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La Cei chiede di investire nella cultura della pace
“All’inizio di questa sessione del Consiglio Episcopale Permanente il nostro primo pensiero va a Papa Francesco. Durante l’Adorazione Eucaristica, che, come di consueto, apre i nostri lavori, abbiamo voluto unirci alle richieste che in questi giorni le Chiese in Italia e quelle sparse nel mondo hanno rivolto al Signore per il Pontefice. Una vera e propria catena di preghiera che è partita il 23 febbraio scorso e che continua a livello locale e universale. L’affetto della Chiesa intera si è concretizzato infatti nella preghiera spontanea, che si leva dai credenti di tutto il mondo, e dal Rosario serale da Piazza San Pietro, che è diventato ormai un appuntamento popolare di fede e di attaccamento al Santo Padre”: con questo gesto di affetto il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ieri ha aperto la sessione invernale del Consiglio permanente della Cei, in cui ha ricordato la catena di preghiera per il Pontefice che sta unendo tutte le chiese particolari d’Italia.
Ed ha ricordato l’affetto dei fedeli per il papa: “Qualcuno, ricordando la commovente e drammatica preghiera del 27 marzo 2020, quando da solo Papa Francesco pregò per il mondo intero, mi ha scritto che adesso è il mondo intero che si unisce nella preghiera per lui. In questa condizione di fragilità la sua figura diventa ancor di più motivo di comunione…
Il popolo cristiano lo ama e siamo colpiti dal fatto che pure non credenti e fedeli di altre religioni si uniscano all’invocazione per la sua salute, considerandolo un apostolo di pace e di spiritualità. Anche noi oggi, quindi, vogliamo far arrivare al Papa l’attaccamento e la preghiera dell’intera Chiesa in Italia, perché senta forte la nostra vicinanza filiale insieme con la consolazione del Padre buono, che sempre si prende cura dei suoi figli, soprattutto nei momenti più difficili della vita”.
Nel prolusione ha evidenziato quattro temi di cui il primo riguarda il giubileo: “Siamo ormai nel vivo dell’Anno Santo. Tante persone stanno profittando di questo tempo favorevole per confrontarsi nuovamente con la buona novella del Signore Gesù, morto e risorto, e per vivere l’esperienza del perdono e della conversione: è questa l’ennesima possibilità per accostarsi al Signore con gesti concreti, a cominciare dal pellegrinaggio, e per crescere in fede, speranza e carità”.
Ed ha messo in guardia affinchè questo tempo non sia solo esteriorità: “Perché questa opportunità non si riduca a una successione di celebrazioni esteriori, non possiamo dimenticare che il Giubileo, nella sua radice biblica, aveva una chiara connotazione spirituale e sociale. La normativa del capitolo 25 del libro del Levitico aveva come obiettivo di porre un argine all’avidità e alla grettezza del cuore. Nessun debito è per sempre: ma soprattutto nessuno deve restare schiavo per tutta la vita”.
Il Giubileo richiama ad un fattore economico: “Riconoscersi fratelli significa consentire a chi è in difficoltà economica o sociale di tornare ad avere la dignità che è propria di ogni persona. La stessa logica si applica alla terra: non la si può sfruttare in modo intensivo, senza consentirle di riprendere le energie necessarie a dare frutto a suo tempo.
La terra non è nostra: è di Dio e va trasmessa al meglio alle generazioni future… La cura dei poveri, la liberazione dei prigionieri, la vista a chi vaga nelle tenebre dell’errore e della sofferenza diventano la ragione della missione di Gesù: ‘Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato’. I discepoli ereditano questa missione del Maestro”.
Richiamando la bolla giubilare il presidente della Cei ha chiesto provvedimenti per i detenuti: “Rinnoviamo la sua richiesta di iniziative che restituiscano speranza, come forme di amnistia o di condono della pena, volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società, ma anche percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un reale impegno nell’osservanza delle leggi. E’ una sollecitazione che coinvolge, in primo luogo, le nostre comunità cristiane chiamate a una rinnovata creatività e generosità per quanti sono pellegrini di speranza con noi”.
L’altro punto riguarda la pace: “Il mondo si trova immerso nella tragedia della guerra… Mentre va scomparendo la generazione che ha vissuto l’ultima Guerra Mondiale con il suo carico di odio e di dolore, rischiamo di perdere una memoria sana di quegli eventi e delle loro vere cause. La logica del più forte sembra prevalere e quasi diventa affascinante e accettata in modo acritico…
Questo non sembra il tempo in cui si condivide la coscienza di essere un’unica famiglia e, purtroppo, non ci si tratta da fratelli. Anzi ci si tratta da nemici e ci si esercita nell’arte della guerra più che in quella del dialogo. Il sogno, che nasce dal Vangelo di Gesù, è che i popoli e le persone formino un’unica famiglia e che si trattino da familiari”.
Ha richiamato i continui appelli del papa al multilateralismo: “Troppo si è disprezzato il dialogo tra governi, mentre le sedi internazionali d’incontro sono state svuotate di significato e prestigio, a partire dall’ONU. La parola è decisiva. Il linguaggio, quello internazionale e quello della comunicazione, è divenuto molto duro, aggressivo, mirando a colpire o screditare più che a creare le basi del dialogo. Parole come armi e parole senza o con poca verità. E’ molto importante, a proposito, il discorso del Papa ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno”.
E’ stato un richiamo a ‘riscoprire’ la necessità del linguaggio diplomatico: “Qui le radici della crisi della diplomazia e del dialogo, necessario per fare pace: vincere la babelizzazione dei linguaggi, frutto dell’egocentrismo nazionale, personale e di gruppo. Ho sperimentato con gioia come un cristiano, che parla un linguaggio sincero, ascolta e cerca di capire l’altro, può aprire una strada laddove si pensava di trovare un muro. Lo si sperimenta anche nella vita di ogni giorno, di fronte a situazioni presentate come difficili o irrisolvibili. Talvolta siamo pessimisti, ma il cristiano ha in sé, nelle sue parole e gesti, una potenziale grande capacità di pace e di bene”.
E’ stato un invito a riscoprire la cultura della pace: “Sono convinto, che in questo mondo globale o post-globale, quanto avviene negli scenari del mondo è connesso agli scenari quotidiani e ha una ricaduta su di essi. La globalizzazione, attraverso mille modi, forma e deforma. I messaggi di violenza, le immagini di guerra, l’esaltazione della forza o del vincente, il disprezzo per il debole hanno effetti sulla mentalità e i comportamenti. Talvolta i giovani, deprivati di modelli e maestri, sono recettori indifesi di questo modo di vivere”.
La Chiesa è impegnata ad implementare tale cultura: “Dobbiamo essere grati a tanti sacerdoti, consacrati e consacrate, educatori, catechisti, laici e laiche impegnati, che si dedicano silenziosamente e tenacemente alla crescita e all’animazione dei cristiani, ponendo le premesse di un’umanità migliore. Li ringraziamo per il servizio non protagonista, che forma persone generose e responsabili. Essere padri e madri non è mai protagonismo ma generatività… Bisogna suscitare uomini saggi, portatori di una cultura piena di umanità capace di resistere a una cultura aggressiva, competitiva, egocentrica, ‘predicata’ in modo martellante dalla macchina della propaganda”.
Per tale cultura occorre investire nel cantiere ‘Europa’, ricordando il ‘Codice Camaldoli’: “Questo popolo non solo prega per la pace e la chiede con forza, ma anche pensa al post-guerra: se vuoi la pace, prepara la pace! È questo il vero investimento di cui oggi abbiamo bisogno… E’ molto diversa oggi la situazione dei cattolici da quella del 1943, ma c’è la tentazione di accontentarsi delle proprie buone ragioni e dei propri buoni sentimenti, magari limitandosi a rimettere in ordine la “casa” con qualche sistemazione strutturale o accorpamento”.
Ed è stato chiaro sul nazionalismo: “Il nazionalismo è in contraddizione con il Vangelo. Per questo i Padri fondatori dell’Europa presero l’iniziativa dell’unificazione europea. L’Europa è una terra arata dal cristianesimo. Non rivendichiamo un’Europa confessionale, ma da credenti siamo a casa nostra nel processo europeo e vogliamo dare il nostro peculiare contributo sull’esempio dei Santi Cirillo e Metodio per un’Europa che può respirare bene solo con i due polmoni. Dobbiamo investire nel cantiere dell’Europa, che non sia un insieme di Istituzioni lontane, ma sia figlia di una lunga storia comune, sia madre della speranza di un futuro umano, non rinunci mai a investire nel dialogo come metodo per risolvere i conflitti, per non lasciare che prevalga la logica delle armi, per non consentire che prenda piede la narrazione dell’inevitabilità della guerra, per aiutare i cristiani e i non-cristiani a mantenere vivo il desiderio di una convivenza pacifica, per offrire spazi di dialogo nella verità e nella carità”.
Per questo è necessario che l’Europa sia unita: “Nel grande confronto globale, solo un’Europa unita può preservare l’umanesimo europeo. Diversi sono i modi di intenderlo, ma è la ricchezza dell’Europa, con la centralità della persona. Questo è un nodo centrale, nonostante visioni relativistiche e individualistiche vorrebbero far perdere la memoria del Vecchio Continente”.
Giorno del ricordo: la memoria è fondamentale
Oggi si è svolta al Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la celebrazione del ‘Giorno del Ricordo’, condotta dalla dott.ssa Valeria Ferrante edaperta dalla lettura, da parte dell’attrice Gaja Masciale, di due brani tratti dal libro ‘Le foibe spiegate ai ragazzi’ di Greta Sclaunich.
Durante l’evento sono stati proiettati estratti dal film ‘La bambina con la valigia’ e dal documentario ‘Rotta 230 – Ritorno alla terra dei Padri’, con l’invito del presidente della Repubblica italiana a far memoria di ciò che è avvenuto: “Ci incontriamo per rinnovare la Giornata del Ricordo: occasione solenne, che invita a riflettere su pagine buie del nostro passato, per conservare e rinnovare la memoria delle sofferenze degli italiani d’Istria, di Fiume, della Dalmazia, in un periodo tragicamente tormentato della storia d’Europa”.
Tutto è avvenuto a causa della guerra: “In quella zona a Oriente, così peculiare, dove, a fasi alterne, si erano incontrate, convivendo, comunità italiane, slave, tedesche e di tante altre provenienze, la violenza prese il sopravvento, trasformandola in una terra di sofferenza. La guerra porta sempre con sé conseguenze terribili: lutto, dolore, devastazione. Era stato così durante la Prima Guerra Mondiale, nella quale furono immolati, in una ostinata e crudele guerra di trincea, milioni di giovani d’entrambe le parti”.
Purtroppo la catastrofe causata dalla Prima Guerra mondiale non è servita da monito: “Ma quella lezione sanguinosa non aveva, purtroppo, indotto a cambiare. Perché ancor più disumani furono gli eventi del secondo conflitto mondiale, dove allo scontro tra eserciti di nazioni che si erano dichiarate nemiche, si sovrappose il virus micidiale delle ideologie totalitarie, della sopraffazione etnica, del nazionalismo aggressivo, del razzismo, che si accanì con crudeltà contro le popolazioni civili, specialmente contro i gruppi che venivano definiti minoranze”.
Fascismo e comunismo hanno condotto ad una violenza esacerbata, di cui le foibe sono il ‘simbolo’: “E, nelle zone del confine orientale, dopo l’oppressione fascista, responsabile di una politica duramente segregazionista nei confronti delle popolazioni slave, e la barbara occupazione nazista, si instaurò la dittatura comunista di Tito, inaugurando una spietata stagione di violenza contro gli italiani residenti in quelle zone. Di quella stagione, contrassegnata da una lunga teoria di uccisioni, arresti, torture, saccheggi, sparizioni, le Foibe restano il simbolo più tetro. E nessuna squallida provocazione può ridurne ricordo e dura condanna”.
Per questo il presidente Mattarella ha condannato la spietatezza dei ‘titini’: “Oltre a crudeli, inaccettabili casi di giustizia sommaria e di vendette contro esponenti del deposto regime fascista, la furia omicida dei comunisti jugoslavi si accanì su impiegati, intellettuali, famiglie, sacerdoti, anche su antifascisti, su compagni di ideologia, colpevoli soltanto di esigere rispetto nei confronti della identità delle proprie comunità. Di fronte al proposito del nuovo regime jugoslavo di sovranità sui territori giuliani, l’essere italiano diveniva un ostacolo, se non una colpa”.
Il monito è stato quello di non dimenticare: “La memoria storica è un atto di fondamentale importanza per la vita di ogni Stato, di ogni comunità. Ogni perdita, ogni sacrificio, ogni ingiustizia devono essere ricordati. Troppo a lungo ‘foiba’ ed ‘infoibare’ furono sinonimi di occultamento della storia.
La memoria delle vittime deve essere preservata e onorata. Naturalmente (dopo tanti decenni e in condizioni storiche e politiche profondamente mutate) perderebbe il suo valore autentico se fosse asservita alla ripresa di divisioni o di rancori”.
Però è necessaria una memoria condivisa: “Ogni popolo, ogni nazione, porta con sé un carico di sofferenze e di ingiustizie subite. Apprezziamo gli sforzi, fatti dagli storici dell’una e dell’altra parte, per avvicinarsi a una memoria condivisa. Ma, ove questo non fosse facilmente conseguibile, e talvolta non lo è, dobbiamo avere la capacità di compiere gesti di attenzione, dialogo, rispetto. Dobbiamo ascoltare le storie degli altri, mettere in comune le sofferenze, e lavorare insieme per guarire le ferite del passato”.
Per questo la memoria deve trasformarsi in azioni di pace: “Soltanto così potremo trasmettere ai giovani, idealmente, in questa Giornata del Ricordo (insieme all’orgoglio di una conseguita identità europea, tanto propria alle culture dei popoli del confine orientale) il testimone della speranza, incoraggiandoli a mantenere viva la memoria storica delle sofferenze patite da loro connazionali, adoperandosi perché vengano evitati errori e colpe del passato, promuovendo, ovunque rispetto e collaborazione…
La Repubblica guarda alle vicende drammatiche vissute dagli italiani di Istria, Dalmazia, Fiume con rispetto e con solidarietà, e lavoriamo, nell’Unione Europea, insieme alla Slovenia, alla Croazia e agli altri Paesi amici per costruire, ogni giorno, nuovi percorsi di integrazione, amicizia e fratellanza tra i popoli e gli Stati”.
Qualche giorno prima il presidente Mattarella si era recato a Gorizia e Nova Gorica per l’inaugurazione della Capitale europea della Cultura aveva sottolineato il compito della cultura: “Se la cultura, per definizione, non conosce confini, essa nasce, pur sempre, come espressione di una comunità ma aperta alla conoscenza, alla ricerca comune, ai reciproci arricchimenti. Sconfitti gli orrori dell’estremismo nazionalista, che tanto male ha prodotto in Europa, riemergono i valori della convivenza e dell’accoglienza”.
Solo con la cultura si può sconfiggere la guerra: “Sono i valori che possono opporsi all’oscurantismo della guerra e del conflitto che si è riproposto con l’aggressione russa all’Ucraina. Essere Capitale europea della cultura transfrontaliera – la prima con questa esperienza – significa avere il coraggio di essere portatori di luce e di fiducia nel futuro del mondo, dove si diffondono ombre, incertezze e paure. Significa che Nova Gorica e Gorizia indicano una strada di autentico progresso”.
Per questo il vescovo di Trieste, mons. Enrico Trevisi, ha invitato a fare scelte di cultura: “Abbiamo il dovere di prenderci cura del nostro cuore perché da esso sgorghino scelte di vita, per noi, per il nostro Paese e anche per altri Paesi e popoli. Scelte di cultura, di nobile politica. E queste, per natura loro, vogliono contaminare altri Paesi e popoli.
In Dio vogliamo ritrovare le energie e l’intelligenza, la sapienza per coniugare valori fondanti per una convivenza di giustizia e di pace, di libertà e di rispetto, anche per i più deboli, anche per chi non appartiene alla nostra lingua, cultura, religione. C’è un’appartenenza che Gesù ci ha insegnato: Dio si prende premura di questa umanità ferita. Voglio imparare da Gesù, e questo rende la mia fede unica: essa, nella fedeltà a Dio, mi protrae al prendermi cura di tutte le vittime, di tutti gli umiliati, di tutti gli oppressi”.
E’ un invito alla speranza, come quello formulato dall’arcivescovo di Gorizia, mons. Carlo Roberto Maria Redaelli: “Non dobbiamo però essere pessimisti e perdere la speranza. Ci sono ancora dei segni positivi: un paio di ore fa ero in piazza Transalpina, con i due presidenti della repubblica italiano e sloveno e tante persone, per l’avvio ufficiale di Nova Gorica e Gorizia insieme capitale europea della cultura. Un bel segno che speriamo faccia crescere qui da noi la voglia e l’impegno per la pace, la giustizia, la riconciliazione”.
(Foto: Quirinale)
I vescovi europei all’Europa per la rinascita di un nuovo umanesimo
Un appello a tutti, candidati e cittadini, a cominciare dai giovani che per la prima volta andranno a votare: “Non andare a votare non equivale a restare neutrali, ma assumersi una precisa responsabilità, quella di dare ad altri il potere di agire senza, se non addirittura contro, la nostra libertà”. Questa è la ‘lettera all’Unione Europea’ scritta in occasione della Giornata dell’Europa (9 maggio) congiuntamente dal card. Matteo Zuppi (presidente della Conferenza episcopale italiana) e da mons. Mariano Crociata (presidente della Commissione delle conferenze episcopali della Comunità europea), ricordando i principi ispiratori dei ‘padri fondatori’ con un tono confidenziale:
“Ti scriviamo perché abbiamo nel cuore un desiderio: che si rafforzi ciò che rappresenti e ciò che sei, che tutti impariamo a sentirti vicina, amica e non distante o sconosciuta. Ne hai bisogno perché spesso si parla male di te e tanti si scordano quante cose importanti fai! Durante il COVID lo abbiamo visto: solo insieme possiamo affrontare le pandemie. Purtroppo, lo capiamo solo quando siamo sopraffatti dalle necessità, per poi dimenticarlo facilmente! Così, quando pensiamo che possiamo farcela da soli finiamo tutti contro tutti”.
Dopo un excursus storico i presidenti dei due organi confessionali hanno ricordato il senso della comunità: “Cara Unione Europea, sei un organismo vivo; perciò forse viene il momento per nuove riforme istituzionali che ti rendano sempre più all’altezza delle sfide di oggi. Ma non puoi essere solo una burocrazia, pur necessaria per far funzionare organizzazioni così complesse come quella che sei diventata. Direttive e regolamenti da soli non fanno crescere la coesione”.
L’Europa deve ‘ritrovare’ un’anima: “Serve un’anima! In questi anni abbiamo visto compiere passi avanti significativi, quando per esempio hai accompagnato alcuni Paesi a superare le crisi economiche, ma abbiamo anche dovuto registrare fasi di stallo e difficoltà. E queste crescono quando smarriamo il senso dello stare insieme, la visione del nostro futuro condiviso, o facciamo resistenza a capire che il destino è comune e che bisogna continuare a costruire un’Europa unita”.
E’ un richiamo alla cura della pace, come hanno ammonito i papi e Robert Schuman all’inizio del percorso dell’unità europea: “In tutti questi anni siamo molto cambiati e facciamo fatica a capire e a tenere vivo lo spirito degli inizi. Dopo un così lungo periodo di pace abbiamo pensato che una guerra su territorio europeo sarebbe stata ormai impossibile. E invece gli ultimi due anni ci dicono che ciò che sembrava impensabile è tornato.
Abbiamo bisogno di riprendere in mano il progetto dei padri fondatori e di costruire nuovi patti di pace se vogliamo che la guerra contro l’Ucraina finisca, e che finisca anche la guerra in corso in Medio Oriente, scoppiata a seguito dell’attacco terroristico del 7 ottobre scorso contro Israele, e con essa l’antisemitismo, mai sconfitto e ora riemergente. Lo dice così bene anche la nostra Costituzione italiana: è necessario combattere la guerra e ripudiarla per davvero! Se non si ha cura della pace, rischia sempre di tornare la guerra”.
Ricordano che l’Europa è nata per eliminare i nazionalismi: “Tanti pensano di potere usufruire dei benefici che tu hai indubbiamente portato, come se fossero scontati e niente possa comprometterli. La pandemia o le periodiche proteste, ultima quella degli agricoltori, ci procurano uno sgradevole risveglio. Capiamo che tanti vantaggi acquisiti potrebbero svanire. Il senso della necessità però non basta a spingere sempre e tutti a superare le divisioni. Alcuni vogliono far credere che isolandosi si starebbe meglio, quando invece qualunque dei tuoi Paesi, anche grande, si ridurrebbe fatalmente al proverbiale vaso di coccio tra vasi di ferro”.
Invece lo stare insieme implica l’elaborazione di ideali comuni: “Per stare insieme abbiamo bisogno di motivazioni condivise, di ideali comuni, di valori apprezzati e coltivati. Non bastano convenienze economiche, poiché alla lunga devono essere percepite le ragioni dello stare insieme, le uniche capaci di far superare tensioni e contrasti che proprio gli interessi economici portano con sé nel loro fisiologico confrontarsi”.
Quindi appartenere ad uno Stato ed all’Europa non è in contrapposizione: “Eppure, le due appartenenze, quella nazionale e quella europea, si implicano a vicenda. La tua è stata fin dall’inizio l’Unione di Paesi liberi e sovrani che rinunciavano a parte della loro sovranità a favore di una, comune, più forte. Perciò non si tratta di sminuire l’identità e la libertà di alcuno, ma di conservare l’autonomia propria di ciascuno in un rapporto organico e leale con tutti gli altri”.
Ed hanno sottolineato l’apporto del cristianesimo nella costruzione dell’Europa: “Le nostre idee e i nostri valori definiscono il tuo volto, cara Europa. Anche in questo la fede cristiana ha svolto un ruolo importante, tanto più che dal suo sentire è uscito il progetto e il disegno originario della tua Unione. Come cristiani continuiamo a sentirne viva responsabilità; del resto troviamo in te tanta attenzione alla dignità della persona, che il Vangelo di Cristo ha seminato nei cuori e nella tua cultura. Soffriamo non poco, perciò, nel vedere che hai paura della vita, non la sai difendere e accogliere dal suo inizio alla sua fine, e non sempre incoraggi la crescita demografica”.
Non manca un passaggio sull’accoglienza dei migranti, sottolineando che spesso l’Italia è sola in questo compito: “Chi accoglie genera vita! L’Italia è spesso lasciata sola, come se fosse un problema solo suo o di alcuni, ma non per questo deve chiudersi. Prima o poi impareremo che le responsabilità, comprese quelle verso i migranti, vanno condivise, per affrontare e risolvere problemi che in realtà sono di tutti”.
In fondo l’accoglienza implica anche una rete relazionale: “Tu rappresenti un punto di riferimento per i Paesi mediterranei e africani, un bacino immenso di popoli e di risorse nella prospettiva di un partenariato tra uguali. Compito essenziale perché in realtà un soggetto sovranazionale come l’Unione non può sussistere al di fuori di una reciprocità di relazioni internazionali che ne dicano il riconoscimento e il compito storico, e che promuovano il comune progresso sociale ed economico nel segno dell’amicizia e della fraternità”.
Insomma la lettera è anche un appello a non disertare il voto per un nuovo umanesimo europeo: “Non andare a votare non equivale a restare neutrali, ma assumersi una precisa responsabilità, quella di dare ad altri il potere di agire senza, se non addirittura contro, la nostra libertà. L’assenteismo ha l’effetto di accrescere la sfiducia, la diffidenza degli uni nei confronti degli altri, la perdita della possibilità di dare il proprio contributo alla vita sociale, e quindi la rinuncia ad avere capacità e titolo per rendere migliore lo stare insieme nell’Unione Europea”.
Ottava edizione del Rapporto di ACS: ‘Perseguitati più che mai’
“Stavo ancora celebrando la Messa quando ho sentito le esplosioni. Ero sul sagrato, stavo mettendo l’incenso nel turibolo e mi stavo preparando a guidare la processione fuori dalla chiesa, quando ho sentito due forti boati e ho visto i miei parrocchiani in preda al panico correre in diverse direzioni. Qualcuno è corso da me e ha gridato: ‘Padre, ci sono degli sconosciuti armati!’ Non so quanti fossero, alcuni dicono sei, altri quattro, ma so che erano organizzati. Alcuni degli assalitori si sono confusi tra i parrocchiani e hanno pregato con noi durante la Messa, sapendo per tutto il tempo che avevano intenzione di ucciderci”.
Appelli ed accoglienza per l’Ucraina
“Fratelli e sorelle, abbiamo appena pregato la Vergine Maria. Questa settimana la città che ne porta il nome, Mariupol, è diventata una città martire della guerra straziante che sta devastando l’Ucraina. Davanti alla barbarie dell’uccisione di bambini, di innocenti e di civili inermi non ci sono ragioni strategiche che tengano: c’è solo da cessare l’inaccettabile aggressione armata, prima che riduca le città a cimiteri. Col dolore nel cuore unisco la mia voce a quella della gente comune, che implora la fine della guerra. In nome di Dio, si ascolti il grido di chi soffre e si ponga fine ai bombardamenti e agli attacchi! Si punti veramente e decisamente sul negoziato, e i corridoi umanitari siano effettivi e sicuri. In nome di Dio, vi chiedo: fermate questo massacro!”
Da Lesbo papa Francesco esorta all’ospitalità
A distanza di cinque anni papa Francesco è ritornato sull’isola di Lesbo per incontrare nuovamente i rifugiati di Mytilene, dove vivono ancora 2200 persone, di cui il 72% proviene dall’Afghanistan ed un terzo sono minori, come ha sottolineato mons. Joseph Printezis, vescovo di Naxos-Tinos, accogliendolo:
Riccardo Cristiano traccia lo sguardo profetico di papa Francesco sul mondo
‘L’alternativa a Bergoglio è la barbarie’: una frase sussurrata in confidenza da un amico teologo che insegna negli Stati Uniti è la scintilla che accende la riflessione sulla geopolitica (e non solo) di papa Francesco. ‘In Bergoglio o barbarie. Francesco davanti al disordine mondiale’ del vaticanista Riccardo Cristiano, che è stato anche corrispondente Rai dal Medio Oriente, lo sguardo sul cortile del nostro villaggio globale è illuminato da una ferma quanto drammatica convinzione: o Bergoglio, unico leader mondiale capace di indicare una visione globale, o barbarie.




























