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Sant’Antonino Fantosati, un francescano in Cina
“Come qualificare l’operato missionario di Antonino Fantosati (1842-1900), frate minore e vescovo in Cina per oltre un trentennio? E l’interrogativo principale che guida la ricerca di Erica Cecchetti, interessata in particolar modo a comprendere se ‘la figura di Fantosati possa essere assimilata a quella di un eroe o di un colonizzatore, del passeur o del conquistatore’. Se nel suo caso, cioè, si sia prodotta una autentica ‘ibridazione’ delle differenze: un adattamento del messaggio, una sua inculturazione e anche una autentica localizzazione del medesimo. Se il missionario si sia concentrato unicamente sul proselitismo religioso, oppure abbia indirizzato il suo sguardo anche sulla realtà culturale, sociale, politica, economica e ambientale della Cina ottocentesca, protesa alla modernizzazione politico economica e scientifica, complice l’invadenza di una internazionalizzazione imposta dell’imperialismo europeo”.
Questo è l’inizio della prefazione di fra Giuseppe Buffon, professore ordinario di Storia della Chiesa e vicerettore della Pontificia Università Antonianum di Roma, al volume ‘Antonino Fantosati, un francescano in Cina (1842-1900)’ della dott.ssa Erica Cecchetti, sinologa ed assegnista di ricerca in ‘Lingua e cultura cinese’ al dipartimento dell’Istituto Italiano di Studi Orientali della Sapienza Università di Roma, di cui il primo ottobre è ricorso il venticinquennale della sua canonizzazione e sarà ricordato domani alle ore 17.00 presso il convento San Martino a Trevi:
“Nei primi giorni di luglio del 1900, Fantosati cade vittima del furore convulso delle rivolte popolari. Simboli religiosi erano stati impiegati per qualificare sia i rivoltosi (‘diavoli impazziti’), sia i missionari europei, ‘spiriti maligni’, ottenendo un conflitto di sguardi, che, almeno fino ad allora, era stato vantaggioso agli europei assai più che alla popolazione cinese. Il vero vincitore, non c’è dubbio, era l’interesse economico del nazionalismo rampante”.
Alla dott.ssa Erica Cecchetti, chiediamo di spiegarci il motivo di questo libro su sant’Antonino Fantosati: “Antonino Fantosati è stato un missionario francescano umbro che ha trascorso 33 anni in terra cinese e che ha svolto un ruolo importante nella storia delle missioni cattoliche in Cina nella seconda metà del 1800. La sua vicenda personale, ricostruita grazie al carteggio con i suoi interlocutori europei e cinesi, è ricca di spunti di riflessione e dettagli inediti sulla storia delle relazioni sino-cattoliche con particolare riferimento alle province dell’Hubei e dell’Hunan meridionale.
A 25 anni dalla sua canonizzazione, avvenuta nel 2000 da parte di papa san Giovanni Paolo II, questa ricerca si propone di gettare luce sulle vicende storiche che hanno caratterizzato la sua presenza in Cina, nella personale evoluzione da semplice frate di campagna a vescovo e vicario apostolico. Il francescano perse la vita in occasione della rivolta dei Boxer del 1900 ed è il primo francescano nato in Umbria (a Trevi, provincia di Perugia) ad essere stata canonizzato dopo san Francesco d’Assisi”.
Perchè scelse di andare in Cina?
“La sua scelta, compiuta quando aveva appena 25 anni, fu motivata da una proposta pervenuta dall’allora Amministratore Generale dell’Ordine dei Frati Minori Bernardino da Portogruaro”.
Quali ‘strategie linguistiche’ adoperò per diffondere il Vangelo?
“Il ritrovamento di un catechismo trilingue a lui appartenuto, contenente una versione del catechismo della Chiesa Cattolica in lingua cinese in uso in Cina al tempo, corredata da una traduzione in latino ed una versione a fronte in cinese romanizzato realizzata da lui stesso (per romanizzazione si intende una trascrizione fonetica in lettere latine del cinese locale parlato nella sua zona di missione) è un interessante esempio delle strategie linguistiche impiegate dai missionari occidentali al tempo in missione presso l’Impero Qing.
I missionari, che apprendevano il cinese direttamente sul luogo di missione dopo l’arrivo, si trovavano a combattere con le difficoltà dell’apprendimento di una lingua complessa ed affascinante e, per questo motivo, l’adozione di una trascrizione fonetica della pronuncia gli consentiva di comunicare più efficacemente in cinese. La versione ‘alfabetizzata’ del catechismo cinese secondo la pronuncia locale è prova di una importante strategia linguistica adottata dal frate nell’esercizio del suo ministero”.
Quali sono stati i risvolti sociali della sua ‘strategia’ evangelizzatrice?
“L’utilizzo di una versione romanizzata del catechismo mostra come il francescano si fosse dotato di una versione alfabetizzata della lingua ideografica per agevolare la propria missione evangelizzatrice, rendere possibile la predicazione e la diffusione del catechismo e, in alcuni casi, come avvenne su iniziativa del francescano missionario suo contemporaneo Eligio Cosi (OFM, 1818-1885), si ipotizza che potesse fornire ai cinesi più poveri e ai seminaristi locali una versione del cinese alfabetizzata ‘semplificata’ e non logo grafica”.
In cosa consisteva la sua opera apostolica nello Hunan, provincia della Cina centrale?
“Presso l’Hunan Fantosati ricoprì il ruolo di vescovo e vicario apostolico, occupandosi della cura delle comunità cattoliche cinesi presenti nell’area, dell’opera di evangelizzazione e, soprattutto, di numerose opere di sostegno alle popolazioni più povere dei villaggi rurali presso cui prestava il suo servizio. Tra queste, le più importanti erano gli orfanotrofi e le opere della Santa Infanzia”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV ricorda l’importanza dell’archeologia cristiana
“Ricorrono oggi cent’anni da quando il mio venerato predecessore Pio XI, nel Motu proprio ‘I primitivi cemeteri di Roma cristiana’, ricordava come ‘i Romani Pontefici riguardarono sempre come loro stretto dovere la tutela e la custodia’ del patrimonio sacro, in particolare i ‘cemeteri sotterranei comunemente appellati Catacombe’, senza trascurare ‘le basiliche fiorite entro le mura della Città di Roma con i loro grandiosi mosaici, le serie innumerevoli delle iscrizioni, le pitture, le sculture, la suppellettile cemeteriale e liturgica’. Nel medesimo documento Pio XI menzionava il ‘non mai abbastanza lodato Giovanni Battista de Rossi’ e ‘l’infaticabile investigatore delle sacre romane antichità Antonio Bosio’, cioè gli iniziatori dell’archeologia cristiana”: lo ha detto papa Leone XIV ai professori, studenti e familiari del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana ricevuti in occasione dei 100 anni di attività.
Quindi nella festa di san Damaso patrono dell’Istituto, il Papa ha ricordato quanto l’archeologia possa essere parte della diplomazia della cultura e occasione di riflessioni sulle radici cristiane dell’Europa:: “In quella occasione il papa aveva deliberato di aggiungere alla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e alla Pontificia Accademia Romana di Archeologia il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, al fine di ‘indirizzare giovani volenterosi, di ogni paese e nazione, agli studi e alle ricerche scientifiche sopra i monumenti delle antichità cristiane’. A un secolo di distanza, tale missione è più che mai viva, grazie anche ai congressi internazionali di archeologia cristiana, attraverso i quali l’Istituto promuove gli studi in una disciplina che è caratterizzante non solo per le scienze storiche, ma anche per la fede e per l’identità cristiana”.
Proprio in questo giorno il papa ha pubblicato una lettera, della quale ha puntualizzato alcuni punti: “In primo luogo, l’insegnamento di ‘Archeologia cristiana’, inteso come lo studio dei monumenti dei primi secoli del Cristianesimo, ha un proprio statuto epistemologico per le sue specifiche coordinate cronologiche, storiche e tematiche. Ciò nonostante, notiamo che in altri contesti tale insegnamento viene inserito nell’ambito dell’archeologia medievale.
Al riguardo, suggerisco di farvi sostenitori della specificità della vostra disciplina, in cui l’aggettivo ‘cristiana’ non vuole essere espressione di una prospettiva confessionale, bensì qualifica la disciplina stessa con una propria dignità scientifica e professionale”.
Inoltre l’archeologia cristiana è uno ‘strumento’ per valorizzare l’ecumenismo, ricordando il suo primo viaggio apostolico: “L’archeologia cristiana, inoltre, è un ambito di studio che riguarda il periodo storico della Chiesa unita, per cui può essere un valido strumento per l’ecumenismo: infatti, le diverse Confessioni possono riconoscere le loro comuni origini attraverso lo studio delle antichità cristiane e fomentare così l’aspirazione alla piena comunione.
A tal proposito, ho potuto fare questa esperienza proprio nel mio recente viaggio apostolico, quando a İznik, l’antica Nicea, ho commemorato il primo Concilio ecumenico insieme con i rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali. La presenza dei resti degli antichi edifici cristiani è stata per tutti noi emozionante e motivante. Su questo tema, ho apprezzato la giornata di studio che avete organizzato in collaborazione con il Dicastero per l’Evangelizzazione”.
Ecco che l’archeologia cristiana può diventare una ‘diplomazia della cultura’: “Vi esorto, altresì, a prendere parte, attraverso i vostri studi, a quella “diplomazia della cultura”, di cui il mondo ha molto bisogno ai nostri giorni. Attraverso la cultura l’animo umano oltrepassa i confini delle nazioni e supera gli steccati dei pregiudizi per mettersi al servizio del bene comune. Anche voi potete contribuire a costruire ponti, a favorire incontri, ad alimentare la concordia”.
Ed a distanza di 100 anni ecco un altro giubileo: “Pertanto il vostro Istituto, in un certo senso, si trova idealmente proteso tra la pace e la speranza. Ed in effetti voi siete portatori di pace e di speranza dovunque operate con i vostri scavi e le vostre ricerche, così che, riconoscendo il vostro vessillo bianco e rosso con l’immagine del Buon Pastore, vi possano spalancare le porte non solo in quanto portatori di sapere e di scienza, ma anche come annunciatori di pace”.
Mentre nella lettera il papa ha ricordato la formazione offerta da questo Istituto Pontificio: “In tutti questi anni, il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana ha formato centinaia di archeologi del cristianesimo antico provenienti, come gli stessi professori, da tutte le parti del mondo, i quali, rientrati nei propri Paesi, hanno ricoperto importanti incarichi di docenza o di tutela; ha promosso ricerche a Roma e nell’intero orbe cristiano; ha svolto un efficace ruolo internazionale per la promozione dell’archeologia cristiana, sia con l’organizzazione dei ciclici congressi e con numerose altre iniziative scientifiche, sia per le strette relazioni e gli scambi costanti con università e centri di studio di tutto il mondo”.
Ed è stato anche promotore della pace: “L’Istituto ha saputo essere, in alcuni momenti, promotore di pace e di dialogo religioso, ad esempio organizzando il XIII Congresso internazionale a Spalato durante la guerra nella ex-Jugoslavia (scelta difficile e con molti dissensi nell’ambiente accademico) o confermando la propria operatività con missioni all’estero in Paesi politicamente instabili. Non ha mai derogato agli obiettivi dell’alta formazione, privilegiando il contatto diretto con le fonti scritte e i monumenti, tracce visibili e inequivocabili delle prime comunità cristiane, attraverso visite, soprattutto alle catacombe e alle chiese di Roma, ed i viaggi annuali di studio nelle aree geografiche interessate dalla diffusione del Cristianesimo”.
Quindi l’archeologia cristiana ha avuto un ruolo importante sia per la Chiesa sia per la società: “Il cristianesimo non è nato da un’idea, ma da una carne. Non da un concetto astratto, ma da un grembo, da un corpo, da un sepolcro. La fede cristiana, nel suo cuore più autentico, è storica: si fonda su eventi concreti, su volti, su gesti, su parole pronunciate in una lingua, in un’epoca, in un ambiente. E’ questo che l’archeologia rende evidente, palpabile. Essa ci ricorda che Dio ha scelto di parlare in una lingua umana, di camminare su una terra, di abitare luoghi, case, sinagoghe, strade”.
L’archeologia cristiana è, dunque, un aiuto fondamentale per capire la fede: “Non si può comprendere fino in fondo la teologia cristiana senza l’intelligenza dei luoghi e delle tracce materiali che testimoniano la fede dei primi secoli. Non è un caso che l’evangelista Giovanni apra la sua Prima Lettera con una sorta di dichiarazione sensoriale: ‘Quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita’. L’archeologia cristiana è, in un certo senso, una risposta fedele a queste parole. Essa vuole toccare, vedere, ascoltare il Verbo che si è fatto carne. Non per fermarsi a ciò che è visibile, ma per lasciarsi condurre al Mistero che vi si cela”.
Ecco l’importanza di una teologia dei sensi: “L’archeologia, occupandosi dei vestigi materiali della fede, educa a una teologia dei sensi: una teologia che sa vedere, toccare, odorare, ascoltare. L’archeologia cristiana educa a questa sensibilità… In tal senso, l’archeologia è anche scuola di umiltà: insegna a non disprezzare ciò che è piccolo, ciò che è apparentemente secondario. Insegna a leggere i segni, a interpretare il silenzio e l’enigma delle cose, a intuire ciò che non è più scritto. E’ una scienza della soglia, che sta tra la storia e la fede, tra la materia e lo Spirito, tra l’antico e l’eterno”.
Ed è anche una scuola di educazione all’ecologia spirituale: “E’ un’educazione al rispetto della materia, della memoria, della storia. L’archeologo non butta via, ma conserva. Non consuma, ma contempla. Non distrugge, ma decifra. Il suo sguardo è paziente, preciso, rispettoso. E’ lo sguardo che sa cogliere in un pezzo di ceramica, in una moneta corrosa, in un’incisione consunta il respiro di un’epoca, il senso di una fede, il silenzio di una preghiera. E’ uno sguardo che può insegnare molto anche alla pastorale e alla catechesi di oggi”.
L’archeologia cristiana è un aiuto essenziale alla Chiesa: “Questo è ancora oggi il compito dell’archeologia cristiana: aiutare la Chiesa a ricordare la propria origine, a custodire la memoria viva dei suoi inizi, a narrare la storia della salvezza non solo con parole, ma anche con immagini, forme, spazi. In un tempo che spesso smarrisce le radici, l’archeologia diventa così strumento prezioso di un’evangelizzazione che parte dalla verità della storia per aprire alla speranza cristiana e alla novità dello Spirito”.
Infatti aiuta a riscoprire le radici: “Parla ai credenti, che riscoprono le radici della loro fede; ma parla anche ai lontani, ai non credenti, a quanti si interrogano sul senso della vita e trovano, nel silenzio delle tombe e nella bellezza delle basiliche paleocristiane, un’eco di eternità. Parla ai giovani, che spesso cercano autenticità e concretezza; parla agli studiosi, che vedono nella fede non un’astrazione ma una realtà storicamente documentata; parla ai pellegrini, che ritrovano nelle catacombe e nei santuari il senso del cammino e l’invito alla preghiera per la Chiesa”.
Ed ha un riflesso per la teologia della Rivelazione: “In una prospettiva più sistematica, è possibile affermare che l’archeologia ha una rilevanza specifica anche nella teologia della Rivelazione. Dio ha parlato nel tempo, attraverso eventi e persone. Ha parlato nella storia di Israele, nella vicenda di Gesù, nel cammino della Chiesa. La Rivelazione è dunque sempre anche storica. Ma se è così, allora la comprensione della Rivelazione non può prescindere da un’adeguata conoscenza dei contesti storici, culturali e materiali nei quali essa si è realizzata.
L’archeologia cristiana contribuisce a questa conoscenza. Essa illumina i testi con le testimonianze materiali. Interroga le fonti scritte, le completa, le problematizza. In alcuni casi, conferma l’autenticità delle tradizioni; in altri, le ricolloca nel loro giusto contesto; in altri ancora, apre nuove domande. Tutto questo è teologicamente rilevante. Perché una teologia che voglia essere fedele alla Rivelazione deve restare aperta alla complessità della storia”.
Quindi la lettera è terminata con un invito allo studio per non perdere la memoria: “Chi conosce la propria storia, sa chi è. Sa dove andare. Sa di chi è figlio e a quale speranza è chiamato. I cristiani non sono orfani: hanno una genealogia di fede, una tradizione viva, una comunione di testimoni. L’archeologia cristiana rende visibile questa genealogia, ne custodisce i segni, li interpreta, li racconta, li trasmette. In questo senso, essa è anche ministero di speranza.
Perché mostra che la fede ha già attraversato epoche difficili. Ha resistito alle persecuzioni, alle crisi, ai cambiamenti. Ha saputo rinnovarsi, reinventarsi, radicarsi in nuovi popoli, fiorire in nuove forme. Chi studia le origini cristiane, vede che il Vangelo ha sempre avuto una forza generativa, che la Chiesa è sempre rinata, che la speranza non è mai venuta meno”.
(Foto: Santa Sede)
A Roma il Concerto di Natale
La 33^ edizione dello storico Concerto di Natale, nato nel 1993 nell’Aula Paolo VI in Vaticano, organizzato dalla Prime Time Promotions, si svolgerà sabato 13 dicembre 2025, con inizio alle ore 17.00, all’Auditorium della Conciliazione di Roma, presentato da Federica Panicucci e, trasmesso in prima serata televisiva su Canale 5 il 25 dicembre 2025, e in replica il 26 dicembre.
L’edizione di quest’anno vede la partecipazione di artisti di prestigio nazionale e internazionale che hanno dimostrato una profonda sensibilità riguardo ai temi sociali e di solidarietà. Il cast sarà composto dagli artisti italiani Orietta Berti, Michele Bravi, Clara, Riccardo Cocciante, Gigi D’Alessio, Sal Da Vinci, Serena Rossi, Davide Boosta Dileo, Piccolo Coro Le Dolci Note, Veneto Pipe Band; e da quelli internazionali Claude (NL), Sheryl Crow (USA), Hevia (Spagna), Kamrad (Germania), Noa (Israele), Stephanie Radu (Romania), Alin Stoica (Romania), Ilhna (Malta) e il Gruppo Gospel Marquinn Middleton & The Miracle Chorale (USA). Con la partecipazione straordinaria del Presepe Vivente di Vetralla. Tutti gli artisti si esibiranno dal vivo accompagnati dall’Orchestra Italiana del Cinema diretta dal M° Adriano Pennino.
Sabato 13, durante la mattinata, gli artisti saranno ricevuti in udienza privata dal Santo Padre. A richiamare alla solidarietà sarà ancora una volta Missioni Don Bosco: dal 13 dicembre 2025 al 2 gennaio 2026 sarà attivo il numero solidale 45589 per le donazioni. Quest’anno l’attenzione è rivolta a Pointe-Noire, in Repubblica del Congo, dove le profonde diseguaglianze sociali colpiscono in particolare il quartiere di Côte-Mateve, privo di servizi essenziali come acqua potabile, elettricità, assistenza sanitaria e scuole.
Per questo i missionari salesiani lanciano un progetto per costruire una nuova scuola primaria capace di accogliere 350 bambini tra i 6 e i 12 anni, garantendo ambienti sicuri, materiali adeguati e un futuro migliore.
Il Concerto di Natale, con la sua lunga storia di impegno umanitario e sociale, ha tessuto una preziosa rete di connessioni tra artisti provenienti da culture diverse. In questi tre decenni, oltre 1000 talenti nazionali e internazionali hanno illuminato il palco del Concerto di Natale, contribuendo a diffondere un messaggio di unità e solidarietà.
L’idea del Concerto di Natale nasce nel 1993, in vista del Giubileo del 2000, per sostenere il progetto del Vicariato di Roma volto alla costruzione di 50 nuove chiese nei quartieri in rapida espansione della capitale. Per contribuire alla raccolta fondi, la Prime Time Promotions propone un grande concerto natalizio in Vaticano, trasmesso su Canale 5. Da allora, il Concerto è diventato un appuntamento annuale dedicato alla solidarietà, sostenendo prima il progetto ‘Missioni d’Oriente’ della Compagnia di Gesù e dal 2007 affianca i progetti dei missionari salesiani (in particolare la Fondazione Don Bosco nel Mondo e, dal 2017, Missioni Don Bosco Valdocco Onlus).
Nel corso delle edizioni ha trovato casa in sedi prestigiose: dall’Aula Paolo VI in Vaticano, che ha ospitato 16 edizioni del Concerto di Natale, al Grimaldi Forum di Monte Carlo, al Teatro Filarmonico di Verona, al Teatro Massimo Bellini di Catania, fino al Mediterranean Conference Center di Malta e all’Auditorium Conciliazione di Roma, sede della XXXIII edizione del Concerto di Natale.
Il Concerto di Natale gode del Patrocinio del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, del Dicastero per l’Evangelizzazione che ha anche concesso all’evento il logo del Giubileo, del Comune di Roma – Assessorato ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma Capitale, dell’Associazione Rounit (Romania).
A Tolentino un viaggio dall’Italia alla Cina con ‘Il Cantico di frate Sole’
“Nell’ultima strofa del Cantico: ‘Laudato si’, mi Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullo homo vivente pò skappare’ Fratello Francesco ci ricorda che ogni esistenza umana ha un significato eterno, che ogni vita è preziosa. Per questo motivo il Centenario del Transito si presenta come un potente annuncio di vita e di speranza, proprio quando siamo agli sgoccioli dell’Anno Giubilare della Speranza: in una sorta di passaggio di testimone, il Transito di Francesco non è un tramonto, ma un’aurora: l’alba di una presenza che da otto secoli continua a illuminare il cammino dell’umanità secondo il cuore di Dio manifestato nel Vangelo del Signore Gesù”: questo è stato il messaggio del ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori, fra Massimo Fusarelli, a chiusura dell’incontro internazionale ‘Il Cantico di frate Sole. Dall’Italia medievale alla Cina: storia, scambi culturali e traduzioni’, promosso dal Comitato ‘Beato Tommaso da Tolentino’ insieme alla Fondazione internazionale ‘Padre Matteo Ricci’, all’Università di Macerata, alla Pontificia Università Antonianum e all’Università Ca’ Foscari di Venezia, svoltosi a Tolentino, in provincia di Macerata, nell’ultimo giorno di ottobre.
Nel saluto iniziale l’ dell’arch. Franco Casadidio, presidente del Comitato ‘Beato Tommaso da Tolentino’, ha sottolineato le finalità del convegno che “intende esplorare il dialogo tra spiritualità francescana e cultura cinese, tracciando un percorso affascinante che dal cuore dell’Umbria e delle Marche giunge fino alla Cina, seguendo le tracce del messaggio di san Francesco.
Il Cantico è una lode a Dio ed alle sue creature che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, divenendo così anche un inno alla vita; è una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del Creatore: da ciò deriva il senso di fraternità fra l’uomo e tutto il creato, che molto si distanzia dal distacco e disprezzo per il mondo terreno: la creazione diventa così un grandioso mezzo di lode al Creatore”.
Dopo i saluti del sindaco della città, Mauro Sclavi, e del vescovo della diocesi di Macerata, mons. Nazareno Marconi, e l’introduzione musicale a cura della ‘Compagnia delle Laudi’ diretta dal maestro p. Lorenzo Del Bene, con un breve inquadramento storico del prof. Dario Grandoni, presidente della Fondazione internazionale ‘Padre Matteo Ricci’, p. Lorenzo Turchi, docente alla Pontificia Università Antonianum di Roma, ha affrontato l’origine ed il significato del testo sacro con l’intervento ‘La nascita del Cantico di Frate Sole’:
“Il Cantico è una lode a Dio ed alle sue creature che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, divenendo così anche un inno alla vita; è una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del Creatore: da ciò deriva il senso di fraternità fra l’umano e tutto il creato, che molto si distanzia dal distacco e disprezzo per il mondo terreno: la creazione diventa così un grandioso mezzo di lode al Creatore”.
Mentre il prof. Roberto Lambertini, docente all’Università di Macerata, ha analizzato il contesto storico e religioso con ‘Laudato sì, mi Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore: Francesco e i Frati Minori di fronte ai conflitti della società medievale’, incentrando la riflessione sulla capacità dei francescani di ‘pacificare’ i dissidi all’interno delle città. Però l’intervento più atteso, che getta un ponte tra Occidente e Oriente, è stato quello della dott.ssa Raissa De Gruttola, ricercatrice all’Università Cà Foscari di Venezia, che con la relazione ‘Esperienze di traduzione del Francescani in Cina e la versione contemporanea del Cantico di Frate Sole’, ha illustrato come i missionari francescani abbiano operato in Estremo Oriente e come il celebre inno di san Francesco sia stato recepito e tradotto nella lingua e cultura cinese, arrivando fino ai giorni nostri con una traduzione di fra Taddeo Gao, pubblicata nel 2024.
Al termine del convegno abbiamo chiesto alla dott.ssa Raissa De Gruttola di raccontare il motivo per cui il Cantico delle Creature è stato tradotto in cinese: “I francescani sono stati i primi missionari cattolici ad arrivare in Cina nel XIII secolo e per molti secoli si sono dedicati alla scrittura di altri testi adatti per l’evangelizzazione. Nello scorso secolo è stato tradotto un corpus di testi francescani, tra cui anche il Cantico delle Creature”.
Quali sono state le esigenze che hanno portato a questa traduzione?
“Sicuramente l’esigenza principale è stata quella di far conoscere questo testo molto importante per i francescani anche in lingua cinese”.
Come è stato accolto in Cina?
“In Cina è considerato un testo molto importante per i cristiani e per i laici vicini agli ambienti francescani è un testo molto apprezzato”.
Esistono differenze tra il testo originario e la traduzione in cinese?
“La traduzione cinese è molto fedele ed aggiunge qualche parola solo per spiegare passaggi ‘poco chiari’ per la cultura cinese. E’ interessante che per indicare la parola ‘creature’ viene usata una parola cinese, molto usata nei testi classici cinesi, che significa tutto ciò che esiste che esiste sulla terra”.
Interessante è stata anche l’introduzione musicale della ‘Compagnia delle Laudi’, diretta dal maestro p. Lorenzo Del Bene, eseguendo alcune lauda tratte dal ‘Laudario Cortonese’: perché esso è così importante?
“Il Laudario Cortonese rappresenta il primo documento scritto in lingua volgare, che ha anche una notazione musicale. Quindi per la prima volta possiamo vedere non solo i testi dei componimenti, ma anche una linea melodica, che deve essere anche interpretata, però ci può dare un’idea di come poteva essere la melodia di questi canti”.
Per quale motivo i francescani avevano scelto le laudi per comunicare?
“La lode faceva parte dell’esperienza di san Francesco e quindi dell’esperienza di tutti i francescani: la lauda era un canto di lode. Basta pensare al Cantico delle Creature, che può essere considerato la prima lauda francescana: lodare Dio attraverso il creato e quindi attraverso la creazione che ha fatto san Francesco. Si può lodare Dio anche con la musica”.
Cosa significa riportare ‘in scena’ queste laudi?
“Significa riprendere (o tentare) questo spirito sia con queste melodie, che comunque sono sempre suggestive e ci rimandano ad una profondità semplice ma bella; allo stesso tempo riprendere lo spirito di san Francesco, perché, sebbene siano trascorsi molti secoli, lo spirito umano è sempre quello di sentire il bisogno di lodare Dio in tutto quello che facciamo ed anche attraverso il creato”.
Infatti le laudi si sono tramandate fino ai giorni nostri anche grazie a molti compositori: perché c’è stata questa continuità nei secoli?
“Questa continuità dipende dalla semplicità e dal messaggio, che non si è perso durante il corso dei secoli; magari ha cambiato stile ed ha cambiato modo di essere proposto, ma si è sempre mantenuto attuale. Anche mons. Frisina si è cimentato nei canti francescani ed anche tanti autori contemporanei hanno fatto alcuni arrangiamenti. Oggi la sfida grande è quello di musicare di nuovo il Cantico delle Creature, che è scritto come testo, ma purtroppo la musica è andata perduta. Tanti autori musicali si sono cimentati a mettere in musica questa splendida laude”.
Ed uno di questi è stato Angelo Branduardi: “Qualche anno fa anche lui ha composto l’album ‘L’infinitamente piccolo’, in cui si è basato quasi totalmente sulle fonti francescane; è stata un’esperienza molto bella. Quindi grandi cantautori si sono confrontati sulla bellezza di san Francesco, che veramente conquista proprio tutti”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV ai missionari consacrati: la relazione con Dio è importante
“Cari fratelli, sono contento di incontrarvi in occasione della vostra centoquattresima Assemblea Generale. Come sapete, anch’io ho svolto il ministero che vi è affidato e conosco l’importanza di ritrovarsi insieme per ascoltare e discernere, alla luce dello Spirito Santo, ciò che il Signore chiede a voi e ai vostri Ordini e Congregazioni per il bene della Chiesa. Per questa assemblea avete scelto il tema ‘Fede connessa: vivere la preghiera nell’era digitale’. Esso tocca tre aree oggigiorno molto importanti per la vita religiosa: la relazione con Dio, l’incontro coi fratelli e il confronto con il mondo digitale”: salutando p. Arturo Sosa, presidente dell’Unione Superiori Generali, papa Leone XIV, nel pomeriggio, ha incontrato 160 consacrati, che fino al 28 novembre parteciperanno alla 104^ Assemblea dell’Unione Superiori Generali a Sacrofano.
Quindi ha analizzato la prima parte del titolo, incentrando la riflessione sulla relazione con Dio: “La nostra speranza si fonda sulla consapevolezza di camminare verso l’incontro e la piena comunione con Dio, che per primo ci ha offerto la sua amicizia. Per questo, fondamentale nell’esistenza di ogni consacrato è la preghiera: spazio relazionale entro il quale il cuore si apre al Signore, imparando a chiedere e a ricevere con fiducia e gratitudine il suo amore che guarisce, trasforma e infiamma alla missione. Così testimoniamo ciò che realmente siamo: creature bisognose di tutto, abbandonate nelle mani provvidenti e buone del Creatore”.
E’ stata un’esortazione a coltivare “questa fede perché non si affievolisca, magari a causa di fughe o difese, oppure soffocata dall’ansia o dalla presunzione di sentirci ‘gestori di molti servizi’. Allora, abbagliati dai riflettori dell’efficientismo, intorpiditi dai fumi del compromesso o bloccati dalla paralisi della paura, rischiamo di fermarci, oppure di trasformare il nostro cammino di pellegrini in una corsa disordinata e logorante, dimentica dalla sua fonte e della sua meta.
A tale scopo il Giubileo ci offre un’occasione preziosa per tornare a ciò che conta, stringendoci al cuore infuocato di Dio, perché siano la sua luce e il suo calore a guidare e alimentare il nostro procedere personale e i nostri percorsi comunitari!”
Il secondo valore è l’incontro con i fratelli: “In tale dinamica gli Istituti, gli Ordini e le Congregazioni che rappresentate sono, per così dire, corpi carismatici, in cui tutti sono profondamente connessi per la stessa umanità, per la medesima fede, per l’appartenenza a Cristo e per la chiamata che unisce nella fraternità. Così nella Chiesa, ‘soggetto comunitario e storico della sinodalità e della missione’, i legami sono trasfigurati in vincoli sacri, in canali di grazia, in vene e arterie vive che irrorano un unico corpo con lo stesso sangue”.
Quindi c’è bisogno del confronto con il ‘mondo’ digitale: “La tecnologia informatica rappresenta infatti una sfida anche per i consacrati. Da un lato offre possibilità immense di bene, sia per la vita comune che per l’apostolato. Sarebbe miope ignorare le straordinarie opportunità che fornisce alla comunione e alla missione, permettendoci di raggiungere persone lontane, di condividere la fede attraverso nuovi linguaggi, di arrivare anche a chi, per vie ordinarie, fatica ad avvicinarsi alle nostre comunità.
Al tempo stesso, però, queste risorse possono influenzare fortemente, e non sempre per il meglio, il nostro modo di costruire e mantenere relazioni. E’ facile, ad esempio, lasciarsi tentare dall’idea di sostituire la mera connessione virtuale ai rapporti reali tra le persone, dove sono indispensabili presenza, ascolto prolungato e paziente e condivisione profonda di idee e sentimenti”.
Concludendo l’incontro il papa ha richiamato alla custodia delle relazioni: “Come Superiori, voi avete la responsabilità di custodire anche in questo ambito la fraternità e la comunione, vigilando affinché i mezzi tecnici non compromettano l’autenticità delle relazioni, né riducano gli spazi necessari a coltivarle. In particolare vorrei sottolineare che strumenti tradizionali di comunione come i Capitoli, i Consigli, le Visite canoniche e i momenti formativi non possono essere relegati all’ambito dei collegamenti ‘a distanza’.
La fatica del trovarsi insieme per dialogare e confrontarsi è parte integrante della nostra identità evangelica. In questo paesaggio di luci e di ombre ci attende una sfida: quella di integrare con equilibrio nova et vetera, custodendo e coltivando la relazione con Dio e con i fratelli, senza trascurare o seppellire, per pigrizia o per timore, i nuovi talenti che il Signore mette nelle nostre mani”.
(Foto: Santa Sede)
Dalla Cei una Chiesa che cammina con il popolo
Durante l’Udienza al card. Marcello Semeraro, prefetto del dicastero delle Cause dei Santi, papa Leone XIV ha autorizzato a promulgare i Decreti per riconoscere il martirio e le virtù eroiche di diversi Servi di Dio: il martirio del Servo di Dio Ubaldo Marchioni, sacerdote diocesano, nato il 19 maggio 1918 a Vimignano di Grizzana Morandi (Italia) e ucciso in odio alla fede il 29 settembre 1944 a Casaglia/Marzabotto (Italia).
Poi riconosciuto il martirio del Servo di Dio Martino Capelli (al secolo: Nicola), sacerdote professo della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, nato il 20 settembre 1912 a Nembro (Italia) e ucciso in odio alla fede il 1° ottobre 1944 a Pioppe di Salvaro (Italia). Ed ancora riconosciute le virtù eroiche del Servo di Dio Enrico Bartoletti, Arcivescovo di Lucca, nato il 7 ottobre 1916 a Calenzano (Italia) e morto il 5 marzo 1976 a Roma (Italia). Riconosciute le virtù eroiche del Servo di Dio Gaspare Goggi, sacerdote professo della Congregazione della Divina Provvidenza, nato il 6 gennaio 1877 a Pozzolo Formigaro (Italia) e morto il 4 agosto 1908 ad Alessandria (Italia);
Infine le virtù eroiche della Serva di Dio Maria del Sacro Cuore (al secolo: Maria Glowrey), religiosa professa della Società di Gesù, Maria, Giuseppe, nata il 23 giugno 1887 a Birregurra (Australia) e morta il 5 maggio 1957 a Bangalore (India). Infine le virtù eroiche della Serva di Dio Maria de Lourdes Guarda, fedele laica, nata il 22 novembre 1926 a Salto (Brasile) e morta il 5 maggio 1996 a San Paolo (Brasile).
Per quanto riguarda il riconoscimento delle virtù eroiche di mons. Bartoletti il presidente della CEI, card. Matteo Zuppi, ha sottolineato la gratitudine della Chiesa italiana: “Nel suo servizio alle Chiese in Italia ha concretizzato lo spirito conciliare, dandone attuazione e permeando tutte le scelte pastorali dalla Parola di Dio. E’ stato questo il primo vero piano pastorale a livello nazionale. Di lui che, nel corso del suo ministero ha attraversato una fase delicata della vita sociale e politica del Paese e ha accompagnato il cammino di rinnovamento ecclesiale, ci restano l’amore per la Chiesa e la capacità di vivere la speranza incarnata”.
Inoltre la mozione La mozione approvata dall’81ª Assemblea generale della Cei ad Assisi ha preso avvio da un ringraziamento ‘per l’abbondanza dello Spirito che ha accompagnato il Cammino sinodale in questi anni’, affermando che il documento di sintesi ‘Lievito di pace e di speranza’ rappresenta una testimonianza del metodo vissuto e offre orientamenti utili al discernimento ecclesiale ‘per dare concretezza a una Chiesa missionaria, prossima e sinodale’, affidando al Consiglio permanente ed al gruppo di lavoro dei vescovi il compito di indicare ‘percorsi di studio e approfondimento per il discernimento degli orientamenti e delle proposte del Documento di sintesi’, secondo quanto affermato durante l’incontro con papa Leone XIV:
“Tenendo conto anche del Documento finale della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, ‘Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione’, ci impegniamo a vivere lo spirito e lo stile sinodale promuovendo i necessari strumenti, anche a livello nazionale, per essere ‘una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato’. Guardiamo a Cristo, nostra speranza, fonte del nostro agire, tutto affidando a Maria, Madre della Chiesa, perché accompagni il cammino della Chiesa italiana”.
Inoltre nel documento finale i vescovi hanno richiamato l’esigenza ad essere una ‘casa della pace’:
“Accogliendo l’invito di papa Leone che, nell’udienza concessa ai Vescovi della CEI lo scorso 17 giugno, aveva incoraggiato ogni comunità a diventare “una ‘casa della pace’, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono”, approvando il documento ‘Educare ad una pace disarmata e disarmante’, che sarà diffuso nei prossimi giorni ed articolato in tre parti secondo il metodo del ‘vedere-giudicare-agire’:
“Nella prima viene proposta un’analisi della situazione mondiale, europea e italiana, certamente non esaustiva, ma capace di delineare le problematiche più rilevanti. Nella seconda si aggiunge una riflessione alla luce della Sacra Scrittura, della Tradizione e delle Magistero. Nella terza parte si indicano i sentieri dell’educazione delle coscienze, che permettono di affrontare i temi della guerra, del disarmo, della testimonianza cristiana in un mondo sempre più conflittuale, della democrazia come garanzia di pace”.
Inoltre in occasione del 40^ anniversario dell’Intesa fra la CEI e il Ministero della Pubblica Istruzione circa l’insegnamento della religione cattolica nella scuola (Irc), firmata il 14 dicembre 1985, i vescovi hanno approvato il documento ‘L’insegnamento della religione cattolica: laboratorio di cultura e dialogo’: “Il testo evidenzia e rilancia tale disciplina come contributo prezioso della Chiesa alla comunità scolastica e alla crescita di una sempre più ampia alleanza educativa.
Vengono infatti richiamate due dimensioni fondamentali dell’insegnamento della religione cattolica: la sua piena appartenenza alle finalità della scuola e il suo essere luogo accogliente, aperto a tutti, a prescindere dalle personali scelte di fede, e dunque palestra di conoscenza e comprensione reciproca, per una convivenza fraterna e costruttiva”.
Oltre all’introduzione, il Documento si compone di quattro capitoli: il primo offre alcuni elementi per leggere le trasformazioni in atto e cogliere il loro impatto sull’educazione e il contributo dell’Insegnamento della Religione Cattolica; il secondo richiama le ragioni e le caratteristiche che disciplinano l’Irc nella scuola; il terzo è dedicato al profilo professionale e all’impegno educativo degli insegnanti di religione; il quarto evidenzia la responsabilità che l’intera comunità cristiana ha verso l’Irc e l’importanza di promuovere progettualità e collaborazioni educative nei luoghi ordinari.
Infine i vescovi hanno ribadito che la carità è il nucleo della missione della Chiesa: “Soprattutto di fronte a disuguaglianze crescenti, fragilità multidimensionali, povertà energetica, nuove solitudini che domandano ascolto e visioni capaci di futuro. Non si può infatti ridurre la carità a mera filantropia: la gratuità, la preghiera e la vita sacramentale restano la sorgente da cui scaturisce l’impegno verso i più fragili, in una dinamica che unisce la parola, l’Eucaristia e l’incontro con i poveri”.
Ecco il motivo per cui è stato fatto un appello, affinchè sia valorizzato il servizio civile: “ In quest’ottica, l’iniziazione cristiana alla carità, la formazione degli operatori, la qualità degli ambienti di accoglienza e la cura del vissuto ecclesiale che accompagna ogni gesto di prossimità diventano elementi decisivi. All’azione educativa si affianca poi la dimensione culturale e sociale: l’opera caritativa ha infatti una ricaduta politica, stimolando percorsi legislativi e amministrativi in grado di rispondere alle trasformazioni sociali. Si colloca in questo orizzonte l’appello a valorizzare il servizio civile nella sua originaria vocazione alla pace e alla nonviolenza e quello a far sì che la Caritas sia custodita nella sua specificità, evitando la parcellizzazione pastorale, affinché resti ponte, luogo di comunione, strumento di collaborazione concreta e sinodale”.
Porziuncola, cuore della sinodalità: l’incontro del Papa con i Vescovi italiani
Sarà la Porziuncola ad accogliere il Santo Padre Leone XIV per l’incontro conclusivo con i Vescovi italiani al termine della 81ª Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, in programma ad Assisi. L’appuntamento è fissato per giovedì 20 novembre, alle ore 9.30, nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, il luogo più caro a san Francesco. Con Leone XIV la Porziuncola torna a essere crocevia di Chiesa, luogo di comunione tra il Papa e i suoi fratelli nell’episcopato.
Alla vigilia di questo importante momento abbiamo incontrato p. Fabio Nardelli (docente di Ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum e all’Istituto Teologico di Assisi) che ci ha aiutato a capire il valore sinodale e missionario dell’incontro tra papa Leone XIV ed i vescovi.
Padre Fabio, l’Assemblea generale della CEI si chiude proprio ad Assisi, con l’incontro del Papa alla Porziuncola: che significato assume questo momento per la Chiesa italiana? Possiamo dire che segna un nuovo punto di ripartenza dopo il lungo cammino sinodale?
“E’ certamente un momento di rilancio. L’81ª Assemblea generale della CEI, che si conclude alla Porziuncola, ha il compito di tradurre in orientamenti pastorali il documento finale dell’assemblea sinodale, votato lo scorso 25 ottobre. Non si tratta di un punto di arrivo, ma di una nuova tappa del cammino. I vescovi italiani si ritrovano in ascolto di quel testo per declinarlo in obiettivi concreti e continuare a camminare insieme nelle diverse Chiese del Paese.
Il lavoro non è teorico, ma pratico: si tratta di capire come essere Chiesa sinodale e missionaria. E’ un interrogativo caro sia a papa Francesco che a papa Leone XIV, che sin dall’inizio del suo ministero ha insistito su questo “come” ecclesiale. E che tutto ciò avvenga proprio alla Porziuncola, luogo dove Francesco d’Assisi radunava i suoi frati per discernere insieme come vivere la Regola, è molto significativo: anche oggi la Chiesa si riunisce per cercare vie concrete di fedeltà al Vangelo”.
In questa Assemblea generale i vescovi sono chiamati a confrontarsi sulle priorità pastorali dopo il Cammino sinodale. Quali orientamenti nuovi potranno nascere per la vita della Chiesa italiana nei prossimi anni?
“Il documento finale individua tre grandi direzioni di lavoro. La prima è la conversione della mentalità: non conformarsi alla mentalità del mondo, come ricorda san Paolo (Rm 12,2), ma lasciarsi trasformare dallo Spirito. Questo è il primo passo di ogni rinnovamento ecclesiale.
La seconda direzione è quella di una formazione sinodale e missionaria per tutti i battezzati. Papa Leone XIV ha molto a cuore la formazione intesa come cammino di maturazione spirituale e comunitaria, accessibile a ogni cristiano. Credo che sia un punto cruciale per l’Assemblea: chiedersi come poter tradurre questo cammino di formazione per tutti i discepoli missionari.
La terza direzione è la corresponsabilità nella missione e nella guida delle comunità. Si tratta di comprendere come pastori e laici possano camminare insieme nell’evangelizzazione e nella vita della Chiesa. EE’ importante a questo riguardo sottolineare come la sinodalità non annulli la dimensione dell’autorità, ma la trasfiguri: pastori e popolo, uniti nello Spirito, condividono la responsabilità del Vangelo.
Ed, inoltre, c’è un altro tassello importante: l’attenzione della Chiesa al tema delle relazioni, al tessere relazioni autentiche e mature, anche nell’ottica di un rinnovamento pastorale del percorso di iniziazione cristiana. Sono questi i temi sui quali i Vescovi dovranno interrogarsi in questi giorni: soprattutto, domandandosi il ‘come’ attuarli”.
Alla vigilia dell’anno centenario del Transito di san Francesco, quali prospettive si aprono per la Chiesa italiana e universale nel coniugare la sinodalità con lo spirito di fraternità e di umiltà che scaturisce proprio dalla Porziuncola?
“Ho provato a confrontare il testo dell’omelia di papa Leone, in occasione dell’inizio del Ministero petrino il 18 maggio 2025, ed il messaggio essenziale della Porziuncola. Papa Leone XIV propone l’immagine di una Chiesa quale ‘segno di unità’ con alcune caratteristiche puntuali: che apre le braccia al mondo, che annuncia la Parola e che si lascia inquietare dalla storia.
Questa visione si sposa perfettamente con il messaggio della Porziuncola: questa piccola porzione di terra è inserita all’interno della basilica che accoglie tutto il mondo, rimandando proprio alla dimensione dell’universalità della Chiesa. In secondo luogo, una Chiesa che annuncia la parola, e sappiamo bene come Francesco riceva la parola alla Porziuncola, e dalla Porziuncola mandi i suoi frati ad annunciarla.
Eppoi una Chiesa che si lascia inquietare dalla storia. Su questo verbo mi soffermerei in particolare, perché è un’espressione particolarmente cara al Papa. ‘Inquietare’ nel senso propositivo e bello del termine: potremmo dire lasciarsi inquietare di fronte ai segni dei tempi che ci interrogano, ci provocano e ci mettono in discussione: come, ad esempio, l’ascolto dei poveri, l’ascolto delle diversità, l’ascolto dell’interculturalità. E’ un’inquietudine buona, evangelica, che ci spinge a camminare”.
La Chiesa è chiamata, perciò, a essere lievito di unità e di concordia: piccola come il lievito del Vangelo, ma capace di far fermentare tutta la pasta. Si può vedere in questo incontro tra papa Leone XIV e i vescovi alla Porziuncola un parallelismo spirituale con Francesco che raduna i suoi frati nello stesso luogo?
“La somiglianza è suggestiva, pur con le dovute differenze. Francesco convocava i suoi frati per vivere la comunione nell’unità e nella diversità, per discernere insieme come portare il Vangelo nel mondo. Così anche il Papa, come Vescovo di Roma e primate d’Italia, incontrerà i vescovi per condividere un’esperienza di comunione e missione. Un incontro che è segno concreto della comunione nella Chiesa, orientata alla missione, all’evangelizzazione. E’ questo, in fondo, il cuore della Porziuncola: un luogo dove la fraternità diventa missione”.
Di recente uscita è la pubblicazione di Padre Fabio Nardelli: ‘Riforma nella Chiesa. Un percorso storico-teologico’ con prefazione del card. Marcello Semeraro, in cui si considera la tematica della ‘riforma’ nella Chiesa usando il metodo storico-teologico, in quanto gli eventi esaminati riguardano la stessa Chiesa che, per sua natura, è una realtà teologica inserita nella storia umana. In occasione del Centenario francescano (1226-2026), il testo vuole essere un invito alla riflessione anche riferendosi alla figura di Francesco di Assisi quale riformatore della Chiesa nella Chiesa.
(Tratto dal sito assisiofm.it)
Pubblicati i Rapporti Intermedi dei Gruppi di Studio del Sinodo
La Segreteria Generale del Sinodo ha pubblicato oggi i Rapporti Intermedi dei dieci Gruppi di Studio, insieme a quelli della Commissione canonistica e della Commissione SECAM sulla Poligamia. Tanti i temi trattati: i poveri, la missione digitale, il ruolo delle donne, la poligamia, il ministero dei nunzi…tutto in chiave missionaria e sinodale.
Una nota ufficiale ha accompagnato la stesura di questi rapporti e ha specificato insieme al Cardinale Grech, Segretario Generale, che “i documenti presentati — redatti tra l’estate e l’autunno di quest’anno — restituiscono lo stato di avanzamento dei lavori, mettendo in luce sia il metodo sinodale che li anima, sia i passi concreti per attuarlo: ascolto reciproco, analisi dei numerosi contributi pervenuti, dialogo con gli Episcopati locali, confronto tra competenze diverse e ricerca condivisa dei passi da compiere nella docilità allo Spirito Santo. La loro diffusione intende favorire una più ampia conoscenza di questa parte del processo di attuazione del Sinodo”.
Il rapporto del Gruppo 1 è stato presentato da Sua Em. Card. Claudio Gugerotti e riguarda alcuni aspetti delle relazioni tra Chiese orientali cattoliche e Chiesa latina. Il Gruppo di Studio 2 è composto da quattro donne e tre uomini, includendo religiosi, laici e membri del clero provenienti da cinque continenti e operanti in sei e il titolo è ‘L’ascolto del grido dei poveri e della terra’, che da luglio 2024 si sono riuniti 19 volte tramite la piattaforma Zoom’, si legge nel rapporto.
I membri del Gruppo continuano a cogliere ogni opportunità per ascoltare le esperienze di vita di persone povere o emarginate: “Ciascun membro del Gruppo si impegnerà a entrare in contatto con persone o comunità povere o emarginate nel proprio continente di origine o di residenza, direttamente o attraverso intermediari che abbiano relazioni autentiche e continuative di fiducia con tali realtà. Allo stesso modo, ci si sforzerà di avere un confronto con alcune parrocchie, seminari, teologi, enti di formazione, reti ecclesiali, movimenti sociali e realtà impegnate nella cura della casa comune. Tutti i vescovi con incarichi di responsabilità sui temi della giustizia, la pace e l’ecologia nelle rispettive Conferenze Episcopali saranno invitati a fornire un loro parere”, si legge nello stesso Rapporto.
Il gruppo 3 si occupa di ‘La missione nell’ambiente digitale”. “La cultura digitale è un ambiente vissuto e in continua trasformazione, che, a seconda delle forme che assume, modella a sua volta il modo in cui le persone instaurano e vivono relazioni, esprimono le proprie convinzioni e ricercano la verità. Spetta a noi contribuire a plasmarla. In risposta all’appello el Sinodo sulla sinodalità e al mandato affidatoci dalla Segreteria Generale del Sinodo, il Gruppo di Studio 3 ha approfondito la questione della missione della Chiesa nell’ambiente digitale attraverso un processo sinodale di ascolto, discernimento e dialogo, vissuto in spirito di preghiera”, si legge nel Rapporto.
Il Gruppo 4 si è riunito per ‘La revisione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis in prospettiva sinodale missionaria’. Completando il proprio compito, il Gruppo elaborerà la bozza di un sintetico documento (non più di 10-12 pagine) per l’implementazione della Ratio Fundamentalis / delle Ratio Nationalis in chiave sinodale e missionaria.
“In ottemperanza alle indicazioni ricevute dalla Segreteria Generale del Sinodo ed in linea con il lavoro preparatorio già svolto lo scorso anno, il Dicastero per la Dottrina della Fede (che con tutte le sue istanze coincide con il Gruppo 5, previsto dal Processo sinodale sulla sinodalità) sta procedendo alla stesura del resoconto finale sullo specifico argomento della partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa. Questa fase di lavoro succede ad un tempo di raccolta e valutazione dell’enorme materiale giunto al Dicastero sul tema sopradetto. Inoltre, il Dicastero ha sollecitato l’intervento sull’argomento di numerose donne già particolarmente coinvolte nella missione e nella guida della Chiesa”, questo riguarda il Gruppo 5.
Il suddetto resoconto finale sarà composto da tre parti: – una breve ricostruzione della storia del Gruppo 5, del suo metodo di lavoro e delle intuizioni avute durante il lavoro stesso; – una sintesi argomentata delle principali risultanze e convergenze circa il tema in oggetto derivanti dall’ascolto delle diverse componenti del Dicastero (Consultori, Ufficio Dottrinale, Congresso, Feria IV), dalla lettura dei testi ricevuti e dalle testimonianze sollecitate dallo stesso Dicastero. – un’ampia appendice di catalogazione dell’ingente materiale che il Dicastero ha ricevuto e raccolto nei mesi scorsi, che si prevede al momento di organizzare in sette parti:
- Figure femminili rilevanti nella storia della Chiesa; 2) Testimonianze attuali di donne che partecipano alla guida della Chiesa; 3) Testimonianze di donne che lavorano nella Curia Romana; 4) Principio Mariano e Principio Petrino. Attualità e limiti; 5) La potestas ecclesiale. Natura ed esercizio; 6) Tensioni critiche nei confronti del clericalismo e del maschilismo; 7) Il contributo di papa Francesco e di papa Leone XIV circa il ruolo delle donne nella Chiesa.
Al Gruppo di Studio 8 è stato affidato il compito di esaminare come il ministero dei Rappresentanti Pontifici, esercitato in varie parti del mondo, possa svilupparsi in una prospettiva più missionaria e sinodale. Erano previsti un approfondimento sull’esercizio di tale ministero e la formulazione di opportune raccomandazioni. Lo studio principale e la raccolta del materiale sono ormai completati; si entra ora nella fase di elaborazione, analisi e condivisione dei contenuti con i membri del Gruppo di Studio. Considerando le distanze geografiche, sarà necessario del tempo, ma si prevede di poter giungere a una sintesi conclusiva entro la fine del 2025.
Il 10, ha trattato “La recezione dei frutti del cammino ecumenico nelle prassi ecclesiali”. L’ecumenismo dunque è al centro del gruppo. “Al Gruppo di Studio 10 è stato affidato il compito di approfondire la recezione dei frutti del cammino ecumenico nelle pratiche ecclesiali, in riferimento a tre questioni specifiche. A seguito dell’incoraggiamento di papa Leone XIV a proseguire il lavoro dei Gruppi di Studio con rinnovato entusiasmo, accogliamo con gratitudine la nuova scadenza di dicembre 2025 come un’opportunità per approfondire la riflessione all’inizio di questo nuovo Pontificato. La nostra metodologia privilegia l’ascolto sinodale, l’attenzione al sensus fidei e l’impegno per un’attuazione pastorale fedele alla Tradizione cattolica”, riporta il Rapporto.
L’undicesimo gruppo è stato aggiunto da Papa Leone. Coordinato dal Dicastero per il Culto divino, in collaborazione con la Segreteria Generale del Sinodo, il gruppo espleterà il proprio mandato a partire dalla riflessione sul legame tra celebrazione eucaristica e vita sinodale missionaria della Chiesa.
Poi c’è nel Rapporto la ‘Commissione Canonistica’. La Commissione Canonistica è stata istituita in occasione della Prima Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi nell’ottobre del 2023, con l’intento iniziale di ascoltare ‘lo spirito del Sinodo’, verificare il modo di procedere, comprendere quello che i membri dell’Assemblea sinodale proponevano e ponevano alla riflessione di tutta la Chiesa. Da quel momento la Commissione si è riunita sia in presenza che online otto volte, cercando di mettere a frutto il cammino sinodale e di lavorare sulle tematiche emerse nel corso delle Sessioni di ottobre 2023 e ottobre 2024”, si legge ancora nel Rapporto. I temi sono laicato/ donna; Conferenze Episcopali/ Concili particolari; organismi di partecipazione.
Papa Leone XIV alla Lateranense delinea il cammino per essere nel mondo
“Sono lieto di essere qui in mezzo a voi, nella Pontificia Università Lateranense, per l’inaugurazione del 253^ anno accademico dalla sua fondazione. Si tratta di un’occasione speciale, in cui, mentre guardiamo con gratitudine alla lunga storia che ci precede, siamo protesi anche alla missione che ci attende, ai sentieri da esplorare, al servizio da offrire alla Chiesa nella realtà di oggi e dinanzi alle sfide future. Uno sguardo grato per il passato, dunque, ma anche occhi e cuore puntati verso il futuro, perché c’è bisogno del prezioso servizio reso dall’università”: questa mattina papa Leone XIV ha inaugurato l’anno accademico alla Università pontificia, che ha un legame particolare con il vescovo di Roma.
In un’epoca in cui si tende a pensare che la ricerca e lo studio non servano per la vita reale, o che conti nella Chiesa più la pratica pastorale che la conoscenza teologica, biblica o giuridica, il papa ha spiegato il rapporto particolare con il papa: “Ogni università, infatti, è luogo di studio, di ricerca, di formazione, di relazioni, di rapporti con la realtà in cui è inserita. In particolare, le Università ecclesiastiche e pontificie, erette o approvate dalla Sede Apostolica, sono comunità in cui viene elaborata la ‘necessaria mediazione culturale della fede che, articolandosi in una riflessione aperta al dialogo con gli altri saperi, trova la sua sorgente primaria e perenne in Gesù Cristo’.
Tra le istituzioni accademiche, l’Università Lateranense ha un vincolo del tutto speciale con il Successore di Pietro, e questo è un tratto costitutivo della sua identità e missione fin dalle sue origini, quando nel 1773 Clemente XIV affidò la scuola di teologia del Collegio Romano al clero secolare, chiedendo che tale istituzione dipendesse dal Papa per formare i suoi presbiteri”.
Ed ha ripercorso la storia di questo rapporto con i papi: “Da quel momento tutti i successivi Pontefici hanno mantenuto e rafforzato un rapporto privilegiato con quella che sarebbe diventata l’attuale Università Lateranense. Tra di essi, il Beato Pio IX, che diede l’assetto, tuttora vigente, della quattro Facoltà: Teologia, Filosofia, Diritto canonico, Diritto civile, col potere di conferire gradi accademici in Utroque Iure; Leone XIII, che fondò l’Istituto di Alta Letteratura; Pio XII, che eresse presso l’Ateneo il Pontificio Istituto Pastorale; san Giovanni XXIII, che conferì all’Ateneo il titolo di Università; e san Paolo VI, che, già professore in queste aule, visitando l’Università appena eletto ribadì lo stretto legame tra essa e la Curia Romana. Questo peculiare rapporto è stato sottolineato da san Giovanni Paolo II. Con parole altrettanto affettuose, tale legame è stato ribadito da papa Benedetto e da papa Francesco; quest’ultimo ha voluto istituire due cicli di studi: in Scienze della Pace ed in Ecologia e Ambiente”.
Quindi ha sottolineato la missione di questa Università oggi: “Questa Università, a differenza di altre illustri istituzioni accademiche, anche romane, non ha un carisma del fondatore da custodire, approfondire e sviluppare, ma suo peculiare orientamento è il magistero del pontefice. Per sua natura e missione, dunque, essa costituisce un centro privilegiato in cui l’insegnamento della Chiesa universale viene elaborato, recepito, sviluppato e contestualizzato. Da questo punto vista, si tratta di una istituzione a cui anche il lavoro della Curia Romana può fare riferimento per il suo quotidiano lavoro”.
Dopo aver elencato i rapporti con le altre università il papa ah invitato a declinare la fede nelle sfide nel mondo: “Cari amici, oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede per poterla declinare negli scenari culturali e nelle sfide attuali, ma anche per contrastare il rischio del vuoto culturale che, nella nostra epoca, diventa sempre più pervasivo.
In particolare, la Facoltà di Teologia è chiamata a riflettere sul deposito della fede e a farne emergere la bellezza e la credibilità nei differenti contesti contemporanei, perché appaia come una proposta pienamente umana, capace di trasformare la vita dei singoli e della società, di innescare cambiamenti profetici rispetto ai drammi e alle povertà del nostro tempo e di incoraggiare la ricerca di Dio. Questa missione richiede che la fede cristiana sia comunicata e trasmessa nei diversi ambiti della vita e dell’azione ecclesiale, e per questo ritengo di vitale importanza il servizio svolto dall’Istituto Pastorale”.
Per questo gli studi filosofici e giuridici devono sempre essere alla ricerca della verità: “Nell’Università Lateranense, lo studio della filosofia deve essere volto alla ricerca della verità attraverso le risorse della ragione umana, aperta al dialogo con le culture e soprattutto con la Rivelazione cristiana, per uno sviluppo integrale della persona umana in tutte le sue dimensioni. Si tratta di un impegno importante, anche a fronte di un atteggiamento talvolta rinunciatario da cui è segnato il pensiero contemporaneo, così come rispetto alle emergenti forme di razionalità legate al trans-umanesimo e al post-umanesimo.
Le Facoltà giuridiche, di Diritto canonico e civile, che da secoli contraddistinguono la nostra Università, sono chiamate a studiare e insegnare il Diritto attraverso la più ampia valorizzazione della comparazione fra i sistemi giuridici degli ordinamenti civili e quello della Chiesa cattolica. In modo particolare, vi incoraggio a considerare e studiare a fondo i processi amministrativi, urgente sfida per la Chiesa”.
Ugualmente i nuovi percorsi di studio introdotti da papa Francesco: “Infine, una parola a parte meritano i cicli di studio di Scienze della Pace ed Ecologia e Ambiente, che negli anni andranno ad assumere una loro conformazione istituzionale più definita. Le tematiche che essi affrontano sono parte essenziale del recente Magistero della Chiesa, la quale, stabilita come segno dell’alleanza tra Dio e l’umanità, è chiamata a formare operatori di pace e di giustizia che edificano e testimoniano il Regno di Dio. La pace è certamente dono di Dio, ma richiede al contempo donne e uomini capaci di costruirla ogni giorno e di supportare a livello nazionale e internazionale i processi verso un’ecologia integrale. Chiedo pertanto alla mia Università di continuare a sviluppare e potenziare a livello inter- e trans-disciplinare questi due cicli di studio e, se necessario, di integrarli con altri percorsi”.
Al termine ha segnalato le tre caratteristiche dell’Università, di cui la prima è la fraternità: “La prima è questa: al centro della formazione devono esserci la reciprocità e la fraternità. Oggi, purtroppo, si usa spesso la parola ‘persona’ come sinonimo di individuo, e il fascino dell’individualismo come chiave per una vita riuscita ha risvolti inquietanti in ogni ambito: si punta alla promozione di sé stessi, si alimenta il primato dell’io e si fatica a fare cooperazione, crescono pregiudizi e muri nei confronti degli altri e in particolare di chi è diverso, si scambia il servizio di responsabilità con una leadership solitaria e, alla fine, si moltiplicano le incomprensioni e i conflitti”.
E’ stata una chiara richiesta di reciprocità: “La formazione accademica ci aiuta a uscire dall’autoreferenzialità e promuove una cultura della reciprocità, dell’alterità, del dialogo. Contro quello che l’enciclica ‘Fratelli tutti’ definisce ‘il virus dell’individualismo radicale’, vi chiedo di coltivare la reciprocità, attraverso relazioni improntate alla gratuità ed esperienze che aiutino la fraternità e il confronto tra culture diverse. La Pontificia Università Lateranense, ricca dalla presenza di studenti, docenti e personale dei cinque continenti, rappresenta un microcosmo della Chiesa universale: siate perciò segno profetico di comunione e di fraternità”.
Eppoi un’università non può trascurare la ‘scientificità’: “Il servizio accademico spesso non gode del dovuto apprezzamento, anche a motivo di radicati pregiudizi che purtroppo aleggiano pure nella comunità ecclesiale. Si riscontra a volte l’idea che la ricerca e lo studio non servano ai fini della vita reale, che ciò che conta nella Chiesa sia la pratica pastorale più che la preparazione teologica, biblica o giuridica”.
Per questo ha sollecitato la formazione di laici e sacerdoti competenti: “Il rischio è quello di scivolare nella tentazione di semplificare le questioni complesse per evitare la fatica del pensiero, col pericolo che, anche nell’agire pastorale e nei suoi linguaggi, si scada nella banalità, nell’approssimazione o nella rigidità.
L’indagine scientifica e la fatica della ricerca sono necessarie. Abbiamo bisogno di laici e preti preparati e competenti. Perciò, vi esorto a non abbassare la guardia sulla scientificità, portando avanti una appassionata ricerca della verità e un serrato confronto con le altre scienze, con la realtà, con i problemi e i travagli della società”.
Infine l’università ha lo scopo di educare al bene comune: “Il fine del processo educativo e accademico, infatti, dev’essere formare persone che, nella logica della gratuità e nella passione per la verità e la giustizia, possano essere costruttori di un mondo nuovo, solidale e fraterno. L’Università può e deve diffondere questa cultura, diventando segno ed espressione di questo mondo nuovo e della ricerca del bene comune”.
(Foto: Santa Sede)





























