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L’assemblea dei soci e delle socie di Banca Etica approva il bilancio e rinnova il Comitato Etico

Sabato 16 maggio i soci e le socie di Banca Etica si sono riuniti in assemblea ad Ancona, a Vigo (Spagna) e online in diretta streaming per votare il bilancio e rinnovare il comitato etico. L’assemblea ha approvato il bilancio 2025 che fotografa il buon andamento della crescita di Banca Etica: i crediti a persone, famiglie, imprese e organizzazioni sono cresciuti dell’8,3 rispetto all’anno precedente, nove volte più della media del sistema bancario; la fiducia dei risparmiatori verso la finanza etica continua a consolidarsi: la raccolta diretta ha raggiunto € 2.812.000.000 (+7,8% sul 2024, contro il +2% del sistema).

Il Gruppo Banca Etica ha chiuso l’esercizio con un utile netto consolidato di € 12.200.000 (€ 10.500.000 per la sola capogruppo). Continua a crescere il capitale sociale, che ad oggi ha superato il significativo traguardo di € 100.000.000, permettendo a Banca Etica di migliorare gli indici di solidità patrimoniale con il TCR Ratio al 24,78% e il CET 1 Ratio al 20,96%.

I soci e le socie hanno votato per il rinnovo del Comitato Etico, l’organo indipendente e volontario che vigila affinché l’attività della banca rispetti i principi della finanza etica. Aiuta a risolvere i quesiti etici ed a garantire che i finanziamenti e gli investimenti supportino progetti sociali, ambientali e di cooperazione, promuovendo l’inclusione finanziaria. Il nuovo Comitato Etico di Banca Etica in carica per i prossimi tre anni è composto da: Barbieri Roberto Enrico, Feruglio Francesca, Guarascio Carmela, Martinez Contreras Francisco Javier, Peliti Giuditta, Sanchez Gonzalez Ana Delia, Villano Francesco.

Ospite d’eccezione dell’assemblea di Banca Etica, che si è aperta con un minuto di silenzio in solidarietà con le troppe vittime delle guerre in corso, è stato mons. César Essayan, vicario apostolico di Beirut dei Latini, che ha portato la sua testimonianza sulla drammatica crisi in Libano, sulle prospettive di pace e il bisogno di una finanza disarmata:

“Dopo 51 anni di guerre, crisi socioeconomiche, distruzioni e soprattutto morti, è ora (malgrado la guerra in corso) di gridare ‘Basta!’ Non vogliamo più accompagnare la sopravvivenza. Dobbiamo rendere possibile la vita perché abbiamo visto persone rialzarsi, abbiamo visto la speranza riaccendersi. Ma oggi la domanda non è più soltanto cosa possiamo fare: è cosa vogliamo davvero cambiare”.

In conclusione il presidente di Banca Etica, Aldo Soldi, ha dichiarato la scelta non ‘guerriera’ della banca: “Il bilancio che abbiamo presentato ai soci e alle socie è solido e in piena linea con i nostri obiettivi strategici, ma i numeri raccontano solo una parte della crescita di Banca Etica. Nel 2025 abbiamo registrato una straordinaria fiducia, in particolare da parte dei giovani: un terzo dei nuovi correntisti è under 35, a dimostrazione che la finanza etica non è solo una scelta economica, ma una precisa posizione politica in favore della pace e della giustizia climatica.

In uno scenario internazionale segnato da conflitti e crisi energetiche, noi scegliamo di schierarci con atti concreti: non finanziamo le armi, sosteniamo la transizione ecologica e continuiamo a dare credito a quell’economia sociale che spesso non trova ascolto altrove. La nostra forza risiede in un modello democratico e partecipato, costruito insieme ai soci, per dimostrare che un’alternativa di valore al modello di sviluppo attuale non solo è possibile, ma è già una realtà in crescita”.

(Foto: Luca Gallo)

AVSI ascoltata al Congresso degli Stati Uniti sulla diplomazia vaticana

AVSI è stata invitata lunedì 13 aprile a un briefing promosso a Capitol Hill dalla Commissione statunitense per la sicurezza e la cooperazione in Europa (US Helsinki Commission) sul tema della diplomazia vaticana in un contesto globale segnato da conflitti e tensioni.

Per AVSI ha preso la parola Jacqueline Aldrette, vice segretario generale AVSI per le relazioni con gli Stati Uniti basata a Washington DC. Aldrette ha presentato l’esperienza di oltre cinquant’anni di AVSI che, come organizzazione della società civile attiva in 41 paesi del mondo, ha intessuto un dialogo costante con la rete della diplomazia vaticana, con i nunzi e le Chiese locali nei paesi di operatività, per costruire insieme progettualità che rispondano ai bisogni autentici della popolazione più fragile.

Tra i numerosi progetti, Aldrette ha citato il caso emblematico del progetto Ospedali Aperti in Siria, ideato nel 2017 e sostenuto per gli anni seguenti dal nunzio apostolico a Damasco, il cardinale Mario Zenari, per garantire l’accesso a cure sanitarie ai siriani più poveri, sia cristiani che musulmani, in un contesto lacerato dalla guerra, e affidato per l’implementazione ad AVSI: il progetto ha curato oltre centocinquantamila persone, ha permesso di mantenere aperti degli ospedali a rischio chiusura, ha ridato speranza a persone stremate dal conflitto e dalla povertà, ha contribuito a ricucire un tessuto sociale frammentato.

Un esempio concreto che fa luce su alcune caratteristiche proprie – secondo AVSI –  dell’azione della Santa Sede nel mondo: la presenza e attenzione alle persone più vulnerabili per rispondere ai loro bisogni anche nelle aree di crisi e di emergenza, nei luoghi più remoti e spesso dimenticati; la promozione di una visione integrale della persona, che ha bisogno di cibo e di una casa, ma anche di lavoro, di pace, diritti e libertà; l’apertura e accoglienza verso tutti, a prescindere dalle appartenenze religiose e il desiderio di entrare in dialogo con tutti.

Inoltre a Milano ha promosso l’incontro ‘Milano. Una città che coopera’, riunendo istituzioni, società civile, mondo accademico e settore privato. Il primo panel ha messo a fuoco il passaggio da interventi centrati sui servizi a percorsi di autonomia. Rosita Milesi, fondatrice e direttrice dell’Istituto Migrazioni e Diritti Umani (IMDH), ha portato l’esperienza brasiliana, evidenziando l’importanza di accesso ai diritti e al lavoro come elementi chiave per la costruzione di traiettorie di inclusione e indipendenza.

Nel contesto milanese, Angelo Stanghellini, Direttore Area Welfare e Salute del Comune di Milano, ha descritto un modello fondato su amministrazione condivisa e su un partenariato che coinvolge oltre 40 enti, con particolare attenzione alla dimensione educativa e alla personalizzazione degli interventi.

In questa direzione si colloca anche il contributo di Stefano Sangalli, Responsabile Progetti di AVSI4Community, che si è dato come obiettivo quello di superare la logica della sola presa in carico per puntare a un accompagnamento capace di tenere insieme integrazione sociale e inserimento lavorativo.

Dal mondo universitario, Emanuela Colombo, Delegata del Rettore per la Diplomazia Scientifica del Politecnico di Milano, ha sottolineato il ruolo delle università come spazi di integrazione, anche attraverso mobilità internazionale, corridoi universitari e ricerca per lo sviluppo.

A chiudere il panel, Sergio Rossi ha presentato l’esperienza di un progetto promosso dalla Camera di Commercio Milano Monza Brianza Lodi, nato dall’ascolto dei bisogni delle imprese e orientato all’inserimento lavorativo: in due anni, circa 400 persone formate e oltre 200 inserimenti lavorativi, grazie a percorsi di accompagnamento linguistico e professionale. Un dato che conferma come il lavoro sia una leva concreta nei processi di integrazione.

Un secondo elemento centrale ha riguardato il metodo: l’integrazione non può essere affrontata da un singolo attore, ma richiede strumenti di co-programmazione e collaborazione tra istituzioni, società civile e settore privato. Maria Vittoria Beria, Direttrice Area Relazioni Internazionali del Comune di Milano, ha raccontato l’esperienza di Milano come ‘città che coopera’: un sistema che coinvolge istituzioni, università, imprese e società civile per costruire strumenti concreti, tra cui programmi di mobilità professionale e tirocini, anche a partire da sperimentazioni sostenute da fondi europei.

Dal punto di vista dei Paesi di origine, è emersa con forza la necessità che la mobilità sia equa, governata e condivisa. Come evidenziato da Mounir Dakhli (Tunisia), servono percorsi che integrino formazione, tutela dei diritti e risposte ai bisogni sia dei territori di partenza sia di quelli di arrivo. Anche l’esperienza brasiliana, presentata da Regis Spindola, conferma il valore di modelli strutturati basati sulla collaborazione tra istituzioni pubbliche, società civile e settore privato, capaci di integrare accoglienza, protezione e inserimento nei territori.

In questo quadro, i canali legali di ingresso rappresentano uno strumento chiave. Come ricordato da Daniele Albanese (Talent Beyond Boundaries), corridoi umanitari, universitari e lavorativi permettono di costruire percorsi sicuri e programmati, mettendo in relazione competenze, aspirazioni delle persone e bisogni delle imprese.

Le imprese non sono solo destinatari di politiche di integrazione, ma attori centrali nella costruzione dei percorsi. Come evidenziato da Francesco Baroni (Gi Group Holding Italia), il lavoro rappresenta una leva concreta di inclusione, ma richiede processi coordinati e strumenti adeguati per rispondere in modo efficace alle esigenze del mercato.

Mariangela Romanazzi, Pathways International Country Specialist, ha evidenziato il valore dei canali legali costruiti insieme al settore privato: percorsi che partono dai bisogni occupazionali, passano per formazione e accompagnamento, e arrivano all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale.

Infine, Ilaria Catastini, Direttrice Generale di Fondazione MAIRE – ETS, ha portato il tema della transizione energetica, sottolineando come competenze e professionalità delle persone migranti possano contribuire a rispondere alla domanda di lavoro in questo settore, a condizione di costruire percorsi accompagnati e condivisi tra imprese e territorio.

Un percorso che mette al centro la persona

Il confronto ha restituito una consapevolezza comune: l’integrazione non è un esito automatico, ma un processo che richiede tempo, strumenti e responsabilità condivise. Trasformare la mobilità in un’opportunità significa costruire percorsi che tengano insieme diritti, lavoro e relazioni, valorizzando il contributo di tutti gli attori coinvolti.

In questa prospettiva, l’integrazione è un percorso che si realizza nell’incontro tra le persone e i contesti in cui vivono: un cammino che richiede accompagnamento, alleanze e uno sguardo capace di riconoscere, in ogni persona, una risorsa per la società.

Papa Leone XIV: servire la Chiesa da evangelizzatori

“Grazie, dunque, per ciò che fate, a tutti i livelli, da quelli più noti a quelli più nascosti e quotidiani. E qui vorrei ricordare quanto è importante, per ogni istituzione, la fedeltà di ciascuno al proprio compito, agli impegni più ordinari: una pratica seguita con attenzione, una riunione preparata bene, la pazienza di un momento di ascolto prolungato, la dedizione nel rispondere a una richiesta, l’ordine e la cura stessa degli ambienti. Sono cose semplici, ma utili al bene di tutti e grandi davanti a Dio. Nella vita della Chiesa niente è piccolo se fatto con fede, con amore e con spirito di comunione”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto i dipendenti della CEI, specificando che prestare servizio nella Chiesa non è solo ‘svolgere una funzione’, ma essere membra del corpo di Cristo.

Nell’incontro si è soffermato sulla ‘natura del servizio’: “E’ un compito di grande responsabilità: il vostro, infatti, è un ‘servizio al servizio’, un lavoro che sostiene altri lavori, un impegno che rende possibile il contributo di molti, una collaborazione che aiuta le Chiese locali ad annunciare la Buona Novella, a camminare insieme e a essere presenza viva del Signore, in questo Paese e nel mondo”.

Quindi anche tale ‘lavoro’ è una missione: “Quello che fate (anche le attività più tecniche, amministrative o organizzative) è parte della missione di tutta la grande famiglia di Dio. Nella Chiesa, infatti, servire non è semplicemente svolgere una funzione, ma partecipare attivamente, come membra, alla vita di un corpo il cui capo è il Signore. Il centro, perciò, non siamo mai noi, i nostri uffici, i nostri programmi, ma è Lui, ed ogni attività trova senso quando aiuta, anche in modo umile e nascosto, all’incontro e all’unione con Lui”.

Dal servizio si giunge all’appartenenza: “La Sposa di Cristo, infatti, non si può servire da spettatori, ma solo con l’amore di chi sa di appartenerle, in un vincolo di fede e di comunione che è prima di tutto dono di grazia, dono di Dio. Vi invito pertanto a vivere le vostre occupazioni quotidiane inseriti in un mistero, in una storia e in un progetto che vi precedono e vi superano”.

Appartenenza vuol dire vivere i luoghi: “I luoghi in cui esercitate le mansioni quotidiane sono il primo spazio in cui siete chiamati a far prendere forma al Vangelo, promuovendo unità e pace, con pazienza e umiltà, nella cura e nella custodia vicendevole. E questa consapevolezza deve modellare il vostro modo di percepirvi, di parlare, di ascoltare, di correggere, di sostenere, permeando gli ambienti di lavoro e determinando dei veri e propri stili di vita evangelica”.

Ed ecco la terza caratteristica, che è la missione: “La Chiesa esiste per annunciare Cristo, costruendo ponti, instaurando legami, offrendo accoglienza e aiuto a chiunque abbia bisogno di sostegno, di ascolto, d’amore, e voi partecipate di questo mandato.

Viviamo in un’epoca di cambiamenti profondi, nella famiglia, nella scuola, nel lavoro, nella comunicazione, nella partecipazione sociale, nella trasmissione della fede, anche in Italia. In questo contesto, il Signore ci chiede di non chiuderci in noi stessi e di non avere paura, ma piuttosto di spenderci generosamente perché il Vangelo possa raggiungere e illuminare anche oggi ogni donna e ogni uomo, con le sue fatiche, domande e speranze”.

In precedenza aveva ricevuto i delegati della ‘Papal Foundation’, che da 38 anni sostiene progetti a favore dei poveri: “Sono, quindi, profondamente grato per il vostro costante impegno ad assistere il Successore di Pietro nella sua missione di prendersi cura dei bisogni della Chiesa universale. A questo proposito, sono stato lieto di apprendere che l’appartenenza alla Fondazione continua a crescere ogni anno e che avete espresso l’apertura ad aumentare il sostegno fornito e trovare nuovi modi di essere di servizio”.

E con il finanziamento ai progetti la fondazione partecipa alla missione della Chiesa: “Finanziando progetti, aiuti umanitari e borse di studio per persone provenienti da tutto il mondo, la Fondazione Papale partecipa alla missione evangelica in corso della Chiesa. La vostra generosità ha permesso a innumerevoli persone di sperimentare in modo concreto la bontà e la gentilezza di Dio nelle proprie comunità.

Molti sacerdoti e consacrati hanno anche potuto ricevere un’educazione avanzata dalle Università Pontificie di Roma che altrimenti non sarebbe stato possibile, formandole per essere futuri leader nella Chiesa. Probabilmente non incontrerai mai tutti coloro che hanno beneficiato della tua gentilezza, quindi nel loro nome esprimo un sentito apprezzamento”.

(Foto: Santa Sede)

Maurizio Misitano racconta la situazione nella Repubblica Democratica del Congo

Lo scorso 31 luglio, a Washington i rappresentanti della Repubblica Democratica del Congo e del Rwanda, in collaborazione con gli osservatori degli Stati Uniti, del Qatar, della Commissione dell’Unione Africana e del Togo (facilitatore da parte dell’Unione Africana), hanno tenuto la prima riunione del Comitato Congiunto di Monitoraggio dell’attuazione dell’accordo di pace firmato il 27 giugno dai due Stati. Questo comitato ha il compito di accompagnare l’attuazione dell’accordo di pace, attraverso il monitoraggio delle violazioni dell’accordo, dell’adozione di misure appropriate per rimediare a tali violazioni e della ricerca di soluzione di eventuali litigi per via amichevole.

Mentre il giorno successivo, a Washington, i rappresentanti di questi due Stati, con la collaborazione degli Stati Uniti, hanno firmato un testo relativo ai ‘Principi del Quadro di Integrazione Economica Regionale’, previsto dall’accordo di pace firmato il 27 giugno, secondo cui i due Stati intendono favorire il progresso economico e il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni nella regione dei Grandi Laghi Africani. Però la situazione resta ad ‘alta tensione’.

Da Maurizio Misitano, direttore esecutivo della Fondazione ‘Agostiniani nel mondo’, ong che opera in molti Paesi del mondo, ci facciamo raccontare la situazione nella Repubblica Democratica del Congo: “La situazione nella Repubblica Democratica del Congo non è facile: adesso è esplosa, ma quella zona con quelle limitrofe è in grande difficoltà. Il reclutamento forzato di popolazione molto giovane è sempre attivo e colpisce moltissimo anche le nostre missioni nel nord della Repubblica Democratica. Abbiamo progetti con l’obiettivo comune di assistere i poveri”.

Quali sono i progetti che la Fondazione sta realizzando?

“A Kinshasa abbiamo una scuola, dalla materna alla secondaria, con 2500 studenti e studentesse (51%). Abbiamo un programma al contrasto del lavoro minorile, fenomeno terribile nel Paese, che ufficialmente ‘coinvolge’ circa 8.000.000 bambini e bambine, ma secondo noi sono molti di più. Con il progetto contro lo sfruttamento al lavoro minorile, cerchiamo di stabilizzare la situazione economica dei genitori, i quali mandano i figli a lavorare per una questione di povertà.

Quindi li aiutiamo a stabilizzarsi, coinvolgendo gli imprenditori locali attraverso la formazione del personale, oppure sostenendo l’apertura di piccole attività produttive o cooperative. A Dungu abbiamo costruito il Centro Juvenat che si occupa di reinserimento nella società degli ex-bambini soldato e l’ampliamento dello stesso con una scuola che li possa accogliere”.

In quale modo la Fondazione aiuta i bambini-soldato?

“Nel nord della Repubblica Democratica del Congo abbiamo aperto un centro per il recupero ed il reinserimento di ex ragazzi e ragazze soldato. Abbiamo terminato di costruire il centro nel 2020 ed oggi ospita, con un programma di boarding, un centinaio di ex ragazzi soldato; però, al contempo fornisce formazione al lavoro con un programma di reinserimento per circa 800 ragazzi e ragazze vulnerabili. Il ‘piano’ consiste in un primo percorso psicologico e psicofisico, per chi ne ha bisogno; dopodiché li formiamo al lavoro con alcuni laboratori.

Abbiamo una falegnameria, dove imparano a fare i falegnami, e corsi di sartoria e di programmazione dei computer; abbiamo anche un’azienda agricola dove imparano tecniche di agro economia, con la produzione di miele e la produzione di mattonelle di carbone da scarti vegetali. Abbiamo aperto anche corsi di video maker e di teatro. Infine abbiamo aperto anche un cinema.

L’anno scorso abbiamo costruito una scuola, perché abbiamo visto che il loro reinserimento è complicato, perché le altre scuole hanno paura di questi bambini, ristrutturando una ‘vecchia’ scuola degli Agostiniani, aperta nel 2016, e l’abbiamo ampliata. La costruzione di questa scuola terminerà a fine anno e permetterà di assistere a circa 1000 studenti e studentesse con un ciclo di studi completo”.

Quale è l’impegno della fondazione alle Nazioni Unite?

“Tale impegno è in via di definizione, in quanto siamo in stretto contatto con la rappresentanza degli Agostiniani all’ONU per condividere alcune tematiche come i diritti umani in Papua occidentale o sui problemi degli ex bambini soldato nella Repubblica Democratica del Congo e per denunciare. Però direttamente la Fondazione non è coinvolta direttamente; supportiamo solo il lavoro degli Agostiniani all’ONU”.

Cosa significa educare allo sviluppo?

“Educare allo sviluppo vuol dire far capire alle persone il significato dell’aiuto ai Paesi emergenti. In un certo senso significa responsabilizzare il donatore. In Italia abbiamo tanta solidarietà, ma purtroppo rimane in superficie. Invece il donatore deve chiedere sempre più a noi, che operiamo, un rendiconto dei progetti in via di realizzazione per comprendere in quale modo si utilizza il denaro. Poi educare allo sviluppo significa stimolare le persone a fare qualcosa come un po’ di volontariato o semplicemente avere un atteggiamento più aperto nei confronti degli altri. Tutti dobbiamo essere costruttori di ponti, come ha sempre sottolineato papa Leone XIV”.

Nel 2019 papa Francesco aveva invitato a tenere viva la ‘fiamma della carità fraterna’: in quale modo?

“Innanzitutto vogliamo evidenziare che, all’interno del nostro logo, c’è proprio la fiamma sul cuore degli agostiniani. Poi nel nostro lavoro (la fondazione è laica), però portiamo avanti uno spirito missionario ed una ricerca di carità cattolica e cristiana verso i poveri. Tutto ciò sempre in comunione con gli altri attraverso la condivisione con i confratelli ed il territorio i nostri progetti”.

Quali sono le parole emergenti in questi mesi di pontificato di papa Leone XIV?

“Sicuramente la prima parola è quella della pace, in quanto nel discorso iniziale ha usato questa parola dieci volte. Una pace disarmata, perché se si tolgono le armi si trova il modo di dialogare in maniera diversa; e disarmante. Dobbiamo essere costruttori di ponti; non dobbiamo creare ostacoli al dialogo, ma stimolo al dialogo. Sant’Agostino è ricordato per essere un ‘ponte’ tra culture. Altra parola riguarda i diritti dei deboli: in tutti i Paesi, in cui lavoriamo, l’aspetto prioritario riguarda la garanzia dei diritti ai più deboli ed agli emarginati. Il primo diritto è quello di vivere una vita degna. Infine, ogni volta che ascoltiamo un’omelia di papa Leone XIV troviamo uno spunto interessante e questo ci stimola a lavorare sempre con più impegno, come stiamo facendo da più di 10 anni, ciascuno con la propria responsabilità, perché noi possiamo fare tanto se le persone ci aiutano anche economicamente”.

Cosa rappresenta per voi questo pontificato di papa Leone XIV?

“Papa Prevost, come agostiniano, ha dimostrato la sua forte appartenenza religiosa e il suo legame con i confratelli, con un’aderenza piena al percorso formativo e pastorale che ha compiuto. Un percorso che, di fatto, costituisce la sua ‘carta d’identità’: lo studio, il servizio parrocchiale, la missione e le spiccate capacità per gestire un Ordine. In 10 anni è diventato vescovo (in una diocesi particolarmente complicata), poi cardinale ed infine papa. Come famiglia agostiniana lo abbiamo sempre apprezzato come persona molto umile e disponibile con chiunque. Quando è venuto qui dopo l’elezione ed ha salutato tutti i laici che lavorano per la Curia generalizia, non è passata inosservata la semplicità che non ha smarrito nonostante la veste papale”.   

(Tratto da Aci Stampa)

‘Cuori ardenti, piedi in cammino’ le missioni dei Cappuccini delle Marche nel mondo

“Per la Giornata Missionaria Mondiale di quest’anno ho scelto un tema che prende spunto dal racconto dei discepoli di Emmaus, nel Vangelo di Luca: ‘Cuori ardenti, piedi in cammino’. Quei due discepoli erano confusi e delusi, ma l’incontro con Cristo nella Parola e nel Pane spezzato accese in loro l’entusiasmo per rimettersi in cammino verso Gerusalemme e annunciare che il Signore era veramente risorto”.

Aiuto alla Chiesa che Soffre sostiene i cattolici

Nello scorso anno ‘Aiuto Alla Chiesa che Soffre’ ha ricevuto e distribuito € 145.995.491, 13.000.000 più del 2021, che derivano dalla generosità di oltre 364.000 privati benefattori, a cui si sono aggiunti €  2.700.00000 di precedenti riserve, che hanno portato a finanziare € 148.700.000 di progetti.

La Chiesa cattolica: con 8X1000 progetti nel mondo

Il comitato per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli, nelle scorse settimane, ha approvato 62 nuovi progetti, per i quali saranno stanziati € 10.812.243 così suddivisi: € 5.766.812 per 27 progetti in Africa, € 2.224.561 per 15 progetti in America Latina; € 2.161.563 per 17 progetti in Asia; € 570.608 per 2 progetti in Medio Oriente; € 88.699 per 1 progetto nell’Est Europa.

La Cei stanzia € 6.000.000 per 44 nuovi progetti

Nella riunione del 17 marzo, il Comitato per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli ha approvato 44 nuovi progetti, per i quali saranno stanziati € 6.041.987così suddivisi: € 2.768.741 per 15 progetti in Africa, € 1.660.304 per 12 progetti in America Latina; € 1.528.609 per 15 progetti in Asia; € 84.333 per 2 progetti in Medio Oriente.

A Milano celebrati i funerali di Ituma: la vita ha vinto sulla morte

“Desidero esprimere la mia vicinanza e la mia condivisione in questo momento di strazio e di smarrimento che i familiari, le amiche e gli amici, e tutta la comunità vivono per l’enigma incomprensibile della morte di Julia”: è iniziato così il messaggio dell’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, per i funerali di Julia Ituma, la pallavolista italiana deceduta giovedì 13 aprile in Turchia, celebrati nella parrocchia milanese di san Filippo Neri.

Società San Vincenzo De Paoli: sono partiti! Volontari coraggiosi in Ucraina

Sei furgoni della Società di San Vincenzo De Paoli sono partiti pochi minuti fa, raggiungeranno Odessa, Mykolaiv e Cherson con aiuti umanitari e generatori di corrente. Grazie al secondo dissalatore acqua pulita per 2000 persone.

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