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Leone XIV, tre mesi di pontificato nel segno dell’unità e della pace di Cristo
“Dio ci vuole bene. Dio vi ama tutti e il male non prevarrà. Siamo tutti nelle mani di Dio. Pertanto, senza paura, uniti, mano nella mano con Dio e tra di noi, andiamo avanti. Siamo discepoli di Cristo. Cristo ci precede. Il mondo ha bisogno della sua luce. L’umanità necessita di lui come il ponte per essere raggiunta da Dio e dal suo amore. Aiutateci anche voi, poi, gli uni gli altri, a costruire i ponti con il dialogo, con l’incontro, unendo per essere un solo popolo, sempre in pace… In questo senso, possiamo tutti camminare insieme verso quella patria che Dio ci ha preparato”: con queste parole dalla Loggia delle Benedizioni, giovedì 8 maggio, il card. Robert Francis Prevost, appena eletto papa Leone XIV, salutava in piazza san Pietro il popolo cattolico, ch lo ha accolto con esultanza.
A tre mesi dalla sua elezione riflettiamo su alcuni elementi caratteristici del suo pontificato con p. Fabio Nardelli, appartenente all’Ordo Fratrum Minorum (OFM), docente di ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense e alla Pontificia Università Antonianum di Roma, nonché all’Istituto Teologico di Assisi: quali sono i tratti distintivi del suo pontificato?
“Se volessimo utilizzare un’espressione sintetica per definire questo pontificato, potremmo dire con le sue stesse parole che ‘questa è l’ora dell’amore’, cioè l’ora dell’unità. La comunione ecclesiale è un dato costitutivo ed identitario nella vita della Chiesa. Papa Leone XIV, sin dall’inizio, ha rilanciato la centralità del Cristo nell’annuncio missionario, sottolineando la dimensione salvifica operante nella Chiesa, per mezzo dei sacramenti. Papa Prevost (agostiniano, missionario, pastore, uomo profondamente spirituale ed umano), con lo stile dell’ascolto e del discernimento, sta accompagnando la Chiesa universale in questo momento di transizione”.
Però molti ancora non rinunciano a sottolineare discontinuità con il precedente pontificato: invece?
“Guardando alla storia della Chiesa, innanzitutto, è opportuno ricordare che ogni pontificato si inserisce ‘in contesto”, in ascolto della storia e, in particolare, delle inquietudini del mondo. Papa Leone XIV segue la scia di papa Francesco, apportando il suo specifico contributo con uno stile proprio. Egli si colloca in un processo di ‘continuità nella discontinuità’: il flusso dell’amore di Cristo continua nella successione apostolica, seguendo una via specifica. Riprendendo gli insegnamenti di papa Francesco, egli ha rilanciato immediatamente alcuni elementi essenziali dell’esortazione apostolica ‘Evangelii gaudium’da cui ripartire”.
‘Il Concilio di Nicea non è solo un evento del passato, ma una bussola che deve continuare a guidarci verso la piena unità visibile dei cristiani. Il Primo Concilio Ecumenico è fondamentale per il cammino comune che cattolici e ortodossi hanno intrapreso insieme dal Secondo Concilio Vaticano’: ha detto nello scorso giugno ai partecipanti al Simposio ‘Nicea e la Chiesa del terzo millennio: verso l’unità cattolica-ortodossa’, ribadendo la volontà di andare a Nicea: quanto è importante per il papa la comunione con gli ortodossi?
“L’elezione di papa Leone XIV è avvenuta in occasione del 1700 anniversario del concilio di Nicea, tappa fondamentale per l’elaborazione del credo condiviso da tutte le Chiese e comunità ecclesiali. E’ essenziale per lui il dialogo, la comunione in vista del ristabilimento della visibile comunione tra tutte le Chiese che professano la medesima fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Per il pontefice si tratta, innanzitutto, dell’unità di fede, ‘In illo uno unum’ (‘Nell’unico Cristo siamo uno’, ndr.), in quanto pur essendo molti, in Cristo, siamo uno. Questo deve essere il cammino deciso e coraggioso della Chiesa nel Terzo Millennio”.
Nel messaggio per la quinta giornata dei nonni e degli anziani papa Leone XIV li ha invitati alla speranza: ‘Il libro del Siracide afferma che la beatitudine è di coloro che non hanno perso la propria speranza, lasciando intendere che nella nostra vita, specie se lunga, possono esserci tanti motivi per volgersi con lo sguardo indietro, piuttosto che al futuro’. Perché essi sono segno di speranza?
“Guardando alla storia della salvezza e, in particolare, alla vita dei patriarchi, comprendiamo che Dio considera la loro vita ‘benedetta’ e ‘compiuta’, Secondo papa Leone XIV, perciò, gli anziani sono i ‘primi testimoni della speranza’ e di generazione in generazione la benedizione e la fedeltà di Dio arriva a noi anche grazie alla loro testimonianza. Essi, che non hanno perduto la speranza, illuminano il cammino delle nuove generazioni”.
‘Teniamoci uniti a Lui, rimaniamo nella sua amicizia, sempre, coltivandola con la preghiera, l’adorazione, la Comunione eucaristica, la Confessione frequente, la carità generosa, come ci hanno insegnato i beati Piergiorgio Frassati e Carlo Acutis, che presto saranno proclamati Santi. Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno. Allora vedrete crescere ogni giorno, in voi e attorno a voi, la luce del Vangelo’: questo è stato l’invito di papa Leone XIV ai giovani nella celebrazione eucaristica a conclusione del loro giubileo. Per quale motivo invita i giovani a scoprire la fede?
“Papa Leone XIV, nei suoi discorsi, riserva sempre una particolare attenzione ai giovani, invitandoli a riscoprire la fede, ma soprattutto a rispondere con entusiasmo alla chiamata di Dio, che sempre invita a partecipare in maniera attiva alla vita cristiana. Spesso nel contesto culturale ed, in particolare, nel mondo giovanile vi è la l’abitudine del rimandare; il pontefice, invece, ripetutamente ha invitato i giovani a ‘non aspettare’ e, quindi, a non posticipare la chiamata di Dio. Anche, nei giorni del Giubileo dei Giovani, ha rilanciato la centralità del Cristo quale ‘nostra speranza’ da ricercare e accogliere nella vita quotidiana, aspirando a cose grandi e contagiando tutti con la testimonianza della fede”.
(Tratto da Aci Stampa)
Il dopo-Inizio Pontificato di Leone XIV: il ‘ritorno’ dell’amore alla Chiesa e al Papa da parte del Popolo di Dio
Domani mattina, V domenica di Pasqua, Leone XIV celebrerà sul sagrato della Basilica di San Pietro a partire dalle 10 la Santa Messa per l’Inizio del Ministero Petrino del Vescovo di Roma. Molti i patriarchi, cardinali, sacerdoti e diaconi che concelebreranno assieme al Santo Padre, alla presenza di rappresentanti della politica e delle istituzioni di tutto il mondo, oltre a leader di diverse fedi e religioni e circa 250mila fedeli attesi.
La celebrazione solenne sarà anche l’occasione per indicare le linee programmatiche del Pontificato di Papa Prevost che, la prossima settimana, “prenderà possesso” della Basiliche Papali di San Paolo Fuori le Mura (martedì 20 maggio, alle ore 17.00) e di San Giovanni in Laterano e Santa Maria Maggiore (domenica 25 maggio, ore 17.00 e 19.00). Sabato 31 maggio, infine, nel giorno in cui la Chiesa festeggia la Visitazione di Maria alla cugina Elisabetta, Leone XIV celebrerà alle 10 la Messa nella Basilica di San Pietro durante la quale ordinerà alcuni sacerdoti.
I desideri di comunione e di fervente amore al vicario di Cristo, come stiamo vedendo in questi giorni, stanno crescendo nel Popolo di Dio e, da molti sacerdoti e laici, sono accolti come un dono di Dio che ciascuno dovrebbe saper apprezzare. L’amore verso il Papa, infatti, è indissolubile da quello alla Chiesa e, se deperisce o decade l’uno, deperisce o decade anche l’altro, come la storia e l’esperienza insegnano. Il passare del tempo, soprattutto, non contribuisce in tanti fedeli ad alimentare e a far fruttificare i semi dell’amore alla Chiesa e al Papa sparsi da Dio nella loro anima nel momento del battesimo, dell’ordinazione o degli altri “momenti forti” del cammino di Fede.
Nel post-Concilio, poi, sono abbondate opere teologiche sedicenti “originali” che, presentate come base per il necessario percorso del rinnovamento ecclesiologico dello scorso secolo, hanno progressivamente inaridito la devozione al Papa e alla Chiesa di parte della “élite” cattolica e/o ecclesiale e, di conseguenza dello stesso Popolo di Dio.
Con questo non vogliamo affermare che all’origine di tale involuzione ci sia stato il Concilio Vaticano II, ma sicuramente quello che ci è stato spacciato come ‘spirito del Concilio’, riflesso in tanti libri di teologia prodotti nella serena quiete di una scrivania, ha allontanato la pastorale da quei temi e strumenti che in passato hanno aiutato a far incidere la Fede nella vita concreta.
Per esempio la necessità che la fede porti ad accettare che Cristo ha stabilito la dimensione istituzionale (sacramenti, gerarchia, ecc.), come mezzo di salvezza, strumento di una mediazione di grazia. La Chiesa, quindi, «è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Costituzione Dogmatica Lumen gentium, n. 1).
L’amore alla Chiesa e al Papa che appare in crescita nelle tante manifestazioni di gioia e riconoscenza per l’elezione del nuovo Pontefice appaiono certamente una incoraggiante testimonianza di ripresa in molti dell’amore alla Chiesa e al Vicario di Cristo. I sentimenti e le manifestazioni cui assistiamo, però, non sono garanzia di frutti duraturi. Spetta a noi Popolo di Dio, inteso come sacerdoti e laici, l’impegno di alimentare e approfondire questi “segni” così da provare a suscitare la fede in opera, ovvero un cammino pieno di carità e attenzioni nel cuore di nostri amici, familiari, colleghi, conoscenti etc..
L’amore alla Chiesa e al Romano Pontefice, quindi, non solo dovrebbero ritornare ad essere oggetto di trattato e pubblicazioni di carattere apologetico, ma anche di iniziative culturali e sociali che possano alimentare questa “apertura di credito” di una società, come quella occidentale, che risulta chiaramente per molti aspetti post-cristiana ma non anti-cristiana. Come fare? Anzitutto astenendosi dall’opinionismo diffuso su come o cosa un Pontefice dovrebbe fare per esercitare la sua missione universale. Sarebbe invece il caso, dai pulpiti come negli uffici oppure nei media cattolici, di condividere la gioia personale di servire la Chiesa così come la Chiesa desidera essere servita.
Nelle più semplici ed elementari affermazioni come nei comportamenti o negli scritti, può essere infatti espressa senza clericalismo e secondo le forme contemporanee della comunicazione pubblica la ricchezza secolare della fede della Chiesa. Ai fedeli, in definitiva, anderebbe testimoniato e riproposto un insegnamento indispensabile. Ovvero che il mondo nel quale siamo immersi, non è qualcosa di occasionale dal quale difendersi o ‘far fronte’, bensì la materia della personale ricerca di santità e il modo specifico del comune sforzo per l’edificazione del bene comune.
La prima manifestazione dell’amore per la Chiesa e per il Papa consisterà allora nel cercare di abbellire le nostre case, le nostre comunità ecclesiali o professionali etc. con le virtù di cui, ciascuno di noi-figli di Dio, siamo in grado di compiere il lavoro ed i doveri ordinari di ogni giorno. Questo è, in definitiva, il presupposto per la ri-umanizzazione della società anche nel XXI secolo: non è possibile essere pienamente cristiano e cattolico senza un profondo amore per la Chiesa e per il Papa.
Tutta la condotta cristiana deve lasciarsi impregnare di un amoroso sentire cum Ecclesia, traduzione visibile dell’unione feconda dei tralci con la Vite, Cristo (cfr. Gv 15,5). E, come criterio immediato di questa vita di comunione, il cristiano guarda al Vescovo di Roma, il fondamento dell’amore alla Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo.
Fr. Massimo Fusarelli: il magistero di papa Francesco è stato francescano
“Con animo commosso e grato, mi rivolgo a tutti voi nel momento in cui la Chiesa e il mondo intero piangono la scomparsa di papa Francesco, il primo pontefice nella storia ad aver scelto il nome del nostro Serafico Padre. Questa scelta, fatta la sera stessa della sua elezione, ha rivelato sin dall’inizio l’orientamento del suo pontificato: un ritorno sempre nuovo alla semplicità evangelica, alla Chiesa vicina ai poveri, al primato della misericordia e dell’incontro con ogni persona umana”: con queste parole inizia la lettera del ministro generale dell’ordine dei Frati Minori, fra Massimo Fusarelli, pubblicata in occasione della morte di papa Francesco.
In questa lettera il ministro generale dei frati minori ha evidenziato i tratti francescani del suo pontificato: “Al cuore della parola e dell’azione di papa Francesco c’è stata una lettura immediata e diretta del Vangelo, quella stessa che spinse Francesco d’Assisi a dire: ‘Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore’. Abbiamo visto nel Santo Padre quella capacità di cogliere l’essenza dell’annuncio evangelico senza sovrastrutture, senza compromessi con le logiche mondane, con un’immediatezza che colpiva direttamente il cuore delle persone.
La spiritualità ignaziana, che ha formato il papa, si è intrecciata mirabilmente con la sensibilità francescana nell’atteggiamento contemplativo verso la Parola di Dio, nella capacità di ‘vedere e toccare’ la carne di Cristo nei poveri e sofferenti di ogni tipo, nella ricerca costante della volontà di Dio attraverso il discernimento”.
Quindi tutto il magistero del papa è francescano: “Tutto questo magistero si traduce in una visione di Chiesa che ricorda da vicino quella primitiva fraternità francescana: una Chiesa in uscita, non autoreferenziale, povera e per i poveri, che cerca di ristabilire la dignità degli scartati, che si fa ‘ospedale da campo’ per curare le ferite dell’umanità piuttosto che fortezza arroccata nelle proprie sicurezze.
Possiamo dire che la visione di Chiesa come popolo di Dio pellegrino nella storia, maturata con il Concilio Vaticano II, ha trovato nel nostro compianto Santo Padre un testimone e un artefice convinto e coraggioso. Come il nostro Serafico Padre, anche Papa Francesco ha tessuto il suo pontificato con gesti che sono parabole viventi, linguaggio senza parole che invita a guardare oltre l’apparenza”.
Anche il suo modo di comunicare è stato semplice ed innovativo: “Il linguaggio di papa Francesco, immediato, concreto, a volte persino colloquiale, ci ha ricordato la predicazione di san Francesco, che utilizzava immagini semplici, parabole comprensibili, gesti eloquenti per raggiungere il cuore delle persone. Come il Poverello che predicava agli uccelli e componeva canti in volgare, papa Francesco ha saputo trovare modalità comunicative capaci di attraversare le barriere sociali e culturali.
I suoi neologismi (‘misericordiare’, ‘primerear’), le sue metafore pastorali (la Chiesa come ‘ospedale da campo’), le sue immagini efficaci (i pastori che ‘hanno l’odore delle pecore’) hanno dato nuova freschezza all’annuncio evangelico di sempre, rendendolo più accessibile alla sensibilità contemporanea”.
Sia per san Francesco che per papa Francesco è stato fondamentale l’incontro con i poveri: “Per entrambi, l’incontro con i poveri non è un’attività tra le altre, ma l’esperienza fondativa della propria conversione, il luogo teologico dove Cristo stesso si rivela. Il povero è ‘segno, quasi sacramento della presenza di Dio’, come affermava il papa, e l’incontro con lui è capace di trasformare ‘in dolcezza d’anima e di corpo’ l’amarezza dell’esistenza.
Come per il Santo di Assisi, anche per papa Francesco questa attenzione ai poveri apre vie nuove alla stessa comprensione della fede. I poveri diventano così non solo destinatari della nostra carità, ma nostri maestri spirituali che ci evangelizzano. ‘I poveri ci salvano’, ha ripetuto spesso il pontefice, perché ci strappano dall’autoreferenzialità, dall’illusione di autosufficienza, dall’idolatria della ricchezza, e ci riportano all’essenziale del Vangelo”.
Il ministro generale nella lettera ha ricordato il pellegrinaggio del papa ad Assisi per ritrovare la ‘purezza evangelica’: “E’ significativo che papa Francesco abbia scelto di compiere il suo primo viaggio apostolico proprio ad Assisi, e che vi sia tornato numerose volte, per sottolineare come la speranza cristiana nasca proprio dalla povertà evangelica, dal distacco che ci rende liberi perché totalmente affidati a Dio.
In questo itinerario spirituale, che va dalla Regola alle Stimmate al Transito, possiamo vedere una sintesi perfetta del cammino che papa Francesco ha proposto alla Chiesa durante il suo pontificato: un ritorno continuo alla purezza evangelica, passando attraverso la conformazione a Cristo crocifisso, per giungere alla pienezza della speranza cristiana”.
Quindi il papato di Francesco è uno sprone per l’ordine francescano: “La vita e il magistero di papa Francesco rappresentano per noi francescani una potente chiamata a riscoprire l’essenzialità del nostro carisma, a tornare al cuore del Vangelo, a vivere con maggiore autenticità la nostra vocazione di fratelli e minori. Il suo esempio ci invita a una conversione continua, a uscire dalle nostre sicurezze per andare incontro agli altri, specialmente ai più poveri, ad abbracciare con coraggio le sfide del nostro tempo, a essere promotori di pace in un mondo lacerato, a custodire la creazione come nostra casa comune”.
Per questo il ministro generale dell’ordine francescano ha invitato a non disperdere questa ‘eredità’: “In questo momento di dolore ma anche di profonda gratitudine, raccogliamo questa eredità spirituale che ci viene consegnata, impegnandoci a viverla con rinnovato slancio nelle nostre fraternità e nei nostri ministeri”.
Concludendo la lettera ha evidenziato la centralità della Madre di Dio nel ministero del papa: “Nel suo ministero, il Papa ha costantemente richiamato alla centralità di Maria nella storia della salvezza, non come figura accessoria, ma come protagonista attiva del piano divino. Si è recato in pellegrinaggio a tanti santuari mariani, dal primo giorno del suo pontificato quando si recò a Santa Maria Maggiore, fino alle visite a Fatima, a Loreto, ad Aparecida e tanti altri luoghi di devozione mariana nel mondo”.
Per questo il papa era ‘affezionato’ a Maria ‘Salus Populi Romani’: “La sua preghiera davanti all’icona di Maria ‘Salus Populi Romani’ prima e dopo ogni viaggio apostolico richiama il gesto di Francesco che, prima di morire, volle essere portato a Santa Maria degli Angeli. In entrambi vibra quell’affidamento totale alla Madre che ha caratterizzato i nostri Santi più autentici.
Papa Francesco ha spesso sottolineato come in Maria si ritrovi la sintesi di ciò che siamo chiamati ad essere come Chiesa: accogliente, generativa, contemplativa, missionaria… La mariologia di papa Francesco, come quella del Poverello, non è mai disincarnata o sentimentale, ma profondamente cristocentrica ed ecclesiale. Maria è la ‘prima discepola’, colei che custodisce la Parola e cammina nella fede; è la ‘Madre della Chiesa’ che genera continuamente nuovi figli nel dolore ai piedi della Croce; è la ‘Stella dell’evangelizzazione’ che guida i nostri passi nell’annuncio del Vangelo fino agli estremi confini della terra”.
8 anni di papa Francesco: gratitudine dalla Chiesa
“Camminare, edificare-costruire, confessare… Io vorrei che tutti, dopo questi giorni di grazia, abbiamo il coraggio, proprio il coraggio, di camminare in presenza del Signore, con la Croce del Signore; di edificare la Chiesa sul sangue del Signore, che è versato sulla Croce; e di confessare l’unica gloria: Cristo Crocifisso. E così la Chiesa andrà avanti”.




























