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Don Pagniello: la Caritas al festival di Sanremo per #farfiorireitalenti

Caritas Italiana sarà presente per la prima volta a Sanremo nella settimana del Festival della Canzone Italiana fino al 28 febbraio, all’interno del palinsesto di ‘Casa Sanremo’, intervenendo nella trasmissione ‘L’Italia in Vetrina’ per il lancio e la promozione della campagna #faifiorireitalenti, a sostegno del ‘Fondo Nazionale Talenti’, rivolto a ragazzi e ragazze tra 14 e 20 anni, che desiderano intraprendere o proseguire un percorso artistico e formativo, come ha dichiarato don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana:

“Tra le forme più profonde di povertà che incrociamo ogni giorno c’è la povertà educativa, che determina la progressiva sottrazione di sogni, di possibilità, del diritto stesso ad aspirare. Nei nostri Centri di ascolto incontriamo soprattutto famiglie che, pur riconoscendo il talento e le aspirazioni dei propri figli, non hanno le risorse economiche, culturali o relazionali per sostenerne i percorsi. E’ lì che i sogni rischiano di interrompersi, non certo per mancanza di capacità, ma per assenza di opportunità”.

La campagna sosterrà il ‘Fondo Nazionale Talenti’ in grado di rafforzare una cultura  della corresponsabilità, in cui imprese, comunità e cittadini possano contribuire a far fiorire i talenti ed i sogni di adolescenti e giovani. Nella settimana del Festival, inoltre, alcuni giovani di ‘YOUng Caritas’ saranno presenti a Sanremo per incontrare persone, raccontare storie e raccogliere testimonianze, portando uno sguardo giovane sui temi del talento, dei sogni e delle opportunità negate, come racconta il direttore nazionale di Caritas:

“Il ‘Fondo Nazionale Talenti’ offre la possibilità di coltivare i propri talenti non è garantita a tutti ed il bene comune passa anche dal contrasto a queste disuguaglianze, riconoscendo ciò che cresce ai margini e creando le condizioni perché possa sbocciare. La campagna #faifiorireitalenti contribuisce a trasformare i sogni in opportunità concrete, creando un ponte tra il mondo dello spettacolo, le comunità e quei ragazzi che troppo spesso restano invisibili”.

Quindi al Festival di Sanremo quale Italia ‘canta’ la Caritas?

“A Sanremo vogliamo portare l’Italia che è capace di costruire legami. L’Italia delle comunità che accolgono, l’Italia dei giovani che cercano spazio, l’Italia delle famiglie che resistono, l’Italia dei volontari che ogni giorno trasformano la prossimità in impegno concreto. Nei percorsi di accompagnamento, nelle relazioni che si intrecciano giorno dopo giorno attraverso i servizi della rete delle Caritas in Italia, incontriamo le fatiche concrete delle persone.

E sempre più spesso ascoltiamo genitori che esprimono la dolorosa preoccupazione di non riuscire ad offrire opportunità reali ai propri figli; giovani ai quali manca il sostegno adeguato a sviluppare competenze e conoscenze all’altezza delle proprie aspirazioni, perché anche coltivare un talento, sostenere un’inclinazione, permettere a un giovane di esprimere ciò che è, rischia di diventare un privilegio”.

Allora in quale modo è possibile far fiorire i talenti?

“In occasione del Festival di Sanremo, Caritas Italiana lancia la campagna #faifiorireitalenti, che è un invito a credere nei giovani ed a costruire un Fondo Nazionale capace di sostenere percorsi educativi, formativi e culturali. Ci orienta il principio che nessun talento dovrebbe andare perduto per mancanza di opportunità e che ‘fiorire’, in fondo, non è mai un gesto individuale, ma un atto profondamente comunitario. E’ la responsabilità condivisa di creare spazi, opportunità e fiducia, perché quando un giovane può sognare, tutta la comunità respira un po’ di futuro in più”.

Alcune settimane fa è stata presentata la ricerca ‘Taglio basso. Come la povertà fa notizia’, promosso da Caritas Italiana e realizzato in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, che nasce dall’esigenza di interrogare il modo in cui la povertà e l’esclusione sociale sono raccontate nello spazio pubblico e di comprendere quanto e come questi fenomeni incidano sull’immaginario collettivo.

L’analisi ha riguardato la copertura della povertà nei telegiornali di prima serata, nei talk show televisivi e nei contenuti social di giornalisti e influencer, nel periodo settembre 2024 – giugno 2025, che mostrano una presenza limitata del tema nei notiziari, un ricorso prevalente a cornici emergenziali o politico-economiche, un uso scarso di dati e fonti qualificate e una difficoltà diffusa nel restituire la complessità multidimensionale delle povertà, che non sono solo economiche ma anche relazionali, educative, abitative e culturali. In molti casi, inoltre, la narrazione tende ad associare la povertà a stereotipi e pregiudizi, contribuendo a rafforzare distanza sociale e stigmatizzazione.

Per quale motivo la povertà è in ‘taglio basso’?
“La povertà è spesso in ‘taglio basso’ perché non intercetta le logiche della spettacolarizzazione. Non fa audience stabile, non genera polarizzazione immediata, non produce conflitto narrativo facile. Eppure, riguarda milioni di persone. Il nostro Rapporto mostra che nei media italiani la povertà compare soprattutto in forma episodica, marginale, talvolta emergenziale. Raramente è raccontata come fenomeno strutturale, con cause e responsabilità collettive. Metterla in ‘taglio basso’ significa ridurla a fatto secondario, quando invece è una questione che tocca la qualità democratica del Paese”.

Allora, quando la povertà fa notizia?
“Fa notizia quando esplode. Penso,, solo per fare qualche esempio, ad uno sfratto drammatico, una tragedia familiare, un fatto di cronaca che coinvolge persone vulnerabili. Oppure quando diventa terreno di dibattito politico. Più raramente fa notizia nella sua quotidianità silenziosa: il lavoro povero, la precarietà abitativa, la rinuncia alle cure, la solitudine degli anziani, la fatica delle famiglie. Nei Centri di Ascolto della rete Caritas incontriamo questa dimensione ordinaria della povertà ed è qui che si gioca la sfida vera che ci chiede di passare da un approccio emergenza alla comprensione profonda del fenomeno”.

In quale modo può essere raccontata la povertà?
“Anzitutto con rispetto. Servono numeri, analisi, politiche pubbliche, ma serve anche uno sguardo capace di riconoscere la forza, i talenti, le risorse che ogni persona porta con sé. Dunque, una buona informazione non alimenta certo il pietismo, né favorisce la stigmatizzazione, ma è orientata a generare consapevolezza e corresponsabilità. Per questo, è importante che la povertà sia raccontata dal basso, a partire dall’ascolto, dall’incontro con le persone e con uno sguardo che non chiuda il futuro”.

Per quale motivo un’informazione carente sulla povertà è un fattore di impoverimento sociale?
“Perché ciò che non si vede non entra nell’agenda sociale e politica. Se la povertà resta ai margini del racconto collettivo, diventa marginale anche nelle priorità politiche e sociali. Una narrazione parziale produce stereotipi, alimenta paure, semplifica problemi complessi. L’impoverimento, invece, non è solo economico, ma è relazionale, culturale, legato alla partecipazione democratica. Una società che non sa raccontare le proprie fragilità rischia di perdere in coesione e sviluppo”.

Papa Leone XIV esorta a difendere i poveri

“Sono lieto di salutare tutti voi, leader sindacali e ospiti di Chicago, giunti a Roma per celebrare l’Anno Giubilare. Questa delegazione rappresenta migliaia di lavoratori, le cui competenze contribuiscono al bene comune e alla creazione di una società in cui tutti possono prosperare. E’ un lavoro importante e vi elogio per il vostro contributo in questo senso”: con queste parole papa Leone XIV ha salutato la delegazione dell’Union Leaders from Chicagoland (leader sindacali della città di Chicago).

Il papa li ha ringraziati per la collaborazione con la Chiesa: “In particolare, vorrei esprimere la mia gratitudine per la vostra collaborazione con la Chiesa. Il Cardinale Cupich mi ha informato dei vostri numerosi contributi, tra cui il sostegno ai seminaristi ospitando, insieme a esponenti della società civile e del mondo imprenditoriale, il banchetto annuale del Premio Rerum Novarum”.

Ha trovato anche molto interessanti le attività svolte per stimolare la partecipazione e l’impegno per il creato: “Inoltre, è incoraggiante apprendere dei progressi compiuti nell’ampliare la partecipazione e l’inclusione delle minoranze nel movimento sindacale attraverso l’apprendistato e la formazione. Allo stesso tempo, il vostro impegno per la tutela dell’ambiente, attraverso l’insegnamento delle competenze necessarie per lo sviluppo delle energie rinnovabili, non è solo encomiabile, ma anche tempestivo, data l’urgenza di prenderci cura della nostra casa comune”.

Inoltre ha molto ‘apprezzato’ l’accoglienza verso i migranti: “Soprattutto, vi prego di comprendere il mio apprezzamento per l’accoglienza di immigrati e rifugiati, in particolare per il sostegno alle dispense alimentari e ai rifugi. Pur riconoscendo che politiche appropriate sono necessarie per garantire la sicurezza delle comunità, vi incoraggio a continuare a impegnarvi affinché la società rispetti la dignità umana dei più vulnerabili. Così facendo, state mettendo in pratica l’appello del mio amato predecessore, papa Francesco, che ha esortato ogni sindacato a rinascere ogni giorno nelle periferie”.

Infine ha elogiato il loro impegno per i diritti dei lavoratori: “Durante questa settimana di pellegrinaggio, oltre ad attraversare le Porte Sante e a partecipare ad altri esercizi spirituali, state anche dedicando del tempo allo studio di importanti questioni relative ai diritti e ai doveri dei lavoratori. Prego che questo tempo sia fruttuoso sia per le vostre menti che per i vostri cuori”.

Poi ha accolto i partecipanti alla 39^ Conferenza dell’Associazione ‘MINDS International’ (rete di  agenzie di stampa) sottolineando un po’ la crisi dell’informazione: “Potremmo definire un paradosso che nell’era della comunicazione le agenzie di informazione e di comunicazione attraversino un periodo di crisi. E che anche i fruitori dell’informazione siano in crisi essi stessi, scambiando spesso il falso per vero, ciò che è autentico con ciò che è invece artefatto. E tuttavia, nessuno oggi dovrebbe poter dire ‘non sapevo’. Per questo vi incoraggio nel vostro servizio, così importante; incoraggio i momenti di incontro associativo, che vi permettono di riflettere insieme”.

Però ha sottolineato che l’informazione deve essere tutelata: “L’informazione è un bene pubblico che tutti dovremmo tutelare. Per questo, ciò che è davvero costruttivo è l’alleanza tra i cittadini e i giornalisti all’insegna dell’impegno per la responsabilità etica e civile. Una forma di cittadinanza attiva è quella di stimare e sostenere gli operatori e le agenzie che dimostrano serietà e vera libertà nel loro lavoro. Allora si verifica un circolo virtuoso che fa bene al corpo sociale”.

Inoltre non ha mancato di evidenziare chi rischia la vita per informare: “Ogni giorno ci sono reporter che rischiano personalmente perché la gente possa sapere come stanno le cose. E in un tempo come il nostro, di conflitti violenti e diffusi, quelli che cadono sul campo sono molti: vittime della guerra e dell’ideologia della guerra, che vorrebbe impedire ai giornalisti di esserci. Non dobbiamo dimenticarli!

Se oggi sappiamo che cosa è successo a Gaza, in Ucraina e in ogni altra terra insanguinata dalle bombe, lo dobbiamo in buona parte a loro. Ma queste testimonianze estreme sono l’apice del tributo di quotidiana fatica di tantissimi che lavorano perché l’informazione non sia inquinata da altri fini, contrari alla verità e alla dignità della persona”.

Per questo ha invitato a ‘liberare’ l’informazione: “Occorre infatti liberare la comunicazione dall’inquinamento cognitivo che la corrompe, dalla concorrenza sleale, dal degrado del cosiddetto click bait. Le agenzie di stampa sono in prima linea, chiamate ad agire nell’attuale contesto comunicativo secondo principi (purtroppo non sempre condivisi) che coniugano la sostenibilità economica dell’impresa con la tutela del diritto ad una informazione corretta e plurale”.

Infatti i giornalisti delle agenzie svolgo un compito importante: “I giornalisti delle agenzie di stampa sono a loro volta chiamati ad essere i primi sul campo, i primi a dare la notizia. E questo vale ancora più nell’era della comunicazione permanentemente live, della digitalizzazione sempre più pervasiva dei mass media. Chi lavora per un’agenzia, lo sapete bene, è chiamato a scrivere con rapidità, sotto pressione, anche in situazioni molto complesse e drammatiche. A maggior ragione, il vostro servizio è prezioso e deve essere un antidoto al proliferare dell’informazione ‘spazzatura’; pertanto richiede competenza, coraggio e senso etico”.

E’ stata un’esortazione a vigilare sulla tecnologia: “Non siamo destinati a vivere in un mondo dove la verità non è più distinguibile dalla finzione. Al riguardo, dobbiamo porci degli importanti interrogativi… Dobbiamo vigilare perché la tecnologia non si sostituisca all’uomo, e perché l’informazione e gli algoritmi che oggi la governano non siano nelle mani di pochi”.

Per il papa, inoltre, è necessaria un’informazione libera, ricordando il monito di Hannah Arendt: “Il mondo ha bisogno di un’informazione libera, rigorosa, obiettiva… Con il vostro lavoro, paziente e rigoroso, voi potete essere un argine a chi, attraverso l’arte antica della menzogna, punta a creare contrapposizioni per comandare dividendo; un baluardo di civiltà rispetto alle sabbie mobili dell’approssimazione e della post-verità”.

Insomma è stato un invito a non svendere l’autorevolezza della comunicazione: “L’economia della comunicazione non può e non deve separare il proprio destino dalla condivisone della verità. Trasparenza delle fonti e della proprietà, accountability, qualità, obiettività sono le chiavi per restituire ai cittadini il loro ruolo di protagonisti del sistema, convincendoli a pretendere un’informazione degna di questo nome. Mi raccomando: non svendete mai la vostra autorevolezza!”

Infine nel messaggio alla rete ‘Catholic Charities Usa’, che raduna 168 agenzie diocesane, ha esortato a continuare il supporto alle persone migranti e rifugiate: “Attraverso le vostre 168 agenzie diocesane di Catholic Charities, diventate ‘agenti di speranza’ per i milioni di persone che si rivolgono alla Chiesa negli Stati Uniti d’America in cerca di compassione e cura. Molti di coloro che servite sono tra i più vulnerabili, tra cui migranti e rifugiati”.

Il ruolo di questa rete è molto importante per l’assistenza ai poveri: “Poiché non possono contare sulle proprie risorse e devono dipendere da Dio e dalla bontà degli altri, in molti modi il vostro ministero rende concreta la provvidenza del Signore per loro. Fornendo cibo, alloggio, assistenza medica, assistenza legale e molti altri gesti di gentilezza, le affiliate di Catholic Charities negli Stati Uniti mostrano quello che papa Francesco ha spesso definito lo ‘stile’ di Dio, fatto di vicinanza, compassione e tenerezza”.

Ed ha di nuovo sottolineato che i migranti sono portatori di speranza: “Mentre coloro che sono colpiti dalla povertà e dalla migrazione forzata affrontano sfide difficili, non dimentichiamo che possono anche essere testimoni di speranza non solo attraverso la loro fiducia nell’aiuto divino, ma anche attraverso la loro resilienza nel dover spesso superare molti ostacoli durante il loro viaggio. In modo speciale, i migranti e i rifugiati cattolici sono diventati missionari di speranza in molte nazioni, compresa la vostra, portando con sé una fede vibrante e le devozioni popolari che spesso rianimano le parrocchie che li accolgono”.

Infine un elogio in quanto sono ‘costruttori di ponti’: “Si potrebbe dire che, aiutando gli sfollati a trovare una nuova casa nel vostro Paese, agite anche come costruttori di ponti tra nazioni, culture e popoli. Vi incoraggio, quindi, a continuare ad aiutare le comunità che accolgono questi fratelli e sorelle appena arrivati ​​a essere testimoni viventi di speranza, riconoscendo che hanno un’intrinseca dignità umana e sono invitati a partecipare pienamente alla vita comunitaria “.

(Foto: Santa Sede)

L’amicizia ha tutti i colori del mondo

In ‘Il colore dell’amicizia’, film del 2000 diretto da Kevin Hooks, Piper Dellum, un’adoloscente afro-americana che vive in America, nel 1979 chiede ai suoi genitori di ospitare una studentessa africana  per uno scambio culturale. Suo padre, un membro del Congresso che si batte contro l’apartheid, acconsente e a loro viene assegnata Mahree Bok.

Appena giunta in America, Mahree conosce la famiglia ospitante e sia lei che i Dellum rimangono molto sorpresi: lei non si aspettava che si trattasse di una famiglia afro-americana e loro non si aspettavano che arrivasse una sudafricana bianca.

Mahree è molto confusa e non sa cosa fare. Preconcetti e giudizi affrettati minacciano di rovinare lo scambio prima ancora che incominci. A Mahree infatti è stato insegnato a considerare i neri nel suo paese come inferiori, mentre i Dellum hanno finito per vedere tutti i bianchi sud-africani come oppressori. All’inizio le due si parlano a malapena ma poi, dopo una giornata trascorsa insieme, diventano amiche. Passano le settimane e Piper e Mahree diventano inseparabili.

Tuttavia, un giorno, alcuni uomini bianchi dell’ambasciata sudafricana portano via Mahree dalla casa dei Dellum. La povera ragazza resta sconcertata perché non capisce le ragioni di quest’allontanamento e del forzato rimpatrio. Nonostante chieda ripetutamente delle delucidazioni, nessuno le dà una spiegazione valida. Riceve invece l’ordine di prenotare telefonicamente un volo per il Sudafrica e di partire il prima possibile.

Mentre Mahree si trova all’ambasciata, comincia a seguire un notiziario che parla del suicidio dell’attivista sudafricano di colore Stephen Biko, considerato un criminale dal governo sudafricano.  Nel frattempo, a casa dei Dellum, Piper è molto triste per via della partenza della sua amica e decide di chiamare suo padre per fermarla e farla tornare da loro. Il senatore riesce a far proseguire lo scambio.

Appena tornata dai Delium, Mahree va subito da Piper e le racconta tutto, compreso il notiziario che aveva visto, aggiungendo il dettaglio che Biko era un criminale. Questa informazione le era stata fornita dal padre, molto soddisfatto di averlo arrestato. Piper però ribatte che, in realtà, l’uomo lottava per i diritti della popolazione di colore in modo non-violento. La verità era che la polizia sudafricana lo aveva picchiato a sangue, dichiarando poi che Biko si era suicidato. Fra le due ragazze scoppia un litigio, calmato dall’intervento del senatore Dellum.

Dopo il semestre a casa dei Dellum, Mahree capisce quali sono i diritti dei sudafricani neri. E’ ancora più convinta che la sua migliore amica sudafricana sia Flora, la loro domestica di colore, che aveva nascosto la bandiera dei ribelli trovata dal fratellino di Mahree in modo da non farlo sgridare dai genitori. Così, appena tornata a casa, Mahree le mostra quella stessa bandiera cucita dentro la sua giacca e poi libera l’uccellino che suo fratello aveva catturato e messo in gabbia, perché capisce che la libertà è un diritto importante e deve essere concesso a tutti gli esseri viventi.

Analizzando la trama, si possono riscontrare alcuni temi fondamentali sparsi lungo tutta la storia e ben riassunti nel finale. Essi sono: l’uguaglianza al di là della diversità, l’ascolto aperto alla fiducia, il credo religioso, la libertà, le paure e i pregiudizi.

Flora spiega a Mahree e a suo fratello che gli uccelli tessitori, come quello che lui ha catturato, creano tanti nidi e vivono in comunità senza curarsi dei diversi colori delle loro piume, tra cui anche il nero. Inizialmente, Mahree non comprende la conclusione del discorso, ovvero sarebbe bello che anche gli umani si comportassero così. Grazie allo scambio, scoprirà la verità e sarà proprio lei a raccontarla al senatore.

Durante la permanenza negli Stati Uniti, Mahree accetta di confrontarsi con idee diverse dalle sue, leggendo libri proibiti in Sudafrica in quanto denunciavano i maltrattamenti subiti dai neri e dialogando su questi argomenti con il senatore. Lui ha punti di vista differenti dai suoi, ma riesce a colmare le lacune lasciate dai genitori di lei nella loro versione dei fatti, non sempre corretta.

Durante la festa che la comunità nera del luogo dà in onore del Sudafrica prima della partenza di Mahree alla conclusione dello scambio, il senatore riprende un discorso di Lincoln, nel quale egli auspicava che nel futuro ci fosse la possibilità per ognuno di credere “nel Dio che si è scelto”. Si tratta di un aspetto della libertà individuale, che nel film è strettamente collegata con quello dell’uguaglianza.

Sempre durante quella festa si fa riferimento anche alla libertà dalla paura. Il film mette in luce come molto spesso i timori siano generati dai pregiudizi. E’ bello vedere come la storia riesca a rappresentare i preconcetti di entrambe le parti in causa. Sottolinea efficacemente le lacune che tutti i personaggi hanno a causa delle idee scorrette che si sono fatti col tempo.. Nonostante questo, riescono a superare le paure e le diffidenze, scoprendo le verità che erano state loro nascoste.

In conclusione, qual è il colore dell’amicizia? Tutti i colori del mondo.

(Foto: Disney Plus)

Basta spot per l’azzardo camuffati da campagne informative

Mettiamoci in gioco, la Campagna nazionale contro i rischi del gioco d’azzardo, esprime forte preoccupazione per la recente diffusione di video spot pubblicitari in favore del gioco d’azzardo che si presentano formalmente come campagne informative sul ‘gioco responsabile’, come previsto nel decreto Legislativo 25 marzo 2024 numero 41. Il suddetto decreto, infatti, stabilisce che ‘il concessionario investe annualmente una somma pari allo 0,2% dei suoi ricavi netti, comunque non superiore ad € 1.000.000 per anno, in campagne informative ovvero in iniziative di comunicazione responsabile’.

Di fatto, come denunciato dalla campagna a suo tempo, queste iniziative finiscono per essere chiari messaggi promozionali in favore del gioco d’azzardo e, in particolare, dei concessionari che le commissionano, i cui loghi sono ben presenti negli spot. ‘Mettiamoci in gioco’ sottolinea, ancora una volta, che l’enfasi sul ‘gioco responsabile’, così come sul ‘gioco legale’, non assicura in alcun modo una limitazione degli effetti negativi della diffusione del gioco d’azzardo, soprattutto quando l’offerta dell’azzardo raggiunge livelli abnormi, come accade nel nostro paese, sia nell’online sia nei nostri territori. E la situazione diventerebbe ben peggiore se il governo eliminasse, o riducesse fortemente, il divieto di pubblicità del gioco d’azzardo introdotto con il decreto Dignità del 2012.

La pressione in favore del gioco, specie nei confronti dei cittadini più fragili, diventerebbe ancora più insostenibile, viste le ingenti risorse che i concessionari sono pronti a investire per promuovere l’azzardo. Spiace, poi, vedere che personaggi ben noti al pubblico si prestino come testimonial per sostenere un settore che crea così tanti e così gravi problemi sanitari, sociali ed economici a un numero sempre più alto di persone in tutto il paese.

Nel 2024 in Italia sono stati ben 160 i miliardi di euro giocati, stabilendo così un nuovo record. Dati allarmanti se correlati con le più accreditate indagini sulla dipendenza da gioco d’azzardo. Lo studio IPSAD del CNR-IFC stima in circa 20 milioni gli italiani tra i 18 e gli 84 anni (43%del totale) che hanno giocato d’azzardo almeno una volta nel corso del 2022 e in 800mila gli italiani della stessa fascia d’età che presentavano in quell’anno un profilo di gioco a rischio da moderato a severo. L’indagine sottolineava che sono proprio le persone con redditi mensili e titoli di studio più bassi a diventare più frequentemente giocatori problematici o dipendenti.

Lo studio ESPAD del CNR-IFC sugli studenti tra i 15 e i 19 anni stima in 1.300.000 (51% del totale) coloro che hanno giocato almeno una volta nel corso del 2022, in quasi 130mila i giocatori a rischio e in oltre 67mila i giocatori problematici.

Per queste ragioni, la Campagna Mettiamoci in gioco chiede al governo di non modificare quanto disposto nel decreto Dignità e, piuttosto, di cancellare la possibilità per i concessionari di promuovere “campagne informative” inevitabilmente destinate a rafforzare e indirizzare la domanda di azzardo.

Gianfranco Brunelli: Il Regno ha raccontato in modo responsabile gli avvenimenti

“In questo 2025, Il Regno fa 70. I settant’anni di una rivista sono una breve buona notizia. Oggi lo possiamo dire, soprattutto perché quel merito è in gran parte di altri che ci hanno preceduto: la rivista rappresenta un valore in sé per la Chiesa italiana, per il movimento cattolico e per il nostro paese. La rivista è stata ed è uno strumento libero d’informazione e di documentazione religiosa e culturale; un luogo d’analisi, d’incontro tra coloro che hanno la stessa ispirazione cristiana; di dialogo ecumenico tra chi riconosce nel cristianesimo una fede di storia e di salvezza; di confronto con persone di culture e di fedi diverse, che tuttavia hanno a cuore il principio della libertà e della dignità umana, perché queste sono lo specchio umano di Dio… Una tenuta nel tempo è sempre una tenuta del tempo. Tenere il tempo significa stare in una condizione di confronto continuo con le vicende della storia in un tentativo inevitabile, incerto, rischioso di corrispondenza interpretativa. Il tempo, la storia, il linguaggio”.

Iniziamo da questa riflessione del direttore de ‘Il Regno’, Gianfranco Brunelli, a cui chiediamo di raccontarci cosa significa compiere 70 anni per una rivista: “Compiere 70 anni significa aver raccolto il testimone di una generazione, in particolare di quella dei fondatori, che nel nostro caso sono stati i religiosi dehoniani, rielaborando oggi, a partire da una prospettiva necessariamente laicale, quanto ricevuto, avendo in mente chiavi di lettura multiple per un mondo che si è fatto complesso.

Abbiamo di fronte a noi segni di un tempo incognito, incerto, minaccioso. Mentre gli strumenti a disposizione delle comunità cristiane nelle società democratiche appaiono deboli, e in molti altri regimi tornano le persecuzioni. Tra le nuove questioni e le nuove dinamiche in atto, la grande rivoluzione nella comunicazione, l’ecosistema della Rete, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale rappresentano, nel bene e nel male, la maggiore criticità, dal momento che esse tengono assieme tre livelli di trasformazione: antropologica, economico-scientifica, politica”.

Nella lettera inviatavi papa Francesco ha scritto che la rivista ha accompagnato la vita della Chiesa: Il Regno è stata ed è la rivista del Concilio Vaticano II e del post Concilio in Italia: ha accompagnato la vita della Chiesa alimentandone le istanze riformatrici, secondo lo spirito di rinnovamento del Concilio; ha documentato con cura i testi e gli interventi del magistero della Chiesa; ha stimolato il cammino ecumenico delle Chiese; ha incoraggiato il dialogo interreligioso; ha intercettato i cambiamenti sociali e politici in atto, confrontandosi criticamente con le ideologie del nostro tempo’. In quale modo la rivista ha raccontato questa vita ecclesiale?

“Il Regno si è caratterizzato con un proprio stile che ha due connotazioni principali. La prima è quella della fatica delle fonti. Il fatto di lavorare su due sezioni, ‘Attualità’ e ‘Documenti’ significa che le notizie, le interviste e gli approfondimenti della prima non possono prescindere dalle voci della seconda: la Chiesa universale, le Chiese locali, gli studi, le ricerche, i protagonisti.

Il magistero del papa, i cosiddetti testi ‘ufficiali’, le dichiarazioni, tutto ciò che fa di questo grande organismo un’istituzione complessa, sul piano del pensiero e dell’azione, devono poter essere presentati nel loro insieme unitario e tensionale, e nella loro volontà dichiarata di ridire il Vangelo nella storia degli uomini. La seconda è quella del confronto critico: solo da un onesto confronto, da uno scambio intellettuale può maturare un’informazione a servizio alla Chiesa, impegno che la rivista si è sempre assunto sin dall’inizio della sua storia. Il che ha fatto de ‘Il Regno’ una voce libera ma sempre fedele alla Chiesa, nonostante i momenti di difficoltà e le insufficienze”.

Anche il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, ha scritto: ‘Potremmo dire che quella del Regno è stata una parola che è cresciuta autorevolmente nel panorama dell’informazione e in specifico dell’informazione religiosa. La rivista ha dato un contributo innegabile alla formazione di diverse generazioni di cattolici… Forniva le parole, accompagnava i pensieri nell’interpretare le istanze di rinnovamento, che erano quelle di una nuova generazione, ma erano comunque sempre iscritte nella lunga tradizione della Chiesa’. In quale modo è possibile fare informazione religiosa’?

“Autorevole significa responsabile. Col peso di quella definizione, la rivista (non senza errori) ha sempre cercato di fare una proposta interpretativa non gridata, ma senza dissimulazioni. Si tratta di un compito quotidiano, che riflette un equilibrio sempre incerto. Penso che l’unica strada per fare informazione religiosa libera e onesta oggi sia proprio questa. Oggi tutto è reso più complesso dal ‘presentismo’ dell’informazione, che se è molto facilitata dai nuovi media, ne è anche condizionata proprio sul piano e sui tempi dell’interpretazione”.

Quale è la ‘missione’ de Il Regno?

“Nè ‘missione’, né ‘mission’. Ricercare piuttosto. Il tentativo professionale di leggere, capire, interpretare. Quella de ‘Il Regno’ è la ‘scommessa’ di una doppia fedeltà: da un lato alla città degli uomini, invitandoli a guardare al fenomeno religioso non come a qualcosa d’intimistico, ma come a un aspetto dell’umanità che può fare la qualità del vivere civile anche per i non credenti; dall’altro alla città di Dio, come a quell’ ‘altro da sé’, che interroga continuamente la coscienza personale e istituisce il principio di libertà”.

Il messaggio del papa per la giornata delle comunicazioni sociali invita a condividere ‘con mitezza la speranza che sta nei vostri cuor’: in quale modo la rivista racconta la speranza?

“La speranza non è un facile ottimismo, un ‘andrà tutto bene’; la speranza è un pessimismo vinto nel varco divino della realtà, che rimane drammatica. Sul piano dell’informazione è la virtù che sa guardare e raccontare con realismo sano anche laddove pare non esserci più nessuna uscita di sicurezza per ipotizzare sentieri nuovi, per dare voce a chi non ce l’ha (pensiamo a certe zone del mondo di cui i media mainstream occidentali non si interessano). La nostra piccola lampada, fatta di analisi e di fonti, vuole continuare a dare corpo a questo esercizio della virtù”.

(Foto: Il Regno)

Papa Francesco ai vescovi statunitensi: lottare per la dignità umana

Papa Francesco

“Vi rivolgo alcune parole in questi momenti delicati che state vivendo come Pastori del Popolo di Dio che cammina negli Stati Uniti d’America”: con questo inizio di lettera papa Francesco ha scritto ai vescovi statunitensi, che si trovano ad affrontare una ‘crisi’ con il programma di ‘deportazione di massa’ di immigrati e rifugiati clandestini, voluto dall’amministrazione del presidente Trump, esortandoli in dieci punti a non cedere a ‘narrazioni’ discriminatorie.

Dopo la presa di posizione dei vescovi statunitensi il papa ha sottolineato che la storia del popolo ebreo è un esempio per la società contemporanea: “Il cammino del popolo d’Israele dalla schiavitù alla libertà, narrato nel libro dell’Esodo, ci invita a guardare alla realtà del nostro tempo, così marcatamente segnata dal fenomeno delle migrazioni, come a un momento decisivo della storia per riaffermare non solo la fede in un Dio sempre vicino, incarnato, migrante e rifugiato, ma anche l’infinita e trascendente dignità di ogni persona umana”.

Quindi ha voluto evidenziare che le sue parole non sono inventate, ma poggiano sulla Sacra Scrittura: “Le parole con cui inizio non sono pronunciate artificialmente. Anche un esame superficiale della Dottrina sociale della Chiesa mostra con grande forza che Gesù Cristo è il vero Emmanuele e che Egli non ha vissuto senza la difficile esperienza di essere espulso dalla propria terra a causa di un rischio imminente per la sua vita, e senza l’esperienza di dover rifugiarsi in una società e in una cultura estranee alla sua. Il Figlio di Dio, facendosi uomo, ha scelto di vivere anche il dramma dell’immigrazione”.

Ed ha ricordato anche le espressioni di papa Pio XII sulla cura dei migranti, che parla della famiglia di Nazareth costretta alla fuga: “Mi piace ricordare, tra le altre, le parole con cui Papa Pio XII iniziò la sua Costituzione apostolica sulla cura dei migranti, considerata la Magna Carta del pensiero della Chiesa sulle migrazioni:

La famiglia di Nazareth in esilio, Gesù, Maria e Giuseppe, emigranti in Egitto e lì profughi per sfuggire all’ira di un re empio, sono il modello, l’esempio e la consolazione degli emigranti e dei pellegrini di ogni età e paese, di tutti i profughi di qualsiasi condizione che, spinti dalla persecuzione o dalla necessità, sono costretti ad abbandonare la loro patria, i loro amati familiari e i loro cari amici per recarsi in terre straniere”.

Queste ‘deportazioni’ ledono la dignità umana, a cui i cristiani devono conformarsi: “Allo stesso modo, Gesù Cristo, amando tutti con un amore universale, ci insegna a riconoscere permanentemente la dignità di ogni essere umano, senza eccezioni. Infatti, quando parliamo di ‘dignità infinita e trascendente’, vogliamo sottolineare che il valore più decisivo che la persona umana possiede supera e sostiene qualsiasi altra considerazione giuridica che possa essere fatta per regolare la vita nella società. Pertanto, tutti i fedeli cristiani e le persone di buona volontà sono chiamati a considerare la legittimità delle norme e delle politiche pubbliche alla luce della dignità della persona e dei suoi diritti fondamentali, e non viceversa”.

Il messaggio è un invito ad esprimere un pensiero critico a seguito di una giusta informazione: “Ho seguito da vicino la grande crisi che si sta verificando negli Stati Uniti a causa dell’avvio di un programma di deportazioni di massa. Una coscienza debitamente formata non può esimersi dal formulare un giudizio critico e dall’esprimere il proprio dissenso nei confronti di qualsiasi provvedimento che identifichi, tacitamente o esplicitamente, la condizione di illegalità di alcuni migranti con la criminalità”.

Però riconosce anche il diritto di uno Stato a proteggere i propri cittadini senza ferire la dignità di una persona: “Allo stesso tempo, deve essere riconosciuto il diritto di una nazione a difendersi e a proteggere le proprie comunità da coloro che hanno commesso crimini violenti o gravi mentre si trovavano nel paese o prima di arrivarci. Detto questo, l’atto di deportare persone che in molti casi hanno abbandonato la propria terra per motivi di estrema povertà, insicurezza, sfruttamento, persecuzione o grave degrado ambientale, ferisce la dignità di molti uomini e donne, di intere famiglie, e li pone in uno stato di particolare vulnerabilità e indifesa”.

La giustizia di uno Stato si fonda su questo principio: “Non si tratta di una questione di poco conto: un autentico Stato di diritto si verifica proprio nel trattamento dignitoso che tutti gli uomini meritano, soprattutto i più poveri ed emarginati. Il vero bene comune si promuove quando la società e il governo, con creatività e rigoroso rispetto dei diritti di tutti (come ho affermato in numerose occasioni) accolgono, proteggono, promuovono e integrano i più fragili, indifesi e vulnerabili.

Ciò non impedisce lo sviluppo di una politica che regoli la migrazione ordinata e legale. Tuttavia, la suddetta ‘maturazione’ non può essere costruita attraverso il privilegio di alcuni e il sacrificio di altri. Ciò che si costruisce sulla base della forza, e non sulla base della verità sulla pari dignità di ogni essere umano, inizia male e finirà male”.

In ciò consiste l’amore cristiano che si differenzia da quello filantropico: “Noi cristiani sappiamo bene che solo affermando l’infinita dignità di tutti può giungere a maturazione la nostra identità come persone e come comunità. L’amore cristiano non è un’espansione concentrica di interessi che si estendono gradualmente ad altre persone e gruppi.

In altre parole: la persona umana non è un semplice individuo, relativamente espansivo, con qualche sentimento filantropico! La persona umana è un soggetto dotato di dignità che, attraverso la relazione costitutiva con tutti, specialmente con i più poveri, può maturare gradualmente la sua identità e vocazione. Il vero ‘ordo amoris’ da promuovere è quello che scopriamo meditando costantemente la parabola del ‘buon samaritano’, cioè meditando sull’amore che costruisce la fraternità”.

Per il papa risulta pericoloso riflettere solo su se stessi, riconoscendo il ‘lavoro’ svolto dalla Conferenza episcopale statunitense: “Preoccuparsi dell’identità personale, comunitaria o nazionale, al di fuori di queste considerazioni, introduce facilmente un criterio ideologico che distorce la vita sociale e impone la volontà del più forte come criterio di verità.

Riconosco i preziosi sforzi di voi, cari vescovi degli Stati Uniti, mentre lavorate a stretto contatto con i migranti e i rifugiati, annunciando Gesù Cristo e promuovendo i diritti umani fondamentali. Dio ricompenserà abbondantemente tutto ciò che fai per proteggere e difendere coloro che sono considerati meno preziosi, meno importanti o meno umani!”

Il messaggio è un’esortazione alla costruzione di ‘ponti’ di fraternità: “Esorto tutti i fedeli della Chiesa cattolica e tutti gli uomini e le donne di buona volontà a non cedere a narrazioni che discriminano e causano inutili sofferenze ai nostri fratelli migranti e rifugiati. Con carità e chiarezza siamo tutti chiamati a vivere in solidarietà e fraternità, a costruire ponti che ci avvicinino sempre di più, a evitare muri di ignominia e a imparare a donare la nostra vita come Gesù Cristo ha offerto la sua, per la salvezza di tutti”.

Ed ha invitato a pregare la Madonna di Guadalupe: “Chiediamo alla Beata Vergine Maria di Guadalupe di proteggere le persone e le famiglie che vivono nella paura o nel dolore a causa della migrazione e/o della deportazione. La ‘Vergine oscura’, che ha saputo riconciliare i popoli quando erano in conflitto, ci conceda di rincontrare tutti come fratelli, nel suo abbraccio, e di fare così un passo avanti nella costruzione di una società più fraterna, inclusiva e rispettosa della dignità di tutti”.

Papa Francesco: la comunicazione cattolica è uno spazio aperto a tutti

“E’ bello vedervi qui vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, laiche e laici, chiamati a comunicare la vita della Chiesa e uno sguardo cristiano sul mondo. Comunicare questo sguardo cristiano è bello. Ci incontriamo oggi, dopo aver celebrato il Giubileo del Mondo della Comunicazione, per fare insieme una verifica e anche un esame di coscienza. Fermiamoci ancora a riflettere sul modo concreto in cui comunichiamo, animati dalle fede che, come è scritto nella Lettera agli Ebrei, è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono”: il giorno successivo al giubileo della comunicazione oggi papa Francesco ha ricevuto in udienza  ha salutato i vescovi, presidenti delle commissioni di comunicazione, ed i direttori nazionali degli uffici di comunicazione, che nei giorni scorsi hanno partecipato all’incontro promosso dal dicastero per la comunicazione.

Durante l’incontro il papa ha posto alcune domande riguardanti la trasmissione della speranza: “Comunicazione cristiana è mostrare che il Regno di Dio è vicino: qui, ora, ed è come un miracolo che può essere vissuto da ogni persona, da ogni popolo. Un miracolo che va raccontato offrendo le chiavi di lettura per guardare oltre il banale, oltre il male, oltre i pregiudizi, oltre gli stereotipi, oltre sé stessi. Il Regno di Dio è oltre noi. Il Regno di Dio viene anche attraverso la nostra imperfezione, è bello questo. Il Regno di Dio viene nell’attenzione che riserviamo agli altri, nella cura attenta che mettiamo nel leggere la realtà. Viene nella capacità di vedere e seminare una speranza di bene. E di sconfiggere così il fanatismo disperato”.

Come nei giorni precedenti, anche in questo incontro papa Francesco ha invitato i presenti a raccontare storie di ‘bene’ attraverso un lavoro che coinvolga tutti: “Questo, che per voi è un servizio istituzionale, è anche vocazione di ogni cristiano, di ogni battezzato. Ogni cristiano è chiamato a vedere e raccontare le storie di bene che un cattivo giornalismo pretende di cancellare dando spazio solo al male. Il male esiste, non va nascosto, ma deve smuovere, generare interrogativi e risposte. Per questo, il vostro compito è grande e chiede di uscire da sé stessi, di fare un lavoro ‘sinfonico’, coinvolgendo tutti, valorizzando anziani e giovani, donne e uomini; con ogni linguaggio, con la parola, l’arte, la musica, la pittura, le immagini. Tutti siamo chiamati a verificare come e che cosa comunichiamo. Comunicare, comunicare sempre”.

La sfida è quella di costruire un ‘modello diverso’ della comunicazione: “Sorelle, fratelli, la sfida è grande. Vi incoraggio pertanto a rafforzare la sinergia fra di voi, a livello continentale e a livello universale. A costruire un modello diverso di comunicazione, diverso per lo spirito, per la creatività, per la forza poetica che viene dal Vangelo e che è inesauribile. Comunicare, sempre è originale. Quando noi comunichiamo, noi siamo creatori di linguaggi, di ponti. Siamo noi i creatori. Una comunicazione che trasmette armonia e che è alternativa concreta alle nuove torri di Babele. Pensate un po’ su questo. Le nuove torri di Babele: tutti parlano e non si capiscono. Pensate a questa simbologia”.

E per tale costruzione il papa ha evidenziato due parole, quali rete ed insieme: “Solo insieme possiamo comunicare la bellezza che abbiamo incontrato: non perché siamo abili, non perché abbiamo più risorse, ma perché ci amiamo gli uni gli altri. Da questo ci viene la forza di amare anche i nostri nemici, di coinvolgere anche chi ha sbagliato, di unire ciò che è diviso, di non disperare. E di seminare speranza”.

L’invito è stato quello di raccontare la speranza, che però non significa affatto ottimismo: “Questo non dimenticate: seminare speranza. Che non è lo stesso di seminare ottimismo, no, per niente. Seminare speranza. Comunicare, per noi, non è una tattica, non è una tecnica. Non è ripetere frasi fatte o slogan e neanche limitarsi a scrivere comunicati stampa. Comunicare è un atto di amore. Solo un atto di amore gratuito tesse reti di bene. Ma le reti vanno curate, riparate, ogni giorno. Con pazienza e con fede”.

Quindi la speranza ha bisogno di una rete: “Rete è la seconda parola su cui vi invito a riflettere. Perché, in realtà, ne abbiamo smarrito la memoria, come se fosse una parola legata alla civiltà digitale. Ed invece è una parola antica. Ci ricorda, prima di quelle sociali, le reti dei pescatori e l’invito di Gesù a Pietro a diventare pescatore di uomini. Fare rete dunque è mettere in rete capacità, conoscenze, contributi, per poter informare in maniera adeguata e così essere tutti salvati dal mare della disperazione e della disinformazione. Questo è già un messaggio, è già di per sé una prima testimonianza”.

Quindi il compito è quello di costruire le reti della speranza, anche attraverso l’umorismo: “Il miracolo più grande fatto da Gesù per Simone e gli altri pescatori delusi e stanchi non è tanto quella rete piena di pesci, quanto l’averli aiutati a non essere preda della delusione e dello scoraggiamento di fronte alle sconfitte. Per favore, non cadere in quella tristezza interiore. Non perdere il senso dell’umorismo che è saggezza, saggezza di tutti i giorni”.

E la ‘rete’ della comunicazione cattolica è uno spazio aperto a tutti: “Sorelle, fratelli, la nostra rete è per tutti. Per tutti! La comunicazione cattolica non è qualcosa di separato, non è solo per i cattolici. Non è un recinto dove rinchiudersi, una setta per parlare fra noi, no! La comunicazione cattolica è lo spazio aperto di una testimonianza che sa ascoltare e intercettare i segni del Regno. E’ il luogo accogliente di relazioni vere… Dobbiamo fare uscire il Signore (bussa alla porta per uscire) e non averlo un po’ ‘schiavizzato’ per i nostri servizi. I nostri uffici, le relazioni fra noi, la nostra rete, sono proprio di una Chiesa in uscita?”

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco: la RAI è un servizio pubblico

Questa mattina papa Francesco ha ricevuto in udienza i dirigenti ed il personale della RAI-Radiotelevisione Italiana nell’Aula Paolo VI, consegnando due parole su cui riflettere: servizio e pubblico, per cui 70 anni fa nacque:

“Settant’anni di televisione, cento di radio: un doppio compleanno, che da un lato vi invita a guardare indietro, alla vostra storia, tanto intrecciata con quella italiana; e dall’altro vi sfida a guardare avanti, al futuro, al ruolo che avrete in un tempo tutto da costruire, dove ogni vita è sempre più connessa con le altre, a livello globale. Inoltre, siamo in Vaticano, e molti di voi conoscono bene questi luoghi, perché la RAI fin dalla sua nascita ha sempre seguito da vicino i passi dei Successori di Pietro”.

Queste due parole costituiscono la missione del servizio pubblico: “Essa, però, in tutti questi anni, non è stata solo testimone dei processi di cambiamento della nostra società: in parte, li ha anche costruiti, e da protagonista. I media, infatti, influiscono sulle nostre identità, nel bene e nel male. E qui è il senso del servizio pubblico che svolgete. Perciò vorrei riflettere con voi proprio su queste due parole (servizio e pubblico), perché esse descrivono molto bene il fondamento della vostra missione: la comunicazione come dono alla comunità”.

Per il papa il servizio non è solamente una parola strumentale: “E’ una parola che spesso riduciamo al suo significato strumentale, finendo per confondere il servire con il servirsi, la dedizione con l’uso. Il vostro lavoro, invece, vuole essere soprattutto una risposta ai bisogni dei cittadini, in spirito di apertura universale, con un’azione capace di articolarsi sul territorio senza diventare localista, nel rispetto e nella promozione della dignità di ogni persona. Un contributo alla verità e al bene comune che assume risvolti precisi nell’informazione, nell’intrattenimento, nella cultura e nella tecnologia”.

Il servizio è la promozione della verità: “Nel campo dell’informazione, servire significa essenzialmente cercare e promuovere la verità, tutta la verità, ad esempio contrastando il diffondersi delle fake news e il subdolo disegno di chi cerca di influenzare l’opinione pubblica in modo ideologico, mentendo e disgregando il tessuto sociale. La verità è una, è armonica, non si può dividere con gli interessi personali”.

Per  questo papa Francesco ha sottolineato che la verità è sinfonica: “Significa evitare ogni riduzione ingannevole, ricordando che la verità è ‘sinfonica’ e che la si coglie meglio imparando ad ascoltare la varietà delle voci, come in un coro, piuttosto che gridando sempre e soltanto la propria idea. Ho voluto sottolineare questo”.

Verità è dare un’informazione non inquinata: “Significa, ancora, servire il diritto dei cittadini a una corretta informazione, trasmessa senza pregiudizi, non traendo conclusioni affrettate ma prendendo il tempo necessario per capire e per riflettere e combattendo l’inquinamento cognitivo,perché anche l’informazione deve essere ecologica”.

Inoltre, l’informazione deve garantire il pluralismo delle idee, come affermava san Giovanni Paolo II: “Per questo vi esorto a coltivare il dialogo, tessendo trame di unità. E per coltivare il dialogo bisogna ascoltare. Tante volte vediamo che l’ascolto serve a prepararmi per dare la risposta, ma non è vero ascolto pensare alla mia posizione senza ricevere quella degli altri”.

Richiamando il prossimo messaggio per la Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali papa Francesco ha ribadito che il pluralismo è molto ampio: “Penso al cinema, alla fiction, alle serie tv, ai programmi culturali e di intrattenimento, al racconto dello sport, ai programmi per bambini. In proposito, nella nostra epoca ricca di tecnica ma a volte povera di umanità, è importante promuovere la ricerca della bellezza, avviare dinamiche di solidarietà, custodire la libertà, lavorare perché ogni espressione artistica aiuti tutti e ciascuno ad elevarsi, a riflettere, a emozionarsi, a sorridere e anche a piangere di commozione, per trovare nella vita un senso, una prospettiva di bene, un significato che non sia quello di arrendersi al peggio. Quanto alla tecnica e alla tecnologia, poi, sono tante le domande che ci interpellano”.

Inoltre il servizio radiotelevisivo è pubblico: “Ess(o) sottolinea prima di tutto che il vostro lavoro è connesso al bene comune di tutti e non solo di qualcuno. Ciò comporta in primo luogo l’impegno a considerare e a dar voce specialmente agli ultimi, ai più poveri, a chi non ha voce, a chi è scartato”.

Il servizio pubblico è uno strumento importante per ‘sognare’: “Implica inoltre la vocazione ad essere strumento di crescita nella conoscenza, a far riflettere e non ad alienare, ad aprire nuovi sguardi sulla realtà e non ad alimentare bolle di indifferenza autosufficiente, a educare i giovani a sognare in grande, con la mente e gli occhi aperti. Questa parola può spaventarci: sognare. Non perdere mai le capacità di sognare, ma sognare alla grande!”

Un servizio pubblico non ha bisogno di confrontarsi con gli indici di ascolto: “Non bisogna inseguire gli ascolti a scapito dei contenuti: si tratta piuttosto di costruire, attraverso la vostra offerta, una domanda diffusa di qualità. Del resto la comunicazione, proprio in quanto dialogo per il bene di tutti, può svolgere nel nostro tempo un ruolo fondamentale anche nel ritessere valori socialmente vitali come la cittadinanza e la partecipazione”.

E’ stato un incoraggiamento ad offrire un servizio per gli ascoltatori: “Cari fratelli e sorelle, la RAI entra ogni giorno in tante case italiane, praticamente in tutte, ed è bello pensare alla sua presenza non come a una ‘cattedra di tuttologi’, ma a un gruppo di amici che bussano alla porta per fare una sorpresa (non dimenticare questo: la vera comunicazione è sempre una sorpresa, ti sorprende: tu aspetti una cosa e ti sorprende), per offrire compagnia, per condividere gioie e dolori, per promuovere in famiglia e nella società unità e riconciliazione, ascolto e dialogo, per informare e anche per mettersi in ascolto, con rispetto e umiltà. Vi incoraggio a camminare su questa strada, è bella!”

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco chiede un’informazione coraggiosa

A 10 anni dal precedente incontro oggi papa Francesco ha incontrato i dirigenti e dipendenti di TV2000 e del circuito inBlu2000 in occasione del 25^ anniversario della nascita delle due realtà, ricordando che in questi anni il panorama ‘mediatico’ è molto cambiato:

“L’innovazione tecnologica ha trasformato le modalità di produzione dei contenuti, così come la loro fruizione; e ora l’intelligenza artificiale ‘sta modificando in modo radicale anche l’informazione e la comunicazione e, attraverso di esse, alcune basi della convivenza civile’. In questo vortice, che pare trascinare non solo gli operatori del settore ma un po’ tutti noi, ci sono tuttavia alcuni principi che restano fissi, come stelle alle quali guardare per orientarsi e non smarrire la rotta”.

In compenso avere bene in mente una ‘direzione’ precisa, in quanto appartenenti alla Cei, non è un limite: “Questo non è un limite, anzi è espressione di una grande libertà, perché ricorda che la comunicazione e l’informazione hanno sempre le radici nell’umano. Ed ancora, sottolinea l’importanza di incarnare la fede nella cultura, in particolare attraverso la testimonianza, narrando storie in cui il buio che è intorno a noi non spenga il lume della speranza. E’ fondamentale ricordare e vivere questa appartenenza. Per questo vorrei indicarvi tre parole per proseguire sulla strada del vostro lavoro”.

Anche in quest’occasione il papa ha consegnato tre parole chiave, iniziando dalla prossimità: “Ogni giorno (tramite la televisione o la radio) vi fate vicini a tante persone, che trovano in voi degli amici da cui ricevere informazioni, con cui trascorrere piacevolmente del tempo, o andare alla scoperta di realtà, esperienze e luoghi nuovi. E questa prossimità si estende anche ai territori e alle periferie dove la gente abita”.

Per il papa la prossimità è una ‘qualità’ di Dio, che diventa incoraggiamento: “A me piace pensare che la prossimità è una delle qualità di Dio che si è fatto prossimo a noi. Sono tre le cose che fanno vedere Dio: la prossimità: si fa prossimo; la tenerezza: Dio è tenero; la compassione: sempre perdona. Non dimenticatevi questo: prossimità, compassione e tenerezza. Vi incoraggio a continuare a creare reti, a tessere legami, a raccontare il bello e il buono delle nostre comunità, con prossimità, a rendere protagonisti quanti solitamente finiscono a fare le comparse o non vengono nemmeno presi in considerazione”.

E’ un invito ad andare ‘controcorrente’: “La comunicazione rischia di appiattirsi su alcune logiche dominanti, di piegarsi al potere o addirittura di costruire fake news. Non cadete nella tentazione di allinearvi, andate controcorrente, sempre consumando le suole delle scarpe e incontrando la gente. Solo così potete essere ‘autentici per vocazione’, come dice un vostro slogan. E non dimenticate mai quanti sono ai margini, le persone povere, le persone sole e, più brutto ancora, le persone scartate”.

Ed attraverso la vicinanza si arriva al cuore: “Potrebbe sembrare fuori luogo accostare il cuore al mondo tecnologico, come è ormai quello della comunicazione, invece tutto nasce da lì. Non si può osservare un fatto, non si può intervistare qualcuno, non si può raccontare qualcosa se non a partire dal cuore”.

Per questo la comunicazione è un’arte, che nasce dal cuore e diventa carità: “Infatti, il comunicare non si risolve nella trasmissione di una teoria o nell’esecuzione di una tecnica, ma è un’arte che ha al centro la ‘capacità del cuore che rende possibile la prossimità’. Ciò permette di fare spazio all’altro (restringendo un po’ quello dell’io), di liberarci dalle catene dei pregiudizi, di dire la verità senza separarla dalla carità. Mai separare i fatti dal cuore!”

Tale comunicazione rende coraggiosi di essere ‘alternativi’, in quanto tutto dipende dal cuore: “E poi, avere coraggio. Non è un caso che ‘coraggio’ derivi da cor. Chi ha cuore ha anche il coraggio di essere alternativo, senza però diventare polemico o aggressivo; di essere credibile, senza avere la pretesa di imporre il proprio punto di vista; di essere costruttore di ponti. E questo è molto importante: un comunicatore possiamo pensarlo come un ponte, perché il comunicatore necessariamente è un costruttore di ponti”.

Infine dal cuore dipende anche la responsabilità per informare bene: “Ognuno deve fare la propria parte per assicurare che ogni forma di comunicazione sia obiettiva, rispettosa della dignità umana e attenta al bene comune. In questo modo, potremo ricucire le fratture, trasformare l’indifferenza in accoglienza e relazione.

Il vostro è uno di quei mestieri che hanno il carattere della vocazione: siete chiamati a essere messaggeri che informano con rispetto, con competenza, contrastando divisioni e discordie. E sempre ricordando che al centro di ogni servizio, di ogni articolo, di ogni programma c’è la persona: non dimenticare questo. E’ proprio ciò che dà senso alla comunicazione”.

Mentre ricevendo i membri del Real Club de Real Barcelona papa Francesco si è congratulato con Sinner che ha vinto in Australia, sottolineando che il tennis implica un dialogo: “Sembrerebbe che la sfida tra giocatori abbia a che vedere soprattutto con il desiderio di prevalere sull’avversario. Tuttavia, guardando alla storia del vostro club, si può osservare che in realtà, fin dalla sua origine inglese, è espressione dell’apertura dei fondatori a ciò che di buono poteva venire dall’esterno e a un dialogo con altre culture, che ha permesso loro di dar vita a nuove realtà…

Nel tennis, come nella vita, non possiamo vincere sempre, ma sarà una sfida che arricchisce se, giocando in modo educato e secondo le regole, impareremo che non è una lotta ma un dialogo che implica il nostro sforzo e ci consente di migliorarci. Concepire un po’ lo sport non solo come una lotta, ma anche come dialogo. Si instaura un dialogo che, nel caso del tennis, molte volte riesce a diventare artistico”.

E’ un invito a prendersi cura dello sviluppo dei bambini: “E lo sport deve aiutare questo sviluppo, non essere il centro, ma aiutare questo. Perciò vi chiedo: prendetevi cura dei bambini, prendetevi cura di quanti possono beneficiare dei valori dello sport in ambiti sociali complessi, e anche di quanti potrebbero avere successo in competizioni di alto livello. Che non smettano di essere bambini!”

(Foto: Santa Sede)

Fondazione Migrantes: gli stranieri in Italia non sono in aumento

Martedì 17 ottobre è stato presentato il XXXII Rapporto sull’immigrazione, ‘Liberi di scegliere se migrare o restare’, curato dalla Fondazione Migrantes, organismo della Conferenza episcopale italiana che si occupa della pastorale dei migranti, in cui si è evidenzia che il numero degli stranieri in Italia è stabile, confermando che la vera emergenza in Italia è informativa e culturale, come ha commentato il segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Baturi:

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