Tag Archives: Missione
Il beato Gabriele Maria Allegra e la ‘Bibbia di Natale’ in cinese
In questo anno, ottavo centenario del Transito di san Francesco, lunedì 26 gennaio è ricorso il 50^ anniversario della morte del beato Gabriele Maria Allegra (1907-1976), frate minore e missionario in Cina; per l’occasione il ministro generale dell’Ordine dei frati minori, fra Massimo Fusarelli, ha scritto una lettera per ricordare l’apostolo della Parola di Dio in una cultura millenaria, intitolata ‘Spegnere per ascoltare. Dal silenzio alla Parola nell’era digitale’:
“Questa felice coincidenza mi dà l’occasione di ricordarne con gratitudine la persona e l’opera. La sua vita è una testimonianza profetica che illumina la sfida dell’ascolto biblico nell’era digitale. Non solo ricordiamo ciò che ha fatto (la traduzione integrale della Bibbia in cinese dopo 26 anni di lavoro intenso), ma vogliamo metterci in ascolto del suo metodo e del suo spirito, che continuano a parlare con forza particolare”.
Primogenito di 8 figli, ad 11 anni entrò tra i frati minori nel convento di san Biagio di Acireale, in Sicilia. Completati gli studi, si recò a Roma venendo ordinato sacerdote il 20 luglio 1930, per prepararsi alla vita missionaria in Cina, dove arrivò nel 1931 all’età di 24 anni. Qui tradusse la Bibbia in cinese con l’aiuto di mons. Raffaelangelo Palazzi. E’ stato beatificato nel 2012.
Dal 1939 al 1944 lavorò alacremente alla traduzione dell’Antico Testamento in lingua cinese. Fondò a Pechino, nel 1945, uno studio biblico, annesso alla locale Università cattolica, che poi fu costretto a chiudere nel 1948 con l’avanzata dell’esercito di Mao.
Si trasferì allora definitivamente ad Hong Kong nel 1950, dove continuò la traduzione delle parti restanti dell’Antico Testamento e iniziò la traduzione del Nuovo Testamento. La traduzione dell’intera Bibbia fu ultimata con l’aiuto di diversi collaboratori nel 1961. Pubblicò in lingua cinese anche la traduzione dei più noti documenti pontifici di papa Leone XIII e papa san Paolo VI. Morì ad Hong Kong il 26 gennaio 1976 a causa di un aggravamento delle condizioni di salute generale.
Con anticipo sui ‘tempi conciliari’ il beato Allegra ha annunciato sempre ed in ogni luogo la Parola di Dio, si legge nella lettera del ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori: “E’ questo incontro che il beato Allegra ha promosso senza mai stancarsi, per avvicinare la Parola di Dio a quel popolo con il quale aveva scelto di vivere e con i mezzi di cui disponeva”.
Il suo amore per il popolo cinese e per la Parola di Dio lo porta a tradurre in cinese la Bibbia: “Nel 1930, appena ordinato sacerdote, Fra Gabriele Maria parte per la Cina con un sogno impossibile: tradurre l’intera Bibbia in cinese. Gli dicono che è folle; la lingua cinese non ha alfabeto ma ideogrammi, è ‘impossibile’ tradurre le Scritture. Impara il cinese in quattro mesi. Ma capisce subito che non è sufficiente conoscere la lingua; bisogna anche ‘pensare come un cinese’. Così inizia un cammino di 26 anni di immersione totale nella cultura cinese, sempre con la Bibbia in una mano e la preghiera nell’altra”.
Anche la ‘profezia francescana’ è stato utilizzata dal beato Allegra per annunciare la Parola di Dio ai cinesi: “La ‘Bibbia di Natale’ (così la chiamano) continua a portare a milioni di cinesi la Parola di Dio: secondo le sue parole, questa è ‘il tesoro affidatole da Cristo’…
Il suo metodo (silenzio, immersione culturale, tempo, comunità, umiltà) non è affatto superato, ma rappresenta una chiave per l’oggi digitale. Il beato Allegra ha tradotto la Parola senza tradire né la Scrittura né la cultura cinese; anche noi siamo chiamati a far risuonare la Parola di Dio anche nel mondo digitale di oggi”.
Per conoscere meglio il beato Allegra abbiamo intervistato la prof.ssa Raissa De Gruttola, ricercatrice all’Università Ca’ Foscari di Venezia, chiedendo il motivo per cui andò in Cina: “Il beato Gabriele Maria Allegra si recò in Cina nel 1931, in risposta a una vocazione missionaria maturata da giovane e preparata durante gli anni di formazione”.
Perché tradusse la Bibbia in cinese?
“Venuto a conoscenza della mancanza di una versione completa e ufficiale della Bibbia cattolica in lingua cinese, decise di chiedere ai superiori di recarsi in Cina come missionario e con il compito specifico di dedicarsi alla traduzione delle Scritture”.
Con quale ‘spirito’ si mise in ascolto del popolo cinese?
“Il beato Allegra si mise in ascolto del popolo cinese con uno spirito caratterizzato da rigorosa umiltà intellettuale, rispetto per la tradizione locale e disponibilità all’apprendimento, dedicandosi allo studio sistematico della lingua e dei testi classici, nonché alla comprensione delle dinamiche religiose e culturali del contesto. Tale atteggiamento lo condusse alla preparazione del progetto di traduzione della Bibbia, con la convinzione che l’accesso diretto alla Sacra Scrittura costituisse un elemento imprescindibile per lo sviluppo di una comunità cristiana matura e realmente autoctona”.
Perché diede vita ad uno ‘Studio biblico’?
“Questo progetto di traduzione integrale della Bibbia in lingua cinese era inteso non come semplice operazione linguistica, ma come atto teologico ed ecclesiologico di primaria importanza, finalizzato a donare ai cristiani di lingua cinese le Scritture nella loro lingua. L’opera di traduzione, condotta direttamente dai testi originali ebraici e greci secondo criteri filologici rigorosi, fu lunga e meticolosa. Intrapreso individualmente nel 1935 con la traduzione dell’Antico Testamento, il progetto di traduzione conobbe una svolta importante il 2 agosto 1945, data di fondazione dello Studio Biblico Francescano Cinese.
Dopo aver ultimato la traduzione dell’Antico Testamento, infatti, p. Allegra, consapevole della complessità scientifica del lavoro e della necessità di garantirne continuità e autorevolezza, nonché della difficoltà della lingua cinese, decise di formare un gruppo di esperti per lavorare alla traduzione e all’apostolato biblico in Cina. Nel 1945 fondò lo ‘Studio Biblico’ a Pechino selezionando come primi membri cinque francescani cinesi che, già esperti in lingua e letteratura cinese, avrebbero studiato le lingue bibliche ed esegesi del testo sacro.
Il gruppo si occupò della pubblicazione dell’Antico Testamento in otto volumi e poi alla traduzione e pubblicazione del Nuovo Testamento in 3 volumi. L’opera fu completa nel 1961, quando già lo Studio Biblico, concepito come centro stabile e duraturo di ricerca esegetica e traduttiva, era stato trasferito a Hong Kong (1948), dove tutt’oggi opera”.
Per quale motivo fu chiamata ‘Bibbia di Natale’?
“Per offrire ai cattolici di lingua cinese uno strumento più agile degli undici volumi pubblicati tra il 1945 e il 1961, il team dello Studio Biblico intraprese l’ulteriore progetto di lavorare a un volume unico della Bibbia. Il lungo lavoro di revisione ed adattamento delle note e delle appendici culminò nella pubblicazione della cosiddetta ‘Bibbia di Natale’, il 25 dicembre 1968, data significativa in quanto evocativa dell’incarnazione della Parola di Dio nella lingua e nella cultura cinese”.
A 50 anni dalla sua morte e dopo l’accordo provvisorio tra Santa Sede e Cina quale è l’attualità del beato Allegra?
“A 50 anni dalla sua morte, la figura del beato Allegra conserva una rilevante attualità: il suo approccio, fondato su competenza scientifica, pazienza storica e rispetto delle mediazioni culturali, offre ancora oggi un paradigma significativo per comprendere le possibilità di dialogo tra la Chiesa cattolica e la Cina, indicando una via che privilegia il lungo periodo, la conoscenza e l’ascolto reciproci e la centralità della Parola come spazio condiviso di incontro”.
(Tratto da Aci Stampa)
Ad Assisi il convegno di Azione Cattolica Italiana: voi stessi date loro da mangiare
Fino al 5 febbraio ad Assisi, presso la Domus Pacis, si svolge il Convegno nazionale degli Assistenti regionali, diocesani e parrocchiali di Azione cattolica, dal titolo ‘Voi stessi date loro da mangiare’. Un appuntamento che riunisce presbiteri e vescovi impegnati nel servizio dell’assistenza ecclesiale per riflettere sul ministero dell’Assistente dentro una Chiesa sinodale, missionaria e corresponsabile, nel solco del Cammino sinodale delle Chiese in Italia.
Al centro dei lavori, il tema degli ‘Assistenti pro-vocati dallo stile sinodale’, articolato attorno alle parole-chiave comunione, partecipazione e missione, con uno sguardo alle alleanze ecclesiali ed educative come forma concreta di corresponsabilità. Il convegno intende rileggere il rinnovamento ecclesiale sollecitato dal processo sinodale, valorizzando ministeri e carismi a partire dalla vocazione battesimale e ponendo al centro la relazione con Cristo e l’attenzione alle persone e alle comunità.
Il convegno si apre oggi con l’introduzione di mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Azione cattolica italiana, seguita da Testimonianze dal Cammino sinodale delle Chiese in Italia di Sofia Livieri, membro del Comitato nazionale, Claudio Di Perna, referente regionale Lazio, e Carmelo La Magra, presbitero dell’Arcidiocesi di Agrigento. La riflessione Per una Chiesa in stile sinodale, con gli interventi di Giorgio Nacci, docente di Teologia morale fondamentale presso la Facoltà Teologica Pugliese, e Ivana Pais, docente di Sociologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, offrirà poi l’occasione per interrogarsi su una Chiesa in ascolto, chiamata a rinnovare il proprio stile pastorale e la propria presenza nel contesto socio-culturale.
In serata, la celebrazione eucaristica sarà presieduta da mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Cei, e alla Porziuncola si terrà un momento di spiritualità guidato da mons. Domenico Sorrentino, amministratore apostolico di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno. La giornata di martedì 3 febbraio sarà dedicata al tema della comunione, con l’approfondimento Consacrati al servizio di relazioni fraterne. La riflessione, affidata a mons. Gianpiero Palmieri, arcivescovo-vescovo di Ascoli Piceno e di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto e vicepresidente della Cei, e don Enrico Castagna, rettore del Seminario Arcivescovile di Milano, metterà a fuoco la comunione presbiterale come dimensione essenziale del ministero ordinato e come risorsa per una missione condivisa nella Chiesa locale e nell’associazionismo.
La giornata proseguirà con momenti di lavoro laboratoriale e con la catechesi nella Basilica di Santa Chiara guidata da Francesco Piloni, ministro della Provincia Serafica ‘San Francesco d’Assisi’ dei Frati Minori dell’Umbria, dedicata alla fraternità presbiterale. In serata, la celebrazione eucaristica nella Basilica di San Francesco sarà presieduta dal card. Ángel Fernández Artime, legato pontificio per le Basiliche papali di San Francesco e di Santa Maria degli Angeli ad Assisi.
Il tema della partecipazione sarà al centro dei lavori di mercoledì 4 febbraio, con una riflessione sul tema ‘L’amicizia e la corresponsabilità tra laici e presbiteri’. Gli interventi di p. Giacomo Costa, segretario speciale del Sinodo dei Vescovi, e Lucia Panzini, docente di Diritto canonico presso l’Istituto Teologico Marchigiano, aiuteranno a rileggere il servizio dell’Assistente come ministero di accompagnamento, dialogo e cura delle relazioni, nella prospettiva di una corresponsabilità ecclesiale sempre più concreta.
Nel pomeriggio, lo sguardo si allargherà alla missione, con la riflessione su ‘Ripensare la missione in termini di prossimità’, affidata a Francesca Di Maolo, presidente dell’Istituto Serafico di Assisi, e Pierpaolo Triani, docente di Pedagogia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. In serata, la celebrazione eucaristica nella Basilica di Santa Maria degli Angeli sarà presieduta dal card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei. Seguirà, dopo cena, l’incontro con l’attore Michele La Ginestra, protagonista su TV2000 della serie ‘Canonico’.
Il convegno si concluderà giovedì 5 febbraio con un dialogo dedicato alle Alleanze costruite in stile sinodale, che vedrà dialogare Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana, mons. Claudio Giuliodori, Roberta Vincini, presidente del Comitato nazionale Agesci, Francesco Scoppola, presidente del Comitato nazionale Agesci, e Andrea Turchini, assistente ecclesiastico generale Agesci, a sottolineare il valore della collaborazione tra associazioni e realtà educative, in particolare tra Azione cattolica e Agesci.
La celebrazione eucaristica conclusiva nella Basilica di Santa Maria degli Angeli sarà presieduta da mons. Claudio Giuliodori. Le celebrazioni eucaristiche nei luoghi francescani e i momenti di preghiera, con Annamaria Bongio, responsabile nazionale dell’Acr, Paola Fratini, vicepresidente nazionale di Azione cattolica per il Settore Adulti, e Lorenzo Zardi, vicepresidente nazionale di Azione cattolica per il Settore Giovani, accompagneranno l’intero percorso, intrecciando riflessione, ascolto e spiritualità, per rinnovare il servizio degli Assistenti come ministero di comunione, partecipazione e missione nel cuore della Chiesa.
San Giovanni Bosco invita ancora a ‘servire’ i giovani
“La strenna che ci ha accompagnato l’anno scorso, costruita attorno al tema giubilare della speranza, ha offerto a tutti noi l’opportunità di guardare al mistero di Cristo come fonte di luce che ci aiuta a contemplare le meraviglie di Dio nel momento presente. Abbiamo vissuto momenti che ci hanno rafforzato nella fede in quello che il Signore ha ancora da rivelarci, e abbiamo percepito la speranza come forza del ‘già’ e come coraggio del ‘non ancora’. Abbiamo anche contemplato come per don Bosco la forza della speranza lo abbia aiutato e sostenuto nel suo cammino di scoperta e di messa in pratica del progetto di Dio”: questo è l’inizio della Strenna 2026, ‘Fate quello che vi dirà’, titolo preso dal vangelo giovanneo, scritto dal Rettor Maggiore dei Salesiani, don Fabio Attard, che ha come sottotitolo ‘Credenti, liberi per servire’, in occasione del 150^ anniversario della prima spedizione missionaria salesiana.
In questa Strenna, divisa in sei capitoli, il Rettor Maggiore invita a farsi guidare da questa frase: “Quest’anno vi propongo di assumere l’invito di Maria, con lo stesso atteggiamento di disponibilità e libertà che vediamo nei servi… Qualsiasi cosa Gesù ci dica, bisogna semplicemente accoglierla, assumerla e viverla, senza se e senza ma. Invito tutti, carissimi sorelle e fratelli, dopo aver vissuto la forza della speranza, quella ‘speranza che non delude’, a permettere che al nostro cuore giungano le parole di Maria, e a prestare il nostro sguardo e il nostro ascolto a Gesù, a quello che ci dirà, nella consapevolezza e nella gioia di essere servi”.
Al direttore dell’oratorio ‘Don Bosco’ de L’Aquila, don Cesare Orfini, chiediamo di raccontare il motivo per cui la Strenna salesiana parte dall’invito della Madre di Dio: ‘Fate tutto quello che vi dirà’?
“Il tempo presente ha bisogno di educatori e pastori di fede solida, al servizio e con disponibilità, come quella dei servi delle nozze a Cana. Don Fabio, successore di don Bosco, autore della strenna 2026, invita a prevenire il ‘fallimento’, cioè la perdita di identità innanzitutto dei gruppi della Famiglia Salesiana ai quali la Strenna è rivolta, sollecitandoli all’ascolto, come quello che chiede Maria ai servi: ‘Fate (ascoltate) quello che Lui vi dirà’. L’ascolto e la fede ci sorregge nel riempire le giare fino all’orlo, per portare l’acqua cambiata in vino alla vita ordinaria, alla realtà che viviamo e condividiamo tutti”.
‘In quella che doveva essere una bella festa di nozze, emerge una difficoltà: manca il vino. Di fronte alla possibilità che una festa si tramuti in un fallimento, troviamo la reazione che esce dal cuore di Maria: bisogna intervenire. E ciò che Maria fa è semplicemente presentare a Gesù la reale situazione’. Perché occorre essere liberi per servire da credenti?
“Dalla fede scaturisce la vera libertà, e la libertà cristiana è innanzitutto libertà dall’individualismo per poi diventare libertà e capacità di donarsi agli altri, rimanendo sempre in ascolto di Cristo. Si chiama servizio, proprio come quello dei servi a Cana, che con la loro fede forte hanno distribuito in abbondanza il ‘il vino buono’. E’ il dono che noi oggi dobbiamo portare ai giovani e ai bisognosi. La missione deve intrecciarsi con il Vangelo per dare compiutezza all’azione verso i giovani”.
‘Una prima chiamata che vi invito ad accogliere e su cui riflettere è circa l’atteggiamento di Maria: la donna attenta a ciò che stava capitando attorno a lei. Il vangelo ci dice semplicemente che ‘il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù’. Il vangelo non dà altre informazioni. Ma quando ascoltiamo queste poche parole e le colleghiamo con la sua reazione, cominciamo ad intravedere alcuni elementi significativi del cuore di Maria’. Allora in quale modo è possibile accogliere i ‘segni dei tempi’?
“I farisei e gli scribi non sono stati in grado di cogliere i segni che il Regno di Dio era già presente in mezzo a loro. Lo rifiutarono semplicemente perché le loro sicurezze e rigidità non permettevano loro di essere ‘ in ascolto ’. Il segno di Cana è la novità che entra nella storia dell’uomo, nella quotidiana esistenza, che la libera e la rigenera. Ma deve cambiare l’atteggiamento”.
‘Il suo centro e la sua sintesi è la carità pastorale, caratterizzata da quel dinamismo giovanile che si rivelava così forte nel nostro Fondatore e alle origini della nostra Società: è uno slancio apostolico che ci fa cercare le anime e servire solo Dio’. I salesiani come sono chiamati a ‘servire i giovani’?
“Fate quello che vi dirà , così come presentato da don Fabio Attard, è diventato un manifesto per l’azione pastorale ed educativa dei salesiani. Maria non invita a un’obbedienza passiva, ma a dare fiducia, che poi genera libertà vera e apre al servizio. E’ una dinamica progressione, come nella migliore tradizione salesiana: riconoscere, interpretare, discernere.
Così, dice don Fabio, si evita ‘l’attivismo cieco e ugualmente la spiritualità intimistica’: in questa dinamica si inserisce il sottotitolo della Strenna, che traccia una traiettoria chiara: dalla fede nasce la libertà, dalla libertà scaturisce il servizio, a favore soprattutto dei giovani e di quanti oggi faticano a trovare il ‘vino’ della speranza”.
‘E qui riconosciamo l’invito a non soccombere al pericolo di una fede che si adegua alla cultura dominante. La dimensione profetica della nostra missione deve fare i conti con un contesto come quello attuale che ‘tira verso il basso’, l’immediato, l’utile e vantaggioso, quello che gratifica qui e ora, quando non il più comodo’. In quale modo la fede non si adegua alla ‘cultura dominante’?
“Siamo nella storia e siamo anche chiamati a rigenerarla. La cultura in cui il cristiano opera non è allineata sempre sui valori cristiani. Per essere efficaci nella pastorale è necessario essere in ascolto.
Maria era presenza attenta a tutto ciò che le capitava attorno. Don Fabio dice che Maria ‘ha abbracciato il tempo e la storia’, non è rimasta indifferente. Ha intuito i bisogni, non è rimasta distante. Di fronte alla sfide della cultura odierna non possiamo rimanere indifferenti, dobbiamo farci interpellare personalmente. Dove si preferisce l’anonimato e l’indifferenza, noi, in ascolto di Cristo, accettiamo il rischio e ‘l’audacia della fede’ per portare vino nuovo”.
Dopo 150 anni come continua il sogno profetico di san Giovanni Bosco?
“Rendere protagonisti i giovani, soggetti attivi, non solo destinatari della pastorale. E’ necessario che i giovani trovino spazi dove possano esercitare un cristianesimo coraggioso, vivere una proposta di vita credibile. Fede matura e azione, guidate dalla Parola di Dio, sono il segno di una spiritualità ‘integrale’. La missione di don Bosco spinge verso la collaborazione, la realizzazione di reti, famiglie, comunità, scuole, associazioni, per creare una alleanza pastorale efficace”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV ringrazia chi annuncia il Vangelo
“Come sapete, ogni mese, dopo attento discernimento, i miei predecessori ed io abbiamo condiviso con voi diverse intenzioni che riguardano le sfide che l’umanità deve affrontare, nonché la vita e la missione della Chiesa. Sono grato per i vostri sforzi di diffonderli alle decine di milioni di persone in questa rete mondiale che ogni giorno presentano tali bisogni dinanzi a Dio. Questa preghiera non è estranea all’opera evangelica del Corpo di Cristo, bensì ne è parte integrante”: lo ha detto papa Leone XIV durante l’incontro con i rappresentanti della Rete Mondiale di Preghiera del Papa.
La sottolineatura importante è il fatto che tale preghiera è nel ‘Cuore di Cristo’: “La spiritualità del vostro apostolato di preghiera è radicata nel Cuore di Gesù, che vi permette di conoscere nostro Signore più intimamente e di essere più compassionevoli ed empatici mentre offrite il vostro sostegno orante per quanti sono nel bisogno. A tale riguardo, il vostro percorso di formazione, Il Cammino del Cuore, è una guida utile per come vivere questa spiritualità nella vita quotidiana. E’ mia speranza che attraverso il vostro apostolato continuiate ad aiutare i battezzati a comprendere che sono amici e apostoli di Cristo”.
L’incontro è stato un incoraggiamento a dare più diffusione alla Rete, specialmente tra i giovani: “Vi incoraggio inoltre a promuovere una partecipazione ancora più grande a questa Rete, che unisce differenti culture, lingue e carismi nella missione comune. E’ particolarmente importante invitare i giovani a partecipare, di modo che possano costituire la prossima generazione di intercessori per i bisogni del mondo intero. Poiché molti di loro sono alla ricerca di una relazione più profonda e personale con Gesù Risorto, il vostro Movimento Eucaristico Giovanile può essere un cammino particolarmente fecondo per aiutarli a crescere in un’intimità più profonda con nostro Signore”.
Poi ha incontrato i vescovi del Perù in visita ‘ad limina apostolorum’, che è combinata con l’anniversario della canonizzazione di san Turibio de Mongrovejo: “Mi appare provvidenziale che questa visita si svolga nel quadro del 300° anniversario della canonizzazione di san Turibio de Mogrovejo. Voi, cari fratelli, siete frutto del seme evangelico che questo santo vescovo piantò in quelle terre. Perciò desidero proporvi che, sostenuti dal suo esempio, leggiamo con sguardo di fede la realtà che oggi affrontiamo, che è stata ben descritta nei resoconti che mi avete fatto pervenire. Siate certi che sono stati letti con attenzione”.
Ed ha ripreso un consiglio dei primi missionari in America con l’invito a vivere ‘alla maniera degli Apostoli’: “Vivere così significa, anzitutto, custodire e promuovere l’unità e la comunione. Gli Apostoli, sparsi nel mondo, restavano uniti in uno stesso sentire e in una stessa missione. Anche oggi, la credibilità del nostro annuncio passa per una comunione reale e affettiva tra i pastori, e tra questi e il popolo di Dio, superando divisioni, protagonismi e ogni forma di isolamento”.
Ciò è stato ricercato sempre da san Turibio: “Una comunione come quella che ricercava san Turibio promuovendo i Concili di Lima. Questo incontro è un segno eloquente della comunione viva che ci unisce nella fede e nella missione, e mi permette di accogliere con gratitudine l’adesione a Cristo e al Successore di Pietro che voi esprimete nel vostro ministero”.
Una sfida per annunciare la Parola di Dio: “Al tempo stesso, le sfide attuali esigono una rinnovata fedeltà al Vangelo, che deve essere annunciato in maniera integra. San Turibio non proclamò una parola propria, ma una Parola ricevuta, confidando nella sua forza trasformatrice. Quella stessa fedeltà ci chiede oggi un annuncio chiaro, coraggioso e gioioso, capace di dialogare con la cultura senza perdere l’identità cristiana”.
Ciò significa vivere come gli Apostoli: “Vivere alla maniera degli Apostoli implica anche una dedizione totale al ministero che ci è stato affidato. Essi non hanno risparmiato nulla per sé, giungendo fino al martirio. In questa stessa linea si situa la testimonianza di san Turibio, che affrontò pericoli e sofferenze per un solo motivo: amore per le anime, per portare l’amore di Cristo fino ai luoghi più inaccessibili”.
Nel ricordo del suo impegno missionario in Perù li ha ringraziati: “Cari fratelli nell’episcopato, il Perù occupa un posto speciale nel mio cuore. Lì ho condiviso con voi gioie e fatiche, ho imparato la fede semplice della sua gente e ho sperimentato la forza di una Chiesa che sa attendere anche in mezzo alle prove. Per questo grande affetto, vi incoraggio a far fruttificare nell’oggi della Chiesa in Perù l’eredità che avete ricevuto dai santi Turibio, Rosa, Martino e Giovanni, tra tanti altri.
Vi ringrazio per questo incontro e per tutto ciò che fate affinché la Buona Novella risuoni in ogni cuore. Vi affido all’intercessione materna della Santissima Vergine Maria della Mercede e vi imparto volentieri la Benedizione Apostolica, che estendo ai sacerdoti, alla vita consacrata e a tutto l’amato popolo peruviano, specialmente a quanti hanno più bisogno di forza e consolazione”.
(Foto: Santa Sede)
Verso una pace ‘disarmata e disarmante’: convegno sul messaggio per la pace di papa Leone XIV
In un tempo segnato dal ritorno della guerra come strumento ordinario di regolazione dei conflitti, dall’indebolimento delle istituzioni multilaterali e da una crescente spinta al riarmo, il messaggio di papa Leone XIV per la LIX Giornata mondiale della pace si colloca come un pronunciamento di forte spessore politico e culturale, oltreché pastorale. Non un appello generico, ma una presa di parola che interpella governi, istituzioni internazionali e società civili. «La pace sia con tutti voi: verso una pace disarmata e disarmante» è l’orizzonte indicato dal Pontefice, una prospettiva che chiede di essere tradotta in scelte storiche concrete, capaci di incidere sugli assetti del potere globale.
Promosso dall’Istituto di diritto internazionale della pace ‘Giuseppe Toniolo’, dall’Azione Cattolica Italiana, dalla Pontificia Università Lateranense e dal Forum Internazionale di Azione Cattolica (Fiac), il convegno di sabato 31 gennaio (Domus Mariae – Roma, via Aurelia 481) intende approfondire l’idea di una pace che non si limiti all’assenza di guerra, ma che assuma il disarmo (materiale, culturale e istituzionale) come criterio di fondo dell’agire politico e delle relazioni internazionali. Nel suo messaggio, papa Leone XIV richiama con chiarezza la responsabilità collettiva di fronte a un sistema globale che investe sempre più risorse nella produzione di armi e sempre meno nella tutela dei diritti, nello sviluppo umano e nella prevenzione dei conflitti.
Una pace ‘disarmata’, anzitutto, nello stile: capace di rinunciare alla logica della forza, di smascherare la pretesa razionalità della guerra, di riaffermare la centralità del diritto e della non violenza attiva. Ma anche una pace “disarmante”, cioè dotata di strumenti concreti e credibili: dal disarmo nucleare alla riconversione degli investimenti, dalla difesa non armata all’educazione delle coscienze.
I lavori si apriranno con i saluti introduttivi di Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, e di Sandro Calvani, presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto di diritto internazionale della pace ‘Giuseppe Toniolo’. La prima sessione, ‘La pace disarmata: stile e organizzazione’ (ore 10.30-13.00), affronterà le radici culturali e giuridiche della pace. Debora Tonelli, rappresentante della Georgetown University a Roma, proporrà una riflessione sulla non violenza come stile personale e politico. Tommaso Greco, docente di Filosofia del diritto all’Università di Pisa, offrirà una critica radicale della ‘ragion bellica’ che ancora permea il discorso pubblico. Gabriele Della Morte, docente di Diritto internazionale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, si concentrerà sul ruolo del multilateralismo, della negoziazione e della certezza del diritto internazionale come architravi di un ordine di pace.
Nel pomeriggio, la seconda sessione, ‘La pace disarmante: strumenti’ (ore 14.00-16.00), entrerà nel merito delle scelte politiche, economiche e sociali. Don Luigi Ciotti, presidente di Libera-Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, affronterà il tema dei giusti investimenti e della nuova corsa agli armamenti, denunciandone le ricadute su democrazia e giustizia sociale. Carlo Cefaloni, redattore di Città Nuova, analizzerà il realismo del disarmo nucleare, oltre la retorica dell’inevitabilità.
Laila Simoncelli, avvocata, della Comunità Papa Giovanni XXIII, presenterà le prospettive della difesa non armata e non violenta e delle nuove forme di mobilitazione civile. Giulio Alfano, docente di Scienza politica alla Pontificia Università Lateranense, concluderà con una riflessione sull’educazione alla cultura della pace come investimento strategico per il futuro. A moderare l’intera giornata sarà Andrea Michieli, direttore dell’Istituto di diritto internazionale della pace ‘Giuseppe Toniolo’.
Il convegno si rivolge a studiosi, operatori pastorali, responsabili associativi, studenti e a quanti, nelle istituzioni e nella società civile, avvertono l’urgenza di ripensare la pace non come utopia disincarnata, ma come responsabilità storica e scelta politica esigente. In un contesto internazionale in cui la guerra tende a essere giustificata come necessità e il riarmo come inevitabile, la proposta di una pace ‘disarmata e disarmante’ si configura come un atto di resistenza culturale e come una piattaforma di lavoro per chi crede ancora nella forza del diritto, del dialogo e della non violenza organizzata.
Inoltre sabato 24 gennaio papa Leone XIV ha ricevuto in udienza Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, affrontando temi che hanno toccato il cuore della missione dell’Azione Cattolica e il suo servizio alla Chiesa e al Paese. In particolare, l’attenzione si è soffermata sull’impegno dell’Associazione per la pace, la cooperazione tra i popoli e la costruzione di relazioni ispirate alla fraternità, in un tempo segnato da conflitti, divisioni e nuove fragilità.
E’ stato inoltre sottolineato il valore del dialogo e della comunione tra le diverse realtà ecclesiali, come dimensione essenziale per una Chiesa capace di camminare insieme e di testimoniare il Vangelo nella complessità del mondo contemporaneo, sul modello proposto da Vittorio Bachelet, di cui quest’anno celebreremo il centenario della nascita. Ampio spazio è stato dedicato alla vocazione educativa dell’Azione Cattolica, tratto distintivo della sua storia e della sua presenza diffusa nelle parrocchie e nelle diocesi italiane. Un servizio che si esprime nell’accompagnamento delle persone di ogni età (ragazzi, giovani e adulti) e che contribuisce alla crescita integrale delle comunità, non solo sul piano ecclesiale ma anche su quello sociale e civile.
In questo orizzonte, è emersa con forza la responsabilità dei laici nel dare testimonianza nei territori, assumendo con consapevolezza le sfide del nostro tempo e abitandone le contraddizioni con uno stile evangelico. Il cammino dell’Azione Cattolica Italiana si colloca, come ricordato nel corso dell’udienza, nel solco fecondo del Concilio Vaticano II, che continua a orientare l’identità e l’azione dell’Associazione. Un riferimento vivo, che l’AC si impegna quotidianamente a tradurre in scelte concrete di corresponsabilità, partecipazione e servizio alla Chiesa locale e universale.
E’ stata richiamata anche la dimensione internazionale dell’esperienza associativa, condivisa con le AC presenti in molti Paesi del mondo, unite da una comune dedizione ai fratelli e alle sorelle, in particolare a quanti vivono situazioni di sofferenza, povertà e marginalità, e a coloro che cercano segni di speranza e di solidarietà. In questo contesto, Papa Leone XIV ha ricordato la ricca e luminosa tradizione spirituale dell’Azione Cattolica, segnata dalla testimonianza di numerosi santi e beati, e ha rivolto parole di incoraggiamento all’Associazione perché continui a essere sempre più missionaria e costruttrice di bene. Un’Associazione chiamata a dialogare e a incontrare tutti, senza esclusioni, e a rendere visibile, nella vita quotidiana, la gioia del Vangelo.
(Foto: Azione Cattolica Italiana)
Oratorio: nuovo bando del COR per la formazione dei catechisti e degli animatori
Nel quadro del sempre rinnovato impegno pastorale a servizio degli oratori di Roma, il Centro Oratori Romani promuove la 1° edizione del ‘Bando Catechisti’, dedicato ad educatori ed animatori impegnati nella vita oratoriana, per favorire l’accesso a percorsi formativi presso università o altri enti di formazione qualificata, al fine di ampliare le loro competenze e migliorare il proprio servizio nella missione educativa e pastorale dell’oratorio. I fondi stanziati anche in questo caso provengono dai finanziamenti dell’8X1000 della CEI.
Dopo la positiva esperienza del ‘Bando Oratori’ che in tre annualità ha finanziato 18 diversi progetti di formazione pastorale per complessivi 31mila euro coinvolgendo 57 parrocchie appartenenti a diverse prefetture della Diocesi di Roma, il COR ha deciso di investire ulteriormente sulla formazione qualificata invitando catechisti, educatori ed animatori degli oratori a presentare le proprie proposte, redatte in modo autonomo, per il finanziamento di corsi formativi.
Per partecipare al Bando Catechisti 2026 occorre essere attivamente impegnati come catechisti o educatori, aver compiuto 18 anni e presentare entro il 28 febbraio 2026 un progetto specifico che espliciti la motivazione personale per l’accesso al percorso formativo e la ricaduta pastorale prevista per la comunità oratoriana di appartenenza. Il contributo potrà coprire dall’80% al 100% del costo complessivo della formazione, con un limite massimo di 3mila euro.
Per avere maggiori informazioni e scaricare il bando insieme alla relativa modulistica, i candidati potranno visitare la pagina dedicata sul sito dell’associazione https://www.centrooratoriromani.org/risorse/bando-catechisti.html o scrivere per eventuali chiarimenti a bandi@centrooratoriromani.org. Per l’edizione 2026 sono stati stanziati € 18.000 complessivi e l’importo massimo erogabile per ogni singolo candidato sarà definito dalla commissione in base ai parametri indicati nel bando.
“Sulla scia della positiva esperienza del ‘Bando Oratori’,” ha sottolineato Enrico Chirico Pisacane, responsabile della Tesoreria pastorale del COR, “abbiamo scelto di investire nuovamente e anche direttamente nel capitale umano dei nostri oratori ossia nei catechisti ed educatori. Mettere a disposizione questi fondi non è per noi una semplice operazione amministrativa, ma un atto di fiducia nella missione di chi si spende ogni giorno per i più piccoli. Il nostro impegno è far sì che queste risorse diventino uno strumento di crescita umana e spirituale, affinché la formazione sia un dono accessibile a tutti coloro che scelgono di servire la Chiesa di Roma nel prezioso servizio dell’oratorio”.
Nelle prossime settimane verranno anche resi noti i dettagli per le domande di Servizio Civile Universale 2026 che da alcuni anni vede la possibilità per catechisti ed animatori di partecipare a questa opportunità all’interno delle attività del COR e degli oratori coinvolti. Tutti i particolari e le modalità di partecipazione verranno pubblicate sul sito dell’associazione.
(Foto: COR)
Papa Leone XIV: una voce sola per la fede
“In uno dei passi biblici che abbiamo appena ascoltato, l’apostolo Paolo si definisce ‘il più piccolo tra gli apostoli’. Egli si considera indegno di questo titolo, perché nel passato è stato un persecutore della Chiesa di Dio. Tuttavia, non è prigioniero di quel passato, ma piuttosto ‘prigioniero a motivo del Signore’. Per grazia di Dio, infatti, ha conosciuto il Signore Gesù Risorto, che si è rivelato a Pietro, quindi agli Apostoli e a centinaia di altri seguaci della Via, e infine anche a lui, un persecutore. Il suo incontro con il Risorto determina la conversione che commemoriamo oggi”: celebrando nella Basilica ostiense i secondi Vespri nella solennità della conversione di san Paolo, papa Leone XIV, chiudendo la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, ha ricordato che la loro missione oggi è annunciare Cristo ed avere fiducia in Lui.
E la conversione comporta un cambiamento: “La portata di questa conversione si riflette nel cambiamento del suo nome, da Saulo a Paolo. Per grazia di Dio, colui che un tempo perseguitava Gesù è stato completamente trasformato ed è diventato suo testimone. Colui che combatteva il nome di Cristo con ferocia, ora predica il suo amore con zelo ardente, come esprime vividamente l’inno che abbiamo cantato all’inizio di questa celebrazione”.
Un cambiamento che è missione: “Mentre siamo riuniti presso le spoglie mortali dell’Apostolo delle genti, ci viene così ricordato che la sua missione è anche la missione di tutti i cristiani di oggi: annunciare Cristo e invitare tutti ad avere fiducia in Lui. Ogni vero incontro con il Signore, infatti, è un momento trasformativo, che dona una nuova visione e nuova direzione per assolvere il compito di edificare il Corpo di Cristo”.
Quindi è compito dei cristiani annunciare Gesù, come ha detto il papa all’inizio del pontificato: “E’ compito comune di tutti i cristiani dire al mondo, con umiltà e gioia: ‘Guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua parola che illumina e consola!’. Carissimi, la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani ci chiama ogni anno a rinnovare il nostro comune impegno in questa grande missione, nella consapevolezza che le divisioni tra noi, se non impediscono certo alla luce di Cristo di brillare, rendono tuttavia più opaco quel volto che deve rifletterla sul mondo”.
Ed ecco il richiamo al Concilio di Nicea, segno di unità tra i cattolici: “Sua Santità Bartolomeo, Patriarca Ecumenico, ha invitato a celebrare questo anniversario a İznik, e rendo grazie a Dio per il fatto che tante tradizioni cristiane siano state rappresentate in quella commemorazione, due mesi fa. Recitare insieme il Credo niceno nel luogo stesso della sua redazione è stata una testimonianza preziosa e indimenticabile della nostra unità in Cristo.
Quel momento di fraternità ci ha permesso anche di lodare il Signore per ciò che ha operato nei Padri di Nicea, aiutandoli ad esprimere con chiarezza la verità di un Dio che si è fatto prossimo a noi incontrandoci in Gesù Cristo. Possa anche oggi lo Spirito Santo trovare in noi l’intelligenza docile per comunicare a una voce sola la fede agli uomini e alle donne del nostro tempo!”
Unità che è stata al centro del cammino sinodale in vista del giubileo del 2033: “Ciò si è riflesso nelle due Assemblee del Sinodo dei Vescovi del 2023 e del 2024, caratterizzate da un profondo zelo ecumenico e arricchite dalla partecipazione di numerosi delegati fraterni. Credo che questa sia una strada per crescere insieme nella reciproca conoscenza delle rispettive strutture e tradizioni sinodali. Mentre guardiamo al 2000° anniversario della Passione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù nel 2033, impegniamoci a sviluppare ulteriormente le pratiche sinodali ecumeniche e a comunicare reciprocamente ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che insegniamo”.
Infine ha ricordato che questa settimana è stata ‘animata’ dai testi della comunità armena, sempre ‘attenta’ all’unità tra i cristiani: “I sussidi per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani di quest’anno sono stati preparati dalle Chiese in Armenia. Con profonda gratitudine il nostro pensiero va alla coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso della storia, una storia in cui il martirio è stato una caratteristica costante. Al termine di questa Settimana di Preghiera, ricordiamo il santo Catholicos San Nersès Šnorhali ‘il Grazioso’, che lavorò per l’unità della Chiesa nel XII secolo. Egli era in anticipo sui tempi nel comprendere che la ricerca dell’unità è un compito che spetta a tutti i fedeli e richiede la guarigione della memoria. San Nersès può anche insegnarci l’atteggiamento che dovremmo adottare nel nostro cammino ecumenico”.
Quella armena è stata una vera testimonianza cristiana: “La tradizione ci consegna la testimonianza dell’Armenia quale prima nazione cristiana, con il battesimo del Re Tiridate nel 301 da parte di San Gregorio l’Illuminatore. Rendiamo grazie per come, ad opera di intrepidi annunciatori della Parola che salva, i popoli dell’Europa orientale e occidentale accolsero la fede in Gesù Cristo; e preghiamo affinché i semi del Vangelo continuino a produrre in questo Continente frutti di unità, di giustizia e di santità, anche a beneficio della pace fra i popoli e le nazioni del mondo intero”.
All’inizio della celebrazione il papa ha reso omaggio alla tomba dell’apostolo Paolo, insieme a lui il metropolita Polykarpos, rappresentante del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, che durante i vespri ha letto la prima orazione e il vescovo anglicano Anthony Ball che invece ha letto la seconda. Accanto a loro anche il card. Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e mons. Flavio Pace, segretario dello stesso Dicastero.
Inoltre è stato illuminato il tondo musivo di Papa Leone XIV nella Basilica di san Paolo fuori le Mura, installato lungo la navata sinistra accanto a quello del suo predecessore papa Francesco e frutto di un’incredibile sinergia lavorativa tra lo Studio del Mosaico Vaticano ed il pittore Rodolfo Papa.
(Foto: Santa Sede)
Terza Domenica Tempo Ordinario: della Parola di Dio
Papa Francesco con la lettera apostolica ‘Aperuit illis’ del 30 settembre 2019 ha voluto questa domenica come ‘momento opportuno per un riavvicinamento alla parola di Dio, alla sacra Scrittura, per far crescere nel popolo di Dio la familiarità con la Sacra Bibbia, passaggio necessario per una fede cristiana adulta, vissuta come ispiratrice della missione che ogni cristiano è chiamato a svolgere nel mondo’.
L’arresto di Giovanni Battista cede il posto alla missione del Figlio di Dio. Gesù infatti, appresa la notizia dell’arresto di Giovanni, vede in essa un segno manifesto del cielo che invita ad iniziare la sua opera. Abbandona, perciò, la serenità della vita di Nazareth, si trasferisce a Cafarnao da dove inizia la sua opera di evangelizzazione. Giovanni Battista è in prigione in Giudea dove poi finirà decollato, e Gesù inizia la sua predicazione dalla Galilea. Egli ha una missione da compiere affidata dal Padre, la conosce bene e si organizza per realizzarla.
Non resta solo; si sceglie subito dei collaboratori: è gente semplice perché ad operare la costituzione del Regno sarà Dio stesso; scegli così inizialmente due coppie di fratelli: Simone, a cui cambia subito il nome in Pietro, e Andrea, poi i figli di Zebedeo Giovanni e Giacomo. Entrambi le coppie erano onesti lavoratori del mare, che Gesù responsabilizza nel loro nuovo lavoro: ‘Vi farò pescatori di uomini’. Gesù stesso si fa maestro e modello dell’apostolo: ‘percorreva la Galilea insegnando, predicando e curando gli infermi’. Gesù prospetta subito la realizzazione del ‘Regno’ nella sua prima omelia: ‘Convertitevi perché il Regno di Dio è vicino’.
Convertirsi significa cambiare radicalmente la mentalità; abbandonare la via del peccato per seguire la via di Dio perché il peccato rende schiavi e fa abitare nelle tenebre e nell’ombra di morte. Gesù annuncia il regno dei cieli che è vita e gioia. Evidenzia subito la grande novità. Dio è sempre in mezzo agli uomini e si manifesta nella persona di Cristo Gesù. Dio non è una realtà astratta che vive tra le nuvole ma regna tra gli uomini, nel cuore degli uomini è il suo regno di amore e di misericordia.
E’ necessaria però la conversione; cambiare rotta nel modo di pensare ed agire, valutare le cose non secondo l’ottica meramente umana dove prevale l’interesse, l’egoismo, l’arrivismo ma secondo l’ottica divina dove prevale l’amore, perché Dio è amore; il Cristo per amore ha assunto la natura umana, per amore si offrirà al Padre come vittima sulla croce per salvare l’umanità ma il terzo giorno risusciterà perché Figlio di Dio. L’apostolo, il sacerdote, il discepolo deve comprendere sempre più la necessità dell’annuncio, della evangelizzazione; l’apostolo Paolo dirà: ‘Dio mi ha mandato non a battezzare ma a predicare’.
L’annuncio della Parola di Dio, della buona novella, del Vangelo è per gli uomini, come dice il profeta Isaia, ‘fascio di luce, gioia vera, liberazione dal giogo di satana’. Gesù è, infatti, la grande luce per l’umanità che viveva nelle tenebre del peccato e nella schiavitù di satana. Una luce che segna a chiare tinte la via da seguire e la verità, che ci libera dalla schiavitù di satana e dall’ignoranza. Egli è la via che ci porta al Padre per cui dirà Gesù: ‘Nessuno può venire al Padre se non per mezzo mio’.
Gesù prospetta subito ai suoi discepoli il progetto da compiere e realizzare: costituire il Regno di Dio percorrendo la Galilea, insegnando, predicando e curando i malati. Inizia la sua predicazione proprio da Cafarnao, il luogo da dove nell’antichità gli ebrei avevano preso la via dell’esilio. La grande notizia consiste nella certezza che Gesù è l’Emanuele, il Dio con noi, e non abbandona mai la sua Chiesa: ‘Le porte degli inferi non prevarranno’ però è sempre necessario amare perché Dio è amore; sostituire l’orgoglio, l’individualismo, l’arrivismo con l’amore che comporta apertura, comunione, condivisione.
Un amore senza divisione, un annuncio di luce, di pace e di gioia vera: quella gioia che non conosce tramonto, non teme intrighi, non corre rischi perché prodotta da Dio, dalla sua presenza divina. Se tu vuoi, Egli è sempre con te: né malattia, né vecchiaia, né dolore, né disavventura può mai strappare dal tuo cuore la luce e la pace. Santi ne incontrerai tanti nel cielo ma tutti lieti e sereni perché vivono la gioia del possesso di Dio. Gesù è la gioia: quella gioia vera annunciata dagli Angeli a Betlemme: ‘Gloria a Dio, pace agli uomini amati dal Signore’.
Una gioia che fa sperimentare la nuova realtà di figli di Dio: amore senza divisione; da qui l’apostolo Paolo esorta: non ci siano divisione tra voi dicendo: io sono di Paolo, io sono di Pietro, io sono di Apollo; siamo tutti di Cristo perché Cristo si è sacrificato per tutti e in Cristo siamo diventati la sua famiglia, il suo popolo, la sua Chiesa. Allora, cari amici, avviciniamoci alla Sacra Scrittura, alla Parola di Dio: sia questa luce ai nostri passi, vita alla nostra vita. La parola di Dio accolta e testimoniata ci fa salvi.
La Strenna Salesiana invita ad ‘abbandonarsi’ alla Parola di Dio
“La strenna che ci ha accompagnato l’anno scorso, costruita attorno al tema giubilare della speranza, ha offerto a tutti noi l’opportunità di guardare al mistero di Cristo come fonte di luce che ci aiuta a contemplare le meraviglie di Dio nel momento presente. Abbiamo vissuto momenti che ci hanno rafforzato nella fede in quello che il Signore ha ancora da rivelarci, e abbiamo percepito la speranza come forza del ‘già’ e come coraggio del ‘non ancora’. Abbiamo anche contemplato come per don Bosco la forza della speranza lo abbia aiutato e sostenuto nel suo cammino di scoperta e di messa in pratica del progetto di Dio”: questo è l’inizio della Strenna 2026, ‘Fate quello che vi dirà, titolo preso dal vangelo giovanneo, scritto dal Rettor Maggiore dei Salesiani don Fabio Attard, che ha come sottotitolo ‘Credenti, liberi per servire’, in occasione del 150^ anniversario della prima spedizione missionaria salesiana.
In questa Strenna, divisa in sei capitoli, il Rettor Maggiore invita a farsi guidare da questa frase: “Quest’anno vi propongo di assumere l’invito di Maria, con lo stesso atteggiamento di disponibilità e libertà che vediamo nei servi… Qualsiasi cosa Gesù ci dica, bisogna semplicemente accoglierla, assumerla e viverla, senza se e senza ma. Invito tutti, carissimi sorelle e fratelli, dopo aver vissuto la forza della speranza, quella ‘speranza che non delude’, a permettere che al nostro cuore giungano le parole di Maria, e a prestare il nostro sguardo e il nostro ascolto a Gesù, a quello che ci dirà, nella consapevolezza e nella gioia di essere servi”.
Ecco l’invito ad una particolare attenzione ai ‘segni dei tempi’: “Abbracciare il tempo e la storia come atteggiamento esistenziale implica alcune esigenze che solo alla luce della fede in Cristo possiamo cogliere e assumere. Nel campo educativo pastorale questa scelta di Maria è per noi un richiamo insieme forte e gentile a non cadere in quell’indifferenza che non solo giustifica le cose, ma anche passivamente e indirettamente le favorisce. Quante volte troviamo perfino gente cosiddetta ‘di chiesa’ che davanti al dramma dei rifugiati, dei poveri, dei vulnerabili, si ritirano nel loro ben-vivere considerandoli solo come disturbo e scarto?”
Il Rettor Maggiore riprende l’insegnamento di san Giovanni Bosco di essere nella storia, che è il ‘cortile’ di Dio: “Tutta l’esperienza di don Bosco ci comunica che ‘il cortile’, quello fisico come quello metaforico, è il luogo della rivelazione della bontà di Dio. L’amorevolezza la comunichiamo vivendola in maniera serena quando siamo presenti tra e per i giovani, che così si sentono riconosciuti, apprezzati e amati. La condivisione la si costruisce nelle relazioni con i nostri collaboratori e collaboratrici quando ci chiedono quei ‘cinque minuti’ di ascolto. La sapienza pastorale e educativa passa per la quotidianità dei gesti, vissuti con un cuore aperto, disponibile, attento e pieno di affetto”.
E’ un invito a leggere gli eventi alla luce dello sguardo di Gesù: “Ci sono diverse maniere di rispondere alle povertà. Il credente opta per questa: agire partendo dalla Parola di Gesù. Per il credente in Cristo vale ciò che tanti santi della carità hanno trasmesso con la loro vita e testimonianza. Lo stesso nostro padre don Bosco lo ha trasmesso in maniera netta: agire nel nome di Gesù. E’ di grande rilevanza per noi quanto i primi salesiani hanno conservato nel loro ricordo della figura di don Bosco, soprattutto nei suoi aspetti più profondamente spirituali e mistici”.
Per questo le ‘nozze di Cana’ è un invito a vivere la chiamata di Dio con libertà: “E’ importante e decisivo sentirsi parte della storia dell’umanità, accogliendo e ‘leggendo’ i segni dei tempi; è assolutamente necessario essere radicati nella fede in Cristo. Ma la verità di questi due atteggiamenti si evidenzia al massimo grado nel momento in cui si accoglie e si vive la Parola. Emerge allora il cammino di una fede autentica, segnato da una crescita sana e solida”.
E’ un invito ad ‘abbandonarsi’ alla Parola di Dio: “Come ci testimoniano i servi, come ci testimoniano don Bosco e tanti Salesiani conosciuti, con le loro scelte concrete, sempre precedute da una precisa e sistematica attenzione alle fonti della loro vita. Da questo spazio sacro e profondo è emanato tutto. Sono stati discepoli e servi che della loro vita per e con gli altri hanno fatto un’esperienza che prolungava la loro relazione con Gesù, vissuta con la forza della sua Parola.
Il loro non era devozionismo astratto o pietismo emozionale, ma espressione e sintesi di maturità umana e spirituale, di lungimiranza intelligente e sapiente, di empatia umana e slancio mistico. Nel loro ob-audire vissuto con una personalità forte e determinata non vediamo segni di debolezza, di rassegnazione passiva”.
In questo modo le ‘nozze’ diventano una festa grazie all’azione dei servi: “Le nozze di Cana sono state una ‘festa’ arricchita per la fiduciosa e generosa risposta dei servi all’invito di Maria di fare quello che Gesù ha detto loro di fare. Quando il servire è segnato dalla generosa dedizione di sé, una generosità radicata nella fede, i risultati sono un dono per tutti.
Lo possiamo constatare nei vari processi educativo-pastorali condotti da persone dedicate alla missione, da collaboratori e collaboratrici che si sentono parte viva del carisma e del progetto pastorale salesiano. Dedizione e appartenenza che sono vera e reale assunzione della chiamata, realizzazione di essa, non una semplice appendice”.
E’ un’audacia chiesta dalla fede: “L’audacia della fede è una conferma che vogliamo prendere sul serio la chiamata ad essere cooperatori nel progetto di Dio per i giovani. Questa chiamata don Bosco l’ha vissuta con una straordinaria consapevolezza e l’ha fatta diventare sistema, progetto, esperienza di famiglia… L’audacia della fede la viviamo per favorire un futuro segnato dalla speranza. L’audacia della fede che trova le sue radici nel cuore dell’educatore, del pastore, che non smette mai di amare, di sperare, di voler bene al suo gregge”.
In questo consiste la ‘visione’ di san Giovanni Bosco: “L’originale visione di don Bosco ci interpella ancora, perché ci invita a rinnovare oggi quello stesso spirito apostolico che lui sognava come base e fondamento. Per don Bosco la figura del Salesiano Cooperatore era come una figura poliedrica con un’identità e una missione ben precise.
La sua identità era quella di un salesiano nel mondo: cristiano (laico, prete, uomo o donna) che vive lo spirito salesiano nella propria condizione di vita, in famiglia e nella società. Non è un religioso, ma condivide con i religiosi salesiani lo stesso cuore e la stessa passione per la salvezza dei giovani”.
Conclude la Strenna con l’invito ad essere portatori di ‘vino nuovo’: “Il vino nuovo delle nozze di Cana, che simboleggia la novità promossa da chi crede, noi lo portiamo con gioia e speranza anche e soprattutto in mezzo a sfide e difficoltà, dubbi e incertezze. Sia nella Chiesa come nella società, i giovani che accompagniamo sono portatori di una sete di vita autentica. Cercano di incontrare credenti, che comunicano una proposta cristiana credibile e per questo sono da loro creduti”.
Seconda domenica del Tempo Ordinario: Gesù ‘luce delle Nazioni’
Siamo nel tempo ‘Ordinario’ dell’anno liturgico: sono 43 settimane durante le quali la Liturgia catechizza il popolo di Dio per prepararlo ad incontrare il Signore, il Salvatore che si presenta come ‘luce delle nazioni’. Nel Vangelo Giovanni nell’incontrarsi con Gesù lo addita: ‘Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo’. Giovanni chiama Gesù ‘l’Agnello che toglie i peccati’ e chiarisce al popolo che Egli (Giovanni) non conosceva Gesù, ma in una ispirazione divina aveva saputo che l’uomo, che egli aveva battezzato e sul quale si era posato lo Spirito Santo, quello era il Messia atteso.
Giovanni testimonia apertamente di avere visto lo Spirito Santo scendere sotto forma di colomba e posarsi su di Lui. Giovanni chiama Gesù: ‘l’Agnello’; il popolo ebreo conosceva due tipi di agnelli: a) quello che il popolo ebreo aveva immolato quando si trovò schiavo in Egitto e Dio liberò il suo popolo per mezzo di Mosè che ordinò di uccidere un agnello, segnare con il sangue gli stipiti delle loro porte perché l’angelo della morte colpisse solo le case degli egiziani; b)l’agnello metaforico di cui aveva parlato il profeta Isaia: l’agnello che toglie i peccati con la sua morte, l’agnello che rappresenta Cristo Gesù che muore per salvare l’umanità dal peccato e dalla morte.
Giovanni non solo riconosce Gesù, che egli aveva battezzato nel fiume Giordano, ma vede in Gesù proprio l’agnello di cui aveva parlato il profeta: Gesù non è solo Gesù di Nazareth che si confonde tra la folla per essere battezzato, ma è il vero Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo ed evoca quanto avverrà nel sacrificio pasquale. Dio ama il suo popolo e non dimentica l’uomo creato a sua immagine e somiglianza; se Giovanni Battista non lo avesse indicato presente ed additato, nessuno si sarebbe accorto di Lui.
Il dramma dell’uomo di oggi, in questo momento storico, è il non riconoscere il passaggio dell’Agnello. Gesù salva veramente i peccatori ma bisogna riconoscersi tale, sentirsi peccatori per fruire della sua misericordia; egli infatti non è venuto per i giusti o per coloro che pretendono di essere giusti ma per coloro che prendono coscienza dei loro peccati e vogliono ravvedersi, convertirsi. E’ necessario avere il coraggio e l’umiltà del figlio prodigo e dire: mi alzerò e tornerò da mio padre: ‘Ho peccato contro il cielo e contro di te’; per costoro Gesù è l’Agnello che toglie i peccati.
Non è certamente da imitare Caino che uccide il fratello Abele e fugge mentre Dio lo incalza: Caino, dov’è tuo fratello Abele? né Adamo che fugge davanti a Dio che lo chiama: Adamo, dove sei? La vera schiavitù per l’uomo è il peccato, che ci tiene legati al male e ci fa vedere Dio come un rivale che castiga; Dio è amore ed ha mandato il suo Figlio, nato dalla Vergine, per salvare l’uomo nel rispetto della libertà di ciascuno. Va all’ inferno solo chi vuole andare; da parte di Dio non manca mai il suo abbraccio paterno. Vedi il buon ladrone sulla croce che per un atto di amore ascolta le parole di Gesù: oggi sarai con me in paradiso.
Nel Vangelo Giovanni, l’ultimo ed il più grande dei profeti, presenta Gesù al mondo: ‘Ecco l’agnello che toglie i peccati del mondo’ e su Gesù scende e si posa lo Spirito Santo mentre il Padre lo addita: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato, ascoltatelo’! Il peccato più grave oggi è rifiutare l’uomo, Gesù di Nazareth, come il Messia, vero uomo e vero Dio, il vero ed unico salvatore. Egli è colui che battezza con lo spirito santo, lo Spirito che porta nel mondo l’amore di dio e fa degli uomini dei veri figli di Dio; santi per vocazione, grazie a Cristo Gesù, l’Agnello che toglie i peccati del mondo.
Da qui la missione di Cristo è la vocazione di ogni cristiano, è la vocazione della Chiesa inviata da Cristo: ‘Come il Padre ha mandato me, io mando voi: fate del mondo la grande famiglia di Dio’. Tutti i fedeli, di qualsiasi parte del mondo sono chiamati alla pienezza della vita cristiana ed alla perfezione della carità. Tale santità non è un fatto meramente intimo e personale ma deve riflettersi nella vita sociale. Compito primario del popolo di Dio è collaborare con l’opera di Cristo per eliminare il peccato dal mondo. Questa è una missione religiosa e non politica, sociale o economica.
Da questa missione scaturisce la morale cristiana e il compito della Chiesa ad essere ‘Luce del mondo e sale della terra’. Non si accende una luce per nasconderla sotto il tavolo ma deve illuminare l’ambiente e riscaldare i cuori. Da qui la necessità per il cristiano di mettersi alla sequela di Cristo e chiedersi: sono vera luce?, sono capace di illuminare quanti avvicino? Invochiamo la Santissima Vergine, Madre di Cristo e della Chiesa perché ci aiuti, ci sostenga, non venga mai meno il suo aiuto materno per essere testimoni credibili del Vangelo di Cristo Gesù.




























