Card. Zuppi: la Chiesa forma coscienze libere
“All’inizio di questa sessione desidero rinnovare la nostra vicinanza alle Chiese del Medio Oriente, segnate ancora una volta dalla violenza dei conflitti, dall’insicurezza, dalla paura, dalla sofferenza di popolazioni intere… Nei giorni scorsi avevamo inviato ai Patriarchi di quella regione una lettera per ribadire la fraternità e la solidarietà delle Chiese in Italia. Le risposte ricevute ci hanno profondamente toccato… Le ferite di quelle terre attraversano il corpo della Chiesa e interrogano la coscienza di tutti.
Avremo modo di confermare la nostra solidarietà partecipando alla Colletta per la Terra Santa che tradizionalmente si raccoglie il Venerdì Santo (3 aprile). Auspichiamo che la voce di papa Leone sia ascoltata dai responsabili delle nazioni, si decida il cessate il fuoco perché la guerra non sia una spirale che faccia precipitare tutti in una voragine”: con queste parole il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha aperto i lavori del consiglio episcopale permanente.
Ed ha ricordato il martirio dei cristiani: “In questo quadro ricordiamo il martirio di padre Pierre Al-Rahi, che ha scelto di rimanere accanto alla sua comunità fino alla fine, testimoniando con la sua vita e con il suo sangue la fedeltà al Vangelo e alla missione pastorale affidatagli. Il suo sacrificio rimane per la nostra Chiesa un luminoso seme di speranza, di riconciliazione e di pace. La sua memoria ci riporta al cuore del Vangelo: una Chiesa che non arretra davanti al dolore, che rimane accanto al suo popolo, che condivide la sorte della gente e continua, proprio per questo, a essere presenza di prossimità, di amore e di pace. Avviene così per tanti cristiani vittime di violenza e testimoni di Vangelo. Sono ‘Gente di primavera’, come ricorderemo domani 24 marzo, XXXIV Giornata dei missionari martiri, nella memoria di mons. Oscar Romero”.
Per questo ha sottolineato che solo il papa ha levato la voce per la pace: “La voce del Santo Padre sulla pace è tra le poche che richiamano a una visione umana e ragionevole dei rapporti tra i popoli. È una voce cristiana che dà voce all’anelito di pace e di libertà di tanti che non hanno voce, che non hanno possibilità o libertà per esprimere la loro grande sofferenza e le loro aspirazioni alla fine della violenza. E sempre desideriamo unirci coralmente alla voce del Papa, come abbiamo fatto nella recente Giornata di preghiera dedicata alla pace, in tutte le Chiese d’Italia”.
Ecco il motivo per cui la comunità cristiana deve essere missionaria: “Bisogna andare incontro alle persone in ricerca, spaesate, inquiete su di sé e sul futuro. Questo richiede un atteggiamento umano e pastorale, carico di disponibilità e attenzione. Quanti si sono recati ad Assisi, numerosi e raccolti (oltre 370.000 pellegrini da tutte le parti del mondo), a vedere le spoglie di san Francesco, non cercavano nella memoria del Santo una testimonianza del Vangelo sine glossa? Questa ricerca si incontra ancora troppo poco con i binari della vita ordinaria della Chiesa, che appaiono non sempre attrattivi, forti, luminosi”.
Missione che è apertura al dialogo: “E’ chiaro che, di fronte a tante domande di senso, è necessaria un’estroversione missionaria e una capacità di dialogo: una Chiesa che si orienta tutta nella missione. Ma questa attitudine fondamentale non è disgiunta dalla necessità di costruire comunità vere nelle nostre parrocchie e nel nostro mondo. E’ un tema su cui ho più volte insistito, del resto evidente ai vostri occhi e alla vostra azione pastorale. E’ il tema, ad esempio, di dovere accogliere quanti, adulti, accedono o riscoprono il Battesimo e di avviare il dialogo con i tanti che non incontriamo”.
Tale realizzazione è possibile grazie alle comunità: “Solo le comunità possono realizzare l’estroversione missionaria e incarnare un atteggiamento dialogico con quanti sono in ricerca… Comunità autentiche sono alla base di una responsabilità sinodale, che non sia uno slogan, un laboratorio astratto o un fatto istituzionale. Dopo il Covid, in parecchie parrocchie del nostro Paese, si è vista una faticosa ripresa di presenza di quelli che erano fedeli un po’ anonimi…
In questo senso bisogna suscitare e supportare uomini e donne di sintesi, come diceva il grande sociologo padre Lebret, ‘tessitori di fraternità’, capaci di dare carne alle nostre istituzioni, creatori di legami. Si tratta di coinvolgere tutti nella creazione di un tessuto ecclesiale comunitario. Non dobbiamo mai dimenticare la dimensione dell’unità nella comunione tra noi, con il Vescovo di Roma, nostro Primate, con tutta la Chiesa”.
E nel ricordo del ‘convegno’ di Roma del 1976 il card. Zuppi ha invitato a coniugare la missione con la promozione umana: “Il binomio evangelizzazione e promozione umana dice ancora tanto della specifica vocazione della Chiesa a comunicare il Vangelo, ma anche di far crescere la società italiana che stava affrontando allora tempi non facili, segnati com’erano dal terrorismo. No, non ci rinchiuderemo in un’irrilevanza pigra, per conservare noi stessi, per farci proteggere dal freddo della storia!
La Chiesa è ben di più che un museo di un’antica storia di fede e di cultura, ben di più di un’agenzia di valori, ben di più di un’organizzazione di servizio sociale o educativo! Lo diciamo con molta umiltà, ma con la consapevolezza della densità teologica, religiosa, umana, sociale che comporta il nostro essere Chiesa. Questo non è senso di superiorità o isolamento, tantomeno mancare alle nostre responsabilità”.
In questo modo si esplica la ‘presenza’ dei cattolici: “La presenza ecclesiale non nasce dalla ricerca di spazio, ma da una responsabilità evangelica. Non è un’occupazione del sociale, ma una forma dell’annuncio. Non è l’aggiunta pratica a una fede privata, ma il modo con cui la carità rende visibile il Vangelo. La Chiesa, infatti, non vive per sé stessa. Non si comprende a partire dalle sue strutture, pur necessarie, né dal solo profilo istituzionale…
Chi pensa di capire la Chiesa con misere letture politiche o le attribuisce intenzioni di parte non la conosce così come ignora la sua libertà di indicare e vivere l’unica parte che cerca: la difesa della persona. La Chiesa è popolo di Dio, non una somma di individualità; è comunione, non autosufficienza; è pellegrina nella storia, non padrona della storia; è segno, non fine a sé stessa; è strumento, non protagonista autoreferenziale”.
Proprio per questo la fede ha una dimensione sociale: “Questa consapevolezza non va mai data per scontata. Ci sono sempre infatti alcuni rischi. Tra questi, quello del disimpegno; quello di sostituirsi impropriamente alla responsabilità dei laici, intervenendo direttamente là dove invece è decisiva la libertà della coscienza cristiana nella costruzione del bene comune. Non spetta direttamente alla Chiesa fare politica. Ma proprio per questo spetta alla Chiesa, con ancora maggiore passione, formare coscienze laicali libere, mature, coraggiose, capaci di discernimento e di responsabilità”.
Responsabilità anche politica: “C’è poi il rischio di una politica o di organizzazioni sociali che pretendano di arruolare la Chiesa, di piegarne la libertà, di cercarne l’avallo, di utilizzarne la voce per i propri schieramenti. Quando questo accade, si fa male alla politica e si fa male alla Chiesa. La comunità cristiana, invece, resta fedele a una distinzione alta e necessaria: riconosce l’autorità politica come servizio al bene comune, ma conserva la libertà di parola e di giudizio quando sono in gioco i principi etici che promuovono la dignità della persona, quando si calpestano i poveri, quando la forza prende il posto del diritto. Come ci ha ricordato papa Francesco alla Settimana Sociale di Trieste”.
L’impegno è un modo di essere Chiesa: “I discepoli di Gesù Cristo sono continuamente chiamati a comprendere cosa significa costruire il bene comune e mettersi al servizio del disegno di Dio sull’umanità. Per questo, è importante non far mancare il nostro impegno di cristiani che credono nella vita umana, nella famiglia, nell’educazione, nel volontariato, nella pace, nel lavoro degno, in un’economia per l’uomo, nella cura del creato, nell’inclusione dei poveri… Questo modo di essere Chiesa non ci può vedere chiusi in sacrestia. I discepoli di Cristo percorrono le strade infangate o polverose, abitano in mezzo alla gente per essere segno di speranza. I sogni e le sofferenze delle persone, soprattutto degli ultimi, non ci troveranno mai indifferenti”.


























