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Dalla diocesi di Macerata: la realtà è superiore all’idea
Nel mercoledì delle imposizioni delle ceneri il vescovo di Macerata, mons. Nazzareno Marconi, ha consegnato il testo della Lettera pastorale ‘La realtà è superiore all’idea’, tratta dall’enciclica ‘Evangelii Gaudium’, redatto a conclusione della visita pastorale nelle parrocchie, che traccia un ‘metodo pastorale’:
“Dio e i Santi hanno scritto una storia di bene che ci ha condotto a quella Chiesa locale che oggi realmente siamo, questa Chiesa locale ha, come è logico, luci ed ombre. Per dirla con il Beato Antonio Rosmini è una Chiesa che ha piaghe e punti di forza”.
Le cinque piaghe sono rappresentate dal guardare solo al proprio ambito particolare non vedendo interazioni e possibili collaborazioni; non vedere le risorse e le strutture ecclesiali come a servizio di un intero territorio e non di una singola parrocchia o gruppo; avere una pastorale che punta più sull’abitudine, che sulle motivazioni e sulla convinzione per cui si fanno le cose; avere ancora una Chiesa molto centrata sulla figura del prete, che tutto anima e tutto decide, senza cui niente si può muovere; pensare e realizzare la formazione alla fede come il trasmettere la modalità solita di fare le cose, invece che insegnare a capire la realtà e adattare creativamente le scelte pastorali ad un mondo che cambia:
“Prima piaga. Molti tendono a guardare solo al proprio ambito particolare, non hanno perciò uno sguardo falso, ma certo limitato. Così i problemi si vedono senza comprenderne le radici profonde e lontane e quindi c’è un abbaglio sui reali motivi che generano le fragilità… Così ogni elemento piccolo e locale viene preso come motivo sufficiente a spiegare problemi più grandi e lontani come: la secolarizzazione, la contro evangelizzazione dei media, la cultura anti-evangelica molto pervasiva nella società contemporanea. Le possibili soluzioni proposte da chi ha uno sguardo così ristretto non funzioneranno, perché la diagnosi dei mali non è stata corretta e la cura risulterà approssimativa”.
Per il vescovo la seconda piaga consiste in uno sguardo che non permette di vedere le risorse: “Questa privatizzazione degli spazi genera spesso stanze quasi chiuse, o usate pochissimo, piene di carte e di cose assommate da gente che le usava, ma ora si è invecchiata, o ridotta a poche unità, ma non vuol condividerle con altri. I locali di ministero sono sempre dei luoghi ecclesiali e dovrebbero essere a disposizione di tutta la Chiesa.
Si afferma spesso che ci mancano nuove strutture e spazi più ampi, però non si ha il coraggio di chiedersi come rifunzionalizzare le strutture esistenti, favorendo un utilizzo efficiente e collaborativo, secondo una visione più ampia della pastorale di insieme. Condividere l’uso di uno spazio costringe a coordinarsi tra operatori pastorali, a progettare per tempo e con ordine le iniziative, a rinnovare le proposte privilegiando le azioni fatte assieme. Tutte cose preziosissime per un vero rinnovamento della pastorale e la sua apertura al mondo”.
La terza piaga riguarda la pastorale: “Terza piaga. Consiste nell’aver impostato per decenni quasi tutta la pastorale sulla strategia di: creare “buone abitudini” senza curare le motivazioni per cui si vivevano certe azioni pastorali… Creare nuove buone abitudini costa fatica e pazienza e soprattutto va fatto a partire dal trasmettere convinzioni e motivazioni. Non basta riprendere a celebrare come prima, se non si lavora a riannunciare la fede e rimotivarne il valore nella vita delle persone”.
La quarta piaga è quella del potere: “Abbiamo ancora una Chiesa molto centrata sulla figura del prete, che tutto anima e tutto decide, senza cui niente si può muovere. In questa pericolosa confusione tra un presbiterato vissuto come vocazione ‘al servizio’ del popolo di Dio o vocazione ‘al potere’ sul popolo, sta il nucleo del ‘clericalismo’ tanto spesso criticato da papa Francesco. In alcune parrocchie questo schema ha portato anche ad uno stile di ‘potere’ e non di ‘servizio di alcuni laici (uomini e donne) che nella piccola comunità, parte di una Unità Pastorale e magari residuo di una micro-parrocchia del passato, sono cresciuti come dei sostituti del prete accentratore, con il fatto che spesso stanno lì da più tempo del prete attuale e sono loro lo snodo di tutto”.
L’ultima piaga riguarda la formazione: “La formazione di preti e laici pensata come: il semplice trasmettere la modalità usuale di fare le cose e non come insegnare a capire la realtà e adattare creativamente le scelte pastorali ad un mondo già molto cambiato. Questo accade, ad esempio, nella formazione dei catechisti che sono invitati a ripetere schemi che funzionavano 20 o 30 anni fa, quando si era formato il loro prete.
Anche i grandi Movimenti e Cammini presenti in diocesi, nati negli anni ’70, propongono ancora uno stile pastorale che allora era innovativo, ma oggi se non si rinnova seriamente, risponde sempre meno alla realtà attuale. Manca l’idea di guardare ed ascoltare la realtà, soprattutto i giovani che abbiamo davanti e le loro famiglie che sono profondamente cambiate”.
Ed ecco i dieci punti di forza della Chiesa diocesana, che si fonda sulla fede popolare: “Il valore della fede popolare è poi una realtà condivisa anche dalla gran parte delle Istituzioni e delle realtà di Volontariato sociale, che vi riconoscono una forma di socializzazione potente ed inclusiva. Anche tra i nuovi residenti non cattolici, ma provenienti dal mondo ortodosso, molti condividono queste forme di preghiera popolare, realizzando quell’ecumenismo dal basso che non va certo disprezzato”.
Dai fedeli è infatti emerso il desiderio di pregare: “La vita di oggi non permette orari normali a tanta gente. Proporre occasioni di preghiera in orari e forme nuove, potrebbe essere un modo per andare incontro al desiderio buono di pregare che hanno tante persone. Il successo dei media che propongono la preghiera per le persone sole ed ammalate, pensate a Radio Maria, al Rosario da Lourdes di TV2000 o a trasmissioni di EmmeTV sul canale 89 rispondono in qualche modo a questo desiderio, ma si potrebbe fare certamente di più e meglio”.
Una parte importante per la diocesi sono anche le aggregazioni laicali e la pastorale familiare: “Di fatto quasi tutte le realtà ecclesiali cattoliche sono presenti, accolte e stimate nella nostra Chiesa Diocesana e spesso compresenti in una stessa parrocchia. Questo non è un segno di debolezza, non è infatti un limite ma una virtù che non siamo una Diocesi ‘schierata’ per una sola realtà. Nasce dal rispetto di tutti i Segni dei tempi ed i Carismi che lo Spirito ha suscitato tra noi”.
Altro punto di forza riguarda gli oratori ed i giovani: “Pensare ad un Oratorio per una parrocchia piccola o anche media è quasi sempre velleitario. Solo la dimensione di una Unità Pastorale, ma dove tutti collaborino e lo sentano come una ricchezza comune, può permettere non solo di realizzarlo, ma anche di dargli solidità e futuro. Alcuni oratori nati con questa visione aperta stanno non solo sopravvivendo, ma crescendo e si sta formando una tradizione buona perché giungono i primi nuovi animatori ’nati’ in Oratorio”.
Altro punto di forza è il volontariato sociale: “Il numero delle sigle registrate nei vari comuni è molto alto, ma rispetto al passato si riscontra che sono aumentate di tanto le sigle, mentre il numero delle persone globalmente coinvolte è diminuito. Ciò testimonia in questo campo la crescita del particolarismo e la tendenza a formare gruppi chiusi e spesso contrapposti.
Nonostante questi segni di crisi, la realtà è ancora molto rilevante e mostra la propensione della nostra gente all’impegno nel bene, soprattutto se si possono sperimentare e testimoniare risultati concreti e significativi. Questo dovrebbe incoraggiarci a fare proposte in questo ambito, sia di collaborazione con gli Enti presenti che rivolte a nuovi volontari”.
Inoltre il vescovo ha sottolineato la crescita del diaconato permanente: “A differenza di altre diocesi, dovremmo essere fieri del fatto che i nostri Diaconi non si limitano a svolgere un servizio di assistenza liturgica nelle celebrazioni, ma sono impegnati in maniera più fedele al sacramento ricevuto: in ambito caritativo ed amministrativo, sia Diocesano che di Unità Pastorale, anche con significativi compiti dirigenziali. E’ cresciuto anche di qualità il coinvolgimento delle spose dei nostri diaconi nella collaborazione alla vita di preghiera e di azione pastorale dei loro sposi”.
E’ un invito ad un potenziamento dei mezzi di comunicazione diocesani: “E’ importante che si potenzi il volontariato in ambito comunicativo, così come l’uso delle competenze acquisite per realizzare progetti di formazione dei nostri giovani alla comunicazione competente e ricca di contenuti positivi, via video e social. Durante la visita pastorale ho verificato più volte che ci sono ampi spazi di crescita per far aumentare la connessione tra questi mezzi e le realtà vive ed attive del nostro territorio diocesano, in particolare i giovani degli oratori”.
Insomma è stato un invito alla missionarietà: “In questo modo c’è un prezioso scambio di esperienze, i presbiteri in missione non si sentono soli e dimenticati e possono portare una visione di Chiesa universale anche nelle nostre parrocchie più piccole. Questa visione universale, che lega la nostra piccola diocesi: alla Cina, all’America latina, all’Africa ed a varie parti dell’Europa e dell’Asia, è una grande ricchezza che ci permette di comprendere la grandezza del mondo e della Chiesa Cattolica e di essere sempre più aperti al confronto ed al dialogo piuttosto che allo scontro tra le culture”.
E’ stato un invito ad appassionarsi alla Parola di Dio: “Questa crescita di qualità dei cristiani dovrebbe spingere i nostri preti e diaconi allo studio e ad una preparazione più attenta e competente delle omelie ed anche dell’arte di presiedere le celebrazioni. La liturgia ha un suo ritmo celebrativo, che non tollera né lungaggini, né corse per finire presto. Poi celebrare bene richiede di creare un giusto equilibrio tra: la parola, i segni, il canto ed il silenzio”.
Ed infine ha sottolineato l’impegno caritativo: “E’ l’aspetto più sociale della nostra azione cristiana, che sta sempre più diventando competente e concreta. Il rischio però di ricadere solo nella logica della denuncia sterile, del perdersi in chiacchiere, o dell’attivismo improvvisato, in questo ambito è sempre possibile e richiede grande vigilanza. Ci sono però tante forze buone e giovani ed altre ne stiamo mobilitando, che permettono di guardare al futuro con grande speranza in questo campo”.
Concludendo la lettera pastorale mons. Marconi ha chiesto un ‘cambio’ di mentalità: “Manca ancora una mentalità capace di capire che gli Uffici Diocesani sono a servizio delle Unità Pastorali e non viceversa. Ancora la Curia è sentita da alcuni come un centro da evitare, a cui tenere nascoste le cose, perché non si impiccino troppo di ciò che avviene in periferia, creando problemi.
Questo spesso è dovuto al fatto che non si comprende la necessità attuale di seguire le normative ed i protocolli, coltivando l’idea errata che tutto sia solo burocrazia… Il ruolo degli Uffici di Curia è così di dare alle Parrocchie ed Unità Pastorali quel supporto di conoscenze tecniche e di coordinamento di cui oggi non si può più fare a meno”.
San Giovanni Paolo II nel ricordo della Chiesa
A 20 anni dalla morte, avvenuta la sera del 2 aprile 2005, la Chiesa ha ricordato, ieri, san Giovanni Paolo II: il papa che in un lunghissimo e denso pontificato ha traghettato l’universo cattolico nel terzo millennio ed ha cambiato il corso della storia, fino all’uscita dalla guerra fredda e dal mondo diviso in blocchi.
E’ stata ricordata con una cerimonia eucaristica officiata dal segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, che nell’omelia ha ricordato la sua testimonianza: “Questa celebrazione eucaristica avviene nella gratitudine e nella gioia, perché ci riunisce nella memoria benedetta della morte di un santo, Giovanni Paolo II… Innamorato di Gesù Cristo, san Giovanni Paolo II considerava il mistero dell’Incarnazione come il centro della storia universale”, tanto da esclamare, nella prima omelia del pontificato: Spalancate le porte a Cristo!… Solo Cristo sa che cosa è nell’uomo”.
Nell’omelia il card. Parolin ha rievocato “lo straordinario coraggio e la costanza della testimonianza di fede di Giovanni Paolo II, che non ha mai cercato di piacere agli uomini ma a Dio… Qui sta certamente uno dei fondamenti dello straordinario coraggio e della costanza della testimonianza di fede di Giovanni Paolo II davanti agli uomini, in ogni situazione, in tutta la sua vita e in tutta l’eccezionale durata del suo pontificato. Non ha mai cercato di piacere agli uomini, ma a Dio. Ha vissuto davanti ai Suoi occhi”.
Inoltre ha citato un passo del testamento: “La Divina Provvidenza mi ha salvato in modo miracoloso dalla morte. Colui che è unico Signore della vita e della morte, Lui stesso mi ha prolungato questa vita, in un certo modo me l’ha donata di nuovo. Da questo momento essa ancora di più appartiene a Lui. Spero che Egli mi aiuterà a riconoscere fino a quando devo continuare questo servizio, al quale mi ha chiamato. Gli chiedo di volermi richiamare quando Egli stesso vorrà. Nella vita e nella morte apparteniamo al Signore, siamo del Signore”.
Mentre ricollegandosi al Giubileo ha citato quello dell’anno 2000: “Non possiamo dimenticare quel grande passaggio della Porta Santa fra due millenni, come pure l’invito del Santo Papa al termine del grande Giubileo perché la barca della Chiesa riprendesse il largo con fiducia nel mare del terzo millennio. Ci ripeteva le parole di Gesù a Simon Pietro, ‘Duc in altum, prendi il largo e gettate le reti per la pesca’. E la risposta di Pietro, ‘Sulla tua parola getterò le reti’.
Le sue parole continuano a ispirarci e riecheggiano in quelle del suo successore Francesco anche oggi, anche in questo nuovo Giubileo. Esso ci vede Chiesa in uscita, navigatori in acque agitate, ma pur sempre pellegrini di speranza, alle sorgenti della misericordia e della grazia, guidati dal successore di Pietro e assistiti dallo Spirito Santo”.
Infine ha ricordato la venerazione dei fedeli: “Anche noi oggi, come gli innumerevoli pellegrini che venendo continuamente in questa Basilica domandano anche la sua intercessione presso l’altare dove riposa il suo corpo, ripetiamo ancora: Ci benedica, Santo Padre Giovanni Paolo II! Benedica questa Chiesa del Signore in cammino, perché sia pellegrina di speranza. Benedica questa umanità lacerata e disorientata, perché ritrovi la via della sua dignità e della sua altissima vocazione, perché conosca la ricchezza della misericordia, dell’amore di Dio!”
All’inizio della celebrazione eucaristica il card. Stanislaw Dziwisz, segretario personale del papa santo, ha ricordato san Giovanni Paolo II: “La Chiesa conserva il ricordo commosso di un Pontefice venuto da un Paese lontano, ma che dopo un lungo pontificato si è fatto vicino al cuore di milioni di fedeli di tutto il mondo. Crediamo che egli stesso ci guarda dall’alto, sostenendo tutta la Chiesa nel suo pellegrinaggio verso l’eternità. E siamo consapevoli di quanto frutto porti la sua santità. Il Santo Papa sta adesso alla finestra alla finestra della Casa del Padre. Ci vede e ci benedice”.
Ed ha pregato per la salute di papa Francesco: “Il nostro cuore si stringe al Santo Padre. Sappiamo che in questa ora si unisce spiritualmente con noi. Preghiamo per la sua salute. Che il Signore dia a lui la forza necessaria per guidare la Chiesa peregrina in questo anno giubilare all’insegna della speranza, in questi tempi difficili per la Chiesa e per il mondo”.
(Foto: Vatican Media)
Papa Francesco: la Chiesa è un popolo in cammino
“La gioia cristiana non è mai esclusiva, ma sempre inclusiva, è per tutti. Si compie nelle pieghe della quotidianità e nella condivisione: è una gioia dai larghi orizzonti, che accompagna uno stile accogliente. E’ dono di Dio (ricordiamolo sempre); non è una facile allegria, non nasce da comode soluzioni ai problemi, non evita la croce, ma sgorga dalla certezza che il Signore non ci lascia mai soli. Ne ho fatto esperienza anch’io nel ricovero in ospedale, e ora in questo tempo di convalescenza. La gioia cristiana è affidamento a Dio in ogni situazione della vita”.
Con questo messaggio papa Francesco ha aperto la Seconda Assemblea sinodale in programma fino a giovedì 3 aprile presso l’Aula del Sinodo, alla presenza di 1.000 partecipanti con l’obiettivo dell’approvazione delle ‘Proposizioni’ attraverso l’armonia: “Lasciatevi guidare dall’armonia creativa che è generata dallo Spirito Santo. La Chiesa non è fatta di maggioranze o minoranze, ma del santo popolo fedele di Dio che cammina nella storia illuminato dalla Parola e dallo Spirito. Andate avanti con gioia e sapienza! Vi benedico. Per favore, continuate a pregare per me”.
Nella prolusione il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha ripreso il tema della gioia piena: “Sono parole che ci riportano al senso della nostra chiamata, che il Giubileo ci dona con larghezza, ci introducono in quella casa dove il Padre getta le braccia al collo e ci bacia, liberandoci dalla dannazione del mio perché in quella casa tutto ciò che è mio è tuo! E’ gioia che ci libera dalla tentazione del pessimismo, dal fatalismo che fa sperare solo dopo che abbiamo le risposte o garanzie sufficienti, scambiando questo come realismo, finendo lamentosi e fragili”.
E’ stato un invito ad un cammino insieme: “Solo camminando, abbiamo capito cosa significa sinodale, quanto sia una dimensione costitutiva e una forma indispensabile della Chiesa, scelta di pensarsi insieme, nella vita, nel cammino per la gioia che vogliamo raggiunga tutti. Oggi ci sentiamo di nuovo a casa, qui nella casa di Colui che presiede nella carità, il servo dei servi che ci ricorda che siamo qui solo per servizio e che ci guida con il suo magistero e con i suoi gesti, per amare e custodire l’unità della Chiesa nella comunione. Lo ringraziamo per l’attenzione paterna che sempre rivolge alle Chiese in Italia e Gli assicuriamo la nostra preghiera per la Sua salute. Si uniscono a noi i tanti compagni di strada che si sentono vicini a Lui”.
Questa seconda assemblea affronta il tema della profezia: “Dopo aver dedicato spazio a raccogliere suggestioni e a mettervi ordine, ci attendono scelte importanti, di stile ecclesiale e di merito. Sarebbe un tradimento dello spirito del Cammino sinodale pensare che tutto sia finalizzato a un mero cambio di strutture esterne. Tutti noi sappiamo che sono le persone a cambiare le strutture, e non viceversa. La vicenda stessa di Gesù e dei suoi discepoli ce lo insegna.
beatitudinii,Non ci sottrarremo certo alla responsabilità di cambiare le procedure, a livello diocesano, regionale e anche nazionale, se lo riterremo necessario: ma non perdiamo l’orizzonte spirituale entro cui ci muoviamo. La passione di comunicare la gioia e la speranza del Vangelo si unisce alla coscienza di non separare più la propria salvezza da quella altrui”.
Per questo Lucia Capuzzi, membro del Comitato Nazionale del Cammino sinodale, ha tracciato il cammino compiuto in un mondo in crisi: “Con loro e fra loro abbiamo camminato, fedeli al mandato del Maestro che ci vuole discepoli missionari, testimoni attuali del Risorto. Ora su ciottoli, ora sul selciato, ora su chiazze d’asfalto, le nostre gambe hanno scoperto l’armonia di muoversi al ritmo dettato dal percorso. Senza salti o forzature”.
Quindi è stato uno sguardo rivolto all’orizzonte ed al ‘particolare’: “Lo scrutare l’orizzonte non ci ha distolto dall’osservare quanto ci circondava, lasciandoci incantare e sorprendere da particolari che, a volte, avevamo smesso di vedere. Ci siamo concessi, nel tragitto, di soffermarci per guardare ed essere guardati a partire da quanti erano meno visibili perché relegati, in vari modi, ai margini del tracciato. Confinati a cauta distanza per non intralciare, con la loro presenze, la sfilata dei camminatori più promettenti, addirittura alcuni erano abbandonati inermi fuori dal selciato”.
E’ questa la Chiesa di Gesù: “Una Chiesa discepola oltre che Maestra, capace di passione e compassione, che sa ascoltare la voce dello Spirito nelle grida degli ultimi, degli indifesi, degli scartati, i preferiti di Dio, perché difendendo loro si protegge l’intera famiglia umana. Una Chiesa determinata a un’opzione preferenziale per i poveri, nello stile delle Beatitudini e nel solco del Concilio, a servizio del sogno di Dio in atto nella storia e per questo impegnata contro ogni violazione delle dignità degli esseri umani e del Creato.
Una Chiesa capace di contrastare l’iniquità, di ricucire le relazioni rotte e i fili spezzati di un mondo in frantumi. Di farsi strumento di pace mentre infuria la guerra e si moltiplicano i fronti. Di tessere alleanze buone con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, di diverse appartenenze religiose e culturali, per farsi promotrice di fraternità. Per forgiare insieme alternative di vita umane e umanizzanti mentre la disumanità avanza”.
La giornata è stata chiusa dall’intervento di mons. Erio Castellucci, presidente del Comitato Nazionale del Cammino sinodale, che ha sottolineato che la profezia richiede la sinodalità: “Papa Francesco ci sta offrendo fin dall’inizio del suo ministero una singolare testimonianza di unità tra carisma profetico e ministero istituzionale, rappresentando entrambe le dimensioni nella concreta forma del servizio petrino da lui scelta e vissuta. Così dimostra una volta di più che non ha senso la contrapposizione tra ministero e carisma, tra profezia e istituzione.
Certo, nella pratica l’istituzione rischia di fatto la sclerosi se non si imbeve di profezia e questa rischia di fatto l’anarchia se si sottrae alla comunione istituzionale. Ma di principio sono due dimensioni che si richiedono vicendevolmente. Nessuno di noi, quindi, deve temere che gli altri vogliano ridurre la profezia o, al contrario, scardinare l’istituzione. La Chiesa nella sua interezza, come Popolo di Dio pellegrino nella storia, incarna entrambe le dimensioni”.
Ed ha concluso l’intervento con il motto del Giubileo: “Papa Francesco ha scelto questo motto per l’attuale Giubileo, ‘pellegrini di speranza’, in una fase di riscoperta della sinodalità ecclesiale. Non ha scelto, ad esempio, ‘fari di speranza’, come se noi, già arrivati alla meta, fossimo semplicemente chiamati a irradiare sugli altri le ragioni della nostra speranza. No: ci ha collocati una volta di più sul tragitto, in cammino con tutti gli altri: non però come vagabondi o fuggiaschi, come se non avessimo nulla da dire e da dare, ma appunto come ‘pellegrini’, che si affiancano a tutti, testimoniando la fatica di camminare verso la meta”.
A Roma la peregrinatio delle reliquie del primo beato del Giubileo
Il 12 gennaio scorso nell’Arcibasilica Papale di San Giovanni in Laterano, alla presenza di circa 3.000 fedeli, il card. Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, ha proclamato beato il Servo di Dio don Giovanni Merlini, terzo Moderatore Generale della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue e guida spirituale di santa Maria de Mattias, fondatrice delle Suore Adoratrici del Sangue di Cristo.
“L’evento è stato emozionante, significativo e incoraggiante, afferma don Benedetto Labate, direttore della Provincia Italiana dei Missionari del Preziosissimo Sangue, al punto che la Postulazione della causa ha proposto alle varie realtà delle Province Italiane dei Missionari e delle Suore Adoratrici di accogliere le reliquie del beato per promuoverne la venerazione e così far conoscere la figura di quest’uomo santo lì dove i consacrati servono il popolo di Dio.
E’ così che il 26 gennaio scorso, nella cattedrale di Benevento, città natale dell’uomo miracolato che ha messo in moto la macchina della beatificazione, è cominciata la peregrinatio delle reliquie del beato Giovanni, itinerario che ha previsto anche le tappe di Spoleto, città natale del beato, e Albano Laziale, luogo dove per oltre vent’anni lui ha svolto il ministero di formatore e consigliere generale dell’Istituto.
Qual è il senso di questa peregrinatio e perché la Chiesa permette che le ossa di un santo siano spostate dal luogo del loro culto? Partiamo dalla considerazione che la venerazione dei santi non è una forma di superstizione o di idolatria. Noi adoriamo l’unico Dio in Tre Persone, la cui gloria però risplende come in uno specchio nella vita dei santi. Questi, appunto, ci stimolano a percorrere la via del Vangelo perché è la proposta di fede e salvezza offerta a noi dal Figlio di Dio fatto uomo, Lui che si è presentato come Via per giungere alla felicità, Verità che porta alla comunione con Dio e Vita piena di senso e gioia per chi cammina tra le tenebre del mondo.
La preghiera rivolta ai santi è richiesta di intercessione rivolta a loro, che vedono il volto di Dio e in virtù dell’offerta del Sangue dell’Agnello sono entrati al cospetto della gloria del Padre. E’ lo stesso motivo per cui ci rivolgiamo alla Vergine Maria come segno di consolazione e sicura speranza”.
Pertanto, da giovedì 27 marzo a domenica 30 marzo, l’urna contenente le reliquie del beato Giovanni Merlini sarà accolta presso la Parrocchia San Gaspare del Bufalo a Roma. Tutte le sere, alle ore 18:30, si terrà la Santa Messa con predicazione di don Matteo Merla, Missionario del Preziosissimo Sangue, preceduta dalla recita della coroncina del Preziosissimo Sangue. Sabato 29 marzo alle ore 18:00 si terrà un incontro con Feliciano Cefalo, figlio del miracolato.
Papa Francesco: l’amore unisce
Ieri la Sala Stampa della Santa Sede ha aggiornato sulle condizioni di salute di Francesco che resta stabile con alcuni piccoli miglioramenti dal punto di vista motorio e respiratorio. I giorni per il Papa sono trascorsi tra la terapia farmacologica, le fisioterapie respiratoria e motoria attiva, la preghiera e un po’ di lavoro. Mentre per domani il papa ha intenzione di affacciarsi dal policlinico Gemelli poco dopo le ore 12.00 per un saluto e per impartire la benedizione.
Intanto oggi ha firmato il suo messaggio di vicinanza per i pellegrini che hanno preso parte al pellegrinaggio giubilare dell’arcidiocesi di Napoli ma che è rivolto anche a tanti fedeli, per lo più provenienti da altre diocesi italiane, che in questa giornata varcano la Porta Santa:
“In essi si esprime l’unità che vi raccoglie come comunità attorno ai vostri Pastori e al Vescovo di Roma, nonché l’impegno ad abbracciare l’invito di Gesù ad entrare ‘per la porta stretta’. L’amore è così: unisce e fa crescere insieme. Per questo, pur con cammini diversi, vi ha portati qui insieme presso la tomba di Pietro, da cui potrete ripartire ancora più forti nella fede e più uniti nella carità”.
Infine ha ringraziato tutti i fedeli che hanno pregato per la sua salute: “In questi giorni ho sentito tanto il sostegno di questa vostra vicinanza, soprattutto attraverso le preghiere con cui mi avete accompagnato. Perciò, anche se non posso essere fisicamente presente in mezzo a voi, vi esprimo la mia grande gioia nel sapervi uniti a me e tra di voi nel Signore Gesù, come Chiesa”.
Mentre nella celebrazione eucaristica l’arcivescovo di Napoli, mons. Mimmo Battaglia, si è soffermato sulla parabola del ‘figliol prodigo’: “Che la si chiami parabola del figlio prodigo o parabola del padre misericordioso, poco cambia, care sorelle e cari fratelli. Il nome che le si dà è un dettaglio, una didascalia utile a chi ha bisogno di incasellare le storie dentro titoli ordinati, ma la sostanza non si lascia ingabbiare così facilmente. Perché il cuore di questo racconto non è un ritorno a casa, non è l’epopea di un’anima smarrita che ritrova la via, né la celebrazione di un padre capace di perdonare senza riserve. No. E’ qualcosa di più sfumato, più inquieto. E’ la traiettoria di un affetto che si spezza e tenta di ricomporsi, la distanza tra chi parte e chi resta, il rancore che sedimenta in chi sente di essere stato dimenticato. È una riconciliazione che si promette, ma non si compie mai del tutto”.
E tra i due fratelli c’è il padre: “Il padre, in questa vicenda, è un ponte tra due distanze apparentemente incolmabili. La sua figura è chiara, essenziale, come un punto fermo dentro un mare in tempesta. Non trattiene chi vuole partire, non punisce chi torna. Sta, semplicemente. E’ una presenza che si dona senza riserve, un amore che lascia andare senza paura, che scorge da lontano senza smettere di sperare, che accoglie senza chiedere spiegazioni. Un amore che sa far festa”.
Un padre che è sempre pronto ad accogliere: “Non condanna, non espelle, non impone nulla a nessuno. Rimane aperto, vulnerabile, paziente. La sua porta non si chiude, le sue braccia non si stringono mai a pugno. E’ lì per chi torna, ma anche per chi fatica ad entrare, come il figlio maggiore, che resta fermo sulla soglia della sua stessa casa. Il padre lo incontra, gli parla, lo invita. Ma non forza, non obbliga. Ama, e basta”.
Un padre misericordioso, che è visto come ingiusto: “Padre ingiusto, dunque. Come sa essere ingiusta la misericordia. Perché la misericordia non aspetta che le cose siano a posto, non pretende riparazioni, non chiede prove di redenzione. Misericordia ingiusta, perché per una lacrima cancella anni di errori, per un passo indietro spalanca tutte le porte, per un abbraccio ridisegna la mappa dell’amore. Non pesa, non misura, non conserva rancori. Dimentica e perdona”.
Quindi il perdono reca scandalo: “E perdonando, scandalizza. Perché chi ha sempre fatto tutto nel modo giusto si ritrova improvvisamente escluso da una logica che non gli appartiene. Perché il padre continua a donare, e a chi ha sbagliato concede ancora di più. Perché il perdono, quando è vero, non ristabilisce l’ordine. Lo ribalta”.
Il Padre evangelico sa cosa è l’amore: “Perché il Padre ci ha già accolti, ci ha già amati, ci ha già stretti nel suo abbraccio. Ma il nostro viaggio non è finito. Resta da compiere l’ultimo passo, il più difficile: attraversare la soglia che ci separa dal fratello. Solo allora la festa sarà davvero completa. Solo allora la gioia sarà vera e la nostra preghiera, quella che anche ora ti rivolgiamo, sarà esaudita:
Signore Gesù, Porta della misericordia, tu che spalanchi il cuore del Padre e ci attendi sulla soglia con braccia di tenerezza, insegnaci a non temere il passo dell’altro, a non chiudere le porte della nostra vita con le sbarre del pregiudizio, a non serrare il cuore con i catenacci dell’orgoglio”.
La CEI ha presentato il progetto ‘Cammini della Fede’
Sabato 15 marzo a Milano nella rassegna ‘Fa la cosa giusta’, è stato presentato il progetto ‘Cammini della Fede’, promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana, con l’obiettivo di avviare un censimento di tutti gli itinerari presenti sul territorio italiano costruendo una grande rete di antiche e nuove vie di pellegrinaggio.
In occasione dell’Anno Santo, vengono proposti i primi sette percorsi che, per la loro prerogativa di giungere a Roma, possono essere indicati come Cammini Giubilari delle Chiese in Italia. Si tratta della Via Francigena del nord, della Via Francigena del sud, della Via di Francesco, della Via Lauretana, della Via Amerina (Il cammino della Luce), della Via Romea Strata e della Via Matildica.
Secondo l’Arcivescovo Giuseppe Baturi, Segretario Generale della CEI, “il pellegrinaggio è la metafora dell’urgenza del cambiamento, della conversione, che è fatta di rinunce, di amore e di disponibilità a seguire la verità. Camminare significa affrontare il sacrificio di un distacco: non è possibile camminare, seguire il Signore, raggiungerlo, senza la volontà di lasciare la sicurezza della casa, qualche comodità e qualche idea consolidata. Ci mettiamo in cammino verso un Dio che, in Gesù Cristo, viene verso di noi. Il pellegrinaggio è anche metafora di questo incontro: Dio cammina verso di noi e noi siamo attratti dal suo volto per poterlo amare così che la vita si riempia di ragioni, di gioia e di una speranza inesauribile e incontenibile”.
E’ stata inoltre messa a disposizione una apposita WebApp (www.camminidellafede.it), pensata per sostenere i pellegrini con spunti di riflessione e informazioni utili. Per ogni cammino vengono segnalati dei Punti di Interesse Ecclesiale, georeferenziati, divisi in tre sezioni, che sintetizzano i bisogni fondamentali dei viandanti: pregare, mangiare, dormire.
La proposta ai pellegrini è quella di percorrere almeno 100 km a piedi o 200 km in bicicletta, in uno qualunque dei Cammini giubilari, anche senza dover arrivare necessariamente a Roma. Al raggiungimento dei chilometri, la WebApp produrrà un certificato di percorrenza con il quale si potrà ricevere il ‘Testimonium’ dalle autorità competenti, durante il Giubileo tramite il Dicastero per l’Evangelizzazione – Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo.
I vescovi spronano l’Europa all pace
“L’Europa deve recuperare la sua storica vocazione alla pace, investendo sulla diplomazia ‘a tutti i costi’, non sul riarmo. E dato che pace ed Europa sono due temi cari da sempre alla Chiesa, occorre lavorare per il dialogo con tutti, ‘per la diplomazia paziente’, al contrario la retorica del riarmo è invece la logica dello scontro: così ha esordito ieri nella conferenza stampa a conclusione del Consiglio permanente della Cei, il segretario generale, mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari, che ha spiegato il motivo per cui il ‘tema dell’Europa ci sta a cuore e non da oggi’, spiegando la posizione della Chiesa sulla manifestazione di piazza di sabato prossimo a Roma:
“Non abbiamo preso posizione, c’è una libertà legittima delle nostre organizzazioni, associazioni e singoli fedeli. Alcuni hanno aderito, altri no: fa parte del legittimo pluralismo che la Chiesa riconosce alle parti politiche, quando riguardano cose non essenziali”.
Mentre nel comunicato conclusivo i vescovi hanno rinnovato la loro vicinanza al papa “in questo momento particolare di prova e di malattia, manifestandogli l’affetto filiale delle Chiese in Italia e assicurandogli la loro preghiera costante e corale. I lavori si sono aperti con l’Adorazione Eucaristica durante la quale si è pregato per la salute del Papa: i Presuli si sono così uniti alle invocazioni che, da giorni, le comunità italiane e del mondo stanno rivolgendo al Signore affinché egli trovi sollievo nel corpo e consolazione nello spirito”.
Ed hanno volto lo sguardo al cammino giubilare con l’invito a vivere con pienezza questa esperienza di vita: “E’ fondamentale ‘vivere’ il Giubileo come un tempo di rinnovamento delle relazioni, improntato al rispetto della dignità di ciascuno, alla pratica della giustizia sociale, alla ricerca della pace giusta, alla cura della Terra”. Si tratta di osare scelte coraggiose che permettano di rimettere i debiti, ridare respiro alle situazioni di vita asfittiche, condividere i beni con il povero.
I Vescovi hanno ribadito l’importanza di proseguire nella rotta dell’ecologia integrale, che chiede stili di vita più sobri e solidali da parte di singoli e comunità. Al debito ecologico è strettamente collegata la questione del debito economico dei Paesi poveri, contratto non solo con altri Paesi benestanti, ma anche con privati: “E’ inaccettabile che gli interessi siano talmente oppressivi da costringere a rinunciare a investimenti nella sanità, nell’istruzione e nel welfare”.
In riferimento all’Anno Santo, il Consiglio Permanente ha rilanciato l’appello del papa a promuovere iniziative concrete per lenire le sofferenze dei detenuti, attraverso ‘forme di amnistia o di condono della pena’ per favorire pene alternative e per attivare occasioni di giustizia riparativa, che responsabilizzano tra l’altro i colpevoli nei confronti delle vittime innocenti.
Inoltre nell’ottica del rinnovamento, cardine del Giubileo, si muovono i passi del Cammino sinodale, perché le chiese in Italia si preparano a vivere la Seconda Assemblea nazionale, che si terrà a Roma dal 31 marzo al 3 aprile 2025, e che “sarà un’esperienza di Chiesa e di comunione. Raccogliendo la ricchezza dei vari contributi, il Consiglio Permanente ha affidato alla Presidenza della CEI, allargata ai Vescovi che fanno parte della Presidenza del Comitato nazionale del Cammino sinodale, l’approvazione della redazione finale del Documento che contiene le proposte da sottoporre all’Assemblea sinodale”.
Queste sono il frutto del discernimento ecclesiale nel cammino comune di questi anni, esplicitando le tre dimensioni della conversione pastorale secondo la struttura indicata dai Lineamenti e dello Strumento di Lavoro: il rinnovamento missionario della mentalità ecclesiale e delle prassi pastorali; la formazione missionaria dei battezzati alla fede e alla vita; la corresponsabilità nella missione e nella guida della comunità.
Le proposte, che verranno portate sotto forma di Proposizioni all’Assemblea sinodale per la necessaria approvazione, saranno poi consegnate ai Vescovi perché possano indicare gli orientamenti per le scelte da compiere innanzitutto nelle Chiese locali, ma anche negli Organi e nei Servizi della CEI, proprio per sostenere e coordinare la conversione sinodale e missionaria delle diverse realtà ecclesiali in Italia.
Inoltre i vescovi hanno rivolto il loro sguardo alla situazione internazionale, auspicando che “il primo segno di speranza si traduca in pace per il mondo, che ancora una volta si trova immerso nella tragedia della guerra”. Per questo, hanno espresso dolore per le violenze che insanguinano diversi angoli del Pianeta mettendo a rischio il futuro di tutti.
Preoccupati per lo scenario globale, i vescovi si sono soffermati sulle tensioni crescenti e sul linguaggio della politica internazionale sempre più aggressivo, violento e divisivo. Da qui l’impegno, richiesto a tutti, per una maggiore cura del linguaggio, evitando la retorica bellicistica per tornare a parlare di pace, insieme alla riscoperta dell’importanza di iniziative multilaterali e del valore della diplomazia.
In tal senso si muove anche l’appello rivolto più volte da papa Francesco a ridurre le spese militari: “Occorre individuare modalità nuove per favorire il dialogo e per innervare la società con quella cultura che nasce dal Vangelo e con una testimonianza autentica. La guerra, spesso alimentata da nazionalismi antiumani, che è tornata a insanguinare l’Europa e che segna l’esistenza di tanti popoli, richiede decise iniziative politiche e diplomatiche per la pace. La Chiesa italiana, da parte sua, continuerà a sostenere lo slancio umanitario verso le vittime dei conflitti”.
Hanno, anche, ricordato le origini storiche e la vocazione alla pace dell’Europa comunitaria. “Un’Europa che ha bisogno di recuperare i suoi valori fondativi (pace, libertà, democrazia, diritti, giustizia sociale) facendo risuonare la propria voce di pace. In un momento storico in cui si insiste sui temi della sicurezza e della difesa, è fondamentale che tali preoccupazioni non diventino tamburi di guerra”. I vescovi hanno ricordato l’urgenza che gli investimenti pubblici siano indirizzati primariamente a sostenere le persone bisognose, le famiglie povere, le fasce sociali più deboli, ad assicurare a tutti adeguati servizi educativi e sanitari, a contrastare il cambiamento climatico. In quest’ottica, sarebbe opportuno riportare il tema dello sviluppo sostenibile al centro delle scelte politiche degli Stati e delle Organizzazioni internazionali, tra cui l’Unione Europea.
Infine i vescovi si sono confrontati sull’altissima vocazione della politica e sull’importanza di quegli spazi di riflessione, di dialogo, dove i cattolici possono riconoscersi e grazie ai quali si possono formare personalità capaci di stare nell’agone politico con dignità e coerenza. “Il coinvolgimento registrato alla Settimana Sociale di Trieste e le varie iniziative che da quell’esperienza hanno preso vita o forza dimostrano l’interesse di molti esponenti delle istituzioni nazionali e delle amministrazioni locali ad un agire politico animato dalla Dottrina sociale della Chiesa”.
Per i Vescovi, si tratta di un segnale positivo, soprattutto rispetto alla disaffezione dei cittadini alla partecipazione alla vita politica e all’astensionismo crescente. Per questo, è stato rinnovato l’invito a promuovere la partecipazione alla vita democratica attraverso le Scuole di formazione all’impegno socio-politico; a favorire la formazione alla Dottrina sociale della Chiesa; a sostenere la pastorale sociale nelle Chiese locali.
La Cei chiede di investire nella cultura della pace
“All’inizio di questa sessione del Consiglio Episcopale Permanente il nostro primo pensiero va a Papa Francesco. Durante l’Adorazione Eucaristica, che, come di consueto, apre i nostri lavori, abbiamo voluto unirci alle richieste che in questi giorni le Chiese in Italia e quelle sparse nel mondo hanno rivolto al Signore per il Pontefice. Una vera e propria catena di preghiera che è partita il 23 febbraio scorso e che continua a livello locale e universale. L’affetto della Chiesa intera si è concretizzato infatti nella preghiera spontanea, che si leva dai credenti di tutto il mondo, e dal Rosario serale da Piazza San Pietro, che è diventato ormai un appuntamento popolare di fede e di attaccamento al Santo Padre”: con questo gesto di affetto il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ieri ha aperto la sessione invernale del Consiglio permanente della Cei, in cui ha ricordato la catena di preghiera per il Pontefice che sta unendo tutte le chiese particolari d’Italia.
Ed ha ricordato l’affetto dei fedeli per il papa: “Qualcuno, ricordando la commovente e drammatica preghiera del 27 marzo 2020, quando da solo Papa Francesco pregò per il mondo intero, mi ha scritto che adesso è il mondo intero che si unisce nella preghiera per lui. In questa condizione di fragilità la sua figura diventa ancor di più motivo di comunione…
Il popolo cristiano lo ama e siamo colpiti dal fatto che pure non credenti e fedeli di altre religioni si uniscano all’invocazione per la sua salute, considerandolo un apostolo di pace e di spiritualità. Anche noi oggi, quindi, vogliamo far arrivare al Papa l’attaccamento e la preghiera dell’intera Chiesa in Italia, perché senta forte la nostra vicinanza filiale insieme con la consolazione del Padre buono, che sempre si prende cura dei suoi figli, soprattutto nei momenti più difficili della vita”.
Nel prolusione ha evidenziato quattro temi di cui il primo riguarda il giubileo: “Siamo ormai nel vivo dell’Anno Santo. Tante persone stanno profittando di questo tempo favorevole per confrontarsi nuovamente con la buona novella del Signore Gesù, morto e risorto, e per vivere l’esperienza del perdono e della conversione: è questa l’ennesima possibilità per accostarsi al Signore con gesti concreti, a cominciare dal pellegrinaggio, e per crescere in fede, speranza e carità”.
Ed ha messo in guardia affinchè questo tempo non sia solo esteriorità: “Perché questa opportunità non si riduca a una successione di celebrazioni esteriori, non possiamo dimenticare che il Giubileo, nella sua radice biblica, aveva una chiara connotazione spirituale e sociale. La normativa del capitolo 25 del libro del Levitico aveva come obiettivo di porre un argine all’avidità e alla grettezza del cuore. Nessun debito è per sempre: ma soprattutto nessuno deve restare schiavo per tutta la vita”.
Il Giubileo richiama ad un fattore economico: “Riconoscersi fratelli significa consentire a chi è in difficoltà economica o sociale di tornare ad avere la dignità che è propria di ogni persona. La stessa logica si applica alla terra: non la si può sfruttare in modo intensivo, senza consentirle di riprendere le energie necessarie a dare frutto a suo tempo.
La terra non è nostra: è di Dio e va trasmessa al meglio alle generazioni future… La cura dei poveri, la liberazione dei prigionieri, la vista a chi vaga nelle tenebre dell’errore e della sofferenza diventano la ragione della missione di Gesù: ‘Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato’. I discepoli ereditano questa missione del Maestro”.
Richiamando la bolla giubilare il presidente della Cei ha chiesto provvedimenti per i detenuti: “Rinnoviamo la sua richiesta di iniziative che restituiscano speranza, come forme di amnistia o di condono della pena, volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società, ma anche percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un reale impegno nell’osservanza delle leggi. E’ una sollecitazione che coinvolge, in primo luogo, le nostre comunità cristiane chiamate a una rinnovata creatività e generosità per quanti sono pellegrini di speranza con noi”.
L’altro punto riguarda la pace: “Il mondo si trova immerso nella tragedia della guerra… Mentre va scomparendo la generazione che ha vissuto l’ultima Guerra Mondiale con il suo carico di odio e di dolore, rischiamo di perdere una memoria sana di quegli eventi e delle loro vere cause. La logica del più forte sembra prevalere e quasi diventa affascinante e accettata in modo acritico…
Questo non sembra il tempo in cui si condivide la coscienza di essere un’unica famiglia e, purtroppo, non ci si tratta da fratelli. Anzi ci si tratta da nemici e ci si esercita nell’arte della guerra più che in quella del dialogo. Il sogno, che nasce dal Vangelo di Gesù, è che i popoli e le persone formino un’unica famiglia e che si trattino da familiari”.
Ha richiamato i continui appelli del papa al multilateralismo: “Troppo si è disprezzato il dialogo tra governi, mentre le sedi internazionali d’incontro sono state svuotate di significato e prestigio, a partire dall’ONU. La parola è decisiva. Il linguaggio, quello internazionale e quello della comunicazione, è divenuto molto duro, aggressivo, mirando a colpire o screditare più che a creare le basi del dialogo. Parole come armi e parole senza o con poca verità. E’ molto importante, a proposito, il discorso del Papa ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno”.
E’ stato un richiamo a ‘riscoprire’ la necessità del linguaggio diplomatico: “Qui le radici della crisi della diplomazia e del dialogo, necessario per fare pace: vincere la babelizzazione dei linguaggi, frutto dell’egocentrismo nazionale, personale e di gruppo. Ho sperimentato con gioia come un cristiano, che parla un linguaggio sincero, ascolta e cerca di capire l’altro, può aprire una strada laddove si pensava di trovare un muro. Lo si sperimenta anche nella vita di ogni giorno, di fronte a situazioni presentate come difficili o irrisolvibili. Talvolta siamo pessimisti, ma il cristiano ha in sé, nelle sue parole e gesti, una potenziale grande capacità di pace e di bene”.
E’ stato un invito a riscoprire la cultura della pace: “Sono convinto, che in questo mondo globale o post-globale, quanto avviene negli scenari del mondo è connesso agli scenari quotidiani e ha una ricaduta su di essi. La globalizzazione, attraverso mille modi, forma e deforma. I messaggi di violenza, le immagini di guerra, l’esaltazione della forza o del vincente, il disprezzo per il debole hanno effetti sulla mentalità e i comportamenti. Talvolta i giovani, deprivati di modelli e maestri, sono recettori indifesi di questo modo di vivere”.
La Chiesa è impegnata ad implementare tale cultura: “Dobbiamo essere grati a tanti sacerdoti, consacrati e consacrate, educatori, catechisti, laici e laiche impegnati, che si dedicano silenziosamente e tenacemente alla crescita e all’animazione dei cristiani, ponendo le premesse di un’umanità migliore. Li ringraziamo per il servizio non protagonista, che forma persone generose e responsabili. Essere padri e madri non è mai protagonismo ma generatività… Bisogna suscitare uomini saggi, portatori di una cultura piena di umanità capace di resistere a una cultura aggressiva, competitiva, egocentrica, ‘predicata’ in modo martellante dalla macchina della propaganda”.
Per tale cultura occorre investire nel cantiere ‘Europa’, ricordando il ‘Codice Camaldoli’: “Questo popolo non solo prega per la pace e la chiede con forza, ma anche pensa al post-guerra: se vuoi la pace, prepara la pace! È questo il vero investimento di cui oggi abbiamo bisogno… E’ molto diversa oggi la situazione dei cattolici da quella del 1943, ma c’è la tentazione di accontentarsi delle proprie buone ragioni e dei propri buoni sentimenti, magari limitandosi a rimettere in ordine la “casa” con qualche sistemazione strutturale o accorpamento”.
Ed è stato chiaro sul nazionalismo: “Il nazionalismo è in contraddizione con il Vangelo. Per questo i Padri fondatori dell’Europa presero l’iniziativa dell’unificazione europea. L’Europa è una terra arata dal cristianesimo. Non rivendichiamo un’Europa confessionale, ma da credenti siamo a casa nostra nel processo europeo e vogliamo dare il nostro peculiare contributo sull’esempio dei Santi Cirillo e Metodio per un’Europa che può respirare bene solo con i due polmoni. Dobbiamo investire nel cantiere dell’Europa, che non sia un insieme di Istituzioni lontane, ma sia figlia di una lunga storia comune, sia madre della speranza di un futuro umano, non rinunci mai a investire nel dialogo come metodo per risolvere i conflitti, per non lasciare che prevalga la logica delle armi, per non consentire che prenda piede la narrazione dell’inevitabilità della guerra, per aiutare i cristiani e i non-cristiani a mantenere vivo il desiderio di una convivenza pacifica, per offrire spazi di dialogo nella verità e nella carità”.
Per questo è necessario che l’Europa sia unita: “Nel grande confronto globale, solo un’Europa unita può preservare l’umanesimo europeo. Diversi sono i modi di intenderlo, ma è la ricchezza dell’Europa, con la centralità della persona. Questo è un nodo centrale, nonostante visioni relativistiche e individualistiche vorrebbero far perdere la memoria del Vecchio Continente”.
Papa Francesco ai volontari: segno di speranza
“Mercoledì scorso, con il rito delle Ceneri, abbiamo iniziato la Quaresima, l’itinerario penitenziale di quaranta giorni che ci chiama alla conversione del cuore e ci conduce alla gioia della Pasqua. Impegniamoci perché sia un tempo di purificazione e di rinnovamento spirituale, un cammino di crescita nella fede, nella speranza e nella carità”: anche oggi il testo di papa Francesco dopo la recita dell’Angelus è stato solo consegnato,ricordando l’inizio del tempo quaresimale.
Ed ha ricordato il prezioso contributo nella società del volontariato, che oggi ha celebrato il giubileo: “Questa mattina, in Piazza San Pietro, è stata celebrata la santa Messa per il mondo del volontariato, che sta vivendo il proprio Giubileo. Nelle nostre società troppo asservite alle logiche del mercato, dove tutto rischia di essere soggetto al criterio dell’interesse e alla ricerca del profitto, il volontariato è profezia e segno di speranza, perché testimonia il primato della gratuità, della solidarietà e del servizio ai più bisognosi. A quanti si impegnano in questo campo esprimo la mia gratitudine: grazie per l’offerta del vostro tempo e delle vostre capacità; grazie per la vicinanza e la tenerezza con cui vi prendete cura degli altri, risvegliando in loro la speranza!”
Il suo è stato un ringraziamento a chi accudisce con cura coloro che necessitano di aiuto: “Fratelli e sorelle, nel mio prolungato ricovero qui in Ospedale, anch’io sperimento la premura del servizio e la tenerezza della cura, in particolare da parte dei medici e degli operatori sanitari, che ringrazio di cuore. E mentre sono qui, penso a tante persone che in diversi modi stanno vicino agli ammalati e sono per loro un segno della presenza del Signore. Abbiamo bisogno di questo, del ‘miracolo della tenerezza’, che accompagna chi è nella prova portando un po’ di luce nella notte del dolore”.
Il messaggio si è concluso con la richiesta di pregare per la pace per i popoli martoriati dalla guerra: “Insieme continuiamo a invocare il dono della pace, in particolare nella martoriata Ucraina, in Palestina, in Israele, nel Libano e nel Myanmar, in Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo. In particolare, ho appreso con preoccupazione della ripresa di violenze in alcune zone della Siria: auspico che cessino definitivamente, nel pieno rispetto di tutte le componenti etniche e religiose della società, specialmente dei civili”.
Mentre nell’omelia della celebrazione eucaristica, celebrata dal card. Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il papa aveva sottolineato il significato di deserto come cambiamento di vita: “Ogni anno, il nostro cammino di Quaresima inizia seguendo il Signore in questo spazio, che Egli attraversa e trasforma per noi. Quando Gesù entra nel deserto, infatti, accade un cambiamento decisivo: il luogo del silenzio diventa ambiente dell’ascolto.
Un ascolto messo alla prova, perché occorre scegliere a chi dare retta tra due voci del tutto contrarie. Proponendoci questo esercizio, il Vangelo attesta che il cammino di Gesù inizia con un atto di obbedienza: è lo Spirito Santo, la stessa forza di Dio, che lo conduce dove nulla di buono cresce dalla terra né piove dal cielo. Nel deserto, l’uomo sperimenta la propria indigenza materiale e spirituale, il bisogno di pane e di parola”.
Ed ha messo in evidenza le tre caratteristiche della tentazione a cui Gesù è sottoposto: “Anzitutto, nel suo inizio la tentazione di Gesù è voluta: il Signore va nel deserto non per spavalderia, per dimostrare quanto è forte, ma per la sua filiale disponibilità verso lo Spirito del Padre, alla cui guida corrisponde con prontezza. La nostra tentazione, invece, è subita: il male precede la nostra libertà, la corrompe intimamente come un’ombra interiore e un’insidia costante”.
Quindi anche a noi Dio mostra la sua vicinanza: “Il Signore ci è vicino e si prende cura di noi soprattutto nel luogo della prova e del sospetto, cioè quando alza la voce il tentatore. Costui è padre della menzogna, corrotto e corruttore, perché conosce la parola di Dio, ma non la capisce. Anzi, la distorce: come dai tempi di Adamo, nel giardino dell’Eden, così fa ora contro il nuovo Adamo, Gesù, nel deserto”.
Poi ha sottolineato il modo con cui il diavolo tenta: “Cogliamo qui il singolare modo col quale Cristo viene tentato, cioè nella relazione con Dio, il Padre suo. Il diavolo è colui che separa, il divisore, mentre Gesù è colui che unisce Dio e uomo, il mediatore. Nella sua perversione, il demonio vuole distruggere questo legame, facendo di Gesù un privilegiato: ‘Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane’… Davanti a queste tentazioni Gesù, il Figlio di Dio, decide in che modo essere figlio. Nello Spirito che lo guida, la sua scelta rivela come vuole vivere la propria relazione filiale col Padre”.
Ma Dio non abbandona: “Anche noi veniamo tentati nella relazione con Dio, ma all’opposto. Il diavolo, infatti, sibila alle nostre orecchie che Dio non è davvero nostro Padre; che in realtà ci ha abbandonati. Satana mira a convincerci che per gli affamati non c’è pane, tanto meno dalle pietre, né gli angeli ci soccorrono nelle disgrazie.
PSemmai, il mondo sta in mano a potenze malvagie, che schiacciano i popoli con l’arroganza dei loro calcoli e la violenza della guerra. Proprio mentre il demonio vorrebbe far credere che il Signore è lontano da noi, portandoci alla disperazione, Dio viene ancora più vicino a noi, dando la sua vita per la redenzione del mondo”.
Proprio da questa consapevolezza della filiazione a Dio Gesù ‘vince’ le tentazioni: “Gesù, il Cristo di Dio, vince il male. Egli respinge il diavolo, che tuttavia tornerà a tentarlo ‘al momento fissato’… Nel deserto il tentatore viene sconfitto, ma la vittoria di Cristo non è ancora definitiva: lo sarà nella sua Pasqua di morte e risurrezione”.
Così davanti alla tentazione anche noi siamo redenti nella Pasqua: “La nostra prova non finisce dunque con un fallimento, perché in Cristo veniamo redenti dal male. Attraversando con Lui il deserto, percorriamo una via dove non ne era tracciata alcuna: Gesù stesso apre per noi questa strada nuova, di liberazione e di riscatto. Seguendo con fede il Signore, da vagabondi diventiamo pellegrini”.
Ciò è reso possibile anche dall’opera dei volontari: “Vi ringrazio molto, carissimi, perché sull’esempio di Gesù voi servite il prossimo senza servirvi del prossimo. Per strada e tra le case, accanto ai malati, ai sofferenti, ai carcerati, coi giovani e con gli anziani, la vostra dedizione infonde speranza a tutta la società. Nei deserti della povertà e della solitudine, tanti piccoli gesti di servizio gratuito fanno fiorire germogli di umanità nuova: quel giardino che Dio ha sognato e continua a sognare per tutti noi”.
(Foto: Santa Sede)





























