Tag Archives: Impegno

Il Venerabile Luigi Rocchi, quando la sofferenza ‘si tramuta in danza’

“Ho conosciuto Luigi Rocchi nel 1972 e gli sono stato vicino fino al momento della morte, avvenuta il 26 marzo 1979. Sono andato a casa sua a Tolentino, insieme ad un frate cappuccino, fra Francesco, almeno un centinaio di volte. Luigi è stata una personalità di grande livello. E’ stato in amicizia con l’allora vescovo della diocesi di Macerata, mons. Ersilio Tonini, e con il prelato di Loreto, mons. Loris Capovilla, già segretario di papa san Giovanni XXIII”.

Così è iniziata la testimonianza di Silvestro (Silvio) Profico all’Abbadia di Fiastra, nella diocesi di Macerata, nel cammino giubilare proposto da don Rino Ramaccioni, con la collaborazione dell’Azione Cattolica diocesana, il Sermirr di Recanati ed il Sermit di Tolentino, sul venerabile Luigi Rocchi ‘uomo di speranza’.

Il Venerabile Luigi Rocchi è nato a Roma il 19 febbraio 1932. Poco dopo la famiglia si trasferì a Tolentino, loro città di origine. Dall’età di quattro anni, iniziò a manifestare una serie crescente di patologie: cadeva continuamente; a scuola non era in grado di muoversi e di correre come gli altri bambini, finendo per essere emarginato; per ricevere la Prima Comunione, dovette avanzare verso la balaustra sorretto dalla mamma.

Gli fu diagnosticata la distrofia muscolare progressiva o morbo di Duchenne. Cominciò ad aver bisogno di un bastone per camminare, poi di due, alla fine anche una pietruzza diventava per lui un ostacolo insormontabile e per salire al piano superiore di casa i familiari dovevano caricarselo in spalla. Inoltre, a nove anni fu coinvolto in un incendio per un bombardamento aereo, che gli lasciò in eredità una completa calvizie.

Di fronte a questa situazione, ebbe inizialmente un comprensibile atteggiamento di ribellione, che produsse in lui tristezza, crisi esistenziale, abbandono della fede e completa disperazione. La sua mamma, una donna dalla fede semplice e convinta, giunse ad accettare la malattia del figlio e a tenerselo in casa, contrariamente all’abitudine dell’epoca di ricoverarlo in qualche istituto, ripetendo spesso una frase: ‘Luigino, Gesù ti ama’, che sarà l’inizio della sua conversione.

Nel frattempo, giunto in età giovanile, Luigi dovette ritirarsi da scuola, rinunciare a formarsi una famiglia, perdere il lavoro da sarto, perché non più in grado di tenere l’ago tra le dita, rinunciare alle compagnie di cui era l’anima e vivere in una cupa solitudine. Si mise a letto a diciannove anni, imprecando contro il suo destino. Ma, attingendo ai valori appresi in famiglia, in parrocchia e nell’Azione Cattolica, frequentata durante l’adolescenza, egli ebbe un moto di reazione e, con la forza disperata di un naufrago, rivolse la sua invocazione a Gesù crocifisso. La preghiera a poco a poco divenne il respiro della sua giornata.

In quel periodo iniziò a partecipare ad alcuni pellegrinaggi a Lourdes e a Loreto e alle diverse iniziative dell’UNITALSI e dei ‘Volontari della sofferenza’ e strinse amicizia con altri infermi, che lo aiutarono ad accogliere la sua situazione come una speciale partecipazione all’amore di Dio e alla sofferenza di Gesù. Immerso sempre più nel mistero della croce e continuando a ‘sentirsi un niente, ma un niente visitato da Dio’, morì a Macerata il 26 marzo 1979.

Chi era Luigi Rocchi?

“A lui piaceva la frase: ‘Quando si una candela si può scegliere solo di ardere in una cantina o su un altare’; lui aveva scelto l’altare. Vedeva il mondo in una finestra, ma aveva imparato a proiettare il suo sguardo verso orizzonti infiniti: la condizione sofferente di ogni uomo o donna era per lui un orizzonte conosciuto, nel quale la sua delicatezza dell’animo si muoveva agilmente, come i piedi e le mani non potevano, in cui egli non era spettatore, ma protagonista; non un ‘povero’ da consolare, ma un consolatore. Per me è stato, ed è ancora ogni volta che rileggo le sue lettere conservate gelosamente, uno ‘scomodo’ consigliere spirituale. Dal suo letto, immobile, era coinvolto, meglio di me, nel vivo dei problemi del mondo. Era un ‘gigante’ di fede e di impegno sociale”.

Come ha conosciuto il venerabile Luigino Rocchi?

“Io facevo parte di un’associazione di solidarietà internazionale, ‘Rete Radiè Resch’, che aiutava i cristiani in Terra Santa e mons. Oscar Romero, ed un’amica di questa associazione, Gabriella Bentivoglio, conosceva Luigi e lo ha avvicinato all’associazione e da quel momento ha fatto parte dell’associazione,diventando la nostra ‘anima’ vivente, il consigliere spirituale, perché si immedesimava in tutti i problemi del mondo, pur stando inchiodato ad un letto pieno di sofferenze; però amava tutti ed aveva un legame forte in Dio e nell’umanità. Si coinvolgeva in ogni realtà. Noi sostenevamo le popolazioni della Terra Santa, del Centro America con mons. Romero, e dell’Argentina con le ‘Madri di Plaza de Mayo’. Lui, sofferente, camminava con noi, facendo sue le nostre proposte attraverso la preghiera e con i contributi scritti: è stato un gigante della fede”.

Per quale motivo era un ‘crocifisso’ vivo?

“Luigi ha ben coniugato l’amore per Dio con l’amore per il prossimo, seguendo tutti i problemi vicini e lontani: era diventato una ‘cattedra’ di alta umanità in cui Dio e l’uomo sono strettamente legati: il mare ed il vento sono di Dio, la barca ed i remi sono degli uomini, soleva ripetere. L’uomo è compartecipe della creazione di Dio e deve impegnarsi nel disegno di Dio: la Provvidenza fa la sua parte, ma ci chiede di cooperare. Ha ‘teorizzato’ il ruolo dei laici nella Chiesa: essere attivi per non dimenticare i ‘crocifissi’ vivi, perché i poveri hanno bisogno di amore e dignità, prima del pane, di giustizia e non di elemosina, in quanto affermava che era impossibile salvarsi da soli: ‘siamo in una nave e se la nave affonda tutti affogano’. Lui si è definito ‘partigiano’ della speranza, in quanto non pensava solo alla propria malattia”.

E cosa significava, per lui essere ‘partigiano’ della speranza?

“Sul suo letto c’erano i problemi di tutti. Era un maestro del ‘noi’, perché era la comunità che andava coniugata: ‘ La mia sofferenza è quella degli altri; la mia croce è l’impotenza ad aiutare gli altri’. Quindi vedeva tante necessità e non poteva fare niente, ma nutriva speranza in Dio. Il suo ‘compito’ era portare speranza e non il compatimento della sofferenza per la sua malattia. Aiutava chi era nella disperazione, come ha raccontato il card. Capovilla ad un convegno dei medici cattolici: neanche Gesù amò la croce, ma volle amare l’uomo a costo della croce. Quella di Luigi Rocchi è una testimonianza rara di speranza per un ammalato così grave”.

In quale modo il venerabile Rocchi, pur ‘inchiodato’ in un letto, si interessava del mondo?

“Noi andavamo molto spesso a trovarlo e gli abbiamo regalato anche un televisore, che non possedeva per mancanza di soldi, e da quel momento (con l’aiuto del nipote ad accenderlo) si sentiva coinvolto nelle sofferenze del mondo: si sentiva parte della comunità e cittadino del mondo. Infatti diceva che non ci si salva  da soli, invitandoci ad essere solidali ed ad essere parte attiva della comunità in cui si vive. La televisione è stata una porta di accesso al mondo, scoprendo le sofferenze dell’umanità”.

(Tratto da Aci Stampa)

Accendiamo la solidarietà: donati € 18.750 alla San Vincenzo De Paoli per sostenere famiglie in difficoltà

Si è svolto presso lo Sporting Club di Monza l’evento “Accendiamo la solidarietà”, nato dalla collaborazione tra il Lions Club Monza Parco e Neoen Philanthropy, azienda francese leader mondiale nella produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. L’iniziativa ha permesso di raccogliere e donare18.750 euro alla Società di San Vincenzo De Paoli che individuerà e destinerà l’intera somma ai nuclei familiari di Monza e Brianza impossibilitate a pagare le bollette elettriche a causa delle difficoltà economiche.

In un momento storico in cui le famiglie hanno difficoltà ad affrontare le spese domestiche, e in particolare quelle legate alle utenze, questa donazione assume un valore simbolico e concreto di vicinanza e speranza, come evidenziato dalla Società di San Vincenzo De Paoli da sempre impegnata sul territorio e vicina ai bisogni della comunità.

“Al Nord le famiglie indigenti si sono raddoppiate e solo nel 2024 –  spiega il Presidente della Società di San Vincenzo De Paoli di Monza, Stefano Bellini – il nostro impegno unito al sostegno di tanti benefattori ha permesso a 194 famiglie di uscire dalla condizione di povertà in cui erano sprofondate”. Una sinergia di intenti volta al bene comune ha consentito di avviare un’azione che contribuirà a sconfiggere la povertà e il disagio.

Il presidente del Lions Club Monza Parco, Pasquale Cammino, ha evidenziato il ruolo centrale dei Lions nelle opere umanitarie e di servizio alla comunità. I Lions Club operano da 107 anni e sono un esempio di perseveranza e impegno nella società con 1,4 milioni di soci e quasi 50.000 club presenti in 200 paesi al servizio dei bisognosi.

Nel segno della solidarietà, del servizio e della speranza la Società di San Vincenzo De Paoli e i Lions Club operano rispettivamente da 191 e 107 anni per il bene comune. Le realtà coinvolte hanno potuto unire le forze per realizzare progetti concreti a favore delle persone più fragili e propagare il bene senza spegnere la vocazione che da sempre accompagna la Società di San Vincenzo De Paoli e i Lions Club e i suoi membri: il contrasto alla povertà e all’emarginazione.

Carlo Vergani e Andrea Bartolini, promotori dell’iniziativa, hanno sottolineato come la collaborazione tra Lions e Neoen rappresenti un esempio virtuoso di impegno sociale: da una parte l’azione filantropica dei Lions, sempre attenti a servire la comunità attraverso progetti solidali, dall’altra la responsabilità sociale di Neoen, che unisce competenze tecnologiche avanzate a un impegno concreto nel sostegno delle comunità locali.

La serata ha visto la partecipazione di numerose autorità lionistiche, civili e religiose, tra cui il sindaco Paolo Pilotto, il cerimoniere del club Filippo Lavaggi. L’arciprete di Monza, monsignor Marino Mosconi, ha espresso pieno apprezzamento per l’iniziativa sottolineando quanto sia importante porre lo sguardo sulle persone bisognose. Richiamando l’impegno sociale del nuovo Pontefice Leone XIV, in continuità con gli insegnamenti della “Rerum Novarum”, il presule ha poi concluso il suo discorso con le parole di Madre Teresa di Calcutta: “Tante gocce formano il mare”.

Un momento particolarmente significativo è stato il conferimento della ‘Melvin Jones Fellows Progressiva’ a Carlo Vergani, massima onorificenza lionistica che riconosce l’impegno umanitario e la dedizione nel servizio per l’organizzazione dell’evento.

L’evento si è concluso con un momento musicale di alto livello, con l’esibizione dell’ensemble ‘Wind Rose Quartet’, specializzato in repertori per quartetti di flauti, e del giovane talento Mattia Augeri, undicenne allievo della scuola musicale dello Sporting Club, che ha eseguito con maestria brani di Beethoven e Debussy.

Dal Giffoni Film Festival un messaggio: la pace non è utopia, ma un impegno quotidiano

Premio Ercole per Rosario Valastro, presidente della Croce Rossa Italiana, ospite della sezione ‘Impact!’ al Giffoni Film Festival, per ‘il suo instancabile impegno umanitario, testimone di un’Italia che protegge, accoglie e non si arrende’ che nell’incontro con i giffoner ha toccato molti temi (dalla situazione umanitaria a Gaza al cambiamento climatico, passando per l’emigrazione):

“Sono contento di essere qui, davanti a una platea di giovani. I giovani si dice che sono il futuro. Per me è inaccettabile. Perché sì, sono anche il futuro, ma i giovani sono soprattutto il presente. L’errore più grande che noi adulti facciamo è parlare di giovani e non parlare con i giovani… Questo incontro mi ricorda l’assemblea di istituto di oltre 30 anni fa quando nel mio liceo venne la Croce Rossa e io decisi di diventare volontario”.

Diversi i temi oggetto delle domande. Ad iniziare dalla crisi climatica e dal ruolo della Croce Rossa: “Siamo in una fase in cui non ci possiamo preoccupare più solo della prevenzione ma ci dobbiamo occupare della mitigazione, cioè di mitigare gli effetti che i cambiamenti climatici hanno su di noi. Tutto questo anche per via del fatto che troppo spesso qualcuno ha messo in dubbio il cambiamento climatico”.

Al centro del dibattito, anche la criminalizzare delle organizzazioni non governative: “Negli ultimi dieci anni c’è stata una sorta di involuzione nei confronti di chi aiuta gli altri. Aiutare gli altri prima era considerato un atto da lodare, oggi quasi un atto da fessi; chiunque portava aiuto ha iniziato a essere guardato male. Eppure, noi abbiamo cercato di sottolineare davanti ai governi, inutilmente, che il portare aiuto risponde non solo al principio di portare amore alle proprie comunità, ma anche al rispetto delle convinzioni di Ginevra”.

Il riferimento è anche al portare aiuto a chi arriva dal mare, sempre “in base a convenzioni che gli Stati hanno firmato. Parliamo, cioè, di impegni che lo Stato ha preso. Invece, quanto ai migranti, è passata l’idea che chi viene è un fannullone e chi aiuta sta aiutando fannulloni. Niente di più falso”. Valastro ha ricordato che la Croce Rossa Italiana è presente nei porti di diverse città, “a Lampedusa e non solo. Quando arrivano quelle persone, le situazioni di violenza a sconforto che ascoltano volontari e operatori sono tante. Prendersela con chi aiuta è incomprensibile non solo sotto un profilo umano, ma ancora prima sotto un profilo logico”.

Il discorso è arrivato inevitabilmente alla situazione in corso nella Striscia di Gaza: “Non è mai troppo tardi perché qualcuno possiamo salvarlo ma quello che sta succedendo quasi nel silenzio istituzionale è irrazionale… Nella Striscia di Gaza è iniziato qualcosa che va fuori dalle regole. Ovviamente va fuori dalle regole l’attacco di Hamas e il fatto che Hamas abbia torturato e tenga ancora in ostaggio le persone. Ma è fuori dalle regole attaccare la popolazione civile addirittura mentre sta andando a prendere gli aiuti umanitari. E’ fuori dalle regole non consentire alla Croce Rossa di portare aiuti. E’ fuori dalle regole bombardare ospedali: attaccare un ospedale ha come scopo solo creare sofferenza ulteriore”.

Infine ha invitato a non assuefarsi al male: “Non credo che ci possiamo assuefare a una cosa del genere, non credi sia possibile. E se lo credessi dovrei togliermi l’emblema che porto e fare un’altra cosa… Stiamo cercando di spingere il governo israeliano a farci rientrare. Lo stiamo facendo in silenzio”.

Inoltre il tema di #Giffoni55 si è amplificato per una missione capace di costruire un futuro, come sottolineano il presidente onorario Generoso Andria e la direttrice Alfonsina Novellino: “In un tempo in cui tutto corre veloce, fermarsi per ascoltare il silenzio del cuore è un atto rivoluzionario. La fede è luce nei momenti bui, la pace è il dono più grande che possiamo coltivare e trasmettere. Con piccoli gesti, con parole sincere, con la forza dell’ascolto e della speranza, possiamo essere strumenti d’amore.

Che ogni giorno sia occasione per tendere la mano, per scegliere la gentilezza come forma di coraggio. Fondazione Aura crede in un mondo dove la pace non è utopia, ma impegno quotidiano. Un mondo dove la fede diventa azione, e l’amore per l’altro diventa strada da percorrere insieme”.

Infatti nell’ambito di questa finalità sociale, si inserisce il Premio AURA, rappresentate la Nike di Samotracia. Maestosa, protesa in avanti, avvolta dal vento della storia e del destino, la Nike di Samotracia è da secoli simbolo universale di vittoria. Non una vittoria qualunque, ma quella che nasce dal movimento, dalla resistenza, dalla bellezza dell’agire umano in armonia con lo spirito e il tempo. Da questa potente immagine prende forma il Premio AURA, concepito come un riconoscimento autentico e profondo a chi incarna i valori della forza, della costanza, della condivisione e dell’unione.

Ad introdurre l’incontro è stato il fondatore e direttore di Giffoni, Claudio Gubitosi, che ha ricordato il lungo percorso di collaborazione con Fondazione Con il Sud e con l’impresa sociale Con i Bambini, nato con il progetto ‘Sedici modi di dire ciao’: “Abbiamo scelto di lavorare nelle regioni che amiamo di più, quelle che hanno più bisogno di noi. Luoghi che ci riportano alle nostre origini, a una povertà che era dignitosa. Abbiamo fatto tanto e bene. Ringrazio il Dipartimento Progetti Speciali, guidato da Marco Cesaro, per il lavoro svolto in questi anni”.

Ad illustrare il senso e lo spirito della campagna Ortensia Ferrara, responsabile dei Progetti Editoriali e Comunicazione di Con i Bambini: “Non sono emergenza nasce dall’idea che i ragazzi non sono un problema da gestire, ma protagonisti da ascoltare. Abbiamo usato strumenti diversi: una panchina per raccogliere storie, cartoline, pubblicazioni come quello di Carlo Beorchia. Immagini e video per raccontare la loro ricerca di benessere psicologico, è stata la linea dominante della campagna”.

Visibilmente emozionata la regista Arianna Massimi, ha condiviso la genesi del documentario: “E’ un progetto che nasce da me adolescente. Ho voluto raccontare un mondo interiore fatto di difficoltà che ho vissuto in prima persona. La salute mentale è un tema da affrontare anche in termini collettivi, quasi epidemici. Con questo lavoro ho voluto dare forma alla dimensione condivisa del dolore e della fragilità. Era giusto e necessario che ‘Non sono emergenza’ fosse una campagna online perché doveva utilizzare proprio quegli strumenti che spesso amplificano condizione di disagio”.

A chiudere l’incontro, le parole del fotografo Riccardo Venturi, che ha ideato e partecipato alla campagna con i suoi scatti: “Questi ragazzi sono, oserei dire, la parte sana di una società malata. Hanno il coraggio di metterci la faccia anche per noi. Con le loro testimonianze non hanno solo voluto lanciare un grido di dolore, ma dare uno squillo di tromba, suonare la sveglia ai loro coetanei, a chi vive la loro stessa condizione, il loro stesso disagio ma non lo esprime”.

(Foto: Giffoni Film Festival)

Attilio Momi è il nuovo Presidente del Consiglio Centrale di Vittorio Veneto – Società di San Vincenzo De Paoli ODV

Cambio al vertice per il Consiglio Centrale di Vittorio Veneto Società di San Vincenzo De Paoli ODV. Attilio Momi è stato ufficialmente nominato nuovo Presidente, assumendo un incarico di grande responsabilità all’interno di un’organizzazione che, da anni, opera silenziosamente a fianco delle persone più fragili del territorio.

Nel suo primo intervento da neo eletto, il Presidente Momi ha voluto esprimere un sentito ringraziamento a tutti coloro che hanno riposto in lui fiducia e sostegno: “Sono ottimista e carico per il lavoro che ci apprestiamo a fare insieme ai membri dell’Ufficio di Presidenza e alle Conferenze della nostra Diocesi. Si tratta di un impegno prezioso, rivolto alle famiglie e alle persone in difficoltà, con una visione che considera l’aiuto non come semplice assistenza, ma come accompagnamento in un percorso di miglioramento e crescita”.

Parole che delineano chiaramente l’approccio che il nuovo Presidente intende promuovere in linea con il carisma della Società di San Vincenzo De Paoli: non solo fornire aiuti materiali, ma costruire relazioni di vicinanza e percorsi di rinascita per chi si trova in situazioni di disagio. Durante la cerimonia di nomina, Attilio Momi ha voluto rivolgere un ringraziamento particolare anche alla Presidente Nazionale dell’Associazione, Paola Da Ros, e al Consigliere Spirituale, Don Andrea Forest, entrambi presenti.

“La loro presenza è stata per tutti noi un forte segno di comunione e sostegno”, ha sottolineato, evidenziando l’importanza della collaborazione tra i vari livelli dell’organizzazione e del sostegno spirituale che accompagna il servizio quotidiano dei volontari vincenziani. Con la nomina di Attilio Momi, il Consiglio Centrale di Vittorio Veneto si appresta dunque a intraprendere un nuovo inizio, nel solco dei valori dell’Associazione e con lo sguardo rivolto al futuro per continuare a essere un punto di riferimento concreto e umano per chi vive situazioni di solitudine, povertà o emarginazione e non solo.

Si intende contribuire alla costruzione di un tessuto sociale più giusto e inclusivo con progetti mirati che agiscono su diversi fronti. Spiccano due iniziative di particolare rilievo: il progetto sulla legalità nelle scuole ‘ScegliAmo Bene –Giornata per la legalità e per una comunità responsabile’ ed il corso di italiano per mamme straniere, ‘Italiano in Movimento’.

“Intendiamo abbracciare il progetto ‘ScegliAmo Bene – Giornata per la legalità e per una comunità responsabile’ promosso dalla Società di San Vincenzo De Paoli in collaborazione con il Settore Carcere e Devianze”, confida Attilio Momi. L’iniziativa è rivolta alle scuole italiane e attraverso incontri, dibattiti elaboratori, accompagna i giovani nella costruzione della propria identità civica, stimolandoli a riflettere sull’importanza delle scelte consapevoli, del rispetto delle regole e del bene comune.

“In un contesto sociale segnato da frammentazione e perdita di punti di riferimento, questa azione educativa rappresenta un seme di speranza per costruire una comunità più responsabile e coesa” ha specificato il Presidente Momi. Il progetto ‘Italiano in Movimento’ è stato avviato dalla Conferenza di Oderzo. Si tratta di un corso di lingua italiana rivolto a mamme straniere e rappresenta un importante strumento di integrazione, di sostegno concreto e personalizzato alle donne assistite. Il corso favorisce l’incontro tra culture diverse e sostiene le partecipanti nell’acquisizione di competenze linguistiche fondamentali per la vita quotidiana e l’inserimento sociale.

“Accanto ai progetti culturali ed educativi – dichiara Attilio Momi – il Consiglio Centrale di Vittorio Veneto intende proseguire nella valorizzazione del patrimonio costruito nel tempo insieme alle singole Conferenze. L’attenzione alla persona, nelle sue molteplici dimensioni e necessità, continuerà a rappresentare la nostra priorità. A tal fine verrà mantenuta una stretta collaborazione con le amministrazioni comunali, i benefattori locali e le realtà del volontariato.

Saranno inoltre promosse nuove iniziative rivolte in particolare alle giovani generazioni, come borse di studio e contributi per il trasporto scolastico, con l’obiettivo di sostenere concretamente il diritto allo studio e accompagnare i ragazzi nel loro percorso di crescita personale e formativa”, conclude.

Un insieme di azioni e progetti che mettono in luce la varietà e la profondità dell’impegno quotidiano del Consiglio Centrale che opera nel segno di una solidarietà concreta. L’Ufficio di Presidenza e tutte le Conferenze della Diocesi guardano con fiducia al nuovo corso, certi che sotto la guida del neo Presidente si proseguirà nel cammino di servizio e dedizione che da sempre caratterizza questa storica realtà.

(Foto: Società San Vincenzo  de’ Paoli)

Pier Giorgio Frassati, santo con Acutis il 7 settembre

Il 7 settembre, insieme a Carlo Acutis – di cui molto si è parlato in questi anni – un altro giovane, seppure di un’epoca diversa, sarà dichiarato santo. Ci riferiamo a Pier Giorgio Frassati, torinese e di famiglia benestante, che ha speso la sua vita per i poveri e si è battuto per la giustizia sociale.

A questa figura, di cui ricorre il centenario della morte proprio in questo anno giubilare, Editrice Punto Famiglia ha dedicato un libro appena uscito: Pier Giorgio Frassati. Fino alle vette (scritto da Giovanna Abbagnara, Paola Ciniglio, Cecilia Galatolo).

È stato un laico, studente di ingegneria, che aveva il desiderio di entrare nel mondo del lavoro per cambiarlo dall’interno, per difendere i diritti dei lavoratori più sfruttati. Molti gli dicevano che avrebbe potuto anche non studiare e non lavorare, vivendo di rendita, dato che la sua famiglia era ricchissima, ma per lui il lavoro non era un mezzo per accumulare e nemmeno aveva solo il fine del sostentamento: lo vedeva come una missione, voleva fare la sua parte per migliorare la realtà, per santificare le attività quotidiane.

Frassati vide nascere la dittatura di Mussolini e ben presto ne ebbe un’opinione molto negativa: invitava tutti a non scendere a compromessi con il regime. Era un ragazzo profondo, sensibile, che amava leggere ed era assetato di verità: voleva capire sempre di più il mistero dell’essere umano.

Si interessava particolarmente di questioni sociali. Al termine della prima grande guerra (1918), i problemi erano molteplici e si respiravano ancora fortissime tensioni politiche. Pier Giorgio, che desiderava contribuire ad un futuro di pace e di fratellanza, credeva nei valori dell’uguaglianza e della libertà. Per lui, non dovevano esistere divari ingiusti tra persone estremamente ricche e altre che vivevano nella miseria. Sosteneva che i beni dovevano essere distribuiti equamente.

Non bastava neppure che i più benestanti fossero caritatevoli: i problemi legati alla disparita sociale andavano risolti sul piano dell’ordinamento sociale. Si aggregò al Partito Popolare Italiano, fondato da don Luigi Sturzo nel 1919. Dopo un periodo di ‘quarantena’, dovuta al fatto che era imparentato con il Frassati notissimo liberale, fu accolto nel partito.

Non occupò mai posti di prima linea, dava, piuttosto, la sua disponibilità nei servizi più umili, come andare con le “squadre volanti” ad appendere manifesti di notte. Promuoveva il partito negli oratori ed era pronto a portare calma se si accendevano delle discussioni con attivisti di altri partiti.

Frassati è un grande esempio di umiltà anche per noi oggi, che spesso siamo alla ricerca di successo, di visibilità, di approvazione. Forse disprezziamo le mansioni più umili, sentendoci feriti nell’orgoglio quando ci vengono affidati compiti di “poco conto”.

Per Frassati, che mai ostentò le sue origini, molto invidiate, ogni atto di servizio fatto con amore era importante. Lui che viveva in una società che divideva le persone in strati, che aveva respirato in casa e con gli amici di famiglia la presunta superiorità del suo ceto sociale era in grado di non fare distinzioni, di andare all’essenziale. Diceva “sì” a quei compiti più snobbati, perché sapeva che la grandezza della vita non si misura col metro di misura del prestigio, ma dalla capacità di amare.

Morì per una poliomielite, probabilmente presa per aiutare i poveri del suo quartiere. Una folla grandissima prese parte ai funerali di Pier Giorgio: c’erano gli amici, i poveri che aveva assistito e amato, ma anche dei personaggi di rilievo, dato che apparteneva a una famiglia particolarmente in vista. Ci fu qualcuno che, per lo stuolo di persone che si erano presentate, paragonò i funerali del Frassati a quelli di San Giovanni Bosco, un santo molto amato, soprattutto a Torino.

Fu dichiarato beato da Giovanni Paolo II il 20 maggio 1990 e si appresta ad essere canonizzato da Papa Leone XIV. Di fronte alla fama di santità, che crebbe subito dopo la morte, fu il padre il primo a convertirsi: vedendo quanto amato fosse suo figlio disse che, fino a quel momento, non aveva mai conosciuto davvero suo figlio…

Papa Leone XIV all’Ordine di Malta invita ad essere testimoni di Gesù

“Sono particolarmente lieto d’indirizzarvi questo mio messaggio in occasione della celebrazione della solennità di San Giovanni Battista, protettore del vostro Ordine religioso, che ne porta il nome. La Chiesa vi ringrazia per tutto il bene che fate lì dove c’è bisogno di amore, in situazioni talvolta molto difficili”: ieri, festa di san Giovanni Battista papa Leone XIV ha indirizzato una lettera ai membri del Sovrano Militare Ordine di Malta, in cui ha ricordato l’importanza di discernere i segni dello Spirito per non cadere nella mondanità.

Per questo ha ricordato quale è stata la missione del Battista: “Possiamo dire che san Giovanni Battista fin da prima della sua nascita ha adempiuto la missione ricevuta da Dio di essere annunciatore di Gesù. Lo farà con radicale austerità durante tutta la sua vita. La sua idea di Messia all’inizio era ancora troppo legata a quella di giudice rigoroso”.

Però anche lui è stato chiamato a convertirsi per dare testimonianza: “Gesù lo aiuta a cambiare prospettiva, a convertirsi, innanzitutto quando si presenta a lui chiedendo di essere battezzato, umilmente mischiato tra tanti penitenti. Dopo questa manifestazione, Giovanni indica Gesù come l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Seguendo il suo invito, due dei suoi discepoli si fanno discepoli di Gesù. Ed il Battista, dando la sua vita nell’affermazione della verità, si farà testimone di Gesù, che è la Verità”.

Per tale sua missione è patrono dell’Ordine di Malta: “San Giovanni Battista, vostro celeste Protettore, deve illuminare la vostra vita e la missione che nella Chiesa siete chiamati ad adempiere per azione dello Spirito Santo. Il vostro Ordine ha come finalità la tuitio fidei e l’obsequium pauperum”.

Quindi il papa ha sottolineato questi due particolari ‘doti’: “Due aspetti di un unico carisma: la fede che viene propagata e tutelata nella dedizione amorosa ai poveri, agli emarginati, a tutti coloro che hanno bisogno del sostegno, dell’aiuto altrui. Non limitarsi a soccorrere le necessità dei poveri, ma annunciare loro l’amore di Dio con la parola e la testimonianza. Se venisse a mancare questo, l’Ordine perderebbe il proprio carattere religioso e si ridurrebbe a essere un’organizzazione a scopo filantropico”.

L’amore può essere ricevuto solo se ci si abbassa: “L’amore che ognuno di noi deve offrire agli altri è quello che si pone al livello di chi lo riceve, così come ha fatto Gesù che si è messo al nostro livello, solidale con chi è disprezzato, con coloro ai quali è tolta la vita perché considerata di nessun valore.

Perciò Gesù può ricevere una risposta d’amore da noi, perché in questo suo abbassarsi ci comunica il suo amore, che possiamo restituire a Lui nella gratitudine. Così è con il povero. Se lo amiamo mettendoci al suo livello, l’amore che gli comunichiamo ci ritorna nella sua gratitudine, fatta non di umiliazione, ma di gioia. E’ questa la tuitio fidei, perché così facendo voi trasmettete concretamente la fede in Dio amore, offrendo l’esperienza della sua vicinanza”.

Insomma è una ‘resistenza’: “Anche Gesù è stato tentato in questo, quando il maligno ‘gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria’ e gli promise di darglieli, se lo avesse adorato. Ma allora Gesù non sarebbe più stato il Servo sofferente di Dio, che nell’umiltà si spoglia di ogni potere mondano per conquistare, con l’amore, l’amore dell’uomo. Gesù riafferma, anche in questa tentazione particolarmente subdola, la supremazia di Dio e non si vende alla potenza di questo mondo. Se avesse acconsentito alla tentazione, Gesù avrebbe adottato dei mezzi illeciti e non avrebbe conseguito il fine posto dal Padre alla sua missione”.

Tale missione è chiesta anche all’Ordine di Malta: “L’Ordine di Malta, nel corso della storia, ha assunto a seconda delle contingenze mezzi differenti, che però vanno vagliati nella loro validità attuale per raggiungere il fine di tuitio fidei e obsequium pauperum.

Lungo i secoli, l’Ordine ha assunto una sempre maggiore rilevanza nell’ambito internazionale, un tipo del tutto particolare di sovranità, con prerogative in tale ambito che devono necessariamente essere funzionali alla finalità di tuitio fidei e obsequium pauperum”.

Per tale motivo il papa ha esortato a non tralasciare tali prerogative: “Se tali prerogative venissero da voi usate lasciandovi attrarre nella mondanità, magari senza accorgervene, proprio per l’illusione che la mondanità comporta, correreste il pericolo di agire perdendo di vista il fine. E’ da fare continuamente nostro quanto insegnato da Gesù, che non ha chiesto al Padre di toglierci dal mondo, perché ci manda nel mondo, ma che non siamo del mondo come Lui non è del mondo; e ha chiesto al Padre che ci custodisca dal maligno”.

 Mentre a Torino, il card. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, ha evidenziato il valore di una nascita: “Nel riportare la notizia della natività di Giovanni il Battista, l’evangelista Luca non spende molte parole. Gliene bastano pochissime. Liquida la questione in un solo versetto. Sembra decisamente più interessato a rilevare quali siano i sentimenti e le reazioni di chi fa i conti con l’assolutamente inedito di quella nascita: gli astanti, i parenti, i vicini. Quasi a dirci che la natività di Giovanni come quella di ogni cucciolo d’uomo avviene solo laddove si crei uno spazio di attesa, di accoglienza calda, di apertura fattiva alla novità imprevedibile che ogni nuovo nato rappresenta e porta con sé”.

Un’omelia che ha affrontato la responsabilità degli adulti: “Quasi a dire che non ci può essere sopravvivenza di nessun infante se non c’è riconoscimento, cura e presa in carico da parte del mondo degli adulti. Quasi a rimarcare ciò che non avrebbe neppure bisogno di essere rimarcato, tanto è inscritto nelle fibre del nostro essere, ma che può essere oscurato ad ogni generazione dal peccato degli uomini, quello che Bonhoeffer descrive in maniera lucida come il cor in se curvum: che, cioè, la vita umana, perché si dia e ci sia, perché cresca e perché si esprima, domanda che qualcuno vi si chini sopra benevolmente, vi si accosti con meraviglia, la accolga con senso di responsabilità, con attesa indifesa e con la decisione ferma e tenace di mettere a disposizione ad ogni passo tutto ciò che quella vita richiede per essere custodita, protetta, alimentata, fatta crescere, educata”.

Infatti ogni nascita comporta una responsabilità adulta: “Quasi a dire, in definitiva, che solo se ci sono donne e uomini adulti capaci di non avere paura e di accogliere la libertà inedita che ogni nuovo nato rappresenta, solo allora può esserci davvero e fino in fondo la nascita e la presa in carico di un nuovo essere umano.

Forse per questo Luca è così spiccio nell’annotare la natività del Battista, mentre si sofferma più a lungo a rimarcare il senso di gratitudine e di profonda gioia che essa inietta attorno a sé. Una gratitudine e una gioia tanto più intense quanto più esprimono il riconoscimento della straordinarietà di quella nascita: Giovanni è infatti il frutto dell’attenzione e della misericordia di Dio verso il suo popolo”.

Per diventare adulto è necessaria l’educazione: “Non solo. L’evangelista riassume tutta la fanciullezza del Battista con parole altamente simboliche. Il fanciullo cresce e si fortifica nello spirito, abitando regioni desertiche, luoghi cioè che per lungo tempo lo rendono invisibile agli occhi dei più. Ma questo tempo non è infinito. Arriva il giorno in cui si manifesta davanti a Israele. Il verbo, nel testo greco originale, è molto significativo: indica il momento del manifestarsi, ma anche del prendere il proprio compito, dell’assumere la propria funzione pubblica”.

Società di San Vincenzo De Paoli: immagini e voci che escono dal carcere

Dare spazio a chi il carcere lo attraversa ogni giorno, da dentro e da fuori affinché il racconto non si fermi alla riflessione e alla suggestione, ma si apra anche al cambiamento e alla speranza. Con questo intento, la Società di San Vincenzo De Paoli, insieme ad altre Associazioni ed Enti che operano stabilmente nella Casa Circondariale ‘Don Bosco’ di Pisa, è stata coinvolta dalla Fondazione ‘Opera Giuseppe Toniolo’, in occasione della Mostra fotografica ‘Prigionieri’ di Valerio Bispuri, dedicata al mondo carcerario italiano e allestita a Palazzo Toniolo dal 12 al 29 aprile 2025.

Volontari, operatori ed ex detenuti, attraverso i Podcast realizzati in collaborazione con Radio Incontro Pisa, hanno condiviso esperienze che parlano di rinascita, ascolto, cambiamento e impegno in ambito educativo, assistenziale, spirituale e culturale nelle carceri.

Cinzia Maccotta, Coordinatrice del Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli per la regione Toscana, ha raccontato a Radio Incontro Pisa la sua esperienza in carcere come volontaria. Vissuti che le hanno permesso di conoscere una realtà complessa, fatta di un quotidiano in cui affiorano gesti, volti segnati dall’attesa, dalla sofferenza, dalla rabbia, dalla solitudine e dalla speranza:

“Ho iniziato il volontariato in carcere nel 2018 e mi occupo della distribuzione del vestiario. Un sostegno materiale che ci consente di portare avanti un’attività caritativa lontana da preconcetti e giudizi”, ha confidato Cinzia.

ll volontariato penitenziario da sempre occupa un numero significativo di vincenziani su tutto il territorio nazionale. Ascolto, assenza di giudizio, ciò che conta è la persona e non il reato che ha o avrebbe commesso, sostegno morale e materiale nel difficile percorso di reinserimento sociale a fine pena dei detenuti, sono le principali azioni dei volontari quando ogni giorno varcano i cancelli degli Istituti di pena:

“Quando si varcano le mura del carcere avverti un forte senso di timore e di responsabilità”, ha affermato la Coordinatrice Maccotta. Non è facile mostrare vicinanza, infondere speranza a un’umanità affranta dalla consapevolezza del reato compiuto e dall’angoscia di non poter più rimediare.

Ma ci sono delle luci, come quella accesa dal Protocollo d’Intesa tra la Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV ed il Ministero della Giustizia, che ha permesso la stipula di accordi territoriali come quello del Consiglio Centrale di Pisa che “consentirà ai detenuti del Carcere Don Bosco, ammessi ai lavori di pubblica utilità o in messa alla prova, di prestare attività di supporto ai servizi socio-assistenziali e socio-sanitari della nostra Associazione, come misura alternativa”, ha specificato Cinzia Maccotta.

La Società di San Vincenzo De Paoli, attraverso il Settore Carcere e Devianza, presta particolare attenzione al contesto carcerario offrendo non solo aiuti materiali, beni di prima necessità, ma anche la progettazione e la realizzazione di percorsi formativi orientati all’istruzione, al lavoro e alla promozione della cultura della legalità. Perché educare alla legalità significa educare alla libertà, al rispetto, alla responsabilità.

Il Settore Carcere e Devianza organizza anche il Premio Carlo Castelli, concorso letterario riservato ai ristretti delle carceri italiane e degli Istituti per minori, patrocinato da Camera, Senato, Ministero della Giustizia, e insignito della medaglia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Il Premio, giunto alla XVIII edizione, rappresenta un’iniziativa unica offrendo ai detenuti la possibilità di esprimere riflessioni e speranze attraverso la scrittura. La mostra fotografica, attraverso 33 scatti in bianco e nero, accompagna il visitatore nei corridoi e nelle celle di alcune carceri italiane come Regina Coeli (Roma), Poggioreale (Napoli), l’Ucciardone (Palermo), il Carcere di Bollate (Milano), San Vittore (Milano), la Giudecca (Venezia), il Carcere di Capanne (Perugia), Rebibbia femminile (Roma) e Colonia Penale di Isili (Sardegna), restituendoci uno sguardo potente e intimo sulla condizione dei detenuti e delle detenute.

Un modo concreto per rompere il silenzio, restituire visibilità a realtà spesso poco conosciute e offrire al pubblico uno sguardo autentico sul carcere come luogo di fragilità, ma anche di incontro, trasformazione e speranza. L’esposizione si inserisce nel calendario diocesano del Giubileo della Speranza e nelle celebrazioni per il 180° anniversario della nascita del beato Giuseppe Toniolo, il cui pensiero sociale trova naturale continuità nei temi proposti: dignità della persona, giustizia, responsabilità collettiva.

I Centri Aiuto alla Vita compiono 50 anni: a colloquio con Marina Casini

Oggi i volontari del Movimento per la Vita hanno festeggiato la loro festa con un messaggio di papa Francesco letto dal card. Pietro Parolin, segretario di stato, in occasione dei 50 anni dalla nascita del primo Centro aiuto alla vita, a Firenze: lo ha annunciato la presidente nazionale del Movimento per la vita, dott.ssa Marina Casini, docente di ‘Bioetica e Biodiritto’ presso la sezione di Bioetica e Medical Humanities dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Roma, nello scorso novembre al convegno nazionale di Mogliano Veneto:

“Ci sono momenti e ricorrenze che hanno una forza espansiva tale da non coinvolgere soltanto i diretti interessati, ma (come in questo caso) un intero popolo: il popolo della vita. Mezzo secolo fa fu gettato il primo seme a Firenze, e da lì è partita un’avventura straordinaria (un vero e proprio movimento per la vita!) che in questi dieci lustri ha scritto pagine di luce nel libro della storia attraversato dalle oscurità di una cultura generatrice di morte”.

Quindi i Centri Aiuto alla Vita compiono 50 anni: quale aiuto offrono e come operano?

“Tutto quello di cui c’è bisogno. Accoglienza, ascolto, condivisione, sostegno, amicizia sono le parole chiave dell’attività dei CAV i cui programma sin dal 1975 è: ‘le difficoltà della vita non si superano sopprimendo la vita, ma superando insieme le difficoltà’. E’ stato scritto dal sociologo Giuliano Guzzo che ‘il servizio alla vita nascente offerto dal Movimento per la Vita tramite i Centri, le Case d’Accoglienza  Sos Vita e progetto Gemma è qualcosa di semplicemente grandioso, senza pari per bellezza e valore e, soprattutto, fondamentale per salvare, nel vero autentico e non retorico della parola, decine di migliaia di vite’.

E papa Francesco ricevendo il Direttivo del Movimento per la Vita Italiano, il 2 febbraio 2019, disse: ‘dinanzi a varie forme di minacce alla vita umana, vi siete accostati alle fragilità del prossimo, vi siete dati da fare affinché nella società non siano esclusi e scartati quanti vivono in condizioni di precarietà. Mediante l’opera capillare dei Centri di Aiuto alla Vita, diffusi in tutta Italia, siete stati occasione di speranza e di rinascita per tante persone’.

Questo solo per dare una idea dell’importanza e della bellezza di questo volontariato appassionato e non appariscente come è stato detto. In sostanza si tratta di stare accanto alle donne che si trovano di fronte a una gravidanza problematica o inattesa, offrendo una reale prevenzione dell’aborto a concepimento avvenuto. Questa prevenzione si realizza mediante la condivisione delle difficoltà, la rimozione delle cause, l’offerta di alternative, la liberazione dai condizionamenti che spingono la donna a non far nascere il figlio. E purtroppo i condizionamenti e le pressioni che soffocano la libertà di accogliere il figlio. Quante donne parlano di ‘costrizione’ all’aborto! E quanta libertà viene conquistata dalla donna quando lei stessa (accolta, mai giudicata, sostenuta ed accompagnata) dice ‘sì’ al suo bambino o alla sua bambina!”

In quale modo il CAV può offrire ‘libertà’ alla madre?

“Ci sono testimonianze bellissime a riguardo. Il motore di questo volontariato è questo abbraccio che viene rivolto contemporaneamente alla mamma ed al bambino che porta in grembo. Lo sguardo del cuore non è rivolto soltanto al figlio, ma anche alla madre. L’inabitazione dell’uno nell’altra determina una situazione del tutto irripetibile, per cui la vita del figlio è di fatto affidata, come mai in altri momenti, alla madre. Nessuno può difenderlo più di sua madre, ma è quasi impossibile salvarlo se la madre non vuole. La difficoltà della ‘prevenzione’ sta proprio in questo: che bisogna necessariamente passare attraverso la sua mente e il suo cuore. Nella mente e nel cuore di lei la nuova vita induce per lo più pensieri di gioia. Ma a volte essa pesa con l’ingombro insostenibile di problemi che sconvolgono programmi, ingigantiti dalla fantasia, resi angosciosi dal carattere improvviso dell’evento sopraggiunto, dalla scarsità del tempo a disposizione per riflettere, molto spesso nella solitudine.

Non esistono difficoltà materiali specie economico-sociali, che non possono essere vinte, ma la pressione dell’ambiente è talora così soverchiante che sembra impossibile per una donna già gravata da reali problemi resistervi. E’ appunto per restituire a lei la libertà insieme al coraggio dell’accoglienza che lo sguardo del cuore dei servizi alla vita deve riconoscere la donna come donna e la madre come madre penetrando così nella sua mente e nel suo cuore. Il rapporto non è di giudizio, ma di amicizia. Si tratta di salvare il figlio non contro di lei, ma con lei e per lei. La rete dei CAV protegge la vita nascente con il metodo della condivisione e del sostegno. Non ‘contro’, ma ‘per’; non in ‘antagonismo’, ma in ‘alleanza’; non accompagnamento generico, ma personalizzato.

Uno specifico stile di mitezza e discrezione, di rifiuto del giudizio sulle persone, di ottimismo, di empatia e di dialogo, di disponibilità e di fiducia, di valorizzazione di tutto ciò che è positivo anche nelle situazioni più complicate, caratterizza l’attività dei CAV. Per questo nei CAV si realizzano storie di amicizia che continuano dopo la nascita del bambino. Quello dei CAV è un volontariato culturalmente preparato, collegato ai servizi SOS Vita e Progetto Gemma, che vuole essere espressione di una intera comunità che accoglie rendendo un grande servizio alla società. Perché, infatti, non considerare questa esperienza un modello ripetibile su più larga scala come esperienza che tutta la società deve seguire”.

Suo padre fu fondatore del primo Centro Aiuto alla Vita: quanto è stato importante Carlo Casini per la trasmissione della cultura della vita?

“Direi che il suo contributo è stato senza dubbio fondamentale e lo è ancora. Anche su questo potremmo soffermarci a lungo. Il suo non è stato un impegno come un altro, un’attività tra le tante, ma una vera e propria vocazione, una missione, che si è sviluppata in più ambiti: giuridico, sociale, culturale, politico. Una vocazione profondamente animata da una forte spinta spirituale vissuta in comunione con santi come papa Giovanni Paolo II e Madre Teresa di Calcutta. Basta conoscere la sua storia, leggere quanto lui ha scritto e le tante testimonianze che sono state scritte su di lui e che continuano ad arrivare; basta ripercorrere le tappe del suo totalizzante impegno, chiamare a raccolta le numerose iniziative che per decenni ha promosso in Italia e in Europa. Il tutto sempre con positività, propositività, fiducia e speranza.

Sono in molti a ravvisare il carattere profetico del suo pensiero e delle sue opere. In effetti è evidente l’attualità dei suoi scritti, anche di quelli più datati.  Tra e tante cose che si potrebbero dire, sottolineo per esempio la sua convinzione che la questione del diritto alla vita non sia una questione periferica e di retroguardia ma centrale, fondamentale e di avanzamento per costruire un umanesimo sempre più pieno e più vero, come è spiegato molto bene nel suo libro intitolato ‘Vita nascente prima pietra del nuovo umanesimo’ (San Paolo 2016), tradotto in spagnolo lo scorso anno, che in qualche modo va a completare un altro suo basilare testo intitolato ‘Le cinque prove dell’esistenza dell’uomo. Alle radici della bioetica e della biopolitica’ (Edizioni San Paolo, 2010), tradotto in inglese un paio di anni fa.

Scriveva già nel 1979: ‘Ci occupiamo specificamente dell’aborto perché è in gioco la vita dell’uomo; ce ne occupiamo specificamente non per ignorare gli altri problemi umani ma, al contrario, perché non vogliamo annacquare la gravità del problema creandoci degli alibi con più vasti impegni puramente verbali. Tutto l’uomo, in tutto l’arco del suo sviluppo, però ci interessa, ma oggi la ricostruzione di una cultura che ponga al suo centro l’uomo trova sul tema dell’aborto il banco di prova, il luogo di verifica’. ‘Uno di noi, ha scritto molti anni dopo, non deve essere soltanto il nome di eventi esauriti, ma l’affermazione costante ed inesauribile della dignità umana proiettata verso il futuro’.

Ha vissuto tutta la sua totalizzante vocazione a difendere e promuovere la vita umana, amando ogni persona che incontrava ‘non si può essere per la vita, e quindi contro l’aborto, per amore dell’uomo, se non si ama ogni uomo’, diceva. Il 23 marzo 2025 saranno trascorsi 7 anni dalla sua nascita al Cielo. In questi anni gli sono state dedicate alcune trasmissioni televisive e radiofoniche, sono stati pubblicati numerosissimi interventi sparsi sui giornali e riviste e diversi libri che lo riguardano. In particolare, ricordo la newsletter di Avvenire”.

Ci indica alcuni libri per favorire la conoscenza di questo testimone di impegno a favore della vita?

“Parto da quelli pubblicati dopo la sua nascita al Cielo, ricordando che il suo ultimo libro, bellissimo, recentemente tradotto in inglese, si intitola ‘La dimensione contemplativa nella difesa della vita umana’ (Edizioni Movimento per la Vita, 2019). Ecco, dunque, in ordine cronologico dal 2020 le varie pubblicazioni: il numero speciale di ‘Sì alla vita’ con moltissime testimonianze e fotografie (Edizioni Movimento per la Vita, 2020); Paola Binetti, Carlo Casini, amico e maestro (Edizioni Movimento per la Vita, 2020); Anna e Alberto Friso (a cura di), ‘Ecce homo… lo avete fatto a me’ (Edizioni Movimento per la Vita, 2020); Renzo Agasso (a cura di), ‘Sperare contro ogni speranza’ (Edizioni Movimento per la Vita, 2021); Marina Casini-Domenico Mugnaini (a cura di), ‘Il pensiero e l’azione di Carlo Casini nelle pagine di Toscana Oggi dal 1979 al 2016: articoli, interviste, riflessioni’ (Edizioni Toscana Oggi, 2021), Stefano Stimamiglio (a cura di), ‘Guardando con fiducia al futuro. In preghiera con Carlo Casini’ (Edizioni Toscana Oggi, 2021); Carlo Casini, ‘Per ritrovare speranza. La Giornata per la vita: il concepito è uno di noi, Vol. 1 e Vol. 2’, a cura di Marina Casini, Elisabetta Pittino, Giovanna Sedda (Edizioni Movimento per la Vita 2022); Marco Caponi (a cura di), ‘Un pensiero di Carlo’ (Edizioni Movimento per la Vita, 2022); Unione Giuristi Cattolici Italiani-Prato (a cura di), ‘Il pensiero giuridico di Carlo Casini. Il diritto alla vita, il diritto per la vita’ (Edizioni Toscana Oggi, 2023); Stefano Stimamiglio intervista Marina Casini, ‘Carlo Casini. Storia privata di un testimone del nostro tempo’ (Edizioni San Paolo, 2023); Francesco Ognibene (a cura di), ‘Di un Amore Infinito possiamo fidarci. Carlo Casini testimone profeta padre’ (Edizioni Cantagalli, 2023); Aldo Bova-Marina Casini, ‘Carlo Casini, testimone di misericordia’ (Organizzazione e Assistenza Editoriale Center Comunicazione e Congressi, 2023); Marco Caponi (a cura di), ‘Un pensiero di Carlo, Introduzioni e meditazioni per il Rosario del 23 – marzo 2022-febbraio 2023’, (Edizioni Movimento per la Vita, 2023); ‘Carlo Casini, La cultura della vita. Quarant’anni di pensiero per il rinnovamento della società’, a cura di Marina Casini (Edizioni Ares, 2023); ‘Carlo Casini, Lettere al popolo della vita, vol. 1’, a cura di Elisabetta Pittino e Soemia Sibillo (Edizioni Movimento per la Vita, 2024); Anna e Alberto Friso, ‘Percorsi in sintonia. Carlo Casini e il Movimento dei Focolari’ (Cantagalli, 2024); Carlo Casini, ‘Uno di noi. La persona al centro dell’Europa’, a cura di M. Casini, G. Grande, E. Pittino, S. Sibillo (Edizioni Movimento per la Vita, 2024). Altre pubblicazioni sono in cantiere”.

Quali altre iniziative legate a Carlo Casini sono in corso?

“A parte qualche iniziativa locale o qualche convegno, sono ad oggi principalmente due le iniziative principali. Dal 2021 ogni 23 del mese un nutrito gruppo di persone si ritrova a pregare online il ‘Rosario del 23 con e per Carlo Casini’. Il coordinatore è Marco Caponi che tutti i mesi organizza e prepara con cura questo momento di preghiera. Chi desidera partecipare può inviare una mail a: rosariodel23concarlo@gmail.com. Giorgio Medici con tanta dedizione segue gli aspetti tecnici del collegamento. Nel 2023 è nata la rete ‘Amici di Carlo Casini’, coordinata da Anna e Alberto Friso, una coppia di coniugi in gamba, motivati e pieni di entusiasmo, che ha conosciuto il babbo fin dagli anni Ottanta e che fa parte del Movimento dei Focolari. La porta è aperta e chi è interessato può scrivere a: amicidicarlocasini@gmail.com.

Il card. Giovanni Battista Re, incoraggiando la Rete ad andare avanti, ha scritto: ‘Quanto egli ha fatto in questo campo è un messaggio che non può cadere nell’oblio ed è una eredità che sprona all’impegno per l’accoglienza e la cura del bambino nella fase prenatale e della sua mamma. Il coraggio e la coerenza di Carlo Casini devono restare una guida. Il patrimonio intellettuale e spirituale che egli ha lasciato è prezioso’. Il 2 marzo 2024 la ‘Rete Amici di Carlo Casini’, in collaborazione con il Movimento per la Vita Italiano ha organizzato a Firenze una bellissima giornata di spiritualità dal tema: ‘In cammino con Carlo Casini. Giornata di spiritualità alla luce della sua testimonianza’ e quest’anno la giornata di spiritualità di svolgerà il 22 marzo a Roma presso l’Università Cattolica. Per iscriversi il rinvio è alla mail amicidicarlocasini@gmail.com alla quale fa riferimento anche l’associazione ‘Amici di Carlo Casini’, costituita il 9 luglio 2024”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Francesco: la carità aiuta a cambiare il mondo

“Venticinque anni fa, durante il Grande Giubileo del 2000, fu istituita la Fondazione della Guardia Svizzera Pontificia. Ora è appena iniziato un altro Anno Giubilare, che coincide felicemente con la celebrazione del vostro 25^ anniversario. E’ molto bello che lo facciate con un pellegrinaggio a Roma, dove potete rinnovare la professione di fede in Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, presso le tombe degli Apostoli. A me piace pensare che tutta questa costruzione vaticana è sopra le tombe dei martiri. Sono stati sepolti qui, qui sotto”: oggi papa Francesco ha ricevuto in udienza i rappresentanti della Fondazione che da 25 anni sostiene gli appartenenti al corpo pontificio e le loro famiglie sia negli anni di servizio in Vaticano sia dopo il rientro nei luoghi di provenienza.

Ed è un ‘lavoro’ che chiede molta pazienza: “Il vostro prezioso impegno, infatti, deve essere sempre animato da uno spirito di fede e di carità, perché aiutare la Guardia Svizzera Pontificia significa sostenere il Successore di Pietro nel suo ministero nella Chiesa universale; anch’io personalmente sono molto grato per il servizio fedele delle guardie.

Nei tempi il lavoro della Guardia Svizzera è molto cambiato, ma la sua finalità rimane sempre quella di proteggere il papa. Questo comporta anche di contribuire all’accoglienza di tanti pellegrini provenienti da tutte le parti del mondo che desiderano incontrarlo. Per questo ci vuole pazienza, e le guardie ne hanno! Questa è una cosa bella di loro: ripetono le cose, spiegano… Una pazienza molto grande”.

Ed ha ringraziato la Fondazione per il supporto dato alle guardie ed alle loro famiglie: “La vostra Fondazione supporta le guardie in diversi modi e ambiti: in primo luogo si adopera in favore delle famiglie, soprattutto per quanto riguarda l’educazione e la formazione dei figli negli istituti scolastici appropriati. A me piace che le guardie si sposino; a me piace che abbiano dei figli, che abbiano una famiglia. Questo è molto importante, molto importante. Questo aspetto è diventato tanto più rilevante, in quanto le guardie sposate con figli sono aumentate e il bene delle famiglie è di fondamentale importanza per la Chiesa e la società”.

Inoltre ha evidenziato la collaborazione ed il sostegno che essa mette a disposizione: “ Inoltre, la Fondazione fornisce i mezzi per garantire, migliorare e aggiornare la professionalità e i metodi di lavoro, delle attrezzature e delle infrastrutture. Infine, offrite una valida assistenza per tutti coloro che, dopo il loro servizio in Vaticano, rientrano in patria. Io sono in contatto con alcuni di questi, che rimangono molto, molto uniti al Vaticano, alla Chiesa. A volte chiamano al telefono, inviano qualcosa; quando passano da Roma mi fanno visita. E’ un bel contatto che ho.

E tutto questo è necessario perché le guardie possano svolgere il loro prezioso servizio nel modo più efficace e per il bene di tutti. La cooperazione tra la vostra Fondazione e la Guardia Svizzera Pontificia è esemplare, perché dimostra che nessuna realtà può andare avanti da sola. E’ importante collaborare. Tutti dobbiamo aiutarci e sostenerci a vicenda e questo vale per voi, per le singole comunità, ma anche per la Chiesa intera”.

E’ stato un ringraziamento per questo supporto: “Perciò vorrei cogliere l’occasione di questo incontro con voi per esprimervi la mia viva gratitudine per il generoso sostegno che avete elargito a favore della Guardia Svizzera Pontificia durante questi venticinque anni. Grazie, grazie tante! E auspico che anche in futuro possiate proseguire il vostro apprezzato lavoro”.

In seguito il papa ha ricevuto una sessantina di membri della ‘Fondazione Cattolica’ di Verona, incoraggiandoli a disporre delle risorse economiche a ‘vantaggio del prossimo’: “Sono lieto di incontrarvi all’inizio di quest’anno, nel quale celebriamo il Giubileo della speranza. Insieme, peregrinantes in spem: camminare come pellegrini nel mondo ci ricorda che non ne siamo padroni, bensì custodi. Questo ci riguarda tutti: siamo chiamati a prenderci cura della casa comune che il Signore ci ha affidato, cioè a coltivarla e custodirla secondo una regola sapiente e rispettosa; custodire la nostra casa comune”.

Ricordando il significato di ‘economia’ il papa ha incoraggiato a proseguire nelle azioni a favore del bene comune: “A tale proposito, la vostra Fondazione è attiva in molti ambiti sociali. Ho appreso con piacere le iniziative di solidarietà, di sostegno al volontariato, di formazione culturale e professionale a cui vi dedicate. Lodo soprattutto quelle a sostegno delle famiglie e dei giovani, in collaborazione con la diocesi di Verona.

L’intraprendenza e la generosità del vostro operato è coerente col nome della Fondazione che rappresentate: Cattolica. Vi incoraggio perciò ad andare avanti facendo del bene sempre e a tutti. Facendo non stiamo fermi; fare del bene, e a tutti, fare del bene a tutti. Un bel programma di vita!”

Inoltre ha sottolineato che il denaro rende meglio se investito in opere a favore del prossimo: “Non dimentichiamo che il denaro rende di più quando è investito a vantaggio del prossimo. Questo è importante. C’è una situazione molto brutta, adesso, sugli investimenti. In alcuni Paesi gli investimenti che danno più reddito sono le fabbriche delle armi: investire per uccidere. Sono pazzi!”

Per questo il papa ha evidenziato che investire in armamenti è contro le persone: “Questo non è a vantaggio della gente. E quando si fa così, contro o fuori rispetto al vantaggio della gente, il denaro invecchia e appesantisce il cuore, rendendolo duro e sordo alla voce dei poveri. La prima cosa da scartare per l’egoismo sono i poveri, è curioso questo”.

Infine li ha esortati a promuovere il bene comune: “Quando mettiamo la ricchezza a servizio della dignità dell’uomo, non possiamo che averne guadagno, sempre: promuovendo il bene comune, infatti, si migliorano i legami della società cui tutti partecipiamo.

Davanti alle emergenze educative e lavorative, vi esorto a rinnovare di continuo la vostra fiducia nella Provvidenza di Dio, che guida con amore la storia chiamandoci a costruire un futuro secondo giustizia”.

(Foto: Santa Sede)

Da Pescara un impegno condiviso contro l’odio, per rammendare il mondo

Con grande entusiasmo e partecipazione si è concluso il GariwoNetwork 2024, evento che ha riunito centinaia di persone a Pescara, presso l’Auditorium Flaiano e gli spazi dell’Aurum, per due giornate di riflessione, dialogo e impegno. Una manifestazione che, partendo dal tema del ‘rammendare il mondo’, ha chiamato a raccolta giovani, educatori, intellettuali e referenti della rete internazionale dei Giardini dei Giusti per confrontarsi su come affrontare le sfide del nostro tempo: divisioni, odio, ingiustizie e crisi ambientale.

I rappresentanti di oltre 80 giardini dei Giusti (compresi quelli in Ruanda e Polonia) e circa 700 persone che hanno assistito alla plenaria e a gli altri momenti della due-giorni hanno vissuto un GariwoNetwork storico per tanti motivi, tra cui:

a) la prima volta lontano da Milano, in un’area culturalmente sempre più viva come quella della costa abruzzese, dove i partecipanti sono stati accolti in maniera encomiabile dal Comune di Pescara e dal suo sindaco, dalla Fondazione PescaraAbruzzo e da tutte le persone coinvolte nell’organizzazione. A Pescara – grazie anche all’instancabile lavoro di Oscar Buonamano, consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e ambasciatore di Gariwo proprio nella città abruzzese, nascerà un nuovo Giardino dei Giusti che fungerà da raccordo per tante altre realtà del centro-sud intenzionate ad entrare nella rete di Gariwo;

b) durante il Network di Pescara è stato firmato un memorandum d’intesa tra l’Ufficio del Consigliere speciale delle Nazioni Unite per la prevenzione del genocidio e la Fondazione Gariwo: da oggi lavoreranno congiuntamente per prevenire i genocidi attraverso progetti educativi e i Giardini dei Giusti.

L’evento si è aperto nell’Auditorium Flaiano con una plenaria di grande intensità. Le parole di benvenuto del sindaco di Pescara, Carlo Masci, hanno evocato la metafora del pescatore che, all’alba, ricuce le reti strappate per continuare a pescare: un’immagine perfetta per descrivere il lavoro quotidiano dei Giusti, che curano le ferite dell’umanità. Il presidente della Fondazione Gariwo, Gabriele Nissim, ha inviato un messaggio di grande significato, nonostante la sua assenza per motivi di salute:

“Oggi viviamo in un mondo in crisi un mondo che ha perso l’idea di collaborazione, segnato dal ritorno di nazionalismi e autocrazie. I Giardini dei Giusti, oggi, possono essere la base per ricostruire una nuova utopia, come è accaduto nel passato. Non sono monumenti, ma strumenti educativi per prevenire quegli strappi che poi, con fatica, vanno rattoppati”.

Le parole di Alice Wairimu Nderitu, special adviser delle Nazioni Unite per la prevenzione dei genocidi, hanno arricchito ulteriormente il dibattito. Sebbene impossibilitata a partecipare, ha inviato un messaggio, letto da Simona Cruciani, in cui ha ricordato il potere universale dei Giusti. “I Giusti – ha scritto Nderitu – con le loro azioni riuniscono e aggiustano le parti spezzate del mondo, ispirando il bene in luoghi anche molto lontani da noi. I principi su cui si fonda il concetto di Giusto sono universali e ci rimandano alla Carta delle Nazioni Unite, alla Convenzione per la Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio e alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”.

La mattinata si è conclusa con la partecipazione appassionata degli studenti, che hanno rivolto numerose domande agli ospiti presenti, dimostrando un forte interesse per il ruolo dei Giusti e il loro valore educativo. Nel pomeriggio, i workshop intitolati “La scelta” hanno esplorato temi cruciali come i Giusti dell’ambiente, i Giusti dello sport e la filosofia dei Giusti. Filippo Giorgi, climatologo e premio Nobel per la Pace nel 2007 con IPCC, ha sottolineato che “non c’è giustizia sociale senza giustizia ambientale”, mentre Joanna Borella, allenatrice e presidente di A.S.D. Bimbe nel Pallone, ha raccontato come smontare il razzismo nello sport, promuovendo inclusione e abbattendo pregiudizi. Chiudendo la giornata, Erminio Maglione, ricercatore in Storia della filosofia, ha spiegato qual è la filosofia dei Giusti: “Il Giusto è un silenzioso quanto pervicace presidio contro gli orrori che possono nascere nell’uomo”.

La seconda giornata ha visto i lavori proseguire presso l’Aurum, con il laboratorio dedicato ai referenti della Rete dei Giardini dei Giusti. Grazie alla guida esperta dei facilitatori di JoyLab, i partecipanti hanno discusso e condiviso buone pratiche per rafforzare la rete globale dei Giardini. Questo momento di scambio ha rappresentato una straordinaria opportunità per generare nuove idee e sinergie.

Nel pomeriggio, la tavola rotonda conclusiva, intitolata “Ogni persona può rammendare il mondo”, ha riunito ospiti di spicco: Eraldo Affinati, scrittore e cofondatore della scuola Penny Wirton; Simona Cruciani delle Nazioni Unite; Claudia Mazzucato, docente di Diritto penale; Franco Vaccari, presidente di Rondine Cittadella della Pace; e Nicola Mattoscio, presidente della Fondazione Pescarabruzzo. Moderati da Oscar Buonamano, gli interventi hanno intrecciato storie, riflessioni e testimonianze che hanno toccato profondamente il pubblico.

Eraldo Affinati ha ricordato che ‘non dobbiamo idealizzare il Giusto’, portando esempi di ragazzi ordinari che, con azioni concrete, rammendano il tessuto sociale: Michelle, una giovane madrelingua che insegna italiano a minori non accompagnati, e Giorgio, uno studente ribelle che si trasforma in un pedagogo nei progetti della Penny Wirton. Per Affinati, è fondamentale riconoscere e valorizzare chi si assume responsabilità in contesti difficili.

Claudia Mazzucato ha parlato del legame tra Giusti e giustizia riparativa, definendo quest’ultima come ‘un rammendo che unisce i lembi spezzati, tessendo relazioni, persino tra nemici’. Ha ammonito contro i pericoli del giustizialismo, sottolineando che ‘anche la giustizia, se portata all’estremo, può diventare radicalizzazione’.

Franco Vaccari ha presentato il lavoro di riconciliazione di Rondine, ricordando che “finché l’altro è solo un nemico non si rammenda niente, perché non ci consideriamo della stessa stoffa. Dire sì alla pace è la vera svolta per il cambiamento”.

L’evento si è chiuso con l’intervento di Martina Landi, direttrice generale di Gariwo, che ha portato i saluti del presidente Nissim, assente per motivi di salute, e ha ringraziato tutti i partecipanti per aver contribuito a due giorni di straordinaria intensità: “Il Giusto non giudica, non soppesa. Il Giusto cura. Ed è grazie a questa cura che possiamo costruire un mondo migliore”.

In apertura lo storico Marcello Flores ha descritto le caratteristiche dei discorsi dell’odio: “Ecco, i discorsi di odio oggi hanno le stesse caratteristiche: si fondano al tempo stesso su un’idea di inevitabile discriminazione; su una convinzione che non è di tutti, ma solo di poche minoranze, ma che contagia anche una maggioranza. Lo vediamo, cresce il razzismo, cresce l’antisemitismo e crescono anche tutte quelle forme di odio e avversione verso gruppi di persone ritenute responsabili del nostro disagio o dei nostri mali collettivi.

Questi sentimenti vengono, poi, cavalcati anche dai Governi e dai singoli politici. Anche del nostro Paese, ci sono esponenti politici che, a volte, usano esattamente le stesse parole, pur con qualche piccola modifica, che Hitler aveva usato nel Main Kampf contro gli ebrei. E queste parole d’odio le rivolgono a determinati gruppi di persone”.

Contro tali discorsi le azioni che ognuno può intraprendere: “Ognuno di noi può fare qualcosa, ognuno di noi, nel proprio quotidiano, a partire dalla propria famiglia, nel proprio mondo di lavoro, quando incontriamo altre persone, ma ancora di più quando siamo sui social. È possibile e doveroso intervenire ogni volta che c’è un accenno, anche solo un accenno da parte di qualcuno, a un linguaggio d’odio. Questo è fondamentale, perché, se non c’è questa reazione immediata che mette alla berlina coloro che fanno queste affermazioni, il rischio è che invece, poi, quelle affermazioni si propaghino”.

(Foto: Gariwo)

151.11.48.50