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Mons. Varden: gli angeli sono mediatori della provvidenza di Dio
“Durante i quaranta giorni di permanenza di Cristo nel deserto, Satana gli si avvicinò e gli citò il Salmo 90, in particolare due versetti sugli angeli. ‘Il diavolo – leggiamo in san Matteo – lo portò nella città santa e lo pose sul pinnacolo del tempio’ e lo sfidò a dimostrare di essere il Figlio di Dio gettandosi giù, ‘perché sta scritto: Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo ed Essi ti porteranno sulle loro mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra”: nell’ottava meditazione di quaresima mons. Varden ha riflettuto sul tema ‘Gli angeli di Dio’, ricordando che san Bernardo esortava a seguire il loro esempio, cioè scendere e mostrare ‘misericordia al prossimo’, ma anche salire facendosi guidare dai ‘desideri umani naturali’.
Il predicatore ha sottolineato che Dio non tenta l’uomo con un salto ‘nel vuoto’, ma lo invita a ‘saltare’ nelle sue braccia: “Gli interventi angelici non sono sempre rassicuranti. Gli angeli non sono lì per assecondare i nostri capricci. In una preghiera popolare riconducibile a Reginaldo di Canterbury, contemporaneo di Bernardo, chiediamo al nostro angelo custode di ‘illuminarci, custodirci, reggerci e governarci’.
Sono verbi forti: un angelo è prima di tutto un custode della santità. La vita monastica fu presto compresa e presentata come angelica per la sua finalità di lode, ma anche perché il monaco è chiamato a essere infiammato dall’amore di Dio e a diventarne un emissario per gli altri”.
Per questo gli angeli hanno la funzione di mediazione: “L’unico ‘canto di lode’ di Cristo, di cui parla ‘Sacrosanctum Concilium’ in un bellissimo passaggio, risuona dalle estremità della terra alle vette del cielo attraverso una pulsante catena di mediazione. Gli angeli sono parte essenziale di questa catena, come affermiamo in ogni Prefazio all’interno del canone della Messa.
Nei sermoni sul ‘Qui habitat’, Bernardo sottolinea il ruolo degli angeli come mediatori della provvidenza di Dio. La mediazione non è sempre necessaria: Dio può toccarci senza mediatori. Tuttavia, egli si compiace di lasciare che le sue creature siano canali di grazia l’una per l’altra”.
Infatti san Bernardo esorta a guardare le azioni dell’angelo: “Bernardo ci esorta a guardare ciò che fa un angelo e a fare altrettanto: ‘Scendi e mostra misericordia al tuo prossimo; e di nuovo, elevando con il medesimo angelo i tuoi desideri, sforzati di ascendere con tutta la cupiditas della tua anima alla somma ed eterna verità’. Raramente, questi giorni, si fa riferimento a Cupido nello stesso contesto della ‘somma ed eterna verità’. La scelta lessicale di Bernardo è provocatoria: ci dice che tutti i desideri umani naturali, anche i carnali, sono attratti verso il compimento in Dio; quindi devono essere guidati verso di esso”.
Infine hanno il compito di condurci a Dio: “L’ultimo e più decisivo atto di carità degli angeli avverrà nell’ora della nostra morte, quando ci porteranno attraverso il velo di questo mondo nell’eternità. Manifesteranno allora le loro caratteristiche: ‘Non possono essere vinti né sedotti, e tanto meno possono sedurci’.
Ogni finzione cadrà in quell’ora: la retorica verrà meno, solo la verità rimarrà, in piena consonanza con la misericordia. Bernardo predicò con accuratezza su questi temi nel 1139. 726 anni dopo, un uomo di temperamento diverso ma di intelligenza affine avrebbe reso esplicite le sue intuizioni in una squisita poesia sulla morte”.
Quella persona era san John Henry Newman, che “rifletteva molto sugli angeli. Concepiva il ministero sacerdotale come angelico. Il sacerdote è a casa propria in questo mondo, non ha paura di andare nei boschi oscuri alla ricerca dei perduti. Allo stesso tempo, tiene gli occhi della mente sollevati verso il volto del Padre, lasciando che il suo splendore illumini tutta la realtà presente. L’illuminazione è sempre duplice: intellettuale ed essenziale, sacramentale e pedagogica”.
Traslando la situazione il predicatore ha evidenziato la necessità di riscoprire l’insegnante come un angelo: “Newman, ora Dottore della Chiesa, ci chiede pure di riscoprire l’insegnante come illuminatore angelico. E’ una sfida profetica e bella, se pensiamo a quanto la cosiddetta ‘istruzione’ è adesso affidata ai media digitali, anche artificiali, mentre i giovani adulti, gli adolescenti ed i bambini desiderano incontrare insegnanti degni di fiducia, che possano impartire non solo abilità ma saggezza”.
Ecco il motivo per cui l’incontro con un angelo è personale e non può essere sostituito: “Un incontro angelico è personale. Non può essere sostituito da un download o da un chatbot”.
Mentre nella riflessione di ieri pomeriggio il predicatore aveva invitato a riflettere sulla Gloria di Dio: “La glorificazione, dice Bernardo, avviene quando, compiuto il nostro viaggio terreno, noi finalmente contempleremo quello che in questa vita abbiamo fermamente sperato, mettendo la nostra fiducia nel nome di Gesù. ‘Spes in nomine, res in facie est’. Non c’è modo di rendere il senso di questa formula concisa e bellissima se non con una parafrasi un po’ ampollosa: La nostra speranza è nel nome del Signore; la realtà sperata è nel vederlo faccia a faccia”.
Ecco il motivo per cui la Chiesa ricorda sempre che la gloria di Dio vive in ciascuno: “La Chiesa ricorda alle donne e agli uomini la gloria segreta che vive in loro. La Chiesa ci rivela che la mediocrità e la disperazione del presente, non ultima la mia disperazione per i miei persistenti fallimenti, non devono essere definitive; che il piano di Dio per noi è infinitamente meraviglioso; e che Dio, attraverso il Corpo mistico di Cristo, ci darà la grazia e la forza di cui abbiamo bisogno per raggiungerlo, se solo glielo chiediamo”.
E tale gloria si manifesta attraverso i santi: “La Chiesa manifesta splendori di ‘gloria nascosta’ nei suoi santi. I santi sono la prova che la malattia e la degradazione possono essere mezzi che la Provvidenza usa per realizzare uno scopo glorioso, conferendo forza ai deboli ed, ancora non contenta di così poco, rendendoli santi radiosi”.
Inoltre tale gloria si manifesta nei sacramenti: “La Chiesa comunica la ‘gloria nascosta’ nei suoi sacramenti. Ogni sacerdote, ogni cattolico conosce la luce che può irrompere nel confessionale, durante un’unzione, un’ordinazione o un matrimonio. La più splendida, e per certi versi la più velata, è la gloria della santa Eucaristia”.
Papa Leone XIV invita a ringraziare Dio
“Viviamo questo incontro di riflessione nell’ultimo giorno dell’anno civile, vicini al termine del Giubileo e nel cuore del tempo di Natale. L’anno che è passato è stato certamente segnato da eventi importanti: alcuni lieti, come il pellegrinaggio di tanti fedeli in occasione dell’Anno Santo; altri dolorosi, come la dipartita del compianto papa Francesco e gli scenari di guerra che continuano a sconvolgere il pianeta. Alla sua conclusione, la Chiesa ci invita a mettere tutto davanti al Signore, affidandoci alla sua Provvidenza e chiedendogli che si rinnovino, in noi e attorno a noi, nei giorni a venire, i prodigi della sua grazia e della sua misericordia”: nell’ultima udienza generale di quest’anno papa Leone XIV ha offerto una riflessione partendo dal Giubileo della speranza e dal Natale.
Per questo motivo nell’ultimo giorno dell’anno solare la Chiesa eleva a Dio il canto del ‘Te Deum’ dei Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio.: “E’ in questa dinamica che si inserisce la tradizione del solenne canto del Te Deum, con cui stasera ringrazieremo il Signore per i benefici ricevuti. Canteremo: ‘Noi ti lodiamo, Dio’, ‘Tu sei la nostra speranza’, ‘Sia sempre con noi la tua misericordia’…
Ed è con questi atteggiamenti che oggi siamo chiamati a meditare su ciò che il Signore ha fatto per noi nell’anno passato, come pure a fare un onesto esame di coscienza, a valutare la nostra risposta ai suoi doni e chiedere perdono per tutti i momenti in cui non abbiamo saputo far tesoro delle sue ispirazioni e investire al meglio i talenti che ci ha affidato”.
Ed è anche occasione per riflettere sul significato di questo anno giubilare: “Questo ci porta a riflettere su un altro grande segno che ci ha accompagnato nei mesi scorsi: quello del ‘cammino’ e della ‘meta’. Tantissimi pellegrini sono venuti, quest’anno, da ogni parte del mondo, a pregare sulla Tomba di Pietro e a confermare la loro adesione a Cristo. Questo ci ricorda che tutta la nostra vita è un viaggio, la cui meta ultima trascende lo spazio e il tempo, per compiersi nell’incontro con Dio e nella piena ed eterna comunione con Lui”.
Riprendendo la definizione del giubileo come un atto di fede ‘in attesa di futuri destini’ di san Paolo VI il papa ha invitato a vedere in maniera ‘diversa’ il passaggio della Porta Santa: “E in tale luce escatologica di incontro fra finito e infinito si inquadra un terzo segno: il passaggio della Porta Santa, che in tanti abbiamo fatto, pregando e impetrando indulgenza per noi e per i nostri cari. Esso esprime il nostro ‘sì’ a Dio, che col suo perdono ci invita a varcare la soglia di una vita nuova, animata dalla grazia, modellata sul Vangelo… E’ il nostro ‘sì’ a una vita vissuta con impegno nel presente e orientata all’eternità”.
L’udienza è stato un invito a meditare sul significato del Natale con l’aiuto di san Leone Magno: “Carissimi, noi meditiamo su questi segni nella luce del Natale… Il suo invito oggi è rivolto a tutti noi, santi per il Battesimo, perché Dio si è fatto nostro compagno nel cammino verso la Vita vera; a noi peccatori, perché, perdonati, con la sua grazia possiamo rialzarci e rimetterci in marcia; infine a noi, poveri e fragili, perché il Signore, facendo propria la nostra debolezza, l’ha redenta e ce ne ha mostrato la bellezza e la forza nella sua umanità perfetta”.
Ed ha terminato quest’udienza generale con le parole di papa san Paolo VI nella chiusura del Giubileo del 1975: “Per questo vorrei concludere ricordando le parole con cui san Paolo VI, al termine del Giubileo del 1975, ne descriveva il messaggio fondamentale: esso, diceva, è racchiuso in una parola: ‘amore’… Ci accompagnino questi pensieri nel passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, e poi sempre, nella nostra vita”.
E come ogni fine d’anno la Prefettura della Casa Pontificia ha diffuso le statistiche relative alla partecipazione di fedeli a udienze e celebrazioni liturgiche in Vaticano: durante il pontificato di papa Francesco hanno partecipato complessivamente agli eventi 262.820 persone, tra udienze generali, giubilari e speciali, celebrazioni liturgiche ed Angelus. Dall’elezione di papa Leone XIV invece hanno preso parte 2.913.800 persone. Il totale complessivo dei fedeli è di 3.176.620. (Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: la giustizia di Dio difende il povero
“Come dicevo poco fa commentando il Vangelo, anche oggi, in diverse parti del mondo, i cristiani subiscono discriminazioni e persecuzioni. Penso, in particolare, a Bangladesh, Nigeria, Mozambico, Sudan e altri Paesi, dai quali giungono spesso notizie di attacchi a comunità e luoghi di culto. Dio è Padre misericordioso e vuole la pace tra tutti i suoi figli! Accompagno nella preghiera le famiglie in Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, dove in questi giorni c’è stato un massacro di civili, almeno venti vittime di un attacco terroristico. Preghiamo che cessi ogni violenza e i credenti collaborino per il bene comune”: al termine della recita dell’Angelus e prima di pranzare con 1300 poveri papa Leone XIV ha ricordato le persecuzioni contro i cristiani ed i massacri compiuti contro i civili.
Ma non ha taciuto sugli attacchi contro i civili in Ucraina: “Seguo con dolore le notizie degli attacchi che continuano a colpire numerose città ucraine, compresa Kyiv. Essi causano vittime e feriti, tra cui anche bambini, e ingenti danni alle infrastrutture civili, lasciando le famiglie senza casa mentre il freddo avanza. Assicuro la mia vicinanza alla popolazione così duramente provata. Non possiamo abituarci alla guerra e alla distruzione! Preghiamo insieme per una pace giusta e stabile nella martoriata Ucraina”.
E prima del pranzo ha ringraziato la Società di San Vincenzo de’ Paoli per il pranzo offerto: “Questo pranzo che adesso riceviamo è offerto, dalla Provvidenza e dalla grande generosità della Comunità di San Vincenzo, i Vincenziani che vogliamo ringraziare. E poi è un anniversario: sono 400 anni dalla nascita del loro fondatore. Loro ci accompagneranno servendo al tavolo. Tanti auguri a tutti voi, i sacerdoti, le religiose, i laici volontari che lavorano in tutto il mondo aiutando tante persone povere e persone che vivono diverse necessità. Siamo davvero, davvero pieni di questo spirito di ringraziamento, di gratitudine in questa giornata”.
Mentre nella celebrazione eucaristica ha sottolineato il valore degli ‘ultimi tempi’: “Esso viene descritto come il tempo di Dio, in cui, come un’alba che fa sorgere un sole di giustizia, le speranze dei poveri e degli umili riceveranno dal Signore una risposta ultima e definitiva e verrà sradicata, bruciata come paglia, l’opera degli empi e della loro ingiustizia, soprattutto a danno degli indifesi e dei poveri”.
Ultimi tempi che rimandano alla giustizia: “Questo sole di giustizia che sorge, come sappiamo, è Gesù stesso. Il giorno del Signore, infatti, è non solo il giorno ultimo della storia, ma è il Regno che si fa vicino a ogni uomo nel Figlio di Dio che viene. Nel Vangelo, usando il linguaggio apocalittico tipico del suo tempo, Gesù annuncia e inaugura questo Regno: Lui stesso infatti è la signoria di Dio che si rende presente e si fa spazio negli accadimenti drammatici della storia”.
Una giustizia di Dio sempre vicina ai poveri ed agli oppressi: “E, dove sembrano esaurirsi tutte le speranze umane, si fa ancora più salda l’unica certezza, più stabile del cielo e della terra, che il Signore non farà perire neanche uno dei capelli del nostro capo.
Nelle persecuzioni, nelle sofferenze, nelle fatiche e nelle oppressioni della vita e della società, Dio non ci lascia soli. Egli si manifesta come Colui che prende posizione per noi. Tutta la Scrittura è attraversata da questo filo rosso che narra un Dio che è sempre dalla parte del più piccolo, dalla parte dell’orfano, dello straniero e della vedova. E in Gesù, suo Figlio, la vicinanza di Dio raggiunge il vertice dell’amore: per questo la presenza e la parola di Cristo diventa giubilo e giubileo per i più poveri, essendo Egli venuto per annunciare ai poveri il lieto annuncio e predicare l’anno di grazia del Signore”.
E le povertà sono molte: “Quante povertà opprimono il nostro mondo! Sono anzitutto povertà materiali, ma vi sono anche tante situazioni morali e spirituali, che spesso riguardano soprattutto i più giovani. Ed il dramma che in modo trasversale le attraversa tutte è la solitudine. Essa ci sfida a guardare alla povertà in modo integrale, perché certamente occorre a volte rispondere ai bisogni urgenti, ma più in generale è una cultura dell’attenzione quella che dobbiamo sviluppare, proprio per rompere il muro della solitudine.
Perciò vogliamo essere attenti all’altro, a ciascuno, lì dove siamo, lì dove viviamo, trasmettendo questo atteggiamento già in famiglia, per viverlo concretamente nei luoghi di lavoro e di studio, nelle diverse comunità, nel mondo digitale, dovunque, spingendoci fino ai margini e diventando testimoni della tenerezza di Dio”.
Una povertà che interpella tutti: “La povertà interpella i cristiani, ma interpella anche tutti coloro che nella società hanno ruoli di responsabilità. Esorto perciò i Capi degli Stati e i Responsabili delle Nazioni ad ascoltare il grido dei più poveri. Non ci potrà essere pace senza giustizia e i poveri ce lo ricordano in tanti modi, con il loro migrare come pure con il loro grido tante volte soffocato dal mito del benessere e del progresso che non tiene conto di tutti, e anzi dimentica molte creature lasciandole al loro destino”.
Per questo ha ringraziato tutto i volontari e gli operatori: “Agli operatori della carità, ai tanti volontari, a quanti si occupano di alleviare le condizioni dei più poveri esprimo la mia gratitudine, e nel contempo il mio incoraggiamento ad essere sempre più coscienza critica nella società. Voi sapete bene che la questione dei poveri riconduce all’essenziale della nostra fede, che per noi essi sono la stessa carne di Cristo e non solo una categoria sociologica
Agli operatori della carità, ai tanti volontari, a quanti si occupano di alleviare le condizioni dei più poveri esprimo la mia gratitudine, e nel contempo il mio incoraggiamento ad essere sempre più coscienza critica nella società. Voi sapete bene che la questione dei poveri riconduce all’essenziale della nostra fede, che per noi essi sono la stessa carne di Cristo e non solo una categoria sociologica”.
E’ stato un invito all’impegno: “Impegniamoci tutti. Come scrive l’Apostolo Paolo ai cristiani di Tessalonica, nell’attesa del ritorno glorioso del Signore non dobbiamo vivere una vita ripiegata su noi stessi e in un intimismo religioso che si traduce nel disimpegno nei confronti degli altri e della storia. Al contrario, cercare il Regno Dio implica il desiderio di trasformare la convivenza umana in uno spazio di fraternità e di dignità per tutti, nessuno escluso. E’ sempre dietro l’angolo il pericolo di vivere come dei viaggiatori distratti, noncuranti della meta finale e disinteressati verso quanti condividono con noi il cammino”.
Infine l’invito ad essere ispirati dalla testimonianza dei Santi, citando san Benedetto Giuseppe Labre: In questo Giubileo dei poveri lasciamoci ispirare dalla testimonianza dei Santi e delle Sante che hanno servito Cristo nei più bisognosi e lo hanno seguito nella via della piccolezza e della spogliazione. In particolare, vorrei riproporre la figura di san Benedetto Giuseppe Labre, che con la sua vita di ‘vagabondo di Dio’ ha le caratteristiche per essere patrono di tutti i poveri senzatetto. La Vergine Maria, che nel Magnificat continua a ricordarci le scelte di Dio e si fa voce di chi non ha voce, ci aiuti ad entrare nella nuova logica del Regno, perché nella nostra vita di cristiani sia sempre presente l’amore di Dio che accoglie, perdona, fascia le ferite, consola e risana”.
(Foto: Santa Sede)
San Giovanni Paolo II nel ricordo della Chiesa
A 20 anni dalla morte, avvenuta la sera del 2 aprile 2005, la Chiesa ha ricordato, ieri, san Giovanni Paolo II: il papa che in un lunghissimo e denso pontificato ha traghettato l’universo cattolico nel terzo millennio ed ha cambiato il corso della storia, fino all’uscita dalla guerra fredda e dal mondo diviso in blocchi.
E’ stata ricordata con una cerimonia eucaristica officiata dal segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, che nell’omelia ha ricordato la sua testimonianza: “Questa celebrazione eucaristica avviene nella gratitudine e nella gioia, perché ci riunisce nella memoria benedetta della morte di un santo, Giovanni Paolo II… Innamorato di Gesù Cristo, san Giovanni Paolo II considerava il mistero dell’Incarnazione come il centro della storia universale”, tanto da esclamare, nella prima omelia del pontificato: Spalancate le porte a Cristo!… Solo Cristo sa che cosa è nell’uomo”.
Nell’omelia il card. Parolin ha rievocato “lo straordinario coraggio e la costanza della testimonianza di fede di Giovanni Paolo II, che non ha mai cercato di piacere agli uomini ma a Dio… Qui sta certamente uno dei fondamenti dello straordinario coraggio e della costanza della testimonianza di fede di Giovanni Paolo II davanti agli uomini, in ogni situazione, in tutta la sua vita e in tutta l’eccezionale durata del suo pontificato. Non ha mai cercato di piacere agli uomini, ma a Dio. Ha vissuto davanti ai Suoi occhi”.
Inoltre ha citato un passo del testamento: “La Divina Provvidenza mi ha salvato in modo miracoloso dalla morte. Colui che è unico Signore della vita e della morte, Lui stesso mi ha prolungato questa vita, in un certo modo me l’ha donata di nuovo. Da questo momento essa ancora di più appartiene a Lui. Spero che Egli mi aiuterà a riconoscere fino a quando devo continuare questo servizio, al quale mi ha chiamato. Gli chiedo di volermi richiamare quando Egli stesso vorrà. Nella vita e nella morte apparteniamo al Signore, siamo del Signore”.
Mentre ricollegandosi al Giubileo ha citato quello dell’anno 2000: “Non possiamo dimenticare quel grande passaggio della Porta Santa fra due millenni, come pure l’invito del Santo Papa al termine del grande Giubileo perché la barca della Chiesa riprendesse il largo con fiducia nel mare del terzo millennio. Ci ripeteva le parole di Gesù a Simon Pietro, ‘Duc in altum, prendi il largo e gettate le reti per la pesca’. E la risposta di Pietro, ‘Sulla tua parola getterò le reti’.
Le sue parole continuano a ispirarci e riecheggiano in quelle del suo successore Francesco anche oggi, anche in questo nuovo Giubileo. Esso ci vede Chiesa in uscita, navigatori in acque agitate, ma pur sempre pellegrini di speranza, alle sorgenti della misericordia e della grazia, guidati dal successore di Pietro e assistiti dallo Spirito Santo”.
Infine ha ricordato la venerazione dei fedeli: “Anche noi oggi, come gli innumerevoli pellegrini che venendo continuamente in questa Basilica domandano anche la sua intercessione presso l’altare dove riposa il suo corpo, ripetiamo ancora: Ci benedica, Santo Padre Giovanni Paolo II! Benedica questa Chiesa del Signore in cammino, perché sia pellegrina di speranza. Benedica questa umanità lacerata e disorientata, perché ritrovi la via della sua dignità e della sua altissima vocazione, perché conosca la ricchezza della misericordia, dell’amore di Dio!”
All’inizio della celebrazione eucaristica il card. Stanislaw Dziwisz, segretario personale del papa santo, ha ricordato san Giovanni Paolo II: “La Chiesa conserva il ricordo commosso di un Pontefice venuto da un Paese lontano, ma che dopo un lungo pontificato si è fatto vicino al cuore di milioni di fedeli di tutto il mondo. Crediamo che egli stesso ci guarda dall’alto, sostenendo tutta la Chiesa nel suo pellegrinaggio verso l’eternità. E siamo consapevoli di quanto frutto porti la sua santità. Il Santo Papa sta adesso alla finestra alla finestra della Casa del Padre. Ci vede e ci benedice”.
Ed ha pregato per la salute di papa Francesco: “Il nostro cuore si stringe al Santo Padre. Sappiamo che in questa ora si unisce spiritualmente con noi. Preghiamo per la sua salute. Che il Signore dia a lui la forza necessaria per guidare la Chiesa peregrina in questo anno giubilare all’insegna della speranza, in questi tempi difficili per la Chiesa e per il mondo”.
(Foto: Vatican Media)
Proposte, autori, idee e battaglie delle culture avverse
La collana di saggistica ‘Le serate di san Pietroburgo, oggi’, a cura del giornalista e saggista Giuseppe Brienza, s’inserisce nel solco ideale della più nota opera del filosofo cattolico Joseph de Maistre (1753-1821) “Le serate di San Pietroburgo, o Colloqui sul governo temporale della Provvidenza” (1821). Con intento divulgativo e la Presentazione del politologo francese Alain de Benoist, il terzo volume appena pubblicato per le Edizioni Solfanelli (Chieti 2025, pp. 182, € 15) ha come sottotitolo “Proposte, autori, idee e battaglie per le culture avverse” ed è stato presentato sabato scorso nella Libreria-Caffè Letterario Horafelix di Roma, alla presenza del curatore, dell’editore Marco Solfanelli, del giornalista storico Pierangelo Maurizio e di Alain de Benoist in videocollegamento dalla Francia. Pubblichiamo l’intervento del curatore del terzo volume della collana, Giuseppe Brienza:
La serie di volumi collettanei dal titolo ‘Le serate di san Pietroburgo, oggi’, che curo dal 2014 per le Edizioni Solfanelli, trae ispirazione dalla più nota opera del filosofo cattolico Joseph de Maistre “Le serate di San Pietroburgo o Colloqui sul governo temporale della Provvidenza’ (1821). Finora sono stati pubblicati tre volumi di questa collana che, avverto, non parla di de Maistre ma da de Maistre, nel senso che cerca di “attualizzarne” il pensiero e le categorie fondamentali tratte dalla filosofia classica e cristiana. Ricordiamo a questo proposito l’aforisma del filosofo e politologo francese Alain de Benoist: «Non basta avere ricordi, bisogna anche renderli attivi».
Con intento divulgativo e la Presentazione del citato de Benoist, è appena stato pubblicato dalle Edizioni Solfanelli il terzo volume delle “Serate di san Pietroburgo, oggi” (Chieti 2025, pp. 184, € 15), con sottotitolo “Proposte, autori, idee e battaglie per le culture avverse”, formula quest’ultima che devo a Marcello Veneziani (Dall’egemonia culturale al politically correct, in Kommentar, 29 giugno 2022). Include 40 contributi, firmati da 18 studiosi cattolici sia laici, come chi vi parla (ho scritto nove ‘mini-saggi’), Andrea Bartelloni, Francesco Bellanti, Massimo De Angelis, Gian Luca Felice, Raffaele Iannuzzi, Franco Olearo, Matteo Orlando, Enrico Pagano, Giancarlo Polenghi, Andrea Rossi, Mino Russo, Vincenzo Silvestrelli e Umberto Spiniello, sia ecclesiastici come don Francesco Armenti, don Gian Maria Comolli, suor Daniela Del Gaudio e padre Enzo Vitale icms.
Le aree tematiche nelle quali sono stati raccolti i contributi sono dieci:
I. Bioetica
II. Comunismo
III. Contro-rivoluzione cattolica
IV. Conservatorismo, Europa e occidente
V. Famiglia-Educazione-Scuola
VI. Italia: storia politica e identità culturale
VII. Mariologia
VIII. Musica cristiana
IX. Santi per il XXI secolo
X. Cronache della chiesa contemporanea
Non c’è tempo per soffermarci sulle idee e battaglie che, richiamando la Dottrina sociale della Chiesa e il diritto naturale, sono presentate nei vari contributi, tutti collocabili comunque nell’orizzonte di una prospettiva “metapolitica”. Vale la pena richiamare, invece, alcuni degli Autori delle culture avverse che, secondo Marcello Veneziani, sono oggi quelle «di tipo cattolico, conservatore, tradizionale o nazionale».
Anzitutto fra i non allineati al Pensiero Unico riproponiamo nel volume un intellettuale “contraddittorio ma nemico della sinistra borghese” come Pier Paolo Pasolini, poi lo storico “revisionista” per antonomasia Ernst Nolte, censurato nella sua Germania ma la cui opera si sta facendo gradualmente spazio nella coscienza dei “sovranisti”, un uomo di cultura lungimirante e coraggioso come Giovanni Volpe, editore e saggista, il “mistico della politica” don Gianni Baget Bozzo e, infine, il grande scienziato prolife avviato all’onore degli Altari Jérôme Lejeune, coautore della scoperta, nel 1959, della causa della sindrome di Down, chiamata tecnicamente “anomalia cromosomica responsabile della trisomia 21”.

Provando a farli dalla uscire dalla dimenticanza nella quale l’ha relegati il Politicamente corretto, questi Autori hanno in comune l’aver presente la prospettiva del diritto naturale e cristiano e, pertanto, ci fanno buona compagnia nella difesa dei temi etici fondamentali a rischio nei nostri tempi, da quello dell’integrità della vita umana innocente, con la conseguente lotta contro l’eutanasia, la fecondazione artificiale e l’aborto, alla santità della famiglia fondata sul matrimonio, con la promozione della natalità e della libertà educativa. Il tutto in nome di pensieri individuali e argomentazioni realistiche che costituiscono il denominatore comune di chi vede, come insegna de Benoist, la politica alla luce delle idee e non viceversa.

Card. Zuppi ai vescovi: riscoprire la bellezza della preghiera
“Cari Confratelli, ci ritroviamo, pellegrini di speranza, all’inizio del 2025, ‘anno giubilare’, tempo davvero opportuno per capire la ‘Lectio’ che sono i segni dei tempi e trasformarli in segni di speranza. E’ un Giubileo ordinario che tuttavia assume per noi un valore speciale per via di una serie di congiunture storiche della nostra Chiesa e della società. E’ una provvidenza. Il suono dello Jobel, il corno di ariete, segnava l’inizio di una celebrazione religiosa, come appunto l’anno giubilare”: così è iniziata la prolusione del presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, arcivescovo della diocesi di Bologna, che ha aperto la sessione invernale del Consiglio Episcopale Permanente.
La scelta di suonare lo jobel è compito dei ‘pastori’: “A noi, pastori e sentinelle del gregge, spetta il compito di suonare oggi idealmente questo strumento per richiamare l’attenzione sui segni di speranza già presenti nelle nostre comunità e che attendono di essere ulteriormente custoditi e sviluppati”.
Riprendendo l’omelia natalizia di papa Francesco il card. Zuppi si è soffermato sulla quotidianità dell’annuncio: “Quanto è importante fissare un nuovo ‘oggi’!.. E l’oggi si manifesta come un giorno diverso dagli altri, opportuno, che dobbiamo sapere contemplare per cambiare. Oggi! La scelta, davvero provvidenziale, del Giubileo, del tema giubilare e le parole del papa, hanno colto (mi pare) una sete diffusa tra tante persone, che non trovano o non sanno come cercare risposte”.
E si è soffermato sulle aspettative della gente: “Confrontandomi con alcuni di voi, ho avuto la chiara percezione che molta gente, più del consueto e delle nostre stesse aspettative, sia stata attratta dalla liturgia dell’apertura della Porta Santa, seguita con attenzione e partecipazione, bisogno evidente di sentire personalmente quel che ha detto il papa, eco della Parola di Dio: C’è speranza anche per te! C’è speranza per ognuno di noi”.
Per questo il Giubileo è un’occasione: “Le porte delle nostre chiese sono sempre aperte a tutti, ma l’oggi del Giubileo ha creato un’occasione opportuna. Ci sono segni che hanno una grande capacità di comunicare e rompono il muro dell’indifferenza, del fatalismo, della rassegnazione che genera paura della vita. La vita sociale e la temibile logica del consumismo offrono tanti segni, spesso effimeri e ingannevoli perché facili e senza prezzo.
La speranza ha sempre un prezzo di pazienza e di sacrificio. La Chiesa, nei forzieri della sua tradizione e della sua preghiera, conserva tanti segni eloquenti, che non sono logori o d’altri tempi. In essi si esprime un messaggio forte, di cui essere gioiosamente consapevoli e che il Giubileo e il Sinodo ci stimolano a riscoprire”.
Tale speranza trova forza nella bellezza della preghiera: “C’è una forza attrattiva della bellezza della vita e della preghiera della Chiesa che chiede semplicemente di essere regalata, trasmessa, spiegata. Le Chiese dell’ex Unione Sovietica hanno resistito in decenni di terribile persecuzione antireligiosa e di dittatura comunista (con tanti martiri), solo celebrando la liturgia nello spazio delle chiese rimaste aperte. Padre Tavrion, un monaco russo che aveva passato tanti anni nel gulag sovietico ma che ha potuto finire la sua vita in monastero, ha espresso un segreto della liturgia conservato nella tradizione delle Chiese ortodosse: se noi non mostriamo la bellezza, la gente non verrà da noi”.
E’ un invito ad essere buoni amministratori: “Certo, bisogna essere amministratori consapevoli della ricchezza e della bellezza del messaggio della fede e di come questo si comunica al di là del nostro protagonismo. Non bisogna pensare che abbiamo poco da dare o da dire, talvolta finendo per celebrare con sciatteria o ricercando modalità da spettacolo, credendo che quel che diamo e diciamo alla fine interessa poco.
Ci si è riproposta la domanda di speranza, di qualcosa di nuovo in un mondo e in una vita vecchia; di pensarsi insieme, di essere perdonati e non sommersi da banali parole di benessere; di trovare una porta aperta che faccia entrare nella luce uscendo da un buio insopportabile e drammatico come quello della guerra, della solitudine, della violenza, dell’ombra di morte che avvolge l’anima. Nel deserto c’è più sete di senso e di Dio”.
Ma ha messo in guardia dalla falsa speranza, come il gioco d’azzardo: “Lo stesso gioco d’azzardo, in periodi difficili dell’esistenza, tra le fasce più fragili della popolazione, diventa una vera dipendenza con drammatiche conseguenze sulla vita delle persone, nell’illusione, purtroppo coltivata e perfino incentivata, di star meglio, di essere felici o di essere vincenti. Nel 2023 sono stati spesi quasi 150 miliardi nel gioco d’azzardo ed è una cifra sempre in crescita.
Occorre una forte azione educativa per liberare da quella che facilmente diviene una vera dipendenza: per questo, serve il coinvolgimento delle aziende dell’azzardo e anche lo Stato deve mettere sempre al primo posto la salute dei cittadini. La campagna ‘Mettiamoci in Gioco’ e la Consulta Nazionale Antiusura ricordano che è possibile affrancare da quello che non è un gioco, ma una schiavitù”.
Ha sentito anche la responsabilità di creare condizioni per l’ascolto della Parola di Dio: “Sento la responsabilità di creare o rafforzare percorsi che portino all’incontro con la Parola di Dio e con il Vangelo, favorendo l’ascolto e la lettura personale… Si deve diffondere la devozione alla sacra pagina del Vangelo e della Scrittura, in maniera larga, popolare, non elitaria. Non si tratta, infatti, di circoli ristretti, ma di dare la Bibbia al popolo e guidarlo alla sua lettura. Questo è alla base di un rinnovamento della spiritualità, di quella spiritualità di cui c’è la sete che ci pare di aver colto. Una spiritualità che, senza perdere il suo carattere popolare, non deve essere solo devozionale ma biblica. Questo comporta anche accompagnare nella ricerca di risposte sulla preghiera”.
Insomma ha chiesto che i fedeli siano accompagnati nella preghiera: “Bisogna accompagnare nella via della preghiera, insegnando come il Vangelo, i Salmi, la Bibbia siano essi stessi una grande scuola di preghiera. Questo vuol dire anche trovare nelle nostre parrocchie non solo sacerdoti, ma ministri come i Lettori, donne e uomini spirituali che aiutino in questa scuola di preghiera, e pure gli spazi necessari.
Significa, almeno un po’, santuarizzare le nostre parrocchie, non solo come centri di attività e luoghi di liturgia, ma anche come spazi di silenzio, di devozione e di preghiera. È una dimensione attiva della speranza. Di più: san Tommaso ricorda che la preghiera è l’autentica lingua e la credibile interpretazione della speranza”.
Ecco il motivo per cui il card. Zuppi ha chiesto di non stancarsi di annunciare il Vangelo: “Per questo, ci si preoccupa di far circolare, nei modi opportuni e possibili, sempre con tanta umanità e amabilità, senza proselitismo, il messaggio cristiano nell’umano discorso tra tutti. Questo interpella soprattutto i laici nella vita quotidiana, nell’amicizia con ognuno, nel relazionarsi quotidiano.
Coinvolge la Chiesa a intervenire nelle diverse occasioni di dibattito e di incontro. Tanta gente che cerca senso e risposte (una realtà grande che non va sottovalutata) ha bisogno di trovare interlocutori. E questi sono i laici nella vita quotidiana. E’ il loro grande compito”.
Citando Jean Guitton il presidente della Cei ha sollecitato i cattolici ad essere una ‘minoranza’ felice: “Mi piacerebbe che l’anno giubilare costituisse il tempo in cui riflettiamo e maturiamo insieme non la volontà di essere una ‘minoranza0 triste, ma il coraggio di diventare ‘minori’ felici, nel senso in cui la spiritualità francescana ci ha spiegato questa idea. Diventare ‘minori’, cioè piccoli, è la via evangelica per guardare il mondo come i piccoli, per riconoscere e legittimare i piccoli, per far crescere i piccoli per compiere le ‘grandi cose’ degli umili”.
E’ stato un invito alle diocesi a mettersi a servizio dei poveri: “Penso, quindi, al Giubileo come a un tempo in cui individuare i piccoli delle nostre Diocesi e metterci al loro servizio, perché cresca in loro la speranza e si prepari così anche il Regno di Dio. Penso alle persone con disabilità e alle loro famiglie. Penso alle vittime di abusi, la cui sofferenza portiamo nel cuore e ci impegna con rigore nel contrasto e nella prevenzione. Penso ai carcerati”.
Per questo ha richiesto la remissione del debito dei Paesi poveri: “Il Giubileo può diventare una occasione per tornare a bussare alla porta dei Paesi ricchi, compresa l’Italia, perché rimettano i debiti dei Paesi poveri, che non hanno modo di ripagarli. Qui vivono milioni di persone in condizioni di vita prive di dignità. Si badi che i debiti degli Stati sono talora contratti con privati: la Chiesa non può non far sentire la sua voce perché si stabilisca una equità sociale e i pochi straricchi non profittino della loro posizione di vantaggio per influenzare la politica per i propri interessi”.
E la remissione del debito è collegata alla pace: “Strettamente intrecciato al tema dell’economia è quello della pace. Uno dei segni dei tempi più drammatico è infatti quello della guerra. La Chiesa italiana innalza a Dio la preghiera perché il Giubileo offra l’opportunità per raggiungere i tanti attesi e indispensabili negoziati che trovino soluzioni giuste e durature, con una forte ripresa della presenza della comunità internazionale e del multilateralismo e degli strumenti necessari per garantire il diritto e non il ricorso alle armi per risolvere i conflitti. La tregua raggiunta in Terra Santa ci auguriamo che rafforzi la pace e avvii un nuovo processo che porti ad un futuro concreto”.
E’ stato un invito preciso ad un percorso di riconciliazione in Terra Santa: “La Chiesa in Italia è vicina a Israele perché possa riabbracciare finalmente i propri cari rapiti, avere la sicurezza necessaria e continuare a lottare contro l’antisemitismo che si manifesta dentro forme subdole e ambigue. La recente Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei ha avuto come tema proprio il Giubileo, nella consapevolezza che solo l’amicizia e il dialogo continueranno a rendere saldo il nostro rapporto per quanto ci riguarda costante e affatto indebolito.
Già in passato sono intervenuto con chiarezza condannando fenomeni di risorgente antisemitismo, mai accettabili. La Chiesa in Italia è vicina ai palestinesi e alla loro sofferenza perché si possa finalmente avviare un percorso che permetta a questo popolo di essere riconosciuto nella sua piena dignità e libertà. Sono in gioco interessi sempre più elevati nella produzione e nel commercio di armi”.
Infine uno sguardo sui migranti con la valorizzazione dei corridoi umanitari: “E’ evidente la necessità di non indebolire la cultura dei diritti dei richiedenti asilo e dei rifugiati, offrendo regole di diritti e doveri sicuri, flussi e canali che permettano l’ingresso dei necessari lavoratori, che non sono mai solo braccia, ma persone che richiedono politiche lungimiranti di integrazione. L’esperienza dei corridoi umanitari e lavorativi è da valorizzare perché garantisce dignità e sicurezza a chi fugge da situazioni drammatiche.
Le Diocesi italiane, con il loro impegno, sono un faro di accoglienza per oltre 146.000 persone di origine straniera. Accanto ai corridoi umanitari, lavorativi e universitari sono un esempio concreto di come sia possibile conciliare il diritto a migrare con l’integrazione e lo sviluppo locale. Negli ultimi anni, tra le molteplici esperienze di accoglienza, si è sviluppato un nuovo approccio che tiene insieme la richiesta di sicurezza, il desiderio di solidarietà e l’esigenza di andare incontro ai bisogni delle persone migranti. Insomma: liberi di partire, liberi di restare e liberi di tornare, uscendo finalmente da una logica esclusivamente di sicurezza, questione evidentemente decisiva, per rafforzare la cooperazione, in particolare con l’Africa”.
Egidio Bandini: don Camillo in dialogo con Cristo è la lezione di Guareschi
“Si era oramai sotto Natale e bisognava tirar fuori d’urgenza dalla cassetta le statuette del Presepe, ripulirle, ritoccarle col colore, riparare le ammaccature. Ed era già tardi, ma don Camillo stava ancora lavorando in canonica. Sentì bussare alla finestra e, poco dopo, andò ad aprire perché si trattava di Peppone…Peppone si sedette mentre don Camillo riprendeva le sue faccende e tutt’e due tacquero per un bel pò. Oramai il Bambinello era finito e, fresco di colore e così rosa e chiaro, pareva che brillasse in mezzo alla enorme mano scura di Peppone.
Peppone lo guardò e gli parve di sentir sulla palma il tepore di quel piccolo corpo. E dimenticò la galera. Depose con delicatezza il Bambinello rosa sulla tavola e don Camillo gli mise vicino la Madonna. ‘Il mio bambino sta imparando la poesia di Natale’, annunciò con fierezza Peppone. ‘Sento che tutte le sere sua madre gliela ripassa prima che si addormenti. E’ un fenomeno’. ‘Lo so. Anche la poesia per il Vescovo l’aveva imparata a meraviglia’, ammise don Camillo”.
Prendiamo spunto dal racconto del presepe, raccontato da Giovannino Guareschi in ‘Giallo e Rosa’ apparso nel settimanale umoristico ‘Candido’ del 21 dicembre 1947, per presentare il volume ‘In dialogo con Cristo. La lezione di don Camillo’, a cura dell’associazione ‘Amici di Giovannino Guareschi’: “Questo libro è strutturato in modo molto semplice: le istruzioni per l’uso le ha scritte il nostro presidente; a queste segue un’introduzione scritta diversi annetti or sono da uno dei maggiori scrittori italiani: Alessandro Baricco.
Ad essa seguono interventi di grandi personaggi che non sono più con noi: i cardinali Biffi e Maggiolini, oltre all’indimenticabile amico di sempre Giorgio Torelli e, per spezzare la monotonia Frate Indovino. Quindi la più straordinaria introduzione mai scritta per il Don Camillo: quella di Michele Serra per la biblioteca di Cuore. Di qui si procede in ordine alfabetico con docenti universitari esteri: il professor Alan R. Perry dell’Università di Gettysburg e la professoressa Olga Gurevich dell’Università di Mosca, traduttrice in russo del Don Camillo e della Favola di Natale”.
Al presidente dell’associazione ‘Amici di Giovannino Guareschi’, Egidio Bandini, condirettore del mensile ‘Candido’, abbiamo chiesto di raccontarci il mondo di Giovannino Guareschi: “Un mondo antico e sempre nuovo, fatto di valori irrinunciabili come la fiducia nel prossimo, il reciproco rispetto, la ricerca della verità, il coraggio di affrontare anche le situazioni più drammatiche, la solidarietà e la compassione, l’amicizia incondizionata e, alla base di tutto, la fede nella Divina Provvidenza e nelle leggi di Dio che, assieme alla Patria e alla Famiglia (entrambe con l’iniziale maiuscola) rappresentava il fondamento del piccolo mondo guareschiano che, però, dovrebbe essere grande come il mondo”.
A Firenze papa Francesco così aveva ‘dipinto’ Guareschi: ‘Ma pensiamo anche alla semplicità di personaggi inventati come don Camillo che fa coppia con Peppone. Mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente… Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto’. Per quale motivo don Camillo era un pastore con l’odore delle pecore?
“Perché era sempre dentro, insieme, legato al suo gregge. Riferimento per tutti, fedeli e non, credenti e scettici, don Camillo conosce tutti i suoi parrocchiani, le loro angosce e i loro dolori, le loro gioie e i loro desideri: piange con loro e ride con loro. Proprio quello che ha detto papa Francesco”.
In quale modo don Camillo risvegliava la coscienza?
“Lascio rispondere Giorgio Vittadini: … non ho potuto fare a meno di pensare ai dialoghi tra don Camillo e il Cristo del suo crocefisso, passaggi cruciali dell’opera ‘Mondo Piccolo’ di Giovannino Guareschi. Come ebbe a scrivere lo stesso autore, ‘chi parla nelle mie storie non è il Cristo, ma il mio Cristo cioè la voce della mia coscienza’. Don Camillo parla con Cristo di quello che gli accade, mettendo a tema le vicende tristi e liete della vita quotidiana, sue e delle persone intorno a lui: la povertà, il lavoro, la giustizia sociale, la meschinità, la sete di vendetta e in generale il male procurato dagli uomini e quello che viene dalla natura, la politica locale e quella globale. Il linguaggio della ‘coscienza di Guareschi’, espressa dal Cristo nei racconti è quello dei Vangeli. Non si impone con violenza e autoritarismo, ma partendo dall’osservazione dei fatti spinge don Camillo, spesso con ironia, a riflettere, a ragionare, utilizzando la verità che è dentro di lui”.
Quale era il rapporto di don Camillo con Dio?
“Lo stesso di Guareschi: amore sconfinato e obbedienza assoluta alle leggi divine che, in quanto tali, non possono essere messe in discussione”.
Chi era Cristo per don Camillo?
“La voce della sua coscienza che, poi, era la coscienza di Giovannino Guareschi perché, non dimentichiamolo, don Camillo è null’altro che il suo stesso autore”.
Quale è la ‘lezione’ di don Camillo in dialogo con Cristo?
“Lascio ancora una volta la parola a Giorgio Vittadini: Guareschi, in controtendenza, fa del dialogo continuo e personale con il Cristo che parla la radice stessa della personalità di Don Camillo. Don Camillo obbedisce senza sé e senza ma alla Chiesa universale, ma non può fare a meno di paragonare tutto quel che sente e tutto quel che gli capita con questa misteriosa Presenza. Così scopre che Gesù non è una idea, un concetto, una astrazione ma una Presenza reale il compagno, l’amico, l’autorità vera che lo accompagna, lo conforta, lo corregge”.
Concludiamo con la ‘favola di Natale’, un particolare racconto di Guareschi: “Nel dicembre 1944 Guareschi scrive la favola che viene letta e rappresentata il 24 dicembre insieme all’amico Coppola il quale ‘con la fisarmonica accompagnava le canzoncine di cui io avevo scritto il testo e che vennero eseguite da un gruppo di pezzenti come me, pieni di freddo, di fame, di nostalgia. In quella squallida baracca zeppa di altri pezzenti come noi’. Per Guareschi era il secondo Natale in prigionia e scrisse la favola per resistere con l’allegria alla tristezza sua e quella tra i compagni del lager. La nostalgia che divorava i prigionieri, era, a suo modo, nostalgia di futuro non del passato.
A guerra conclusa Guareschi illustrerà la favola con stupendi disegni riprodotti che ne fanno una sorta di inedito fumetto. Tra fame e freddo Guareschi scrive la storia di Albertino, della nonna, del papà prigioniero, e delle piccole creature (buone o cattive) che vivono e parlano in un bosco fantastico. Il bambino, la nonna e il papà si incontrano a metà strada nel bosco dove, solo nella notte di Natale, si incontrano creature e sogni di due mondi nemici e rivali. Con questa convinzione si svolge il pranzo di Natale dove il panettone ha il sapore del cielo e del bosco, dove nella notte si rinnova il miracolo di Dio che si fa uomo tra gli uomini”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco affida il popolo nicaraguense alla protezione dell’Immacolata Concezione
In occasione della novena all’Immacolata Concezione papa Francesco ha inviato una lettera pastorale ai fedeli del Nicaragua, affinché questa Novena possa offrire incoraggiamento a chi vive nelle difficoltà, incertezze e fatiche: “Da tempo desidero scrivervi una lettera pastorale per ribadire, ancora una volta, l’affetto che professo per il popolo nicaraguense, che si è sempre contraddistinto per uno straordinario amore verso Dio, che voi con tanto affetto chiamate Papachú. Sono con voi, soprattutto in questi giorni in cui celebrate la Novena dell’Immacolata”.
La lettera pastorale è un invito a non dimenticare l’azione della Provvidenza: “Non dimenticate l’amorevole Provvidenza del Signore, che ci accompagna ed è l’unica guida sicura. Proprio nei momenti più difficili, dove diventa umanamente impossibile comprendere ciò che Dio vuole da noi, siamo chiamati a non dubitare della sua sollecitudine e della sua misericordia. La fiducia filiale che hanno in Lui e anche la fedeltà alla Chiesa sono le due grandi luci che illuminano la loro esistenza”.
E’ un incoraggiamento a confidare nella Madre di Dio: “Siate certi che la fede e la speranza operano miracoli. Guardiamo la Vergine Immacolata, Lei è la luminosa testimonianza di quella fiducia. Hai sempre sperimentato il suo sostegno materno in tutte le tue necessità e hai manifestato la tua gratitudine con una religiosità molto bella e spiritualmente ricca. Una di quelle forme di dedizione e consacrazione che manifesta la gioia di essere Suoi figli prediletti è la dolce espressione: Chi provoca tanta gioia? La Concezione di Maria!”
Ma anche un incoraggiamento a superare le difficoltà attraverso la preghiera: “Auspico che questa celebrazione dell’Immacolata Concezione, che ci prepara all’apertura del Giubileo del 2025, vi offra il necessario incoraggiamento nelle difficoltà, nelle incertezze e nelle privazioni. In questa festa non dimenticate di abbandonarvi tra le braccia di Gesù con la giaculatoria ‘Dio prima di tutto’, che ripetete spesso”.
Inoltre li ha incoraggiati nella recita del Rosario: “Camminare insieme sostenuti dalla tenera devozione a Maria ci fa seguire con tenacia la via del Vangelo e ci porta a rinnovare la fiducia in Dio. Penso in particolare alla preghiera del Rosario, con la quale ogni giorno meditiamo i misteri della vita di Gesù e di Maria.
Quante volte inseriamo anche la nostra vita nei misteri del Santo Rosario, con i suoi momenti di gioia, di dolore, di luce e di gloria. Recitando il Rosario, questi misteri penetrano nell’intimità del nostro cuore, dove è custodita la libertà delle figlie e dei figli di Dio, che nessuno può toglierci. Quante grazie riceviamo dal Rosario, è una preghiera potente”.
Ed infine li ha affidati alla Madre di Dio attraverso la preghiera: “Padre che sei nei cieli, la fede che ci hai donato nel tuo Figlio Gesù Cristo, nostro fratello, e la fiamma della carità infusa nei nostri cuori dallo Spirito Santo, risvegliano in noi la beata speranza nella venuta del tuo Regno.
La tua grazia ci trasformi in devoti coltivatori dei semi del Vangelo che fermentano l’umanità e il cosmo, aspettando con fiducia i nuovi cieli e la nuova terra, quando le forze del male saranno sconfitte, la tua gloria sarà manifestata per sempre.
La grazia del Giubileo ravviva in noi, Pellegrini della speranza, l’anelito ai beni celesti e diffonde nel mondo intero la gioia e la pace del nostro Redentore. A te, Dio eternamente benedetto, la lode e la gloria nei secoli. Amen”.
Papa Francesco ha il desiderio di recarsi a Nicea
“Siamo vicini, ormai, all’apertura della Porta Santa del Giubileo e abbiamo da poco concluso la XVI Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. A partire da questi due eventi desidero rivolgervi due pensieri: il primo è rimettere Cristo al centro, il secondo è sviluppare una teologia della sinodalità”: con questi pensieri papa Francesco oggi ha ricevuto i partecipanti all’assemblea plenaria della Commissione Teologica Internazionale, sottolineando la centralità di Gesù.
Anzi parlando del Concilio di Nicea ha espresso il desiderio di un viaggio apostolico: “Il Giubileo ci invita a riscoprire il volto di Cristo e a ricentrarci in Lui. E durante questo Anno Santo, avremo anche l’occasione di celebrare la ricorrenza dei 1700 anni del primo grande Concilio Ecumenico, quello di Nicea. Io penso di recarmi lì. Questo Concilio costituisce una pietra miliare nel cammino della Chiesa e anche dell’intera umanità, perché la fede in Gesù, Figlio di Dio fatto carne per noi e per la nostra salvezza, è stata formulata e professata come luce che illumina il significato della realtà e il destino di tutta la storia”.
Ripetendo l’invito di san Pietro, che invita a rispondere della ragione della propria fede il papa ha ribadito l’essenzialità evidenziata dal concilio niceno: “Questa esortazione, che è rivolta a tutti i cristiani, si può applicare in modo particolare al ministero che i teologi sono chiamati a svolgere come servizio al Popolo di Dio: favorire l’incontro con Cristo, approfondire il significato del suo mistero, affinché possiamo meglio comprendere ‘quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza’.
Il Concilio di Nicea, affermando che il Figlio è della stessa sostanza del Padre, mette in luce qualcosa di essenziale: in Gesù possiamo conoscere il volto di Dio e, allo stesso tempo, anche il volto dell’uomo, scoprendoci figli nel Figlio e fratelli tra di noi”.
Perciò ecco la necessità di un approfondimento di tale Concilio: “E’ importante, allora, che abbiate dedicato gran parte di questa Plenaria a lavorare su un documento che vuole illustrare il significato attuale della fede professata a Nicea. Tale documento potrà essere prezioso, nel corso dell’anno giubilare, per nutrire e approfondire la fede dei credenti e, a partire dalla figura di Gesù, offrire anche spunti e riflessioni utili a un nuovo paradigma culturale e sociale, ispirato proprio all’umanità di Cristo”.
Ecco il significato della centralità di Gesù: “Oggi, infatti, in un mondo complesso e spesso polarizzato, tragicamente segnato da conflitti e violenze, l’amore di Dio che si rivela in Cristo e ci viene donato nello Spirito diventa un appello rivolto a tutti, perché impariamo a camminare nella fraternità e a essere costruttori di giustizia e di pace. Solo in questo modo possiamo spargere semi di speranza là dove viviamo. Rimettere Cristo al centro significa riaccendere questa speranza e la teologia è chiamata a farlo, in un lavoro costante e sapiente, nel dialogo con tutti gli altri saperi”.
Da qui l’appello a sviluppare una ‘teologia della sinodalità’: “L’Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi ha dedicato un punto del documento finale al compito della teologia, nel contesto dei ‘carismi, vocazioni e ministeri per la missione’… Questa è stata una visione di san Paolo VI alla fine del Concilio, quando ha creato il Segretariato del Sinodo dei Vescovi. In quasi 60 anni si è sviluppata questa teologia sinodale, a poco a poco, e oggi possiamo dire che è matura. Ed oggi non si può pensare una pastorale senza questa dimensione di sinodalità”.
In questo modo si coglie meglio la visione ecclesiologica: “Perciò, insieme alla centralità di Cristo, vorrei invitarvi a tenere presente anche la dimensione ecclesiologica, per sviluppare al meglio la finalità missionaria della sinodalità e la partecipazione di tutto il Popolo di Dio nella sua varietà di culture e tradizioni. Direi che è venuto il momento di compiere un passo coraggioso: sviluppare una teologia della sinodalità, una riflessione teologica che aiuti, incoraggi, accompagni il processo sinodale, per una nuova tappa missionaria, più creativa e audace, che sia ispirata dal kerygma e che coinvolga tutte le componenti della Chiesa”.
Ed ha concluso sollecitando all’umorismo affinché la teologia possa essere feconda: “Rimanendo, per così dire, appoggiata al Cuore del Signore, la vostra teologia attingerà alla fonte e porterà frutti nella Chiesa e nel mondo. E una cosa fondamentale per fare una teologia feconda è non perdere il senso dell’umorismo, per favore! Questo aiuta tanto. Lo Spirito Santo è quello che ci aiuta in questa dimensione di gioia e di umorismo”.
In precedenza aveva ricevuto in udienza i religiosi e le religiose della Famiglia Calasanziana, in occasione del 75° anniversario di fondazione, con l’invito ad essere docili alla Provvidenza, come ha sperimentato san Giuseppe Calasanzio: “Il vostro Fondatore, di famiglia agiata, destinato probabilmente a una ‘carriera ecclesiastica’ (termine che mi ripugna e che andrebbe abolito), venuto a Roma con incarichi di un certo livello, non ha esitato a stravolgere programmi e prospettive della sua vita per dedicarsi ai ragazzi di strada incontrati in città”.
Egli, infatti, è stato attento ai poveri dell’epoca: “Così sono nate le Scuole Pie: non tanto per un piano predefinito e garantito, quanto per il coraggio di un bravo prete che si è lasciato coinvolgere dalle necessità del prossimo, là dove il Signore gliele ha poste davanti. Questo è molto bello, e io vorrei invitare anche voi a mantenere, nelle vostre scelte, la stessa apertura e la stessa prontezza, senza calcolare troppo, vincendo timori e titubanze, specialmente di fronte alle tante nuove povertà dei nostri giorni.
Le nuove povertà. Sarebbe bello che uno di questi giorni, nella vostra riunione, cercaste di descrivere le nuove povertà, quali sono le nuove povertà. Non temete di avventurarvi, per rispondere ai bisogni dei poveri, in sentieri diversi da quelli già battuti nel passato, anche a costo di rivedere schemi e di ridimensionare aspettative. È in questo abbandono fiducioso che affondano le vostre radici, e rimanendo fedeli ad esse manterrete vivo il vostro carisma”.
L’altro aspetto riguarda la cura per la crescita integrale della persona: “La grande novità della Scuole Pie era di insegnare ai giovani poveri, assieme alle verità della fede, anche le materie di istruzione generale, integrando formazione spirituale e intellettuale per preparare adulti maturi e capaci. E’ stata una scelta profetica a quei tempi, pienamente valida anche adesso.
A me piace parlare, in proposito, di fare unità, nella persona, tra le ‘tre intelligenze’: quella della mente, quella del cuore e quella delle mani (le mani sono intelligenti!) e così noi possiamo fare con le mani quello che si sente e si pensa, sentire quello che si pensa e si fa, pensare quello che si sente e si fa. Le tre intelligenze”.
Per questo ha chiesto un aiuto affinché i ragazzi possano fare una ‘sintesi armonica’: Oggi è molto urgente aiutare i ragazzi a fare questo tipo di sintesi, unità armonica delle tre intelligenze, a ‘fare unità’ in sé stessi e con gli altri, in un mondo che li spinge invece sempre più nella direzione della frammentarietà nei sentimenti e nelle cognizioni e dell’individualismo nelle relazioni… Le tre intelligenze. Questo è importante, che i ragazzi facciano questa unità in sé stessi, con gli altri e con il mondo. Lo stile educativo integrale è un “talento carismatico” importantissimo che Dio vi ha affidato, perché lo mettiate a frutto al meglio delle vostre capacità per il bene di tutti”.
(Foto: Santa Sede)
‘Raccontami di Carlo’: un libro per scoprire come Carlo Acutis interpella proprio te!
I santi non sono supereroi, sono persone che hanno bussato al cuore di Dio. E alle quali è stato aperto. A cosa serve parlare di santi o pregarli? Non ci basta Gesù? Da tempo mi occupo di raccogliere storie e testimonianze di persone che hanno seguito Cristo, le racconto nei miei libri, perché credo che faccia bene leggerle. Una persona, una volta, mi ha detto che facendo questo potrei ‘distogliere la mia attenzione’ da Dio e condurre altri in questa ‘distrazione’.
Ho risposto che scrivo di loro non perché essi siano la destinazione, ma perché ci aiutano, come dei cartelli stradali quando cerchiamo di raggiungere un luogo. Non sono la luce, ma indicano la luce.
Scrivo di loro perché sono dei compagni in un viaggio comune. È bello pensare a un Dio che ama vederci camminare insieme. È affascinante che fa giungere la sua Provvidenza attraverso le relazioni che viviamo. Gesù stesso, nel nascere, non è venuto al mondo da solo, scendendo da una nube, ma attraverso un grembo, ovvero attraverso un’altra persona.
E se in Dio la morte non esiste più (perché l’ha vinta con la Risurrezione), come non pensare che la comunione e l’aiuto reciproco continuano anche con chi abita già in Cielo? Uno degli amici santi che merita di essere conosciuto è Carlo Acutis, giovane milanese morto nel 2006. A lui ho dedicato due romanzi, un libro per bambini, una parte in uno dei diari della felicità e, ora, è stato appena pubblicato un testo biografico con l’aggiunta di testimonianze di persone che Carlo lo hanno conosciuto, dal vivo o dopo la sua nascita in Cielo.
Il libro, edito con Punto famiglia Editrice, si intitola ‘Raccontami di Carlo’. Nel testo trovate la storia di Davide e Adriana, due genitori che hanno dovuto salutare il loro figlioletto Michele di soli sette anni e che tramite Carlo hanno ricevuto la grazia della serenità. “Andrà tutto bene”, queste le parole che Adriana aveva sentito nel suo cuore, prima ancora di sapere che il figlio fosse malato, quando aveva pregato davanti a una reliquia del giovane Acutis, che fino a quel momento non conosceva se non per sentito dire.
Da quel momento, è iniziato il doloroso iter della malattia, ma insieme a quel calvario è arrivata la grazia non solo per sopportare il peso, ma anche per diventare testimoni della resurrezione. Poi c’è la storia di Ludovica, che grazie a Carlo trova la forza di vivere gesti concreti di carità, proprio sull’esempio di questo giovane, che si è sempre spogliato dei beni e dell’egoismo, per donare agli altri.
Tra le altre storie, anche quella di Donata, a cui Carlo è stato sempre antipatico per la ‘troppa perfezione’, finché non ha capito che quell’invidia era segno che doveva coltivare di più il suo rapporto con Gesù… Oggi con Carlo condivide l’amore autentico per l’Eucaristia.
Nel testo, oltre alle testimonianze, trovate un itinerario per approfondire la spiritualità di Carlo e conoscere il suo segreto per una vita piena. E voi conoscete la storia di questo giovane che verrà dichiarato santo nel Giubileo del 2025? Cosa dice a voi la storia di Carlo Acutis? Siete disposti a lasciarvi scomodare da questo ragazzino semplice, profondo, pieno di doni e soprattutto umile?
Siete disposti a seguire la strada che lui ha seguito? Siete disposti ad essere tutti di Gesù?
Per approfondire: RACCONTAMI DI CARLO… | Libreria Francescana




























