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Amendolara: per la Chiesa nessuno è merce

“Quattro uomini. Quattro vite. Quattro corpi ridotti in cenere sulla Statale 106, in quella striscia di Calabria che conosce il mare e conosce il sangue, spesso insieme. Quando ho appreso la notizia di quanto accaduto ad Amendolara, il cuore si è fermato un istante e poi ha ripreso a battere con il peso di una domanda che non trova risposta: come è possibile che un essere umano arda vivo, o venga dato alle fiamme da mani umane, e il mondo continui a girare come se niente fosse?”: all’indomani della tragedia avvenuta così inizia l’appello del vescovo della diocesi di Cassano all’Jonio, mons. Francesco Savino, vicepresidente della Cei.

Lunedì 1 giugno ad Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro giovani braccianti (tre afghani e un pakistano) sono stati uccisi in un minivan dato alle fiamme; avevano tra i 19 anni ed i 29 anni, come hanno scritto sul sito di ‘Vita non profit’ Giuseppe Cascardi, direttore della Caritas ed Angelo Palmieri, dell’Osservatorio per le povertà della diocesi di Cassano allo Ionio: “Questi ragazzi sono morti dentro un assetto sociale che rende possibile l’impensabile: lavorare senza tutele, vivere ammassati, dipendere da intermediari per spostarsi, mangiare, dormire, ricevere o non ricevere il salario”.

Sono stati bruciati vivi per ‘punizione’ i quattro braccianti uccisi, mentre erano impiegati nella raccolta delle fragole in Basilicata. I caporali che li sfruttavano hanno bloccato dall’esterno le portiere del minivan, gettato benzina e dato fuoco al veicolo, uccidendo così Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano. Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani, i loro caporali, con l’accusa di omicidio volontario plurimo.

L’unico sopravvissuto è un bracciante afghano che viveva con le vittime, riuscito a fuggire rompendo a testate un finestrino ed a scappare dal bagagliaio, riferendo che i caporali minacciavano lui e gli altri con coltelli e pistole per farli lavorare senza pagarli e che loro, invece, avevano chiesto più volte di essere pagati per il lavoro svolto nei campi di fragole: “Ci davano cibo e casa, ma non i soldi. Anzi: i caporali pretendevano anche cinque euro per il trasporto da Villapiana alle campagne dove dovevamo raccogliere la frutta”, nell’area agricola di Scanzano Jonico.

Secondo don Giuseppe Cascardi, vicario episcopale per la Carità della diocesi di Cassano all’Jonio, lo sfruttamento è ‘sistemico’: “Il settimo Rapporto ‘Agromafie e caporalato’ ricorda che nel 2023 il settore agricolo italiano valeva € 73.500.000.000 e contava 872.100 occupati, di cui 472.000 dipendenti e 423.000 indipendenti. Nello stesso comparto si stimano circa 200.000 lavoratori irregolari, con un tasso di irregolarità tra i dipendenti pari al 30%, mentre le donne lavoratrici potenziali vittime di sfruttamento sono circa 55.000. Il Rapporto precisa, inoltre, che questi dati sono verosimilmente sottostimati”.

Quindi questo tragico avvenimento dimostra che il caporalato è ‘potente’?

“Più che potente, il caporalato dimostra di essere profondamente radicato. Non nasce dal nulla e non vive soltanto dell’azione di pochi criminali. Si alimenta nelle zone grigie dell’indifferenza, del silenzio e della ricerca del profitto a ogni costo. La tragedia di Amendolara ci ricorda che quando il lavoro perde il suo volto umano e la persona viene considerata soltanto per la sua utilità economica, si aprono spazi per lo sfruttamento e per la violenza.

Già nel 2020 l’operazione ‘Demetra’ della Guardia di Finanza aveva mostrato l’esistenza di interessi criminali capaci di infiltrarsi nella filiera agroalimentare del nostro territorio. Quella vicenda avrebbe dovuto rappresentare per tutti un forte richiamo alla vigilanza e alla responsabilità”.

Caporalato che è sfruttamento, ma come si combatte?

“Si combatte certamente con la repressione dei reati, con controlli efficaci e con la tutela dei lavoratori. Ma non basta. Occorre un cambiamento culturale. Lo sfruttamento inizia quando smettiamo di vedere nell’altro una persona e lo consideriamo soltanto una forza lavoro.

Papa Leone XIV, nell’enciclica ‘Magnifica Humanitas’, richiama con forza la centralità della dignità umana e la necessità che ogni progresso economico e tecnologico sia sempre al servizio della persona e mai viceversa. La stessa logica vale per il mondo del lavoro: nessun interesse economico può giustificare la mortificazione della dignità umana”.

Però è possibile sconfiggere l’agromafia?

“Credo che nessun sistema criminale sia invincibile. Tuttavia non possiamo pensare che bastino le operazioni giudiziarie, pur indispensabili. Serve una rete di corresponsabilità che coinvolga istituzioni, imprese, associazioni, consumatori e comunità locali. L’agromafia prospera quando il profitto diventa l’unico criterio e quando nessuno si interroga sul costo umano di determinati meccanismi economici. Combatterla significa promuovere lavoro dignitoso, legalità e trasparenza lungo tutta la filiera”.

‘Chiedo anche a questa comunità, alla Calabria che soffre e che spesso si vergogna di sé stessa, di non voltarsi dall’altra parte. Di non cedere alla tentazione di considerare queste morti come qualcosa di distante, di estraneo, che riguarda altri. Quelle fiamme hanno bruciato sulla nostra terra’: nella lettera alla diocesi mons. Savino ha chiesto una mobilitazione. La popolazione è capace?

Io credo di sì. Condivido profondamente l’appello del nostro vescovo, quando scrive che ‘non possiamo restare spettatori’ e che ‘il silenzio è complicità’. Questa mobilitazione non è anzitutto una manifestazione pubblica, ma una mobilitazione delle coscienze. In questi anni abbiamo incontrato tante persone che desiderano una società più giusta e più umana. La vera sfida è trasformare la commozione del momento in impegno quotidiano, nella capacità di scegliere sempre la dignità della persona prima della convenienza”.

Dopo l’indignazione cosa è necessario per non dimenticare?

“Anzitutto chiamare queste vittime per nome. Non lasciare che diventino soltanto una notizia destinata a scomparire nel flusso dell’informazione. Per questo credo sia importante ricordare i loro nomi: Amin Fazal Khogjani, 28 anni; Ullah Ismat Qiemi, 19 anni; Safi Iayjad, 27 anni; e Waseem Khan, 29 anni. Dietro questi nomi ci sono volti, famiglie, speranze, sacrifici e il desiderio di costruire una vita migliore.

La memoria è una forma di giustizia. Non possiamo permettere che queste quattro giovani vite vengano archiviate come un fatto di cronaca. Come ho scritto nei giorni scorsi, dobbiamo imparare a chiamarli per nome, perché solo così possiamo riconoscere la loro dignità e sottrarli all’anonimato che troppo spesso accompagna le storie dei migranti sfruttati.

La Parola di Dio continua a porci la stessa domanda rivolta a Caino: ‘Dov’è tuo fratello?’ Il sangue degli innocenti continua a gridare dalla terra. Non dimenticare significa lasciarsi interrogare da quel grido, continuare a cercare la verità, pretendere giustizia e trasformare il dolore in responsabilità. Solo così la morte di Amin, Ullah, Safi e Waseem non resterà un episodio destinato ad essere dimenticato, ma diventerà una chiamata alla conversione delle coscienze ed alla costruzione di una società più giusta e più umana”.

Cosa può fare la Chiesa?

“La Chiesa è chiamata anzitutto a stare dalla parte delle vittime, ad ascoltare, accompagnare e dare voce a chi rischia di rimanere invisibile. Ma ha anche il compito profetico di denunciare tutto ciò che ferisce la dignità della persona. Papa Leone XIV ricorda che ogni autentico progresso deve custodire l’uomo e non sacrificarlo a logiche di potere o di profitto. E’ la stessa prospettiva che ispira l’impegno della Chiesa nei confronti dei lavoratori sfruttati e dei migranti.

Come Chiesa continuiamo ad annunciare che nessuno è uno scarto, nessuno è una merce e nessuno può essere ridotto a strumento. Di fronte alla morte di questi quattro giovani, il Vangelo ci chiede di riscoprirci custodi gli uni degli altri. Solo così il loro sacrificio non sarà dimenticato e potrà diventare una chiamata collettiva alla giustizia, alla fraternità e alla responsabilità”.

Per non dimenticare Marcinelle

Anche oggi, come ogni anno, ha risuonato 262 volte la campana al Bois du Cazier di Marcinelle, nel bacino carbonifero di Charleroi, in Belgio, durante la commemorazione del 67^ anniversario della tragedia dell’8 agosto 1956: un incendio sviluppatosi in una galleria della miniera, a quasi mille metri di profondità, costò la vita a 262 minatori, 136 dei quali italiani. I nomi dei lavoratori, in gran parte immigrati in Belgio da vari Paesi dell’Europa post bellica, sono scanditi, uno per uno.

Dai teologi un grido di profezia per il Mediterraneo

A metà giugno si è svolto a Molfetta un laboratorio di alcune facoltà teologiche del Mediterraneo, da cui è scaturito un documento in grado di offrire un contributo ‘teologico’ per contribuire a leggere quanto accade con spirito critico e profetico alla luce del Vangelo, in grado di denunciare il naufragio di civiltà che in esso si consuma, aprendo al riconoscimento del desiderio e della promessa di fraternità racchiusi in questo mare, dopo l’ultimo naufragio avvenuto nel mar Egeo:

La Resurrezione nel dramma teatrale di p. Giuseppe Scalella

“Pilato: Non mi parli? (pausa) Non è la prima condanna a morte che esegui, no? Che ti succede? Oltre alla parola hai perso anche il coraggio? E il tuo valore di soldato? E la grandezza di Roma?

Gallio: Quando finirà?…

Pilato: Finirà cosa, Gallio?… Com’è andata l’esecuzione?…

Gallio: Quando la smetteremo di uccidere innocenti?

Pilato: Gallio, la grandezza di Roma… ti sembra una cosa giusta mettersi contro i Giudei? In fondo… sono stati loro a volerlo, no?

Gallio: Tu non hai visto quell’uomo… Non lo hai visto morire… Io non ho mai visto morire uno, così… non l’ho mai visto… Gli altri due imprecavano atterriti dalla morte… lui… ‘Accoglimi’, ha detto…”.

Così inizia il dramma in ‘tre quarti’ per il teatro scritto dall’agostiniano p. Giuseppe Scalella, ‘Perché cercate tra i morti’, in collaborazione con l’attrice Giulia Merelli, che nasce “da una mia domanda che mi porto dentro da anni: delle lunghe ore trascorse a Gerusalemme tra la sera del venerdì (la morte di Cristo) e l’alba del primo giorno dopo il sabato (la resurrezione) nessuno ha mai parlato. Neppure coloro che scrissero i Vangeli”, specifica nella prefazione l’autore.

A lui chiediamo di raccontare come è nato questo testo: “Come scrivo nella prefazione questo lavoro nasce alla fine degli anni ’90. C’era una domanda che mi portavo dentro e che non riusciva mai a trovare una risposta: ma chi ha incontrato e conosciuto Gesù di Nazareth in Palestina duemila anni fa come avrà vissuto i giorni e le ore terribili, dall’arresto nel Getsemani fino al mattino del primo giorno dopo il sabato?

Il Vangelo non ci dice niente, ci racconta i fatti che si sono succeduti tra cui il rinnegamento di Pietro e i due di Emmaus che tornano a casa delusi e tristi. Ma niente di più. Sappiamo dal Vangelo che gli apostoli, dopo l’arresto, sono scappati tutti, eccetto Giovanni e Pietro che forse l’avranno seguito ma senza farsi vedere. Dei due di Emmaus il Vangelo di Luca dice che erano ‘col volto triste’ e quella tristezza mi ha sempre intrigato perché non sarà stato facile capire il senso di quegli eventi, come non è facile per noi, nonostante duemila anni di storia.

Come succede spesso a chi scrive, è facile non essere soddisfatti delle prime stesure e allora si lascia che l’idea decanti. Come il vino. Così è stato per me. Poi sopravvengono gli impegni e poi un periodo di calma in cui si riprende. Mi è capitato poi di incontrare Giulia Merelli, un’attrice di teatro e con lei ho potuto procedere alla stesura definitiva. Adesso forse bisognerà metterlo in scena. Chissà?”

Perché hai raccontato proprio le ore del Venerdì Santo?

“Più che raccontare ho cercato di immaginare il luogo dove possono essersi ritrovati e le cose che si son detti in quelle ore. E anche perché è l’evento più drammatico di tutta la vicenda di Gesù e di quelli che l’hanno seguito. Ho immaginato tre luoghi: il pretorio di Pilato e il dialogo con Gallio, il tribuno che ha eseguito la crocifissione e che si converte dopo aver visto non tanto la morte di Gesù ma il modo con cui Gesù affronta il supplizio e muore;

la casa di Maria, madre di Giacomo dove si sono ritrovati la Maddalena, Lazzaro e le sorelle e la loro disperazione di fronte a quello che è successo; e poi il cenacolo con qualcuno dei dodici e con Maria, la madre di Gesù. Sono i tre quadri del dramma ma forse il più bello è quest’ultimo perché Maria che aveva capito più degli altri il senso di quello che era accaduto, cerca in tutti i modi di prepararli a quello che sarebbe accaduto dopo”.  

Cosa muove i protagonisti del dramma?

“Secondo me, quello che muove noi. Perché noi seguiamo Cristo? Perché l’umanità oggi lo cerca? Se lui non c’entrasse niente con la vita non lo cercherebbe più nessuno, neppure noi. Loro si domandavano: il Maestro è morto… e noi? Che ne sarà di noi? Se Cristo ci venisse tolto, sarebbe così anche per noi?”

In quale modo si può credere che la morte è vinta?

“C’è un solo modo: se si incontra un uomo risorto. Quegli uomini e quelle donne avevano bisogno di vedere Gesù risorto. Come noi oggi abbiamo bisogno di vederlo presente. Si può morire in tanti modi nella vita, come per esempio uno che si droga o si dà al gioco e all’alcol, ma anche chi ha perso la speranza, ma vederlo rinascere (e io ne ho visti tanti) è davvero sconvolgente. Ma non basta. Anche gli apostoli hanno visto Gesù risorto ma non è bastato. Ci vuole qualcosa che Dio fa accadere come per loro l’evento dello Spirito a Pentecoste”.

‘Ma adesso chiediamo tutti… chiediamo che la morte non vinca in noi… che lo sconforto e la devastazione siano le occasioni buone per partecipare della sua vittoria… e la sua vittoria in noi verrà… verrà come l’alba… ma verrà…’: con queste parole Maria si rivolge al pubblico nella scena conclusiva che lascia spazio alla speranza. Cosa ci si attende dall’alba della Resurrezione?

“Una cosa soltanto: incontrare la risposta alle domande che la vita pone. La vita è spietata e non dà tregua e continuamente sfida la nostra umanità. E pone domande. Lo vediamo oggi più che mai. Tutti attendiamo una risposta ma non una risposta qualsiasi o teorica. Deve essere una risposta all’altezza di quelle domande. E non può essere mai scontata. Insomma: chi può rendermi davvero felice?”

(Tratto da Aci Stampa)

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