Mons. Yoannis Lazhi Gaid, suo storico Segretario, ha sottolineato, nel corso di una intervista radiofonica, come l’Italia rappresenti uno dei Paesi con il maggiore potenziale di sviluppo nel settore del turismo religioso.
Grazie a un patrimonio unico al mondo, costituito da percorsi storici e devozionali, chiese, santuari e monumenti di straordinario valore, diffusi capillarmente su tutto il territorio nazionale, l’Italia dispone delle condizioni ideali per sviluppare un modello di turismo religioso integrato, capace di coniugare spiritualità, cultura ed economia locale. Secondo Maimone, il turismo religioso costituisce una leva strategica di sviluppo sostenibile, in grado di generare benefici economici, culturali e sociali per i territori.
(Foto: Rete mondiale del Turismo Religioso)
Le scuole paritarie cattoliche sono di buona qualità
Le scuole paritarie cattoliche in Italia sono ampiamente promosse per l’impegno profuso nell’aggiornamento didattico e nella cura della comunità educativa, così come è stato certificato dal Quarto monitoraggio della qualità della scuola cattolica italiana, elaborato dal Centro Studi per la Scuola Cattolica della CEI (in riferimento all’anno scolastico 2021/2022), a partire dai dati dell’Invalsi utilizzati per documentare le prassi educative e i risultati ottenuti, che in conclusione sintetizza alcuni ‘divari’:
“Il presente monitoraggio conferma una serie di divari che caratterizzano le scuole cattoliche. Il primo è purtroppo di carattere economico, visto che i costi favoriscono l’iscrizione di alunni appartenenti a fasce socio-culturali tendenzialmente più elevate (e questo può spiegare almeno in parte anche i buoni risultati scolastici). Il secondo divario è di carattere territoriale, con una condizione migliore delle scuole cattoliche nelle regioni del Nord e più problematica al Sud. Il terzo divario da ricordare è quello ordinamentale tra le scuole dell’infanzia, numericamente maggioritarie, e gli altri ordini di scuola.
Si tratta più in generale di due segmenti del sistema che presentano dinamiche differenti: nel medio periodo sono soprattutto le scuole dell’infanzia a manifestare un preoccupante calo numerico nel numero di scuole e di iscritti, mentre nella secondaria si registrano timidi segnali di ripresa negli ultimi anni. I due segmenti risultano diversi anche dal punto di vista gestionale, dove si conferma, soprattutto nell’infanzia, la crescita dell’iniziativa laicale, pur in presenza di una faticosa tenuta delle congregazioni religiose”.
In compenso nella scuola cattolica ci sono molte risorse per l’offerta formativa: “Le risorse delle scuole cattoliche sono senz’altro buone, soprattutto sul piano materiale, con un patrimonio edilizio solido ed abbondante. Le risorse umane sono meno stabili, ma hanno il loro punto di forza nella formazione permanente. Tra gli obiettivi qualificanti delle scuole cattoliche viene confermato l’impegno per la costituzione di una comunità educativa, che riesce a coinvolgere positivamente alunni e genitori.
L’offerta formativa è buona e spesso arricchita da attività e servizi integrativi. L’attenzione all’inclusione di alunni stranieri e con disabilità è condizionata dai costi, ma c’è uno sforzo costante di aumentare progressivamente queste componenti della scolaresca. I risultati scolastici possono apparire un punto di forza delle scuole cattoliche, visti gli esiti quasi sempre migliori del resto del sistema di istruzione, ma le scuole cercano di mantenere anche un’identità ecclesiale, sebbene non sia questo il principale fattore di attrazione”.
Nell’arco di questi anni le scuole cattoliche possono vantare una lunga tradizione, anche se non mancano scuole di nuova istituzione. In media, sulla base dell’indagine campionaria del 2022, l’età delle scuole si aggira intorno al secolo di vita: 78,8 anni per le scuole dell’infanzia, 93 anni per le scuole primarie, 98 anni per le secondarie di I grado e 108 anni per le secondarie di II grado.
L’andamento delle iscrizioni nel breve-medio periodo costituisce comunque l’indicatore più importante per valutare la vitalità di una scuola. A partire dal picco del 2010-11, nell’arco di 13 anni sono scomparse in tutto 1.843 scuole (-19,7%), con una media di oltre 140 all’anno, ma con sensibili variazioni da un anno all’altro, non solo in negativo, come mostrano le colonne che per ogni ordine e grado di scuola evidenziano la variazione percentuale rispetto all’anno precedente.
Disaggregando l’analisi per singolo livello scolastico si può notare che il grosso delle chiusure sono concentrate nella scuola dall’infanzia (-1.568 = -22,2%), mentre per il resto si perdono 149 scuole primarie (-13,2%), 79 scuole secondarie di I grado (-13,4%) e 47 scuole secondarie di II grado (-7,8%), precisando però che tra queste ultime l’andamento è molto più irregolare per via di aumenti e diminuzioni sensibili anche nel breve periodo.
Più interessante (e critico) è l’andamento del numero di iscrizioni, che mostra nell’arco dello stesso periodo la perdita complessiva di 225.501 alunni (-30,4%), derivante da un calo di 175.615 bambini nella scuola dell’infanzia (-38,7%), di 34.815 alunni nella scuola primaria (-22,2%), di 5.291 alunni nella scuola secondaria di I grado (-8,0%) e di 9.780 studenti nella secondaria di II grado (-15,3%).
Quindi la secondaria di II grado sta facendo registrare sistematicamente dal 2018-19 una tendenza all’aumento delle iscrizioni, che va a temperare il calo più grave subito negli anni precedenti. Se si confronta questa leggera ripresa con la diminuzione del numero di scuole, si può parlare di una sorta di ottimizzazione del settore con la scomparsa delle scuole più piccole e la maggiore capacità attrattiva delle scuole rimaste (almeno nel caso delle secondarie di II grado): “In ogni caso, viste le motivazioni economiche che condizionano in genere le iscrizioni, il mantenimento di un discreto numero di alunni può essere già un primo indicatore di qualità, dato che le famiglie ritengono di continuare a investire in queste scuole”.
Quindi l’offerta formativa è buona e spesso arricchita da attività e servizi integrativi. I contenuti che riguardano la costruzione di una comunità educativa si colloca al terzo posto con il 35,1% delle scelte (ma nelle secondarie di II grado è al primo posto con il 57,7%). Inoltre dall’analisi emerge che le scuole cattoliche sono inclusive:
“Il 6% degli iscritti non sono italiani e questa percentuale, sui rispettivi iscritti, nelle scuole statali nell’insieme si attesta al 10,8%. Va notato che nel corso degli anni è andata progressivamente crescendo nelle scuole cattoliche la quota di alunni stranieri, parallelamente al tasso di immigrazione”, ha rilevato Ernesto Diaco, direttore dell’Ufficio nazionale per l’Educazione, la scuola e l’università, ricordando che “una maggiore presenza di stranieri è impedita dai costi, ma la distanza non è incolmabile e le scuole cattoliche sono per loro natura aperte all’accoglienza e al dialogo interculturale”.
Un dato significativo è inoltre quello riguardante l’alleanza scuola-famiglia: i genitori partecipano in misura più che doppia alle elezioni degli organi collegiali interni rispetto a quanto accade nel resto delle scuole italiane. Il 93% dei genitori partecipa ai colloqui periodici con gli insegnanti (93,0%), prende parte a attività ricreative di vario genere (33,6%), collabora concretamente alla gestione della scuola (20,9%) e alla promozione di iniziative culturali in accordo con il gestore (15,0%).
Il monitoraggio mette in luce anche alcuni ‘gap’, di cui il primo è quello di carattere economico, visto che i costi favoriscono l’iscrizione di alunni appartenenti a fasce socio-culturali tendenzialmente più elevate (e questo può spiegare almeno in parte anche i buoni risultati scolastici). Il secondo è di carattere territoriale, con una condizione migliore delle scuole cattoliche nelle regioni del Nord e più problematica al Sud. Il terzo è quello ordinamentale tra le scuole dell’infanzia, numericamente maggioritarie, e gli altri ordini di scuola.
Le risorse delle scuole cattoliche sono senz’altro buone, soprattutto sul piano materiale, con un patrimonio edilizio solido e abbondante. Alle aule ordinarie, infatti, si aggiungono gli spazi per attività speciali: il 97,7% delle scuole posseggono cortili, il 95,6% palestre, il 94,9% un laboratorio di informatica, l’84,9% un laboratorio scientifico ed il 74,3% una mensa. Le risorse umane sono meno stabili, ma hanno il loro punto di forza nella formazione permanente: il 7% del personale presta servizio a titolo gratuito; il 57% è assunto con contratto a tempo indeterminato mentre il 35,9% a tempo determinato.
CittadinanzAttiva e Save the Children: rendere servizio pubblico le mense scolastiche
€ 84 ed € 85 al mese: è quanto una famiglia ha speso in media nell’anno scolastico in corso per la mensa di un figlio iscritto rispettivamente alla scuola dell’infanzia e alla primaria. Si tratta di € 4,20 ed € 4,26 a pasto. La regione mediamente più costosa è la Basilicata (109€ mensili) mentre quella più economica è la Sardegna (61€ nell’infanzia e 65€ per la primaria), secondo un’indagine svolta da CittadinanzAttiva; quindi l’incremento rispetto alla precedente indagine, riferita al 2022/23, è stato di oltre il 3%, ma le variazioni sono molto differenti a livello regionale: in Calabria si registra un aumento di oltre il 26%, mentre in Umbria la riduzione più evidente di circa il 9%.
A livello di singoli capoluoghi di provincia, sono le famiglie di Barletta a spendere di meno per il singolo pasto (2€ sia per l’infanzia che per la primaria) mentre per l’infanzia si spende di più a Torino (6,60€ a pasto) e per la primaria a Livorno e Trapani (6,40€). Fra le città metropolitane, soltanto Roma rientra nella classifica delle meno care, con un costo a pasto per la famiglia ‘tipo’ di circa 2,32€ in entrambe le tipologie di scuola.
Questi i dati che emergono dalla VII Indagine sulle mense scolastiche, con la quale abbiamo ha preso in esame le tariffe di tutti i 110 capoluoghi di provincia sia per la scuola dell’infanzia che per la primaria, come ha dichiarato Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale ‘Scuola’ di Cittadinanzattiva:
“Da anni chiediamo che la ristorazione scolastica diventi un servizio pubblico essenziale, e fra le raccomandazioni previste anche dal ‘Piano di Azione nazionale per l’attuazione della garanzia infanzia’ vi è quella di rendere il pasto scolastico gradualmente gratuito per tutti, partendo dai bambini e dalle bambine che vivono in famiglie in povertà assoluta.
Una condizione che purtroppo accomuna sempre più minori: il 4,9% dei minori di 16 anni è in condizione di deprivazione alimentare e il 2,5% non può permettersi un pasto proteico al giorno. Nel frattempo riteniamo prioritario che la Commissione Parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, insieme a tutti gli stakeholder interessati compresi gli utenti, avvii una indagine conoscitiva per individuare un piano di interventi su aspetti quali: qualità e costo delle derrate alimentari, filiera di approvvigionamento, rispetto dei menù, ruolo delle Commissioni Mensa, fasce di agevolazione nelle tariffe, sistema degli appalti, condizioni lavorative del personale addetto, rispetto dei CAM, monitoraggio dei programmi pubblici mense bio e frutta e verdura a scuola, progetti di educazione all’alimentazione corretta”.
Secondo l’Anagrafe nazionale, un terzo degli edifici scolastici, ossia 13.533 su 40.160, sono dotati di locale mensa. La distribuzione però non è omogenea, in quanto nelle regioni del Sud Italia poco più di un edificio su cinque dispone di una mensa scolastica (al Centro è il 41% e al Nord il 43%) e la quota scende al 15,6% in Campania e al 13,7% in Sicilia. La regione con un numero maggiore di scuole dotate di mensa è la Valle d’Aosta (72%), seguita da Piemonte, Toscana e Liguria dove è presente in 6 edifici su 10. In Puglia, Abruzzo e Lazio sono presenti in un edificio su quattro.
Il PNRR non viene incontro alle esigenze delle scuole del Sud, almeno non nella misura sperata. Su 1052 interventi previsti ed € 600.000.000 di fondi stanziati, il Sud riceve (da graduatorie di giugno 2023, le ultime disponibili) la metà delle risorse, contro il 58% previsto da piano originario.
Inoltre, sul totale degli interventi previsti a livello nazionale, poco più della metà (541 su 1052) prevede la costruzione di nuovi locali mensa; per il 21% si tratta di interventi di demolizione, ricostruzione ed ampliamento e per il 28% di riqualificazione, riconversione e messa in sicurezza di spazi e mense preesistenti.
Per questo CittadinanzAttiva propone di riconoscere le mense scolastiche come servizio pubblico essenziale e di impedire qualsiasi forma di esclusione dai bambini le cui famiglie siano in condizioni di povertà; contrastare i casi di morosità ingiustificata; uniformare le tariffe minime e massime, almeno per aree territoriali del Paese (Nord, Centro e Sud).
L’altra proposta è quella di rendere gli studenti protagonisti dell’educazione alimentare e dei corretti stili di vita, mettendoli al centro dei percorsi formativi in ambito scolastico affinché diventino essi stessi informatori di salute presso i loro coetanei e le proprie famiglie; quindi eliminare dai distributori automatici delle scuole il cibo spazzatura, ed inserire solo prodotti freschi e naturali, possibilmente locali.
Quindi anche per l’ong ‘Save the Children’ è prioritario rendere le mense scolastico un servizio pubblico: “Il servizio della mensa scolastica diventa ogni anno più costoso per le famiglie in Italia e le disuguaglianze territoriali penalizzano il Sud dove bambine e bambini hanno minori possibilità di accesso. I dati diffusi oggi da Cittadinanzattiva confermano la necessità di un investimento maggiore per garantire a tutti gli alunni della scuola primaria, su tutto il territorio nazionale, l’accesso servizio di refezione scolastica”.
La mensa scolastica è fondamentale per garantire a studentesse e studenti, soprattutto quelli in condizioni di maggior bisogno, il consumo di almeno un pasto sano ed equilibrato al giorno. Ad oggi invece solo poco più di un bambino su due in Italia (55,2% degli alunni della scuola primaria) ha accesso alla mensa e meno di due classi su cinque (38,3%) sono a tempo pieno: “E’ necessario rendere l’offerta di un pasto sano al giorno un servizio pubblico essenziale per il quale stabilire uno specifico LEP (livello essenziale delle prestazioni). Un primo passo in questa direzione sarebbe istituire un ‘Fondo di contrasto alla povertà alimentare a scuola’ da destinare ai comuni che utilizzano una quota di bilancio per consentire l’accesso alla mensa agli studenti della scuola primaria in difficoltà economiche e aumentare le risorse destinate al Fondo di solidarietà comunale”.
Caritas: la relazione del volontario è una risorsa
Si è svolta online martedì 19 marzo la presentazione del volume ‘Tutto è possibile. Il volontariato in Caritas: dati e riflessioni’, che riporta i dati dell’indagine condotta da Caritas Italiana nel 2023 sulla presenza del volontariato nei servizi e nelle opere Caritas, mediante un approccio quantitativo (mappatura della presenza del volontariato nel territorio) e qualitativo (analisi in profondità sul profilo sociale dei volontari), come ha sottolineato il direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello:
“La ricerca ci ricorda le sfide che affronta oggi il volontariato: quella della qualità, che implica formazione continua e innovazione dei servizi, quella di creare reti e diffondere il valore della corresponsabilità e, non ultima, quella di favorire lo sviluppo e interagire con una realtà sociale, economica e culturale diversificata. Il valore del volontariato risiede, infatti, nel desiderio di stare con le persone e condividere quello spazio relazionale che aggiunge ricchezza ad ogni forma di impegno sociale. Non si tratta solo di lavorare per gli ultimi, ma di essere con gli ultimi, di farsi prossimi, compagni di viaggio e di vita”.
In base ai dati raccolti sul territorio nello scorso anno 2023, relativi ai volontari più stabilmente impegnati, si evidenzia la presenza di 84.248 volontari, di cui 22.275 nei servizi/opere di livello diocesano e 61.973 nella dimensione parrocchiale. La metà dei volontari è presente nelle regioni del Nord Italia (50,4%). Il 16,6% è attivo nel Centro, il 33% nel Mezzogiorno (Sud e Isole). La Regione con il più alto tasso di volontari sulla popolazione residente è l’Emilia-Romagna (in media 99 volontari per 100mila abitanti). Seguono le Marche e la Basilicata (90,5).
Un approfondimento su un campione di volontari restituisce l’identikit sociale del volontario Caritas in Italia: le persone anziane non sono la maggioranza assoluta: il 38,3% è ultra65enne, i giovani under 35 sono pari al 16,3%. I volontari hanno un titolo di studio medio-alto: il 77,4% ha almeno la maturità (il 34,2% è laureato). Sono prevalentemente pensionati (41,8%) e occupati (34,8%). Il 78,8% dei volontari Caritas si impegna per ‘essere utile agli altri, alla società’.
Al secondo posto spiccano le motivazioni legate all’esigenza di essere coerenti con la propria fede religiosa (49%). Poco rilevanti invece le motivazioni utilitaristiche (far carriera, ottenere crediti formativi, farsi strada in un nuovo ambiente di lavoro, ecc.), segnalate soltanto dal 2,8%. Il dato dimostra la forte componente di gratuità che caratterizza da sempre l’impegno volontario nel mondo della Caritas.
Il calcolo delle ore di volontariato dimostra un forte livello di impegno: poco meno di un volontario su quattro si impegna per più di 25 ore mensili. Ma ci sono persone che offrono piccoli spazi di tempo, anche di sole cinque ore mensili. Grazie a questo piccolo impegno è possibile assicurare l’apertura di servizi che altrimenti dovrebbero ridurre l’offerta o addirittura cessare di esistere. Il 38,5% dei volontari Caritas è contemporaneamente attivo in più servizi, gestiti anche da altri enti, pubblici o privati, non solamente di matrice ecclesiale.
L’indagine che Caritas Italiana ha condotto consegna interessanti provocazioni utili alla riflessione collettiva su questi temi e aggiunge elementi che ci consentono di delineare alcune sfide per il futuro, anche tenendo conto della presenza di problemi e fatiche. L’aspetto critico più rilevante per i volontari Caritas è quello della difficile gestione delle situazioni umane delle persone richiedenti aiuto (68,3% dei volontari). Seguono la scarsità delle risorse materiali a disposizione (49,5%) e la difficoltà a conciliare tempi di vita e tempi di impegno in Caritas (36,8%).
Nel complesso, a dispetto dei vari problemi segnalati, la quota dei volontari soddisfatti (del tutto o abbastanza) è decisamente maggioritaria: 95,8%. Solo un piccolo gruppo di volontari si dichiara insoddisfatto, e tra questi solamente lo 0,8% afferma di essere ‘del tutto insoddisfatto’. Il Rapporto Caritas contiene alcuni brevi saggi di riflessione ad opera di vari enti nazionali (Cei, CSVnet, Forum del Terzo Settore), sulle radici del volontariato e i recenti segnali di trasformazione, sul suo senso civile e pastorale, sui valori fondanti e la dimensione della cittadinanza attiva.
A conclusione del rapporto don Michele Gianola, direttore dell’Ufficio Nazionale della Cei per la pastorale delle vocazioni, ha sottolineato la dimensione pastorale del volontariato nella Caritas: “Fare esperienza della carità di Dio e dell’amore gratuito è bagnarsi nella vita spirituale della quale, oggi, sentiamo amplificarsi la sete. Oggi molti uomini e donne (molti giovani, soprattutto) bramano un significato, un senso alla vita.
Diverse ricerche sociologiche lo confermano, ma è sufficiente aprire gli occhi e fare memoria di ogni volta che abbiamo acconsentito a quel movimento che dal Padre passa attraverso il Figlio e i gesti di uomini e donne che si sono presi cura di noi, nella benevolenza e nella misericordia. Senza saperlo ci hanno regalato il significato e la direzione indicandoci, nei loro gesti, la destinazione e il senso di tutto. Il Paradiso, la Gerusalemme celeste, è una città che raccoglie uomini e donne da tutta la storia e la geografia, nella quale rimane e cresce ciò che in questa vita è stato bagnato dalla carità, l’unica cosa che resta”.
Papa Francesco raccomanda attenzione alle ideologie che minano la famiglia
Ad inizio settimana papa Francesco ha ricevuto in udienza la Comunità Accademica del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, ringraziando il Gran Cancelliere, mons. Vincenzo Paglia, il preside, mons. Philippe Bordeyne, i vice-presidi delle sezioni extra urbe, i professori e tutti gli studenti nella ricorrenza del motu proprio ‘Summa familiae’:
Nell’emergenza Covid 19 il cibo diventa prima risorsa per l’Italia
L’agroalimentare è l’unico settore che resiste all’emergenza coronavirus che ha fatto crollare i fatturati di tutti gli altri comparti protagonisti del Made in Italy dalla moda alle automobili fino all’arredamento: ciò è emerso da una analisi della Coldiretti in occasione del Cibus Forum, dalla quale si evidenzia che con € 538.000.000.000 di valore la filiera agroalimentare è diventata la prima ricchezza del Paese resistendo meglio degli altri settori al drammatico impatto della pandemia da Covid-19.




























