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Gianfranco Brunelli: Il Regno ha raccontato in modo responsabile gli avvenimenti
“In questo 2025, Il Regno fa 70. I settant’anni di una rivista sono una breve buona notizia. Oggi lo possiamo dire, soprattutto perché quel merito è in gran parte di altri che ci hanno preceduto: la rivista rappresenta un valore in sé per la Chiesa italiana, per il movimento cattolico e per il nostro paese. La rivista è stata ed è uno strumento libero d’informazione e di documentazione religiosa e culturale; un luogo d’analisi, d’incontro tra coloro che hanno la stessa ispirazione cristiana; di dialogo ecumenico tra chi riconosce nel cristianesimo una fede di storia e di salvezza; di confronto con persone di culture e di fedi diverse, che tuttavia hanno a cuore il principio della libertà e della dignità umana, perché queste sono lo specchio umano di Dio… Una tenuta nel tempo è sempre una tenuta del tempo. Tenere il tempo significa stare in una condizione di confronto continuo con le vicende della storia in un tentativo inevitabile, incerto, rischioso di corrispondenza interpretativa. Il tempo, la storia, il linguaggio”.
Iniziamo da questa riflessione del direttore de ‘Il Regno’, Gianfranco Brunelli, a cui chiediamo di raccontarci cosa significa compiere 70 anni per una rivista: “Compiere 70 anni significa aver raccolto il testimone di una generazione, in particolare di quella dei fondatori, che nel nostro caso sono stati i religiosi dehoniani, rielaborando oggi, a partire da una prospettiva necessariamente laicale, quanto ricevuto, avendo in mente chiavi di lettura multiple per un mondo che si è fatto complesso.
Abbiamo di fronte a noi segni di un tempo incognito, incerto, minaccioso. Mentre gli strumenti a disposizione delle comunità cristiane nelle società democratiche appaiono deboli, e in molti altri regimi tornano le persecuzioni. Tra le nuove questioni e le nuove dinamiche in atto, la grande rivoluzione nella comunicazione, l’ecosistema della Rete, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale rappresentano, nel bene e nel male, la maggiore criticità, dal momento che esse tengono assieme tre livelli di trasformazione: antropologica, economico-scientifica, politica”.
Nella lettera inviatavi papa Francesco ha scritto che la rivista ha accompagnato la vita della Chiesa: ‘Il Regno è stata ed è la rivista del Concilio Vaticano II e del post Concilio in Italia: ha accompagnato la vita della Chiesa alimentandone le istanze riformatrici, secondo lo spirito di rinnovamento del Concilio; ha documentato con cura i testi e gli interventi del magistero della Chiesa; ha stimolato il cammino ecumenico delle Chiese; ha incoraggiato il dialogo interreligioso; ha intercettato i cambiamenti sociali e politici in atto, confrontandosi criticamente con le ideologie del nostro tempo’. In quale modo la rivista ha raccontato questa vita ecclesiale?
“Il Regno si è caratterizzato con un proprio stile che ha due connotazioni principali. La prima è quella della fatica delle fonti. Il fatto di lavorare su due sezioni, ‘Attualità’ e ‘Documenti’ significa che le notizie, le interviste e gli approfondimenti della prima non possono prescindere dalle voci della seconda: la Chiesa universale, le Chiese locali, gli studi, le ricerche, i protagonisti.
Il magistero del papa, i cosiddetti testi ‘ufficiali’, le dichiarazioni, tutto ciò che fa di questo grande organismo un’istituzione complessa, sul piano del pensiero e dell’azione, devono poter essere presentati nel loro insieme unitario e tensionale, e nella loro volontà dichiarata di ridire il Vangelo nella storia degli uomini. La seconda è quella del confronto critico: solo da un onesto confronto, da uno scambio intellettuale può maturare un’informazione a servizio alla Chiesa, impegno che la rivista si è sempre assunto sin dall’inizio della sua storia. Il che ha fatto de ‘Il Regno’ una voce libera ma sempre fedele alla Chiesa, nonostante i momenti di difficoltà e le insufficienze”.
Anche il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, ha scritto: ‘Potremmo dire che quella del Regno è stata una parola che è cresciuta autorevolmente nel panorama dell’informazione e in specifico dell’informazione religiosa. La rivista ha dato un contributo innegabile alla formazione di diverse generazioni di cattolici… Forniva le parole, accompagnava i pensieri nell’interpretare le istanze di rinnovamento, che erano quelle di una nuova generazione, ma erano comunque sempre iscritte nella lunga tradizione della Chiesa’. In quale modo è possibile fare informazione religiosa’?
“Autorevole significa responsabile. Col peso di quella definizione, la rivista (non senza errori) ha sempre cercato di fare una proposta interpretativa non gridata, ma senza dissimulazioni. Si tratta di un compito quotidiano, che riflette un equilibrio sempre incerto. Penso che l’unica strada per fare informazione religiosa libera e onesta oggi sia proprio questa. Oggi tutto è reso più complesso dal ‘presentismo’ dell’informazione, che se è molto facilitata dai nuovi media, ne è anche condizionata proprio sul piano e sui tempi dell’interpretazione”.
Quale è la ‘missione’ de Il Regno?
“Nè ‘missione’, né ‘mission’. Ricercare piuttosto. Il tentativo professionale di leggere, capire, interpretare. Quella de ‘Il Regno’ è la ‘scommessa’ di una doppia fedeltà: da un lato alla città degli uomini, invitandoli a guardare al fenomeno religioso non come a qualcosa d’intimistico, ma come a un aspetto dell’umanità che può fare la qualità del vivere civile anche per i non credenti; dall’altro alla città di Dio, come a quell’ ‘altro da sé’, che interroga continuamente la coscienza personale e istituisce il principio di libertà”.
Il messaggio del papa per la giornata delle comunicazioni sociali invita a condividere ‘con mitezza la speranza che sta nei vostri cuor’: in quale modo la rivista racconta la speranza?
“La speranza non è un facile ottimismo, un ‘andrà tutto bene’; la speranza è un pessimismo vinto nel varco divino della realtà, che rimane drammatica. Sul piano dell’informazione è la virtù che sa guardare e raccontare con realismo sano anche laddove pare non esserci più nessuna uscita di sicurezza per ipotizzare sentieri nuovi, per dare voce a chi non ce l’ha (pensiamo a certe zone del mondo di cui i media mainstream occidentali non si interessano). La nostra piccola lampada, fatta di analisi e di fonti, vuole continuare a dare corpo a questo esercizio della virtù”.
(Foto: Il Regno)
Papa Francesco invita a condividere la speranza nel messaggio delle Comunicazioni Sociali
“In questo nostro tempo segnato dalla disinformazione e dalla polarizzazione, dove pochi centri di potere controllano una massa di dati e di informazioni senza precedenti, mi rivolgo a voi nella consapevolezza di quanto sia necessario (oggi più che mai) il vostro lavoro di giornalisti e comunicatori. C’è bisogno del vostro impegno coraggioso nel mettere al centro della comunicazione la responsabilità personale e collettiva verso il prossimo”:
comincia così il messaggio di papa Francesco per la 59^ Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, intitolato ‘Condividete con mitezza la speranza che sta nei vostri cuori’, con l’esortazione ad essere “comunicatori di speranza, incominciando da un rinnovamento del vostro lavoro e della vostra missione secondo lo spirito del Vangelo”.
Con questo messaggio il papa invita a ‘disarmare’ la comunicazione, cioè a non suscitare ‘reazioni istintive’: “Troppo spesso oggi la comunicazione non genera speranza, ma paura e disperazione, pregiudizio e rancore, fanatismo e addirittura odio. Troppe volte essa semplifica la realtà per suscitare reazioni istintive; usa la parola come una lama; si serve persino di informazioni false o deformate ad arte per lanciare messaggi destinati a eccitare gli animi, a provocare, a ferire”.
Quindi non si può raccontare la realtà solo attraverso slogan: “Ho già ribadito più volte la necessità di “disarmare” la comunicazione, di purificarla dall’aggressività. Non porta mai buoni frutti ridurre la realtà a slogan. Vediamo tutti come (dai talk show televisivi alle guerre verbali sui social media) rischi di prevalere il paradigma della competizione, della contrapposizione, della volontà di dominio e di possesso, della manipolazione dell’opinione pubblica”.
Per questo il papa ha messo in guardia da una ‘dispersione’ dell’attenzione: “C’è anche un altro fenomeno preoccupante: quello che potremmo definire della ‘dispersione programmata dell’attenzione’ attraverso i sistemi digitali, che, profilandoci secondo le logiche del mercato, modificano la nostra percezione della realtà. Succede così che assistiamo, spesso impotenti, a una sorta di atomizzazione degli interessi, e questo finisce per minare le basi del nostro essere comunità, la capacità di lavorare insieme per un bene comune, di ascoltarci, di comprendere le ragioni dell’altro”.
E’ un invito a non cedere alla logica della creazione del ‘nemico’, citando mons. Tonino Bello: “Sembra allora che individuare un “nemico” contro cui scagliarsi verbalmente sia indispensabile per affermare sé stessi. E quando l’altro diventa “nemico”, quando si oscurano il suo volto e la sua dignità per schernirlo e deriderlo, viene meno anche la possibilità di generare speranza. Come ci ha insegnato don Tonino Bello, tutti i conflitti ‘trovano la loro radice nella dissolvenza dei volti’. Non possiamo arrenderci a questa logica”.
Con un riferimento alla prima lettera di Pietro il papa ha invitato a dare ‘ragione’ della speranza: “Nella Prima Lettera di Pietro troviamo una sintesi mirabile in cui la speranza viene posta in connessione con la testimonianza e con la comunicazione cristiana: ‘Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto’. Vorrei soffermarmi su tre messaggi che possiamo trarre da queste parole”.
Quindi la speranza ha un ‘volto’, che si manifesta nella bellezza dell’amore di Dio: “Adorate il Signore, nei vostri cuori: la speranza dei cristiani ha un volto, il volto del Signore risorto. La sua promessa di essere sempre con noi attraverso il dono dello Spirito Santo ci permette di sperare anche contro ogni speranza e di vedere le briciole di bene nascoste anche quando tutto sembra perduto. Il secondo messaggio ci chiede di essere pronti a dare ragione della speranza che è in noi… I cristiani non sono anzitutto quelli che ‘parlano’ di Dio, ma quelli che riverberano la bellezza del suo amore, un modo nuovo di vivere ogni cosa”.
Questo va fatto con ‘dolcezza’: “La comunicazione dei cristiani (ma direi anche la comunicazione in generale) dovrebbe essere intessuta di mitezza, di prossimità: lo stile dei compagni di strada, seguendo il più grande Comunicatore di tutti i tempi, Gesù di Nazaret, che lungo la strada dialogava con i due discepoli di Emmaus facendo ardere il loro cuore per come interpretava gli avvenimenti alla luce delle Scritture”.
Quindi il ‘sogno’ del papa consiste in una comunicazione in grado di parlare al ‘cuore’: “Sogno per questo una comunicazione che sappia renderci compagni di strada di tanti nostri fratelli e sorelle, per riaccendere in loro la speranza in un tempo così travagliato. Una comunicazione che sia capace di parlare al cuore, di suscitare non reazioni passionali di chiusura e rabbia, ma atteggiamenti di apertura e amicizia; capace di puntare sulla bellezza e sulla speranza anche nelle situazioni apparentemente più disperate; di generare impegno, empatia, interesse per gli altri”.
Una comunicazione che non è autoreferenziale: “Sogno una comunicazione che non venda illusioni o paure, ma sia in grado di dare ragioni per sperare… Per fare ciò dobbiamo guarire dalle ‘malattie’ del protagonismo e dell’autoreferenzialità, evitare il rischio di parlarci addosso: il buon comunicatore fa sì che chi ascolta, legge o guarda possa essere partecipe, possa essere vicino, possa ritrovare la parte migliore di sé stesso ed entrare con questi atteggiamenti nelle storie raccontate. Comunicare così aiuta a diventare ‘pellegrini di speranza’, come recita il motto del Giubileo”.
E’ un invito a realizzare la speranza come ‘progetto comunitario’ di rinascita come dono della misericordia di Dio: “Pensiamo per un momento alla grandezza del messaggio di questo anno di grazia: siamo invitati tutti (davvero tutti!) a ricominciare, a permettere a Dio di risollevarci, a lasciare che ci abbracci e ci inondi di misericordia. Si intrecciano in tutto questo la dimensione personale e quella comunitaria. Ci si mette in viaggio insieme, si compie il pellegrinaggio con tanti fratelli e sorelle, si attraversa insieme la Porta Santa”.
Per questo il Giubileo è un invito alle ‘opere sociali’: “Il Giubileo ha molte implicazioni sociali. Pensiamo ad esempio al messaggio di misericordia e speranza per chi vive nelle carceri, o all’appello alla vicinanza e alla tenerezza verso chi soffre ed è ai margini. Il Giubileo ci ricorda che quanti si fanno operatori di pace ‘saranno chiamati figli di Dio’. E così ci apre alla speranza, ci indica l’esigenza di una comunicazione attenta, mite, riflessiva, capace di indicare vie di dialogo”.
Il messaggio papale è un incoraggiamento a raccontare le ‘storie’: “Vi incoraggio perciò a scoprire e raccontare le tante storie di bene nascoste fra le pieghe della cronaca; a imitare i cercatori d’oro, che setacciano instancabilmente la sabbia alla ricerca della minuscola pepita. E’ bello trovare questi semi di speranza e farli conoscere.
Aiuta il mondo ad essere un po’ meno sordo al grido degli ultimi, un po’ meno indifferente, un po’ meno chiuso. Sappiate sempre scovare le scintille di bene che ci permettono di sperare. Questa comunicazione può aiutare a tessere la comunione, a farci sentire meno soli, a riscoprire l’importanza del camminare insieme”.
Infine il messaggio è un invito a curare il ‘cuore’, cioè l’interiorità e la relazione: “Essere miti e non dimenticare mai il volto dell’altro; parlare al cuore delle donne e degli uomini al servizio dei quali state svolgendo il vostro lavoro. Non permettere che le reazioni istintive guidino la vostra comunicazione. Seminare sempre speranza, anche quando è difficile, anche quando costa, anche quando sembra non portare frutto. Cercare di praticare una comunicazione che sappia risanare le ferite della nostra umanità”.
Ed ha enucleato alcune ‘azioni’ che possono dare ‘fiducia’ alla speranza: “Dare spazio alla fiducia del cuore che, come un fiore esile ma resistente, non soccombe alle intemperie della vita ma sboccia e cresce nei luoghi più impensati: nella speranza delle madri che ogni giorno pregano per rivedere i propri figli tornare dalle trincee di un conflitto; nella speranza dei padri che migrano tra mille rischi e peripezie in cerca di un futuro migliore; nella speranza dei bambini che riescono a giocare, sorridere e credere nella vita anche fra le macerie delle guerre e nelle strade povere delle favelas.
Essere testimoni e promotori di una comunicazione non ostile, che diffonda una cultura della cura, costruisca ponti e penetri nei muri visibili e invisibili del nostro tempo. Raccontare storie intrise di speranza, avendo a cuore il nostro comune destino e scrivendo insieme la storia del nostro futuro. Tutto ciò potete e possiamo farlo con la grazia di Dio, che il Giubileo ci aiuta a ricevere in abbondanza”.
Papa Francesco invita ad essere missionari di speranza
“Per la Giornata Missionaria Mondiale dell’anno giubilare 2025, il cui messaggio centrale è la speranza, ho scelto questo motto: ‘Missionari di speranza tra le genti’. Esso richiama ai singoli cristiani e alla Chiesa, comunità dei battezzati, la vocazione fondamentale di essere, sulle orme di Cristo, messaggeri e costruttori della speranza. Auguro a tutti un tempo di grazia con il Dio fedele che ci ha rigenerato in Cristo risorto ‘per una speranza viva; e desidero ricordare alcuni aspetti rilevanti dell’identità missionaria cristiana, affinché possiamo lasciarci guidare dallo Spirito di Dio e ardere di santo zelo per una nuova stagione evangelizzatrice della Chiesa, inviata a rianimare la speranza in un mondo su cui gravano ombre oscure”.
Inizia così il messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale di quest’anno giubilare: ‘Missionari di speranza tra le genti’, in cui ha sottolineato l’importanza della centralità di Cristo nella storia: “Celebrando il primo Giubileo ordinario del Terzo Millennio dopo quello del Duemila, teniamo lo sguardo rivolto a Cristo che è il centro della storia, ‘lo stesso ieri e oggi e per sempre’. Egli, nella sinagoga di Nazaret, dichiarò il compiersi della Scrittura nell’ ‘oggi’ della sua presenza storica. Si rivelò così come l’Inviato dal Padre con l’unzione dello Spirito Santo per portare la Buona Notizia del Regno di Dio e inaugurare ‘l’anno di grazia del Signore’ per tutta l’umanità”.
In questo senso Gesù è il ‘compimento della salvezza’: “In questo mistico ‘oggi’ che perdura sino alla fine del mondo, Cristo è il compimento della salvezza per tutti, particolarmente per coloro la cui unica speranza è Dio. Egli, nella su vita terrena, ‘passò beneficando e risanando tutti’ dal male e dal Maligno, ridonando ai bisognosi e al popolo la speranza in Dio.
Inoltre, sperimentò tutte le fragilità umane, tranne quella del peccato, attraversando pure momenti critici, che potevano indurre a disperare, come nell’agonia del Getsemani e sulla croce. Gesù però affidava tutto a Dio Padre, obbedendo con fiducia totale al suo progetto salvifico per l’umanità, progetto di pace per un futuro pieno di speranza. Così è diventato il divino Missionario della speranza, modello supremo di quanti lungo i secoli portano avanti la missione ricevuta da Dio anche nelle prove estreme”.
E’ un invito rivolto a tutti ad essere missionari: “Tramite i suoi discepoli, inviati a tutti i popoli e accompagnati misticamente da Lui, il Signore Gesù continua il suo ministero di speranza per l’umanità. Egli si china ancora oggi su ogni persona povera, afflitta, disperata e oppressa dal male, per versare ‘sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza’…
Sentiamoci perciò ispirati anche noi a metterci in cammino sulle orme del Signore Gesù per diventare, con Lui e in Lui, segni e messaggeri di speranza per tutti, in ogni luogo e circostanza che Dio ci dona di vivere. Che tutti i battezzati, discepoli-missionari di Cristo, facciano risplendere la sua speranza in ogni angolo della terra!”
Con una frase del Concilio Vaticano II il papa sollecita ad annunciare il Vangelo nella vita: “Seguendo Cristo Signore, i cristiani sono chiamati a trasmettere la Buona Notizia condividendo le concrete condizioni di vita di coloro che incontrano e diventando così portatori e costruttori di speranza…
Penso in particolare a voi, missionari e missionarie ad gentes, che, seguendo la chiamata divina, siete andati in altre nazioni per far conoscere l’amore di Dio in Cristo. Grazie di cuore! La vostra vita è una risposta concreta al mandato di Cristo Risorto, che ha inviato i discepoli ad evangelizzare tutti i popoli. Così voi richiamate la vocazione universale dei battezzati a diventare, con la forza dello Spirito e l’impegno quotidiano, missionari tra le genti della grande speranza donataci dal Signore Gesù”.
In questo modo le comunità cristiane sono segni visibili: “Animate da una speranza così grande, le comunità cristiane possono essere segni di nuova umanità in un mondo che, nelle aree più ‘sviluppate’, mostra sintomi gravi di crisi dell’umano: diffuso senso di smarrimento, solitudine e abbandono degli anziani, difficoltà di trovare la disponibilità al soccorso di chi ci vive accanto.
Sta venendo meno, nelle nazioni più avanzate tecnologicamente, la prossimità: siamo tutti interconnessi, ma non siamo in relazione. L’efficientismo e l’attaccamento alle cose e alle ambizioni ci inducono ad essere centrati su noi stessi e incapaci di altruismo. Il Vangelo, vissuto nella comunità, può restituirci un’umanità integra, sana, redenta”.
Ed ecco l’invito a vivere gesti concreti per vivere la speranza: “Rinnovo pertanto l’invito a compiere le azioni indicate nella Bolla di indizione del Giubileo, con particolare attenzione ai più poveri e deboli, ai malati, agli anziani, agli esclusi dalla società materialista e consumistica. E a farlo con lo stile di Dio: con vicinanza, compassione e tenerezza, curando la relazione personale con i fratelli e le sorelle nella loro concreta situazione. Spesso, allora, saranno loro a insegnarci a vivere con speranza”.
Un invito a diventare ‘artigiani’ di speranza sull’esempio del card. Van Thuan: “Davanti all’urgenza della missione della speranza oggi, i discepoli di Cristo sono chiamati per primi a formarsi per diventare “artigiani” di speranza e restauratori di un’umanità spesso distratta e infelice. A tal fine, occorre rinnovare in noi la spiritualità pasquale, che viviamo in ogni celebrazione eucaristica e soprattutto nel Triduo Pasquale, centro e culmine dell’anno liturgico. Siamo battezzati nella morte e risurrezione redentrice di Cristo, nella Pasqua del Signore che segna l’eterna primavera della storia…
I missionari di speranza sono uomini e donne di preghiera, perché ‘la persona che spera è una persona che prega’, come sottolineava il Venerabile Cardinale Van Thuan, che ha mantenuto viva la speranza nella lunga tribolazione del carcere grazie alla forza che riceveva dalla preghiera perseverante e dall’Eucaristia”.
Infine il messaggio ribadisce che l’evangelizzazione è un’opera comunitaria, come aveva sottolineato papa Benedetto XVI: “Infine, l’evangelizzazione è sempre un processo comunitario, come il carattere della speranza cristiana. Tale processo non finisce con il primo annuncio e con il battesimo, bensì continua con la costruzione delle comunità cristiane attraverso l’accompagnamento di ogni battezzato nel cammino sulla via del Vangelo”.
La missione è ‘opera’ di comunione: “Insisto ancora su questa sinodalità missionaria della Chiesa, come pure sul servizio delle Pontificie Opere Missionarie nel promuovere la responsabilità missionaria dei battezzati e sostenere le nuove Chiese particolari. Ed esorto tutti voi, bambini, giovani, adulti, anziani, a partecipare attivamente alla comune missione evangelizzatrice con la testimonianza della vostra vita e con la preghiera, con i vostri sacrifici e la vostra generosità. Grazie di cuore di questo!”
Papa Francesco ricorda alla Congregazione di san Vincenzo de’ Paoli il ‘fuoco’ della missione
“Mentre la Congregazione della Missione si prepara a commemorare il quarto centenario della sua fondazione, porgo affettuosi auguri a Lei, ai sacerdoti e ai fratelli della Congregazione e a tutti i membri della grande Famiglia vincenziana. Prego affinché questo significativo anniversario sia un’occasione di grande gioia e di rinnovata fedeltà alla concezione del discepolato missionario, fondato sull’imitazione dell’amore preferenziale di Cristo per i poveri”: così inizia il messaggio scritto da papa Francesco a p. Tomaz Mavric, superiore generale della Congregazione della Missione di San Vincenzo de’ Paoli in occasione dei 400 anni di fondazione.
Nel messaggio il papa ha ripercorso la storia della nascita delle opere di carità di quello che oggi chiamiamo la ‘San Vincenzo’: “Gli inizi della vostra Congregazione sono radicati nella profonda esperienza personale di san Vincenzo de’ Paoli, in quel ‘fuoco d’amore’ che ardeva nel cuore del Figlio di Dio incarnato e che lo portò a identificarsi con i poveri e gli emarginati.
Angosciato per la mancanza di cure pastorali nelle campagne francesi, all’inizio del 1617 decise di organizzare le missioni volte a fornire un’istruzione catechistica di base e incoraggiare un ritorno ai sacramenti. Un sogno che avrebbe portato a compimento, circa otto anni dopo, con la fondazione della Congregazione della Missione il 17 aprile 1625”.
E’ stato un inizio con forte impulso missionario: “Nei primi sette anni di vita, i sacerdoti e i fratelli della Congregazione svolsero 140 missioni. Tra il 1632 e il 1660, i missionari della Casa madre di Parigi organizzarono altre 550 missioni. A partire dal 1635, con la nascita di comunità fuori Parigi, furono avviate centinaia di altre missioni. Questa notevole espansione testimonia la fecondità religiosa e missionaria dello zelo sacerdotale di San Vincenzo e la sua sete di convertire i cuori e le menti a Cristo”.
Inoltre il papa ha sottolineato anche l’importante ruolo delle donne nelle opere di carità nella società: “Nella sua opera di sensibilizzazione verso i poveri, Vincenzo si rese subito conto che le opere di carità dovevano essere ben organizzate. Le donne furono le prime a raccogliere questa sfida. Nel 1617, nella parrocchia di Châtillon, fondò la prima delle ‘Confraternite della Carità’, che continuano oggi come Associazione Internazionale di Carità o Volontariato Vincenziano.
Nel 1633, insieme a Santa Luisa de Marillac, fondò una forma rivoluzionaria di comunità femminile, le ‘Figlie della Carità’. Fino a quel momento, le religiose vivevano nei monasteri; le Figlie della Carità furono invece inviate nelle strade di Parigi per servire gli ammalati e i poveri. Questa innovazione darà i suoi frutti in una vera e propria proliferazione di Congregazioni religiose femminili dedite alle opere apostoliche nei secoli successivi”.
E si dedicò anche alla formazione del clero, per cui il papa ha invitato a non dimenticare questa eredità spirituale: “In questo anniversario, è opportuno riflettere sull’eredità spirituale, sullo zelo apostolico e sulla cura pastorale che san Vincenzo de’ Paoli ha trasmesso alla Chiesa universale. L’elenco di coloro che hanno assimilato la spiritualità vincenziana e l’hanno vissuta eroicamente nel corso degli anni è lungo e abbraccia tutti i continenti…
Ancora oggi, sulle orme di san Vincenzo, la sua famiglia continua ad avviare opere di carità, ad intraprendere nuove missioni e ad aiutare nella formazione del clero e del laicato. Più di 100 rami di sacerdoti, fratelli, sorelle, laici e uomini costituiscono oggi la famiglia vincenziana. La Società di San Vincenzo de’ Paoli, fondata nel 1833 dal Beato Frédéric Ozanam, è diventata una straordinaria forza di bene al servizio dei poveri, con centinaia di migliaia di membri in tutto il mondo”.
Quindi la ‘crescita’ missionaria è la ‘forza’ della congregazione: “La Congregazione della Missione sta vivendo attualmente nuovi segni di crescita. Le Province più giovani, soprattutto in Asia e in Africa, dove le vocazioni alla Congregazione sono fiorenti, hanno risposto alla chiamata di iniziare missioni in altri Paesi. La Congregazione continua anche a intraprendere nuove opere creative tra i bisognosi”.
Una missione attenta ai poveri: “Penso all’ ‘Alleanza Famiglia Vincenziana con le persone senza fissa dimora’, un’iniziativa internazionale per fornire alloggi a prezzi accessibili alle persone senzatetto, ispirata all’esempio di Vincenzo de’ Paoli, che iniziò il suo lavoro nei loro confronti nel 1643, costruendo tredici case a Parigi per i poveri. Questa iniziativa intende svilupparsi nei Paesi dove sono presenti i vincenziani con la costruzione di altre case superando così l’obiettivo iniziale di accogliere 10.000 persone”.
Ed il carisma di san Vincenzo de’ Paoli è un arricchimento per la Chiesa: “Quattro secoli dopo la fondazione della Congregazione della Missione, non c’è dubbio che il carisma di San Vincenzo de’ Paoli continui ad arricchire la Chiesa attraverso i vari apostolati e le buone opere dell’intera Famiglia vincenziana.
Spero che le celebrazioni del quarto centenario mettano in evidenza l’importanza della concezione di San Vincenzo del servizio a Cristo nei poveri per il rinnovamento della Chiesa del nostro tempo, nella sequela missionaria e nell’aiuto ai bisognosi e agli abbandonati nelle molte periferie del nostro mondo e ai margini di una cultura superficiale e ‘usa e getta’.
Sono convinto che l’esempio di San Vincenzo possa ispirare in modo particolare i giovani, che con il loro entusiasmo, la loro generosità e la loro preoccupazione per la costruzione di un mondo migliore, sono chiamati a essere testimoni audaci e coraggiosi del Vangelo tra i loro coetanei e ovunque si trovino”.
(Foto: Congregazione San Vincenzo de’ Paoli)
Quinta domenica del Tempo Ordinario: la Parola di Dio ci parla di chiamata, di vocazione!
Il brano del vangelo ci porta sul mare di Cafarnao, dove Gesù ammaestra la folla, seduto sulla barca di Pietro ed addita la via della salvezza. La nostra vita è bella, armoniosa se si vive conforme alla vocazione di ciascuno. Vivere la vita significa attuare quel progetto mirabile che Dio ha avuto al momento della nostra creazione conferendo a ciascuno talenti e carismi diversi per il bene del singolo e della società.
Dalla grazia siamo stati elevati a figli di Dio; come tali il nostro ruolo è sociale ed ecclesiale, oltre che individuale; in tale chiave risponderemo a Dio e alla propria coscienza. Il brano del Vangelo, riguardante la pesca miracolosa, è significativo: Gesù sale sulla barca di Pietro per parlare alla gente che si accalca e, terminato il discorso, invita Pietro a gettare le reti per la pesca. Questi si sbigottisce ed osserva: Signore, abbiamo lavorato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; Pietro, uomo di fede, obbedisce a Gesù, butta le reti per la pesca ed ecco una quantità enorme di pescato.
Davanti ad un fatto così eclatante, Pietro esclama: ‘Signore, allontanati da me, sono un uomo peccatore’; Gesù lo incoraggia: Pietro, non temere; d’oggi innanzi sarai pescatore di uomini. Pietro lascia tutto: la barca, le reti, il padre e segue Gesù: diverrà l’apostolo prediletto, il capo della Chiesa nascente; a lui Gesù dirà: ‘Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa’.
Il miracolo più eclatante non è stata la pesca miracolosa quanto la risposta generosa di Pietro: quando Dio chiama, bisogna sempre rispondere con generosità e tempestività. Così fecero Pietro e gli Apostoli; così fece Paolo quando da persecutore della fede cristiana, folgorato dalla grazia divina, divenne l’apostolo prediletto, di cui disse Gesù: ‘ne farò un vaso di elezione’.
Pietro è l’immagine del vero credente e diventa destinatario di una missione sublime: vicario di Cristo Gesù in una Chiesa che, come una barca posta in un mare tempestoso non affonderà mai: ‘Le porte degli inferi non prevarranno’. Nella Chiesa, come nella società civile, tutti insieme costituiamo una famiglia; dotati da talenti diversi per numero e qualità, siamo chiamati ad un ruolo di solidarietà e complementarietà; l’uno completa l’altro come le cellule dello stesso corpo o gli organi dello stesso organismo: tutti diversi ma con un compito di vera partecipazione.
Spesso si parla di crisi nella Chiesa, ma è solo crisi di crescenza, che deve servire solo a rinnovare la Chiesa di Cristo Gesù. Il sinodo popolare indetto da Papa Francesco mira a far prendere coscienza che comandare è servire, una Chiesa dove tutti: clero e popolo di Dio, pastori e fedeli sono chiamati ad un ruolo di servizio, ciascuno a seconda dei carismi ricevuti dallo Spirito che nel Battesimo ci ha innestati a Cristo. Nella Chiesa non ci sono ‘padroni’ ma ‘collaboratori’, tutti fratelli, tutte pecorelle dell’ovile di Cristo, tutti in comunione con tutti: gerarchia che deve essere diaconia.
Diceva Gesù: ‘Mi chiamate Signore e maestro ed io vi ha lavati i piedi, così è necessario tra di voi che l’uno lavi i piedi all’altro’. Il sinodo popolare, voluto da papa Francesco, mira a sentire quello che lo Spirito Santo oggi ispira, suggerisce alla Chiesa di Dio; questo ‘camminare insieme’ deve attuare e manifestare la natura vera della Chiesa come popolo di Dio, pellegrino e missionario. E’ necessario allora avventurarsi nel profondo del nostro io, dove parla lo Spirito Santo. Amico, che leggi o ascolti, è necessario oggi più che mai agire: sognare, cantare, aprire le braccia, espandere il cuore, allargare lo sguardo. La pesca è già iniziata, c’è posto anche per te.
‘Sacerdoti Insieme’: il primo meeting sulla ‘Fraternità Sacerdotale’ organizzato dal Centro per l’Evangelizzazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue
«È stata una tre giorni ricca di grazia quella che si è svolta dal 27 al 29 gennaio presso il Collegio del Preziosissimo Sangue di Roma, che ha visto la presenza di oltre 20 sacerdoti provenienti da tutta Italia. Un meeting sulla “Fraternità Sacerdotale”per tutti quei confratelli nel sacerdozio che ho avuto la possibilità di incontrare, nelle varie occasioni di predicazioni e missioni al popolo, su tutto il territorio nazionale» – afferma don Flavio Calicchia, Missionario del Preziosissimo Sangue e direttore del Centro per l’Evangelizzazione della Provincia Italiana.
«Prima di programmare iniziative concrete – continua don Flavio – abbiamo sentito il bisogno di ritrovarci insieme per condividere, in semplicità, la nostra esperienza ministeriale, promuovendo una forma di “spiritualità della comunione”, tanto cara al nostro fondatore San Gaspare del Bufalo. “Nessun presbitero è in condizione di realizzare a fondo la propria missione se agisce da solo e per proprio conto, senza unire le proprie forze a quelle degli altri presbiteri, sotto la guida di coloro che governano la Chiesa!” (PO 7). I contatti regolari con il Vescovo e con gli altri sacerdoti, la mutua collaborazione, la vita comune o fraterna tra sacerdoti, sono mezzi molto utili per superare gli effetti negativi della solitudine che alcune volte il sacerdote può sperimentare e per superare una certa sfiducia e scontentezza così diffusa tra i sacerdoti».
Don Ambrogio Monforte, uno dei sacerdoti partecipanti, racconta: «Ci siamo ritrovati in quella concreta fraternità sacerdotale dove le parole e la vita del confratello accanto ci hanno permesso di riprendere la vita di ogni giorno ricaricati, con la grinta di voler donare all’altro qualcosa della propria ricchezza e di incrementare meglio la vocazione propria e dell’amico (cfr. 2 Pt 3, 10). Ecco perché per noi sacerdoti diocesani, vivere la spiritualità del Preziosissimo Sangue significa vivere la spiritualità che riesce a dare luce a ciò che già c’è, ossia il nostro ministero sacerdotale, proprio come il sangue che ha la capacità di ossigenare e rivitalizzare tutto il corpo.
Proprio come lo fu per il Beato Giovanni Merlini che, già da sacerdote, conoscendo san Gaspare si perfezionò nel suo ministero: anche noi sacerdoti diocesani che viviamo questa spiritualità ci sentiamo di scegliere quanto abbiamo già scelto: innamorarci in maniera nuova di ciò che già siamo». «Nella relazione centrale che ci è stata offerta, – continua il presbitero – don Luigi Maria Epicoco, ha voluto sottolineare proprio questo legame tra sacerdoti definendolo a partire da ciò che Gesù dice nel vangelo di Giovanni con la categoria più importante, quella dell’amicizia: “Non vi chiamo più servi ma amici” (cfr. Gv 15, 12-17): nell’amicizia sacerdotale tra i santi cappadoci Basilio e Gregorio ci ha mostrato quella custodia premurosa vicendevole e la bellezza di fare strada all’altro senza farsi strada.
Dopo il pellegrinaggio alla Porta Santa della Basilica Vaticana, abbiamo concelebrato la santa messa pomeridiana con il card. Mauro Gambetti, il quale ci ha ricordato il legame di parentela che noi abbiamo con Gesù: nella misura in cui siamo sempre più servitori e annunciatori instancabili della Parola riusciamo a generarLo negli altri diventando suoi fratelli, sorelle e madri (cfr. Mc 3, 35). E così, forti di questa esperienza, abbiamo concluso le nostre giornate con un giro di condivisione di esperienze e la celebrazione presieduta da don Benedetto Labate, direttore della Provincia Italiana dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Le parole risuonate nella nostra vita diventano una linfa vitale di grazia, ci rafforzano nel ministero, ci invitano a raggiungere e donarci a quanti il Signore mette sul nostro cammino, come il Sangue prezioso di Cristo che dalla Croce scorre come un fiume verso tutti».
Strenna Salesiana: speranza è far vivere il paradiso
Alcune settimane fa nella Casa Generalizia dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice di Roma don Stefano Martoglio, vicario generale dei Salesiani di Don Bosco, alla guida della Congregazione salesiana dopo le dimissioni del card. Ángel Fernández Artime, ha presentato la Strenna che accompagna in quest’anno la Famiglia Salesiana, intitolata ‘Ancorati alla speranza, pellegrini con i giovani’, in comunione con il cammino della Chiesa che vive il Giubileo, invito ad approfondire le ‘ragioni della nostra speranza’:
“Non è senza emozione che mi rivolgo a tutti e a ciascuno in questo tempo di grazia segnato da due importanti avvenimenti per la vita della Chiesa e per quella della nostra Famiglia: il Giubileo dell’anno 2025, iniziato solennemente il 24 dicembre scorso con l’apertura della porta santa della Basilica di San Pietro in Vaticano, e la ricorrenza del 150° anniversario della prima spedizione missionaria voluta dal nostro padre don Bosco, partita l’11 novembre 1875 alla volta dell’Argentina e di altri paesi del continente americano”.
Quindi la Strenna ricorda, nell’anno in cui si celebra il 150° anniversario della prima spedizione missionaria dei Salesiani di Don Bosco e l’inizio del Triennio verso il 150° dalla prima spedizione delle Figlie di Maria Ausiliatrice, di ravvivare lo slancio missionario che caratterizza non solo il missionario/la missionaria ad gentes, ma ogni cristiano/a, ogni comunità:
“Don Bosco da Valdocco getta il cuore oltre ogni confine, mandando i suoi figli dall’altra parte del mondo! Li manda oltre ogni sicurezza umana, li manda per portare avanti ciò che lui aveva cominciato. Si mette in cammino con gli altri, sperando ed infondendo speranza. Li manda e basta e i primi (giovani) confratelli partono e vanno. Dove? Nemmeno loro sanno! Ma si affidano alla speranza, obbediscono.
Perché è la presenza di Dio che ci guida. In quell’obbedienza ricca di entusiasmo trova nuova energia anche la nostra attuale speranza e ci spinge a metterci in cammino come pellegrini. Ecco perché questo anniversario va celebrato: perché ci aiuta a riconoscere un dono (non una conquista personale, ma un dono gratuito, del Signore), ci permette di ricordare e, dal ricordo, di prendere forza per affrontare e costruire il futuro”.
Tale ricorrenza non può essere disgiunta dall’anno giubilare, in quanto Cristo è la speranza: “Siamo convinti che niente e nessuno potrà separarci da Cristo. Perché è a lui che vogliamo e dobbiamo rimanere aggrappati, ancorati. Non possiamo camminare senza la nostra ancora. L’ancora della speranza è, dunque, Cristo stesso, che porta le sofferenze e le ferite dell’umanità sulla croce in presenza del Padre.
L’ancora, infatti, ha la forma della croce, e per questo veniva raffigurata anche nelle catacombe per simboleggiare l’appartenenza dei fedeli defunti a Cristo Salvatore. Quest’ancora è già saldamente attaccata al porto della salvezza. Il nostro compito è quello di attaccare la nostra vita ad essa, la corda che lega la nostra nave all’àncora di Cristo”.
E la speranza non è un ‘fatto’ privato: “Tutti noi portiamo nel cuore delle speranze. Non è possibile non sperare, ma è anche vero che ci si può illudere, considerando prospettive e ideali che non si realizzeranno mai, che sono solo delle chimere e specchietti per le allodole. Molto della nostra cultura, specialmente occidentale, è piena di false speranze che illudono e distruggono o possono rovinare irrimediabilmente l’esistenza di singoli e di intere società”.
Quindi la speranza non significa solamente avere un pensiero positivo: “Secondo il pensiero positivo basta sostituire i pensieri negativi con altri positivi per vivere più felici… Conclusione, se bastasse la nostra volontà di pensare positivamente per essere felice, allora ognuno sarebbe l’unico responsabile della propria felicità. Paradossalmente, il culto alla positività isola le persone, le rende egoiste e distrugge l’empatia, perché le persone sono sempre più impegnate solo con sé stesse e non si interessano della sofferenza degli altri.
La speranza a differenza del pensiero positivo non evita la negatività della vita, non isola ma unisce e riconcilia, perché il protagonista della Speranza non sono io, focalizzato sul mio ego, trincerato esclusivamente su me stesso, il segreto della Speranza siamo noi. Per questo, sorelle alla Speranza sono l’Amore, la Fede e la Trascendenza”.
Ecco il motivo per cui la speranza è il fondamento della missione: “Coraggio e speranza sono un abbinamento interessante. Infatti, se è vero che è impossibile non sperare, è altrettanto vero che per sperare è necessario il coraggio. Il coraggio nasce dall’avere lo stesso sguardo di Cristo, capace di sperare contro ogni speranza, di vedere soluzione anche là dove apparentemente sembrano non esserci vie d’uscita.
E quanto è ‘salesiano’ questo atteggiamento! Tutto ciò richiede il coraggio di esser se stessi, di riconoscere la propria identità nel dono di Dio e investire le proprie energie in una responsabilità precisa. Consapevoli del fatto che, ciò che ci è stato affidato, non è nostro, e che abbiamo il compito di trasmetterlo alle prossime generazioni. Questo è il cuore di Dio questa è la vita della Chiesa”.
Quindi ha richiamato il ‘sogno’ che san Giovanni Bosco fece nel 1881: “Il contenuto del sogno comporta certamente, nella mente di don Bosco, un importante quadro di riferimento per la nostra identità vocazionale. Ebbene, il personaggio del sogno, come noto, porta sulla parte frontale il diamante della speranza, che sta a segnalare la certezza dell’aiuto dall’alto in una vita tutta creativa, impegnata cioè a progettare quotidianamente delle attività pratiche per la salvezza, soprattutto della gioventù. Insieme agli altri simboli legati alle virtù teologali, emerge la fisionomia di una persona saggia e ottimista per la fede che lo anima, dinamica e creativa per la speranza che lo muove, sempre orante e umanamente buono per la carità che lo permea”.
Per tale motivo don Bosco è stato ‘uno dei grandi della speranza’: “Il suo spirito salesiano è tutto permeato dalle certezze e dall’operosità caratteristiche di questo dinamismo audace di Spirito Santo. Mi soffermo brevemente a ricordare come don Bosco abbia saputo tradurre nella sua vita l’energia della speranza sui due versanti: l’impegno per la santificazione personale e la missione di salvezza per gli altri; o meglio (e qui risiede una caratteristica centrale del suo spirito) la santificazione personale attraverso la salvezza degli altri”.
Da tali elementi costitutivi della speranza derivano alcuni frutti, di cui il primo è la gioia: “Lo spirito salesiano assume la gioia della speranza per una affinità tutta propria. Persino la biologia ce ne suggerisce qualche esempio. La gioventù che è speranza umana (e quindi suggerisce una certa analogia con il mistero della speranza cristiana), è avida di gioia. E noi vediamo don Bosco tradurre la speranza in un clima di gioia per la gioventù da salvare… Una gioia che procede, in definitiva, dalle profondità della fede e della speranza”.
Un altro frutto è la pazienza: “Ogni speranza comporta un indispensabile corredo di pazienza. La pazienza è un atteggiamento cristiano, legato intrinsecamente con la speranza nel suo non breve ‘non-ancora’, con i suoi guai, le sue difficoltà e le sue oscurità. Credere alla risurrezione e operare per la vittoria della fede, mentre si è mortali e immersi nel caduco, esige una struttura interiore di speranza che porta alla pazienza…
Lo spirito salesiano di Don Bosco ci ricorda sovente la pazienza. Nell’introduzione alle Costituzioni Don Bosco ricorda, alludendo a san Paolo, che le pene che dobbiamo sopportare in questa vita non hanno confronto con il premio che ci attende: ‘Era solito dire: coraggio! La speranza ci sorregga, quando la pazienza vorrebbe mancare’… La speranza è madre della pazienza e la pazienza è difesa e scudo della speranza”.
Il terzo frutto della speranza è la sensibilità educativa: “Non dobbiamo rinchiudere il nostro sguardo dentro le pareti di casa. Siamo stati chiamati dal Signore a salvare il mondo, abbiamo una missione storica più importante di quella degli astronauti o degli uomini di scienza… Siamo impegnati nella liberazione integrale dell’uomo. Il nostro animo deve aprirsi a visioni molto ampie. Don Bosco voleva che fossimo ‘all’avanguardia del progresso’ (e si trattava, quando disse questa frase, di mezzi di comunicazione sociale)”.
Da qui deriva la sua ‘magnanimità’ verso i giovani: “Il suo cuore palpitava con quello della Chiesa universale, perché si sentiva quasi investito della responsabilità di salvezza di tutta la gioventù bisognosa del mondo. Voleva che i Salesiani sentissero come propri tutti i più grandi e urgenti problemi giovanili della Chiesa per essere disponibili ovunque. E, mentre coltivava la magnanimità dei progetti e delle iniziative, era concreto e pratico nella loro realizzazione, con il senso della gradualità e con la modestia degli inizi”.
Per questo san Giovanni Bosco ha sollecitato sempre gli adulti a raccontare ai giovani il paradiso: “Il mondo ha urgente bisogno di profeti che proclamino con la vita la grande verità del Paradiso. Non un’evasione alienante, ma un’intensa realtà stimolante! Dunque, nello spirito di don Bosco è costante la preoccupazione di curare la dimestichezza con il Paradiso, quasi a costituirne il firmamento della mente, l’orizzonte del cuore salesiano: lavoriamo e lottiamo sicuri di un premio, guardando alla Patria, alla casa di Dio, alla Terra promessa”.
La ‘Strenna’ si conclude con l’invito ad invocare la Madre di Dio: “In questo cammino siamo invitati a volgere lo sguardo a Maria, la quale si fa presente come aiuto quotidiano, come Madre precorritrice e ausiliatrice. Don Bosco è sicuro di questa sua presenza tra noi e vuole dei segni che ce lo ricordino. Per Lei ha edificato una Basilica, centro di animazione e diffusione della vocazione salesiana. Voleva la Sua immagine nei nostri ambienti di vita; vincolava ogni iniziativa apostolica alla Sua intercessione e ne commentava con commozione la reale e materna efficacia…
Lei ci testimonia che sperare è affidarsi e consegnarsi, ed è vero tanto per l’esistenza come per la vita eterna. In questo cammino la Madonna ci prende per mano, ci insegna come fidarci di Dio, come consegnarci liberamente all’amore trasmesso da suo Figlio Gesù”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa ai rettori francesi: avere cura della formazione sacerdotale
“Cari Rettori, sono lieto di accogliervi in occasione del vostro pellegrinaggio giubilare, durante il quale vi siete riuniti per riflettere sulla formazione sacerdotale. Questa è un cammino di discernimento in cui voi svolgete un ruolo essenziale. Siete come l’anziano sacerdote Eli che disse al giovane Samuele: ‘Se ti chiamerà, dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta’. Voi siete la presenza rassicurante, la bussola per i giovani affidati alle vostre cure”: con queste parole papa Francesco ha accolto, sabato scorso, i Rettori dei Seminari Maggiori di Francia per il loro pellegrinaggio giubilare.
Durante l’incontro papa Francesco ha richiamato un’udienza generale di papa san Paolo VI sulla testimonianza: “Ciò vale sicuramente per i formatori nei seminari. La loro testimonianza coerente di vita cristiana avviene all’interno di una comunità educativa, i cui membri sono, nel seminario, il vescovo, i sacerdoti e i religiosi, i professori, il personale. Questa comunità, però, si estende là dove il seminarista viene inviato: alle parrocchie, ai movimenti, alle famiglie. La formazione comunitaria è quindi unitaria, toccando tutte le dimensioni della persona e orientando verso la missione”.
E’ stato un invito a curare le relazioni: “Affinché il seminario possa dare questa testimonianza e diventare uno spazio favorevole alla crescita del futuro sacerdote, è importante avere cura della qualità e dell’autenticità delle relazioni umane che vi si vivono, simili a quelle di una famiglia, con tratti di paternità e fraternità. Solo in questo clima può instaurarsi la fiducia reciproca, indispensabile per un buon discernimento. Il seminarista potrà allora essere sé stesso, senza paura d’essere giudicato in modo arbitrario; essere autentico nei rapporti con gli altri; collaborare pienamente alla propria formazione per scoprire, accompagnato dai formatori, la volontà del Signore per la sua vita e rispondere liberamente”.
Infatti la cura delle relazioni nei seminari è un fattore importante: “E’ certamente una grande sfida proporre una formazione umana, spirituale, intellettuale e pastorale a una comunità così diversificata. Il vostro compito non è facile. Ecco perché l’attenzione al percorso di ciascuno così come l’accompagnamento personale sono più che mai indispensabili.
Ecco perché è importante che le équipes di formazione accettino questa diversità, che sappiano accoglierla e accompagnarla. Non abbiate paura della diversità! Non abbiatene paura, è un dono! L’educazione all’accoglienza dell’altro, così com’è, sarà la garanzia, per il futuro, di un presbiterio fraterno e unito nell’essenziale”.
Ed ha evidenziato tre punti, di cui il primo è la cura della libertà interiore: “Il primo è quello di aver cura che nel candidato si formi una vera libertà interiore. Non abbiate paura di questa libertà! Le sfide che gli si presenteranno nel corso della sua vita richiedono che egli sappia, illuminato dalla fede e mosso dalla carità, giudicare e decidere con la propria testa, a volte controcorrente o correndo rischi, senza allinearsi a risposte preconfezionate, preconcetti ideologici o al pensiero unico del momento. Che maturino il pensiero e che maturino il cuore e che maturino le mani!”
Una libertà interiore che porta alla relazione umana: “Questi sono i tre attributi di Dio: tenerezza vicinanza e compassione. Dio è vicino, è tenero, è compassionevole. Un seminarista che non sia capace di questo, non va. È importante! Non c’è bisogno d’insistere sul pericolo rappresentato da personalità troppo deboli e rigide, o da disordini di carattere affettivo. D’altronde, l’uomo perfetto non esiste e la Chiesa è composta da membra fragili e da peccatori che possono sempre sperare di progredire; il vostro discernimento su questo punto deve essere tanto prudente quanto paziente, illuminato dalla speranza”.
L’ultimo punto evidenziato dal papa riguarda la missione: “Il sacerdote è sempre per la missione. Sebbene, naturalmente, essere sacerdote comporti una realizzazione personale, non lo si diventa per sé stessi, ma per il Popolo di Dio, per fargli conoscere e amare Cristo. Il punto di partenza di questa dinamica non può che trovarsi in un amore sempre più profondo e appassionato per Gesù, nutrito da una seria formazione alla vita interiore e dallo studio della Parola di Dio. E’ difficile immaginare una vocazione sacerdotale che non abbia una forte dimensione oblativa, di gratuità e di distacco da sé, di sincera umiltà; e questo è da verificare. Solo Gesù riempie di gioia il suo sacerdote”.
E’ stato un invito a mettersi al servizio: “Per favore, la povertà è una cosa molto bella. Servire gli altri. E state attenti al carrierismo, state attenti. State attenti alla mondanità, alla gelosia, alla vanità. Che l’amore per Dio e per la Chiesa non diventino un pretesto per l’autocelebrazione. Quando tu trovi qualche ecclesiastico che sembra più un pavone che un ecclesiastico è brutto. Che l’amore per Dio e la Chiesa non sia un pretesto: che sia vero”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco: Maria è riempita dalla grazia di Dio
“E voglio che sappiate che il mio cuore è con il popolo di Los Angeles, che ha sofferto così tanto a causa degli incendi che hanno devasto interi quartieri e comunità. E non sono finiti… Che Nostra Signora di Guadalupe interceda per tutti gli abitanti affinché possano essere testimoni di speranza attraverso la forza della diversità e della creatività per cui sono conosciuti in tutto il mondo”: con queste parole, al termine dell’udienza generale, papa Francesco ha espresso vicinanza al popolo di Los Angeles, che dallo scorso 7 gennaio scorso è distrutta dagli incendi con più di 180.000 persone evacuate.
Mentre al termine dei saluti ha chiesto di pregare per la pace nel mondo: “E non dimentichiamo la martoriata Ucraina. Non dimentichiamo la Palestina, Israele e il Myanmar. Preghiamo per la pace. La guerra è sempre una sconfitta! Ieri ho chiamato, lo faccio tutti i giorni, la parrocchia di Gaza: erano contenti! Lì dentro ci sono 600 persone, tra parrocchia e collegio…
Ma preghiamo per Gaza, per la pace e per tante altri parti del mondo. La guerra sempre è una sconfitta! Non dimenticate: la guerra è una sconfitta. E chi guadagna con le guerre? I fabbricanti delle armi. Per favore, preghiamo per la pace”.
E nella catechesi il papa ha scelto il tema della speranza, ‘Gesù Cristo nostra speranza’, filo conduttore per tutto l’anno giubilare nelle udienze generali, con l’annuncio dell’angelo alla Madre di Dio: “All’inizio del suo Vangelo, Luca mostra gli effetti della potenza trasformante della Parola di Dio che giunge non solo tra gli atrii del Tempio, ma anche nella povera abitazione di una giovane, Maria, che, promessa sposa di Giuseppe, vive ancora in famiglia”.
In un villaggio sperduto della Galilea, Nazareth, l’arcangelo Gabriele fa un annuncio ‘strano’: “Proprio lì l’angelo reca un messaggio dalla forma e dal contenuto del tutto inauditi, tanto che il cuore di Maria ne viene scosso, turbato. Al posto del classico saluto ‘pace a te’, Gabriele si rivolge alla Vergine con l’invito ‘rallegrati!’, ‘gioisci!’, un appello caro alla storia sacra, perché i profeti lo usano quando annunciano la venuta del Messia. E’ l’invito alla gioia che Dio rivolge al suo popolo quando finisce l’esilio e il Signore fa sentire la sua presenza viva e operante”.
Eppoi questo appellativo che dimostra la grandezza dell’avvenimento: “Inoltre, Dio chiama Maria con un nome d’amore sconosciuto nella storia biblica: kecharitoméne, che significa ‘riempita dalla grazia divina’. Maria è piena della grazia divina. Questo nome dice che l’amore di Dio ha già da tempo abitato e continua a dimorare nel cuore di Maria. Dice quanto lei sia “graziosa” e soprattutto quanto la grazia di Dio abbia compiuto in lei una cesellatura interiore facendone il suo capolavoro: piena di grazia”.
E’ un invito a fidarsi di Dio e non dei fattucchieri: “Questo soprannome amoroso, che Dio dà solo a Maria, è subito accompagnato da una rassicurazione: ‘Non temere!’, ‘Non temere!’, sempre la presenza del Signore ci dà questa grazia di non temere e così lo dice a Maria: ‘Non temere!’… Per favore: non temere! Non temere! Non temere! E’ bello questo. ‘Io sono il tuo compagno di cammino’: e questo Dio lo dice a Maria”.
E’ un annuncio di maternità, che diventa missione: “Poi Gabriele annuncia alla Vergine la sua missione, facendo riecheggiare nel suo cuore numerosi passi biblici riferiti alla regalità e messianicità del bambino che dovrà nascere da lei e che il bambino sarà presentato come compimento delle antiche profezie. La Parola che viene dall’Alto chiama Maria ad essere la madre del Messia, quel Messia davidico tanto atteso. E’ la madre del Messia. Egli sarà re non alla maniera umana e carnale, ma alla maniera divina, spirituale. Il suo nome sarà ‘Gesù’, che significa ‘Dio salva’, ricordando a tutti e per sempre che non è l’uomo a salvare, ma solo Dio”.
E la Madre di Dio, con il ‘sì’, cerca di capire: “Questa maternità scuote Maria dalle fondamenta. E da donna intelligente qual è, capace cioè di leggere dentro gli avvenimenti, ella cerca di comprendere, di discernere ciò che sta capitando. Maria non cerca fuori ma dentro. perché, come insegna Sant’Agostino, ‘in interiore homine habitat veritas’…
Proprio come all’inizio della creazione, Dio vuole ‘covare’ Maria con il suo Spirito, potenza capace di aprire ciò che è chiuso senza violarlo, senza intaccare la libertà umana; vuole avvolgerla nella ‘nube’ della sua presenza, perché il Figlio viva in lei e lei in Lui”.
In questo modo si mette ‘a disposizione’ di Dio: “Maria accoglie il Verbo nella propria carne e si lancia così nella missione più grande che sia stata mai affidata a una donna, a una creatura umana. Si mette al servizio: è piena di tutto, non come una schiava ma come una collaboratrice di Dio Padre, piena di dignità e autorità per amministrare, come farà a Cana, i doni del tesoro divino, perché molti possano attingervi a piene mani”.
In precedenza il papa aveva ricevuto i membri della ‘Hilton Foundation’ con un invito alla compassione: “La vostra Fondazione ha dimostrato come la generosità e l’impegno possano trasformare le vite di coloro che si trovano in situazioni di vulnerabilità. Il servizio gratuito nei campi dell’educazione, della salute, dell’assistenza ai rifugiati e della lotta contro la povertà è una testimonianza, una testimonianza concreta di amore e di compassione. Non dimenticate questa parola: compassione, ‘patire con’. Dio è compassionevole, Dio si avvicina a noi e patisce con noi. E compassione non è buttare una moneta nelle mani dell’altro senza guardarlo negli occhi. No. Compassione è avvicinarsi e ‘patire con’. Questa parola non dimenticatela: compassione”.
Inoltre ha invitato ad ‘investire’ nella formazione delle suore: “Si è investito poco in questo, assai meno che nella formazione del clero. E’ vero, perché si pensa che le suore, e anche le donne, sono “di seconda classe”. Si pensa questo… Non dimenticatevi che dal giorno del Giardino dell’Eden comandano loro… Comandano le donne! E’ importante che le suore possano studiare e formarsi. Il lavoro alle frontiere, nelle periferie, in mezzo agli ultimi, ha bisogno di persone formate e competenti. E, mi raccomando, la missione delle suore è di servire gli ultimi, e non di essere le serve di qualcuno. Questo deve finire, e voi, come Fondazione state aiutando a portare la Chiesa fuori da questa mentalità clericalista”.
(Foto: Santa Sede)
L’Università Cattolica apre alla cooperazione internazionale con i giovani dell’Africa
“Per coloro che mi ascoltano per la prima volta, risulterà forse inconsueto che abbia utilizzato la parola famiglia per identificare l’intera Università Cattolica. E’ un termine che uso abitualmente perché credo che renda in maniera vivida qual è la nostra identità, quella cioè di un organismo che necessita di una cooperazione tra le diverse sensibilità che lo animano. Solo con questa cooperazione creativa e responsabile è possibile sentirsi una famiglia con il compito primario di formare con qualità e rigore le studentesse e gli studenti che ci hanno scelto, e che saluto con particolare affetto”:
si è presentata con queste parole, pronunciate nel primo discorso inaugurale da rettore dell’Università Cattolica, la prof.ssa Elena Beccalli, a cui sono intervenuti l’arcivescovo di Milano e presidente dell’Istituto ‘Giuseppe Toniolo di Studi superiori’, mons. Mario Delpini, il ministro per l’Università e la ricerca, Anna Maria Bernini, il Premio Nobel per la pace 2011 Leymah Gbowee e l’economista ghanese Ernest Aryeetey. Molte le alte cariche dello Stato e le autorità religiose presenti, tra le quali il card. Peter Turkson, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, prefetto emerito del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.
Nel discorso la rettrice dell’Università ha sottolineato il valore della cooperazione internazionale: “La valorizzazione della proiezione internazionale è un tratto che ha caratterizzato in maniera particolare l’anno accademico appena trascorso. In base agli ultimi dati, si è registrato un aumento di circa il 18% nel numero di studenti internazionali provenienti da tutti i continenti che hanno scelto di iscriversi nei nostri percorsi. Virtuosa è anche la circolarità globale della comunità studentesca: secondo l’ultimo QS Europe Ranking, l’Università Cattolica del Sacro Cuore si classifica al primo posto in Italia per outbound students, pari a circa 3.000 studenti in uscita. Altrettanto rilevante è la presenza di inbound students, che colloca l’Ateneo al terzo posto in Italia, con circa 2.000 studenti che scelgono dall’estero di studiare in Cattolica”.
Quindi ha riportato alcuni numeri di tale cooperazione: “Estesa è la rete di partner a livello globale con oltre 600 università in 82 paesi; in particolare sottolineo le collaborazioni consolidate con 36 dei primi 100 atenei del mondo (QS University Ranking 2024). Sono qualificati e numerosi i programmi di doppia laurea (attualmente 112 accordi), come pure gli scambi di docenti e i progetti di ricerca congiunti. Tutte iniziative che consolidano la nostra reputazione globale e potenziano le opportunità per gli studenti”.
Ecco il motivo per cui l’Università Cattolica è un’eccellenza: “Il nostro Ateneo si conferma come un centro di eccellenza nella ricerca scientifica in Italia e in Europa, con un portafoglio di circa 1.400 progetti attivi per un valore complessivo di € 140.000.000 ed un censimento di 4.300 pubblicazioni scientifiche nel 2024. Sono più di 160 i progetti finanziati dall’Unione europea (di cui la metà con Horizon 2020 e Horizon Europe) e che hanno assicurato all’Università finanziamenti per oltre € 44.000.000 dal 2018 al 2023.
Ricerca e terza missione, con un approccio transdisciplinare, si sono spesso intersecate generando benefici per la collettività attraverso le iniziative dei 39 Dipartimenti, delle 8 Alte scuole, dei 4 Centri di Ateneo e dell’alleanza strategica SACRU, all’interno della più ampia rete della FIUC – Federazione Internazionale delle Università Cattoliche”.
In conclusione ha tracciato alcune linee programmatiche affinchè l’Università Cattolica resti una delle migliori nel mondo: “Per riassumere, se l’Università Cattolica del Sacro Cuore vuole essere l’Università migliore per il mondo dovrà convintamente ispirarsi alle tre linee ideali appena tracciate: servire il sapere con uno sguardo lungo e integrale per elaborare nuovi paradigmi, far dialogare le discipline per evitare di cadere nella parcellizzazione, educare donne e uomini di valore per insegnare a riconoscere la verità…
Il primo attiene al loro ruolo: siamo convinti che non siano utenti ai quali offrire un servizio, come una consolidata tendenza ci indurrebbe a fare, quanto piuttosto persone animate dalla speranza di vivere un’esperienza educativa che valorizzi le loro intelligenze multiple, ossia i tre linguaggi della testa, del cuore e delle mani spesso evocati da papa Francesco. Il secondo tema riguarda il loro futuro: riteniamo che le università debbano preparare le classi dirigenti e le generazioni del domani nella consapevolezza che la professionalizzazione non è in alcun modo in sé sufficiente e, soprattutto, che non è il solo fine da indicare come orizzonte del percorso universitario”.
Questi sono i motivi principali per l’attivazione di un ‘Piano Africa’: “Il primo banco di prova dell’efficacia di questa proposta potrà essere il Piano Africa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si tratta di una struttura d’azione, in coerenza con quell’indirizzo di apertura dell’Ateneo che prima ricordavo, che mira a porre il continente africano al cuore delle progettualità educative, di ricerca e di terza missione.
Secondo uno spirito di reciprocità, l’Ateneo intende ampliare i percorsi per la formazione di giovani africani in loco o nel nostro paese, diventare polo educativo per i giovani africani di seconda generazione che vivono in Europa, spesso ai margini, pur rappresentando una parte rilevante del nostro futuro, nonché rendere sempre più sistematiche le esperienze curriculari di volontariato per i nostri studenti.
L’aspirazione è diventare l’Università europea con la più rilevante presenza in Africa, attraverso partnership con atenei e istituzioni locali, nell’ottica di un arricchimento vicendevole, per la formazione integrale delle persone e la promozione della fratellanza e, non da ultimo, della pacifica convivenza sociale”.
La cerimonia è proseguita con le prolusioni affidate al Premio Nobel Leymah Gbowee, fondatrice della fondazione ‘Gbowee Peace Foundation Africa’ (GPFA), che ha sede a Monrovia in Liberia: “Sono convinta che l’educazione sia un’assicurazione sulla vita e l’istruzione un investimento a 360 gradi. Perché non si studia solo per arricchirsi, ma per trasformare sé stessi e il mondo, per dare dignità alle persone, per capire che, indipendentemente dal colore della pelle, siamo tutti esseri umani e dobbiamo rispettarci…
L’essenza della pace non è assenza di guerra, ma creazione di condizioni che diano dignità a tutti. Se ciascuno in un paese può dire di vivere in dignità allora in quel paese c’è la pace. Il valore della formazione sta nel riconoscere l’umanità dell’altro. E’ importante, in quest’ottica, lo scambio tra l’Università Cattolica e l’Africa per il confronto intellettuale, la ricerca e il riconoscimento dei doni e dei talenti reciproci”.
Di investimento sulle giovani generazioni africane ha parlato anche il presidente del Consiglio di amministrazione dell’African Economic Research Consortium, già segretario generale dell’African Research Universities Alliance, Ernest Aryeetey, secondo cui “le strutture economiche di molti Paesi dell’Africa subsahariana non si sono trasformate a sufficienza per creare un numero di posti di lavoro adeguato a soddisfare la crescente domanda della popolazione giovanile.
Inoltre, molte iniziative trascurano lo sviluppo di competenze trasversali essenziali. E spesso anche le barriere culturali limitano la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. La necessità di approcci trasformativi a lungo termine che affrontino queste sfide strutturali sta diventando sempre più urgente. Per affrontare efficacemente la crisi della disoccupazione giovanile in Africa è necessario uno sforzo comune che affronti direttamente le principali sfide strutturali del continente”.
Nel saluto iniziale mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica, ha sottolineato il valore di quest’apertura verso l’Africa: “Guidato da questa visione, il cuore grande del nostro Ateneo si apre sempre più al mondo e in questo anno guarda in modo particolare all’Africa, Continente martoriato e ancora segnato da gravi squilibri e difficoltà, ma anche cuore pulsante del pianeta che coltiva le energie più giovani e le speranze più grandi. Con questo sguardo concreto e solidale vogliamo contrastare la sfiducia e la stanchezza che spesso solcano i nostri volti e amareggiano la nostra vita”.
Mentre l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha invitato gli studenti a combattere le banalità: “La banalità è l’esito di un sapere che si riduce a raccolta di una attrezzatura e l’Università Cattolica contrasta la banalità, la riduzione del sapere ad attrezzatura perché propone di intendere il sapere come un fattore della sapienza, che contempla, interpreta, utilizza e criticamente ripensa l’utilizzo e non rinuncia a sognare”.
Tale banalità può essere contrastata perché la conoscenza è relazione: “La banalità è frutto di quel modo di informarsi sul mondo che si riduce a raccogliere e analizzare dati, fotografie, bibliografie. L’Università Cattolica contrasta la banalità perché intende la conoscenza come relazione. E gli interventi di questa inaugurazione sono un segno di questo modo di conoscere situazioni, problematiche, speranza del continente africano non solo accumulando dati, ma piuttosto coltivando relazioni”.
Ugualmente nell’omelia della celebrazione eucaristica, che ha concluso la giornata inaugurale, l’arcivescovo ambrosiano ha riflettuto sulla degenerazione interpretativa del ‘sabato’, prendendo spunto dalla guarigione operata da Gesù nel giorno di riposo: “La degenerazione del comandamento del sabato fa riflettere sulla degenerazione della burocrazia: la burocrazia, strumento irrinunciabile per evitare l’arbitrio e consentire la verifica della correttezza può degenerare in un groviglio di cavilli, in un’ossessione per la procedura, in un’imposizione di adempimenti e di rendicontazioni.
E tutto diventa noia e tutto può diventare arma per sorprendere l’inadempienza e fare lo sgambetto a chi corre avanti. E l’alluvione dei moduli, delle firme, delle certificazioni riduce le persone a raccogliere dati e scarica le responsabilità sull’algoritmo”.
Per questo ha invitato l’Università ad ‘alzarsi’ per essere ‘missionaria’: “Così l’animo umano, così la comunità dell’università cattolica, così la cultura possono raccogliere con prontezza il comando di Gesù. Egli si alzò e lo seguì. E forse anche noi possiamo metterci alla sequela del Signore. Una cultura che si alza in piedi, perché trova noioso, frustrante, insoddisfacente stare seduta…
Una cultura che si alza in piedi e segue Gesù, disponibile a essere impopolare come lo è stato Gesù, perseguitata, come hanno perseguitato Gesù, missionaria, come è stato missionario Gesù. Una cultura che si alza in piedi e segue Gesù e ascolta la cultura del tempo e apprezza ogni singola scintilla di luce e cammina insieme con tutti i fratelli e le sorelle per attraversare il tempo e cercarne il compimento”.
(Foto: Università Cattolica)




























