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‘La cultura della relazione per la nuova comunità globale di pace’: a Firenze la firma del protocollo tra Lions Toscana e Rondine Cittadella della Pace
Il Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio ha accolto sabato 20 settembre un grande momento di confronto e condivisione dedicato alla costruzione di una cultura di pace. L’incontro, promosso da Lions International – Distretto 108La Toscana e Rondine Cittadella della Pace, in collaborazione con il comune di Firenze, ha avuto come titolo “Insieme Costruiamo Oggi la Pace di Domani”
L’iniziativa nasce con l’obiettivo di rafforzare le progettualità comuni a favore dei giovani e della cultura della pace, valorizzando il ruolo dell’educazione e della leadership giovanile come strumenti di trasformazione dei conflitti e di costruzione di un futuro più giusto e pacifico. Dopo la cerimonia di apertura numerosi gli ospiti intervenuti e moderati da Cristina Privitera, vicedirettrice de La Nazione.
Ad aprire i lavori Sara Funaro, Sindaca di Firenze che ha ringraziato per il valore di questo evento capace di riportare l’attenzione su un messaggio oggi urgente ricordando alcune delle tragiche guerre che ogni giorno si inaspriscono intorno a noi: “Conflitti armati che generano dolore, che scuotono le coscienze e ci portano spesso alla polarizzazione, impedendoci di restare nel dialogo e di tenderci la mano, che è l’esercizio più difficile. Avere oggi a Palazzo Vecchio i Lions, che sono una grande risorsa per il territorio, insieme a Rondine, che conosco da anni, è motivo di grande gioia.
A Rondine viene portato avanti questo straordinario esercizio nel modo migliore, partendo dai giovani. A Rondine accade questo miracolo che dimostra che, di fronte ai conflitti più drammatici, può esserci dialogo e che i giovani possano vivere insieme nella speranza. Questi giovani possono davvero dare una mano e fare la differenza per un mondo che sembra andare sempre più verso la disumanità”.
Tra i saluti istituzionali delle autorità cittadine e regionali ricordiamo, don Marco Zanobini, Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Firenze che ha portato i saluti dell’Arcivescovo mons. Gherardo Gambelli; la Prof.ssa Maria Paola Monaco, delegata all’inclusione e diversità in rappresentanza della Rettrice dell’Università di Firenze; Lorenzo Pierazzi, Dirigente Ufficio Scolastico Territoriale di Arezzo che ha portato i saluti del Direttore Generale dell’Ufficio scolastico regionale, Ernesto Pellecchia. Tra le altre autorità intervenute anche il sindaco di Montemurlo Simone Calamai e Benedetta Albanese, assessore all’Educazione e Pari opportunità del Comune di Firenze.
Al centro dell’evento la firma del protocollo “La cultura della relazione per la nuova comunità globale di pace” che sancisce una partnership strategica tra Lions e Rondine con l’obiettivo di unire le rispettive competenze e reti per diffondere il Metodo Rondine, sviluppare progetti congiunti e coinvolgere le comunità locali in iniziative educative e sociali. Tra i principali ambiti di collaborazione previsti: il sostegno alla World House, la diffusione del Quarto Anno Rondine, la realizzazione di campus internazionali per i giovani Leo e la creazione di percorsi di formazione esperienziale per i club Lions.
“Adesso, in quest’epoca, credo che tutti noi abbiamo il cuore spezzato. Ascoltare le testimonianze di queste giovani e immaginare il dolore che c’è dietro deve farci riflettere seriamente. Ma vogliamo anche continuare a credere e a sperare, e vogliamo continuare a combattere la nostra battaglia di civiltà” Dichiara Gilberto Tuccinardi, Governatore Distretto Lions 108 La Toscana. ”Nel nostro cammino abbiamo incrociato gli amici di Rondine e desideriamo continuare a percorrerlo insieme a loro, perché insieme troviamo forza e possiamo incidere davvero. Vogliamo svegliare le coscienze e mettere in moto tutte le energie affinché tutte le persone di buona volontà possano continuare a credere e a impegnarsi per la pace.”
Così quindi Franco Vaccari, presidente e fondatore di Rondine Cittadella della Pace, che ha ripercorso la storia e la missione dell’organizzazione e sottolineato il valore di questo momento. “Esprimo profonda gratitudine agli amici Lions per la scelta di camminare insieme a Rondine e di collaborare concretamente. Quando due storie come le nostre si intrecciano, nasce un servizio che si moltiplica a favore della causa della pace, che ci sta tutti così a cuore. Oggi non siamo qui semplicemente per parlare di pace perchè viviamo in un tempo attraversato da guerre tragiche e devastanti.
Vogliamo impegnarci a costruire la pace a prescindere dalla guerra proprio perché la pace è un bisogno originario dell’essere umano – continua Vaccari – La firma di questo Protocollo ha un valore profondo perché ci impegna a lavorare ogni giorno, in ogni luogo, a partire dalle periferie, per trasformare i conflitti che riguardano il quotidiano di tutti noi. Il dolore può generare odio e violenza, oppure trasformarsi in indignazione e impegno civile. È questa è la scelta che i giovani del nostro Studentato Internazionale – World House compiono quotidianamente. Se questo passo saprà tradursi in azioni concrete per la scuola, i giovani e le comunità, allora potremo davvero dire che avremo aperto uno spiraglio di futuro.”
Insieme a lui, alcuni giovani della World House hanno portato le loro testimonianze, dando voce all’esperienza concreta di convivenza e trasformazione del conflitto che caratterizza la vita quotidiana a Rondine.
“Essere oggi presente davanti a voi ha per me un significato particolarmente simbolico: domani, 21 settembre, sarà un anno esatto da quando anch’io – una ragazza carica di ansie e timori – sono arrivata a Rondine. Ho varcato la soglia di quella che sarebbe diventata la mia nuova casa per i successivi due anni. Racconta Anna, 27 anni, studentessa russa di Mosca.
“Anche dopo un anno, ogni volta per me è difficile dire da dove vengo. Le mie emozioni oscillano tra la disperazione e l’indignazione. So che nella storia di tutti i paesi del mondo ci sono pagine oscure, e che la storia in generale è sempre complessa. Quando tutto questo lo vivi ogni giorno nel presente, parlarne diventa doppiamente complicato”.
Continua Anna. “In quest’anno ho intrapreso, e continuo a percorrere, un lungo cammino per comprendere meglio me stessa, per trovare le mie certezze in un mondo che è cambiato e per scoprire quali nuove possibilità posso creare. Ogni giorno lo faccio attraverso il dialogo con gli altri, accogliendo le loro storie e intrecciando le nostre relazioni. Una cosa è leggere o ascoltare parole, un’altra è vivere fianco a fianco con le stesse persone: condividere esperienze, compiere gesti quotidiani insieme e vederle agire nella realtà”.
Tra le sue compagne di viaggio Alena. Racconta che la sua famiglia proviene dall’Ucraina orientale, ma è nata a San Pietroburgo. “Fin da bambina non è stato facile per me trovare il modo di essere ucraina con un unico passaporto russo”. Dice. E poi l’arrivo della guerra nel 2014 ha cambiato tutto. “Vedere le conseguenze della guerra riversate sulla mia famiglia mi ha condotto ad investire il mio tempo, la mia energia, la mia conoscenza in un dialogo di comprensione e trasformazione dei conflitti”.
Un percorso che l’ha condotta a Rondine dove ha intrecciato il suo cammino con la sua “nemica” Anna. “Abbiamo vissuto sotto lo stesso tetto, abbiamo cucinato e mangiato insieme. Io non ho fatto propaganda ucraina. E questa nostra apertura per fare il compromesso e vivere insieme ci ha dato dei frutti”. – continua Alena – “E adesso, per me, questa piccola rivelazione è il frutto delle nostre relazioni umane, che io mi aspettavo da Rondine. Perciò finalmente mi sento grata”.
A seguire, sono intervenuti alcuni rappresentanti del mondo Lions: PDG Antonio Poma, con un intervento dedicato al tema “I Lions e la Pace”; PDG Pier Luigi Rossi, che ha affrontato il tema “Spiritualità e Umanesimo, essere Lions contemporanei”; Francesco Oliva, presidente Leo Distretto Toscana, che ha richiamato il ruolo delle nuove generazioni nel servizio e nell’impegno civico.
In chiusura non è mancato il saluto di Eugenio Giani, Presidente della Regione Toscana in collegamento da remoto: “Ringrazio di cuore Rondine e i Lions. Come Lions, mi sento orgoglioso della nostra capacità di valorizzare una realtà di riferimento per la Toscana come quella di Rondine. Rondine, nel corso del tempo, è riuscita a trasformare un borgo spopolato in un punto di riferimento riconosciuto dalle più alte autorità nazionali e internazionali. L’auspicio è che Rondine possa librarsi sempre più in alto e continuare a portare azioni di pace concreta: una realtà che rende orgogliosa tutta la Toscana ed esprime al meglio i suoi tratti identitari.”
La giornata è terminata con le riflessioni finali e un invito a trasformare le parole in azioni. La collaborazione tra Lions e Rondine si propone ora di radicarsi nei territori e di aprirsi al mondo, contribuendo alla costruzione di una comunità globale fondata sulla relazione, sulla responsabilità e sulla pace.
L’evento fiorentino ha rappresentato un passaggio storico: non solo un incontro di idee, ma l’avvio di un percorso comune che mette al centro i giovani e la loro capacità di immaginare e realizzare un futuro senza nemici.
Papa Leone XIV: la missione è vita
“Siete bravi missionari perché siete venuti anche sotto la pioggia! Grazie!La Chiesa è tutta missionaria ed è tutta un grande popolo in cammino verso il Regno di Dio. Oggi i fratelli e le sorelle missionari e migranti ce lo ricordano. Ma nessuno deve essere costretto a partire, né sfruttato o maltrattato per la sua condizione di bisognoso o di forestiero! Al primo posto, sempre, la dignità umana!”: al termine della celebrazione eucaristica papa Leone XIV ha ringraziato i fedeli ricordando che nessuno deve essere sfruttato.
Ha espresso solidarietà per coloro che sono stati colpiti dal terremoto nelle Filippine: “Nella sera di martedì 30 settembre un forte sisma ha colpito la regione centrale delle Filippine, in particolare la provincia di Cebu e le province limitrofe. Esprimo la mia vicinanza al caro popolo filippino, e in particolare prego per coloro che sono più duramente provati dalle conseguenze del terremoto. Rimaniamo uniti e solidali nella fiducia in Dio e nell’intercessione della Madre sua in ogni pericolo”.
Inoltre è preoccupato per la situazione nel Medio Oriente ed il crescente odio antisemita: “Esprimo la mia preoccupazione per l’insorgenza dell’odio antisemita nel mondo, come purtroppo si è visto con l’attentato terroristico a Manchester, avvenuto pochi giorni fa. Continuo ad essere addolorato per l’immane sofferenza patita dal popolo palestinese a Gaza.
In queste ultime ore, nella drammatica situazione del Medio Oriente, si stanno compiendo alcuni significativi passi in avanti nelle trattative di pace, che auspico possano al più presto raggiungere i risultati sperati. Chiedo a tutti i responsabili di impegnarsi su questa strada, di cessare il fuoco e di liberare gli ostaggi, mentre esorto a restare uniti nella preghiera, affinché gli sforzi in corso possano mettere fine alla guerra e condurci verso una pace giusta e duratura”.
Mentre nell’omelia del Giubileo del Mondo Missionario e dei Migranti ha affermato che questa è stata “una bella occasione per ravvivare in noi la coscienza della vocazione missionaria, che nasce dal desiderio di portare a tutti la gioia e la consolazione del Vangelo, specialmente a coloro che vivono una storia difficile e ferita. Penso in modo particolare ai fratelli migranti, che hanno dovuto abbandonare la loro terra, spesso lasciando i loro cari, attraversando le notti della paura e della solitudine, vivendo sulla propria pelle la discriminazione e la violenza”.
E’ stato un invito ad andare nelle periferie: “Lo Spirito ci manda a continuare l’opera di Cristo nelle periferie del mondo, segnate a volte dalla guerra, dall’ingiustizia e dalla sofferenza. Dinanzi a questi scenari oscuri, riemerge il grido che tante volte nella storia si è elevato a Dio: perché, Signore, non intervieni? Perché sembri assente? Questo grido di dolore è una forma di preghiera che pervade tutta la Scrittura e, questa mattina, lo abbiamo ascoltato dal profeta Abacuc”.
Riprendendo una catechesi di papa Benedetto XVI sul male ad Auschwitz papa Leone XIV ha sottolineato che Dio promette sempre la salvezza: “La risposta del Signore, però, ci apre alla speranza. Se il profeta denuncia la forza ineluttabile del male che sembra prevalere, il Signore dal canto suo gli annuncia che tutto questo avrà un termine, una scadenza, perché la salvezza verrà e non tarderà…
C’è una vita, dunque, una nuova possibilità di vita e di salvezza che proviene dalla fede, perché essa non solo ci aiuta a resistere al male perseverando nel bene, ma trasforma la nostra esistenza tanto da renderla uno strumento della salvezza che Dio ancora oggi vuole operare nel mondo. E, come ci dice Gesù nel Vangelo, si tratta di una forza mite: la fede non si impone con i mezzi della potenza e in modi straordinari; ne basta quanto un granello di senape per fare cose impensabili, perché reca in sé la forza dell’amore di Dio che apre vie di salvezza”.
Però la salvezza richiede la cura: “E’ una salvezza che si realizza quando ci impegniamo in prima persona e ci prendiamo cura, con la compassione del Vangelo, della sofferenza del prossimo; è una salvezza che si fa strada, silenziosa e apparentemente inefficace, nei gesti e nelle parole quotidiane, che diventano proprio come il piccolo seme di cui ci parla Gesù; è una salvezza che lentamente cresce quando ci facciamo ‘servi inutili’, cioè quando ci mettiamo al servizio del Vangelo e dei fratelli senza cercare i nostri interessi, ma solo per portare nel mondo l’amore del Signore”.
Ed ha parlato di una nuova missione: “Fratelli e sorelle, oggi si apre nella storia della Chiesa un’epoca missionaria nuova. Se per lungo tempo alla missione abbiamo associato il ‘partire’, l’andare verso terre lontane che non avevano conosciuto il Vangelo o versavano in situazioni di povertà, oggi le frontiere della missione non sono più quelle geografiche, perché la povertà, la sofferenza e il desiderio di una speranza più grande, sono loro a venire verso di noi”.
Missione che coinvolge anche i migranti: “Ce lo testimonia la storia di tanti nostri fratelli migranti, il dramma della loro fuga dalla violenza, la sofferenza che li accompagna, la paura di non farcela, il rischio di pericolose traversate lungo le coste del mare, il loro grido di dolore e di disperazione: fratelli e sorelle, quelle barche che sperano di avvistare un porto sicuro in cui fermarsi e quegli occhi carichi di angoscia e speranza che cercano una terra ferma in cui approdare, non possono e non devono trovare la freddezza dell’indifferenza o lo stigma della discriminazione!”
Questa è cooperazione missionaria: “Anzitutto, vi chiedo di promuovere una rinnovata cooperazione missionaria tra le Chiese. Nelle comunità di antica tradizione cristiana come quelle occidentali, la presenza di tanti fratelli e sorelle del Sud del mondo dev’essere colta come un’opportunità, per uno scambio che rinnova il volto della Chiesa e suscita un cristianesimo più aperto, più vivo e più dinamico. Allo stesso tempo, ogni missionario che parte per altre terre, è chiamato ad abitare le culture che incontra con sacro rispetto, indirizzando al bene tutto ciò che trova di buono e di nobile, e portandovi la profezia del Vangelo”.
Questa è la bellezza della missione: “Vorrei poi ricordare la bellezza e l’importanza delle vocazioni missionarie. Mi rivolgo in particolare alla Chiesa europea: oggi c’è bisogno di un nuovo slancio missionario, di laici, religiosi e presbiteri che offrano il loro servizio nelle terre di missione, di nuove proposte ed esperienze vocazionali capaci di suscitare questo desiderio, specialmente nei giovani.
Carissimi, invio con affetto la mia benedizione al clero locale delle Chiese particolari, ai missionari e alle missionarie, e a coloro che sono in discernimento vocazionale. Ai migranti invece dico: siate sempre i benvenuti! I mari e i deserti che avete attraversato, nella Scrittura sono ‘luoghi della salvezza’, in cui Dio si è fatto presente per salvare il suo popolo”.
(Foto: Santa Sede)
Da Torino una lettera di tre sacerdoti per raccontare una periferia ‘visibile’
In una lettera-appello, i parroci don Andrea Bisacchi, don Marco Vitale e don Alessandro Rossi, della Fraternità del Sermig, si rivolgono ai giornali per offrire una prospettiva diversa sui quartieri torinesi di Barriera di Milano e Porta Palazzo.
“Gentile Direttore, siamo don Andrea Bisacchi, don Marco Vitale e don Alessandro Rossi della Fraternità del Sermig, parroci nelle parrocchie Maria Regina della Pace e San Gioacchino, quartieri Barriera di Milano e Porta Palazzo. Le scriviamo perché la violenza dei fatti di cronaca che interessano i nostri quartieri spaventa la gente: la situazione sta peggiorando (molto, troppo velocemente) eppure noi siamo convinti che, anche attraverso il suo giornale, Torino possa trovare il modo di ragionare su questi quartieri non solo in termini di paura, ma di percorsi possibili e molto concreti per una convivenza pacifica. Esistono spiragli di speranza che noi parroci, senza negare le grandi difficoltà, stiamo toccando con mano.
Negli ultimi mesi la morte violenta ha segnato due volte le strade di Barriera e Aurora. Il 2 maggio ha perso la vita Mahmood, 19 anni, a un centinaio di metri dalla parrocchia Maria Regina della Pace. Il 30 luglio a fianco alla parrocchia San Gioacchino è morto Courage di 30 anni, padre di una bambina di 3 anni. Ci siamo accorti subito che queste vicende riguardano vite ‘invisibili’.
Nelle ore successive abbiamo provato ad ascoltare la gente. Qualcuno chiudeva il discorso pensando che se la sono cercata. Qualcun altro pensa che, finché succede ‘tra di loro’, non ci riguarda. Altri ne approfittano per dare sfogo alla propria paura e per accusare le istituzioni di non fare abbastanza. E intanto le vite perdute restano invisibili.
Abbiamo provato a camminare nelle strade: la prima impressione è stata di vuoto. Nei luoghi della morte ci ha colpito il silenzio, negozi e bar chiusi, passanti che abbassavano la voce e passavano oltre con rispetto. Poco più in là continuava a vivere la città di sempre, con le sue contraddizioni.
Nei giorni successivi abbiamo organizzato due veglie di preghiera per ricordare chi ha perso la vita e per cercare di dare una risposta diversa alla paura che tutti sentiamo crescere in noi e attorno a noi. Contro ogni aspettativa sono stati incontri molto partecipati, centinaia di persone molto diverse tra loro: cristiani e musulmani, credenti e non credenti, parrocchiani, comitati di quartiere, associazioni, italiani e stranieri, amici e parenti dei giovani che hanno perso la vita ma anche tanta, tanta gente che non li conosceva. Ci è sembrato un segnale importante: sconosciuti che si incontravano per un dolore che chiede di non rimanere invisibile, chiede un gesto di bene, chiede di vincere l’indifferenza.
Nella preghiera ci siamo fatti guidare dalle Beatitudini e dal Vangelo che esorta a ricambiare il male con il bene. Era presente tutta la comunità cristiana di Barriera e Aurora: i Salesiani, il Cottolengo e le suore di San Gaetano; gli altri sacerdoti dell’Unità pastorale; le persone che ogni giorno fanno della strada la loro chiesa, come fra Luca Minuto, suor Paola Pignatelli e suor Julieta Esperanca; tanti parrocchiani, i ragazzi dell’Oratorio, Ernesto Olivero e la Fraternità del Sermig con tanti giovani.
Ecco, in quei momenti abbiamo visto le vite invisibili diventare ‘visibili’ in piccoli gesti di bene. Abbiamo respirato l’aria di una Chiesa dai confini sfumati, che può aiutare a costruire ponti e ad accogliere tutti, ognuno nella sua diversità. La preghiera è diventata occasione per respirare questa accoglienza e per piangere insieme, condividere la paura e non sentirsi soli. Guardavamo la folla, uomini e donne che camminavano su una strada di luce, fatta di solidarietà e condivisione.
Gentile Direttore, i problemi sono sotto gli occhi di tutti, ma Barriera e Aurora non sono solo problemi. La ringraziamo se potrà dare spazio anche ad una narrazione diversa di questi luoghi, perché vicino al buio noi abbiamo visto tanta luce, ed è proprio questa luce che ogni giorno ci spinge a vivere e ad amare questo territorio”.
(Foto: La Voce e il Tempo)
Dalla cura per me alla cura per gli altri
La canzone ‘La cura per me’ di Giorgia tratta dell’amore come cura alla solitudine. È così che chi vive ai margini cerca di aggrapparsi all’amore/affetto di qualcuno. Un ‘samaritano’ che gli sta accanto o chi dice di ricambiare i suoi sentimenti e lo ama. Ci sono molte realtà, anche che si autodefiniscono cristiane, dove si cerca di accoppiare un utente solo e con difficoltà con un altro utente o un assistente a sua volta solo, ma con meno difficoltà. Questo è brutto perché svilisce i sentimenti e fa sentire, quando la persona lo capisce, non amabile. Cosa succede quando la persona non si accorge e aspetta con ansia il ritorno a casa dell’altro? Cosa succede quando l’amore è nella variabile amicizia tra aiuto e assistito?
Magari si tratta solo di una persona che necessita compagnia per un pò, sa intendere e volere ed ha solo bisogno di comprensione. Questo capita ad anziani, giovani o neo adulti con lievi difficoltà, magari fisiche. La canzone di Giorgia, se non per poche frasi che potrebbero di più fare pensare alla relazione amorosa, è adatta a tutti i tipi di amore. Perché l’ ‘amore è una cosa semplice’ , come fece notare Tiziano Ferro a suo tempo, ma non solo quando ‘c’è ed è vero e ti semplifica la vita’. Lo è anche e soprattutto quando capisci cosa vuol dire amore: amicizia, rapporto tra genitori e figli, fratellanza, sorellanza….anche questi sono tipi di amore.
L’assistenza a chi è solo, se fatta con il cuore, è una forma di amore. L’argomento è stato spesso trattato, ma già dal 2013, per papa Francesco, il tema delle ‘Periferie del Cuore’ era importante. Durante la Messa crismale del 2013, papa Francesco ha invitato i sacerdoti ad andare sia nella periferia geografica che in quella ‘esistenziale’. La periferia dell’esistenza comprende: persone sole, malate, non autosufficienti, abbandonate… Se, oltre ai preti, ciascuno di noi avesse in sé la capacità, o almeno la volontà, perché spesso è quella che manca, di amare gli altri per quello che sono con e per noi sarebbe ancora meglio. Bisogna aprirsi all’altro, sempre e senza riserve.
Chi vive nelle periferie esistenziali ha imparato ad agire come noi altri abbiano fatto da tempo. Restano concentrati su se stessi, sulla loro casa, professione, situazione personale… Ma c’è una differenza: per molto tempo, diversamente da chi non ha mai fatto parte del gruppo periferia esistenziale, loro non sono stati così ed hanno
cercato disperatamente di dimostrarlo, di fare vedere il proprio valore prima che, come nel caso dei malati, quella capacità venisse persa. A loro basta poco per tornare ad aprirsi ed a fidarsi, a differenza dei ‘centro esistenziale’ che si fanno molte ‘paranoie’. Il fatto è che per motivazioni economiche, narcisistiche (perché sì, se non vuoi farti vedere vicino a qualcuno che ha un difetto, anche lieve, o un altro colore della pelle perché la tua immagine si rovina e perdi i favori degli altri, sei un narciso) e altre ‘buone scuse’, queste persone sono state lasciate sole e quindi si centrano su se stesse e ciò che resta loro cercando disperatamente di non impazzire.
Il Papa ha chiesto di essere presenti ‘dove c’è sofferenza, c’è sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni’. Qui si allarga il discorso ma, per restare nel nostro contesto, i cattivi padroni possono contenere anche la differenza, la solitudine, l’abbandono e la malattia che, se non si risolvono con l’altrui aiuto, ti portano verso cattivi padroni peggiori, che credo conosciamo tutti e non debbano essere elencati. Il punto è che tutti lo sanno, ma finché non vengono toccati, gli altri’ che hanno il problema possono andare a quel paese. Quando, invece, tocca a chi non aveva avuto questo bisogno fino a poco prima, sembra che sia esplosa una bomba, scoppiata la guerra o qualche altra catastrofe. Allora qualcuno potrebbe fargli la domanda: ‘Ma come, non era mica una cosa da poco?’ Ed ecco un altro fatto da non sottovalutare circa le difficoltà di comunicazione tra le varie zone del mondo esistenziale e anche tra.’vecchia’ e ‘nuova’ periferia. Ma perché questo accade? Perché si crolla dalle stelle alle stalle?
Sempre nello stesso periodo, il papa aveva definito questo tempo quello dei soli senza solitudine ‘pensata e vissuta’: una difficoltà umana e profonda. L’invito del papa, era ed è ancora quello di uscire dal centralismo del ‘mi godo la mia bella vita, i miei soldi, la mia carriera, il mio successo’ da solo, escludendo gli altri, per buttarsi in quelle realtà di vera solitudine. . Non si capisce se non si tocca con mano, da fuori non si può comprendere perché la gente si attacchi a una debole speranza, a una promessa fatta, alla presenza di una persona che è disponibile spesso e dona momenti felici… Cosa si può consigliare alle persone che hanno un ruolo nelle vite di chi vive nelle periferie?
Prendete sul serio quello che state facendo con quella persona che ha bisogno di voi. Le cose cambiano e potrebbe succedere che siate voi ad avere bisogno di lei. E’ brutto da dire, ma non tutti perdonano, non tutti porgono l’altra guancia, anche se si etichettano come credenti. Quindi torna al conflitto tra vecchia e nuova periferia. Ci sono quelli che rendono pan per focaccia, anche solo per un po’ per fare pesare ciò che avete fatto di male, per poi aiutarvi e… amici come prima. Altre persone, più fragili, potrebbero non perdonare affatto e chiudervi la porta in faccia.
Potreste recuperare comunque, ma con più difficoltà. Una ferita a chi è stato illuso ed abbandonato per l’ennesima volta, fa molto male. Pensate bene: vorrei che fosse fatto a me quello che io ho fatto a questa persona?
Mi piacerebbe essere trattato con disprezzo, abbandonato per un immagine di successo personale (chissà poi se duratura e reale)? Vorrei credere che chi mi sta accanto e si comporta da amico lo sia davvero, per poi scoprire che per lui ‘era solo lavoro’? Se la risposta è no, allora siate sinceri, dite subito le vostre intenzioni, ma non atteggiatevi, poi, a quello che non siete, se sapete che per voi quel rapporto non è importante. Prima di pensare di lasciare una persona delle periferie esistenziali, assicuratevi di poterla davvero continuare a trattare come amica e non lasciatela sola da un giorno all’altro.
Sta a voi trovare sostituti accettabili, visto che ve ne andate di vostra volontà per inseguire il vostro ‘sogno di libertà. Ricordatevi che, spesso, proprio gli ‘ultimi’ sono quelli che danno di più a livello di tempo ed affetto, ma non per questo vanno sfruttati. Vanno davvero amati. Non sono il ‘tappabuco’ dei vostri conoscenti del ‘centro città e centro esistenziale’. Spesso sono angeli mandati sulla terra per consolare, dare amore, amicizia… L’unico modo per averli accanto, però, è andarli a cercare.
Andateli a cercare nelle loro case, nei centri per disabili, nelle case famiglia, negli ospedali, nelle carceri… Anche i luoghi abituali dove vedete persone sempre sole, ma desiderose di affetto vanno bene: scuola, parco, lavoro… Le periferie sono ovunque. Non lasciate che i soli restino tra loro, vivendo un contatto esclusivamente tramite i social con loro simili. Accoglieteli. Ricordatevi che chi vive nelle periferie esistenziali è una persona come voi con dei doveri, ma anche diritti. Ha sogni ed emozioni come voi.
Arnaldo Canepa: un convegno ed una nuova biografia raccontano il servizio del venerabile Arnaldo Canepa per gli oratori
In occasione dell’80° anniversario dalla fondazione del Centro Oratori Romani da parte di Arnaldo Canepa, l’associazione romana ha organizzato il convegno “Arnaldo Canepa e il Quadraro” per promuovere la conoscenza e il culto del proprio fondatore che, dal 20 maggio 2023, è stato dichiarato Venerabile dal Dicastero delle Cause dei Santi. Il Convegno, che prevede anche la presentazione della nuova biografia, si svolgerà sabato 10 maggio presso la parrocchia di Santa Maria del Buon Consiglio al Quadraro, nel quadrante est di Roma, dove Canepa aprì il primo oratorio avviando le attività che qualche anno più tardi condussero alla creazione dell’associazione per la promozione della pastorale oratoriana nella capitale. Il Convegno ha ricevuto il patrocinio del VII Municipio.
Canepa cominciò il suo impegno pastorale proprio frequentando il periferico e disagiato quartiere romano del Quadraro dove decise, insieme ad altri laici, di consacrare al Signore il servizio ai ragazzi dando inizio ad un oratorio in cui quotidianamente i bambini del quartiere potessero ritrovarsi per crescere umanamente e spiritualmente. Per questo, anche oggi i catechisti e soci del COR, che proseguono nella sua opera di evangelizzazione dei più piccoli, intendono ripartire dal Quadraro per ripercorrere le sue scelte e riscoprire le profonde motivazioni che hanno mosso il fondatore e che oggi li spingono ancora a presentarlo al territorio e a tutta la Chiesa universale quale modello di laicità ed esempio di dedizione nel servizio a favore delle giovani generazioni.
Al Convegno, organizzato dal Comitato per la promozione e la diffusione del culto di Arnaldo Canepa, interverranno dopo i saluti introduttivi del Presidente del VII Municipio, Francesco Laddaga, del parroco, don Daniele Natalizi e del Presidente del COR, Stefano Pichierri, lo scrittore Michele Manzo, la prof.ssa Cecilia Costa, docente a Roma Tre e il prof. Luca Pasquale, docente alla Università Lateranense, i quali illustreranno la figura del Venerabile, il suo rapporto con il complesso quartiere del Quadraro nel secondo dopoguerra e le sue innovative intuizioni pastorali ed educative.
Proprio Luca Pasquale è l’autore della nuova biografia ‘Arnaldo Canepa – Catechista d’Oratorio’ della casa editrice Velar, realizzata per diffondere la conoscenza di Canepa ad 80 anni dalla fondazione dell’associazione da lui ideata e a quasi 60 anni dalla sua salita al cielo. Il volume, arricchito dalla prefazione di S.E. Mons. Rino Fisichella, Pro-Prefetto della Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo del Dicastero per l’Evangelizzazione, ripercorre la vita del Venerabile nel suo essere profondamente ‘catechista’ come sottolinea proprio mons. Fisichella nell’introduzione, “animato dal desiderio di trasmettere la fede ai bambini delle periferie romane, all’epoca in un degrado mai visto. Se non ci fossero state le parrocchie e gli oratori, a questi ragazzi sarebbe rimasto solo la strada, e la sera le povere catapecchie rimaste in piedi nonostante i bombardamenti”.
“Siamo molto felici di sottolineare e costruire il legame tra Arnaldo Canepa e la parrocchia di Santa Maria del Buon Consiglio”, ha sottolineato il Presidente del COR, Stefano Pichierri. “Insieme a Don Gioacchino Rey e ad altri uomini e donne di buona volontà, Canepa nel 1931 avviò il primo oratorio parrocchiale, aperto alla popolazione, a giovani e bambini, stimandoli ed amandoli.
Il COR, su indicazione e suggerimento del Postulatore, padre Antonio Marrazzo, e considerato il rapporto di stima reciproca e cooperazione instaurato con il parroco don Daniele Natalizi, ha voluto fortemente organizzare questo evento al Quadraro tramite il Comitato costituito di recente. Il nostro fondatore scoprì in questo quartiere la forza e l’efficacia dell’oratorio in ambito pastorale e di evangelizzazione delle ‘masse’. Non nascondo una certa emozione e commozione nel vivere proprio qui, dove Canepa riposa, un evento culturale, sociale ed ecclesiale così rilevante per tutti noi: per la comunità del Buon Consiglio, per il territorio del Quadraro, per i catechisti del COR e per tutti coloro che vorranno partecipare”.
(Foto: COR)
Il card. Sandri ringrazia papa Francesco per il servizio
“Cristo è Risorto! Con ancora più emozione entro una celebrazione di suffragio quale è quella dei Novendiali, cantiamo l’Alleluia Pasquale, quel canto che è risuonato dalla voce del diacono ‘Nuntio vobis gaudium magnum quod est Alleluia’, anche in questa Basilica che pochi istanti prima della Veglia era stata visitata dal Santo Padre Francesco. In modo pensiamo inconsapevole egli si preparava ad attraversare un altro Mar Rosso, un’altra notte che la Resurrezione di Cristo ci consente di chiamare beata, la notte di cui è detto ‘et nox sicut dies illuminabitur’. Tra pochi giorni, il Cardinale Proto Diacono utilizzerà una formula simile, annunciando alla Chiesa e al mondo il gaudium magnum di avere un nuovo Papa: è a partire dall’esperienza pasquale di Cristo che trova senso il ministero del Successore di Pietro, chiamato in ogni tempo a vivere le parole appena ascoltate nel vangelo”.
L’omelia del card. Leonardo Sandri, vice decano del Collegio cardinalizio, nel quinto giorno dei novendiali è orientata al significato di servizio: “Uno dei titoli che la tradizione attribuisce al Vescovo di Roma infatti è quello di ‘Servus Servorum Dei’, amato da san Gregorio Magno sin da quando era soltanto diacono, a ricordare questa costante verità: la liturgia ce lo ricorda nei segni esteriori, quando nelle celebrazioni più solenni indossiamo sotto la casula la tunicella, ricordo del nostro dover sempre rimanere diaconi, cioè servitori”.
Tale servizio è stato applicato dal papa: “Lo ha vissuto Papa Francesco, scegliendo diversi luoghi di sofferenza e solitudine per compiere la lavanda dei piedi durante la Santa Messa in Coena Domini, ma anche mettendosi in ginocchio e baciando i piedi dei leader del Sud Sudan, implorando il dono della pace, con quello stesso stile per molti ritenuto scandaloso, ma fortemente evangelico, con il quale san Paolo VI il 4 dicembre di cinquant’anni fa in cappella Sistina si mise in ginocchio baciando i piedi di Melitone, Metropolita di Calcedonia.
La tradizione della Chiesa cari confratelli cardinali ci suddivide in tre ordini: vescovi, presbiteri e diaconi, ma tutti siamo chiamati comunque a servire, testimoniando il Vangelo usque ad effusionem sanguinis¸ come abbiamo giurato il giorno della creazione cardinalizia ed è significato dalla porpora che indossiamo, offrendo noi stessi, collegialmente e come singoli, come primi collaboratori del Successore del beato apostolo Pietro”.
Per questo il card. Sandri ha sottolineato il passaggio di Gesù a Gerusalemme: “Dopo il vertice della Trasfigurazione, il cammino verso la realizzazione delle profezie nella Pasqua a Gerusalemme; dopo la Pasqua l’attesa dello Spirito a Pentecoste, con la pienezza del dono dello Spirito l’inizio della Chiesa. Noi viviamo il passaggio tra la conclusione della vita del Successore di Pietro, Papa Francesco e il compimento della promessa affinchè con la nuova effusione dello Spirito la Chiesa di Cristo possa continuare il suo cammino tra gli uomini con un nuovo Pastore…
In qualche modo Papa Francesco lascia questa parola anche al Collegio Cardinalizio, composto di giovani e di più anziani, in cui tutti possano lasciarsi ammaestrare da Dio, intuire il sogno che Egli ha sulla sua Chiesa e cercare di realizzarlo con giovane e rinnovato entusiasmo”.
Per questo ‘sogno’ Pax Christi ha ringraziato papa Francesco: “Ti diciamo … GRAZIE! per aver indicato a questa Chiesa, nei tuoi 12 anni di servizio come Pietro, le strade della luce della fede, della gioia del Vangelo, della lode a Dio-Creatore, della bellezza della fraternità, della gioia dell’amore nuziale, dell’amore di Cristo per noi e di aver spalancato le porte della Speranza!
Ti diciamo …GRAZIE! per aver quasi spinto questa Chiesa sulle strade non facili dell’incontro con il mondo, mettendola in guardia dal cedere alla mondanità materiale o spirituale, con uno sguardo di amore per gli ultimi, per i poveri, per gli scartati, per gli emarginati, per i sofferenti e, come ospedale da campo, ad accogliere e a prendersene cura con dolcezza e tenerezza.
Ti diciamo …GRAZIE! per aver provocato questa Chiesa ad incamminarsi ‘sui sentieri di Isaia’ e a scalare il monte delle Beatitudini con le vette della mitezza, della nonviolenza e dell’artigianato della pace. Hai denunciato l’ipocrisia, la stupidità e la violenza di una politica e di una economia che ‘aliene da razionalità’ producono e vendono armi che generano guerre, morti, devastazioni e criminali profitti”.
Un ringraziamento per l’accoglienza e l’incoraggiamento: “Ti diciamo …un ultimo GRAZIE! per quell’indimenticabile 12 gennaio 2019 quando ci hai accolti, incontrati, come Consiglio Nazionale di Pax Christi, e incoraggiati a continuare ad essere educatori e costruttori di pace. Ti ascoltammo con molta attenzione e ci confidasti la tua ostinazione nel condannare le armi nucleari, (‘anche se non mi ascoltano’) ricordandoci che non solo l’uso ma anche il possesso è immorale!”
Anche l’ong Aifo ha ringraziato il papa perché ha riportato al centro le periferie: “Ha scritto quattro encicliche, tutte importanti, nella ‘Laudato sì’ ci chiama alla responsabilità verso il creato, ma nella “Fratelli tutti” ci ha concretamente mostrato il suo pensiero, che incarna l’amore di Dio per l’uomo.
E’ il Papa della pace, del dialogo con tutti, in particolare con i non credenti, e con tutte le religioni, un dialogo improntato sull’umanità, sul rifiuto della forza e delle armi, sulla condanna costante della guerra, del terrore, della disumanità di atti che purtroppo continuano ad uccidere e ad offendere la dignità dell’essere persona. Ci ha lasciato come ha sempre vissuto, ieri era fra la gente, con la sua voce flebile e tutta la sua sofferenza, senza risparmiarsi, senza pensare a sé stesso, ma al bisogno di tutti di saperlo tra noi”.
A proposito del prossimo conclave il presidente dell’associazione Ospitalità Religiosa Italiana, Fabio Rocchi, ha monitorato la situazione della città di Roma, in attesa del conclave: “In questi giorni di preparazione all’elezione del nuovo pontefice, non ci sono solo cardinali e media a centrare la loro attenzione sul Vaticano.
L’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana, che promuove le case religiose e non-profit di ospitalità, sta infatti registrando un picco di richieste di accoglienze su Roma con arrivi il 7 maggio, giorno previsto per le prime ‘fumate’ dalla Cappella Sistina. Dal portale ospitalitareligiosa.it transitano ogni giorno centinaia di richieste e la data fatidica spicca su tutte le altre.
Il dato consente anche di capire l’orientamento dei pellegrini, che ‘scommettono’ su di un Conclave abbastanza breve, con una durata media della permanenza in città di 2/3 giorni. Ma c’è chi si sta già organizzando anche per il dopo-Conclave. Una grande quantità di richieste si concentra sulle settimane successive, nelle quali evidentemente i pellegrini già programmano di venire a Roma per “conoscere” da subito il nuovo Papa. Due dati, quindi, che consentono di percepire il positivo clima di attesa tra i fedeli”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco infonde coraggio ai fedeli
“E da questa terra così benedetta dal Creatore, vorrei insieme a voi invocare, per intercessione di Maria Santissima, il dono della pace per tutti i popoli. In particolare, lo chiedo per questa grande regione del mondo tra Asia, Oceania e Oceano Pacifico. Pace, pace per le Nazioni e anche per il creato. No al riarmo e allo sfruttamento della casa comune! Sì all’incontro tra i popoli e le culture, sì all’armonia dell’uomo con le creature!”: con queste parole papa Francesco ha terminato la recita dell’Angelus nella celebrazione eucaristica alla presenza di circa 35.000 persone con l’incoraggiamento a non temere.
Infatti sono state le parole del profeta Isaia a non temere a fare da filo conduttore all’omelia del papa: “Questa profezia si realizza in Gesù. Nel racconto di San Marco vengono messe in evidenza soprattutto due cose: la lontananza del sordomuto e la vicinanza di Gesù. La lontananza del sordomuto. Quest’uomo si trova in una zona geografica che, con il linguaggio di oggi, chiameremmo ‘periferia’. Il territorio della Decapoli si trova oltre il Giordano, lontano dal centro religioso che è Gerusalemme.
Ma quell’uomo sordomuto vive anche un altro tipo di lontananza; egli è lontano da Dio, è lontano dagli uomini perché non ha la possibilità di comunicare: è sordo e quindi non può ascoltare gli altri, è muto e quindi non può parlare con gli altri. Quest’uomo è tagliato fuori dal mondo, è isolato, è prigioniero della sua sordità e del suo mutismo e, perciò, non può aprirsi agli altri per comunicare”.
La vicinanza di Dio si mostra anche a chi vuole essere lontano: “A questa lontananza, fratelli e sorelle, Dio risponde con il contrario, con la vicinanza di Gesù. Nel suo Figlio, Dio vuole mostrare anzitutto questo: che Egli è il Dio vicino, il Dio compassionevole, che si prende cura della nostra vita, che supera tutte le distanze”.
E nella sua vicinanza Dio guarisce: “Con la sua vicinanza, Gesù guarisce, guarisce il mutismo e la sordità dell’uomo: quando infatti ci sentiamo lontani, oppure scegliamo di tenerci a distanza (a distanza da Dio, a distanza dai fratelli, a distanza da chi è diverso da noi) allora ci chiudiamo, ci barrichiamo in noi stessi e finiamo per ruotare solo intorno al nostro io, sordi alla Parola di Dio e al grido del prossimo e perciò incapaci di parlare con Dio e col prossimo”.
In questo senso la distanza non è separazione: “E voi, fratelli e sorelle, che abitate questa terra così lontana, forse avete l’immaginazione di essere separati, separati dal Signore, separati dagli uomini, e questo non va, no: voi siete uniti, uniti nello Spirito Santo, uniti nel Signore! E il Signore dice ad ognuno di voi: ‘Apriti!’ Questa è la cosa più importante: aprirci a Dio, aprirci ai fratelli, aprirci al Vangelo e farlo diventare la bussola della nostra vita”.
Quindi l’invito di Gesù è per tutti: “Anche a voi oggi il Signore dice: ‘Coraggio, non temere, popolo papuano! Apriti! Apriti alla gioia del Vangelo, apriti all’incontro con Dio, apriti all’amore dei fratelli’. Che nessuno di noi rimanga sordo e muto dinanzi a questo invito. E in questo cammino vi accompagni il Beato Giovanni Mazzucconi: tra tanti disagi e ostilità, egli ha portato Cristo in mezzo a voi, perché nessuno restasse sordo dinanzi al gioioso Messaggio della salvezza, e a tutti si potesse sciogliere la lingua per cantare l’amore di Dio”.
Al termine della celebrazione eucaristica papa Francesco ha incontrato i fedeli di Vanimo, prendendo spunto dalla bellezza della natura: “Guardandoci attorno, vediamo quanto è dolce lo scenario della natura. Ma rientrando in noi stessi, ci accorgiamo che c’è uno spettacolo ancora più bello: quello di ciò che cresce in noi quando ci amiamo a vicenda, come hanno testimoniato David e Maria, parlando del loro cammino di sposi, nel sacramento del Matrimonio. E la nostra missione è proprio questa: diffondere ovunque, attraverso l’amore di Dio e dei fratelli, la bellezza del Vangelo di Cristo”.
Nel dialogo con i fedeli papa Francesco ha rivolto loro l’esortazione all’amore come missione: “Ricordiamolo: l’amore è più forte di tutto questo e la sua bellezza può guarire il mondo, perché ha le sue radici in Dio. Diffondiamolo, perciò, e difendiamolo, anche quando il farlo può costarci qualche incomprensione, qualche opposizione. Ce lo ha testimoniato, con le parole e con l’esempio, il Beato Pietro To Rot (sposo, padre, catechista e martire di questa terra), che ha donato la sua vita proprio per difendere l’unità della famiglia di fronte a chi voleva minarne le fondamenta”.
E li ha salutati con un pensiero ai bambini: “E’ questo il dono più prezioso che potete condividere e far conoscere a tutti, rendendo Papua Nuova Guinea famosa non solo per la sua varietà di flora e di fauna, per le sue spiagge incantevoli e per il suo mare limpido, ma anche e soprattutto per le persone buone che vi si incontrano; e lo dico specialmente a voi, bambini, con i vostri sorrisi contagiosi e con la vostra gioia prorompente, che sprizza in ogni direzione. Siete l’immagine più bella che chi parte da qui può portare con sé e conservare nel cuore!”
Infine, prima di ritornare a Port Moresby, il papa ha salutato i missionari, che lo hanno accompagnato nella ‘School & Queen of Paradise Hall’, dove ha assistito ad un breve concerto dell’orchestra degli studenti della scuola.
(Foto: Santa Sede)
Da Napoli un’invocazione a rigenerare le periferie delle città
“Cari fratelli e sorelle, ci troviamo qui in questa periferia della nostra città, periferia spesso simbolo di tutte le periferie non solo della nostra città ma del nostro paese, periferia che purtroppo oggi diventa il centro dell’attenzione di tutti non per la sua rinascita, ma perché ancora una volta l’odore della morte e della paura pervade le sue vie e i cuori dei suoi abitanti”.
Con queste parole avanti ieri l’arcivescovo di Napoli, mons. Domenico Battaglia, ha celebrato in n piazza Giovanni Paolo II le esequie delle vittime del crollo della Vela Celeste a Scampia ricordando le condizioni della città: “Gli abitanti di Scampia, che per già molto tempo hanno subito etichette mediatiche frettolose e generalizzanti, che hanno tanto lottato per scrollarsi di dosso un’opinione pubblica che legge le situazioni con una superficialità spesso più attratta dalla decadenza del male che dai tanti segni primaverili di riscatto, oggi si ritrovano qui, insieme all’intera città, per piangere Roberto, Patrizia, Margherita e per pregare per la guarigione di Carmela, Martina, Giuseppe, Luisa, Patrizia, Mya, Anna, Greta, Morena Suamy e Annunziata, vittime di un crollo che va ben oltre le macerie di cemento e ferro, assurgendo a simbolo di un crollo sociale che deve essere arginato, prevenuto, evitato, non solo qui ma in tutte le periferie della nostra città, del nostro Sud, della nostra Italia!”
E’ la condizione in cui vivono le ‘periferie’, chiamate ad essere ‘simbolo’ di una rinascita: “Periferie che possono rinascere, che possono diventare simbolo di una resurrezione possibile, come ci insegna proprio la nostra Scampia che, al di là di certe narrazioni parziali e stereotipate, ha saputo sempre rialzarsi, diventando un esempio di autentica resilienza e riscatto, grazie all’onestà e all’impegno di tanti suoi figli e figlie, Chiesa, società civile e istituzioni che, quando si alleano per il bene comune, possono compiere veri e propri miracoli”.
L’omelia dell’arcivescovo di Napoli è un invito al rispetto del dolore di un quartiere e di una città: “Quest’ora però è l’ora del silenzio e della preghiera, l’ora dell’affidamento di queste sorelle e di questi fratelli alla tenerezza di un Dio che non è indifferente al nostro dolore ma che piuttosto ha scavato tra quelle macerie, si è fatto presente attraverso il soccorso dei volontari, della Croce Rossa, della Protezione Civile, dei Medici e degli Infermieri, della Caritas, delle Parrocchie e di tutte le Istituzioni che stanno facendo quanto è possibile per essere vicini alla sofferenza della nostra gente, al dolore di queste famiglie lacerate.
Queste vite spezzate, queste storie interrotte sono ora tra le braccia di Dio e dove noi vediamo l’ombra della morte Dio vede la vita, dove noi pronunciamo la parola fine Dio pronuncia la parola inizio, dove per noi cala il sipario sul paesaggio di questo mondo per Dio si spalanca l’orizzonte della vita eterna, di una vita senza fine nel suo amore senza fine”.
E’ un dolore che solo Gesù può consolare: “E mentre il nostro discorso si rivolge intimorito ad un futuro distante, Gesù irrompe con un presente che spacca il tempo e annulla le distanze, un presente che afferma una speranza capace di donare luce tra le ombre fitte della morte: ‘Io sono la risurrezione e la vita’. Lo sono ora, in questo momento, per te, per voi, per tutti. Si, il Signore Gesù è la resurrezione e la vita, il suo Vangelo è la buona notizia da cui ripartire, l’unica speranza che può illuminare la notte del dolore, la bussola che può davvero orientare (non solo Scampia ma tutte le periferie del nostro Sud) verso nuovi orizzonti di rinascita comunitaria, verso un futuro in cui il bene comune diventa un ‘sistema’ di vita capace di rovesciare e sovvertire ogni sistema di morte!”
E’ un dolore al quale partecipa anche Gesù, come ha fatto per la morte di Lazzaro: “Sorelle e fratelli, il nostro dolore e il nostro sgomento, le lacrime di queste famiglie segnate da queste morti assurde e improvvise si mescolano con le lacrime stesse di Gesù. Gesù piange dinanzi alla morte di Lazzaro. Gesù non è impassibile dinanzi al dolore e alla sofferenza dei suoi amici! Si, Dio piange con noi e per noi: siamo noi i suoi amici, Roberto, Patrizia e Margherita sono i suoi amici e Lui non consentirà mai, come non l’ha consentito per Lazzaro, che la morte li strappi via”.
Però, in fondo, l’amore è più forte della morte: “Vedete, il contrario della morte, il suo opposto, il suo vero nemico non è la vita ma l’amore. Perché l’amore, come ci ricorda il Cantico dei Cantici, è più forte della morte. E nell’amore, nell’amore di Dio, tutti potremmo sempre ritrovarci, ricomponendo i legami, assottigliando l’udito, aguzzando la vista per imparare ad ascoltare e vedere coloro che abbiamo amato e che, custoditi dalla tenera mano di Dio, ci sono accanto sempre, seppur in un modo diverso e nuovo. Dalle lacrime di Dio impariamo il cuore di Dio. Il perché della nostra risurrezione sta in questo amore fino al pianto. Risorgiamo adesso, risorgeremo dopo la morte, perché amati”.
Ed ha concluso l’omelia con una preghiera allo Spirito Santo: “Venga Signore il tuo Spirito e soffi la tua consolazione sui cuori lacerati dei familiari e degli amici di Roberto, Margherita e Patrizia, accarezzi il loro dolore, accompagni i loro passi in questo tempo difficile abitato dall’assenza e dalla mancanza, sussurri al loro intimo la certezza della vita che non muore, allontani da loro la tentazione della disperazione e doni alla loro anima la capacità di sentire che il legame che li univa ai propri cari non è stato interrotto ma trasformato!
Venga Signore il tuo Spirito e soffi il tuo conforto sui feriti, sui loro familiari, sui medici e sugli infermieri che se ne prendono cura! Sia la loro forza in questo tempo di veglia e di cura, alimenti la lampada della loro speranza e faccia sentire loro l’affetto e la solidarietà della comunità cristiana e dell’intera famiglia di Napoli!
Venga il tuo Spirito e soffi sulle strade di Scampia, dove in queste ore gli sfollati camminano tra timori e speranze, dove tante persone costrette alla precarietà portano il peso di giorni difficili, dove tante famiglie lottano per un domani migliore, per un presente e un futuro abitato dalla giustizia e dalla pace!”
E’ un’invocazione allo Spirito Santo, affinché conservi la città: “Venga il tuo Spirito e soffi sulle vele della nostra città, non su quelle di ferro e cemento deteriorate dal tempo e dall’incuria, ma su quelle vive, quelle fatte di carne, su quelle che oggi più che mai devono essere dispiegate, su quelle che raccontano un passato di dolore e di lotta, e la cui stoffa lascia intravedere il colore della resilienza, della forza di chi non si arrende, della tenacia di chi spera ancora nel domani, della fede evangelica di chi trova bellezza anche nelle sue cicatrici!
Venga il tuo Spirito e soffi su chi ha il compito di governare e amministrare il bene comune, affinché attraverso politiche di risanamento e di inclusione, possa rispondere con azioni concrete e immediate alle vite segnate dalla sofferenza, perché la politica è autentica se fa sua l’etica della cura, e solo la cura può trasformare il dolore in speranza, la sfiducia dei singoli in un nuovo slancio comunitario!
Venga il tuo Spirito e sospinga le nostre barche alla deriva, i tanti battelli marginali che navigano ancora tra mille tempeste e anelano un porto in cui sentirsi al sicuro, soffi sulle vele spiegate dei tanti marinai i cui volti e i cui nomi sono sconosciuti ai potenti di questo mondo ma non al Signore!
Venga il tuo Spirito e soffi sulle vele di chi naviga controcorrente, bramando una città più giusta e accogliente, una città davvero solidale in cui nessuno riesca a dormire sereno se un solo bambino rischia la vita per il semplice fatto di abitare in una casa degradata di un edificio degradato, una città in cui nessuno si tiri fuori dall’esigenza di solidarietà e prossimità se una parte della comunità vive nel disagio e nella precarietà!”
Ed infine un’invocazione per la rigenerazione di una comunità cittadina: “Venga il tuo Spirito e faccia risorgere da queste macerie e da questo dolore una comunità più giusta, in cui sia per sempre abbattuto quel muro invisibile che divide i figli di questa città, che separa le tante Napoli che si sfiorano senza mai incontrarsi! Venga il tuo Spirito e soffi sulle vele della nostra anima, sospinga al largo la nostra amata Napoli, conforti ogni suo dolore, fasci le sue ferite e la conduca verso il porto sicuro della giustizia, della solidarietà e della pace! Venga il tuo Spirito e ci convinca nell’intimo che la morte non è la fine di tutto, anche se fa male, e che la vita umana non finisce mai sotto una tomba”.
(Foto: arcidiocesi di Napoli)
C’è sempre una prima volta
Difficile dire quanto di vangelo c’è in questa presenza e quanto di diplomazia vaticana che, com’è noto, appare tra le più rodate e lungimiranti. Ciò che nondimeno stupisce è anzitutto il fatto stesso che il papa, rappresentante della Chiesa Cattolica, sia stato invitato a questo tipo di vertice che mette assieme alcuni tra i ‘potenti’ della politica e dell’economia del mondo.
L’invito del papa, per motivi che non è poi difficile discernere, è già un segno e un messaggio la cui tragica scelta non potrà non lasciare tracce nel presente e il futuro del papato e della Chiesa stessa. Essere invitati al vertice di alcuni tra i Paesi più ricchi e potenti del globo significa dare sufficienti ‘garanzie’ al sistema perché esso possa perpetuarsi o quantomeno continuare a legittimarsi.
Aver accettato l’invito ( o allora la proposta è giunta dal vaticano e accolta dalle diplomazie del vertice), come il papa ha fatto, non è che l’ennesimo e patetico tentativo di accompagnare, da ‘cappellano di corte’, il sistema attuale che, come il capitalismo di cui è l’espressione, è nato e cresciuto senza cuore. Non dovremmo dimenticare che i membri di questo vertice sono corresponsabili o sostenitori della produzione, vendita e uso di armi in zone di guerra. Si tratta dunque di persone che hanno le mani macchiate di sangue.
D’altra parte sembra tipico di questo insondabile e ambiguo pontificato giocare su tutti i fronti con la stessa spudorata disinvoltura. Incontrare e valorizzare i movimenti sociali. Assumere i poveri come elemento trasformatore del sistema (secondo le lezioni latinoamericane ben assimilate). Proteggere i migranti nella loro ricerca di futuro e parlare di ‘periferie’ dalle quali dovrebbe sgorgare un mondo nuovo e una Chiesa che ascolta. Questo e molto altro all’ordine del giorno, senza dimenticare le innumerevoli volte nelle quali è stato necessario precisare, rettificare, contraddire quanto affermato il giorno precedente in uno dei tanti discorsi letti o improvvisati.
Allo stesso tempo, lo stesso pontefice (vero ponte tra sponde diverse) accompagna e celebra un’alleanza vaticana col ‘Capitalismo Inclusivo’ che vede tra i suoi membri e promotori i più quotati magnati del capitalismo globalizzato. Con la manipolata crisi del Covid poi, l’attuale papa, ha toccato quanto di peggio ci si sarebbe potuto attendere da un qualunque politico da strapazzo. L’obbligo per tutto il personale dello Stato Vaticano alla vaccinazione pena il licenziamento in tronco, il fermo invito fatto ai fedeli cristiani di vaccinarsi ‘come gesto d’amore’ e gli incontri più o meno ‘segreti’ con boss dell’industria delle vaccinazioni, Bourla.
Malgrado i danni occasionati e accertati, l’aumento della mortalità nei Paesi che più hanno somministrato i ‘vaccini’, non è mai sfuggita al papa una sola parola di attenzione per quanti hanno sofferto a causa delle suo fermo invito a vaccinarsi e tantomeno la richiesta ufficiale di perdono per essersi sbagliato di bersaglio. Mai ha domandato venia per la mancanza di rispetto dei diritti dei dipendenti che avrebbero potuto scegliere o meno di vaccinarsi in tutta libertà di coscienza come i documenti della Chiesa e della medicina ufficiale sottolineano da tempo.
La parvenza ‘democratica’ di questo papato è poi contraddetta da protagonismi nella vita pubblica quotidiana che si esibisce in modo asfissiante fino a domandarsi se esiste ancora una conferenza episcopale italiana degna di questo nome. Dappertutto e su ogni tema ci si aspetta una parola, un’allusione e soprattutto una conferma. Persino nelle trasmissioni televisive seguite da largo pubblico dove si ha il diritto e il piacere di ascoltare quanto papa Bergoglio afferma, sostiene, propone e soprattutto allude.
Ed, infine, la partecipazione anche fisica al vertice del G7 che ha annoverato altri invitati di marca, ma non la Russia e la Cina ad esempio. Invitato, accolto e infine assimilato ai potenti, tra coloro che hanno diritto di presenza, ascolto e udienza. Per parlare dell’intelligenza artificiale di cui, sembra, il vaticano ha assunto un ruolo non trascurabile e naturalmente apprezzato. Una Chiesa segno di contraddizione per gli imperi di oggi sembra essere passata di moda. Accomodarsi accanto al potere di turno e allo stesso tempo prendere le difese dei poveri desta sospetto sull’autenticità e sincerità di chi gioca a dare spettacolo per il pubblico.
Al vertice citato nessun povero è stato invitato. In un non lontano passato, ad esempio il G8 di Genova, si presentava come un vanto del summit quello di invitare persone di alcuni Paesi che aiutassero a non dimenticare che c’è anche e soprattutto un altro mondo. Quello a cui spesso il papa allude e che diventa visibile nelle guerre, le migrazioni e le terre rare … da sfruttare per motivi ecologici ben ricordati dall’ultima esortazione, al soldo anch’essa di una sola versione del mondo.
La presenza del papa tra i ‘grandi’ del sistema addolora, preoccupa e fa vergognare chi pensava che scegliere i poveri e la loro strada non fosse per farsi strada tra i potenti per diventarne il ‘cappellano’ e in definitiva il garante. Si tratta dell’esibizione di un tradimento nell’usare i volti e il silenzio dei poveri per poi accomodarsi alla mensa dei ricchi e dei potenti.





























