Tag Archives: Missione
Riccardo Rossi: stare accanto a Biagio Conte grande dono per me
“Stare accanto a Fratel Biagio, quando faceva i digiuni-preghiera, è stato un grande dono per me, si vivevano tanti momenti che ricordavano pagine del Vangelo e talvolta dei veri e propri miracoli”: così all’Adnkronos, Riccardo Rossi, ex portavoce del missionario palermitano morto il 12 gennaio di tre anni fa.
“Quando nel maggio nel 2019 ha fatto il digiuno- preghiera in piazzetta Padre Pino Puglisi, zona Brancaccio, per non fare espellere dall’Italia il ghanese Paul, riceveva tante visite, ma una in particolare mi colpì molto- racconta -Fratel Biagio era disteso a terra, accanto alla statua di Padre Pino Puglisi e si avvicinarono a lui una madre con il figlio di circa 20 anni, tutti e due in lacrime. Il missionario li accolse, parlarono un po’ insieme e dopo si allontanarono confortati e sorridenti.
Fratel Biagio mi chiamò e mi chiese se volessi sapere cosa fosse successo e così mi raccontò: Io come sai vado spesso negli ospedali nei vari reparti per consolare e stare accanto a chi soffre; mentre mi trovavo in una stanza sono passato davanti al letto di un ragazzo in coma, l’ho sfiorato e ho pregato per lui. Questo ragazzo è quello che è venuto oggi con la madre, si era risvegliato dal coma, mi hanno ringraziato ma io ho detto che non avevo fatto niente, era stata solo opera di Gesù Cristo”.
“Questi e altri episodi li ho contemplati nel mio cuore, ora qualcuno lo sto raccontando, -spiega Riccardo Rossi, ora Piccolo Figlio della Divina Volontà-. Sono stato per diverso tempo accanto alla tomba dove sono conservate le spoglie terrestri di Fratel Biagio, nella chiesa ‘Casa di Preghiera per tutti i Popoli’ e qualche volta sono venute delle famiglie a pregare per il figlio in coma, forti di questo e altre grazie avvenute tramite Fratel Biagio quando era in vita, sperando nella guarigione.
A tal proposito Gesù, con i suoi nuovi eccessi d’amore che si trovano nel Libro di Cielo, volume 13, 6 giugno 1921, vergato dalla Serva di Dio Luisa Piccarreta ci dice: Figlia mia, il più grande miracolo che può operare la mia onnipotenza, è che un’anima viva del mio Fiat. Ti par poco che la mia Volontà santa, immensa, eterna, scenda in una creatura, e mettendo insieme la mia Volontà con la sua la sperdo in Me e mi fo Vita di tutto l’operato della creatura, anche delle più piccole cose?
Fratel Biagio – afferma Riccardo Rossi, giornalista- è stato il San Giovanni Battista dei nostri tempi, con la sua testimonianza ci ha presentato Gesù Cristo”.
(Tratto da AdnKronos)
Per la giornata di Dialogo tra cattolici ed ebrei Rav Abib sottolinea l’importanza del dialogo
Ha per titolo ‘In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra. Sessant’anni di Nostra Aetate’ il sussidio predisposto dall’Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso per la 37ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, che si celebra oggi con l’obiettivo di offrire alle comunità cristiane (parrocchie, gruppi, associazioni, movimenti, comunità, istituti religiosi, circoli culturali, federazioni, scuole) degli strumenti per avviare e sostenere, nei differenti contesti, processi di dialogo con le realtà ebraiche e di riscoperta delle radici ebraiche della e nella fede cristiana.
Per questa giornata anche il presidente dell’Assemblea Rabbinica d’Italia, Rav Alfonso Arbib, ha sottolineato il valore del passo biblico scelto: “Il passo biblico scelto quest’anno come tema di riflessione per la Giornata del dialogo ebraico cristiano è parte delle parole che per la prima volta il Signore rivolge ad Abramo, un messaggio con un ampio sguardo aperto al futuro, nel quale D. ordina ad Abramo di lasciare la terra in cui viveva e la famiglia di origine per dirigersi verso la terra che gli avrebbe indicato, al tempo stesso gli promette di fare della sua discendenza una grande nazione destinata a recare benedizione a tutti gli uomini”.
Tale passo biblico è un’occasione per una ripresa del dialogo dopo momenti di incomprensioni: “Si tratta dunque di un passo che ci parla del compito di portata universale che il Signore affida ad Abramo ed al popolo che da questi sarebbe disceso; la scelta di questo testo riveste una particolare importanza nel momento in cui ci impegniamo a riprendere un percorso di dialogo che ha molto risentito di momenti di incomprensione e di profonde divergenze riguardo i travagliati tempi che stiamo vivendo. Il dialogo richiede innanzitutto che le parti chiariscano reciprocamente la propria identità che desiderano essere conosciuta e compresa, ovviamente nel rispetto delle rispettive posizioni di pensiero e di fede”.
Il messaggio biblico di questa Giornata non è isolato nel dialogo con la ‘stirpe di Abramo’: “Questo annuncio viene infatti nuovamente espresso dal Signore allo stesso patriarca Abramo in altre due circostanze: lo ritroviamo allorquando gli manifesta l’intenzione di punire le città malvagie, Sodoma e Gomorra, un passo in cui Abramo è chiamato dall’Eterno a rappresentare la massima sensibilità morale che deve animare la sua discendenza”.
Queste parole sono rivolto anche ad Isacco: “Il richiamo universale viene poi rivolto al secondo patriarca, Isacco, quando il Signore gli conferma la promessa di benedizioni già espressa ad Abramo, qui si evidenzia il fatto che nella stessa benefica ricaduta per tutti i popoli sarà compresa anche la promessa della terra”.
Ugualmente a Giacobbe: “Infine la stessa visione universale viene annunciata anche al terzo patriarca, Giacobbe, quando sta per iniziare il suo percorso lontano dalla casa paterna, un percorso che forse anticipa l’esperienza di dispersione del popolo ebraico… La riaffermazione, più volte ribadita dal testo sacro, dell’impegno che la stirpe di Abramo, il popolo ebraico, deve sviluppare con una prospettiva universale ci dice che si tratta di un punto fondamentale; si inserisce infatti, integrandola, nel contesto di un’identità che evidenzia invece un popolo distinto dagli altri, chiamato a un impegno morale esemplare, nell’adempimento di comandamenti particolari che devono santificare tutta la vita e nel rapporto inscindibile con una terra che non è semplicemente una sede nazionale ma, al contrario, si prospetta pienamente come parte essenziale della missione che D. affida ai figli d’Israele”.
Quindi la benedizione è un bene: “Attraverso questi richiami, come del resto molti altri nella Bibbia, si evidenzia l’idea, che è sempre bene ribadire, che D. sceglie un popolo e una terra per farne strumenti di bene per il mondo intero, per mezzo loro la benedizione deve infine giungere a tutte le genti. Un compito così impegnativo per il quale il popolo ebraico è posto costantemente sotto il monito e il giudizio dell’Eterno, come testimoniano tante pagine della Torà e le parole dei Profeti biblici; le une e le altre hanno sviluppato nel popolo ebraico una sincera capacità di autocritica che opera in maniera profonda e incisiva anche a prescindere dalle critiche che pervengono dall’esterno”.
Quindi una miglior conoscenza della propria identità aiuta a riprendere il dialogo: “La migliore conoscenza delle nostre identità, in cui ci è utile, per alcuni aspetti importanti, il passo biblico proposto alla riflessione, può aiutarci a riprendere il dialogo con maggiore chiarezza e con più ampia fiducia, affrontando nelle forme e nelle sedi opportune i temi su cui si sono registrate le sensibilità più discrepanti, particolarmente legate al tragico conflitto in Israele e a Gaza. In termini generali consideriamo importante prendere atto che si condividono alcuni problemi di grave e urgente attualità”.
E’ un invito a contrastare l’antisemitismo: “Riteniamo che l’impegno contro l’antisemitismo, in crescita esponenziale per numero e gravità degli eventi, non sia solo interesse delle comunità ebraiche, si tratta di contrastare elementi distruttivi che corrodono le basi etiche della società e inoculano pensieri distorti che confondono le coscienze. Anche la delegittimazione dello Stato d’Israele, cui sempre più spesso assistiamo, dovrebbe costituire una comune preoccupazione, si accompagna infatti a giudizi superficiali degli eventi in corso e soprattutto a una lettura parziale e distorta di fatti essenziali della storia, tutti elementi negativi che allontanano dalla ricerca obiettiva delle cause del conflitto e da possibili contributi alla ricerca della pace”.
Nella lettera Rav Alfonso Arbib ha evidenziato che compito delle fedi devono contribuire alla pace attraverso il dialogo: “Infine è opportuno ricordare che esistono molti temi che angosciano l’umanità su cui le religioni possono e in alcuni casi devono far sentire la propria voce; ci sono situazioni intollerabili di fame, miseria, malattie diffuse e mortalità infantile, ci sono interrogativi sullo sviluppo della civiltà compatibile con i limiti e le condizioni che la scienza ritiene indispensabili per la sopravvivenza del nostro pianeta, ci sono dubbi e incertezze sull’utilizzo delle nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale. L’umanità ha bisogno di sentire dalle comunità religiose, dalle diverse esperienze di fede, parole concrete e responsabili per il futuro, anche attraverso voci diverse fra loro. Anche in questo modo la benedizione del Signore può diffondersi su tutti i popoli”.
Epifania del Signore: la manifestazione al mondo
Il termine ‘Epifania’, nome di origine greco, significa manifestazione, rivelazione. Le prime tre manifestazioni della divinità di Gesù, che la Liturgia ci ricorda, sono quella ai pastori di Betlemme, quella ai Magi, venuti dall’Oriente, e poi alle nozze di Cana quando trasformò l’acqua in vino. Sotto le sembianze di un bambino appena nato nessuno avrebbe potuto scorgere il Messia atteso da secoli; il Bambino preannunziato da Dio, dopo il peccato originale: ‘Metterò inimicizia tra te e la donna, disse Dio a satana, tra il seme tuo e il seme di Lei’.
Nella pienezza dei tempi ‘Il Verbo si fece carne’, Gesù viene sulla terra, assume a sé la natura umana, nasce in mezzo al popolo che Dio stesso si era prescelto. I profeti nei secoli lo avevano preannunciato significando anche il luogo di nascita ‘Betlemme’ ed anche la stirpe ‘figlio di David’. La sua nascita è contrassegnata da una luce: la luce che la notte di natale è brillata a Betlemme illuminando la grotta; gli Angeli splendenti che annunziarono i pastori, e questi subito accorsero per adorare il Bambino; anche una luce, una stella compare in oriente per annunciare ai popoli il neonato Messia.
Gesù infatti non si era incarnato solo per il popolo eletto ma per salvare tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Dio parla sempre un linguaggio assai chiaro, adeguato all’interlocutore. Ai pastori, figli del popolo eletto, parla attraverso gli Angeli, al mondo attraverso una stella: l’astronomia era la grande scienza dell’umanità; una stella, che è un messaggio che fa riflettere, che guida l’uomo alla ricerca di Dio; i Magi, uomini di cultura, interpretano il messaggio e partono alla ricerca nel neonato Bambino divino.
L’Epifania è sempre un mistero di luce, significata oggi dalla stella, che guida i popoli a Cristo. Misterioso disegno divino: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre. Oggi è la festa dell’Epifania: i Magi non si arrestarono davanti alle difficoltà sopravvenuti: usano tutte le risorse umane, chiedono, affrontano un lungo e difficoltoso viaggio anche quando scompare la stella, si informano, cercano e Dio premia la loro fede e la loro costanza. Arrivano a Gerusalemme, la capitale del regno, vengono inviati a Betlemme e, ricomparsa la stella, sono guidati dove si trova Gesù con Maria e Giuseppe.
Sono uomini dalla fede profonda e non si prostituiscono al potere politico; Erode, il re, stupito, meravigliato del loro arrivo, interroga i sacerdoti e gli scribi, si informa sul tempo in cui era comparsa la stella e li invia a Betlemme: ‘Andate, cercate il Bambino e, trovatolo, fatemelo sapere perché io venga ad adorarlo’; nel suo cuore già aveva deciso di eliminarlo. Erode, gli scribi, i sacerdoti erano gente che alla luce preferivano le tenebre perché nel loro cuore non c’era fede ma malvagità, egoismo, cattiveria e la tenebra che oscura il cuore e la mente.
I Magi partono da Gerusalemme e la luce ancora una volta si fa viva, la luce si ferma là dove c’era la sorgente della luce: Cristo Gesù. I Magi entrano, ascoltano Maria, adorano il divino Bambino e si inebriano della vera luce. Misterioso disegno divino è la luce, ma gli uomini spesso preferiscono le tenebre. Dio è luce e in Lui non ci sono tenebre perché Dio è l’amore; così gli angeli cantano: gloria a Dio e pace agli uomini e, purtroppo l’umanità pensa solo alle armi, alla guerra, all’odio, alla distruzione; questo uomo ha già creato le armi per autodistruggersi e, dopo due mila anni di cristianesimo la armi ancora oggi seminano distruzione e morte.
Ma Gesù è venuto per salvare l’uomo e a chi risponde alla sua chiamata, ha assicurato un posto nel regno dei cieli. La festa di oggi è il grande mistero della chiamata di Dio, la chiamata dei popoli alla fede, alla luce, alla fratellanza, all’amore. Il mistero dell’Epifania è un movimento di irradiazione verso l’esterno (la chiamata dei popoli alla conversione); è un movimento di attrazione verso il centro, verso la Gerusalemme celeste, alla ricerca del messia predetto dai profeti. Non esiste ormai più l’ebreo ed il pagano, ma esiste l’uomo chiamato alla salvezza.
I Magi adorarono il Bambino Gesù tra le braccia di Maria e alla sorgente della vera luce offrirono i loro doni: oro (per adorare la regalità di Cristo), incenso (per adorare la sua divinità) e mirra (per riconoscere la sua umanità, l’essere divenuto nostro fratello per vincere la morte, frutto del peccato).
La festa dell’Epifania è la festa della Chiesa alla quale Gesù affida ancora oggi la missione: ‘Come il Padre ha mandato me, io mando voi: andate, fate miei discepoli tutta la gente’; è la festa della Chiesa chiamata ad estendere la luce di Cristo a tutte le genti e a continuare l’Epifania del Signore. La tua luce, Signore, ci accompagni sempre, in ogni luogo, in ogni momento. Aiutato da Maria e Giuseppe, Gesù fu costretto a fuggire in Egitto; noi, aiutati da Cristo Gesù, che è morto e risorto, sorretti dalla santa madre di Dio e madre nostra, con fede, con fiducia grande e amore profondo irradiamo la luce di Cristo nel cuore, nella famiglia e in mezzo al popolo santo di Dio.
A Sacrofano la 39^ edizione del Convegno nazionale giovani USC
Fino a lunedì 5 gennaio, presso la Fraterna Domus a Sacrofano (RM), si terrà il XXXIX Convegno nazionale giovani USC, promosso dall’ufficio di pastorale giovanile e vocazionale dei Missionari del Preziosissimo Sangue in collaborazione con le suore Adoratrici del Sangue di Cristo.
L’appuntamento, ormai consolidato nel tempo, riunirà circa 300 giovani dai 16 ai 30 anni, provenienti da diverse parti d’Italia per vivere un’esperienza di preghiera, fraternità e discernimento, arricchita dalle testimonianze di tanti ospiti. Il tema scelto per questa edizione, ‘Chi è freddo non riscalda’, tratto da una riflessione di san Gaspare del Bufalo, richiama con forza l’urgenza di una fede viva, capace di scaldare il cuore e trasformarsi in slancio missionario.
Durante le tre giornate, i partecipanti saranno coinvolti in momenti di ascolto, catechesi, laboratori, celebrazioni liturgiche e spazi di condivisione, con particolare attenzione alla dimensione vocazionale e alla responsabilità missionaria dei giovani oggi, come racconta don Valerio Volpi, direttore dell’ufficio di pastorale giovanile e vocazionale dei Missionari del Preziosissimo Sangue:
“Ad impreziosire questo nostro tempo insieme saranno le diverse testimonianze che si susseguiranno nel corso dei tre giorni. Da Pietro Sarubbi, noto ai più per il ruolo di Barabba nel celebre film di Mel Gibson, ai familiari della beata suor Maria Laura Mainetti, nella cui vita la missione ha trovato compimento fino al dono del sangue.
Sarà con noi anche la prof.ssa Antonella Anghinoni, che offrirà una catechesi biblica sul tema, mentre fra’ Antonio d’Errico ci guiderà alla scoperta del mondo dell’evangelizzazione digitale. Accanto alle celebrazioni liturgiche e ai momenti di lavoro in gruppo, vivremo insieme l’appuntamento più atteso del convegno: la solenne veglia eucaristica davanti al Santissimo Sacramento, per lasciarci accendere il cuore”.
Papa Leone XIV prega per le vittime a Crans-Montana
Appresa la notizia del tragico incendio avvenuto nella notte di giovedì 1 gennaio, a Crans-Montana, in Svizzera, che ha provocato più di 40 morti e numerosi feriti, papa Leone XIV si è unito ‘al dolore delle famiglie e dell’intera Confederazione Elvetica’ con un telegramma, a firma del segretario di Stato, card. Pietro Parolin, al vescovo della diocesi di Sion, mons. Jean-Marie Lovey: “La Madre di Dio, nella sua tenerezza, porti il conforto della fede a tutte le persone toccate da questo dramma e le custodisca nella speranza”.
Al pensiero del papa si è unito quello dei vescovi svizzeri, con un messaggio firmato insieme alla diocesi di Sion: “Quella che doveva essere una notte di festa si è trasformata in una terribile catastrofe per centinaia di persone. E’ a loro che vanno i nostri pensieri e le nostre preghiere”. La Diocesi di Sion esprime in particolare “il suo sostegno e la sua gratitudine a tutte le persone impegnate in vari modi a favore delle vittime, sul posto o nei vari ospedali mobilitati, al personale sanitario, alla polizia, alle autorità civili e giudiziarie… Preghiamo affinché le famiglie straziate possano essere accompagnate e sostenute. Affinché la luce della solidarietà possa dissipare il fumo nero e denso di questo dramma, affidiamo in modo particolare tutte le vittime e i loro cari alla tenerezza della Vergine Maria”.
Ulteriori messaggi di cordoglio giungono poi dalle singole Diocesi. Oltre a mons. de Raemy, amministratore apostolico della diocesi di Lugano, si è anche espresso in un messaggio mons. Bonnemain, vescovo di Coira: “Questa mattina, durante la celebrazione eucaristica, ho pregato per tutte le persone che sono state colpite direttamente o indirettamente dal terribile incendio di Crans-Montana: le vittime, i feriti, i familiari, i medici, gli infermieri, i servizi di soccorso, le forze di sicurezza, le autorità, i soccorritori, per tutto il Vallese. Vorrei solo pregare in silenzio e sperare che la solidarietà dimostrata possa alleviare in qualche modo l’immensa sofferenza”.
In un ulteriore messaggio diffuso oggi mons. Pierre-Yves Maillard, vicario generale della diocesi di Sion, ha inoltre annunciato che mons. Jean-Marie Lovey celebrerà un’ulteriore messa domenica 4 gennaio nella chiesa di Crans, insieme al pastore di Montana, al presidente del Consiglio sinodale Stephan Kronbichler ed al presidente del Sinodo svizzero Gilles Cavin. Inoltre oggi vi sarà un’adorazione eucaristica nella chiesa di Montana.
Ed ieri è stata celebrata una messa in suffragio delle vittime dal vescovo della diocesi di Sion, mons. Jean-Marie Lovey, nella chiesa di Crans-Montana: “Il raduno spontaneo di ieri sera sul luogo della tragedia è stato commovente: centinaia di giovani si abbracciavano in silenzio portando fiori e candele”.
Infine, anche il Consiglio mondiale delle Chiese (Wcc), che ha la sua sede a Ginevra, ha espresso in queste ore ‘profondo dolore e solidarietà’ con una lettera indirizzata alle Chiese del segretario generale dell’organismo ecumenico, rev. Jerry Pillay: “Non siete soli. Persone in tutto il mondo pregano per voi, piangono con voi e vi sono vicine in solidarietà. Che possiate trovare forza e conforto gli uni negli altri e che il ricordo dei vostri cari diventi fonte di luce e pace nei difficili giorni che ci attendono”.
Intanto, le autorità svizzere parlano di 80-100 persone in condizioni critiche, tra i 115 feriti nell’incendio di Crans-Montana. Le vittime sono cittadini svizzeri, italiani e francesi, come ha spiegato il capo del dipartimento della sicurezza del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, alla radio francese Rtl: “Delle centinaia di persone ricoverate negli ospedali molte non sono state ancora identificate”.
Mentre nel videomessaggio inviato ai partecipanti alle Conferenze SEEK26 che si svolgono nelle città di Columbus, Fort Worth e Denver, negli Stati Uniti, il papa ha evidenziato la chiamata dei primi discepoli: “Gesù pone questa domanda ai discepoli perché conosce i loro cuori. Erano inquieti, in senso buono. Non volevano accontentarsi della normale routine della vita.
Erano aperti a Dio e desideravano un significato. Oggi, Gesù rivolge la stessa domanda a ciascuno di voi. Cari giovani, cosa cercate? Perché siete qui a questa conferenza? Forse anche i vostri cuori sono inquieti, alla ricerca di significato, realizzazione e direzione nella vostra vita. La risposta si trova in una persona. Solo il Signore Gesù ci porta vera pace e gioia e soddisfa ogni nostro desiderio più profondo”.
Quindi la conoscenza personale permette la ‘nascita’ del cristianesimo: “Questo brano ci parla quindi anche di cosa significhi essere missionari. Dopo aver incontrato Gesù, Andrea non poté fare a meno di condividere con suo fratello ciò che aveva trovato. Infatti, lo zelo missionario nasce dall’incontro con Cristo.
Desideriamo condividere con gli altri ciò che abbiamo ricevuto affinché anche loro possano giungere a conoscere la pienezza dell’amore e della verità che si trovano solo in Lui. Prego che, al termine di questa conferenza, tutti voi siate mossi da questo stesso zelo missionario per condividere con chi vi circonda la gioia che avete ricevuto da un autentico incontro con il Signore”.
(Foto: Avvenire)
Papa Leone XIV: il Verbo agisce per la pace nel mondo
“Prorompete insieme in canti di gioia, grida il messaggero di pace a chi si trova fra le rovine di una città interamente da ricostruire. Anche se impolverati e feriti, i suoi piedi sono belli, scrive il profeta, perché, attraverso strade lunghe e dissestate, hanno portato un annuncio lieto, in cui ora tutto rinasce. E’ un nuovo giorno! Anche noi partecipiamo di questa svolta, alla quale nessuno sembra credere ancora: la pace esiste ed è già in mezzo a noi”: nella prima omelia natalizia papa Leone XIV ha sottolineato che sottolinea che il Verbo fattosi carne manifesta l’inizio di una novità.
La novità consiste nella pace di Gesù: “Così Gesù disse ai discepoli, ai quali aveva da poco lavato i piedi, messaggeri di pace che da lì in poi avrebbero dovuto correre attraverso il mondo, senza stancarsi, per rivelare a tutti il ‘potere di diventare figli di Dio’. Oggi, dunque, non soltanto siamo sorpresi dalla pace che è già qui, ma celebriamo come questo dono ci è stato fatto. Nel come, infatti, brilla la differenza divina che ci fa prorompere in canti di gioia. Così, in tutto il mondo, il Natale è per eccellenza una festa di musiche e di canti”.
E nel prologo giovanneo il Verbo entra in azione: “Il ‘verbo’ è una parola che agisce. Questa è una caratteristica della Parola di Dio: non è mai senza effetto. A ben vedere, anche molte delle nostre parole producono effetti, a volte indesiderati. Sì, le parole agiscono. Ma ecco la sorpresa che la liturgia del Natale ci pone di fronte: il Verbo di Dio appare e non sa parlare, viene a noi come neonato che soltanto piange e vagisce.
‘Si fece carne’ e, sebbene crescerà e un giorno imparerà la lingua del suo popolo, ora a parlare è solo la sua semplice, fragile presenza. ‘Carne’ è la radicale nudità cui a Betlemme e sul Calvario manca anche la parola; come parola non hanno tanti fratelli e sorelle spogliati della loro dignità e ridotti al silenzio. La carne umana chiede cura, invoca accoglienza e riconoscimento, cerca mani capaci di tenerezza e menti disposte all’attenzione, desidera parole buone”.
Di conseguenza il Verbo abita nel mondo: “Ecco il modo paradossale in cui la pace è già fra noi: il dono di Dio è coinvolgente, cerca accoglienza e attiva la dedizione. Ci sorprende perché si espone al rifiuto, ci incanta perché ci strappa all’indifferenza. E’ un vero potere quello di diventare figli di Dio: un potere che rimane sepolto finché stiamo distaccati dal pianto dei bambini e dalla fragilità degli anziani, dal silenzio impotente delle vittime e dalla rassegnata malinconia di chi fa il male che non vuole”.
E ci vuole incontrare attraverso la fragilità: “Cari fratelli e sorelle, poiché il Verbo si fece carne, ora la carne parla, grida il desiderio divino di incontrarci. Il Verbo ha stabilito fra noi la sua fragile tenda. E come non pensare alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro le nostre città?
Fragile è la carne delle popolazioni inermi, provate da tante guerre in corso o concluse lasciando macerie e ferite aperte. Fragili sono le menti e le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire”.
Dal prologo giovanneo prende inizio la visione della pace papale: “Quando la fragilità altrui ci penetra il cuore, quando il dolore altrui manda in frantumi le nostre certezze granitiche, allora già inizia la pace. La pace di Dio nasce da un vagito accolto, da un pianto ascoltato: nasce fra rovine che invocano nuove solidarietà, nasce da sogni e visioni che, come profezie, invertono il corso della storia. Sì, tutto questo esiste, perché Gesù è il Logos, il senso da cui tutto ha preso forma”.
Da qui nascono le resistenze del mondo verso la Chiesa missionaria: “Certo, il Vangelo non nasconde la resistenza delle tenebre alla luce, descrive il cammino della Parola di Dio come una strada impervia, disseminata di ostacoli. Fino a oggi gli autentici messaggeri di pace seguono il Verbo su questa via, che infine raggiunge i cuori: cuori inquieti, che spesso desiderano proprio ciò a cui resistono. Così il Natale rimotiva una Chiesa missionaria, sospingendola sui sentieri che la Parola di Dio le ha tracciato. Non serviamo una parola prepotente (ne risuonano già dappertutto) ma una presenza che suscita il bene, ne conosce l’efficacia, non se ne arroga il monopolio”.
Una visione ecclesiologica per una pace polifonica: “Ecco la strada della missione: una strada verso l’altro. In Dio ogni parola è parola rivolta, è un invito alla conversazione, parola mai uguale a sé stessa. E’ il rinnovamento che il Concilio Vaticano II ha promosso e che vedremo fiorire solo camminando insieme all’intera umanità, mai separandocene”.
Quindi una pace capace di cambiare il monologo in conversazione: “Mondano è il contrario: avere per centro sé stessi. Il movimento dell’Incarnazione è un dinamismo di conversazione. Ci sarà pace quando i nostri monologhi si interromperanno e, fecondati dall’ascolto, cadremo in ginocchio davanti alla nuda carne altrui. La Vergine Maria è proprio in questo la Madre della Chiesa, la Stella dell’evangelizzazione, la Regina della pace. In lei comprendiamo che nulla nasce dall’esibizione della forza e tutto rinasce dalla silenziosa potenza della vita accolta”.
(Foto: Santa Sede)
Dalla Calabria i ‘Panettoni della speranza’ di padre Thao
A Reggio Calabria tutti lo conoscono: padre Thao Joseph, giovane missionario scalabriniano, venuto dalle risaie del sud Vietnam, vive da 4 anni in questa città. Unico vietnamita a Reggio Calabria. Dolce, un sorriso che vi conquista, una disponibilità a tutta prova, lavora in prima linea per i migranti e dirige il ‘Centro di Accoglienza Scalabrini’ a due passi dalla cattedrale.
Alla domenica, celebra l’eucarestia nella chiesa di sant’Agostino, dove con il suo bell’accento orientale si è accattivato la simpatia dei fedeli del quartiere, ma durante la settimana combatte una battaglia intensa e impegnativa al Centro Migranti, dove giovani, mamme e bambini vanno e vengono in continuazione… provenienti dal Marocco, dalla Georgia, dal Pakistan, dai Paesi africani. Il suo impegno è sostenere, coordinare e intervenire nelle varie attività del Centro.
Per Natale, padre Thao presenta un piccolo progetto originale per il Centro di accoglienza in modo da offrire 400 super-panettoni con generi alimentari a tutti i migranti che passeranno nel periodo natalizio: ‘panettoni della speranza’. E’ un gesto semplice, ma un grande dono per umanizzare una vita difficile, amara, di tante persone in emigrazione.
A lui chiediamo di illustrare i ‘panettoni della speranza’?
“Distribuire quattrocento panettoni per i migranti con generi alimentari: questo il nostro progetto natalizio. Il panettone è un prodotto commerciale, ma di cui forse abbiamo perduto il senso. La sua valenza simbolica è molto forte. Non ha solo un significato religioso, cioè natalizio, ma anche collettivo. Non a caso, anticamente, alla sua preparazione collaborativa tutta la famiglia, c’era un grande senso di appartenenza. I suoi valori sono la festa, il ritrovarsi insieme, la famiglia, l’intimità della casa. Ma con i frutti canditi l’ingrediente principale rimane la speranza: il buon sapore di un giorno migliore. Per un migrante questo significa il sogno di una vita normale. Degna, laboriosa e rispettata. Quell’avventura triste e amara del migrare, – del cambiare mondo tra mille difficoltà – era trasportata, per davvero, da un grande sogno”.
Come è sorta questa iniziativa?
“Per caso. Ci si è detti, perché non offrire nel periodo del Natale un bel panettone insieme a dei generi alimentari ai tantissimi migranti che passano al nostro “Centro di Accoglienza Scalabrini” di Reggio Calabria. Più di tremila all’anno ne vengano, dal Marocco, dalla Georgia, Albania, Pakistan, India, Latino america e dai Paesi africani… Il senso dell’integrazione, d’altronde, passa anche attraverso il cibo. Questo, infatti, non è solo nutrimento. E’ anche messaggio: è partecipazione, condivisione, forza di stare insieme.
Ogni nostro panettone, poi, è accompagnato da un autentico messaggio di speranza, stampato a caratteri d’oro. Vi leggete, così: ‘Oggi, milioni di uomini sono assetati di giustizia, costretti a migrare alla ricerca di pane, di pace e di dignità. Natale è Dio che posa la sua dimora tra di noi. E’ adesso. E’ ovunque gli uomini sono amati. Ovunque il povero e lo straniero sono trattati da esseri umani. Ovunque degli avversari si riconciliano. O dove la giustizia, la pace e la solidarietà sono promosse o realizzate… Là, è il Signore che viene!’ Messaggio attualissimo, vivo ed esigente”.
Per quale motivo i migranti scelgono l’Europa?
“Per sfuggire a una vita impossibile, miserabile, per noi impensabile, a causa di guerre, persecuzioni o povertà, in cerca di opportunità di lavoro, di stabilità economica e di una vita migliore. Sono spinti, a volte, anche dalla famiglia come ‘ambasciatori di speranza’. ‘Parti in Europa, aiutaci nella nostra miseria!’: è questo grido, che i migranti risentono nell’anima. Come cavalieri solitari, allora, si spingono in una società difficile, differente e complessa come la nostra, con la voglia di riuscire ad ogni costo. Questo, dopo aver spezzato ogni legame con la loro terra, il loro nido, gli affetti, le abitudini e le tradizioni. Sì, un cammino impressionante di sopravvivenza. A volte è anche il ricongiungimento familiare che li spinge in questa avventura in Italia, in Francia o in Inghilterra. Ritrovarsi là dove altri hanno avuto fortuna”.
Lei è vietnamita: come è giunto in Italia?
“Vengo da un villaggio del Vietnam del sud, Can Tho, in cui vivono tanti migranti fuggiti dal nord dopo la guerra. C’erano, pure, i miei nonni. Quando sono arrivati hanno trovato solo acqua, erba e terra, perché erano alle foci del fiume Mekong. Così, cominciavano a pulire, a preparare e costruire le case e un campo, per piantare il riso. Insomma, iniziavano tutto daccapo con sudore e fatica. Però era l’opportunità di avere la libertà e la vita. Li accompagnavano anche tanti preti, che li aiutavano nella vita spirituale e così hanno costruito anche le chiese.
La mia famiglia era molto religiosa e si viveva con i nonni. Ho avuto tanti zii che hanno consacrato la loro vita per diventare sacerdoti. Quindi, penso che la mia vocazione nasca dai loro esempi e dalla loro preghiera per me. Ogni giorno i miei genitori mi portavano in chiesa per la Messa delle 4.30 del mattino e alla sera di solito si pregava insieme il Rosario. Ecco una grande ricchezza spirituale, che aiutava il mio desiderio di diventare prete. A 18 anni sono entrato in seminario in Vietnam con altri 27 giovani”.
E perché è diventato scalabriniano?
“Poi ho cominciato a conoscere il carisma scalabriniano, per diventare missionario per migranti nel mondo. Così, dopo tre anni mi hanno mandato nelle Filippine. Era la prima volta che vivevo lontano da casa, sentivo forte la mancanza della famiglia, tuttavia non ho perso l`amore per la mia vocazione. Così, nelle Filippine incontravo tante cose nuove: la cultura, la tradizione, la lingua, il cibo e le persone. Un altro mondo. Mi davo coraggio dentro di me, pensando ai tanti migranti che affrontano e combattono le stesse mie difficoltà. Credo che il Signore mi aiutava e mi confortava in questo cammino…
Per la teologia, poi, mi hanno inviato a Roma con altri due. Di nuovo, passare da una cultura asiatica a una cultura occidentale fu per me un’enorme difficoltà, sia per la lingua che per la mentalità. Dopo otto mesi di studio intensivo della lingua italiana, iniziavo i corsi di teologia, ma all`inizio non potevo capire quasi nulla… Nel frattempo, essendo all’estero, in Vietnam, nel mio paese, cancellavano tutti i miei documenti, e mi restava in mano unicamente il passaporto. Era come fossi senza radici. Senza identità, nella mia stessa terra! In occasione della mia ordinazione a Roma, infine, si era in tempo di Covid: diventai sacerdote senza popolo, senza ospiti e senza famiglia.
Una celebrazione privata. Come uomo avvertivo molta tristezza, ma come missionario mi sentivo pieno di coraggio e di gioia. Sì, per un dono grande e un impegno immenso per la mia vita futura. Dopo l’ordinazione, mi hanno inviato a Reggio Calabria. Certo, ho trovato molto difficile l`inizio. Sembrava tutto nuovo per me nella parrocchia Sant’Agostino, vivendo in una parrocchia multiculturale di calabresi, filippini e tanti migranti.
Ma guardando i migranti, ricordavo i miei primi passi, quando entravo in seminario e il desiderio di portare il Vangelo a questi fratelli più fragili… Il tema che avevo scelto per la mia vita missionaria era preso dal Vangelo di Luca: ‘Sulla Tua Parola, getterò le reti’. Nel mio difficile cammino, pieno di sfide, sento per davvero di averlo vissuto! Sì, ma con l’aiuto di Dio. Tutto è grazia”.
Se desiderate dare una mano al Centro Migranti a Reggio Calabria o al suo progetto ‘Panettoni della speranza’: IBAN IT69F3608105138258674058684 intestato a Thao Nguyen Thanh.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV ricorda che la Chiesa è missionaria e tutti partecipano alla manifestazione di Dio
“Grazie del vostro caloroso saluto e soprattutto grazie di essere venuti a questo appuntamento natalizio. Come sapete per me è il primo, ed è la prima volta che vi incontro tutti insieme, anche con molti vostri familiari, e questo mi fa molto piacere! Oggi non dobbiamo parlare di lavoro, però voglio approfittare di questa occasione per ringraziare ciascuno di voi per il lavoro che svolge. Sto imparando a conoscere il Vaticano come un grande mosaico di uffici e di servizi, e piano piano, con l’aiuto di Dio, penso che potrò anche incontrarvi visitando i vari ambienti di lavoro”: nella tradizionale udienza per gli auguri natalizia ai dipendenti vaticani papa Leone XIV ha esortato a lavorare con impegno e dedizione, perché le occupazioni quotidiane acquistano senso nel disegno di Dio.
In tale occasione, però il papa ha sottolineato l’importanza del presepe: “Ma oggi sono contento di questo momento familiare ormai quasi alla vigilia del Natale. Lo viviamo davanti al presepe, che in effetti è presente anche qui, in questa scena della Natività donata dal Costa Rica. Nel presepe, l’immaginazione popolare ha spesso inserito tante figure tratte dalla vita quotidiana, che popolano lo spazio intorno alla grotta. E così, oltre agli immancabili pastori, protagonisti dell’evento secondo il Vangelo, possiamo trovare le statuine che raffigurano diversi mestieri: il fabbro, l’oste, la locandiera, la lavandaia, l’arrotino, e così via”.
Presepe che racconta la quotidianità inquadrata nel disegno di Dio: “Naturalmente sono mestieri di una volta: alcuni di essi sono spariti oppure totalmente trasformati. Comunque mantengono il loro significato all’interno del presepe. Ci ricordano che tutte le nostre attività, le nostre occupazioni quotidiane acquistano il loro senso pieno nel disegno di Dio, che ha il suo centro in Gesù Cristo”.
E nel presepe tutti partecipano alla manifestazione di Dio: “E’ come se Gesù Bambino, dalla mangiatoia dov’è adagiato, benedicesse tutto e tutti. La sua presenza mite e umile diffonde ovunque la tenerezza di Dio. Mentre Maria e Giuseppe adorano il Bambino e i pastori si avvicinano pieni di meraviglia, gli altri personaggi compiono i loro gesti quotidiani. Sembrano distaccati dall’avvenimento centrale, ma non è così: in realtà, ognuno vi partecipa proprio così com’è, stando al suo posto e facendo quello che deve fare, il suo mestiere”.
Così può avvenire nel proprio lavoro con la lode a Dio: “Mi piace pensare che possa essere così anche per noi, nelle nostre giornate lavorative: ciascuno di noi svolge il suo compito e diamo lode a Dio proprio facendolo bene, con impegno. A volte si è talmente presi dalle occupazioni che non si pensa al Signore o alla Chiesa, ma il fatto stesso di lavorare con dedizione, cercando di dare il meglio, e anche, per voi laici, con amore per la vostra famiglia, per i figli, questo dà gloria al Signore”.
Questo è l’insegnamento del presepe: “Carissimi, impariamo dal Natale di Gesù lo stile della semplicità, dell’umiltà e facciamo in modo, tutti insieme, che questo sia sempre più lo stile della Chiesa, in ogni sua espressione. Vi prego di portare il mio saluto anche ai vostri cari a casa; specialmente alle persone anziane o ammalate dite che il papa prega per loro”.
In precedenza nel ricevere i collaboratori della curia il papa aveva ricordato papa Francesco, che incoraggiava ad essere Chiesa ‘accogliente verso tutti’: “… desidero anzitutto ricordare il mio amato predecessore papa Francesco, che in questo anno ha concluso la sua vita terrena. La sua voce profetica, il suo stile pastorale e il suo ricco magistero hanno segnato il cammino della Chiesa di questi anni, incoraggiandoci soprattutto a rimettere al centro la misericordia di Dio, a dare maggiore impulso all’evangelizzazione, ad essere Chiesa lieta e gioiosa, accogliente verso tutti, attenta ai più poveri. Proprio prendendo spunto dalla sua Esortazione apostolica ‘Evangelii gaudium’, vorrei ritornare su due aspetti fondamentali della vita della Chiesa: la missione e la comunione”.
Quindi ha ricordato che la Chiesa è missionaria: “La Chiesa è per sua natura estroversa, rivolta verso il mondo, missionaria. Essa ha ricevuto da Cristo il dono dello Spirito per portare a tutti la buona notizia dell’amore di Dio. Segno vivo di questo amore divino per l’umanità, la Chiesa esiste per invitare, chiamare, radunare al banchetto festoso che il Signore imbandisce per noi, perché ciascuno possa scoprirsi figlio amato, fratello del prossimo, uomo nuovo a immagine del Cristo e, perciò, testimone di verità, di giustizia e di pace”.
Ciò è ricordato nell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ che “ci incoraggia a progredire nella trasformazione missionaria della Chiesa, che trova la sua inesauribile forza nel mandato di Cristo Risorto… Tale stato di missione deriva dal fatto che Dio stesso, per primo, si è messo in cammino verso di noi e, nel Cristo, ci è venuto a cercare. La missione ha inizio nel cuore della Santissima Trinità: Dio, infatti, ha consacrato e inviato il Figlio nel mondo perché ‘chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna’. Il primo grande ‘esodo’, dunque, è quello di Dio, che esce da sé stesso per venirci incontro. Il mistero del Natale ci annuncia proprio questo: la missione del Figlio consiste nella sua venuta nel mondo”.
Però la missione è legata alla comunione: “Allo stesso tempo, nella vita della Chiesa la missione è strettamente congiunta alla comunione. Il mistero del Natale, infatti, mentre celebra la missione del Figlio di Dio in mezzo a noi, ne contempla anche il fine: Dio ha riconciliato a sé il mondo per mezzo di Cristo e, in Lui, ci ha resi suoi figli.
Il Natale ci ricorda che Gesù è venuto a rivelarci il vero volto di Dio come Padre, perché potessimo diventare tutti suoi figli e quindi fratelli e sorelle tra di noi. L’amore del Padre, che Gesù incarna e manifesta nei suoi gesti di liberazione e nella sua predicazione, ci rende capaci, nello Spirito Santo, di essere segno di una nuova umanità, non più fondata sulla logica dell’egoismo e dell’individualismo, ma sull’amore vicendevole e sulla solidarietà reciproca”.
Quindi missione e comunione devono avere al centro della loro ‘azione’ Gesù: “Carissimi, la missione e la comunione sono possibili se rimettiamo Cristo al centro. Il Giubileo di questo anno ci ha ricordato che solo Lui è la speranza che non viene meno. E, proprio durante l’Anno Santo, importanti ricorrenze ci hanno fatto ricordare altri due eventi: il Concilio di Nicea, che ci riconduce alle radici della nostra fede, e il Concilio Vaticano II, che fissando lo sguardo su Cristo ha consolidato la Chiesa e l’ha sospinta incontro al mondo, in ascolto delle gioie e delle speranze, delle tristezze e delle angosce degli uomini di oggi”.
Concludendo i saluti il papa ha ricordato il 50^ anniversario dell’esortazione apostolica ‘Evangelii Nuntiandi’ di papa san Paolo VI: “Essa sottolinea, tra l’altro, due realtà che qui possiamo richiamare: il fatto che ‘tutta la Chiesa riceve la missione di evangelizzare, e l’opera di ciascuno è importante per il tutto’; e, allo stesso tempo, la convinzione che ‘la testimonianza di una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio in una comunione che nulla deve interrompere, ma ugualmente donata al prossimo con uno zelo senza limiti, è il primo mezzo di evangelizzazione’. Ricordiamo questo, anche nel nostro servizio curiale: l’opera di ciascuno è importante per il tutto, e la testimonianza di una vita cristiana, che si esprime nella comunione, è il primo e più grande servizio che possiamo offrire”.
(Foto: Santa Sede)
Ricordando don Oreste Benzi. La profezia della missione
“Don Oreste Benzi è stato capace di cambiare il tempo che ha abitato, di scuotere cuori e menti, di attuare una rivoluzione culturale e sociale nel nostro Paese. Incontrarlo oggi significa comprendere che il suo desiderio di costruire un mondo nuovo è ancora attuale e possibile, proponendo un’idea alternativa di società, ‘la società del gratuito’, come don Oreste la chiamava. Una società che riporta al centro la persona, che va avanti seguendo il passo degli ultimi, inclusiva, rispettosa della diversità, che fa della diversità il suo anzi punto di forza”: con questa intenzione ad inizio settembre, in occasione dell’anniversario dei 100 anni della nascita, il Comitato Nazionale per le celebrazioni del Centenario, la Fondazione ‘Don Oreste Benzi’, il comune di Rimini e la diocesi di Rimini, hanno promosso tre giornate di eventi, musica e fede dedicati a lui per ricordare la sua figura e il suo sguardo, pieno di amore e attento agli ultimi, che continua a generare una tensione innovatrice anche oggi, attraverso le opere e le realtà che sono nate dall’incontro con lui.
Le giornate sono state aperte dalla celebrazione eucaristica del presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi : “Don Oreste continua a farci sentire famiglia e la luce del suo amore riflette quella eterna. E’ la stessa luce che portava nei luoghi e nei cuori più oscuri e che faceva trovare nei tanti piccoli che ha amato e difeso la loro straordinaria bellezza, altrimenti nascosta, umiliata. Don Oreste continua ad aiutarci a riconoscere il corpo di Gesù nell’Eucarestia e nei piccoli. Corpus Domini tutti e due! Uno del tutto Spirituale ma sempre materiale, l’altro tutto materiale ma sempre spirituale. Don Oreste continua a farceli ‘vedere’ con gli occhi di Gesù, a riconoscerlo nel tabernacolo che nella casa del Papa Giovanni XXIII è il cuore e l’intimità della famiglia e di ciascuno, e anche nella relazione affettiva, personale, nel legame di amore che ci unisce, tra noi, e con i più piccoli e fragili distratti osservatori o degli professionisti equilibrati che però smarriscono quella spinta in più che è la gratuità, l’amore”.
Partendo da queste sollecitazioni alla professoressa Elisabetta Casadei, postulatrice della causa di beatificazione e canonizzazione di don Oreste Benzi, abbiamo chiesto di raccontarci la profezia di don Oreste Benzi: “Aver rimesso al centro la relazione, quella gratuita, o meglio, la condivisione diretta, nella quale l’uomo diventa se stesso e si sente parte di un ‘noi’ per il quale desidera vivere. Don Benzi non è tanto un prete della carità, ma possedeva una visione sulla società e sul mondo conseguenza del Vangelo.
La sua profezia è dunque la ‘Società del Gratuito’, opposta a quella del ‘Profitto’, che descrive così, sulla falsariga di papa Francesco: ‘L’uomo investe denaro nel campo economico per riaverlo aumentato; impegna le proprie energie, le proprie capacità per riaverle aumentate: in questa impostazione l’uomo diventa il centro di se stesso e, potenzialmente, è nemico degli altri, nel senso che tutte le volte che nel suo cammino incontra qualcuno che va contro i suoi interessi lo combatte (homo homini lupus)… La guerra è strutturata nella società umana. Come conseguenza si ha che ogni uomo si difende dall’altro: così cresce la paura, la difesa, l’attacco’ (Oreste. Benzi, ‘Un’umanità nuova fondata sul gratuito’, 25.2.85).
La guerra è strutturale nella Società del Profitto, poiché ‘ogni persona che è senza padre e senza madre e viene tenuta rinchiusa in strutture emarginanti… subisce violenza e quindi è un focolaio di guerra. Ogni disoccupato subisce violenza ed è quindi un focolaio di guerra. Il focolaio di guerra è quella società che non vuole la guerra, ma che in realtà produce il disoccupato e quindi crea la guerra… Tutto il mondo lotta per uccidersi l’un l’altro: questa è una pazzia collettiva, che l’uomo vi è tanto dentro che non ci crede neanche più di essere pazzo’.
Per descrivere questa pazzia usa dei paragoni: ‘In noi può svilupparsi quella malattia autoimmune, in cui le cellule non si riconoscono più dello stesso corpo e si distruggono l’un l’altra, finché sono morte’. Questa Società non può essere aggiustata, ma va cambiata. La Società del Gratuito è fondata su una visione dell’uomo opposta a quella individualistica, ossia come persona, in cui le relazioni sono vitali; per cui, fondata sulle dinamiche positive della persona: realizzare le proprie capacità e parteciparsi nella gratuità. Nella Società del Gratuito le capacità non sono titoli di merito, ma di servizio, e la retribuzione è secondo il bisogno e non secondo i titoli (studio, carriera, livello); i beni sono usati come amministratori e non come proprietari. La Società del Gratuito è costituita dai ‘nuovi mondi vitali’, ossia da nuovi stili di vita sociale, in cui le persone si sentono accolte e amate per quello che sono: case famiglia, cooperative sociali, scuole del gratuito, professioni, aziende agricole, corpi di pace, centri educanti con i carcerati…
Principio di rinnovamento della società sono i piccoli, gli scartati (disabili, anziani, ex prostitute, carcerati e tutti coloro che non contano), poiché essi aiutano a rimanere umani: a riscoprire valori che rischiamo di perdere o addirittura di disprezzare: gratuità, tenerezza, compassione, il valore del tempo e della natura, dell’essere sull’avere. Dal 2006 l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII è accreditata con lo stato ‘Consultativo Speciale’ all’ECOSOC (Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite), organismo che tratta tematiche legate allo sviluppo sociale, alla giustizia e alla pace, allo scopo di promuovere a livello globale il paradigma della Società del Gratuito”.
Quale era il suo ‘metodo’ pastorale?
“Un secondo elemento di profezia è il metodo pastorale, che si può oggi definire sinodale e missionario. don Benzi lo ha applicato sia nella sua parrocchia sia nella Comunità Papa Giovanni XXIIII. I cui principi si possono così enucleare: partire dalla vita delle persone e non da piani pastorali predefiniti: ‘Quando la vita interpella la fede, riunisci i fedeli e rispondi alla vita con la fede”; “Quando si devono costruire strade, occorre prima guardare dove passa la gente’. Decidere tutti insieme: ascoltare tutti! (il consiglio pastorale era sempre aperto a tutti e si svolgeva la domenica pomeriggio, una volta al mese).
Le minoranze possono essere principi di rinnovamento nel futuro. Priorità della grazia: alle assemblee annuali ci si preparava spiritualmente anche mesi prima. Priorità della memoria: anzi tutto si faceva memoria di ciò che il Signore aveva fatto nella comunità gli anni precedenti (lettura teologica della storia). Priorità dell’ascolto e della condivisione delle esperienze di vita (in casa famiglia, nel quartiere, ecc) sulla conoscenza scientifica (ascolto degli esperti sui diversi temi: droga, educazione, disabilità. Conclusioni non solo teoriche, ma operative, stabilendo precisi obiettivi. Festa (sport, spettacoli)”.
Quali erano gli elementi costitutivi della sua spiritualità?
“Vivere non solo per Gesù e con Gesù, ma in Gesù per rinnovare il mondo. Nello specifico, conformare il proprio cuore a quello di Gesù servo, povero ed obbediente, che condivide in tutto la vita dell’uomo e prende su di sé i loro limiti e peccati (espiazione o diaconia dell’amore): questo è anche il carisma dell’associazione Papa Giovanni XXIII. Tutto ciò si esplica nella condivisione diretta (mettere la vita con la vita di chi non è voluto da nessuno), la fraternità, la vita da poveri (con loro, come loro) ed una intensa preghiera che non tralasciava mai, anche nei ritmi frenetici delle sue giornate in giro per l’Italia ed il mondo (Eucaristia quotidiana, Liturgia delle Ore, Rosario, adorazione, meditazione della Parola di Dio)”.
Allora per quale motivo era un apostolo della carità?
“Era un apostolo dell’amore di Dio, perché: ‘Nessuno deve essere lasciato soffrire da solo’. ‘Ci sono poveri (diceva) che ci vengono a cercare, ma tanti, la maggior parte non verranno mai: da quelli noi dobbiamo andare’. Sentiva empatia fortissima con chi non era considerato (scartato, si direbbe oggi), poiché suo padre apparteneva a quella categoria di persone ‘che credono talmente di non valere niente, che quasi ti chiedono scusa di esistere’. Aveva la certezza granitica che ogni uomo nasce con una missione da compiere nella storia e nel popolo di Dio e che è depositario di doni (carismi) particolari, per cui se qualcuno non corrisponde alla missione affidata, nella storia e nel popolo di Dio, rimarrà per sempre un buco”.
In quale modo riusciva a coinvolgere le persone?
“Prospettava alti ideali e li faceva percepire possibili da realizzare (aveva una grande capacità comunicativa); sapeva cogliere i carismi delle persone e valorizzarli (aveva grande conoscenza dell’umano, sia per dono naturale che per studio assiduo); dava fiducia e responsabilizzava; portava con sé sempre testimoni di resurrezione (es. ex tossici, disabili, ecc). Alcuni giovani che lo hanno seguito negli anni ’70 dicono: Non potevo credere che un prete poteva essere più matto di me, per cui l’ho seguito!”.
Quali erano gli aneddoti più ricorrenti?
“Non si sta in piedi se non si sta in ginocchio, L’uomo non è il suo errore, Le cose belle prima si fanno e poi si pensano’. Oggi sono tutti raccolti (oltre 600!) in Oreste.Benzi, ‘Aforismi, aneddoti e provocazioni’, (a cura di Elisabetta. Casadei, Sempre 2024, ndr.) e consultabili per argomento (oltre 300!) grazie ad un buon indice tematico”.
Per quale motivo si definiva ‘prete di tutti’?
“Perché sapeva raggiungere tutti: bambini, giovani, sposi, anziani; barboni, carcerati, nomadi, prostitute (andò perfino in un bordello in Bolivia), studenti, ma anche vescovi e cardinali. ‘Tutti hanno diritto alla Parola di Dio’, diceva, per cui quando scendeva in strada per incontrare le ‘sorelline’ (così chiamava le piccole fatte prostituire) diceva loro: ‘Sister, do you love Jesus’ e pregava con loro”.
A quale punto è il processo di beatificazione?
“E’ in fase romana, vale a dire si sta redigendo il dossier (positio) che sintetizza tutti i documenti e le testimonianze raccolte in quasi 8 anni (oltre 18.000 pagine, senza contare libri, articoli, interventi audio e video). Tante grazie, ma ancora nessun miracolo, almeno come lo intende la Chiesa per la beatificazione. Un pò si comprende, perché diceva sempre: ‘Non voglio essere santo da solo: meglio peccatore con i peccatori, che santo da solo!’ Ed aggiungeva: ‘Fra peccatori ci si capisce, coi santi è difficile intendersi!’Infine segnala tra gli eventi del Centenario il corso online ‘La profezia di don Oreste Benzi’, presso l’ISSR ‘A Marvelli’ di Rimini ed i pellegrinaggi ‘Sulle orme di don Oreste Benzi’. A richiesta, per gruppi (min 15 persone) si può concordare altri dati con gli organizzatori: mezza giornata, giornata intera, due giorni e tre giorni, a scelta”.
(Tratto da Aci Stampa)





























