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Dai vescovi siciliani e calabresi un invito ad abbattere l’indifferenza

Strage Cutro

“Sono sinceramente dispiaciuto di non poter prendere il largo con voi ad accarezzare le martoriate acque del Mare Nostro ancora scosse e scandalizzate dall’ennesima strage (non è una tragedia!) consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche di ieri e di oggi, colpevolmente dimentiche dei diritti inalienabili dell’essere umano, in violazione del diritto internazionale e delle convenzioni sul soccorso”: queste sono le prime parole dell’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, nel messaggio  inviato a ‘Mediterranea saving humans’ nel giorno in cui nel porto di Trapani si sono commemorate le persone che hanno perso la vita durante percorsi di immigrazione.

Mentre domenica 22 febbraio al porto di Trapani si è svolto un momento di preghiera interreligiosa per commemorare i migranti che hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale per il ciclone Harry o dei quali non si hanno notizie, promossa da ‘Mediterranea Saving Humans’.

Per commemorare le vittime la barca del soccorso civile ‘Safira’ è salpata percorrendo un tratto di mare, depositando fiori, “per accarezzare con dolcezza chi vi giace, per accogliere con compassione e rispetto chi arriverà sulle nostre coste senza più vita. Per chiedere a Dio, e al mare, di perdonarci per questo abominio” come hanno spiegato don Mattia Ferrari e Luca Casarini, rispettivamente cappellano e capomissione di Mediterranea.

Nella lettera mons. Lorefice ha sottolineato il ‘silenzio’ di tutti davanti a questa tragedia: “Il Vostro oggi (a seguito dei naufragi avvenuti nel Canale di Sicilia durante e dopo  il ciclone ‘Harry’, che hanno causato circa mille dispersi)  è un segno forte e prezioso, un richiamo chiaro a sconvolgere il silenzio e a svegliare il sonno degli occhi di noi tutti, narcotizzati da scelte politiche che pianificano l’oblio di quanti continuano ad attraversare il mare in cerca di vita, di libertà, di pace, forti del diritto di ogni uomo e di ogni donna alla mobilità”.

Senza troppi giri di parola l’arcivescovo palermitano ha sottolineato che tali stragi sono frutto di scelte politiche ‘disumane’: “Queste vittime (questi volti e questi corpi cancellati dei poveri) sono l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa e dell’Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono e di colpevolizzare come criminali quanti prendono il largo come ‘pescatori di uomini  di donne’ in balia delle onde. Questi corpi umani che il mare ha riconsegnato sono una chiara denuncia di chi per mera propaganda populista rivendica  il risultato della riduzione degli sbarchi”.

Per questo ha chiesto una reazione: “Di fronte a tutto questo siamo chiamati a reagire, non come esponenti di un partito o tifosi di una squadra, ma come donne e uomini che vogliono rimanere fedeli al senso dell’umano. E’ l’umanità a essere in gioco simbolicamente nel Mediterraneo (come non pensare in questo momento all’altra strage in atto della Striscia di Gaza!), quell’umanità che pare progressivamente sparire dall’orizzonte della politica contemporanea, dominata dalle derive nazionalistiche, dalla competizione spietata, dalla guerra ai poveri e ai migranti, dal rifiuto dell’altro. Sembrano essere questi oggi i principi dell’azione politica, esibiti senza vergogna, sbandierati come valori.

Non cessiamo di dare voce, con il nostro impegno concreto e operoso, a quanti nel Mediterraneo continuano a trovare morte piuttosto che vita. Diamo forma ai loro sogni”.

Per questo don Mattia Ferrari ha pregato per le vittime con rito cristiano e musulmano e con un’orazione civile: “Siamo in contatto con i familiari e gli amici di molte vittime: ci hanno chiesto di non dimenticarli, di pregare per loro, di restituire loro la dignità di fratelli e sorelle», ha aggiunto. «Per questo motivo, con Mediterranea Saving Humans e Refugees in Libya e con le Chiese della Sicilia, abbiamo deciso fare un gesto semplice e umile: andare in mare con la barca a vela Safira, già usata in missioni di soccorso e lì pregare per loro, con la S. Messa, una preghiera musulmana e un’orazione civile. Abbiamo pregato per le vittime e per i loro familiari e amici, abbiamo chiesto perdono a Dio e a loro per la nostra indifferenza e la nostra chiusura, e abbiamo invocato il dono della conversione dei cuori”.

Quindi davanti a tale tragedia nemmeno i vescovi calabresi hanno taciuto: “Lo diciamo con il dolore di pastori che riconoscono in quei corpi anonimi la dignità inviolabile di ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Lo diciamo con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità. Lo diciamo consapevoli che quello che sta accadendo non è una tragedia isolata”.

Davanti ad un aumento vertiginoso di vittime in mare i vescovi calabresi hanno chiesto ai fedeli di non abituarsi alle stragi: “Ai nostri fedeli chiediamo di non abituarsi. Di non lasciare che la notizia di un altro corpo trovato in spiaggia diventi ordinaria amministrazione. Il comandante Durante si è gettato tra le onde per recuperare quel che restava di un uomo. Vogliamo che la nostra Chiesa sia capace della stessa umanità. Dobbiamo pregare per alimentare la speranza, vincere la nostra indifferenza e aprire spazi di accoglienza prima di tutto nella nostra mente e nel nostro cuore”.

Per questo hanno chiesto corridoi umanitari: “Chiediamo alle istituzioni italiane ed europee di essere all’altezza della migliore tradizione di civiltà del nostro paese e del nostro continente che crede nella sacralità di ogni essere umano e soprattutto se in difficoltà lo accoglie e se ne prende cura. Chiediamo quindi di aprire corridoi umanitari sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria.

Chiediamo che le procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani ricevano ogni risorsa necessaria per dare un nome a chi è stato restituito dal mare e per accertare le responsabilità. Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore. Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio”.

Infine mons. Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes, nel terzo anniversario della strage di Cutro invita a riconoscere la dignità dei morti: “Ricominciamo a mettere mattoncini di umanità: riconosciamo la dignità dovuta almeno ai corpi, meglio di come è stato fatto finora, e consentiamo alle famiglie di piangere i loro cari”.

Il pensiero della Fondazione Migrantes va oggi alle centinaia di persone che si temono disperse nei giorni del ciclone ‘Harry’, i cui resti stanno riaffiorando lungo le coste della Calabria e della Sicilia. Come proposto nei giorni scorsi da alcune associazioni impegnate nel soccorso in mare, anche mons. Felicolo si appella alle autorità “affinché vengano fatti prelievi del DNA ai corpi che il mare ci sta restituendo e a tutti coloro che perdono la propria vita sulle rotte migratorie che toccano il nostro Paese.

Ciò consentirebbe di costituire una banca dati che permetterebbe ai familiari delle persone scomparse di identificarle e sapere dove andare a piangere i loro cari. Sono atti di pietas doverosi. E’ il minimo: non possiamo considerare normali queste morti”. La vicenda di Cutro e dei naufragi delle imbarcazioni messe in mare da chi lucra sulle speranze di migliaia di persone, una vicenda già in sé enorme e tragica, apre infatti una finestra ulteriore su un ‘orrore senza nome’.

Ciclone Harry e frana di Niscemi: la Chiesa al fianco delle comunità colpite

Il passaggio del ciclone mediterraneo Harry e il grave evento franoso che ha interessato il territorio di Niscemi hanno prodotto, tra il 19 e il 26 gennaio, una situazione di emergenza diffusa in diverse aree del Sud Italia, con un impatto significativo sulla sicurezza delle persone, sull’abitabilità dei territori e sulla tenuta delle comunità locali. Sicilia, Calabria e Sardegna risultano tra le regioni maggiormente colpite da piogge intense, frane, allagamenti, mareggiate e danni alle infrastrutture.

Particolarmente critica è la situazione di Niscemi, dove la frana che ha interessato il versante ovest del centro abitato ha comportato l’evacuazione di oltre 1.500 persone, costrette a lasciare le proprie abitazioni. Una condizione che, oltre all’emergenza immediata, apre interrogativi e bisogni legati al medio periodo, dall’accompagnamento delle famiglie sfollate alla tenuta dei legami sociali e comunitari.

Fin dalle prime ore dell’emergenza, Caritas Italiana, attraverso il Servizio Emergenze, ha attivato un costante raccordo con le Delegazioni regionali e le Caritas diocesane dei territori coinvolti, garantendo un monitoraggio continuo della situazione e una lettura condivisa dei bisogni emergenti.

La rete Caritas locale ha segnalato criticità diffuse che riguardano non solo i danni materiali ad abitazioni, strutture comunitarie e servizi, ma anche le ricadute sociali ed economiche sugli abitanti, in particolare sulle persone più fragili, sugli anziani e sui nuclei familiari costretti allo sfollamento.

In questo contesto, l’azione di Caritas si concentra sull’ascolto delle comunità colpite, sull’accompagnamento delle Caritas diocesane e sulla costruzione di percorsi di prossimità capaci di andare oltre la sola fase emergenziale. Alla luce del quadro emerso e delle esigenze raccolte sul territorio, Caritas Italiana ha deciso di attivare una raccolta fondi per sostenere gli interventi di emergenza e accompagnare le comunità colpite dal ciclone Harry e dalla frana di Niscemi.

Le risorse raccolte serviranno a supportare le Caritas diocesane coinvolte, a rispondere ai bisogni delle persone più vulnerabili e a contribuire a percorsi di sostegno sociale e comunitario nel medio periodo. Caritas Italiana continuerà a seguire con attenzione l’evoluzione della situazione, in stretto raccordo con la rete territoriale, fornendo aggiornamenti e mantenendo viva l’attenzione sulle comunità ferite da questa emergenza.

Mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della CEI, continuando a restare in contatto con le Chiese locali, ha sottolineato la necessità della cura: “Esprimiamo solidarietà e prossimità, ricordando che la questione ambientale è inscindibile da quella sociale: per avere a cuore la società dobbiamo prenderci a cuore il creato, che non è un semplice scenario, ma il frutto di una interazione tra l’uomo e la natura”.

Anche la diocesi di Roma ha espresso vicinanza concreta alla comunità di Niscemi, duramente colpita dai gravi eventi franosi degli ultimi giorni, che stanno mettendo a dura prova molte famiglie e l’intero territorio. Il card. Baldo Reina, vicario del papa per la diocesi di Roma, ha manifestato profonda solidarietà alla popolazione colpita, assicurando la partecipazione della Chiesa di Roma, ‘chiamata a presiedere nella carità’, ad un impegno condiviso di sostegno e prossimità verso chi sta vivendo ore di grande difficoltà.

E’ stata inoltre attivata una raccolta fondi per sostenere le prime necessità e accompagnare le comunità nel tempo, con particolare attenzione alle persone più vulnerabili. Un gesto di carità che diventa segno tangibile di una Chiesa che non resta a guardare, ma si fa prossima nelle ferite dell’umanità e della storia.

Anche la Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV ha espresso grande vicinanza e sincera partecipazione alle popolazioni colpite dal passaggio del ciclone Harry, che ha duramente segnato ampie aree dell’Italia, come ha sottolineato Paola Da Ros, presidente della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli: “La Società di San Vincenzo De Paoli è da sempre vicina a chi sperimenta la fragilità e desidera far giungere alle popolazioni colpite un messaggio di autentica solidarietà. I nostri soci e volontari, presenti in tutte le regioni interessate dal ciclone, si sono attivati fin dalle primissime ore per intercettare i bisogni più urgenti.

Ma il nostro operato non si esaurisce nell’aiuto materiale immediato. Accanto alle persone colpite scegliamo l’ascolto, la prossimità e un accompagnamento che guarda al futuro. Offriamo conforto, sostegno e presenza costante, con l’obiettivo di aiutare ciascuno a ritrovare fiducia e a intraprendere un percorso di uscita dalla condizione di disagio. E’ uno stare accanto che incoraggia e sostiene, senza sostituirsi, ma camminando insieme”.

Inoltre potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante i giorni del ciclone Harry, secondo l’aggiornamento della Mediterranea Saving Humans, sulla base di nuove testimonianze raccolte da Refugees in Libia e Tunisia, come ha denunciato la presidente Laura Marmorale: “Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito”.

(Foto: Caritas)

Per non dimenticare il naufragio di Lampedusa

Dal 2014, i morti e dispersi nel Mediterraneo sono stati in media circa 8 al giorno, pari a oltre 30.300 (secondo i dati di ‘Mediterranean/Missing Migrants Project’), molti dei quali bambini, bambine e adolescenti. In un contesto mondiale sempre più incerto, caratterizzato da guerre, persecuzioni, violenze, povertà estrema, crisi umanitarie, chi fugge per raggiungere un futuro possibile in Europa continua a rischiare la propria vita e quella dei propri figli, in mancanza di vie legali e sicure.

E per l’ong Save the Children, che ricorda oggi il naufragio avvenuto al largo di Lampedusa nel 2013, non è cambiato nulla: “Undici anni dopo il drammatico naufragio del 3 ottobre 2013 davanti alle coste di Lampedusa, in cui morirono 368 persone, purtroppo poche cose sono cambiate. In questi anni si sono susseguite le notizie di imbarcazioni affondate e di persone annegate, tra le quali troppo spesso vi erano bambini e bambine”.

Per scongiurare il ripetersi di tali tragedie, l’Organizzazione non Governativa continua a chiedere l’apertura di canali regolari e sicuri per raggiungere l’Europa e un’assunzione di responsabilità condivisa dell’Italia, degli altri Stati membri dell’Unione Europea e delle istituzioni europee affinché attivino un sistema coordinato e strutturato di ricerca e soccorso in mare per salvare le persone in pericolo, agendo nel rispetto dei principi internazionali e dando prova di quella solidarietà che è valore fondante dell’Unione Europea:

“Con guerre e conflitti che avanzano in maniera estremamente rapida, quella a cui assistiamo con profondo rammarico è una mancanza di impegno nei confronti dei trattati internazionali e del sistema globale di protezione dei rifugiati, richiedenti asilo da parte delle istituzioni europee e degli Stati Membri. L’approccio securitario e l’irrigidimento dei confini non fanno che rendere le condizioni di bambini e adolescenti, e tra loro dei minori stranieri non accompagnati, più precarie e pericolose”. 

Infatti nella scorsa primavera il Parlamento ed il Consiglio europeo hanno approvato il pacchetto di riforme del Patto europeo Asilo e Migrazione, norme che minano il diritto di asilo di minori e famiglie, come ha dichiarato Antonella Inverno, responsabile ‘Ricerca, Analisi e Formazione’ di Save the Children: “L’Unione e gli Stati membri dovrebbero ora concentrarsi sulla sua attuazione con un approccio incentrato sul rispetto dei diritti umani e dei diritti dei minori. Al contrario assistiamo alla stipula di accordi, come quello con l’Albania, che mettono le persone a rischio di detenzione prolungata e automatica, di mancato accesso a procedure di asilo eque e di ritardato sbarco. Le frontiere interne ed esterne dell’Unione Europea sono diventate luoghi di transito pericolosi, dove violenze, soprusi e violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno, così come accade sulle rotte che conducono in Europa”.

Quindi i dati: in quest’anno sono giunte in Italia via mare 48.646 persone rifugiate e migranti, di cui 5.542 minori stranieri non accompagnati; e nel sistema di accoglienza italiano al 31 agosto 2024 risultano presenti 20.039 minori stranieri non accompagnati-Msna, in calo rispetto al 31 agosto 2023, quando ce n’erano 22.599, ma in aumento rispetto allo stesso periodo di rilevazione del 2022 (17.668), secondo il secondo il ‘Cruscotto’ del Ministero dell’Interno aggiornato al 28 settembre.

Così nell’isola è stato realizzato, all’interno dell’hotspot di Contrada Imbriacola, in accordo con il Dipartimento ‘Libertà Civili’ del Ministero dell’Interno e la Prefettura di Agrigento, uno Spazio Sicuro a misura di minori, giovani donne e madri gestito da Save the Children, in partnership con Unicef e in collaborazione con Unhcr e con ‘D.i.Re’, nell’ambito del progetto Leaving Violence. Le attività sono realizzate in cooperazione con la Croce Rossa Italiana, ente gestore dell’hotspot.

Anche il ‘Safe Space’ è uno spazio a misura di minori, adolescenti e donne, volto a fornire supporto anche psicosociale a persone in situazioni di vulnerabilità. Rappresenta un luogo sicuro dove bambini e bambine possono giocare, partecipare alle attività, conoscere i loro diritti, interagire, socializzare, esprimere le loro opinioni, ma anche un luogo focalizzato sul supporto al ruolo genitoriale, sull’identificazione dei minori vulnerabili e delle famiglie che hanno bisogno di ulteriore sostegno.

Per non dimenticare Cutro

Oltre 300 persone, tra cui i parenti delle vittime e alcuni dei superstiti, hanno partecipato stamattina all’incontro organizzato dal giornale online ‘Crotone news’, nell’ora in cui è avvenuto il naufragio, per ricordare le 94 vittime della strage di Steccato di Cutro (Crotone) alla presenza anche dell’ambasciatore della Repubblica Islamica e dell’Afghanistan a Roma, Khaled Ahmad Zekriya. Sulla spiaggia sono stati sistemati i peluche che l’anno scorso furono lasciati dai cittadini al Palamilone, il palazzetto dello sport che ospitò le salme. Dopo un momento di preghiera islamica, sono state accese 94 candele, tante quante le vittime della strage di migranti.

Nel 2023 lungo la rotta del Mediterraneo Centrale sono morte 2.271 persone, secondo i dati dell’Oim (organizzazione internazionale delle migrazioni). Il barcone naufragò la notte tra il 25 e il 26 febbraio, quindi tra sabato e domenica. Ma a Frontex era arrivata già sabato sera la segnalazione di un’imbarcazione che si trovava a circa 40 miglia dalla costa.

Il barcone naufragato era stato avvistato e monitorato non per un’operazione di salvataggio, ma per un’operazione di polizia: due navi della guardia di finanza provarono a raggiungere l’imbarcazione per i controlli di polizia previsti dal protocollo, ma le condizioni del mare continuavano a peggiorare ed entrambe le imbarcazioni erano tornate indietro senza raggiungerlo. Un’inchiesta di ‘Altreconomia’ ha sottolineato questa ‘law enforcement’:

“Nel 2023 le autorità italiane hanno classificato come operazioni di polizia e non Sar (zone per le attività di Ricerca e Soccorso in mare) oltre 1.000 sbarchi, per un totale di quasi 40.000 persone, un quarto degli arrivi via mare. Nel 20 23 sono sbarcate sulle coste italiane 157.651 persone. E sempre nel 2023 le navi delle organizzazioni non governative hanno salvato e sbarcato in Italia neanche 9.000 persone. Poco più del 5% del totale. Anche nei mesi più intensi degli arrivi la quota delle ong è stata limitata. Le poche navi umanitarie intervenute sono state deliberatamente indirizzate verso porti lontani”.

Il presidente di Libera e del Gruppo Abele, don Luigi Ciotti, ha parlato del naufragio della democrazia: “Oggi sulla spiaggia di Cutro giace un altro relitto: sono le promesse naufragate dell’Europa dopo la tragedia di un anno fa. Sono i principi stessi di libertà, dignità e giustizia, divelti e abbandonati alla deriva, o condannati a incagliarsi nelle secche delle nostre coscienze assuefatte.

Ciò su cui la nostra democrazia si fonda, ormai affonda. Affonda insieme alle imbarcazioni di migranti che hanno continuato a naufragare senza fare notizia: l’Onu parla di una media di quattro morti al giorno nel Mediterraneo, negli ultimi due mesi. Affonda insieme alle verità che non si riescono a trovare, perché dopo un anno ancora ignoriamo se quelle persone si sarebbero potute salvare, e chi ha deciso di non farlo.

Affonda insieme alle attese dei famigliari e degli amici delle vittime: alcuni di loro avrebbero voluto tornare a Cutro a ricordare i compagni di viaggio scomparsi, ma sono bloccati senza passaporto in Germania, con vite ancora precarie, appese ai tempi della burocrazia”.

Questa burocrazia che favorisce le mafie: “C’è una gigantesca ipocrisia, nelle politiche italiane ed europee sull’immigrazione: da un lato ci si appella al diritto, dall’altro si calpestano i diritti. Si mortifica lo sforzo di chi, nell’assenza di un intervento pubblico via via smantellato, presidia le acque del Mediterraneo per salvare le persone in pericolo.

Mentre le Ong sono accusate di agevolare il traffico di migranti, si scende a patti con Paesi dittatoriali che in quel traffico sono direttamente coinvolti, traendone profitto su due fronti: quello legale degli accordi con l’Occidente, quello illegale degli affari con le mafie”.

Vanessa Pallucchi, portavoce del Forum nazionale del Terzo settore, ha ricordato l’impegno delle associazioni non governative: “A un anno dalla strage di Cutro in cui morirono circa 100 migranti, organizzazioni di Terzo settore e società civile sono in questi giorni assieme ai superstiti e ai famigliari dei naufraghi su quei luoghi di dolore e rabbia, dopo aver offerto loro supporto a seguito della tragedia.

Queste realtà sono quelle che soccorrono le persone in pericolo di vita al largo delle nostre coste, praticano quotidianamente l’accoglienza e promuovono l’integrazione dei migranti nei nostri territori, mantenendo vivo quel senso di umanità che troppe volte in questi anni abbiamo visto spegnersi di fronte a migliaia di vittime di viaggi disperati”.

Ed ha rivolto un appello al governo italiano per una collaborazione più organica: “Alle istituzioni continuiamo a chiedere un cambio di rotta nelle politiche migratorie a cui finora non abbiamo assistito, un approccio integrato che unisca il rafforzamento del soccorso in mare e la costruzione di un sistema serio di accoglienza e integrazione nel nostro Paese…

Ribadiamo inoltre la necessità di agire in modo efficace alla radice del fenomeno migratorio, facendo leva sul grande contributo che in questo senso può dare la cooperazione allo sviluppo”.

Mentre mons. Antonio Giuseppe Caiazzo, arcivescovo di Matera-Irsina e vescovo di Tricarico, ha scritto una riflessione diffusa in occasione di questo primo anniversario: “Quale monito dalla tragedia di Steccato di Cutro? Ora si celebrerà l’anniversario. Si riaccenderanno i riflettori per qualche ora, sentiremo le solite dichiarazioni, rivedremo, con gli occhi del ricordo e di uno sgomento non ancora spento, i corpi galleggianti: i ‘più fortunati’ recuperati, riconosciuti e seppelliti; tantissimi altri rimarranno senza nome in una tomba comune.

Il mare, che oggi accoglie e custodisce la loro memoria, domani giudicherà questo nostro tempo così grigio e disamorato della vita; questa umanità, non più popolata da amici, figli o fratelli che, riconoscendosi, si incontrano, ma da nemici che si scansano quando non si uccidono”.

Il vescovo ha ricordato che sono anni in cui si assiste a questi naufragi: “Sono almeno 40 anni che si assiste, a volte sgomenti, altre volte addolorati, altre volte, purtroppo, stanchi o meglio scocciati, nel vedere corpi senza vita recuperati in tutto il bacino del Mediterraneo.

C’è la morte sulle rotte tracciate nel nostro mare: partono dalle coste africane o da quelle dei Balcani per approdare su quelle siciliane o calabresi, a volte pugliesi… Purtroppo, ormai, siamo abituati a conoscere o, meglio, vedere i migranti solo quando arrivano sulle nostre terre, ma difficilmente si parla delle motivazioni che li portano a scappare”.

Ed ha evidenziato il ruolo della malavita organizzata nelle attraversate del Mediterraneo: “Oggi la malavita organizzata ha investito sui poveri disgraziati: sono una risorsa da sfruttare che rende bene con ‘carrette’ del mare, con il racket della prostituzione delle donne, del caporalato per gli uomini.

Se nei secoli precedenti le motivazioni che spingevano la nostra gente a spostarsi, dall’Italia in altri Paesi, erano sintetizzati nel sogno americano o australiano, oggi si scappa da povertà, miseria, guerre, ingiustizie, persecuzioni.

Sta emergendo sempre di più una nuova figura del migrante che è quella del rifugiato che scappa dai deboli regimi dittatoriali, da guerre civili che hanno procurato e continuano a procurare milioni di vittime senza che l’occidente sia adeguatamente informato e nel silenzio delle istituzioni europee e mondiali”.

Papa Francesco: Dio è Padre

“Martedì prossimo, 20 giugno, ricorre la Giornata Mondiale del Rifugiato, promossa dalle Nazioni Unite: con grande tristezza e tanto dolore penso alle vittime del gravissimo naufragio avvenuto nei giorni scorsi al largo delle coste della Grecia. E sembra che il mare fosse calmo. Rinnovo la mia preghiera per quanti hanno perso la vita e imploro che sempre si faccia tutto il possibile per prevenire simili tragedie. E prego anche per i giovani studenti, vittime del brutale attacco avvenuto contro una scuola nell’ovest dell’Uganda. Questa lotta, questa guerra dappertutto… preghiamo per la pace!”.

Dolore per il naufragio in Grecia: l’Europa sia all’altezza della situazione

“Provo tanto dolore per la morte dei migranti, tra cui molti bambini, nel naufragio avvenuto nel Mar Egeo. Dobbiamo fare tutto il possibile affinché i migranti che fuggono dalla guerra e dalla povertà non trovino la morte mentre cercano un futuro di speranza. In questa festa e in questo mese del Cuore di Gesù, chiediamo al Signore di rendere il nostro cuore simile al suo e di essere suoi strumenti perché Lui possa ‘passare facendo del bene’ a tutti”.

A Cutro una via Crucis per le vittime del naufragio contro l’indifferenza

Ieri, inaugurando il 40^ Anno Accademico dell’Università degli studi della Basilicata, il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, ha insistito affinché si dia una risposta al naufragio avvenuto pochi giorno prima davanti le coste calabresi, in cui hanno perso la vita finora 71 profughi, provenienti dalle zone di guerra:

Naufragio in Calabria: basta morti nel Mediterraneo

“Stamattina ho saputo con dolore del naufragio avvenuto sulla costa calabrese, presso Crotone. Già sono stati recuperati quaranta morti, tra cui molti bambini. Prego per ognuno di loro, per i dispersi e per gli altri migranti sopravvissuti. Ringrazio quanti hanno portato soccorso e coloro che stanno dando accoglienza. La Madonna sostenga questi nostri fratelli e sorelle. E non dimentichiamo la tragedia della guerra in Ucraina, già un anno è stato fatto di guerra. E non dimentichiamo il dolore del popolo siriano e di quello turco per il terremoto”.

Papa Francesco ai migranti: siate segno di umanità

Ultimo incontro di papa Francesco a Malta nel Centro migranti intitolato a san Giovanni XXIII, conosciuto anche come ‘Peace Lab’, fondato dal 1971 dal francescano p. Dionysus Mintoff, oggi è gestito da una organizzazione di volontari e può ospitare una cinquantina di migranti, che arrivano da Somalia, Eritrea e Sudan attraverso la Libia.

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