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Papa Leone XIV: la Quaresima è un tempo per la comunità

“Cari fratelli e sorelle, all’inizio di ogni Tempo liturgico, riscopriamo con gioia sempre nuova la grazia di essere Chiesa, comunità convocata per ascoltare la Parola di Dio. Il profeta Gioele ci ha raggiunti con la sua voce che porta ciascuno fuori dal proprio isolamento e fa della conversione un’urgenza inseparabilmente personale e pubblica… Menziona le persone di cui non sarebbe difficile giustificare l’assenza: le più fragili e meno adatte ai grandi assembramenti. Poi il profeta nomina lo sposo e la sposa: sembra chiamarli fuori dalla loro intimità, perché si sentano parte di una comunità più grande”: nell’imposizione delle ceneri papa Leone XIV nella Basilica di Santa Sabina per l’avvio del cammino della Quaresima ha invitato tutti ad ascoltare la Parola di Dio.

Il papa ha sottolineato che la Quaresima è un tempo ‘forte’: “La Quaresima, anche oggi, è un tempo forte di comunità… Sappiamo come sia sempre più difficile radunare le persone e sentirsi popolo, non in modo nazionalistico e aggressivo, ma nella comunione in cui ognuno trova il proprio posto”.

Tempo forte anche per il popolo: “Addirittura, qui prende forma un popolo che riconosce i propri peccati, cioè che il male non viene da presunti nemici, ma ha toccato i cuori, è dentro la propria vita e va affrontato in una coraggiosa assunzione di responsabilità. Dobbiamo ammettere che si tratta di un atteggiamento controcorrente, ma che, quando è così naturale dichiararsi impotenti davanti a un mondo che brucia, costituisce una vera e propria alternativa, onesta e attraente. Sì, la Chiesa esiste anche come profezia di comunità che riconoscono i propri peccati”.

Ed ha messo in guardia dal peccato che nasce dal virtuale: “Certo, il peccato è personale, ma prende forma negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo, negli atteggiamenti con cui reciprocamente ci condizioniamo, non di rado all’interno di vere e proprie ‘strutture di peccato’ di ordine economico, culturale, politico e persino religioso.

Opporre all’idolatria il Dio vivente, ci insegna la Scrittura, significa osare la libertà e ritrovarla attraverso un esodo, un cammino. Non più paralizzati, rigidi, sicuri nelle proprie posizioni, ma radunati per muoversi e cambiare. Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!”

Il riconoscere il peccato è una possibilità che Dio offre: “Oggi, fra noi, si tratta proprio di questa possibilità. E non è un caso che numerosi giovani, anche in contesti secolarizzati, avvertano più che in passato il richiamo di questo giorno, il Mercoledì delle Ceneri. Sono loro, infatti, i giovani, a cogliere distintamente che un modo di vivere più giusto è possibile e che esistono delle responsabilità per ciò che nella Chiesa e nel mondo non va”.

Ecco il fondamento missionario della Quaresima: “Occorre, dunque, cominciare da dove si può e con chi ci sta. ‘Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!’ Sentiamo, quindi, la portata missionaria della Quaresima, non certo per distrarci dal lavoro su noi stessi, quanto per aprirlo a tante persone inquiete e di buona volontà, che cercano le vie per un autentico rinnovamento di vita, nell’orizzonte del Regno di Dio e della sua giustizia”.

E’ stato un richiamo alla ‘pedagogia penitenziale’ di papa san Paolo VI: “Noi oggi possiamo riconoscere la profezia che queste parole contenevano, e sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura”.

Una profezia in cui si manifesta Dio verso la Pasqua: “Dov’è il loro Dio?, si chiedono i popoli. Sì, carissimi, ce lo chiede la storia, e prima ancora la coscienza: chiamare per nome la morte, portarne su di noi i segni, ma testimoniare la risurrezione. Riconoscere i nostri peccati per convertirci è già presagio e testimonianza di risurrezione: significa infatti non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire. Allora il Triduo pasquale, che celebreremo al culmine del cammino quaresimale, sprigionerà tutta la sua bellezza e il suo significato. Lo farà avendoci coinvolto, attraverso la penitenza, nel passaggio dalla morte alla vita, dall’impotenza alle possibilità di Dio”.

In questo cammino i martiri tracciano la strada verso la Pasqua: “I martiri antichi e contemporanei brillano, per questo, come pionieri del nostro cammino verso la Pasqua. L’antica tradizione romana delle stationes quaresimali , di cui questa di oggi è la prima, è educativa: rinvia tanto al muoversi, come pellegrini, quanto alla sosta (statio) presso le ‘memorie’ dei Martiri, su cui sorgono le basiliche di Roma. Non è forse una sollecitazione a metterci sulle tracce delle testimonianze mirabili di cui ormai il mondo intero è disseminato?”

Per questo è importante il digiuno per vedere la novità: “Riconoscere luoghi, storie e nomi di chi ha scelto la via delle Beatitudini e ne ha portato fino in fondo le conseguenze. Una miriade di semi che, anche quando sembravano andare dispersi, sepolti nella terra hanno preparato la messe abbondante che tocca a noi raccogliere.

La Quaresima, come ci ha suggerito il Vangelo, liberandoci dal voler essere visti a tutti i costi, ci insegna a vedere piuttosto ciò che nasce, ciò che cresce, e ci sospinge a servirlo. E’ la sintonia profonda che nel segreto di chi digiuna, prega e ama si stabilisce col Dio della vita, il Padre nostro e di tutti. A Lui riorientiamo, con sobrietà e con gioia, tutto il nostro essere, tutto il nostro cuore”.

E nel messaggio per la ‘Campanha da Fraternidade’ della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile il papa ha scritto: “Con l’intento di animare il popolo fedele in ogni percorso quaresimale, sono più di sessant’anni che la Chiesa in Brasile realizza la Campagna di Fraternità, momento in cui, come comunità di fede, rivolge la sua azione pastorale e caritativa ai poveri, i veri destinatari del nostro amore preferenziale, come ho voluto ricordare nell’Esortazione apostolica Dilexi te: convinti che ‘esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri’, ‘dobbiamo impegnarci sempre di più a risolvere le cause strutturali della povertà’. Analogamente a quanto fatto nel 1993, quest’anno, ispirati dal motto ‘Venne ad abitare in mezzo a noi’, la proposta presentata è di volgere lo sguardo ai nostri fratelli che soffrono per la mancanza di una abitazione dignitosa”.

Il messaggio è stato un invito per una casa dignitosa: “In tal senso, auspico che la riflessione sulla dura realtà della mancanza di un’abitazione dignitosa, che riguarda tanti nostri fratelli, non conduca soltanto ad azioni isolate (indubbiamente necessarie) che vadano in loro aiuto in modo emergenziale, ma generi in tutti la consapevolezza che la condivisione dei doni che il Signore generosamente ci concede non può limitarsi a un periodo dell’anno, a una campagna o ad alcune azioni puntuali, ma deve essere un atteggiamento costante, che ci impegna ad andare incontro a Cristo presente in quanti non hanno dove abitare”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: chi non ama non si salva

“Così canta la liturgia nella notte di Natale, e così riecheggia nella Chiesa l’annuncio di Betlemme: il Bambino che è nato dalla Vergine Maria è il Cristo Signore, mandato dal Padre a salvarci dal peccato e dalla morte. Egli è la nostra pace, Colui che ha vinto l’odio e l’inimicizia con l’amore misericordioso di Dio. Per questo ‘il Natale del Signore è il Natale della pace’. Gesù è nato in una stalla, perché non c’era posto per Lui nell’alloggio. Appena nato, sua mamma Maria ‘lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia’. Il Figlio di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, non viene accolto e la sua culla è una povera mangiatoia per gli animali”: dalla Loggia centrale della basilica di san Pietro papa Leone XIV ha pronunciato per la prima volta il messaggio di Natale alla città e al mondo, esortando a farsi solidali con i deboli e gli oppressi.

Nel Natale di Gesù la scelta di Dio è stata ben precisa: “Il Verbo eterno del Padre, che i cieli non possono contenere ha scelto di venire nel mondo così. Per amore ha voluto nascere da donna, per condividere la nostra umanità; per amore ha accettato la povertà e il rifiuto e si è identificato con chi è scartato ed escluso”.

Dio ha scelto la responsabilità di assumersi il peccato attraverso l’amore per il prossimo: “Nel Natale di Gesù già si profila la scelta di fondo che guiderà tutta la vita del Figlio di Dio, fino alla morte sulla croce: la scelta di non far portare a noi il peso del peccato, ma di portarlo Lui per noi, di farsene carico. Questo, solo Lui poteva farlo. Ma nello stesso tempo ha mostrato ciò che invece solo noi possiamo fare, cioè assumerci ciascuno la propria parte di responsabilità. Sì, perché Dio, che ci ha creato senza di noi, non può salvarci senza di noi, cioè senza la nostra libera volontà di amare. Chi non ama non si salva, è perduto. E chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede”.

E per amare occorre responsabilità: “Sorelle e fratelli, ecco la via della pace: la responsabilità. Se ognuno di noi, a tutti i livelli, invece di accusare gli altri, riconoscesse prima di tutto le proprie mancanze e ne chiedesse perdono a Dio, e nello stesso tempo si mettesse nei panni di chi soffre, si facesse solidale con chi è più debole e oppresso, allora il mondo cambierebbe”.

Però occorre essere liberi dal peccato: “Gesù Cristo è la nostra pace prima di tutto perché ci libera dal peccato e poi perché ci indica la via da seguire per superare i conflitti, tutti i conflitti, da quelli interpersonali a quelli internazionali. Senza un cuore libero dal peccato, un cuore perdonato, non si può essere uomini e donne pacifici e costruttori di pace. Per questo Gesù è nato a Betlemme ed è morto sulla croce: per liberarci dal peccato. Lui è il Salvatore. Con la sua grazia, possiamo e dobbiamo fare ognuno la propria parte per respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione e praticare il dialogo, la pace, la riconciliazione”.

Ecco la richiesta di pace per il Medio Oriente con le parole del profeta Isaia: “In questo giorno di festa, desidero inviare un caloroso e paterno saluto a tutti i cristiani, in modo speciale a quelli che vivono in Medio Oriente, che ho inteso incontrare recentemente con il mio primo viaggio apostolico. Ho ascoltato le loro paure e conosco bene il loro sentimento di impotenza dinanzi a dinamiche di potere che li sorpassano.

Il Bambino che oggi nasce a Betlemme è lo stesso Gesù che dice: ‘Abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!’ Da Lui invochiamo giustizia, pace e stabilità per il Libano, la Palestina, Israele, la Siria, confidando in queste parole divine: Praticare la giustizia darà pace. Onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre”.

Mentre per l’Europa ha chiesto uno ‘spirito’ collaborativo: “Al Principe della Pace affidiamo tutto il Continente europeo, chiedendogli di continuare a ispirarvi uno spirito comunitario e collaborativo, fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia, solidale e accogliente con chi si trova nel bisogno. Preghiamo in modo particolare per il martoriato popolo ucraino: si arresti il fragore delle armi e le parti coinvolte, sostenute dall’impegno della comunità internazionale, trovino il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso”.

Inoltre ha implorato la consolazione per le vittime delle guerre: “Dal Bambino di Betlemme imploriamo pace e consolazione per le vittime di tutte le guerre in atto nel mondo, specialmente di quelle dimenticate; e per quanti soffrono a causa dell’ingiustizia, dell’instabilità politica, della persecuzione religiosa e del terrorismo. Ricordo in modo particolare i fratelli e le sorelle del Sudan, del Sud Sudan, del Mali, del Burkina Faso e della Repubblica Democratica del Congo.

In questi ultimi giorni del Giubileo della Speranza, preghiamo il Dio fatto uomo per la cara popolazione di Haiti, affinché cessi ogni forma di violenza nel Paese e possa progredire sulla via della pace e della riconciliazione. Il Bambino Gesù ispiri quanti in America Latina hanno responsabilità politiche, perché, nel far fronte alle numerose sfide, sia dato spazio al dialogo per il bene comune e non alle preclusioni ideologiche e di parte”.

Inoltre ha chiesto riconciliazione per i conflitti in Asia e per chi soffre a causa dei disastri naturali: “Al Principe della Pace domandiamo che illumini il Myanmar con la luce di un futuro di riconciliazione: ridoni speranza alle giovani generazioni, guidi l’intero popolo birmano su sentieri di pace e accompagni quanti vivono privi di dimora, di sicurezza o di fiducia nel domani. A Lui chiediamo che si restauri l’antica amicizia tra Thailandia e Cambogia e che le parti coinvolte continuino ad adoperarsi per la riconciliazione e la pace.

A Lui affidiamo anche le popolazioni dell’Asia meridionale e dell’Oceania, provate duramente dalle recenti e devastanti calamità naturali, che hanno colpito duramente intere popolazioni. Di fronte a tali prove, invito tutti a rinnovare con convinzione il nostro impegno comune nel soccorrere chi soffre”.

Il primo Urbi et Orbi papale è stato un invito a non lasciarsi vincere dall’indifferenza verso i migranti: “Nel farsi uomo, Gesù assume su di sé la nostra fragilità, si immedesima con ognuno di noi: con chi non ha più nulla e ha perso tutto, come gli abitanti di Gaza; con chi è in preda alla fame e alla povertà, come il popolo yemenita; con chi è in fuga dalla propria terra per cercare un futuro altrove, come i tanti rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo o percorrono il Continente americano; con chi ha perso il lavoro e con chi lo cerca, come tanti giovani che faticano a trovare un impiego; con chi è sfruttato, come i troppi lavoratori sottopagati; con chi è in carcere e spesso vive in condizioni disumane”.

Quindi, ricordando le imminenti chiusure delle Porte sante giubilari papa Leone XIV ha invitato tutti ad ‘aprire’ il proprio cuore per diventare figli di Dio: “In questo giorno santo, apriamo il nostro cuore ai fratelli e alle sorelle che sono nel bisogno e nel dolore. Così facendo lo apriamo al Bambino Gesù, che con le sue braccia aperte ci accoglie e dischiude a noi la sua divinità: ‘A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio’.

Tra pochi giorni terminerà l’Anno giubilare. Si chiuderanno le Porte Sante, ma Cristo, nostra speranza, rimane sempre con noi! Egli è la Porta sempre aperta, che ci introduce nella vita divina. E’ il lieto annuncio di questo giorno: il Bambino che è nato è il Dio fatto uomo; egli non viene per condannare, ma per salvare; la sua non è un’apparizione fugace, Egli viene per restare e donare sé stesso. In Lui ogni ferita è risanata e ogni cuore trova riposo e pace”.

(Foto: Santa Sede)

Giusi, la forza di un sorriso che sfida la disabilità

Giusi Randazzo, siciliana di 55 anni, sposata da 10 anni con Angelo Abbraccianeto, pugliese di 53 anni. Vivono a Partanna di Trapani. Giusi è nata con una tetraparesi spastica. Cara Giusi, la tua nascita è stato un vero miracolo! Ci racconti?

«Io dovevo nascere ad ottobre, invece sono nata prematuramente ad agosto per un errore medico. A mia madre si sono rotte le acque e, invece di farmi nascere entro 24 ore, sono venuta alla luce dopo una settimana. Questo mi ha causato un’asfissia prenatale (mancanza di ossigeno al cervello) che ha danneggiato alcune cellule del cervello. Potevo rimanere un vegetale, invece sono nata con tutte le capacità intellettive, ma con degli importanti problemi motori: sono affetta da tetraparesi spastica.

Fino all’età di 9 anni non camminavo. A scuola sono andata a 7 anni, in ritardo perché la mia famiglia era impossibilitata ad accompagnarmi, e così veniva a prendermi un insegnante. A 5 anni ho cominciato la fisioterapia; un medico, Nicolas Zimas, specializzato, mi ha dato speranza. È stato proprio lui a operarmi in America a 9 anni e dopo l’intervento ho cominciato a camminare con delle protesi. Dopo tre anni, tolte le protesi, utilizzavo le stampelle, ma sempre per tratti brevi. Anche le braccia hanno delle limitazioni, in particolare il braccio sinistro».

Mi colpisce che tu sei sempre sorridente, come mai?

«Il Signore mi ha donato questo sorriso; qualsiasi cosa mi succederà non devo perderlo mai, perché è un dono di Dio. Questo mi hanno detto due grandi sacerdoti: mons. Calogero Russo e padre Matteo La Grua. Fino ai 23 anni ero molto arrabbiata con Gesù perché non comprendevo il motivo della mia disabilità e perché la mia famiglia mi facesse sentire sbagliata.

Dicevano che ero così a causa di alcuni peccati che avevo commesso, tanto che i miei genitori mi portarono da un guaritore-occultista che mi fece bere una pozione magica. Successivamente ho voluto partecipare a un ritiro spirituale, dove un sacerdote esorcista che mi ha incontrata ha riscontrato che ero posseduta da un demone muto. Questa possessione è durata tre anni, dal 1993 al 1996, durante i quali ebbi sofferenze atroci: in tante occasioni vomitavo di tutto, un vero calvario.

Il 3 dicembre del 1996 ebbi la mia liberazione definitiva con un altro esorcista, Don Matteo La Grua. La mia conversione è nata durante il percorso della liberazione e in me è esplosa la gioia piena».

La tua vita quindi prende la strada giusta?

«Ho cominciato ad andare tutti i giorni a messa; a 36 anni però ho avuto una caduta, un periodo difficile, durato fino ai miei 43 anni. Non accettavo me stessa e ho cercato conforto nel sesso: volevo essere amata, una donna vera. Ho fatto molti incontri negativi che mi lasciavano sempre più vuota».

Poi c’è stato l’incontro con Angelo, che diventa tuo marito. Come è andata?

«Dopo tanti fallimenti amorosi, non volevo più impegnarmi con nessuno, volevo restare da sola. Ma tramite un amico su Facebook ho conosciuto Angelo, che poi è diventato mio marito».

A questo punto prende la parola Angelo, che racconta: «Ci siamo conosciuti telefonicamente il 20 gennaio del 2014 alle 17:24; siamo stati al telefono 22 minuti e 50 secondi. Ci siamo raccontati le nostre vicissitudini e ferite: da parte mia era già nata una scintilla, o meglio, un vero e proprio colpo di fulmine! In Giusi invece no, ma ho continuato a corteggiarla e il 14 agosto del 2014 ci siamo visti e io l’ho baciata senza pensarci due volte (dentro di me ho detto: o mi dà uno schiaffo o si innamorerà). Poco dopo Giusi mi ha detto: “Ora vai e sappiamo che siamo fidanzati”».

Riprende la parola Giusi: «Angelo, nel settembre del 2014, è venuto dalla Puglia a Palermo e da allora ha abitato con me in Sicilia. Nel dicembre dello stesso anno mi ha portato in Puglia per farmi conoscere la sua famiglia e i suoi amici. Ci siamo sposati a Partanna di Trapani, nella chiesa Madonna delle Grazie, il 12 agosto del 2015».

Leggi i volumi ‘Libro di Cielo’ vergati dalla Serva di Dio Luisa Piccarreta, in cui vengono riportati i dialoghi tra Luisa e Gesù. Come è cambiata la tua vita con queste letture?

«La gioia è diventata ancora più piena, e di quella pace di cui parla Gesù, niente ci fa uscire dal Volere Divino. Quando ho letto un passo del libro ‘Le 24 Ore della Passione di nostro Signore Gesù Cristo’ vergato da Luisa Piccarreta, che dice: “La fermezza è quella virtù che fa conoscere se Dio regna veramente in noi. Se è vera virtù la nostra, saremo fermi nella prova con una fermezza che non ha periodi, ma sempre uguale a sé stessa, ed è questa sola fermezza che ci dà la pace. Come più ci rendiamo fermi nel bene, nel patire e nell’operare, così veniamo ad allargare il campo intorno a noi, dove Gesù allargherà le sue grazie”.

È come se parlasse a me. Quindi, con parole mie, ripeto: “Gesù, riparo con la tua volontà, amo con la tua volontà per tutte le creature, passate, presenti e future”. Sento come se mi chiedesse riparazione per i peccati; ora il mio handicap — le mie sofferenze mentre cammino — è diventato uno strumento per riparare e consolare Gesù».

(Tratto da l’altroparlante)

‘Dilexi te’: papa Leone XIV chiede alla Chiesa di servire i poveri

“E’ con grande gioia che ti scrivo, seguendo una pratica iniziata da papa Francesco più di dieci anni fa, che coinvolge l’intero Collegio Episcopale nei momenti importanti del Magistero papale. Possa ‘Dilexi te’ aiutare la Chiesa a servire i poveri e ad avvicinare i poveri a Cristo”: con queste  parole papa Leone XIV ha accompagnato la sua prima esortazione apostolica  ‘Dilexi te’, presentata ieri.

Infatti il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha ringraziato il papa per questa esortazione apostolica, in cui si mette in evidenza l’amore verso i poveri, invitando la Chiesa ad una ‘scelta di campo’: “Papa Leone, che si pone in piena continuità con il magistero di Francesco, facendo proprio e proponendo il progetto del testo, ricorda che ‘la questione dei poveri riconduce all’essenziale della nostra fede’ (n. 110) e che, pertanto, non può essere ridotta solo a ‘problema sociale’ (n. 104). I poveri sono ‘dei nostri’ (n. 104) in cui riconoscere il volto di Cristo. Senza paura, senza paternalismi, senza distacco, ma con autenticità e verità”.

Per il presidente della Cei l’esortazione apostolica è uno sprone per l’azione: “E’ tempo di passare dalle analisi alle azioni, dall’indifferenza alla cura, dalla speculazione teorica alla concretezza dell’impegno: solo così potremo rimuovere le cause sociali e strutturali della povertà, diffondere attraverso i valori radicati nel Vangelo la custodia dell’umanità, ascoltare il grido di interi popoli, denunciare ciò che non va.

E’ tempo di esporsi: se il rischio è quello ‘di sembrare degli stupidi’ (n. 97) vogliamo correrlo; se il sogno è quello di ‘una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare’ (n. 120) vogliamo realizzarlo”.

Infatti nella conferenza stampa di ieri il card. Michael Czerny., prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ha sottolineato la valenza di quest’esortazione: “In ‘Dilexi te’, papa Leone si unisce a papa Francesco nel dichiarare: non ci sarà pace finché i poveri ed il pianeta saranno trascurati e maltrattati”.

L’esortazione è una richiesta di considerare la dignità del povero: “La pace cristiana è giustizia riconciliatrice e riconciliata. I poveri, diceva Madre Teresa, ‘non hanno bisogno della nostra pietà, ma del nostro amore rispettoso’. Trattarli con dignità è il primo atto di pace. Solo una società che pone al centro gli emarginati può essere veramente pacifica, e solo un mondo composto da società di questo tipo può essere in pace”.

Insomma quest’esortazione  è nel solco del magistero della Chiesa: “Il recente insegnamento della Chiesa comprende chela povertà deriva dalle strutture del peccato. L’egoismo e l’indifferenza si consolidano nei sistemi economici e culturali. L’ ‘economia che uccide’ misura il valore umano in termini di produttività, consumo e profitto. Questa ‘mentalità dominante’ rende accettabile lo scarto dei deboli e degli improduttivi, e merita quindi l’etichetta di ‘peccato sociale’.

Al di là delle donazioni e di altre forme di assistenza, la risposta della Chiesa denuncia la falsa imparzialità del mercato, propone modelli di sviluppo, promuove la giustizia, mira alla conversione delle strutture. Ciò favorisce una forma di pentimento sociale che restituisce dignità agli invisibili e li aiuta a svilupparsi più pienamente”.

Mentre il card. Konrad Krajewski, Prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità, ha ricordato l’epoca della pandemia di Covid-19 che in alcuni quartieri di Roma ha portato la gente alla fame. Gente senza tessera sanitaria che non poteva accedere alla vaccinazione: “Ne abbiamo vaccinati 6.000 in Aula Paolo VI’, senza dimenticare le quasi mille persone al giorno tra migranti e rifugiati alla Stazione Tiburtina, provenienti da Lampedusa: ‘Non avevano bisogno di panini, ma di carte telefoniche per avvisare i parenti’.

Poi la guerra, che ha cambiato gli interventi sul campo, lodando la generosità degli italiani che hanno fatto partire circa 250 tir dalla Basilica di Santa Sofia per l’Ucraina con cibo, magliette termiche, generatori elettrici.

Ugualmente frére Frédéric-Marie Le Méhauté, provinciale dei Frati Minori di Francia/Belgio, ha evidenziato la centralità dell’amore di Dio per i poveri: “Il punto di partenza di ‘Dilexit te’ è l’amore di Dio per una comunità debole, ‘esposta alla violenza e al disprezzo’. Il Santo Padre ricorda che al di là delle definizioni di povertà, ‘i poveri non sono lì per caso né per un destino cieco e amaro’. Sono le ‘strutture di peccato che creano povertà e disuguaglianze estreme’.

La nostra attenzione deve andare a queste persone ‘più deboli, più miserabili e più sofferenti’ ed, in particolare, alle donne, che a volte sono ‘doppiamente povere’. Non si tratta solo di combattere le cause strutturali della povertà, ma anche di raggiungere concretamente coloro che sono spesso lontani dalla nostra attenzione, per vivere con loro e come loro”.

Quest’esortazione ricorda “la necessità di impegnarsi per i poveri, di donare ai poveri, soprattutto attraverso l’elemosina. Ma insiste affinché impariamo ad agire con loro. L’accelerazione dei problemi contemporanei ‘non è stata solo subita, ma anche affrontata e pensata dai poveri’. Dobbiamo insistere su questo termine: i poveri hanno un pensiero. Vale a dire, possono essere attori e non solo ‘oggetti della nostra compassione’ o delle nostre politiche, possono aiutarci ad analizzare i problemi e soprattutto sono portatori di soluzioni reali”.

Insomma in quest’esortazione papa Leone XIV presenta una teologia della misericordia: “In sintesi, ‘Dilexi te’ articola una teologia della rivelazione che scaturisce dalla misericordia verso i più poveri, da un’ecclesiologia della diaconia come criterio di verità e da un’etica sociale che si unisce, con la mano tesa, alla lotta per la giustizia”.

Inoltre la Piccola Sorella di Gesù della Fraternità delle Tre Fontane, Clemence, ha raccontato la vita dei poveri: “Vorrei tanto che in questa occasione al mio posto sedessero Lacri, Pana o un’altra delle donne rom giunte dalla Romania, con le quali abbiamo condiviso la vita per diversi anni in un terreno abbandonato nel sud Italia. Si tratta di donne che, come ci ricorda l’Esortazione, sono ‘doppiamente povere’ a causa della loro situazione di esclusione, ma nelle quali ‘troviamo… i gesti più ammirevoli di eroismo quotidiano nella protezione e nella cura della fragilità delle loro famiglie’…

Assistendo con stupore alla loro offerta, ci siamo commossi per l’attenzione che ci hanno dimostrato, ben conoscendo le difficoltà che incontravano nel guadagnarsi da vivere. Pur essendo poveri materialmente, essi sono ricchi di umanità! Molti di loro non hanno studiato, ma possiedono quella saggezza che si forma dall’esperienza della precarietà, che incoraggia alla condivisione e alla solidarietà. Il Santo Padre ci invita a riconoscere la ‘misteriosa saggezza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro’. Seguendo il loro esempio, noi riscopriamo la solidarietà dato che, nell’ansia di preservare le nostre ricchezze, spesso ce ne dimentichiamo in fretta”.

(Foto: Vatican Media)

Dicastero della Dottrina per la Fede: lascia che Gesù ti renda libero

“Lei ci ha spiegato che, in mezzo alla devozione mariana suscitata dalle presunte apparizioni della Beata Vergine Maria a Litmanová, tra il 1990 e il 1995, ‘le confessioni sincere e profonde in quel luogo sono innumerevoli e non mancano anche delle conversioni’. Ha raccontato pure che nel corso degli anni il luogo si è sviluppato perché il numero dei pellegrini è cresciuto”: così ha scritto il prefetto del Dicastero della Dottrina della Fede, card. Victor Emanuel Fernandez a mons. Jonáš Maxim, arcivescovo di Prešov, in Slovacchia, per i cattolici di rito bizantino.

Nel messaggio ha analizzato alcune frasi espresse nelle apparizioni, in cui si evince che camminare nel Vangelo non è difficile: “L’analisi dei presunti messaggi ci porta a cogliere dei preziosi inviti alla conversione, uniti a una promessa di felicità e di libertà interiore, opera di Cristo nei nostri cuori: ‘Lasciate che Gesù vi liberi. Lasciate che Gesù vi renda liberi. E non permettete che il vostro Nemico limiti la vostra libertà per la quale Gesù ha versato tanto sangue. L’anima libera è l’anima di un bambino’ (5 dicembre 1993).

La Madonna stessa, piena di grazia, si presenta come felice: ‘Sono felice’ (5 dicembre 1993). E lo ripete come un invito a trovare la vera via della felicità che inizia col riconoscimento di essere amati incondizionatamente: ‘Vi amo così come siete. […] Vi amo! Vi amo! Voglio che voi siate felici ma questo mondo mai vi renderà felici’» (7 agosto 1994). Gli inviti di diversi messaggi cercano di incoraggiare le persone mostrando che il cammino del Vangelo non è complicato”.

Anzi rende la vita migliore: “Invece, rende la vita più semplice, come quando, nel silenzio del cuore, Cristo ci fa rinascere e ci semplifica l’esistenza: ‘Vorrei chiedervi, come Madre, di incominciare a vivere in un modo semplice, a pensare in un modo semplice e ad agire in un modo semplice. Cercate il silenzio affinché lo Spirito di Cristo possa nascere di nuovo dentro di voi’ (5 giugno 1994). ‘Lui vi vuole sempre più semplici’ (8 marzo 1992).

Ma questa semplicità non dev’essere confusa con la superficialità, perché la semplicità del cammino evangelico ci conduce alle profondità della vita e alle ricchezze inesauribili dell’amore divino: ‘Cari figli, voi vivete le cose in maniera molto superficiale e proprio perché non andate in profondità, non potete sperimentare la pace e la gioia’ (4 giugno 1995)”.

Di conseguenza si diventa operatore di pace: “Trovando gioia e pace nel Signore diventiamo noi stessi ‘pace’ per gli altri: ‘che voi stessi diventiate pace’ (9 luglio 1995), ‘in modo da essere capaci di poter poi diffondere la pace’» (6 settembre 1992). Questa chiamata alla vera felicità, conseguenza del sapersi amati da Dio, riappare come una via per l’evangelizzazione: ‘Sii felice perché Dio ti ama e per Lui sei molto importante, e trasmetti questa gioia agli altri, affinché anche loro possano credere, attraverso la tua gioia, che Dio ci ama’ (9 ottobre 1994)”.

Da qui l’invito del papa a sentirsi importante per Gesù: “L’espressione ‘per Lui sei molto importante’ aiuta a capire come la luce dell’amore divino ci fa riconoscere la nostra dignità. In un altro momento, la Madonna afferma: ‘Quando vi sto guardando vedo Dio in ognuno di voi. Voi siete un grande riflesso di Dio’ (9 luglio 1995). L’invito ad accettare l’amore di Dio è costante: ‘Non opporti mai alla grazia del tuo Signore che ti ama follemente’ (8 agosto 1993)”.

Comunque in questi messaggi ci sono alcune ambiguità: “Allo stesso tempo, in questi presunti messaggi troviamo alcune ambiguità e aspetti poco chiari, ma questo fatto si deve discernere tenendo conto di quanto ha ben spiegato la Commissione dottrinale nel suo rapporto del 20 aprile 2011: ‘Le [presunte veggenti] testimoniano che durante un incontro Maria ha trasmesso loro un messaggio [che] loro hanno in seguito pubblicamente interpretato» e che «la comunicazione avveniva tramite un particolare modo interno’, che la destinataria ‘non sapeva nemmeno nominare e perciò la finale espressione verbale dei messaggi è una [stilizzazione] ed interpretazione della [veggente]’…

Questo fatto permette un’accettazione del valore generale dei presunti messaggi, mentre allo stesso tempo richiede un chiarimento per alcuni (pochi) di essi, come il messaggio riferito alla possibilità che una persona concreta non sia perdonata o che in una regione del mondo quasi tutte le persone siano dannate (24 febbraio 1991), o ancora che ‘la causa di ogni malattia è il peccato’ (2 dicembre 1990), i quali non possono ritenersi accettabili e pertanto non sono adatti ad essere pubblicati. Ma assumendo che si tratti solo di un’espressione limitata e confusa di un’esperienza interiore, essi potrebbero essere adeguatamente compresi qualora siano inseriti nel contesto generale degli altri messaggi: se trovare l’amore di Cristo ci fa felici, chiuderci al suo amore ci rovina l’esistenza, la fa diventare un fallimento ed è fonte di sofferenza”.

Il documento si conclude con la dichiarazione di ‘nihil obstat’: “Queste considerazioni permettono al Dicastero per la Dottrina della Fede di accogliere la Sua proposta di procedere con la dichiarazione di ‘nihil obstat’ in merito alla devozione mariana sorta sul monte Zvir. Questa dichiarazione, sebbene non implichi il riconoscimento dell’autenticità soprannaturale delle presunte apparizioni, consente comunque di approvare il culto pubblico e di comunicare ai fedeli che, se vogliono, possono accostarsi senza rischi a questa proposta spirituale, oltre al fatto che i contenuti fondamentali dei presunti messaggi possono essere di aiuto per vivere il Vangelo di Cristo. Allo stesso tempo, affidiamo a Sua Eccellenza la pubblicazione di una raccolta dei messaggi che escluda quelle poche affermazioni che possono portare a confusione e turbare la fede dei semplici”.

XIV Domenica del Tempo Ordinario: Tutti apostoli nella chiesa del Signore!

Gesù aveva scelto i Dodici come suoi collaboratori; nel Vangelo oggi si parla di 72 discepoli che Gesù invia a due a due a predicare ed annunciare il suo messaggio di amore. Il n. 72 è un numero significativo: secondo la tradizione ebraica il mondo risultava costituito da 72 nazioni; Gesù invia perciò 72 discepoli per convertire il mondo. La Chiesa è per natura una realtà dinamica, è evangelizzatrice, è aperta a tutti i popoli: ‘Come il Padre ha mandato me, dice Gesù, io mando voi; andate in tutto il mondo; la messe è molta, gli operai sono pochi’.

Da qui le istruzioni precise di Gesù: pregate, andate, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi; la prospettiva è chiara: la salvezza da realizzare. La missioni assegnata da Gesù alla sua Chiesa è chiara: è una missione itinerante che richiede distacco e povertà; una missione che non mira al proselitismo ma Annuncio della Parola e Testimonianza con la vita. Se la missione è vissuta in questa chiave reca solo gioia.

La conversione delle anime rimane sempre opera divina; voi sarete lieti perchè il vostro nome sarà scritto nel libro della vita. Ogni cristiano è chiamato ad essere un vero missionario e, come tale,  deve essere animato non da spirito di conquista ma da spirito di dolcezza, di amore  e di pace; l’invio infatti dei 72 discepoli nel mondo presenta la Chiesa come comunità missionaria dove tutti siamo coinvolti in forza del battesimo ricevuto.

La pace annunciata da Gesù è il frutto della sua vittoria sul peccato e sulla morte; essa è portatrice di concordia con tutti gi esseri creati anche sul piano sociale. Questa pace deve regnare nei cuori, nelle famiglie, nella società; una pace che porta al rispetto di tutti e di tutto. Allora solo si è veramente popolo di Dio e si realizza la auspicata pace universale. Da qui la necessità di una riforma di vita integrale: morale, spirituale, religiosa perchè l’uomo salvato da Cristo Gesù possa guardare il cielo come sua patria attuando il comandamento dell’amore: unica legge valida perchè Dio è amore.

Dove regnano egoismo e passioni non si ha il regno dell’amore ma solo un serraglio di lupi: ‘homo homini lupus’; dove regna amore si ha il rispetto di Dio, del prossimo e del creato. Gesù inoltre manda i suoi ‘a due a due’ per evidenziare che la missione affidata da Dio al suo discepolo non è un compito che può assolvere un ‘navigatore solitario’ ma è compito riservato alla Chiesa e solo dove sono due o più riuniti nel nome di Cristo è presente il Signore con la sua grazia. il suo amore, la sua misericordia. 

Il Signore esige che si viva in comunione l’uno con l’altro; se ci separiamo, se siamo orgogliosi ed individualisti, l’amore di Dio  non è con noi. Il discepolo è uno strumento nelle mani di Dio, che è amore. L’unica forza di cui il discepolo dispone è la fede e con essa la grazia. Gesù aggiunge: ‘Beati i poveri di spirito’, beato chi confida solo in Cristo Gesù vero uomo e vero Dio. La missione alla quale siamo chiamati non è una impresa personale, dalla quale scaturisce carriera e successo; da qui a necessità di una vera autocritica e la conversione all’amore, consapevoli che ‘dei piccoli è il regno dei cieli’.

E’ necessario ridestare il “fanciullo” che dorme dentro di noi, prendere coscienza dei propri limiti per dire a Dio: ‘Padre nostro che sei nei cieli”. Ogni discepolo di Cristo, sacerdote o laico, deve essere un vero missionario di speranza, ma di quella speranza che non delude perché basata su Gesù che disse: ‘le porte degli inferi non prevarranno’.

I 72 discepoli ritornarono meravigliati: ‘Signore, nel nome tuo anche i demoni si sottomettevano a noi’; Gesù rinfranca i suoi e ci dà Maria, sua madre, come ancora di salvezza. La Chiesa tutta prega oggi Maria: ‘Rivolgi a noi, madre, gli occhi tuoi misericordiosi!’

Profili teologici e scientifici dello ‘sguardo dell’anima e della  ragione’: da occhi di ombra ad occhi di fede

Nell’A.T. è relazionato a Jahvè, nel N.T. a Gesù immagine di Dio( 2Cor 4,4) non copia, ma conformità all’originale, vero uomo compiuto, Adamo è un abbozzo, infatti ha sconquassato il suo “essere ad immagine di Dio”, pertanto Gesù è il vero alter ego di Dio (c’è differenza fra “essere ad immagine” ed “essere immagine”).

E’ Gesù che libera l’uomo dal peccato affinchè si realizzi il disegno divino secondo il quale: “l’uomo è predestinato a diventare immagine di Cristo, cioè immagine del Figlio suo”(Rm 8,29), infatti la teologia pasquale dell’incarnazione e della redenzione non è semplicemente “riparativa” (ma ha effetti soteriologici ed escatologici), quindi il peccato non necessiterebbe l’incarnazione di Cristo, la quale sarebbe avvenuta lo stesso, anche senza il peccato originale di Adamo.

La salvezza (soteriologia) implica sotto il profilo antropologico la compiutezza dell’uomo in tutti i suoi aspetti, compresa la relazione con l’altro, costituente il ‘locus teologicus’ che genera la comunione, cioè  Chiesa, luogo della comunione-relazione.

Pertanto, occorre esaminare gli sviluppi storico-teologici:

 1-Patristica (si fonda sul platonismo, l’uomo non è immagine di Dio, lo è soltanto in e per Cristo, l’ unico mediatore fra l’uomo e Dio);

2-la Tradizione asiatico-antiochena( Vescovo Ireneo: unico modello dell’uomo creato a sua immagine e somiglianza è il Verbo incarnato); 3-la Scuola Alessandrina (Origene fa invece riferimento al Verbo preesistente-Logos- immagine invisibile, immagine dell’immagine);

3-il Concilio II(GSn.10- 22:è Cristo incarnato che spiega Adamo,la sequela di Cristo restituisce all’uomo la somiglianza divina, il cristiano diviene sua immagine, realizzazione disegno divino).

L’Antropologia ruota intorno a 4 strutture, cioè la relazionalità dell’uomo con Dio, con l’altro/se stesso, col mondo e con le  forme della  libertà;

a)situata (in base ai contesti familiari,religiosi);

b)teologale ( in base al tipo di rapporto vissuto con Dio);

c)definitiva (in base al proprio progetto di vita: vocazione coniugale/presbiterale; fedeltà morale);

d) inglobante ( dimensione che include tutti gli ambiti della vita che gli esseri umani non devono trascurare: i propri sensi, per esempio la vista; sociali, per esempio la solidarietà; economici, per esempio il lavoro onesto; umanistici, per esempio lo sguardo concreto verso la SS. Trinità che assiste i fedeli; storici, per esempio lo studio delle epoche in cui abbiamo ottenuto evoluzioni per la pacifica crescita globale del mondo).

Infatti concordo con il famoso aforisma “ Gli occhi sono in grado di raccontare le emozioni, gli stati d’animo ( la sensibilità religiosa) e i sentimenti di una persona. Attraverso loro è possibile entrare in comunicazione con un’altra persona senza bisogno delle parole”.

La psicologia e varie ricerche scientifiche hanno effettivamente sottolineato l’importanza del contatto visivo nella comunicazione umana, rivelando come gli occhi possano essere strumenti espressivi potenti nel trasmettere emozioni e stati d’animo. Questi studi hanno dimostrato che lo “sguardo” non è solo una componente essenziale della comunicazione non verbale, ma svolge anche un ruolo cruciale nel creare connessioni affettive e comunicative tra le persone.

Ritengo utile, conseguentemente, una sintetica disamina della c.d. “ psicologia degli occhi “. Com’ è noto gli studiosi sottolineano che gli occhi inoltre possono rivelare anche la sincerità o l’inganno. Secondo la saggezza popolare, infatti, se le parole possono in qualche modo celare la verità, “gli occhi non mentono mai“.

Jeffrey Walczyk, psicologo alla Louisiana Tech University, ha studiato i comportamenti oculari durante la menzogna, scoprendo che non esistono movimenti particolari associati alla menzogna; al contrario, gli occhi possono rimanere insolitamente immobili a causa dell’aumentato carico cognitivo necessario per formulare una menzogna.

Le ricerche di Stephanie Cacioppo (Università di Chicago) e di Omri Gillath (Università del Kansas) hanno invece esplorato il ruolo degli occhi nelle dinamiche amorose e di seduzione, evidenziando come gli sguardi e le direzioni dello sguardo possano segnalare interesse romantico o sessuale, e come la focalizzazione sul viso possa essere collegata alla ricerca di tratti desiderabili in un partner sentimentale.

Anche Luigi Pirandello, celebre scrittore e drammaturgo italiano premio Nobel, ha toccato questo tema.‘Gli occhi sono lo specchio dell’anima […], cela i tuoi se non vuoi che ne scopra i segreti.’

Una conferma dal paradigma di Tania Singer

In una ricerca condotta nel 2004, sono stati esplorati due distinti stili cognitivi e il loro impatto sulla risposta emotiva, basandosi sul paradigma proposto dalla neuroscienziata Tania Singer. Questo paradigma si concentra sull’analisi delle reazioni neurali e psicologiche alle emozioni altrui, contribuendo alla comprensione dei meccanismi cerebrali che regolano l’empatia.

Gli stili cognitivi esaminati erano:-Hot: Generativo di emozioni, caratterizzato da una maggiore risposta emotiva e coinvolgimento empatico- Cold: Più analitico e sistematizzatore, con una tendenza a focalizzarsi sui dettagli e un minor coinvolgimento emotivo.

Gli esperti spiegano ”Cosa comunicano gli occhi“. Gli occhi sono spesso descritti come finestre sull’anima, capaci di veicolare un’ampia gamma di emozioni e di comunicare senza parole. Possono raccontare storie profonde, affermare la sicurezza o tradire la timidezza. Per esempio:

•          Abbassare lo sguardo può indicare imbarazzo o paura, una sorta di rifugio in momenti di incertezza. Tale gesto può variare a seconda delle persone e dei contesti, essendo a volte situazionale (legato al contesto specifico); altre cronico (causato dall’indole della persona).

•          Un contatto visivo diretto e prolungato, d’altra parte, può esprimere sfida o, paradossalmente, nascondere timidezza e imbarazzo dietro una facciata di sicurezza.

•          L’accompagnare lo sguardo con un respiro calmo e un leggero inclinare della testa può segnalare interesse e attenzione, rivelando una connessione con l’interlocutore. Inversamente, uno sguardo evasivo può suggerire tensione o essere un modo per attenuare un’emozione intensa ma nascosta.

•          Sbattere frequentemente le palpebre può segnalare la necessità di vedere più chiaramente, sia in senso fisico che metaforico.

•          Guardare lontano, verso l’orizzonte, può essere un modo per prendere distanza dalla situazione attuale, come un tentativo di sfuggire da una conversazione difficile.

•          I movimenti rapidi degli occhi, infine, possono indicare una mente agile e vivace, attiva e attenta anche in apparenza distratta.

Quinta domenica di Quaresima. La nuova legge: misericordia e perdono

Il Vangelo oggi ci presenta un fatto concreto di misericordia e perdono: scribi e farisei presentano a Gesù una donna colta in flagrante adulterio e chiedono: “Signore, Mosè nella legge ci ordina di lapidarla. Tu cosa dici ?”. Gesù aveva sempre parlato di misericordia e perdono: Dio è il Dio della misericordia; è il Padre che abbraccia e perdona il figlio prodigo ed invita il figlio maggiore a fare la stessa cosa. Gesù oggi è chiamato a dare una risposta: dire ‘sì’ oppure ‘no’, è un tranello preparato contro Gesù perché se, conforme alla legge di Mosè, avesse detto ‘lapidatela’, poteva benissimo essere accusato alle autorità romane come sobillatore ( in Palestina solo Roma poteva autorizzare una pena di morte).

Se Gesù avesse detto: ‘No, perdonatela!’, allora dichiaratamente andava contro la legge di Mosè e doveva risponderne davanti al Sinedrio. Scribi e Farisei attendono una risposta da Gesù mentre questi scrive a terra con il dito e la donna sta là, a tremare. Gesù infine dà una risposta: ‘Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra!’ Gesù invita i suoi interlocutori ad un esame di coscienza: i santi di Dio, gli amici veri del Signore è giusto che osservino la legge: chi è santo scagli la pietra.

Quelli (scribi e farisei) buttano la pietra, ed uno ad uno vanno tutti via. Rimane solo Gesù e la donna sempre tremante in mezzo alla strada. Dio ama il suo popolo e non vuole la morte del peccatore ma che si converta a viva. Gesù non è venuto per condannare ma per riconciliare l’uomo con se stesso, con gli altri e con Dio. Per questo agli infelici deportati a Babilonia il profeta Isaia aveva annunciato che Dio non li avrebbe abbandonati; aveva inoltre liberato il popolo ebreo dalla schiavitù dell’Egitto trasferendolo nel deserto e nutrendolo per quaranta anni con la manna sino al trasferimento nella terra promessa: la Palestina.

Al suo popolo Dio aveva dato la legge: ‘Ascolta Israele: amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, il prossimo come te stesso’. Amare è il perdono; il dono più bello è dimenticare tutto, se sei pentito.  Gesù mostra il suo amore con la sua passione, morte in croce e risurrezione. Gesù è venuto ad instaurare la Nuova Alleanza basata sulla misericordia e il perdono; a Gesù preme solo la salvezza dell’uomo; in croce al buon ladrone dirà: oggi sarai con me in paradiso; nell’episodio evangelico gli scribi e i farisei  buttano via la pietra e vanno via;  Gesù vede la donna rimasta sola e tremante e le dice: ‘Dove sono?, nessuno ti ha condannata? Vai e d’ora in poi non peccare più’: cosi trionfa la misericordia e il perdono.

L’episodio oggi è un monito anche per noi: siamo in quaresima, tempo di conversione, è il momento di seppellire l’uomo vecchio per rinascere a vita nuova. E’ necessario rinascere, rinnovarsi ogni giorno: più profondo e vasto è il rinnovamento, più alta è la vitalità. Gesù fa appello alla coscienza; è pronto sempre a perdonare e ci apre la via nuova per andare avanti. Il perdono mentre ci riconcilia con Dio, ci dona la pace interiore e una spinta sempre avanti. Il Vangelo colpisce sempre le nostre abitudini: siamo sempre facili a vedere il male degli altri, riflettiamo poco sulla nostra vita quotidiana.

Tutti parliamo sempre di giustizia, ma la giustizia per la giustizia non ha senso; è necessario punire chi sbaglia ma la nostra condizione di uomini esige una condotta amorevole  anche verso chi sbaglia; l’episodio del Vangelo è assai eloquente; la giustizia deve avere sempre un valore terapeutico: deve guarire e salvare dove e quando si può salvare.

L’amore, il perdono, la misericordia devono sempre trionfare. Il profeta Isaia evidenzia che Dio vuole sempre aprire nel deserto una via: la via del perdono e della misericordia e il Signore immette in questa via quanti si avvicinano a Lui. Imploriamo dalla SS. Vergine, madre di Gesù e nostra: ‘Rivolgi a noi, Madre, gli occhi tuoi misericordiosi’.   

Papa Francesco invita ad ‘imitare’ Zaccheo

Papa Francesco

Anche oggi in occasione dell’udienza generale papa Francesco, ancora convalescente, ha fornito il testo scritto della catechesi, che prende in esame alcuni personaggi evangelici, concentrandosi su Zaccheo: “Questa volta vorrei soffermarmi sulla figura di Zaccheo: un episodio che mi sta particolarmente a cuore, perché ha un posto speciale nel mio cammino spirituale. Il Vangelo di Luca ci presenta Zaccheo come uno che sembra irrimediabilmente perso. Forse anche noi a volte ci sentiamo così: senza speranza. Zaccheo invece scoprirà che il Signore lo stava già cercando”.

Il papa ha sottolineato che nel Vangelo si descrive il modo con cui Gesù ‘scende’ per ‘cercare’ la gente: “Gesù infatti è sceso a Gerico, città situata sotto il livello del mare, considerata un’immagine degli inferi, dove Gesù vuole andare a cercare coloro che si sentono perduti. E in realtà il Signore Risorto continua a scendere negli inferi di oggi, nei luoghi di guerra, nel dolore degli innocenti, nel cuore delle madri che vedono morire i loro figli, nella fame dei poveri”.

L’evangelista è abile nel tratteggiare le sue ‘caratteristiche’, che lo hanno escluso: “Zaccheo in un certo senso si è perso, forse ha fatto delle scelte sbagliate o forse la vita l’ha messo dentro situazioni da cui fatica a uscire. Luca insiste infatti nel descrivere le caratteristiche di quest’uomo: non solo è un pubblicano, cioè uno che raccoglie le tasse dei propri concittadini per gli invasori romani, ma è addirittura il capo dei pubblicani, come a dire che il suo peccato è moltiplicato.

Luca aggiunge poi che Zaccheo è ricco, lasciando intendere che si è arricchito sulle spalle degli altri, abusando della sua posizione. Ma tutto questo ha delle conseguenze: Zaccheo probabilmente si sente escluso, disprezzato da tutti”.

Proprio per queste caratteristiche Zaccheo ha un desiderio di poterlo vedere: “Quando viene a sapere che Gesù sta attraversando la città, Zaccheo sente il desiderio di vederlo. Non osa immaginare un incontro, gli basterebbe guardarlo da lontano. I nostri desideri però trovano anche degli ostacoli e non si realizzano automaticamente: Zaccheo è basso di statura!”

Ed il suo desiderio non si arresta nemmeno davanti alle difficoltà: “E’ la nostra realtà, abbiamo dei limiti con cui dobbiamo fare i conti. E poi ci sono gli altri, che a volte non ci aiutano: la folla impedisce a Zaccheo di vedere Gesù. Forse è anche un po’ la loro rivincita”.

Il desiderio vince la paura: “Ma quando hai un desiderio forte, non ti perdi d’animo. Una soluzione la trovi. Occorre però avere coraggio e non vergognarsi, ci vuole un po’ della semplicità dei bambini e non preoccuparsi troppo della propria immagine. Zaccheo, proprio come un bambino, sale su un albero. Doveva essere un buon punto di osservazione, soprattutto per guardare senza essere visto, nascondendosi dietro le fronde”.

Questa ‘caparbietà’ è premiata, nonostante le ‘chiacchiere’ di paese: “Ma con il Signore accade sempre l’inaspettato: Gesù, quando arriva lì vicino, alza lo sguardo. Zaccheo si sente scoperto e probabilmente si aspetta un rimprovero pubblico. La gente magari l’avrà sperato, ma resterà delusa: Gesù chiede a Zaccheo di scendere subito, quasi meravigliandosi di vederlo sull’albero, e gli dice: ‘Oggi devo fermarmi a casa tua!’ Dio non può passare senza cercare chi è perduto”.

Quindi da un incontro con Gesù nasce la gioia per avere ricevuto misericordia: “Luca mette in evidenza la gioia del cuore di Zaccheo. E’ la gioia di chi si sente guardato, riconosciuto e soprattutto perdonato. Lo sguardo di Gesù non è uno sguardo di rimprovero, ma di misericordia. E’ quella misericordia che a volte facciamo fatica ad accettare, soprattutto quando Dio perdona coloro che secondo noi non lo meritano. Mormoriamo perché vorremmo mettere dei limiti all’amore di Dio”.

Ed avviene il cambiamento di vita: “Nella scena a casa, Zaccheo, dopo aver ascoltato le parole di perdono di Gesù, si alza in piedi, come se risorgesse dalla sua condizione di morte. E si alza per prendere un impegno: restituire il quadruplo di ciò che ha rubato”.

Infatti la misericordia cambia la vita nel concreto: “Non si tratta di un prezzo da pagare, perché il perdono di Dio è gratuito, ma si tratta del desiderio di imitare Colui dal quale si è sentito amato. Zaccheo si prende un impegno a cui non era tenuto, ma lo fa perché capisce che quello è il suo modo di amare. E lo fa mettendo insieme sia la legislazione romana relativa al furto, sia quella rabbinica circa la penitenza. Zaccheo allora non è solo l’uomo del desiderio, è anche uno che sa compiere passi concreti. Il suo proposito non è generico o astratto, ma parte proprio dalla sua storia: ha guardato la sua vita e ha individuato il punto da cui iniziare il suo cambiamento”.

La catechesi si conclude con l’invito a nutrire il desiderio di Dio: “Cari fratelli e sorelle, impariamo da Zaccheo a non perdere la speranza, anche quando ci sentiamo messi da parte o incapaci di cambiare. Coltiviamo il nostro desiderio di vedere Gesù, e soprattutto lasciamoci trovare dalla misericordia di Dio che sempre viene a cercarci, in qualunque situazione ci siamo persi”.

Terza domenica di  Quaresima: i frutti evidenziano la conversione del cuore!

Il Vangelo nell’itinerario quaresimale ci presenta due fatti di cronaca e una parabola. Mentre alcuni ebrei offrivano sacrifici a Dio, Pilato li fece uccidere; crolla la torre di Siloe e muoiono 18 persone. La gente si chiede: perché tanto male?, di chi è la colpa?, perché Dio non interviene? Certamente non c’è connessione tra sofferenza e peccato; le disgrazie avvengono ma non sono punizioni di Dio, che è amore. Causa del male non è mai Dio, che è grande e misericordioso; vera causa è l’uomo, la sua libertà che spesso diventa libertinaggio.

Il male è frutto della cattiveria e della arroganza dell’uomo; non è Dio che ci distruggerà ma siamo noi che andremo in rovina per il nostro orgoglio ed arroganza. Da qui la necessità della nostra conversione nella consapevolezza che la nostra vita terrena è un cammino verso il cielo: creati da Dio, ritorneremo a Dio. “Convertirsi” significa produrre frutti di vita eterna: non basta avere ricevuto il battesimo e vari sacramenti; è necessario produrre frutti di giustizia e di amore.

La parabola del fico è abbastanza significativa: il padrone della vigna è Dio; il vignaiuolo è Gesù: la vigna e il fico rappresentano i cristiani. Dio aspetta i frutti: se il fico non produce frutti bisogna abbatterlo. Il vignaiuolo (Gesù) invita il Padre ad avere pazienza, chiede proroga perchè Egli è venuto per salvare e non per distruggere. Ma, amico che ascolti, il tempo di attesa di Dio non è illimitato. Da qui il senso vero della quaresima: ‘Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo’.

Il cammino quaresimale ci invita a scoprire il volto misericordioso di Dio, che sa attendere perchè rispetta i nostri tempi, ma esige la nostra conversione: per il cristiano è necessario produrre frutti di vita eterna.  Dio è amore ed aspetta da noi gesti di amore concreto. Il cuore dell’amore è il perdono; il comandamento di Dio è chiaro: amerai il Signore Dio tuo … amerai il prossimo tuo come te stesso: ecco i frutti, frutti di amore e perdono.

Il vignaiuolo, Gesù, intercede per noi, ma la dilatazione manifesta la misericordia di Dio ed indica l’urgenza da parte nostra della conversione. La Pasqua ormai è vicina: convertirsi significa operare frutti di vita eterna, frutti che si vedono e si colgono: come vedi la vita ci è stata donata perchè porti frutto, come l’albero. L’uomo, essere socievole, è chiamato a realizzare questo cambiamento nei rapporti con la società, con gli altri uomini: la piccola società è la famiglia; la grande società è costituita dal campo del lavoro, dalla convivenza con gli altri: amerai il prossimo tuo come te stesso.

La buona notizia è una sola: noi possiamo sempre fidarci di Gesù, che ci ama, e confidare nell’amore misericordioso del Padre, che ha inviato Gesù sulla terra per la nostra salvezza. Oggi Gesù ci invita alla conversione ed ognuno di noi deve sentirsi interpellato in prima persona da questa chiamata e correggere subito qualcosa nella propria vita.

Allora è veramente Pasqua di risurrezione e possiamo chiamare Dio ‘Padre nostro che sei nei cieli’. La vergine Maria, madre di Gesù e nostra, madre della grazia, ci aiuti a vivere responsabilmente il nostro itinerario alla Pasqua e sia questa la festa della gioia e della rinascita.

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