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Papa Leone XIV invita a cambiare mentalità

“Cari fratelli e sorelle in Cristo, come pellegrino di pace e di unità, vengo in mezzo a voi e vi esprimo la gioia di trovarmi qui a visitare la vostra regione e soprattutto a condividere il vostro cammino, le vostre fatiche, le vostre speranze. Le manifestazioni festose che accompagnano le vostre liturgie e la gioia che sgorga dalla preghiera che elevate a Dio sono il segno del vostro abbandono fiducioso in Lui, della vostra incrollabile speranza, del vostro aggrapparvi, con tutte le forze, all’amore del Padre che si fa vicino e guarda con compassione le sofferenze dei suoi figli”: all’inizio dell’omelia della celebrazione eucaristica che ha concluso la giornata a Bamenda papa Leone XIV ha ringraziato i 20.000 fedeli che lo hanno accolto con canti e danze, musica dal ritmo travolgente, applausi fragorosi in questa zona del nord-ovest del Camerun, ferita da tensioni e violenze.

Ed il papa lo ha sottolineato: “Fratelli e sorelle, tanti sono i motivi e le situazioni che spezzano il cuore e ci gettano nell’afflizione. Le speranze in un futuro di pace e di riconciliazione, infatti, in cui ciascuno viene rispettato nella sua dignità e a ciascuno vengono garantiti i diritti necessari, sono continuamente prosciugate dai tanti problemi che segnano questa bellissima terra:

le numerose forme di povertà, che anche di recente interessano moltissime persone con una crisi alimentare in corso; la corruzione morale, sociale e politica, legata soprattutto alla gestione della ricchezza, che impedisce lo sviluppo delle istituzioni e delle strutture; i gravi e conseguenti problemi che interessano il sistema educativo e quello sanitario, così come la grande migrazione all’estero, in particolare dei giovani”.

Oltre a ciò si aggiungono anche i problemi che provengono da fuori ad alimentare la sfiducia: “Ed alle problematiche interne, spesso alimentate dall’odio e dalla violenza, si aggiunge anche il male causato dall’esterno, da coloro che in nome del profitto continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo.

Tutto questo rischia di farci sentire impotenti e di disseccare la nostra fiducia. Eppure, questo è il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese. Oggi e non domani, adesso e non in futuro, è giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del Continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione”.

E la rassegnazione prende il sopravvento: “E’ vero, quando una situazione si è consolidata da tempo, il rischio è quello della rassegnazione e dell’impotenza, perché non ci aspettiamo alcuna novità; eppure, la Parola del Signore apre spazi di nuovi e genera trasformazione e guarigione, perché è capace di mettere il cuore in movimento, di mettere in crisi l’andamento normale delle cose a cui facilmente rischiamo di abituarci, di renderci protagonisti attivi del cambiamento. Ricordiamoci questo: Dio è novità, Dio crea cose nuove, Dio ci rende persone coraggiose che, sfidando il male, costruiscono il bene”.

Per questo la testimonianza degli Apostoli è un sollievo: “Il coraggio degli Apostoli si fa coscienza critica, si fa profezia, si fa denuncia del male, e questo è il primo passo per cambiare le cose. Obbedire a Dio, infatti, non è un atto di sottomissione che ci opprime o annulla la nostra libertà; al contrario, l’obbedienza a Dio ci rende liberi, perché significa affidare la nostra vita a Lui e lasciare che sia la sua Parola a ispirare il nostro modo di pensare e di agire”.

E’ stato un invito a ‘nascere dall’alto’: “Chi obbedisce a Dio prima che agli uomini e al modo di pensare umano e terreno, ritrova la propria libertà interiore, riesce a scoprire il valore del bene e a non rassegnarsi al male, riscopre la via della vita, diventa costruttore di pace e di fraternità”.

E’ stato un invito all’obbedienza a Dio: “Fratelli e sorelle, la consolazione per i cuori spezzati e la speranza nel cambiamento della società sono possibili se ci affidiamo a Dio e alla sua Parola. Il richiamo dell’Apostolo Pietro, però, dobbiamo sempre conservarlo nel cuore e riportarlo alla nostra memoria: obbedire a Dio, non agli uomini. Obbedire a Lui, perché Lui solo è Dio”.

Tale obbedienza invita a non mescolare la fede cattolica con altre credenze: “E questo ci invita a promuovere l’inculturazione del Vangelo e a vigilare con attenzione, anche sulla nostra religiosità, per non cadere nell’inganno di seguire quei percorsi che mescolano la fede cattolica con altre credenze e tradizioni di tipo esoterico o gnostico, che in realtà hanno spesso delle finalità politiche ed economiche. Solo Dio libera, solo la sua Parola apre sentieri di libertà, solo il suo Spirito ci rende persone nuove che possono cambiare questo Paese”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita a rinnovare la missione di Cristo che porta pace

“Di nuovo il Signore ci porterà al vertice della sua missione, perché la sua passione, morte e risurrezione divengano il cuore della nostra missione. Quanto stiamo per rivivere, infatti, ha in sé la forza di trasformare ciò che l’orgoglio umano tende in genere a irrigidire: la nostra identità, il nostro posto nel mondo. La libertà di Gesù cambia il cuore, cura le ferite, profuma e fa brillare i nostri volti, riconcilia e raduna, perdona e risuscita”: presiedendo questa mattina la messa crismale papa Leone XIV ha riflettuto sul significato della missione cristiana. In ambito pastorale, sociale e politico nel ricordo di san Romero arcivescovo di San Salvador, ucciso sull’altare nel 1980.

La riflessione omiletica del papa si è concentrata sulla missione sacerdotale: “Nel primo anno in cui presiedo la Messa Crismale come vescovo di Roma, desidero riflettere con voi sulla missione a cui Dio ci consacra come suo popolo. E’ la missione cristiana, la stessa di Gesù, non un’altra. Ad essa ciascuno partecipa secondo la propria vocazione e in una personalissima obbedienza alla voce dello Spirito, mai però senza gli altri, mai trascurando o rompendo la comunione! Vescovi e presbiteri, rinnovando le nostre promesse, siamo a servizio di un popolo missionario. Siamo con tutti i battezzati il Corpo di Cristo, unti dal suo Spirito di libertà e di consolazione, Spirito di profezia e di unità”.

Infatti la missione significa che qualcuno è stato inviato: “Quanto Gesù vive nei momenti culminanti della sua missione è anticipato dall’oracolo di Isaia, da Lui indicato nella sinagoga di Nazaret come Parola che ‘oggi’ si avvera. Nell’ora della Pasqua, infatti, diventa definitivamente chiaro che Dio consacra per inviare. ‘Mi ha mandato’, dice Gesù, descrivendo quel movimento che lega il suo Corpo ai poveri, ai prigionieri, a chi brancola nel buio e a chi si trova oppresso. E noi, membra del suo Corpo, chiamiamo ‘apostolica’ una Chiesa inviata, sospinta oltre sé stessa, consacrata a Dio nel servizio delle sue creature”.

Inoltre la missione comporta l’abbandono di certezze: “Sappiamo che essere mandati comporta, per prima cosa, un distacco, ovvero il rischio di lasciare ciò che è familiare e certo, per inoltrarsi nel nuovo. E’ interessante che ‘con la potenza dello Spirito’, disceso su di Lui dopo il battesimo nel Giordano, Gesù ritorni in Galilea e venga ‘a Nazaret, dove era cresciuto’. E’ il luogo che ora deve lasciare. Si muove ‘secondo il suo solito’, ma per inaugurare un tempo nuovo.

Dovrà ora partire definitivamente da quel villaggio, affinché maturi ciò che vi è germogliato, sabato dopo sabato, nell’ascolto fedele della Parola di Dio. Ugualmente chiamerà altri a partire, a rischiare, perché nessun luogo diventi un recinto, nessuna identità una tana”.

Quindi la missione comporta anche una rinascita: “La nostra dignità di figli e figlie di Dio non può esserci tolta, né andare perduta, ma nemmeno gli affetti, i luoghi, le esperienze all’origine della nostra vita possono essere cancellati. Siamo eredi di tanto bene e insieme dei limiti di una storia in cui il Vangelo deve portare luce e salvezza, perdono e guarigione.

Così, non c’è missione senza riconciliazione con le nostre origini, coi doni e i limiti della formazione ricevuta; ma, allo stesso tempo, non c’è pace senza partenze, non c’è consapevolezza senza distacco, non c’è gioia senza rischio. Siamo il Corpo di Cristo se andiamo avanti, facendo i conti col passato senza venirne imprigionati: tutto si ritrova e si moltiplica se prima è lasciato andare, senza paura. E’ un primo segreto della missione. E non lo si sperimenta una volta sola, ma in ogni ripartenza, ad ogni ulteriore invio”.

E per incontrare l’altro occorre uno svuotamento: “Il cammino di Gesù ci rivela che la disponibilità a perdere, a svuotarsi, non è fine a sé stessa, ma condizione di incontro e di intimità. L’amore è vero soltanto se disarmato, ha bisogno di pochi ingombri, di nessuna ostentazione, custodisce delicatamente debolezza e nudità. Fatichiamo a buttarci in una missione così esposta, eppure non c’è ‘lieto annuncio ai poveri’ se andiamo a loro coi segni del potere, né vi è autentica liberazione se non diventiamo liberi dal possesso”.

Per il papa l’incontro missionario non avviene con la violenza, in quanto la salvezza si manifesta attraverso la ‘lingua materna’: “Di conseguenza, è ormai prioritario ricordare che né in ambito pastorale, né in ambito sociale e politico il bene può venire dalla prevaricazione. I grandi missionari sono testimoni di avvicinamenti in punta di piedi, che hanno per metodo la condivisione della vita, il servizio disinteressato, la rinuncia a qualunque strategia di calcolo, il dialogo, il rispetto. E’ la via dell’incarnazione, che sempre di nuovo prende forma di inculturazione. La salvezza, infatti, può essere accolta da ciascuno soltanto nella lingua materna”.

La missione non è impositiva, ma accetta l’ospitalità: “Per stabilire questa sintonia con l’invisibile, occorre arrivare là dove si è inviati con semplicità, onorando il mistero che ogni persona e ogni comunità porta con sé. Siamo ospiti: lo siamo come vescovi, come preti, come religiose e religiosi, come cristiani. Per ospitare, in effetti, dobbiamo imparare a farci ospitare. Anche i luoghi in cui la secolarizzazione sembra più avanzata non sono terra di conquista, o di riconquista… Questo avviene solo se nella Chiesa camminiamo insieme, se la missione non è avventura eroica di qualcuno, ma testimonianza viva di un Corpo dalle molte membra”.

In questo senso la ‘croce’ è parte della missione: “Si manifesta già nella violenta reazione degli abitanti di Nazaret alla parola di Gesù la drammatica possibilità dell’incomprensione e del rifiuto… La croce è parte della missione: l’invio si fa più amaro e spaventoso, ma anche più gratuito e dirompente. L’occupazione imperialistica del mondo è allora interrotta dall’interno, la violenza che fino a oggi si fa legge è smascherata. Il Messia povero, prigioniero, rifiutato, precipita nel buio della morte, ma così porta alla luce una creazione nuova”.

Ma dopo la ‘crocefissione’ c’è la ‘resurrezione’, come aveva scritto san Oscar Romero: “Quante risurrezioni anche a noi è dato sperimentare, quando, liberi da un atteggiamento difensivo, discendiamo nel servizio come un seme nella terra! Nella vita, possiamo attraversare situazioni in cui tutto pare finito. Ci chiediamo allora se la missione sia stata inutile. E’ vero: a differenza di Gesù, noi viviamo anche fallimenti che dipendono dall’insufficienza nostra o altrui, spesso da un groviglio di responsabilità, di luci e ombre”.

L’omelia è terminata con il messaggio dell’Apocalisse (‘Grazia a voi e pace da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra’): “Questo saluto fa sintesi del cammino di Gesù in un mondo conteso tra potenze che lo devastano. Al suo interno sorge un popolo nuovo, non di vittime, ma di testimoni. In quest’ora oscura della storia è piaciuto a Dio inviarci a diffondere il profumo di Cristo dove regna l’odore della morte. Rinnoviamo il nostro ‘sì’ a questa missione che ci chiede unità e che porta la pace. Sì, noi ci siamo! Superiamo il senso di impotenza e di paura! Noi annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”.

(Foto: Santa Sede)

Fra Valenzisi racconta la Parola di Dio in ‘carne ed ossa’

Che cosa significa incontrare davvero Cristo? Non un’idea, non un ricordo, non un concetto astratto, ma un’esperienza che tocca la vita ‘in carne e ossa’ (acquistabile solo su Amazon: https://amzn.eu/d/4PnJ6go): è questa la sfida che fra Manuel Valenzisi, frate dell’Ordine dei Frati Minori, raccoglie nelle pagine del suo nuovo libro ‘In carne e ossa: Le virtù teologali e i consigli evangelici vissuti da chi ha incontrato Cristo’, nato da un corso di esercizi spirituali ed ora consegnato al pubblico come invito concreto a riscoprire il Vangelo come evento vivo.

Il testo parte da una constatazione semplice ma decisiva: le virtù teologali ed i consigli evangelici non sono categorie da manuale, ma vie di vita. Per mostrarlo, l’autore ci conduce accanto a personaggi del Vangelo (Maria, Giuseppe, la Cananea, la vedova povera, la peccatrice perdonata, la Samaritana) e lascia che siano loro a insegnarci cosa significa credere, sperare, amare. In loro la fede diventa obbedienza, la speranza si intreccia con la povertà, la carità si illumina nella castità. Non teorie, ma carne viva, come l’Incarnazione di cui sono trasparenza.

Chi legge si accorge presto che la Parola di Dio non è semplicemente spiegata, ma quasi ‘cucinata’, come nota p. Serafino Tognetti nella prefazione: strizzata, impastata, ricomposta, fino a diventare piatto nutriente e profumato. Un testo che non si consuma in fretta: chiede pause, riletture, tempo di assimilazione.

Quindi il libro è una piccola scuola di Vangelo vissuto: non un commento esegetico, non un trattato spirituale, ma una testimonianza che mostra come la Parola di Dio, quando la si lascia entrare, diventa vita che cambia la vita.

A lui chiediamo di spiegarci cosa significa incontrare Cristo ‘in carne ed ossa’: “Incontrare Cristo in carne ed ossa significa riconoscere che Dio si è fatto Uomo, uno di noi, nella storia concreta. Ogni scelta, incontro e gesto di Gesù ha un senso: è lì per parlarci oggi. Fermarsi sulla Parola significa non trattarla come teoria, ma come storia viva. La sequela di Gesù passa attraverso persone reali: Maria, Giuseppe, i discepoli, e chiunque ha incontrato. La Chiesa stessa è parte costitutiva di questa Incarnazione.

Inizia con Maria e con tutte le persone che Gesù ha voluto coinvolgere nella sua vita terrena. Tutte le persone che incontriamo nel Nuovo Testamento sono come il seme di una pianta: contengono tutti gli elementi della Chiesa e tutte le indicazioni per i cristiani che vogliono vivere la sequela di Gesù si trovano proprio in queste persone, che costituiscono la compagnia di Gesù. Incontrare Cristo vuol dire entrare in relazione con Lui attraverso queste persone, lasciandosi toccare e interrogare dalla loro esperienza”.

In quale modo la Parola di Dio può essere ‘cucinata’?

“La Parola diventa ‘cucinata’ quando viene meditata, scomposta e ricomposta in modo che possa nutrire. Come segnala p. Serafino Tognetti nella prefazione del libro, la Parola di Dio può essere ‘strizzata, sminuzzata, impastata e ricomposta’ per offrirla in un piatto fumante, digeribile e nutriente. Solo così, ‘inghiottendo’ la Parola di Dio, come fece Ezechiele con il rotolo, il cristiano lascia che essa diventi carne e ossa nella propria vita, producendo stupore, fecondità e trasformazione interiore”.

Allora, cosa significa credere in ‘obbedienza’?

“Credere in obbedienza significa prima di tutto rispondere fiduciosamente a Dio. L’obbedienza è Dio che si fida di me, e io che gli dico di sì. E’ innanzitutto lo sguardo fiducioso di Dio su di me: è Lui che si fida per primo, che affida qualcosa (una parola, una missione, un dono) ed io gli rispondo: ‘Sì, ci sto. Questo dono lo accolgo e lo custodisco’. Obbedire significa entrare in questo movimento di fiducia ricevuta e restituita, dove il primo a esporsi è Dio. Giuseppe accoglie il mistero di Cristo, custodendo e proteggendo il Figlio di Dio, mostrando che l’obbedienza permette al Signore di operare nella storia e di realizzare il suo progetto attraverso di noi”.

Questo è stato il motivo per cui tra tante donne nel libro è stato inserito Giuseppe?

“Infatti. La scelta non era quella di inserire un uomo tra le donne, ma Giuseppe mi è parsa la persona più adatta a parlare del tema dell’obbedienza. La predominanza di figure femminili nel libro invita a riflettere: nel Vangelo le donne spesso mostrano con particolare intensità apertura, fiducia e accoglienza della grazia, esprimendo un ruolo significativo nel cammino spirituale. Il loro esempio ci ricorda che ogni persona è chiamata a rispondere con fiducia alla proposta di Dio e a custodire il mistero della sua volontà nella propria vita”.

In cosa consiste la forma intensiva della vita cristiana?

“I consigli evangelici (povertà, castità, obbedienza) non sono un ‘di più’ riservato a pochi, ma la forma intensiva della vita cristiana, che custodisce e rende concreta la donazione a Dio. Nel corso della storia, soprattutto durante il Medioevo, si è talvolta distinto tra due perfezioni: quella dei precetti e quella dei consigli, rischiando di porre una distinzione non solo sui mezzi, ma anche sul fine da raggiungere. Allo stesso modo, riguardo alla chiamata alla santità, è stata fatta una distinzione tra le forme di vita, con i religiosi che apparivano come uno stato privilegiato.

Oggi, la riflessione biblico-teologica, sviluppata prima e subito dopo il Concilio Vaticano II, ha chiarito che non è così: né a partire dall’amore dell’uomo per Dio, né dall’amore di Dio che elegge l’uomo si possono derivare forme di vita ecclesiali privilegiate, perché l’invito all’amore perfetto è rivolto a tutti. Nell’amore non c’è distinzione tra dovere e volere: ciò che deve, l’amore lo vuole. Gesù non ha mai voluto dividere i suoi discepoli in due categorie ben distinte.

Le vocazioni paradigmatiche (celibato e matrimonio) in ogni condizione di vita esprimono i consigli evangelici in modi complementari. Attraverso figure bibliche come Maria, Giuseppe, la donna cananea o la vedova povera, possiamo entrare intimamente nella logica della vita cristiana: seguire, donarsi, custodire il mistero di Dio nel quotidiano, lasciandoci accompagnare dalla sua compagnia”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV invita a riconoscere il grido del povero

“In questo Giubileo della spiritualità mariana, il nostro sguardo di credenti cerca nella Vergine Maria la guida del nostro pellegrinaggio nella speranza, guardando alle sue virtù umane ed evangeliche, la cui imitazione costituisce la più autentica devozione mariana. Come lei, la prima dei credenti, vogliamo essere grembo accogliente dell’Altissimo, ‘tenda umile del Verbo, mossa solo dal vento dello Spirito’. Come lei, la prima dei discepoli, chiediamo il dono di un cuore che ascolta e si fa frammento di cosmo ospitale. Attraverso di lei, Donna addolorata, forte, fedele, chiediamo di ottenerci il dono della compassione verso ogni fratello e sorella che soffre e per tutte le creature”: oggi pomeriggio in piazza san Pietro papa Leone XIV ha presieduto il Rosario per la pace in piazza san Pietro, riaffermando che nessuna ideologia, fede o politica può giustificare l’eliminazione del prossimo.

Infatti con le parole di p. Turoldo ha invitato a guardare alla Madre di Dio: “Guardiamo alla Madre di Gesù e a quel piccolo gruppo di donne coraggiose presso la Croce, per imparare anche noi a sostare come loro accanto alle infinite croci del mondo, dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli, per portarvi conforto, comunione e aiuto.

‘In lei, sorella di umanità, ci riconosciamo, e con le parole di un poeta le diciamo: Madre, tu sei ogni donna che ama; madre, tu sei ogni madre che piange un figlio ucciso, un figlio tradito. Questi figli mai finiti di uccidere’. Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Vergine della Pasqua, insieme a tutti coloro in cui continua a compiersi la passione di tuo Figlio”.

Nella Madre di Dio il credente impara l’obbedienza: “Nel Giubileo della spiritualità mariana, la nostra speranza si illumina della luce mite e perseverante delle parole di Maria che il Vangelo ci riferisce. E tra tutte, sono preziose le ultime pronunciate alle nozze di Cana, quando, indicando Gesù, dice ai servitori: Qualsiasi cosa vi dica, fatela’. Poi non parlerà più. Dunque queste parole, che risultano quasi un testamento, devono essere carissime ai figli, come ogni testamento di una madre”.

L’obbedienza consiste nel fare le cose: “Qualsiasi cosa Lui vi dica. Lei è certa che il Figlio parlerà, la sua Parola non è finita, crea ancora, genera, opera, riempie di primavere il mondo e di vino le anfore della festa. Maria, come un segnale indicatore, orienta oltre sé stessa, mostra che il punto di arrivo è il Signore Gesù e la sua Parola, il centro verso cui tutto converge, l’asse attorno al quale ruotano il tempo e l’eternità”.

Ecco la necessità di mettere in pratica la Parola di Dio: “Fate la sua Parola, raccomanda. Fate il Vangelo, rendetelo gesto e corpo, sangue e carne, fatica e sorriso. Fate il Vangelo, e si trasformerà la vita, da vuota a piena, da spenta ad accesa. Fate qualsiasi cosa vi dica: tutto il Vangelo, la parola esigente, la carezza consolante, il rimprovero e l’abbraccio. Ciò che capisci e anche ciò che non capisci. Maria ci esorta ad essere come i profeti: a non lasciare andare a vuoto una sola delle sue parole”.

Fare tale Parola significa anche disarmarsi: “E tra le parole di Gesù che non vogliamo lasciar cadere, una risuona in particolare oggi, in questa veglia di preghiera per la pace: quella rivolta a Pietro nell’orto degli ulivi: ‘Metti via la spada’. Disarma la mano e prima ancora il cuore. Come già ho avuto modo di ricordare in altre occasioni, la pace è disarmata e disarmante. Non è deterrenza, ma fratellanza, non è ultimatum, ma dialogo. Non verrà come frutto di vittorie sul nemico, ma come risultato di semine di giustizia e di coraggioso perdono”.

Perciò, rivolgendosi ai governanti, li invita ad attuare il disarmo: “Metti via la spada è parola rivolta ai potenti del mondo, a coloro che guidano le sorti dei popoli: abbiate l’audacia del disarmo! Ed è rivolta al tempo stesso a ciascuno di noi, per farci sempre più consapevoli che per nessuna idea, o fede, o politica noi possiamo uccidere. Da disarmare prima di tutto è il cuore, perché se non c’è pace in noi, non daremo pace”.

E’ stato un invito a guardare il mondo da un’altra angolatura, quella dei poveri: “E’ anche l’invito ad acquisire un punto di vista diverso per guardare il mondo dal basso, con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi; per guardare la storia con lo sguardo dei piccoli e non con la prospettiva dei potenti; per interpretare gli avvenimenti della storia con il punto di vista della vedova, dell’orfano, dello straniero, del bambino ferito, dell’esule, del fuggiasco. Con lo sguardo di chi fa naufragio, del povero Lazzaro, gettato alla porta del ricco epulone. Altrimenti non cambierà mai niente, e non sorgerà un tempo nuovo, un regno di giustizia e di pace”.

Che poi è quella del ‘Magnificat’: “Così fa anche la Vergine Maria nel cantico del Magnificat, quando posa lo sguardo sui punti di frattura dell’umanità, là dove avviene la distorsione del mondo, nel contrasto tra umili e potenti, tra poveri e ricchi, tra sazi e affamati. E sceglie i piccoli, sta dalla parte degli ultimi della storia, per insegnarci a immaginare, a sognare insieme a lei cieli nuovi e terra nuova”.

Questa è la beatitudine insegnata da Gesù: “Beati voi. Fate quello che vi dirà. E noi ci impegniamo affinché si faccia nostra carne e passione, storia e azione, la grande parola del Signore: ‘Beati voi, operatori di pace’. Beati voi: Dio regala gioia a chi produce amore nel mondo, gioia a quanti, alla vittoria sul nemico, preferiscono la pace con lui”.

E’ stato un incoraggiamento a proseguire sulla comune strada: “Coraggio, avanti, in cammino, voi che costruite le condizioni per un futuro di pace, nella giustizia e nel perdono; siate miti e determinati, non lasciatevi cadere le braccia. La pace è un cammino e Dio cammina con voi. Il Signore crea e diffonde la pace attraverso i suoi amici pacificati nel cuore, che diventano a loro volta pacificatori, strumenti della sua pace”.

E concludendo ha rivolto alla Madre di Dio, che è anche Regina della pace, una preghiera: “Prega con noi, Donna fedele, grembo sacro al Verbo. Insegnaci ad ascoltare il grido dei poveri e di madre Terra, attenti ai richiami dello Spirito nel segreto del cuore, nella vita dei fratelli, negli avvenimenti della storia, nel gemito e nel giubilo del creato.

Santa Maria, madre dei viventi, donna forte, addolorata, fedele, Vergine sposa presso la Croce dove si consuma l’amore e sgorga la vita, sii tu la guida del nostro impegno di servizio. Insegnaci a sostare con te presso le infinite croci dove il tuo Figlio è ancora crocifisso, dove la vita è più minacciata; a vivere e testimoniare l’amore cristiano accogliendo in ogni uomo un fratello; a rinunciare all’opaco egoismo per seguire Cristo, vera luce dell’uomo. Vergine della pace, porta di sicura speranza, Accogli la preghiera dei tuoi figli!”

Inoltre ai pellegrini di alcune diocesi italiani ha ribadito la necessità dell’evangellizzare il presente: “Si tratta di una frontiera necessaria soprattutto rispetto alle sfide dell’evangelizzazione. Certamente, il vissuto esistenziale, sociale ed ecclesiale delle vostre diocesi è diverso, dal momento che provenite da tre Regioni italiane che hanno una propria storia: tuttavia, anche se con accenti diversi, siamo tutti chiamati a interrogarci e ad immaginare nuove vie pastorali per un rinnovato annuncio del Vangelo, soprattutto per affrontare alcuni temi come la catechesi dell’iniziazione cristiana, il calo delle vocazioni al ministero ordinato, la partecipazione attiva dei laici alla vita ecclesiale, la presenza delle Comunità rispetto alla vita delle famiglie, dei poveri, del mondo del lavoro, e così via”.

E’ stata un’esortazione particolare quello dello stare vicino nella vita quotidiana: “Vi esorto perciò ad essere una Chiesa vicina al mondo del lavoro, compassionevole e incarnata, perché l’annuncio del Vangelo diventi presenza concreta di consolazione e di speranza, ma anche parola profetica che richiami l’importanza di garantire il lavoro a tutti, in quanto esso ‘è una dimensione irrinunciabile della vita sociale’

Carissimi, alcune urgenze pastorali e sociali su cui ho desiderato soffermarmi, seppur in modi diversi e secondo priorità differenti, interessano tutte le Chiese locali e chiamano ciascuna delle nostre Comunità cristiane a un risveglio dell’evangelizzazione e a un discernimento sulle forme di presenza ecclesiale nel territorio”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita le congregazioni a cogliere i segni dei tempi

“Quella dei vostri Istituti ‘è una testimonianza splendida e varia, nella quale si rispecchia la molteplicità dei doni elargiti da Dio a fondatori e fondatrici che, aperti all’azione dello Spirito Santo, hanno saputo interpretare i segni dei tempi e rispondere in modo illuminato alle esigenze via via emergenti’. Così Brigida di Gesù Morello, già nel diciassettesimo secolo, attraverso la formazione delle giovani, in tempi nei quali non sempre la società ne riconosceva appieno il valore, inaugurava un’opera di promozione della donna che avrebbe portato molti frutti nel futuro.

Allo stesso modo san Gaspare del Bufalo, due secoli dopo, a Roma, con le missioni popolari e con la diffusione della devozione al Sangue di Cristo, si impegnava a combattere il dilagante spirito di ‘empietà ed irreligione’ che affliggeva il suo tempo. Un’impresa simile affrontava, in Francia, padre Jean-Claude Colin, ispirandosi, nel suo apostolato, allo spirito di umiltà e nascondimento di Maria di Nazareth”.

Con queste parole papa Leone XIV, questa mattina, in udienza ha salutato i partecipanti ai Capitoli Generali ed Assemblee di varie Congregazioni e Istituti (quali missionari del Preziosissimo Sangue; Società di Maria (Maristi); Frati Francescani dell’Immacolata; e Orsoline di Maria Immacolata), ricordando l’opera dei fondatori nel sottolineare alcuni particolari di tali congregazioni: “Il primo è l’importanza, nella vocazione religiosa che condividete, della vita comune, come luogo di santificazione e fonte di ispirazione, testimonianza e forza nell’apostolato…

Non per nulla lo Spirito Santo ha ispirato a chi vi ha preceduto di unirsi a sorelle e fratelli che la Provvidenza ha posto sul suo cammino, perché nella comunione dei buoni il bene si moltiplicasse e crescesse. Così è stato agli inizi delle vostre fondazioni e lungo i secoli e così continua ad essere anche ora”.

L’altro aspetto riguarda la scelta religiosa, prendendo spunto da un sermone di sant’Agostino: “Il secondo aspetto su cui vorrei soffermarmi è il valore fondamentale, nella consacrazione religiosa, dell’obbedienza come atto d’amore. Gesù ce ne ha dato l’esempio nel suo rapporto col Padre: ‘Non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato’…

Oggi parlare di obbedienza non è molto di moda: la si considera una rinuncia alla propria libertà. Ma non è così. L’obbedienza, nel suo significato più profondo di ascolto fattivo e generoso dell’altro, è un grande atto d’amore con cui si accetta di morire a sé stessi perché il fratello e la sorella possano crescere e vivere.

Professata e vissuta con fede, essa traccia un cammino luminoso di donazione, che può aiutare molto il mondo in cui viviamo a riscoprire il valore del sacrificio, la capacità di rapporti duraturi e una maturità nello stare insieme che va oltre il ‘sentire’ del momento per cementarsi nella fedeltà. L’obbedienza è una scuola di libertà nell’amore”.

Infine il papa ha sottolineato la necessità di prestare attenzione ai ‘segni dei tempi’: “Infine, il terzo aspetto su cui vorrei soffermarmi è l’attenzione ai segni dei tempi. Senza questo sguardo aperto e sollecito sulle reali esigenze dei fratelli, nessuna delle vostre Congregazioni sarebbe mai nata. I vostri fondatori e fondatrici sono stati persone capaci di osservare, valutare, amare e poi partire, anche a rischio di grandi sofferenze, anche a costo di rimetterci del proprio, per servire i fratelli nelle loro reali necessità, riconoscendo nell’indigenza del prossimo la voce di Dio”.

E’ stato un invito a non dimenticare il motivo delle loro fondazioni, come aveva suggerito papa Francesco nella lettera apostolica sulla vita consacrata: “Per questo è importante per voi lavorare nella memoria viva di tali inizi coraggiosi, non nel senso ‘di fare dell’archeologia o di coltivare inutili nostalgie, quanto piuttosto di ripercorrere il cammino delle generazioni passate per cogliere in esso la scintilla ispiratrice, le idealità, i progetti, i valori che le hanno mosse’, individuandone potenzialità magari ancora inesplorate, per metterle a frutto nel servizio del ‘qui ed adesso’.

Carissimi, so quanto bene voi fate ogni giorno, in tante parti del mondo, un bene spesso sconosciuto agli occhi degli uomini, ma non a quelli di Dio! Ve ne ringrazio e vi benedico di cuore, incoraggiandovi a continuare con fede e generosità la vostra missione”.

(Foto: Santa Sede)

Padre Pietro Messa racconta le ‘profezie’ di san Francesco d’Assisi

Nell’attesa dell’elezione del nuovo pontefice è stato fisiologico il riapparire e circolare di una serie di predizioni e ipotetiche. Così quando papa Benedetto XVI terminò il suo pontificato venerdì 28 febbraio 2013 e vi era la sede vacante fino all’elezione di papa Francesco il 13 marzo successivo fu scontato il richiamo a Celestino V (1215-1296) che pochi mesi dopo essere stato eletto diede le dimissioni; meno immediato il rimando al beato Raimondo Lullo (1232-1316) che narra di un pontefice che si ritira a vita eremitica nel Romanzo di ‘Evast e Blaqueran’ (in traduzione italiana a cura di Simone Sari).

Meno conosciute sono alcune profezie attribuite a san Francesco d’Assisi inerenti i successori di san Pietro apostolo: vaticini diffusi soprattutto nel periodo dello scisma d’Occidente (1378-1417), ossia quando il papa fece ritorno a Roma e alcuni cardinali ad Avignone elessero un altro pontefice: “Fu un periodo molto tribolato nella storia della Chiesa tanto che l’esigenza di una riforma ecclesiale era desiderata e proclamata da tutti.

In questi anni turbolenti le profezie attribuite al Santo d’Assisi furono l’annuncio di una speranza, ossia che quel tempo di confusione e corruzione non sarebbe durato per sempre ma avrebbe avuto un termine”, ha sottolineato padre Pietro Messa, docente di Storia del francescanesimo presso la Pontificia Università Antonianum di Roma, nell’introduzione al libro ‘Francesco profeta. La costruzione di un carisma’ del prof. André Vauchez.

San Francesco ha mai parlato o si è mai rivolto espressamente, in scritti che lo riguardano, ai Papi?

“Nel Testamento composto nel 1226 pochi mesi prima di morire Francesco afferma che dopo la rivelazione avuta di vivere al modo del Vangelo fece scrivere tale forma di vita ‘con poche parole e con semplicità’ e il papa gliela confermò. Nella Regola poi dice che ‘promette obbedienza e riverenza al signor papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti ed alla Chiesa romana’. Tra i suoi scritti vi è uno ai reggitori dei popoli ma nessuno rivolto ai papi e questo perché volle sempre avere l’atteggiamento evangelico di minorità ed ecclesiale di obbedienza non solo verso il papa o i vescovi ma anche nei confronti dei semplici sacerdoti”.

In cosa consistono ‘Le profezie papali di san Francesco d’Assisi’?

“La vita santa di Francesco d’Assisi è stata scritta da vari biografi o più precisamente agiografi i quali hanno evidenziato anche il carisma profetico dell’Assisiate. Con il passare degli anni e dei secoli gli furono attribuite varie profezie nel significato di previsioni tra cui alcune inerenti anche elezioni di pontefici. Tutto ciò che ai nostri occhi appare strano ed esoterico in realtà era un modo per affermare che nonostante le grandi problematiche ecclesiali (soprattutto durante lo Scisma d’Occidente in cui vi era un papa a Roma e uno in Francia a Avignone) la storia non era in balia del caso ma vi fosse la presenza provvidente del Signore che alla fine avrà la meglio. Era un modo per affermare la speranza”.

Cosa significava per san Francesco il termine ‘profezia’?

“In quel tempo la profezia era innanzitutto la capacità di vedere in profondità la storia ma anche la creazione e soprattutto la Bibbia. In quest’ultimo caso profeta è nientemeno l’esegeta che studia i diversi significati della Scrittura e poi li annuncia mediante la predicazione; si tratta di colui che come Balaam, figlio di Beor è un ‘uomo dall’occhio penetrante’ (Numeri 24,15)”.

Come reagì l’Ordine francescano davanti a tali presunte profezie?

“Quando tali enunciati potevano essere collocati in una teologia della storia confacente all’Ordine minoritico erano accolti e persino ostentati mentre nel caso risultassero dirompenti oppure persino pericolosi venivano banditi”.

Nel libro c’è anche un capitolo dedicato a Cristoforo Colombo: quale è stato il rapporto tra Cristoforo Colombo e il santo di Assisi?

“Francesco d’Assisi dopo aver cambiato vita facendo misericordia con i lebbrosi si incamminò assieme ai primi fratelli esortando ad abbandonare i vizi e  vivere secondo le virtù del Vangelo. Tale predicazione si estese anche tra i non cristiani e così i francescani dopo alcuni decenni si trovarono nel cammino verso la terra di Cina. Quella parte del mondo frequentata da mercanti era vista anche come un luogo teologicamente importante per la predicazione del Vangelo e nel tentativo di raggiungerla navigando verso Ovest ecco Cristoforo Colombo si ritrovò in quella terra che sarà denominata America”.

Inoltre non è stato tralasciato l’esame del pensiero di Gioacchino da Fiore: quanto influì tale pensiero nell’ordine francescano?

“Soprattutto a motivo delle stimmate Francesco d’Assisi era presentato come un santo nuovo che diede inizio a un ordine nuovo. Con tale consapevolezza quando a metà del secolo XIII entrarono in contatto con gli scritti di Gioacchino da Fiore i frati Minori accentuarono una lettura escatologica della loro storia”.

Quindi i frati Minori furono gli osservanti della profezie di san Francesco?

“Certamente erano attenti a tali profezie e da esse traevano incentivo per le loro scelte essendo una carica carismatica considerevole. L’utilizzo che ne fecero non fu univoco: infatti alcuni le utilizzò per evidenziare il proprio ruolo anche ecclesiale sfociando a volte nella prepotenza. Altri invece per radicarsi ancora di più in uno stile evangelico in cui l’uso povero dei beni era considerato un aspetto importante. Questo mostra tutta l’ambivalenza delle profezie che facendo spesso uso del linguaggio simbolico si prestano non a un’interpretazione univoca ma equivoca ossia a più significati a volte persino contraddittori”.

Il Cantico delle creature può essere visto come una ‘profezia’?

“La profezia nella Bibbia è la parola detta da un uomo che parla a nome del Signore. In tal senso si può affermare che il Cantico composto ottocento anni fa da frate Francesco è veramente una visione penetrante della realtà. Infatti l’Assisiate lo compose dopo che l’Altissimo gli dette di riconoscere che l’ultima parola non erano le grandi tribolazioni e sofferenze che stava vivendo ma il paradiso il quale è nient’altro che essere con il Signore. Proprio come Gesù disse a colui che gli era accanto nelle crocifissione: Oggi sarai con me, in Paradiso”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Francesco invita ad essere pellegrini di speranza

“Mosso dallo Spirito, (Simeone) si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola”: anche oggi è stata pubblicata la catechesi dell’udienza generale che papa Francesco avrebbe dovuto tenere nell’Aula Paolo VI, annullata per il protrarsi del suo ricovero al Policlinico Gemelli.

Nel testo il papa ha sviluppato una riflessione sulla presentazione di Gesù al Tempio con l’invito ad essere come i genitori di Gesù, obbedienti alla legge di Dio: “Nei racconti dell’infanzia di Gesù, l’evangelista Luca ci mostra l’obbedienza di Maria e Giuseppe alla Legge del Signore e a tutte le sue prescrizioni. In realtà, in Israele non c’era l’obbligo di presentare il bambino al Tempio, ma chi viveva nell’ascolto della Parola del Signore ed ad essa desiderava conformarsi, la considerava una prassi preziosa”.

Era un atto di affidamento a Dio: “Così aveva fatto Anna, madre del profeta Samuele, che era sterile; Dio ascoltò la sua preghiera e lei, avuto il figlio, lo condusse al tempio e lo offrì per sempre al Signore. Luca dunque racconta il primo atto di culto di Gesù, celebrato nella città santa, Gerusalemme, che sarà la meta di tutto il suo ministero itinerante a partire dal momento in cui prenderà la ferma decisione di salirvi, andando incontro al compimento della sua missione”.

Però Maria e Giuseppe non affidano il proprio Figlio a Dio, ma Lo educano ed al contempo anche loro si educano: “Maria e Giuseppe non si limitano a innestare Gesù in una storia di famiglia, di popolo, di alleanza con il Signore Dio. Essi si occupano della sua custodia e della sua crescita, e lo introducono nell’atmosfera della fede e del culto. E loro stessi crescono gradualmente nella comprensione di una vocazione che li supera di gran lunga”.

Fecero ugualmente Anna e Simeone: “Nel Tempio, che è ‘casa di preghiera’, lo Spirito Santo, parla al cuore di un uomo anziano: Simeone, un membro del popolo santo di Dio preparato all’attesa e alla speranza, che nutre il desiderio del compimento delle promesse fatte da Dio a Israele per mezzo dei profeti.

Simeone avverte nel Tempio la presenza dell’Unto del Signore, vede la luce che rifulge in mezzo ai popoli immersi ‘nelle tenebre’ e va incontro a quel bambino che, come profetizza Isaia, ‘è nato per noi’, è il figlio che ‘ci è stato dato’, il ‘Principe della pace’, secondo la profezia di Isaia”.

In tal modo Simeone può ‘abbandonarsi’ nelle braccia di Dio attraverso la preghiera di lode: “Simeone abbraccia quel bambino che, piccolo e indifeso, riposa tra le sue braccia; ma è lui, in realtà, a trovare la consolazione e la pienezza della sua esistenza stringendolo a sé. Lo esprime in un cantico pieno di commossa gratitudine, che nella Chiesa è diventato la preghiera al termine della giornata”.

Questo può avvenire perché egli è testimone della fede: “Simeone canta la gioia di chi ha visto, di chi ha riconosciuto e può trasmettere ad altri l’incontro con il Salvatore di Israele e delle genti. E’ testimone della fede, che riceve in dono e comunica agli altri; è testimone della speranza che non delude; è testimone dell’amore di Dio, che riempie di gioia e di pace il cuore dell’uomo.

Colmo di questa consolazione spirituale, il vecchio Simeone vede la morte non come la fine, ma come compimento, come pienezza, la attende come ‘sorella’ che non annienta ma introduce nella vita vera che egli ha già pregustato e in cui crede”.

Lo stesso avviene per Anna: “Lo stesso succede anche ad Anna, donna più che ottuagenaria, vedova, tutta dedita al servizio del Tempio e consacrata alla preghiera. Alla vista del bambino, infatti, Anna celebra il Dio d’Israele, che proprio in quel piccolo ha redento il suo popolo, e lo racconta agli altri, diffondendo con generosità la parola profetica. Il canto della redenzione di due anziani sprigiona così l’annuncio del Giubileo per tutto il popolo e per il mondo”.

Quindi il papa ha concluso il testo con l’invito ad essere ‘pellegrini di speranza’: “Nel Tempio di Gerusalemme si riaccende la speranza nei cuori perché in esso ha fatto il suo ingresso Cristo nostra speranza. Cari fratelli e sorelle, imitiamo anche noi Simeone ed Anna, questi ‘pellegrini di speranza’ che hanno occhi limpidi capaci di vedere oltre le apparenze, che sanno ‘fiutare’ la presenza di Dio nella piccolezza, che sanno accogliere con gioia la visita di Dio e riaccendere la speranza nel cuore dei fratelli e delle sorelle”.

Intanto oggi, con un chirografo firmato lo scorso 11 febbraio, il papa ha istituito la ‘Commissio de donationibus pro Sancta Sede’, una nuova commissione “il cui compito specifico è quello di incentivare le donazioni con apposite campagne presso i fedeli, le Conferenze episcopali e altri potenziali benefattori, sottolineandone l’importanza per la missione e per le opere caritative della Sede Apostolica, nonché reperire finanziamenti da volenterosi donatori per specifici progetti presentati dalle Istituzioni della Curia romana e dal Governatorato dello Stato Città del Vaticano, ferme restando l’autonomia e le competenze proprie di ciascun Ente, secondo la normativa vigente”.

Nell’adempiere le sue funzioni la Commissione, avrà la funzione di “strumento di coordinamento di altre modalità di raccolta di fondi, istituzionalizzate o meno, come i contributi ai sensi del can. 1271 oppure l’Obolo di San Pietro, rispettando la natura e la finalità dei singoli Istituti”.

Riccardo Rossi racconta la Serva di Dio Luisa Piccarreta

“Figlia mia, oggi è la mia Nascita e son venuto per renderti felice colla mia presenza: Mi sarebbe troppo duro non rendere felice in questo giorno chi vive nella mia Divina Volontà, non darle il mio primo bacio e dirti ‘ti amo’, come contraccambio del tuo, e stringendoti forte al mio piccolo Cuore, farti sentire i miei palpiti che sprigionano fuoco, che vorrebbero bruciare tutto ciò che alla mia Volontà non appartiene; ed il tuo palpito facendo eco nel mio Mi ripete il tuo gradito ritornello:  ‘La tua Volontà regna come in Cielo così in terra’. Ripetilo sempre se mi vuoi rendere felice e quietarmi il mio pianto infantile. Guarda il tuo amore Mi ha preparato la culla d’oro, e gli atti nella mia Divina Volontà Mi hanno preparata la vestitina di luce, non ne sei contenta?”

Partiamo da questo pensiero ricavato dagli scritti della serva di Dio, Luisa Piccarreta, ‘comunicatole’ da Gesù il 25 dicembre 1928, per ‘scoprire’ la sua ‘figura’, in quanto lo scorso 10 agosto è stato rilasciato il nulla osta per la ripresa della sua Causa di Beatificazione, come è stato comunicato dal postulatore, mons. Paolo Rizzi:

“La Causa di Beatificazione della Serva di Dio Luisa Piccarreta non è mai stata chiusa, ma è sempre stata pendente presso il Dicastero della Cause dei Santi, il quale ne aveva sospeso temporaneamente l’iter canonico poiché il Dicastero per la Dottrina della fede, al cui studio erano stati sottoposti la spiritualità, il pensiero e gli scritti della Serva di Dio, nel 2019 segnalava che gli scritti presentavano alcune ambiguità di natura teologica, cristologica e antropologica che, pur non essendo di per se stessi errori dottrinali, richiedevano un’ulteriore valutazione.

Le risposte chiarificatrici della Postulazione ai menzionati rilievi, con il supporto di un teologo esperto in mistica, hanno consentito al Dicastero per la Dottrina della Fede di concludere che negli scritti e nel pensiero della Serva di Dio non si ravvisano affermazioni palesemente difformi dalla dottrina della Chiesa e nel giugno 2024 ha rilasciato il nulla osta per la ripresa della Causa, notificato formalmente dal Dicastero delle Cause dei Santi a questa Postulazione l’8 luglio 2024”.

Per comprendere meglio chi era Luisa Piccarreta abbiamo chiesto di raccontarci la sua vita al  giornalista Riccardo Rossi, volontario alla Missione ‘Speranza e Carità’ di fratel Biagio Conte: “Nacque a Corato, in Puglia, il 23 aprile del 1865 e morì il 4 marzo 1947. Aveva diversi fratelli, un padre e una madre buoni. Luisa fin da piccola era intensamente devota a Gesù. Sempre in tenera età sognava il demonio, in risposta, Luisa pregava tanto. Già a 12 anni comincia a sentire la voce di Gesù. All’età di 22 anni si è offerta come vittima perpetua”.

In quale modo viveva la volontà di Dio?

“Lei aveva il dono di vedere e parlare con Gesù che le ha chiesto di scrivere tutti i colloqui avuti con Lui, in modo che tutti leggendoli e meditandoli potessero capire che Gesù vuole la nostra volontà per darci la Sua Divina Volontà. Sono 36 diari: ‘Il Regno della Mia Divina Volontà in mezzo alle creature, Libro di Cielo. Il richiamo delle creatura nell’ordine, al suo posto e nello scopo per cui fu creata da Dio’. Quest’obbedienza le è costata molto perché non avrebbe voluto che tutti leggessero i suoi colloqui con Gesù”.

In quale modo il letto è diventato per lei un luogo di ‘contemplazione’?

“Lei ha vissuto circa 60 anni in un letto, pienamente abbandonata alla volontà di Dio Padre. Si è offerta come vittima, per assolvere lo stesso compito di Gesù, mitigare la Divina Giustizia nei confronti degli uomini. Successivamente il Signore le ha dato un nuovo incarico di girare spiritualmente nella Divina Volontà per preparare ed ottenere la venuta e il trionfo del suo Regno”. 

Quale era la spiritualità di Luisa Piccarreta?

“I suoi scritti non descrivono solo un itinerario di vita spirituale, ma sono la proclamazione del Decreto o Progetto eterno di Dio, che annuncia il compimento del suo Regno: il Regno della sua Volontà. Lei ha vissuto negli ultimi tempi, completamente immersa nella Divina Volontà, tanto da diventare rifermento per tutti noi che vogliamo vivere come Adamo ed Eva prima del Peccato Originale, o come ha vissuto la Madonna, immersi nel Divin Volere”. 

Come sei venuto a conoscenza della sua vita?

“Un mio amico, Nunzio, mi ha donato nella quaresima del 2022, il libro ‘Le 24 Ore della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo’ di Luisa Piccarreta e mi ha detto che leggendolo fuso in Gesù si potevano avere più doni, ma mi colpì molto il fatto che poteva guarirmi dalle mie ferite spirituali dell’infanzia. L’ ho letto, fuso in Gesù, per vari mesi.

Quando ho partecipato ad un cenacolo a ottobre del 2022 dei Piccoli Figli di Palermo, con la meditazione del Libro di Cielo, ho sentito che la Trinità era accanto a me quando ero piccolo e mio padre mi picchiava e nel mentre ho sentito oltre il dolore anche la gioia. Ho capito di avere avuto un miracolo di guarigione spirituale e che posso testimoniare, in particolare ai giovani, che Gesù non ci lascia mai soli”.

E quanto è stata importante la sua conoscenza per la tua vita?

“Fondamentale direi. Fratel Biagio, in collina, vicino all’Oasi della Speranza, mi aveva predetto che siccome ero stato molto vicino a lui sarei stato perseguitato e mi disse pure che anche io come lui, sono un martire spirituale. Nell’approcciare il ‘Libro di Cielo’ ho capito che le persecuzioni, sono in realtà predilezioni dell’amore di Dio che opera così per purgare le nostre anime verso la santità e per realizzare tante grazie.

Ho capito che proprio quando vieni colpito e quello il momento per migliorare nella fede, è facile avere fede quando tutto va bene, invece è nella prova che si misura. Da quando leggo questi libri ho avuto tanti doni, di più che in oltre vent’anni di vita cristiana. Ho capito che la cosa più importane non è pregare con tante parole e intenzioni, ma solo per l’Avvento del Regno di Dio, per affrettare la venuta di Gesù sulla terra”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Francesco: fare la volontà di Dio

“Con queste parole l’autore della Lettera agli Ebrei manifesta la piena adesione di Gesù al progetto del Padre. Oggi le leggiamo nella festa della Presentazione del Signore, Giornata mondiale della Vita Consacrata, durante il Giubileo della speranza, in un contesto liturgico caratterizzato dal simbolo della luce. E tutti voi, sorelle e fratelli che avete scelto la via dei consigli evangelici, vi siete consacrati, come ‘Sposa davanti allo Sposo… avvolta dalla sua luce’; vi siete consacrati a quello stesso disegno luminoso del Padre che risale alle origini del mondo… Riflettiamo allora su come, per mezzo dei voti di povertà, castità e obbedienza, che avete professato, anche voi potete essere portatori di luce per le donne e gli uomini del nostro tempo”.

Prendendo spunto dalla lettera agli Ebrei di san Paolo (‘Ecco io vengo… per fare, o Dio, la tua volontà’) papa Francesco nel pomeriggio ha celebrato la XXIX Giornata Mondiale della Vita Consacrata, che ricorre ogni anno nella festa della Presentazione di Gesù al tempio, in cui ha invitato sui tre voti, di cui il primo è la povertà: “Essa ha le sue radici nella vita stessa di Dio, eterno e totale dono reciproco del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Esercitando così la povertà, la persona consacrata, con un uso libero e generoso di tutte le cose, si fa per esse portatrice di benedizione: manifesta la loro bontà nell’ordine dell’amore, respinge tutto ciò che può offuscarne la bellezza (egoismo, cupidigia, dipendenza, l’uso violento e a scopi di morte) ed abbraccia invece tutto ciò che la può esaltare: sobrietà, la generosità, la condivisione, la solidarietà. E Paolo lo dice: ‘Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio’. Questo è la povertà”.

La seconda ‘luce’ riguarda la castità, che ha origine anche essa nella Trinità: “La sua professione, nella rinuncia all’amore coniugale e nella via della continenza, ribadisce il primato assoluto, per l’essere umano, dell’amore di Dio, accolto con cuore indiviso e sponsale, e lo indica come fonte e modello di ogni altro amore. Lo sappiamo, noi stiamo vivendo in un mondo spesso segnato da forme distorte di affettività, in cui il principio del ‘ciò che piace a me’ spinge a cercare nell’altro più la soddisfazione dei propri bisogni che la gioia di un incontro fecondo”.

La ‘castità’ consacrata è una ‘medicina’ che libera dal male: “Che medicina per l’anima è incontrare religiose e religiosi capaci di una relazionalità matura e gioiosa di questo tipo! Sono un riflesso dell’amore divino. A tal fine, però, è importante, nelle nostre comunità, prendersi cura della crescita spirituale e affettiva delle persone, già dalla formazione iniziale, anche in quella permanente, perché la castità mostri davvero la bellezza dell’amore che si dona, e non prendano piede fenomeni deleteri come l’inacidimento del cuore o l’ambiguità delle scelte, fonte di tristezza, insoddisfazione e causa, a volte, in soggetti più fragili, dello svilupparsi di vere e proprie ‘doppie vite’. La lotta contro la tentazione della doppia vita è quotidiana”.

Infine il papa ha offerto la ‘luce’ dell’obbedienza: “E’ proprio la luce della Parola che si fa dono e risposta d’amore, segno per la nostra società, in cui si tende a parlare tanto ma ascoltare poco: in famiglia, al lavoro e specialmente sui social, dove ci si possono scambiare fiumi di parole e di immagini senza mai incontrarsi davvero, perché non ci si mette veramente in gioco l’uno per l’altro”.

E’ stato un invito al dialogo: “Tante volte, nel dialogo quotidiano, prima che uno finisca di parlare, già esce la risposta. Non si ascolta. Ascoltarci prima di rispondere. Accogliere la parola dell’altro come un messaggio, come un tesoro, anche come un aiuto per me. L’obbedienza consacrata è un antidoto a tale individualismo solitario, promuovendo in alternativa un modello di relazione improntato all’ascolto fattivo… Solo così la persona può sperimentare fino in fondo la gioia del dono, sconfiggendo la solitudine e scoprendo il senso della propria esistenza nel grande progetto di Dio”.

E’ stato anche un invito a ritornare alle origini, cioè all’adorazione: “Ritorno proprio all’origine della nostra vita. In proposito, la Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci ricorda che il primo e più importante ‘ritorno alle origini’ di ogni consacrazione è, per tutti noi, quello a Cristo ed al suo ‘sì’ al Padre. Ci ricorda che il rinnovamento, prima che con le riunioni e le ‘tavole rotonde’ (si devono fare, sono utili) si fa davanti al Tabernacolo, in adorazione. Sorelle, fratelli, noi abbiamo perso un po’ il senso dell’adorazione. Siamo troppo pratici, vogliamo fare le cose, ma … Adorare. Adorare. La capacità di adorazione nel silenzio”.

Sempre nel pomeriggio il papa ha avuto un incontro online con alcuni giovani ucraini a Kyiv e in altre città dell’Europa e dell’America, secondo un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede, in cui il papa ha ricordato la vita di Oleksandr, giovane combattente di cui conserva il libretto del Vangelo e dei Salmi e il rosario ‘come reliquie’ sulla scrivania, ma ha anche domandato loro di avere sogni, esprimendo il suo desiderio di pace per l’Ucraina: ‘la pace si costruisce col dialogo, non stancatevi di dialogare’ ed anche se a volte è difficile, fare sempre lo sforzo di cercare il dialogo.

(Santa Sede)

XXVI Domenica del Tempo Ordinario: la vera obbedienza voluta da Dio

‘Che ve ne pare…?’  Gesù inizia così questa parabola nella quale introduce due figli diversi che incarnano altrettanti atteggiamenti nei confronti del Regno di Dio: da una parte  l’ipocrisia, che, in fondo, è solo disobbedienza e finisce con il colpire l’agire dei farisei; d’altra parte l’apparente ribellione del figlio, che finisce, in fondo, con accogliere il desiderio del Padre.

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