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Da Milano un invito a prendersi cura della democrazia

“Che cosa vi dice oggi Ambrogio, cosa dice a voi e a coloro che vengono a Milano da ogni parte del mondo?”: questa domanda iniziale è stata al centro del Pontificale nella solennità di Sant’Ambrogio, patrono della diocesi, celebrata oggi da mons. Mario Delpini, concelebrata insieme all’abate della chiesa, mons. Carlo Faccendini, dall’arciprete del Duomo, mons. Gianantonio Borgonovo e dai Canonici dei due Capitoli.

Il ‘cuore’ dell’omelia è la Chiesa di Milano che Ambrogio volle con quella esemplarità capace di amare i deboli e i poveri e di confrontarsi con imperatori e potenti senza paure: “Ci sono quelli che provengono da altrove, che sono fuori dal gruppo dei discepoli devoti, quelli che si trovano in una condizione spirituale diversa da quella delle pecore, conoscono me così come io conosco il Padre.

Tra quelli che provengono da altri recinti ci sono, io credo, persone ostili. Ostili sono quelli che fanno guerra al Buon Pastore, che in nome di Dio mettono a morte il figlio di Dio. Ostili sono quelli che trovano insopportabile di essere amati, di essere chiamati a formare un solo gregge con un solo pastore; quelli che trovano insopportabile dover riconoscere che vivono di una vita ricevuta”.

Proseguendo l’omelia mons. Delpini ha delineato alcune ‘categorie’, tra cui gli ‘estranei’: “Estranei sono quelli che non hanno niente a che fare con Gesù, che sono indifferenti, vivendo con i loro pensieri, i loro affari, le loro feste e le loro tragedie. Estranei sono quelli che non hanno bisogno di niente, che trovano bizzarro l’insegnamento di Gesù e improbabile la sua storia, incomprensibile la sua risurrezione”.

E gli smarriti: “Smarriti sono quelli che non sanno dove andare e si sentono perduti, quelli che hanno perso la strada e per i quali la vita è un enigma. Quelli che sono confusi tra le molte parole, notizie e proposte e non sanno più che cosa sia vero e che cosa sia falso; che hanno nostalgia di tempi migliori, quando si sentivano al sicuro dentro il gregge e si fidavano. Erano ingenui, forse, ma sereni. Adesso che sono tanto sapienti e avveduti sono persi e infelici”.

Davanti a tali ‘categorie’ l’arcivescovo ha ‘saggiato’ la reazione dei cristiani ed indicato il pensiero dei Gesù: “Saremo arrabbiati verso coloro che sono ostili senza motivo, che sono estranei senza disponibilità, che sono smarriti e chiedono quello che noi non siamo capaci di dare?.. Gesù chiama a tutti a formare un solo gregge. Gesù conosce la parola che tutti ascoltano”.

Da qui il richiamo a sant’Ambrogio, che indica la missione cristiana: “Le parole e il ministero di Ambrogio suggeriscono ai cristiani la via da percorrere: non possiamo rispondere all’ostilità con l’ostilità e la violenza, non possiamo rassegnarci a vivere da estranei. Un’immagine suggestiva della missione cristiana, nei testi di Ambrogio, è quella del profumo: come un profumo discreto e attraente, così è l’anima che accoglie Gesù e se ne lascia tutta trasformare”.

Una missione capace di espandere profumo, grazie all’apporto di ciascuno: “Anche tu, se desideri la grazia, accresci l’amore; versa sul corpo di Gesù la fede nella risurrezione, il profumo della Chiesa, l’unguento della comune carità. Un buon profumo che può attirare l’attenzione degli indifferenti, convincere gli smarriti al cammino, rasserenare gli animi ostili… Ciascuno deve realizzare la sua vocazione, ma tutti insieme abbiamo la responsabilità di una testimonianza che renda attraente seguire Gesù”. 

Mentre nel discorso alla città mons. Delpini ha riflettuto sul ‘futuro’ di Milano: “L’impressione del crollo imminente della civiltà, della rovina disastrosa della città segna non raramente anche la storia di Milano. Possiamo anche oggi riconoscere segni preoccupanti e minacce di crollo e possiamo domandarci: veramente il declino della nostra civiltà è un destino segnato? Ci sarà una reazione, una volontà di aggiustare il mondo, un farsi avanti di uomini e donne capaci di sognare, di impegnarsi, di contribuire a una vita migliore per la casa comune?”

Infatti oggi ci sono alcuni ‘allarmi’, che sono ignorati: “Ci sono minacce che insidiano la casa comune. Il rischio non è che ne venga un qualche danno che poi si possa riparare, ma di essere tutti travolti da un crollo rovinoso che lascia solo macerie. Il sistema nel suo complesso sembra minacciato di crollo: non intendo fare diagnosi ma, senza pretesa di completezza, solo rilevare i segnali che più mi impressionano.

Si raccolgono segnali allarmanti sul futuro di paesi e città che sembrano destinati al declino per il ridursi del numero degli abitanti e l’innalzarsi dell’età. La crisi demografica è cronica e sembra irrimediabile. In qualche caso la preoccupazione più sentita riguarda il proprio benessere: ‘Chi lavorerà per pagare la mia pensione?’ Dobbiamo forse riconoscere che non siamo stati bravi maestri.

La generazione adulta deve riconoscere che nello stile di vita e nel tono dei discorsi non trasmette ai giovani buone ragioni per desiderare di diventare adulti, di fare scelte definitive, di formare una famiglia e di avere figli”.

Di fronte a questi ‘allarmi’ l’arcivescovo ha richiamato alla responsabilità: “Di fronte alle crepe che minacciano la stabilità della casa comune, si fanno avanti quelli che dichiarano di voler mettere mano all’impresa di aggiustare il mondo. Si fanno avanti coloro che riconoscono nella fede cristiana un fondamento necessario per la speranza e una motivazione decisiva per l’impegno.

Si fanno avanti coloro che sono animati da una passione per il bene comune e avvertono la vocazione alla solidarietà come fattore irrinunciabile per la loro coscienza. Si fanno avanti coloro che custodiscono principi di giustizia, pensieri di saggezza, consapevolezza delle proprie responsabilità, e che non sarebbero in pace con se stessi se si accomodassero nell’indifferenza. Si fanno avanti: non sono perfetti, non si ritengono superiori. Ma si fanno avanti ogni mattina. Non fanno grandi discorsi, ma io credo di poterne indovinare l’animo”.

Solo un impegno comune può essere salvezza della ‘casa comune’: “La casa non cade perché ci sono persone che si fanno avanti per aggiustarla e renderla abitabile. Il Signore Gesù ha pronunciato la parola sulla quale si può costruire la casa che non teme i venti tempestosi, neppure i venti di questo nostro tempo. Il Signore Gesù è lui stesso la pietra angolare: infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: infatti quel giorno la farà conoscere, perché con il fuoco si manifesterà, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno”.

La casa non cade perché c’è responsabilità, che mantiene la democrazia: “La responsabilità personale è il fascino e il rischio della democrazia, della vita in questa terra che amiamo, della continuità di una civiltà di cui siamo fieri.

Nel nostro contesto culturale contemporaneo, detto post-moderno, chi assume responsabilità avverte di essere circondato da uno scetticismo che si esprime in vari modi: l’afasia sul senso della vita, la convinzione della inutilità di ogni condivisa fiducia, la professione di agnosticismo come sintomo di intelligenza. Ma la casa non cade perché ci siete voi, responsabili delle istituzioni, sindaci, forze dell’ordine, magistrati, imprenditori, medici, educatori, donne e uomini, anziani, adulti e giovani, voi tutti che vi fate avanti ogni giorno e mettete mano all’impresa di aggiustare il mondo”.

Il motivo della casa resiste consiste nelle persone: “La casa non cade perché ci siete voi, convinti che vale la pena di considerare la vita come vocazione a servire, piuttosto che come pretesa di essere serviti. Non cade perché ci siete voi, uomini e donne pensosi, appassionati al cammino dell’umanità e al destino di questa città e di questa terra, fiduciosi nelle risorse delle persone oneste.

Ci siete voi, fieri di fare il bene, che trovate insopportabile il malaffare e l’indifferenza, l’egoismo e la rassegnazione. Ci siete voi, uomini e donne di fede che sapete pregare per non cadere in tentazione. Ci siete voi, uomini e donne di ogni credo e di ogni appartenenza che sapete percorrere con tenacia e perseveranza le vie del bene. Ci siete voi, uomini e donne abitati dalla gioia di essere vivi, di essere insieme, di essere in cammino verso il desiderabile futuro”.

(Foto: Arcidiocesi di Milano)

Papa Leone XIV invita alla conversione nello Spirito Santo

“Lo Spirito creatore, che nel canto abbiamo invocato (Veni creator Spiritus), è lo Spirito disceso su Gesù, il protagonista silenzioso della sua missione: ‘Lo Spirito del Signore è sopra di me’. Domandando che visiti le nostre menti, moltiplichi i linguaggi, accenda i sensi, infonda l’amore, rafforzi i corpi, doni la pace ci siamo aperti al Regno di Dio. E’ questa la conversione secondo il Vangelo: volgerci al Regno ormai vicino”: presiedendo in piazza san Pietro la veglia di Pentecoste, nel Giubileo dei movimenti, delle associazioni e delle nuove comunità, papa Leone XIV ha ricordato l’unità dei primi discepoli illuminati dallo Spirito.

Con la Pentecoste tutto è trasformato: “In Gesù vediamo e da Gesù ascoltiamo che tutto si trasforma, perché Dio regna, perché Dio è vicino. In questa vigilia di Pentecoste siamo profondamente coinvolti dalla prossimità di Dio, dal suo Spirito che unisce le nostre storie a quella di Gesù. Siamo coinvolti, cioè, nelle cose nuove che Dio fa, perché la sua volontà di vita si realizzi e prevalga sulle volontà di morte”.

E si ‘scopre’ la missione di Gesù: “Sentiamo qui il profumo del Crisma con cui è stata segnata anche la nostra fronte. Il Battesimo e la Confermazione, cari fratelli e sorelle, ci hanno uniti alla missione trasformatrice di Gesù, al Regno di Dio. Come l’amore ci rende familiare il profumo di una persona cara, così riconosciamo stasera l’uno nell’altro il profumo di Cristo. E’ un mistero che ci stupisce e ci fa pensare”.

Davanti a 100.000 persone che hanno rinnovato la professione di fede, il papa ha chiesto l’unità nella Chiesa: “A Pentecoste Maria, gli Apostoli, le discepole e i discepoli che erano con loro furono investiti da uno Spirito di unità, che radicava per sempre nell’unico Signore Gesù Cristo le loro diversità. Non molte missioni, ma un’unica missione. Non introversi e litigiosi, ma estroversi e luminosi. Questa piazza san Pietro, che è come un abbraccio aperto e accogliente, esprime magnificamente la comunione della Chiesa, sperimentata da ognuno di voi nelle diverse esperienze associative e comunitarie, molte delle quali rappresentano frutti del Concilio Vaticano II”.

Per questo il pensiero è ritornato a quel giorno dell’elezione papale con un richiamo al valore sinodale: “La sera della mia elezione, guardando con commozione il popolo di Dio qui raccolto, ho ricordato la parola ‘sinodalità’, che esprime felicemente il modo in cui lo Spirito modella la Chiesa. In questa parola risuona il syn (il con) che costituisce il segreto della vita di Dio. Dio non è solitudine. Dio è ‘con’ in sé stesso (Padre, Figlio e Spirito Santo) ed è Dio con noi. Allo stesso tempo, sinodalità ci ricorda la strada (odós) perché dove c’è lo Spirito c’è movimento, c’è cammino. Siamo un popolo in cammino”.

E’ lo Spirito Santo che permette alla Chiesa di essere accanto all’umanità, richiamando l’enciclica ‘Laudato sì’: “Questa coscienza non ci allontana ma ci immerge nell’umanità, come il lievito nella pasta, che la fa tutta fermentare. L’anno di grazia del Signore, di cui è espressione il Giubileo, ha in sé questo fermento. In un mondo lacerato e senza pace lo Spirito Santo ci educa infatti a camminare insieme. La terra riposerà, la giustizia si affermerà, i poveri gioiranno, la pace tornerà se non ci muoveremo più come predatori, ma come pellegrini. Non più ognuno per sé, ma armonizzando i nostri passi ai passi altrui. Non consumando il mondo con voracità, ma coltivandolo e custodendolo, come ci insegna l’enciclica Laudato sì”.

E’ questa la ragione per cui Dio ha creato il mondo: “Carissimi, Dio ha creato il mondo perché noi fossimo insieme. ‘Sinodalità’ è il nome ecclesiale di questa consapevolezza. E’ la via che domanda a ciascuno di riconoscere il proprio debito e il proprio tesoro, sentendosi parte di un intero, fuori dal quale tutto appassisce, anche il più originale dei carismi. Vedete: tutta la creazione esiste solo nella modalità dell’essere insieme, talvolta pericoloso, ma pur sempre un essere insieme”.

Infatti è possibile cambiare il mondo se si cambia il cuore: “E ciò che noi chiamiamo “storia” prende forma solo nella modalità del riunirsi, del vivere insieme, spesso pieno di dissidi, ma pur sempre un vivere insieme. Il contrario è mortale, ma purtroppo è sotto i nostri occhi, ogni giorno. Siano allora le vostre aggregazioni e comunità delle palestre di fraternità e di partecipazione, non solo in quanto luoghi di incontro, ma in quanto luoghi di spiritualità. Lo Spirito di Gesù cambia il mondo, perché cambia i cuori”.

In questo modo si ‘creano’ gioia e speranza: “Ispira infatti quella dimensione contemplativa della vita che sconfessa l’autoaffermazione, la mormorazione, lo spirito di contesa, il dominio delle coscienze e delle risorse. Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà. L’autentica spiritualità impegna perciò allo sviluppo umano integrale, attualizzando fra noi la parola di Gesù. Dove questo avviene, c’è gioia. Gioia e speranza”.

L’evangelizzazione può avvenire attraverso le beatitudini: “L’evangelizzazione, cari fratelli e sorelle, non è una conquista umana del mondo, ma l’infinita grazia che si diffonde da vite cambiate dal Regno di Dio. E’ la via delle Beatitudini, una strada che percorriamo insieme, tesi fra il ‘già’ ed il ‘non ancora’, affamati e assetati di giustizia, poveri di spirito, misericordiosi, miti, puri di cuore, operatori di pace. Per seguire Gesù su questa via da Lui scelta non occorrono sostenitori potenti, compromessi mondani, strategie emozionali”.

Infine ha ricordato che essa è opera di Dio, chiedendo di rimanere fedeli alle chiese in essi si trovano: “L’evangelizzazione è opera di Dio e, se talvolta passa attraverso le nostre persone, è per i legami che rende possibili. Siate dunque legati profondamente a ciascuna delle Chiese particolari e delle comunità parrocchiali dove alimentate e spendete i vostri carismi. Attorno ai vostri vescovi e in sinergia con tutte le altre membra del Corpo di Cristo agiremo, allora, in armoniosa sintonia. Le sfide che l’umanità ha di fronte saranno meno spaventose, il futuro sarà meno buio, il discernimento meno difficile. Se insieme obbediremo allo Spirito Santo!”

(Foto: Santa Sede)

Da Cascia per diffondere il ‘profumo’ di Cristo

“In un mondo lacerato dai conflitti, Santa Rita ci ricorda che la pace è una scelta quotidiana, fatta di perdono, ascolto e riconciliazione. La sua santità nasce da gesti concreti e profondamente umani: fu figlia, sposa, madre e monaca, sempre capace di restare in relazione con gli altri anche nel dolore. Oggi, mentre si conclude la Festa a lei dedicata, sentiamo il bisogno di rilanciare un appello accorato alla pace, soprattutto per l’Ucraina e la Terra Santa, dove regnano sofferenza e ingiustizia. Per Rita, la pace era responsabilità, un cammino costruito con misericordia, comprensione dell’altro e coraggio.

E’ questa la strada che dobbiamo tornare a percorrere: la cura dell’altro, il dialogo, la compassione che ci rende umani. Ogni vita è unica e sacra. Solo così potremo disarmare davvero i nostri cuori e quelli del mondo. Raccogliendo l’invito di Papa Leone XIV, che mercoledì ha chiesto ai fedeli di pregare il Rosario per la pace, la nostra comunità si unisce alla sua voce: preghiamo per la fine della violenza nella Striscia di Gaza, per l’ingresso di aiuti umanitari e perché prevalga il bene sul male”: con queste parole suor Maria Grazia Cossu, badessa del monastero Santa Rita da Cascia, ha commentato la conclusione dei festeggiamenti in onore della ‘santa degli impossibili’ con migliaia di pellegrini da tutto il mondo.

La giornata era stata aperta dal pontificale, concelebrato con mons. Renato Boccardo, arcivescovo di Spoleto-Norcia, e con p. Angel Moral Anton, priore generale degli Agostiniani, del card. Baldassare Reina, gran cancelliere del Pontificio Istituto ‘Giovanni Paolo II’, che nell’omelia ha chiesto di guardare a santa Rita come ‘compagna’ di cammino: “Quotidianamente la Chiesa ci propone modelli di santità: fratelli e sorelle che godono la piena beatitudine in cielo. Non per farci immaginare una santità lontana o ideale, ma per ricordarci che anche noi siamo chiamati alla santità. I santi ci sono accanto come protettori e compagni di cammino. Santa Rita va guardata con questo stesso sguardo”.

E la santità è per tutti: “Ogni volta che celebriamo la festa di un santo, il rischio è quello di tenerlo a distanza, pensando che quella santità non sia per noi. Ma la santità è per tutti. Se oggi siamo qui è perché vogliamo crescere nella santità. E’ bello vedere la grande devozione che c’è verso Santa Rita, non solo qui a Cascia, ma nel mondo intero. E allora, lasciamoci ispirare dalla sua vita: una vita segnata da grandi prove, una scelta religiosa osteggiata, un matrimonio difficile, il dolore per l’assassinio del marito, la morte dei figli, la sofferenza della spina accettata nella vita religiosa. Non è stata una vita facile, quella di santa Rita. Dobbiamo guardarla nella sua realtà concreta, segnata profondamente dalla sofferenza”.

Soffermandosi sulle letture odierne ha invitato i fedeli a vincere il ‘male con il bene’: “E’ un messaggio che contiene una profonda saggezza: il nostro cuore è fatto per il bene, non per il male. E’ fatto per amare, non per odiare. I sentimenti negativi possono anche entrare nel nostro cuore, ma non sono fatti per abitarlo. Il principio di vincere il male con il bene è quanto mai attuale. Santa Rita avrebbe potuto vendicare l’assassinio del marito. Avrebbe potuto rispondere al male con altro male e forse avrebbe anche ricevuto l’approvazione degli altri.

Ma ha scelto una strada diversa: ha scelto la via del Vangelo. Ha scelto di perdonare. Ed allora, guardiamo anche al nostro tempo. Un tempo segnato da un crescendo preoccupante di violenza, come ricordava l’arcivescovo all’inizio della Messa. papa Francesco parla di una ‘terza guerra mondiale a pezzi’. E papa Leone, affacciandosi dalla loggia subito dopo la sua elezione, ha invocato il dono della pace”.

E’ stato un invito a non abituarsi alla violenza: “Ci siamo talmente abituati alla violenza che abbiamo perso il senso di ribellione, di indignazione. Non riusciamo più nemmeno a dire: ‘Non è giusto. Non si fa. Non si tocca’. Ed invece no: la vita umana non si tocca. Che sia una donna, un bambino, un marito, una moglie, un lavoratore… la vita non si tocca.

Tra i tanti messaggi che santa Rita ci lascia, ce n’è uno che oggi non possiamo dimenticare: provare a vincere il male con il bene. Il male esiste, ci tocca, ci attraversa. Gli antichi lo chiamavano ‘mysterium iniquitatis’, il mistero del male. E’ un mistero, prima di tutto, per noi stessi. Perché nessuno di noi, al mattino, si alza con l’intenzione di fare il male. Eppure, lo facciamo”.

Per questo sono di estrema attualità le parole di papa Leone XIV a disarmare le parole: “Supera sempre con il doppio di amore. Non con il doppio di odio. Questo è un messaggio profetico. Qualche giorno fa, Papa Leone ha detto con chiarezza: ‘Dobbiamo disarmare il linguaggio’. E noi oggi lo sentiamo come un appello urgente: abbiamo bisogno di disarmare il linguaggio, i sentimenti, il cuore. Abbiamo bisogno di immaginare strade nuove, di costruire relazioni che siano davvero umane, prima ancora che cristiane.

Forse stiamo perdendo il ‘bene dell’intelletto’, stiamo perdendo la capacità di costruire una società che sia davvero a misura d’uomo. E se questo messaggio può sembrare forte, lo è. Ma è necessario. E allora, come si fa a perdonare? Come si fa ad amare il nemico? Gesù ce lo ha detto nel Vangelo: ‘Rimanete in me’. Rimanete nel mio amore. Come il tralcio che resta unito alla vite. Se rimaniamo in Lui, se osserviamo le sue parole, porteremo frutto”.

Ecco il motivo per cui il cristianesimo va vissuto quotidianamente: “Il cristianesimo non può essere la religione delle occasioni. Arriva la domenica, arriva il Natale, arriva la Pasqua, arriva una festa… ci ricordiamo di essere cristiani, ci avviciniamo a Dio, magari facciamo la Comunione. Ma poi? Il resto della vita non è toccato da quel Vangelo. Immaginate una vigna che potesse portare frutto semplicemente accostando il tralcio alla vite ogni tanto. Un contadino arriva, mette il tralcio lì accanto e spera in qualche grappolo d’uva. Non accadrà mai. Perché affinché arrivi il frutto, il tralcio deve essere profondamente, intimamente innestato alla vite”.

Questa è la grande ‘lezione’ di santa Rita: “E qui ritorna un altro messaggio forte della vita di Santa Rita. Una donna che ha vissuto un rapporto così intimo con il Signore Gesù da portare nel suo corpo i segni della sua Passione. Rimanere in Lui non significa avere una vita facile. La fede non è magia. Il cristianesimo non è magia. Siamo cristiani, sacerdoti, monache, consacrati e consacrate a vario titolo… e abbiamo vite complicate. Vite segnate dalla malattia, dalla fatica, da qualche fallimento, dalla tentazione. Esattamente come Santa Rita. E la fede è proprio ciò che ci aiuta ad affrontare tutto questo, con la consapevolezza che Dio è con noi. Che non ci abbandona. Rimanere in Lui. Mettere davvero radici in Dio. Sentirci a casa in Dio, non di passaggio”.

Quindi il ‘segreto’ è rimanere in Lui: “Possiamo essere provati dall’inizio alla fine della nostra vita, ma se siamo in Dio, siamo nella gioia. E sarà capitato anche a voi (come è capitato a me) di incontrare persone consacrate, sacerdoti, religiose, con la luce negli occhi. Non per l’assenza di problemi, ma perché avevano Dio. E oggi, più che mai, abbiamo bisogno di tornare a mettere Dio al centro, di andare in profondità”.

Concludendo l’omelia il card. Reina ha invitato a portare il ‘profumo di Cristo: “Non limitiamoci alla rosa che oggi è viva e domani appassisce. Il mondo ha bisogno di un altro profumo: non quello artificiale, ma il profumo della santità, della fraternità, della gentilezza, dell’accoglienza, del sentirsi famiglia. Cascia può essere quel centro da cui questo profumo si diffonde. Chiediamo a Santa Rita, insieme, che la sua intercessione faccia arrivare questo profumo fino ai confini della terra. Preghiamo per il mondo intero, per la Chiesa, per il Santo Padre”.

 (Foto: Fondazione Santa Rita da Cascia)

Papa Francesco raccontato da Riccardo Rossi

“E’ stata una grande gioia accogliere in ‘Missione Speranza e Carità’ papa Francesco, il 15 settembre 2018, a pranzo con tutti i poveri. Io ero a poca distanza da lui, al tavolo di fronte con mia moglie Barbara, e mi ha colpito per la sua semplicità nel parlare con tutti i fratelli accolti. Sembrava uno di noi da sempre, non era un papa tra i poveri, ma un padre che amava i suoi figli e li ascoltava tutti con pazienza e gioia”: ad un mese dalla morte di papa Francesco, avvenuta lo scorso 21 aprile, Riccardo Rossi, piccolo figlio della ‘Divina Volontà’ di Palermo ricorda gli incontri con il papa durante la visita nella missione fondata dal francescano laico Biagio Conte.

Ricordi indimenticabili di una visita di papa Francesco nella missione: “Papa Francesco ha emanato talmente tanta gioia che tanti hanno preso coraggio e si sono alzati dal tavolo assegnato per andare ad abbracciarlo in una sala mensa stracolma di gente. E’ stato molto bello quando ha incontrato due sposi, lui Nigeriano e lei italiana, e ha preso in braccio con paterno amore la loro piccola figlia”.

Quindi gli chiediamo di raccontare i suoi ricordi degli incontri con papa Francesco: “Tutti ricordi molto belli. Nel febbraio del 2016 in piazza San Pietro con mia moglie nell’incontro con i neo sposi, abbiamo ‘scoperto’ il papa dell’ascolto, che chiede umilmente di pregare per lui, che in realtà è un pregare per il mondo intero!

Ho avuto la grazia di incontrare papa Francesco anche quest’anno al Giubileo dei giornalisti in sala Nervi in Vaticano; in quest’occasione ci ha donato una grande fede, dicendo a noi giornalisti: ‘Ma tu sei vero? Non solo le cose che tu dici, ma tu nel tuo interiore, nella tua vita sei vero?’ Ci ha detto di essere sempre veri, che vuol dire essere coerenti in quello che scriviamo, diventare persone totalmente vere, portando in noi Cristo, che è l’unico perfetto.

La nostra vita deve profumare di Cristo, non possiamo fare articoli meravigliosi e poi nella nostra vita essere portatori di discordia, di intolleranza, di parole cattive. Non ci può essere una dicotomia tra il nostro lavoro e il nostro comportamento giornaliero, non possiamo essere perfetti fuori ed essere insopportabili a casa con la famiglia e con chi ci sta vicino; e questo vale per tutte le categorie sociali. Papa Francesco nel dolore ha trovato una grande fusione con Gesù e Maria, tale da dare in questi ultimi tempi messaggi di una profondità così grande, che sembrano provenire direttamente dal Cielo.

Papa Francesco ci ha indicato la Via: dobbiamo sempre di più fonderci in Gesù ed essere testimoni di verità. Accogliamo le nuove esagerazioni d’amore del Re Divino, nei 36 volumi di Libro di Cielo, vergati dalla serva di Dio Luisa Piccarreta, per perseguire, fusi in Gesù e Maria, la manifestazione del Regno di Dio su questa terra che porterà alla fine di ogni male e all’acquisizione di tutti i beni”.

Papa Francesco è stato pure a pranzo nella missione ‘Speranza e Carità’ il 15 Settembre 2018: quali gesti ti sono rimasti impressi?

“Innanzitutto devo dire che sembrava uno di noi, un padre che ama i suoi figli. Ha chiesto al Signore di accompagnarci nel cammino della vita, di darci gioia nel cuore e molto amore. E ha ascoltato attentamente fratelli e sorelle di tutte le parti del mondo, cosa poco comune in questi tempi di non ascolto dell’altro”.

Nel messaggio per la prossima Giornata delle Comunicazioni sociali papa Francesco ha invitato a condividere ‘con mitezza la speranza che sta nei vostri cuori’: attraverso quali gesti può avvenire questa condivisione?

“Diventando dei giornalisti che raccontano le buone notizie che edificano la società. Diventando giornalisti che lottano per la pace, per un mondo migliore, ma avendo in ogni articolo lo scopo di dare tutta la Gloria a Dio, la salvezza di tutte le anime e di affrettare il Regno di Dio sulla terra”. 

Per quale motivo invitava a non ‘dimenticare il cuore’ nella comunicazione?

“Il cuore è l’emblema dell’amore. Senza amore non si va da nessuna parte. L’amore vero è portare Gesù Cristo e Mamma Maria agli altri, in ogni parola, in ogni articolo, in ogni intervista”.

Allora come è possibile fare una comunicazione di ‘prossimità’?

“Essendo fusi in Gesù e Maria e portando Speranza con le nuove esagerazioni d’amore del Re Divino che ci vuole di nuovo fusi in Lui, come eravamo al principio, come Adamo ed Eva”.

Nel Giubileo della Comunicazione il papa aveva sottolineato la necessità di raccontare storie di speranza: ‘Quando raccontate il male, lasciate spazio alla possibilità di ricucire ciò che è strappato, al dinamismo di bene che può riparare ciò che è rotto’. In quale modo è possibile? 

“Bisogna raccontare le storie comuni che danno speranza, di chi è una buona madre; di chi fa un lavoro umile e insegna ai suoi figli che Dio ci ama e che noi possiamo ricambiarlo con il Suo amore; di chi fa ogni gesto nella Divina Volontà e ogni giorno con i gesti più semplici aiuta tutta l’umanità, passata, presente e futura.

Per volontà della Madonna, conduco una trasmissione Tv che ha come spunto le parole di papa Francesco della 59^ Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Una trasmissione atta a fare capire che non occorre fare grandi cose, essere potenti, famosi, ma vivere pienamente nella Divina Volontà la realtà della propria famiglia, del proprio lavoro, qualora fosse anche piccolo e insignificante; un nuovo programma televisivo dal titolo ‘Verità di Cielo’ a cura dei Piccoli Figli della Divina Volontà di Palermo, su Maria Vision Italia (canale 255 e in streaming https://www.mariavision.it/),  trasmessa il giovedì sera alle 19,30,  con cadenza quindicinale e che andrà avanti fino alle fine dell’anno 2025. Per chi lo desidera, può trovare le puntate precedenti su https://www.adveniatregnumtuum.it/verita…/verita-di-cielo/  

A tal proposito Gesù ci dice nel volume 33 del Libro di Cielo, 4 Ottobre 1935: Oh se tutti capissero che solo la mia Divina Volontà sa fare le cose grandi, ed ancorché fossero piccole e insignificanti, oh, come sarebbero tutti contenti, e ciascuno amerebbe il posticino, l’ufficio in cui Dio lo ha messo! Ma siccome si fanno padroneggiare dall’umano volere, vorrebbero dare di loro, fare azioni grandi che non possono fare, perciò sono sempre scontenti della condizione o posto in cui la Divina Provvidenza li ha messi per loro bene”.

Messa crismale per una Chiesa giubilare

Questa mattina nelle chiese cattoliche di tutto il mondo la Messa crismale, in cui il clero rinnova le promesse fatte nel giorno dell’ordinazione e durante la quale vengono benedetti gli oli santi del crisma; a Milano mons. Mario Delpini ha proposto una riflessione sul ministero ordinato, facendo un chiaro riferimento ad alcuni recenti fatti di cronaca:

“La nostra Chiesa è ferita, il nostro presbiterio è ferito. Il comportamento scandaloso di alcuni di noi preti diventa una ferita per tutto il presbiterio, e tutti ne siamo umiliati e in qualche modo avvertiamo che è incrinata la fiducia verso tutti noi. Anche se non ogni comportamento scandaloso, che riguardi il potere, il sesso, l’uso del denaro, è un delitto perseguito dall’ordinamento canonico o civile, è però sempre una ferita per la gente che si aspetta una parola e una vita di vangelo”.

Nell’omelia l’arcivescovo ha sottolineato il desiderio di Dio nel mandare il Figlio a salvare il mondo: “L’ostinato desiderio di Dio di salvare il mondo e di seminare consolazione, libertà e sollievo si compie con la presenza di Gesù che associa a sé i discepoli perché siano come lui consacrati con l’unzione e mandati”.

Quindi la ‘grazia’ consiste nella proclamazione della salvezza da parte di Dio: “La consacrazione nel battesimo e la grazia e la missione di proclamare questo ‘oggi’ del compimento incompiuto sono il dono che ogni battezzato riceve. Il ministero ordinato, la nostra condizione di vescovi, preti, diaconi, ha una missione irrinunciabile. Non da soli, non come fossimo una casta privilegiata, ma come dei servi che insieme con tutto il popolo cristiano compie la missione di proclamare questo ‘oggi’ della salvezza”.

E di fronte ai molti abusi compiuti dai sacerdoti mons. Delpini ha ringraziato quelli che di fronte agli scandali continuano ad essere onestamente tra la gente: “I motivi di speranza per la nostra Chiesa siete voi, preti e diaconi consacrati per la missione. Non siamo perfetti e nessuno mai è sottratto alle tentazioni. Ma voi siete un motivo per avere fiducia perché vi sdegnate per gli scandali, vi arrabbiate per il discredito che ci ferisce, ma avete una riserva inesauribile di generosità, di compassione, di creatività…

Voi siete motivo di fiducia e la gente sa che può fidarsi di voi, che ha bisogno di voi, che senza i preti la nostra Chiesa non può continuare la sua missione secondo quell’inconfondibile tratto ambrosiano di cui sono così fiero e grato”.

 Mentre a Catania mons. Luigi Renna ha celebrato il giubileo del presbiterio: “Guardiamo alla ricchezza dei carismi e dei ministeri che sono presenti tra noi: nel cammino sinodale la voce di ciascuno ha espresso sé stessa non per creare una ‘nuova Babele’, una costruzione che vuole sfidare il Signore e la comunione, ma un edificio spirituale, in cui le pietre vive delle nostre esistenze siano bene connesse e cementate dal perdono e dall’amore fraterno, per testimoniare la luce di Cristo”.

Ed il giubileo si concretizza attraverso le azioni: “Il giubileo annunciato dal Messia si concretizza anche in un gesto, quello di ‘fasciare le piaghe dei cuori spezzati’, che per noi diventa un felice richiamo ad uno degli oli che tra poco andremo a benedire, quello degli infermi. Forse è quel sacramentale di cui parliamo meno, così come anche del sacramento in cui viene utilizzato, l’Unzione degli infermi, spesso ancora relegata al ruolo di unzione ‘estrema’, della quale si ha persino timore e si dilaziona il più possibile, perdendone il senso di grazia e di speranza che dona agli ammalati gravi. Sarà il primo olio che benedirò, invocando lo Spirito Santo sul frutto dell’olivo, che già di per sé nutre e dà sollievo: quanti medicinali sono a base di olio, e servono per lenire le ferite!”

Dalla diocesi di Macerata mons. Nazzareno Marconi ha invitato a non ragionare in maniera ‘mondana’: “Se come ministri del Signore, consacrati e mandati per il bene del Suo Popolo, vogliamo capire chi siamo non possiamo conformaci alla mentalità di questo secolo in cui ogni diversità è pensata secondo una logica di potere, come se fondasse una superiorità ed una sopraffazione. Mentre agli occhi di Dio la consacrazione dovrebbe piuttosto fondare una chiamata, ad immagine di Cristo il consacrato dal Padre, a farci minori e servitori generosi dei fratelli”.

E’ stato un invito a non ‘desacralizzare’ il sacerdozio: “Dio è amore, per questo il suo primo pensiero è: amare e donare. Perciò quando Dio, con il suo Spirito consacra e pervade un cuore umano, lo fa perché questo cuore umano ami di più e si doni di più. Non, come pensiamo noi mondani, per metterlo sul piedistallo del potere. Se per combattere il clericalismo, desacralizziamo e sconsacriamo il nostro sacerdozio, non faremo altro che distruggere la nostra identità spirituale, senza aver sconfitto una più subdola logica di potere, che è la pianta maligna da cui germoglia ogni clericalismo, sia dei preti che dei laici”.

Mentre da Torino il card. Roberto Repole ha incentrato l’omelia sul ministero ‘cristico’: “Che cosa guarda Cristo del nostro ministero? Non i successi o gli insuccessi secondo le logiche funzionaliste del nostro mondo. L’unica cosa che guarda è che noi manteniamo con Lui e come Lui la libertà di donarci senza sosta, senza trattenere nulla, anche là dove troviamo degli ostacoli, anche là dove troviamo il rifiuto. Potremmo dire che il nostro ministero ecclesiale è un ministero autentico e fecondo, a misura che sia anche un ministero cristiano, cristico, pasquale.

Quello che conta agli occhi di Cristo è soltanto questo, è unicamente questo: che noi ci doniamo fino in fondo con estrema generosità, senza trattenere nulla, lasciando a Lui e soltanto a Lui di misurare l’efficacia del nostro ministero. E quando viviamo così, lo sappiamo molto bene, cadono tutti i motivi di piccole o grandi competizioni tra di noi. Quello che conta è l’amore con cui ci doniamo: è ciò che siamo invitati a vedere in questa Pasqua in Gesù ed è ciò che siamo invitati a vivere in questa Pasqua con Gesù”.

Dalla diocesi di Cremona mons. Antonio Napolioni ha ricordato il ‘valore’ dell’olio sacro ai “Sacerdoti del Signore, consacrati da un olio di letizia, di cui tutto il popolo attende di sentire e portare il profumo… La Pasqua non viene per darci un’illusoria pausa di spensieratezza primaverile, rispetto ai drammi e alle paure che ci affliggono. Viene piuttosto a ridestare ragioni di speranza, aprire vie di cambiamento, prospettive di vita nuova… Perciò la via da riprendere è quella del dialogo, non del monologo arrogante, ed è il rispetto delle diversità che accredita la diplomazia e rinsalda la democrazia. Stili che i cristiani riassumono oggi nella ‘sinodalità’, ossia nel camminare insieme, come popolo in cui anche i più piccoli e fragili hanno la medesima dignità, e diventano corresponsabili del bene e del futuro di tutti. In modo che nessuno si erga a padrone del mondo, spacciandosi per il suo salvatore”.

(Foto: diocesi di Milano)

A Dili papa Francesco invita a diffondere il profumo dell’amore di Dio

Dopo l’incontro con le autorità oggi papa Francesco ha aperto la giornata incontrando i bambini affetti da gravi malattie nella ‘Casa Irmãs Alma’ che garantisce cure e assistenza a minori, indicando l’esempio di Silvano, 7 anni, affetto da una malattia neuro-degenerativa: ‘Ci insegna a lasciarsi curare’, secondo l’ammonimento di Gesù:

“Quando Gesù parla del Giudizio finale, dice ad alcuni: ‘Venite con me’. Ma non dice: ‘Venite con me perché siete stati battezzati, perché siete stati cresimati, perché siete stati sposati in Chiesa, perché non hanno mentito, perché non hanno rubato…’. No! Dice: Venite con me perché mi vi siete presi cura di me. Vi siete presi cura di me’”.

L’amore ‘è quello che si trova qui’, ha sottolineato il papa nel breve discorso, preceduto dal saluto della superiora suor Gertrudis Bidi, nella sala dedicata a san Vincenzo de Paoli: “Senza amore, questo non si capisce. Non possiamo comprendere l’amore di Gesù se non iniziamo a praticare l’amore. Condividere la vita con le persone più bisognose è un programma, il vostro programma, è il programma di ogni cristiano… Sono loro che insegnano a noi come dobbiamo lasciarci accudire da Dio. Lasciarci accudire da Dio e non da tante idee o progetti o capricci. Lasciarci accudire da Dio. E loro sono i nostri maestri. Grazie a voi per questo”.

Infine ha preso a sé Silvano, un bambino focomelico: “Sto guardando questo bambino: come si chiama? Cosa ci insegna Silvano? Ci insegna a prenderci cura: prendendoci cura di lui, impariamo a prenderci cura. E se guardiamo il suo volto, è tranquillo, sereno, dorme in pace. E così come lui si lascia accudire, anche noi dobbiamo imparare a lasciarci accudire: lasciarci accudire da Dio che ci ama tanto, lasciarci accudire dalla Vergine, che è nostra Madre”.

Ed ha concluso affermando che in questo si manifesta l’amore di Dio: “E Questo io lo chiamo il sacramento dei poveri. Un amore che incoraggia, costruisce e rafforza. E questo è ciò che troviamo qui: l’amore. Senza amore questo non può essere compreso. Ed è così che comprendiamo l’amore di Gesù che ha dato la sua vita per noi. Non possiamo capire l’amore di Gesù se non entriamo nella pratica dell’amore”.

Terminata la visita papa Francesco ha incontrato nella cattedrale di Dili i vescovi, i sacerdoti, i consacrati e le consacrate ed i catechisti e catechiste con l’invito ad essere vicino alla gente per sentirne il profumo: “Una Chiesa che non è capace di arrivare ai confini e che si nasconde nel centro, è una Chiesa molto malata… Significa essere consapevoli del dono ricevuto, ricordarci che il profumo non serve per noi stessi ma per ungere i piedi di Cristo, annunciando il Vangelo e servendo i poveri, significa vigilare su stessi perché la mediocrità e la tiepidezza spirituale sono sempre in agguato”.

Un profumo evangelico che deve essere custodito con cura, perchè “significa essere consapevoli del dono ricevuto, ricordarci che il profumo non serve per noi stessi ma per ungere i piedi di Cristo, annunciando il Vangelo e servendo i poveri, significa vigilare su stessi perché la mediocrità e la tiepidezza spirituale sono sempre in agguato”.

Un profumo che rende necessaria la pacificazione dei conflitti: “Un profumo di riconciliazione e di pace dopo gli anni sofferti della guerra; un profumo di compassione, che aiuti i poveri a rialzarsi e susciti l’impegno per risollevare le sorti economiche e sociali del Paese; un profumo di giustizia contro la corruzione. E, in particolare, il profumo del Vangelo bisogna diffonderlo contro tutto ciò che umilia, deturpa e addirittura distrugge la vita umana, contro quelle piaghe che generano vuoto interiore e sofferenza come l’alcolismo, la violenza, la mancanza di rispetto per la dignità delle donne. Il Vangelo di Gesù ha la forza di trasformare queste realtà oscure e di generare una società nuova”.

Per questo è necessaria un’azione di inculturazione attraverso la Dottrina Sociale della Chiesa: “Se siete una Chiesa che non è capace di inculturare la fede, che non è capace di esprimere la fede nei valori propri di questa terra, sarà una Chiesa eticista e non feconda…

Non trascurate di approfondire la dottrina cristiana, di maturare nella formazione spirituale, catechetica e teologica; perché tutto questo serve ad annunciare il Vangelo nella vostra cultura e, nello stesso tempo, a purificarla da forme e tradizioni arcaiche e talvolta superstiziose. Ci sono tante cose belle nella vostra cultura, penso specialmente alla fede nella risurrezione e nella presenza delle anime dei defunti; però tutto questo va sempre purificato alla luce del Vangelo e della dottrina della Chiesa”.

L’evangelizzazione avviene solo se si riesce ad espandere il profumo dell’Amore: “L’evangelizzazione avviene quando abbiamo il coraggio di ‘rompere’ il vaso che contiene il profumo, rompere il ‘guscio’ che spesso ci chiude in noi stessi e uscire da una religiosità pigra, comoda, vissuta soltanto per un bisogno personale”.

Ed ha ‘assegnato’ ai cristiani del Paese il ‘compito’ di diffondere questo profumo di riconciliazione e di pace: “Un profumo di compassione, che aiuti i poveri a rialzarsi e susciti l’impegno per risollevare le sorti economiche e sociali del Paese; un profumo di giustizia contro la corruzione. State attenti: spesso la corruzione entra nelle nostre comunità, nelle nostre parrocchie.

Ed, in particolare, il profumo del Vangelo bisogna diffonderlo contro tutto ciò che umilia, deturpa e addirittura distrugge la vita umana, contro quelle piaghe che generano vuoto interiore e sofferenza come l’alcolismo, la violenza, la mancanza di rispetto per la dignità delle donne. Il Vangelo di Gesù ha la forza di trasformare queste realtà oscure e di generare una società nuova”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco: lo Spirito Santo sprigiona il profumo di Gesù

“Oggi, commemorazione di San Pio X, in tante parti del mondo si celebra il giorno del catechista. Pensiamo ai nostri catechisti e alle nostre catechiste che portano avanti tanto lavoro e, in alcune parti del mondo, sono i primi a portare avanti la fede. Preghiamo oggi per i catechisti, che il Signore li faccia coraggiosi e possano andare avanti”: al termine dell’udienza generale nella sala Paolo VI papa Francesco ha ricordato san Pio X ed ha sottolineato che oggi si celebra la giornata del catechista per ricordare il catechismo composto da Pio X, conosciuto anche come Catechismo Maggiore.

E nell’udienza generale papa Francesco ha riflettuto sulla discesa dello Spirito Santo in Gesù: “Oggi riflettiamo sullo Spirito Santo che viene su Gesù nel battesimo del Giordano e da Lui si diffonde nel suo corpo che è la Chiesa. Nel Vangelo di Marco la scena del battesimo di Gesù è così descritta: «In quei giorni, Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba”.

Tale momento è molto importante per la Rivelazione trinitaria: “Tutta la Trinità si è data appuntamento, in quel momento, sulle rive del Giordano! C’è il Padre che si fa presente con la sua voce; c’è lo Spirito Santo che scende su Gesù in forma di colomba e c’è colui che il Padre proclama suo Figlio amato, Gesù. E’ un momento molto importante della Rivelazione, è un momento importante della storia della salvezza. Ci farà bene rileggere questo passo del Vangelo”.

Il battesimo di Gesù rivela la sua natura: “Che cosa è avvenuto di tanto importante nel battesimo di Gesù da indurre tutti gli Evangelisti a raccontarlo? La risposta la troviamo nelle parole che Gesù pronuncia, poco tempo dopo, nella sinagoga di Nazaret, con chiaro riferimento all’evento del Giordano…

Nel Giordano Dio Padre ha “unto di Spirito Santo”, cioè ha consacrato Gesù come Re, Profeta e Sacerdote. Infatti, con olio profumato venivano unti nell’Antico Testamento i re, i profeti e i sacerdoti. Nel caso di Cristo, al posto dell’olio fisico, c’è l’olio spirituale che è lo Spirito Santo, al posto del simbolo c’è la realtà: c’è lo Spirito stesso che scende su Gesù”.

Ed ha spiegato il significato di unzione: “Abbiamo visto perché lo Spirito Santo, nella Bibbia, viene simboleggiato dal vento e, anzi, prende da esso il suo stesso nome, Ruah (vento). Vale la pena di domandarci anche perché esso è simboleggiato dall’olio, e quale insegnamento pratico possiamo trarre da questo simbolo. Nella Messa del Giovedì Santo, consacrando l’olio detto ‘Crisma’, il vescovo, riferendosi a coloro che riceveranno l’unzione nel Battesimo e nella Confermazione, dice così: ‘Questa unzione li penetri e li santifichi, perché, liberati dalla nativa corruzione e consacrati tempio della sua gloria, spandano il profumo di una vita santa’.

E’ un’applicazione che risale a San Paolo, che ai Corinzi scrive: ‘Noi siamo infatti, dinanzi a Dio, il profumo di Cristo’. L’unzione ci fa profumo, e anche una persona che vive con gioia la sua unzione profuma la Chiesa, profuma la comunità, profuma la famiglia con questo profumo spirituale”.

E’ un invito a diffondere il ‘profumo’ di Cristo: “Sappiamo che, purtroppo, a volte i cristiani non diffondono il profumo di Cristo, ma il cattivo odore del proprio peccato. E non dimentichiamo mai: il peccato ci allontana da Gesù, il peccato ci fa diventare olio cattivo. Ed il diavolo (non dimenticate questo) di solito, il diavolo entra dalle tasche, state attenti. E questo, tuttavia, non deve distoglierci dall’impegno di realizzare, per quanto possiamo e ognuno nel proprio ambiente, questa vocazione sublime di essere il buon odore di Cristo nel mondo”.

Quindi il profumo di Cristo è gioia e “si sprigiona dai ‘frutti dello Spirito’…  E’ bello trovare una persona buona, una persona fedele, una persona mite, che non sia orgogliosa… Se ci sforziamo di coltivare questi frutti e quando noi troviamo questa gente allora, senza che ce ne accorgiamo, qualcuno sentirà intorno a noi un po’ della fragranza dello Spirito di Cristo. Chiediamo allo Spirito Santo che ci faccia più consapevoli unti, unti da Lui”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco spiega il significato del mantello della Madonna di Guadalupe

La storia legata alla Madonna di Guadalupe è estremamente affascinante: il mistero della sua figura impressa sul mantello dell’indio convertito al cristianesimo Jaun Diego Cuauhtlatoatzin. All’alba del 9 dicembre 1531 una figura solenne, più grande del vero, apparve al giovane indio Juan Diego, sulla collina di Tepeyac, alla periferia di Città del Messico.

Papa Francesco: i nonni hanno tramandato il profumo del Vangelo

Oggi papa Francesco ha celebrato la prima messa in terra canadese al Commonwealth Stadium di Edmonton ricordando la festa odierna dei santi Gioacchino e Anna, genitori della beata Vergine Maria, accolto da un lungo applauso conclusivo:

La beata suor Maria Costanza Panas: il profumo della santità accogliente

“Grande gioia per la Chiesa di Fabriano-Matelica che apprende la notizia della beatificazione di suor Costanza Panas. Per la nostra diocesi e tutta la Chiesa questa notizia è un grande dono che ci sprona a vivere questo segno provvidenziale con gratitudine al Signore e verso il Santo Padre che ha autorizzato la Congregazione delle cause dei Santi a promulgare il decreto riguardante il miracolo attribuito all’intercessione della Venerabile Serva di Dio Maria Costanza Panas, monaca professa delle Clarisse Cappuccine del Monastero di Fabriano”:

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