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Arriva il gioco ‘Win for Italia Team’: ancora un aumento dell’offerta d’azzardo

Come accade ormai ininterrottamente da oltre 30 anni, quando c’è bisogno di drenare nuove risorse, lo Stato si rivolge all’azzardo. Aumentando l’offerta a disposizione dei giocatori. E’ notizia di alcuni giorni fa che nelle riformulazioni della Legge di Bilancio 2026, giunte in Commissione Bilancio al Senato, è prevista l’introduzione di un nuovo ‘gioco numerico a totalizzatore nazionale’ denominato Win For Italia Team.  La quota di gettito erariale derivante dalla raccolta del gioco sarà destinato al ‘finanziamento del Comitato Olimpico Nazionale Italiano’, in particolare per i progetti del Team Italia impegnato nei Giochi olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026.

Ma c’è da “scommettere” che, una volta terminate le Olimpiadi, questo gioco sarà in qualche modo reso strutturale nella già sterminata offerta d’azzardo a disposizione dei cittadini/consumatori. È già accaduto nel 2009 con il decreto Abruzzo che aprì le porte alle VideoLottery per finanziare la ricostruzione dell’Aquila e dei paesi devastati dal terremoto del 6 aprile. O nel 2024, quando venne introdotta la quarta estrazione settimanale del Lotto per sostenere la ricostruzione della Romagna investita da una pesante alluvione. Tutte offerte d’azzardo – teoricamente temporanee e con uno scopo benefico – rese definitive una volta passata l’emergenza.

Questa volta il ‘paravento’ utilizzato per giustificare l’ennesimo aumento di una già spropositata offerta di gioco d’azzardo non è di natura sociale e solidale, ma sportiva. Un’operazione che tenta di ammantare l’azzardo dei colori dello sport e dei grandi eventi, piegandone il significato a fini puramente economici. Riteniamo invece che il gioco d’azzardo non abbia nulla da spartire con i valori olimpici e sportivi di riferimento: il fair play, la lealtà, la solidarietà, la pace, l’uguaglianza. Valori che promuovono benessere, inclusione e responsabilità collettiva, e che risultano incompatibili con un’attività che produce dipendenza, fragilità sociali e gravi ricadute sulle persone e sulle comunità.

Ancora una volta la legge di Bilancio è terreno per colpi di mano sul settore azzardo. Lo scorso anno la manovra venne utilizzata per cancellare l’Osservatorio sul gioco d’azzardo istituito presso il Ministero della Salute, nonché per eliminare il fondo dedicato al contrasto del gioco d’azzardo patologico, inglobato (con meno risorse) in un generico fondo per le dipendenze patologiche.

E ancora una volta si legifera sull’azzardo in provvedimenti dell’ultimo minuto, sottoposti a voto di fiducia del Parlamento. Dimenticando che, in assenza – ancora oggi – di una legge quadro, si tratta di una materia costituzionalmente sensibile, che meriterebbe tutt’altro genere di approccio. La raccolta di gioco d’azzardo è ormai fuori controllo e la cifra record di 157 miliardi di euro di giocate registrata nel 2024, sarà presto superata dai dati del 2025.

Il governo da oltre due anni non trova il tempo per emanare il decreto legislativo di riordino del gioco d’azzardo su rete fisica, ma nel frattempo – oltre ad aumentare l’offerta – smantella ogni argine e strumento di contrasto al dilagare della dipendenza.

Due giovani di Rondine tedofori della Tregua Olimpica

Rondine Cittadella della Pace è stata scelta dalla Fondazione Milano Cortina 2026 tra i protagonisti della tappa aretina del Viaggio della Fiamma Olimpica dedicato alla Tregua Olimpica, uno dei più alti simboli di pace e riconciliazione della tradizione olimpica. A portare la fiamma il 10 dicembre 2025, giorno dell’anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ci saranno anche due studenti di Rondine provenienti da popoli in conflitto, nemici, oggi impegnati in un percorso di convivenza e trasformazione creativa del conflitto: Viktorija, serba e Bind, Kosovaro.

La scelta dei giovani di Rondine risponde all’intenzione della Fondazione Milano Cortina 2026 di individuare, in ogni tappa del percorso, un “tedoforo della pace”: una figura o un’istituzione che rappresenti valori di dialogo, impegno civico e sostegno alle comunità.

Dal 10 al 12 dicembre 2025, la Fiamma percorrerà la Toscana attraversando 18 comuni e 7 siti UNESCO. Il passaggio della Fiamma ad Arezzo –  terra che ospita Rondine e la sua esperienza di pace riconosciuta a livello internazionale – avverrà in una data altamente simbolica: il 10 dicembre, anniversario della proclamazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Una ricorrenza che lega profondamente Rondine alla propria storia:

nel 2018, per il 70° anniversario della Dichiarazione, il Ministero degli Affari Esteri italiano ha inviato Rondine alle Nazioni Unite come “esempio concreto” di promozione dei diritti umani. In quell’occasione fu lanciata la campagna globale Leaders for Peace, un appello – redatto dagli studenti di Rondine – per chiedere agli Stati membri dell’ONU di investire nella formazione di giovani leader di pace e di inserire l’educazione ai diritti umani e alla gestione creativa dei conflitti nei programmi scolastici nazionali.

La campagna ha ottenuto il sostegno morale del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, di Papa Francesco, del Governo italiano, di numerosi Paesi e rappresentanze permanenti presso le Nazioni Unite, oltre alla collaborazione di enti e istituzioni internazionali. Rondine detiene, inoltre, status consultivo presso le Nazioni Unite (ECOSOC) ed è partner UNESCO.

Viktorija, linguista e pedagogista serba, e Bind, economista kosovaro, vivono insieme alla World House, lo Studentato Internazionale di Rondine, dove giovani provenienti da Paesi in conflitto imparano a trasformare l’immagine del nemico attraverso la convivenza quotidiana, l’ascolto empatico e la formazione sui conflitti. Per entrambi, questo percorso non è soltanto un’esperienza formativa, ma un atto di coraggio personale: scegliere di condividere la vita con chi, fino a pochi anni fa, sarebbe stato considerato “l’altro”, “l’opposto”, “l’avversario”.

Viktorija porta con sé la forza mite di chi crede nel potere dell’educazione e della parola: nelle sue giornate a Rondine esercita l’ascolto profondo e la mediazione, con la speranza dichiarata di ispirare future generazioni di giovani balcanici a immaginare un domani diverso. Bind, con lo sguardo attento dell’analista e la creatività dell’imprenditore, ha scelto di mettere in discussione la narrazione del conflitto che ha accompagnato la sua infanzia, convinto che la pace possa esistere solo dove c’è dialogo, conoscenza reciproca e responsabilità.

Nel loro camminare insieme – tra studio, confronti, momenti difficili e sorprendenti scoperte – c’è l’essenza più autentica della missione di Rondine e lo spirito della Tregua Olimpica: la dimostrazione concreta che l’incontro può superare la paura, e che il coraggio di due giovani può parlare al mondo intero del potere del rispetto, del riconoscimento e dell’amicizia. Un messaggio che dal 1994 le Nazioni Unite ribadiscono ad ogni edizione dei Giochi, attraverso la risoluzione “Building a peaceful and better world through sport and the Olympic ideal”.

La Tregua Olimpica e il viaggio della fiamma

Ripristinata in epoca moderna e sostenuta dalle Nazioni Unite, la Tregua Olimpica – approvata con risoluzione ONU il 19 novembre 2025 – invita tutti i Paesi a sospendere le ostilità da una settimana prima dell’inizio dei Giochi Olimpici fino a una settimana dopo la fine dei Giochi Paralimpici.

Pur non essendo sufficiente a fermare i conflitti in atto, la risoluzione rappresenta un segno politico e culturale di grande valore, soprattutto nel contesto internazionale attuale segnato da guerre e tensioni.

Il Viaggio della Fiamma – accesa il 26 novembre nell’antica Olimpia – è uno dei progetti centrali con cui Milano Cortina 2026 intende promuovere la Tregua Olimpica, selezionando in ogni tappa figure capaci di raccontare la forza dello sport nel costruire ponti e favorire la pace e che oggi vede anche i giovani leader di pace di Rondine promotori di questo messaggio ricordato anche dal Presidente della Fondazione Milano Cortina 2026, Giovanni Malagò, ai tedofori: “Ogni vostro passo ricorderà al mondo il potere dello sport di costruire ponti, abbattere barriere e creare insieme un futuro più sano e sostenibile.”

Fino al 30 ottobre i vescovi lombardi pellegrini in Terra Santa

Fino a giovedì 30 ottobre i Vescovi della Conferenza Episcopale Lombarda, organismo che riunisce le dieci Diocesi della Regione ecclesiastica, saranno pellegrini in Terrasanta, visitando Gerusalemme e Betlemme: ‘Un’occasione di preghiera e un segno di vicinanza’, secondo le parole con cui l’Arcivescovo di Milano e Metropolita di Lombardia, mons. Mario Delpini, ha annunciato il viaggio alcune settimane fa. Gli stessi vescovi hanno preparato un messaggio che è stato letto in tutte le chiese della Regione nelle Messe di domenica 26 ottobre:

“In questi giorni drammatici, colmi di paura per la barbara follia omicida di uomini che, in molte parti del mondo, alzano la mano per uccidere il fratello, noi, disarmati, invochiamo: Domandate pace per Gerusalemme; sia pace a coloro che ti amano, sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: Su di te sia pace!. E’ urlo e preghiera di chi, disarmato, supplica con tutto il cuore il fratello di disarmare ogni mente e ogni mano omicida”.
Alle parrocchie viene anche chiesto di unirsi spiritualmente alla veglia di preghiera che i vescovi celebreranno nel pomeriggio di mercoledì 29 ottobre, al Getsemani. Tra i vari momenti in programma, oltre alle celebrazioni eucaristiche al Santo Sepolcro a Gerusalemme e alla Basilica della Natività a Betlemme, sono previsti incontri con il Patriarca, cardinale Pierbattista Pizzaballa, il Vicario Custodiale, fra Ulises Zarza, alcuni rappresentanti dei Parents Circle e dell’Istituto Effatà.

Al pellegrinaggio parteciperanno i vescovi ordinari delle Diocesi di Bergamo, Brescia, Crema, Cremona, Lodi, Mantova, Milano, Pavia e Vigevano. Con loro due vescovi ausiliari della Diocesi di Milano, il vescovo di Mondovì e alcuni accompagnatori, per un totale di 32 persone.

Inoltre a meno di 100 giorni dai Giochi di Milano Cortina 2026 (al via il 6 febbraio), mons. Mario Delpini invita gli sportivi a una vittoria che non si misura in medaglie, ma nella capacità di fare dello sport un bene per tutti. Si intitola ‘Winners’ la nuova ‘Lettera agli sportivi’ che mons. Delpini ha consegnato ieri sera, all’Oratorio Sant’Antonio Maria Zaccaria di Milano, a una delegazione di dirigenti, allenatori e atleti delle società sportive del territorio ambrosiano, nell’ambito del tradizionale Incontro diocesano del mondo dello sport.

La serata ha rappresentato la fase conclusiva di un percorso di animazione, iniziato nel 2022, dal titolo ‘Orasport on fire tour’, che ha visto circolare i valori olimpici di eccellenza, amicizia, rispetto e fratellanza con attività e proposte educative. Il segno distintivo del tour è stato il passaggio di una fiaccola negli oratori della Diocesi di Milano, che ha preparato ragazzi e famiglie a vivere con spirito educativo l’appuntamento di Milano Cortina 2026.

“La comunità cristiana si sente parte dell’entusiasmo delle nostre città per l’evento prossimo – scrive mons. Delpini nella sua lettera – perché ha una lunga tradizione di integrazione dell’attività sportiva nella proposta educativa”. Una tradizione tutta ambrosiana, che vede impegnati migliaia di operatori e volontari nello sport di base, attraverso l’esperienza delle società sportive degli oratori.
La progettualità educativa di oratori e società sportive aiuta le nuove generazioni a non cadere nelle derive di uno sport snaturato. Uno sport che non può trovare casa nemmeno nell’ambito professionistico, come sottolinea lo stesso Arcivescovo: “La comunità cristiana sente la responsabilità di essere voce critica e lucida denuncia di quelle degenerazioni che rovinano lo sport, nel culto idolatrico del successo, del denaro, dell’esibizionismo, della competizione esasperata”.

Ed allora, come vinceremo le prossime Olimpiadi e Paralimpiadi? Scrive mons. Delpini: “Abbiamo bisogno di altre vittorie, ci aspettiamo risultati più duraturi della gloria effimera delle giornate dei giochi”. E conclude: “Sì, vincerà Milano, vincerà Cortina, se tutto quello che precede, accompagna e segue l’evento confermerà che lo sport è un bene per le persone e la società. È la vittoria più difficile. E’ la vittoria più necessaria”.

Intanto la Fiaccola di Orasport on fire tour, che negli anni scorsi ha fatto tappa negli oratori delle province di Lecco, Monza e Brianza, Varese e nell’hinterland milanese, farà il suo ultimo viaggio negli oratori della città di Milano, indicando nel bene comune la vera vittoria dello sport.

Al Giardino dei Giusti di Milano nuove targhe per gli sportivi

Ieri a Milano si è svolta la Cerimonia di posa delle sei nuove targhe al Giardino dei Giusti ad atleti e personalità sportive, in occasione delle Olimpiadi invernali del prossimo anno, dedicate a Bronislaw Czech, Harry Seidel, Emil e Dana Zatopek, Antonio Maglio, e Khalida Popal, alla presenza della presidente del Consiglio comunale di Milano, Elena Buscemi, che ha sottolineato il significato dell’iniziativa:

“Mi fa sempre molto piacere essere al Giardino dei Giusti. Viviamo in un momento in cui la confusione regna sovrana e aumenta la paura delle persone per quello che potrebbe succedere a livello internazionale. Purtroppo, si stanno rimettendo in discussione i punti cardinali che si erano fissati nel dopoguerra, prevale la confusione tra il vero il falso, tra l’aggredito e l’aggressore. Penso che luoghi come questo facciano bene a tutti noi perché ci consentono di ritrovare appigli in questa confusione”.

Mentre il presidente della Fondazione Gariwo, Gabriele Nissim, ha sottolineato alcuni aspetti dell’importanza dell’appello Giusti nello Sport rivolto a tutte le società sportive: “Vogliamo alimentare speranza nel futuro dell’umanità. Ogni persona può sempre fare una piccola cosa per migliorare il mondo. Noi oggi lanciamo da Milano, che si appresta a vivere le prossime Olimpiadi, una grande sfida: lo sport ha un potenziale enorme, sa unire come sottolineava Mandela persone di ogni nazione, ogni genere, ogni provenienza.

Lo sport vero e genuino come dovrebbe essere la democrazia mette insieme le persone con lo scopo di migliorare le proprie prestazioni e non pensando che l’avversario sia un nemico. Lo sport ha una grande responsabilità in un mondo lacerato da guerre e persecuzioni, di fronte al diritto internazionale messo in discussione. La collaborazione tra esseri umani è un antidoto potente all’odio all’arroganza del più forte.

Come diceva anche Spinoza, la forza viene sempre dalla relazione con gli altri. Abbiamo una grande ambizione, vorremmo che da qui alle Olimpiadi tutte le associazioni sportive partecipassero a questo grande movimento dei valori dello sport. Auspichiamo che ci siano gare, manifestazioni, marce non competitive che siano dedicate a questi valori”.

Inoltre Giorgio Mortara, a nome di UCEI, ha evidenziato l’importanza dei valori che questi ‘giusti’ dello sport hanno perseguito: “Purtroppo, in queste ultime settimane assistiamo a prese di posizioni aberranti, è proprio in questi frangenti che risulta importante evidenziare l’insegnamento dei giusti e sottolineare i loro valori etici. Sono persone comuni che di fronte a ingiustizie e persecuzioni sono stati capaci di andare con coraggio in soccorso dei sofferenti, rompendo la catena del male. I giusti che ricordiamo oggi hanno in comune il fatto di essere stati anche degli atleti, possono essere un veicolo di essere in grado di trasmettere ai giovani i valori per combattere le ingiustizie”.

Per quanto riguarda la cerimonia Jozef Wancer, economista polacco e membro della Fondazione ‘Giardino dei Giusti’ di Varsavia, ha ricordato Bronislaw Czech: “Ha aiutato diversi soldati polacchi e diversi ebrei a trovare la libertà, in generale salvava chi aveva bisogno di essere salvato. E’ stato arrestato quando non c’erano ancora i campi di concentramento, i tedeschi gli chiesero di allenare i soldati tedeschi. Lui disse un chiaro no e fu arrestato e, quattro anni dopo, deportato ad Auschwitz morì sette mesi prima della liberazione. La sua storia è davvero incredibile, in Polonia è di grande ispirazione soprattutto per i giovani”.

Mentre Maria Stella Calà Maglio, moglie del dott. Antonio Maglio, medico che ha cambiato l’approccio alla disabilità in Italia negli anni ’50, ha evidenziato il suo sogno ‘visionario’: “Il messaggio che ci ha lasciato Antonio Maglio è stato quello non di una persona disabile, ma quello di una persona con parità di diritti e di doveri, che ha promosso non solo il diritto a fare sport, ma ha promosso la pratica sportiva come riabilitativa proprio per condurre una vita giusta. La sua visione è straordinariamente attuale: oggi, più che mai, è fondamentale garantire che le persone con disabilità possano partecipare attivamente alla vita socio-lavorativa, superando barriere fisiche e culturali. Ringrazio ancora Fondazione Gariwo e Comune di Milano per averlo ricordato”.

Mentre Marco Marchei, ex maratoneta e mezzofondista italiano, ha voluto ricordare la figura di Emil Zatopek: “Emil Zatopek è stato uno dei più grandi corridori fondisti del secolo scorso capace di vincere una medaglia d'oro e una di argento alle Olimpiadi del 1948 e 3 ori nelle olimpiadi successive, impresa mai riuscita a nessuno altro. E’ stato un innovatore, sia a livello tecnico con allenamenti inusuali, sia a livello di tecnica di corsa, apparentemente affaticata, macchinosa, aveva un modo di correre particolare, sbuffante, era chiamato la locomotiva umana.

Appese le scarpette al chiodo, è diventato colonnello dell’esercito e persona importante del partito comunista della Cecoslovacchia. Era un eroe per tutti i suoi connazionali. Quando decise di firmare esponendosi il manifesto delle 2000 parole che diede il via alla primavera di Praga, pagò subito questo suo intervento: perse il lavoro, fu epurato dal partito e isolata dalla società”.

Molto importante è stato l’intervento della calciatrice afgana Khalida Popal: “Oggi non sono qui solo a mio nome, ma rappresento tutte quelle donne straordinarie che nel mondo usano lo sport per combattere e come strumento per farsi sentire. Ho scoperto l’amore per il calcio nelle strade di Kabul in Afghanistan, dove alle le donne dicono che appartengono alla cucina e al servizio degli uomini, non alla società. Volevo cambiare quella narrazione e combattere per i miei diritti, per cambiare quella cultura.

Il calcio è stato un importante strumento con cui abbiamo unito tante ragazze, siamo state unite per combattere per i nostri diritti. All’inizio giocavamo di nascosto, poi, quando abbiamo raggiunto un numero di partecipanti sufficiente, abbiamo iniziato a far sentire la nostra voce, grazie al calcio ci siamo battute contro la violenza domestica e contro la discriminazione”.

Ed ha ricordato le difficoltà che le donne afgane devono affrontare: “Nel 2007 prima volta squadra nazionale calcio femminile e abbiamo rappresentato le donne anche fuori dal nostro paese. Non è stato un viaggio facile. Quando qualcuno ti dice che non puoi farcela è dura. Ma essere insieme alle mie sorelle mi ha aiutato a superare tutte le violenze e gli abusi che abbiamo dovuto subire. Noi non abbiamo mai rinunciato, non ci siamo mai arrese, siamo sempre state unite.

Purtroppo ho dovuto lasciare il mio paese per poter sopravvivere, da quando siamo cadute nelle mani dei talebani, che hanno cancellato le donne dalla società. Le donne non possono neppure parlare tra di loro in pubblico, sono state messe a tacere. Oltre 600 persone che facevano parte della nostra associazione calcistica sono state messe in sicurezza sono dovute scappare dall’Afganistan, ma noi continuiamo a fare sentire la nostra voce. Al di là delle differenze siamo tutti essere umani e lo sport ci insegna che uniti possiamo fare la differenza”.

(Foto: Gariwo)

Un domenicano ha inventato lo spirito olimpico moderno

“La ‘leggenda’ olimpica descrive il domenicano padre Martin Didon, al secolo Henri Louis Rémy Didon (1840-1900), come guida spirituale di Pierre de Coubertin, il ‘padre dell’olimpismo’, e suo sostegno nella fase iniziale del Movimento olimpico”, così inizia il volume ‘Padre Henry Didon. Un domenicano alle radici dell’olimpismo’ della prof.ssa Angela Teja, già docente di Storia dello sport all’università di Cassino, vicepresidente della Società Italiana di Storia dello sport (Siss), già presidente del Collegio dei Fellows dell’European Committee for Sports History (Cesh), presentato durante le Olimpiadi con la promozione della Fondazione ‘Giovanni Paolo II per lo sport’ a le Prè Catelan di Parigi, sede di Casa Italia.

Da liberale moderato e repubblicano convinto il motto olimpico di p. Didon e dei suoi allievi è affrancato a quello della Francia Repubblicana, fa notare in prefazione al saggio mons. Emmanuel Gobiliard, vescovo di Digne Riez e Sisteron delegato per i Giochi di Parigi 2024: “La ricerca della virtù, fortius, ciò che rende forti e quindi liberi (libertè), l’aspirazione all’altius, alla vetta con il diritto allo sport per tutti (egalitè) che è felicità per la Chiesa che con lo sport, di squadra e individuale va più veloce (citius) e diventa scuola di fraternità” .

Partendo da queste sollecitazioni abbiamo chiesto alla prof.ssa Angela Teja di raccontarci questo libro sulle Olimpiadi: “Per la verità ‘Padre Henri Didon. Un Domenicano alle radici dell’olimpismo’, che quest’anno ho pubblicato con l’editrice AVE all’interno della collana ‘Laudato sì, sport’ curata dalla fondazione ‘Giovanni Paolo II per lo sport’,  non è un libro sulle Olimpiadi ma su di un personaggio che si ipotizza sia stato la guida spirituale del loro ‘inventore’, Pierre de Coubertin.

P. Henri Didon è comunque un personaggio molto interessante per la storia dell’olimpismo, e non solo per questa sua illustre amicizia. Egli è un domenicano vissuto nella seconda metà dell’800 che viene solitamente ricordato in occasione dei Giochi olimpici, perché è stato l’inventore del celebre motto olimpico. In realtà è stato soprattutto un intellettuale francese che ha scritto molto, su molti temi, privilegiandone alcuni di tipo spirituale e morale.

Egli infatti è stato un educatore, avendo diretto tra il 1890 e il 1900, anno della sua morte, l’istituto ‘Alberto Magno’ di Arcueil, alla periferia di Parigi. Una scuola che ha praticamente ricostruito. avendola trovata in stato di abbandono. Del resto la Rivoluzione non era passata invano, gli ordini religiosi erano stati aboliti, i loro istituti chiusi.

I Domenicani sono stati i primi a ricostituirsi grazie a grandi personalità come Henri Lacordaire e lo stesso Henri Didon, anche se il processo di laicizzazione in atto non si sarebbe arrestato e in Francia avrebbe portato nel 1905 alla separazione tra Chiesa Stato. L’operato ampio e complesso, direi variegato, multidisciplinare di p. Didon va visto in questo contesto storico, che è poi anche quello della nascita dei Giochi olimpici. In fondo il desiderio di pace e giustizia, libertà e uguaglianza che p. Didon esprime in tutte le sue opere, ben si accordava con l’utopia coubertiniana di un mondo pacificato, senza guerre, in cui si fosse cittadini del mondo”.

Per quale motivo De Coubertin si rivolse a p. Didon?

“Esattamente per quello che dicevamo: Coubertin voleva rivolgersi alle giovani generazioni per formarle in base a principi di uguaglianza, pace e giustizia. Sapeva di dover andare nelle scuole per ottenere dei risultati, ma non in quelle pubbliche, ancora improntate a vecchi metodi in cui veniva privilegiata l’educazione del cogito a discapito della salute fisica, che è anche forza, coraggio patriottico, se non certezza di un futuro migliore con cittadini forti e liberi.

Esattamente quello che Coubertin si augurava per i giovani francesi dopo aver conosciuto e apprezzato i metodi impartiti nei colleges inglesi dove si formavano i quadri dirigenti del futuro Impero britannico. Sarebbero tanti i discorsi da fare, ma fermiamoci all’attenzione che sia Coubertin che p. Didon ebbero per i metodi ‘sportivi’ degli allievi del college di rugby, per nominare quello che ci introduce meglio alla nascita dello sport moderno, anche se entrambi ne conobbero diversi.

Tutti e due erano stati nel Regno Unito e vi avevano conosciuto i giochi all’aperto utilizzati sia come divertimento che come mezzo di educazione e disciplina per gli iscritti nelle public schools. Coubertin cercava dunque a Parigi una scuola dove poter sperimentare quei metodi, e trova in p. Didon un amico che lo aiuterà in pieno per il suo sogno olimpico.

P. Didon conosceva bene quelli dell’antichità, sia per i suoi studi classici, sia perché li aveva ‘praticati’ nel Seminario Minore di Rondeau, molto giovane e già campione negli sport atletici, che qui si rifacevano all’antica agonistica greca. Perchè i Giochi olimpici inventati da Coubertin sono famosi ma non i primi… Del resto già nel Campo di Marte, in piena Rivoluzione, se ne erano disputati nel 1796, esattamente un secolo prima dunque della cosiddetta prima edizione ufficiale ad Atene”.

Come inventò il motto olimpico?

“Per la verità non è stato p. Didon a inventare il motto olimpico, ma i suoi studenti. Era il 1891 e ad Arcueil si svolgevano per la prima volta gare sportive in una scuola francese, nell’Istituto dove Pierre de Coubertin si era recato a proporle trovando il suo rettore, p. Didon, entusiasta e collaborativo. Il primo step del progetto sarebbe stato la nascita di un’Associazione scolastica di sport atletici per organizzarle.

Il metodo pedagogico di p. Didon, improntato all’autodeterminazione per la formazione di cittadini ‘capaci e degni di libertà’, come riportava la brochure di promozione dei corsi all’Alberto Magno, è alla base del secondo step, che è quello di affidare ai ragazzi la completa organizzazione di tutto: elezione dei dirigenti dell’Associazione, definizione dei regolamenti di gara, inno societario e naturalmente il motto latino, da ricamare sul gonfalone dell’Istituto e sulle bandierine disseminate lungo il percorso delle gare. La prima gara è stata una corsa campestre all’inseguimento di ‘lepri’, gli stessi p. Didon e Coubertin, che lasciarono sul terreno come pista da seguire dei pezzetti di carta.

Un motto deve normalmente racchiudere in sintesi le caratteristiche di chi lo produce e questo motto, non possiamo negarlo, è geniale per il suo significato altamente simbolico (sappiamo che il latino ha queste prerogative di sintesi e chiarezza) con cui riesce a rappresentare gli scopi materiali dello sforzo atletico racchiudendone anche la sua essenza spirituale e morale”.

Ma come arrivano gli studenti dell’Istituto ‘Alberto Magno’ a centrare questi tre aggettivi?

“Ipotizzo che la traduzione in latino fosse un suggerimento di chi ben lo conosceva… e che comunque fosse logico che i ragazzi pensassero a un incitamento ad essere più veloci, più forti e a saltare più in alto (in un primo momento era questo l’ordine degli aggettivi, Citius, fortius, altius), anche se nelle intenzioni interpretative di p. Didon c’era dell’altro, un vero e proprio rispecchiarsi della teologia tomista, base della sua formazione di domenicano e dei suoi insegnamenti ad Arcueil.

In questa ottica citius si sarebbe riferito alla Volontà e al suo muoversi velocemente e liberamente verso il Bene universale; altius avrebbe significato la Prudenza, il cui compito è elevare l’uomo all’altezza della sua dignità unitamente alla Sapienza; fortius avrebbe chiaramente rimandato alla Fortezza, la prima delle virtù morali dalle forti connotazioni patriottiche, perché reprime il Timore e modera l’Audacia.

Il famoso motto sarebbe così diventato una rappresentazione concreta della palestra di virtù che p. Didon voleva ‘allestire’ per i suoi ragazzi a fianco degli impianti sportivi, metafora di un mondo perseguibile, se pur a fatica, e comprensibile ai giovani. Quasi che il celebre motto fosse anche il simbolo dell’iniziazione cristiana dei giovani alla vita”.

Quindi per p. Didon l’attività fisica è una virtù?

“L’attività fisica per lui è una virtù ‘psico-morale’, come si trova a dire nel suo celebre discorso al II Congresso Olimpico di Le Havre nel 1897. Egli ha in mente l’intero corpus tomistico riguardo all’apprendimento delle virtù da parte di un buon cristiano, e a Le Havre inizia a esporlo a piccole dosi, sapendo che non tutti lo avrebbero capito e accettato. Non dimentichiamo al momento di forte secolarizzazione che si stava vivendo in Francia. Se leggiamo i suoi discorsi di fine anno ad Arcueil, quelli che faceva a conclusione del percorso formativo annuale rivolgendosi a studenti, genitori, autorità e a quelli che oggi chiameremmo stakeholders dell’Alberto Magno, testi che troviamo riuniti in una raccolta pubblicata nel 1898 (L’Education présente. Discours à la jeunesse), in essi i riferimenti a san Tommaso d’Aquino sono molteplici.

P. Didon stesso scrive di essersi ispirato alla sua teologia, soprattutto alla ‘Summa Theologiae’ ed alla ‘Summa contra Gentiles’. Da qui l’ipotesi di una interpretazione tomista del motto nella recente pubblicazione su p. Didon per i tipi di AVE, mi sembra che possa essere reale. Anche Norbert Müller, tra i maggiori storici dell’olimpismo, aveva fatto cenno a un’interpretazione spirituale del Motto, anche se poi il Comitato Olimpico Internazionale ha sempre preferito valorizzarne il significato materiale e ‘sportivo’”. 

Quali erano le finalità di p. Didon?

“Quelle di incitare i giovani a sviluppare la qualità più importante, la Volontà a resistere e a sforzarsi nelle difficoltà, non tanto per essere primi ma per «tirar fuori da sé il meglio che sia possibile». In questo suo programma gli sport atletici servivano a far penetrare nella gioventù «il culto intelligente della forza fisica, della lotta vigorosa, della resistenza fisica e di quella morale al male» come scrive nel primo dei suoi discorsi di fine anno, L’a culture de la Volonté’ (1890). Per lui la volontà è una ‘energia divina’, che ‘comanda e difende, stimola e rallenta, sostiene e contrasta a suo modo tutte le nostre azioni’. Egli sa che la volontà ha il compito di aiutare i giovani a raggiungere le altre virtù, così importanti per la loro formazione di persone fatte di corpo, anima e spirito, tutte componenti allenabili dunque attraverso l’esercizio fisico con tutte le sue potenzialità, anche quelle spirituali”.

Quale è l’attualità pedagogica dell’olimpismo di p. Didon?

“Sono molti i motivi di somiglianza tra la nostra epoca e quella di p. Didon. Si pensi all’irrompere della modernità (oggi di quella virtuale e artificiale), al progresso vertiginoso delle scienze (oggi delle neuroscienze), al processo di secolarizzazione sempre più accentuato, alla grande confusione in cui ci troviamo spesso a vivere con la difficoltà di distinguere il vero dal falso, una preoccupazione identica a quella di p. Didon che ne aveva parlato anche nell’udienza privata con papa Leone XIII, denunciando la gravità di mancanza di discernimento nei giovani.

In questo libro a più riprese si parla di una ipotizzabile attualità del pensiero di p. Didon, il quale ha sempre vissuto immerso nel suo tempo, ‘curioso di tutto’, come ci ricorda il suo massimo biografo, Yvon Tranvouez, anche se il suo metodo pedagogico andava ben al di là dell’olimpismo, inteso questo come un complesso di organismi, strutture, pensieri, tendenze che vanno nella direzione di una vera e propria filosofia di vita, dove l’eccellenza è il massimo degli scopi da raggiungere. Anche per gli antichi l’areté aveva rappresentato il top della vita, il dare il meglio di sé nella ricerca della perfezione, secondo il modello sotteso all’antica kalokagathìa di cui sono ricchi gli scritti di Platone, la ricerca di essere bello e buono, prestante fisicamente e coraggioso, un concetto che attraverso Aristotele sarebbe stato trasmesso a s. Tommaso d’Aquino. Un cerchio che si chiude dunque, dal pensiero pagano a quello cristiano, e in questo caso p. Didon ha saputo cogliere perfettamente il valore e l’essenza dell’antica agonistica e dello sport moderno.

(Tratto da Aci Stampa)

Più volte mi sono trovata a dire che p. Didon è ‘una miniera’ di insegnamenti per la nostra epoca. I suoi scritti, numerosi, multidisciplinari, con un forte interesse alle scienze e alla modernità e quindi un’apertura piena di curiosità per i grandi nuovi eventi della sua epoca, e lo sport lo era di certo, ebbene i suoi scritti aiutano a dare un senso al ‘perché fare sport’. Egli va aldilà della materialità di questo fenomeno affrontando le sue parti ‘invisibili’, seguendo il carisma domenicano di fare apostolato leggendo e attualizzando il Vangelo alla luce dei tempi in cui si vive.

Per questo credo che p. Didon vada ricordato non solo in ambito sportivo, proprio per l’articolazione del suo pensiero, in particolare di quello pedagogico. Pensiamo a quanto sia importante per i giovani imparare ad autodeterminarsi, e lo sport non può che aiutare in questa direzione sviluppando lo spirito di iniziativa personale e la resistenza.  In questo modo egli ha incoraggiato i giovani verso l’Ideale che trascende i sensi, il non visibile, verso la perfezione che risiede in Dio. In L’homme d’action, un altro dei suoi discorsi di fine anno del 1895, egli sostiene con vigore che i figli non vanno allevati in un nido protetto, ma vanno loro aperte le porte dell’Ideale, ‘sollevandoli dalla terra e dal fango’. Bisogna andare ‘più in alto che si possa’, ‘verso quel mondo ideale che riempie l’infinito di Dio, della sua chiarezza, della sua bontà, della sua grandezza e della sua perfezione!’. 

Con energia e vigore p. Didon mostra dunque come si debba cercare di innalzarsi dalla materialità della vita quotidiana per guardare in Alto, anche attraverso lo sport. Con metodo esperienziale egli ne fa cogliere gli aspetti spirituali, invisibili ma reali nel momento in cui essi procurano la gioia del gioco, a volte incontenibile, l’estasi della vittoria ma anche la consapevolezza, se non si vince, di aver dato il meglio di sé, una grande soddisfazione anche questa. Come dargli torto, soprattutto nella nostra epoca, così fragile e spesso confusa nello stesso ambito sportivo?”

E da qui la nascita anche di un progetto?

“L’attualità del pensiero di p. Henry Didon sarà ricordata in Italia con un progetto di sport nelle carceri, ‘Insieme nello sport’, presentato a ‘Casa Italia’, durante i Giochi di Parigi ed ideato dalla Rete di magistrati ‘Sport e legalità’ in collaborazione con la Fondazione ‘Giovanni Paolo II per lo sport’ ed il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, per incoraggiare chi sta in carcere a resistere all’indubbiamente difficile situazione vissuta con la volontà di ricostruirsi uomini ‘capaci e degni di libertà’, per utilizzare una citazione di p. Didon, anche attraverso lo sport e le sue ‘virtù’, che insegnano la convivenza civile, il rispetto delle regole, il fair play, soprattutto saper lavorare dignitosamente insieme”.

(Tratto da Aci Stampa)

Le nuove olimpiadi. Testo poetico per riflettere sulle paraolimpiadi

Un canto o una poesia? La lodigiana, conscia di quanto possa essere difficile dimostrare i propri talenti se si è malati, soprattutto in questa epoca, ha dedicato alle paralimpiadi 2024 questo testo che non ha a che fare con il woke della Disney e nemmeno con l’inclusività, bensì con l’’arguto pensiero di chi sa cosa vuol dire esserci dentro. I talenti sono tali sia che la persona abbia delle difficoltà oppure no. Nessuno è uguale all’altro per molte ragioni e, quindi, perché anche le olimpiadi non potrebbero essere diverse a seconda di ciascuno?

Se si è d’accordo su questo, perché allora invece di paralimpiadi, non si dice nuove olimpiadi? Certo che per dignità e diritti siamo tutti uguali, ma l’essere persone non significa ‘essere fatti con lo stampino’, dunque da qui la prima frase del pezzo che presenteremo a breve. Non siamo diversi, noi siamo uguali, inteso come persone degne di rispetto come chi non ha delle ‘difficoltà’. Ora, prima di procedere con le spiegazioni dell”autrice, ecco il brano completo.

Il testo: ‘Le nuove olimpiadi’

Non siamo diversi, noi siamo uguali

Non siamo eroi, siamo normali

C’è chi scrive di destro e chi di sinistro

C’è chi è biondo e chi moro

Chi ha il capello nero oppure rosso

Al mondo c’è il buono e anche il cattivo

Dunque, tra tutte queste varianti

Che ti importa se gioco seduto oppure eretto?

Il vero eroe non è il malato, ma chi ha davvero amato

E nelle Olimpiadi da vero sportivo ha giocato!

Si vince e si perde, questa è la vita

Ma ci sarà sempre una nuova partita

Il gioco più bello, ormai l’ho Imparato,

È davvero averci provato!

Se non ho truccato e bene ho giocato,

La mia partita è comunque vinta!

E se al terzo posto arriverò

Con un gran sorriso il premio accetterò.

Non siamo diversi, siamo uguali

Non siamo eroi, siamo normali

Per questo io chiamo le paralimpiadi

Semplicemente Olimpiadi oppure…

Nuove olimpiadi.

“Non siamo eroi per il semplice fatto  che l’eroe è chi sa anche amare. Questa è la differenza. Non si tratta solo di affrontare il dolore ogni giorno, si parla di essere ancora in grado di dare opportunità a chi, tutti i giorni, ti sputa in faccia perché non sei come dovresti essere o come ti vuole la società. Le Olimpiadi che dovrebbero essere tanto seguite e commentate, sono queste perché è qui che si vede davvero chi  non si arrende e segue il suo sogno nonostante tutto, cattiverie della gente incluse. Vi invito, dunque, a guardare questa nuova edizione delle Olimpiadi.

Per favore, non chiamatele Paralimpiadi. Nessuno è uguale e tutti hanno diritto di fare ciò che possono. E’ come se si chiedesse a un bambino di fare un lavoro da adulto e viceversa. Ovvio che tutto sarà diverso in quanto un bambino non è adulto e, spesso, l’adulto si dimentica cosa vuol dire essere bambino.

Così anche le paralimpiadi sono diverse, ma non perché ci sono persone con problematiche, bensì perché chi gareggia fa le cose in modo diverso. Spero di avere chiarito meglio il senso del brano augurale. Che sia di buon auspicio per gli atleti, ma anche per tutti quelli che, finalmente, guarderanno questa edizione con occhi diversi. La parola nuove sta ad indicare che c’è un’altra edizione delle Olimpiadi. E’ come quando c’è una serie TV e si annuncia la nuova stagione. E’ questo il significato”, dice la lodigiana.

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Il presidente di Athletica Vaticana: le Olimpiadi per costruire ponti di pace

Aperti i Giochi Olimpici che si svolgono a Parigi fino a domenica 11 agosto, papa Francesco ha scritto un messaggio all’arcivescovo di Parigi, mons. Laurent Ulrich, invitando le comunità cristiane all’accoglienza: “So, infatti, che le comunità cristiane si preparano ad aprire ampiamente le porte delle loro chiese, delle loro scuole, delle loro case. Soprattutto aprano le porte del loro cuore, testimoniando, con la gratuità e la generosità dell’accoglienza verso tutti, il Cristo che li abita e che comunica loro la sua gioia”.

Nel messaggio la speranza di superare le contrapposizioni attraverso lo sport: “I Giochi Olimpici, se restano davvero ‘giochi’, possono quindi essere un luogo eccezionale di incontro tra le persone, anche le più ostili. I cinque anelli intrecciati rappresentano questo spirito di fraternità che deve caratterizzare l’evento olimpico e la competizione sportiva in generale”.

Infine il papa aveva sottolineato la necessità di una tregua olimpica: “E’ con questo spirito che l’Antichità stabilì saggiamente una tregua durante i Giochi e che l’età moderna tenta regolarmente di riprendere questa felice tradizione. In questo periodo travagliato in cui la pace nel mondo è seriamente minacciata, auspico vivamente che tutti siano desiderosi di rispettare questa tregua nella speranza di una risoluzione dei conflitti e di un ritorno all’armonia”.

Per comprendere veramente lo spirito olimpico abbiamo chiesto al presidente di Athletica Vaticana, dott. Giampaolo Mattei, di illustrarci l’anima delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi, che inizieranno lunedì 12 agosto: “Ai Giochi di Tokyo, nel 2021, il Comitato olimpico internazionale ha aggiunto la parola ‘Communiter’ (‘Insieme’) al celebre motto olimpico (‘Più veloce, più in alto, più forte’), coniato per Pierre de Coubertin dal domenicano francese Henri Didon. Oggi più che mai l’anima delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi è proprio l’esperienza di fare sport ‘communiter’.

Del resto, scrive papa Francesco nella prefazione del libro ‘Giochi di pace’, pubblicato su iniziativa di Athletica Vaticana, ‘la Carta olimpica indica il principio della centralità della persona nella sua dignità e si impegna a contribuire alla costruzione di un mondo migliore, senza guerre, educando i giovani attraverso lo sport praticato senza discriminazioni, in uno spirito di amicizia e solidarietà.

E’ nell’anima dell’attività sportiva unire e non dividere e i cinque anelli intrecciati, simbolo e bandiera dei Giochi olimpici, stanno proprio a rappresentare lo spirito di fratellanza che deve caratterizzare la manifestazione olimpica e la competizione sportiva in generale’”.

 Veramente le Olimpiadi sono giochi di pace?

“Lo sport è, senza dubbio, l’espressione culturale più popolare e diffusa nel mondo. Nella sua essenza è esperienza di fraternità e di pace. I Giochi però sono legati a sangue (Monaco 1972) ed a boicottaggi che hanno impedito la partecipazione di tutti. Con questa consapevolezza, è opportuno rilanciare la proposta di vivere le Olimpiadi e le Paralimpiadi con lo stile ‘communiter’. E così la parola-chiave per lo sport, oggi più che mai, è ‘vicinanza’. Nella prefazione di ‘Giochi di pace’ il papa scrive che ‘vicinanza’ è ‘il primo suggerimento che, come allenatore del cuore’, propongo sempre ad Athletica Vaticana per delineare l’essenza della sua presenza di condivisione: correndo o pedalando o giocando insieme con tutti gli sportivi’”.

‘Ripensando al valore della tregua olimpica, la mia speranza è che lo sport possa concretamente costruire ponti, abbattere barriere, favorire relazioni di pace’: ha scritto papa Francesco. Lo sport può veramente costruire ponti?

“Non c’è dubbio che lo sport olimpico e paralimpico (con le sue appassionanti storie umane di riscatto e di fraternità, di sacrificio e di lealtà, di spirito di gruppo e di inclusione) possa essere anche un originale canale diplomatico per saltare ostacoli apparentemente insormontabili, ‘mettendo insieme talenti diversi anche per costruire una società migliore, più giusta’ rilancia Francesco: ‘Quando si fa sport insieme non importa la provenienza, la lingua o la cultura o la religione di una persona. Questo è anche un insegnamento per la nostra vita e ci richiama alla fraternità tra le persone, aldilà delle loro abilità fisiche, economiche o sociali’. E questa è una proposta di pace, proprio attraverso l’esperienza sportiva che ha nelle Olimpiadi e nelle Paralimpiadi la sua massima espressione”.

Anche quest’anno alle Olimpiadi c’è una squadra di rifugiati: quale è il significato per il mondo?

“La partecipazione (per la terza edizioni dei Giochi) di un Team olimpico e paralimpico composto da rifugiati è un progetto di pace ed un’esperienza di inclusione, non solo simbolica. Ed è anche motivo di speranza per tutte le persone rifugiate, sfollate. E’ un po’ ‘la squadra di tutti’. Le storie delle atlete e degli atleti che ne fanno parte sono impressionanti: molti vivono nei campi profughi e lo sport è motivo di riscatto non solo personale: dalla nuotatrice olimpionica siriana che spinge il gommone in mare aperto fino all’isola di Lesbo mettendo in salvo 18 persone, al nuotatore afghano nato senza braccia che diventa campione paralimpico”.

Dal 1960 dopo le Olimpiadi si svolgono sempre le Paralimpiadi: con quale visibilità?

“L’obiettivo del movimento paralimpico non è soltanto celebrare un grande evento, ma dimostrare quello che persone, pur fortemente ferite nella vita, riescono a raggiungere quando sono messe nelle condizioni di poterlo fare. E se vale per lo sport, tanto più deve valere per la vita. Con una significativa nota: all’inizio del secolo scorso le prime gare sportive con la partecipazione di atleti con disabilità si sono svolte in Vaticano, davanti a papa Pio X. L’Osservatore Romano ha documentato fin nei dettagli quelle straordinarie esperienze di inclusione, con atleti non vedenti e amputati, mezzo secolo prima delle Paralimpiadi a Roma”.

Per quale motivo una squadra di atleti vaticani? 

“Athletica Vaticana è l’associazione polisportiva ufficiale della Santa Sede. Ha detto papa Francesco, lo scorso 13 gennaio, ricevendo la ‘sua’ squadra: ‘Con uno stile improntato alla semplicità, Athletica Vaticana si impegna a promuovere la fraternità, l’inclusione e la solidarietà, testimoniando la fede cristiana tra le donne e gli uomini di sport, amatori e professionisti’. Non si tratta, quindi, di ‘fare sport e basta’ ma di costruire insieme un’esperienza di comunità tra persone negli stadi, nei campi, nelle piste e nelle palestre”.

(Tratto da Aci Stampa)

Dalle Olimpiadi parigine per un segnale inclusivo

“In occasione dei Giochi di Parigi, il progetto Holy Games ha mobilitato per quasi tre anni un gran numero di cattolici per condividere il fervore sportivo e popolare che circonda i Giochi di Parigi, questo magnifico evento organizzato dal nostro Paese. La scorsa settimana abbiamo avuto il piacere di organizzare la messa di apertura della Tregua Olimpica, alla presenza di numerose personalità religiose, politiche e sportive”.

Così inizia il comunicato dei vescovi francesi dopo l’inaugurazione a Parigi delle Olimpiadi con l’affermazione che lo sport contribuisce ad accrescere la fraternità: “Crediamo che i valori e i principi espressi e diffusi dallo sport e dall’olimpismo contribuiscano al bisogno di unità e fratellanza di cui il nostro mondo ha disperatamente bisogno, nel rispetto delle convinzioni di tutti, intorno allo sport che ci unisce e promuove la pace tra le nazioni e i cuori”.

Ed allora i vescovi chiedono le motivazioni per cui durante la manifestazione inaugurale si è manifestata l’intenzione di denigrare attraverso lo scherno la fede cattolica: “La cerimonia di apertura di ieri sera, organizzata dalla COJOP2024, ha offerto al mondo intero alcuni meravigliosi momenti di bellezza e gioia, ricchi di emozioni e universalmente acclamati. Purtroppo, la cerimonia ha incluso scene di scherno e derisione del cristianesimo, che deploriamo profondamente”.

Infatti i vescovi francesi hanno condannato irrevocabilmente la parodia del quadro dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci: “La cerimonia di apertura proposta dal Comitato organizzativo dei Giochi olimpici purtroppo prevedeva scene di derisione e di scherno del cristianesimo, che deploriamo profondamente. Pensiamo a tutti i cristiani di tutti i Continenti che sono rimasti feriti dall’eccesso e dalla provocazione di certe scene. Vogliamo che capiscano che la celebrazione olimpica va ben oltre i pregiudizi ideologici di alcuni artisti”.

Questo scherno è stato rilevato con condanna anche da membri di altre confessioni religiose, che hanno manifestato il disagio dinnanzi a tale manifestazione di apertura davanti a tanti capi di Stato, che è stata ‘ideologica’: “Ringraziamo i membri di altre confessioni religiose che ci hanno espresso la loro solidarietà. Questa mattina pensiamo a tutti i cristiani di ogni continente che sono stati feriti dall’oltraggio e dalla provocazione di certe scene.

Vogliamo che capiscano che la celebrazione olimpica va ben oltre i pregiudizi ideologici di alcuni artisti. Lo sport è una meravigliosa attività umana che delizia profondamente i cuori degli atleti e degli spettatori. L’olimpismo è un movimento al servizio di questa realtà di unità e fraternità umana. E’ ora di scendere in campo, che questo possa portare verità, consolazione e gioia a tutti!”

Ed a due giorni dalla performance inaugurale è intervenuto l’account ufficiale dei Giochi Olimpici di Parigi, che, scusandosi per l’equivoco, ha chiarito  il significato della scena: “L’interpretazione del dio greco Dioniso ci fa capire l’assurdità della violenza tra esseri umani…

L’idea era quella di creare un grande banchetto pagano legato agli dei dell’Olimpo. Non troverete mai in me o nel mio lavoro il desiderio di deridere o denigrare qualcuno. Volevamo fare una cerimonia che riparasse e riconciliasse”.

Mentre Anne Descamps, direttrice esecutiva delle comunicazioni di Parigi 2024, ha detto che “non c’è mai stata l’intenzione di mostrare mancanza di rispetto verso alcun gruppo religioso e se le persone si sono offese in qualche modo, siamo, ovviamente, davvero, molto dispiaciuti.

Se non bastasse la presenza del dio del vino Bacco (per i greci appunto Dionisio), a richiamare il soggetto mitologico e pagano secondo la tradizione rinascimentale e barocca, non proprio (o non solo quantomeno) l’iconografia cattolica dell’Ultima Cena di Gesù con gli apostoli, bisogna notare almeno un altro dettaglio: nell’Ultima Cena gli apostoli sono ovviamente 12, mentre qui le figure che compongono la scena sono 16”.

Infatti la sequenza potrebbe essere stata ispirata dal dipinto ‘Le Festin des dieux’, di Jan Harmensz van Bijlert, artista del Seicento, che raffigura un banchetto degli dei sull’Olimpo, in occasione del matrimonio di Teti e Peleo, come ha  spiegato Thomas Jolly, ideatore della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Parigi: “Non volevo essere sovversivo, né choccare nessuno. Semplicemente, in Francia abbiamo il diritto di amarci, come vogliamo e con chi vogliamo…

Abbiamo il diritto di credere o di non credere. Abbiamo messo in scena semplicemente le idee repubblicane, di benevolenza e di inclusione… Non era l’Ultima Cena la mia ispirazione. Credo fosse abbastanza chiaro che si trattava di Dioniso che arriva a tavola, è il dio della Festa, del vino e padre di Sequana, la dea legata al fiume”.

Di fronte a tali equivoci non resta che chiudere con le parole del messaggio di papa Francesco all’arcivescovo di Parigi, mons. Laurent Ulrich: “Auspico dunque che le Olimpiadi di Parigi siano per tutti coloro che verranno da tutti i Paesi del mondo un’occasione da non perdere per scoprirsi e apprezzarsi, per abbattere i pregiudizi, per far nascere la stima là dove ci sono il disprezzo e la diffidenza, l’amicizia là dove c’è l’odio. I Giochi Olimpici sono, per natura, portatori di pace e non di guerra”.

Papa Francesco sollecita la pace olimpica

“Mi unisco alle intenzioni della Messa che lei celebra, Eccellenza, poiché presto nella sua Città si svolgeranno i Giochi Olimpici. Chiedo al Signore di colmare dei suoi doni tutti coloro che in un modo o nell’altro vi parteciperanno (siano essi atleti o spettatori), e anche di sostenere e benedire coloro che li accoglieranno, in particolare i fedeli di Parigi e di altrove”.

A pochi giorni dall’apertura Giochi Olimpici che si terranno a Parigi dal 26 luglio all’11 agosto, papa Francesco ha scritto un messaggio all’arcivescovo di Parigi, mons. Laurent Ulrich, invitando le comunità cristiane all’accoglienza: “So, infatti, che le comunità cristiane si preparano ad aprire ampiamente le porte delle loro chiese, delle loro scuole, delle loro case. Soprattutto aprano le porte del loro cuore, testimoniando, con la gratuità e la generosità dell’accoglienza verso tutti, il Cristo che li abita e che comunica loro la sua gioia”.

Un particolare apprezzamento è dedicato all’arcivescovo per l’accoglienza alle persone vulnerabili: “Apprezzo molto che tu non abbia dimenticato le persone più vulnerabili, in particolare coloro che si trovano in situazioni molto precarie, e che l’accesso al partito sia loro facilitato. Più in generale, auspico che l’organizzazione di questi Giochi costituisca per tutto il popolo francese una grande occasione di concordia fraterna che consenta, al di là delle differenze e delle contrapposizioni, di rafforzare l’unità della Nazione”.

Nel messaggio la speranza di superare le contrapposizioni attraverso lo sport: “Lo sport è un linguaggio universale che trascende confini, lingue, razze, nazionalità e religioni; ha la capacità di unire le persone, di promuovere il dialogo e l’accoglienza reciproca; stimola l’automiglioramento, allena lo spirito di sacrificio, promuove la lealtà nei rapporti interpersonali; ci invita a riconoscere i nostri limiti e il valore degli altri. I Giochi Olimpici, se restano davvero ‘giochi’, possono quindi essere un luogo eccezionale di incontro tra le persone, anche le più ostili. I cinque anelli intrecciati rappresentano questo spirito di fraternità che deve caratterizzare l’evento olimpico e la competizione sportiva in generale”.

E’ questo l’augurio del papa: “Mi auguro quindi che le Olimpiadi di Parigi siano per tutti coloro che provengono da tutti i Paesi del mondo un’occasione imperdibile per scoprire e apprezzare se stessi, per abbattere pregiudizi, per creare stima dove trovano disprezzo e diffidenza, amicizia dove trovano posto disprezzo e sfiducia è l’odio. I Giochi Olimpici portano, per loro natura, la pace e non la guerra”.

Infine il papa ha sottolineato la necessità di una tregua olimpica: “E’ con questo spirito che l’Antichità stabilì saggiamente una tregua durante i Giochi e che l’età moderna tenta regolarmente di riprendere questa felice tradizione. In questo periodo travagliato in cui la pace nel mondo è seriamente minacciata, auspico vivamente che tutti siano desiderosi di rispettare questa tregua nella speranza di una risoluzione dei conflitti e di un ritorno all’armonia”.

Mettere la vita in gioco: convegno sulla spiritualità nello sport

Lunedì scorso si è svolta la presentazione del convegno internazionale su sport e spiritualità (‘Mettere la vita in gioco’) in programma dal 16 al 18 maggio per iniziativa del Dicastero per la cultura e l’educazione e l’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede con interventi dell’ambasciatrice di Francia presso la Santa Sede, Florence Mangin; Emanuele Isidori, professore di Filosofia dello Sport all’università di Roma Foro Italico) e l’atleta atleta paralimpico Antonio Mariani; e del card. José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, il quale ha osservato che l’organizzazione di un convegno che parla di sport da parte della Chiesa può sembrare ‘strano’, ma in fondo non lo è, come è stato affermato in un’intervista alla Gazzetta dello Sport da papa Francesco:

“Ma partendo dalle parole di Papa Francesco, quando paragona lo sport alla santità, ci rendiamo conto dei tanti punti di connessione che esistono tra sport e spiritualità. Papa Francesco ce lo dice in un’intervista rilasciata nel 2021 a due giornalisti della Gazzetta dello Sport… L’organizzazione di questo Convegno si propone di fare proprio questo: osservare lo sport oggi. Capire perché è così popolare. Identificare i suoi rischi. Valutare la sua rilevanza per la costruzione di una società più fraterna, tollerante ed equa. Discernere come Dio si manifesta in questa manifestazione culturale”.

Anzi tra storia dello sport e storia della Chiesa ci sono molti contatti, ricordando le parole di san Giovanni Paolo II nel 2000 durante il Giubileo degli sportivi: “Se guardiamo alla storia dello sport in parallelo con la storia della Chiesa, ci sono stati molti momenti in cui lo sport è stato un’ispirazione e una metafora per la vita dei cristiani, oppure il cristianesimo stesso ha arricchito lo sport con la sua visione umanistica”.

Ed ha citato il motto olimpico, introdotto alle Olimpiadi del 1924 svoltesi a Parigi su proposta di un religioso: “Ecco un breve esempio a proposito: quest’anno si celebra il centenario dell’introduzione del motto olimpico ‘citius, altius, fortius’ (più veloce, più alto, più forte) ai Giochi Olimpici di Parigi del 1924. Un motto che era stato ideato da un ecclesiastico, il frate domenicano Henri Didon, e proposto a Pierre de Coubertin, il fondatore dei Giochi Olimpici moderni (Atene – 1896).

L’esempio di Fra Henri Didon esprime così il desiderio della Chiesa nei confronti dello sport: la Chiesa non vuole controllare lo sport o creare uno sport alternativo, ma umanizzarlo attraverso una visione cristiana dello sport”.

Insomma, tra lo sport e la Chiesa intercorre la ‘sinodalità sportiva’: “E’ vero, la figura di Gesù, nel suo messaggio e nei suoi gesti, ha molto da offrire allo sport. Allo stesso modo, la Chiesa ha molto da imparare dal fenomeno sportivo. Questo è essenzialmente ciò che vogliamo ottenere con questo Convegno internazionale, portando qui non solo voci dall’interno della Chiesa, ma anche voci esterne alla Chiesa che ci aiuteranno con le loro riflessioni. Si tratta di un bellissimo esercizio di ‘sinodalità sportiva’. E così si rischia una cultura dell’incontro, come sottolinea papa Francesco”.

Mentre l’ambasciatrice francese, mademoiselle Mangin, ha sottolineato che “i Giochi di Parigi del 1924 si aprirono, al pari dei precedenti, con una messa olimpica celebrata nella Cattedrale Notre-Dame. Nel 2024, la Chiesa dei Giochi sarà quella della Madeleine a Parigi, dove si celebrerà a partire dal 19 luglio la messa di apertura della Tregua Olimpica, mentre il 4 agosto un evento interreligioso si svolgerà sul sagrato della Cattedrale Notre-Dame, ancora chiusa”.

Inoltre ha richiamato al preambolo della Carta olimpica (‘L’Olimpismo è una filosofia di vita, che esalta e unisce in un insieme equilibrato le qualità del corpo, della volontà e della mente. Mescolando lo sport con la cultura e l’educazione, l’Olimpismo vuole essere creatore di uno stile di vita basato sulla gioia nello sforzo, sul valore educativo del buon esempio, sulla responsabilità sociale e sul rispetto dei principi etici fondamentali universali’) che si coniuga con l’enciclica di papa Francesco, ‘Fratelli tutti’:

“I Giochi di Parigi 2024 riprenderanno questi grandi orientamenti, ponendo l’accento sulla sobrietà delle installazioni, sull’inclusività, con una sola squadra di Francia che riunisce gli atleti olimpici e paralimpici e con un’attenzione particolare ai più poveri. S’impegneranno ad essere anche durevoli, con la promozione dello sport nella vita quotidiana dei giovani e come mezzo di inclusione sociale. Infine, saranno completamente paritari riguardo agli atleti olimpici, con tanti atleti uomini quante atlete donne”.

Infine il prof. Isidori ha presentato la struttura dell’incontro: “Il convegno che abbiamo organizzato mira a riflettere su questo fenomeno da un punto di vista telescopico e microscopico, in altre parole: vedere lo sport oltre lo sport. Più precisamente, per comprenderne le radici culturali, individuarne i rischi, apprezzarne l’importanza nella costruzione di una società più fraterna, valutarne il potenziale pedagogico e, soprattutto, approfondirne la rilevanza spirituale”.

Questo il programma delle giornate: “La prima giornata (16 maggio) affronterà il rapporto tra ‘Chiesa e Sport’, attraverso la condivisione della testimonianza di atleti di alto livello e di alcune esperienze pastorali concrete che mettono lo sport al servizio del Vangelo e il Vangelo al servizio dello sport…

La seconda giornata (17 maggio) si concentrerà sul rapporto tra ‘Uomo e Sport’, attraverso la riflessione di un gruppo di relatori altamente qualificati provenienti da università italiane e francesi, che discuteranno dello sport in termini di rilevanza pedagogica, filosofica, sociologica e teologica…

La terza giornata (18 maggio) avrà una dimensione più pratica, e vedrà l’organizzazione di un evento sportivo di solidarietà (la staffetta della fraternità) per mostrare alla società civile la rilevanza sociale dello sport stesso”.

(Foto: Vatican Media)

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