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Rondine e Lions insieme ‘Costruiamo oggi la pace di domani’
In occasione dell’imminente Giornata Internazionale della Pace, il Distretto Lions 108 La Toscana, insieme a Rondine Cittadella della Pace e in collaborazione con il Comune di Firenze, promuovono un evento di valore simbolico e civile: la presentazione ufficiale del Protocollo d’Intesa triennale tra i Lions Club della Toscana e Rondine, che sarà siglato il 20 settembre 2025 alle ore 10.00 nella prestigiosa cornice del Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio.
L’iniziativa nasce con l’obiettivo di rafforzare le progettualità comuni a favore dei giovani e della cultura della pace, valorizzando il ruolo dell’educazione e della leadership giovanile come strumenti di trasformazione dei conflitti e di costruzione di un futuro più giusto e pacifico.
All’evento prenderanno parte autorità istituzionali a partire dai rappresentati del Comune di Firenze, delegati lionistici e civili, giovani di Rondine e leader del mondo Lions, che offriranno testimonianze e riflessioni sul tema della pace, dell’impegno civico e della responsabilità collettiva.
Dopo i saluti istituzionali il programma vede al cuore dell’incontro le voci dei giovani di Rondine, provenienti da luoghi di guerra e portatori di storie di conflitti trasformati in opportunità di dialogo e riconciliazione, insieme al contributo del fondatore e Presidente Franco Vaccari.
A seguire, gli interventi lionistici offriranno prospettive su pace, spiritualità e impegno giovanile.
La cerimonia culminerà con la firma del Protocollo di Intesa e la presentazione del Fondo di Solidarietà, siglando una collaborazione che nei prossimi tre anni vedrà Lions e Rondine impegnati fianco a fianco per promuovere percorsi formativi, progetti sociali e iniziative territoriali capaci di rafforzare la cultura della pace. L’incontro sarà moderato da Cristina Privitera, vicedirettrice de La Nazione.
Il Governatore del Distretto Lions 108 La Toscana, Gilberto Tuccinardi, sottolinea: “Il nostro obiettivo è quello di rafforzare le progettualità comuni a favore dei giovani e della cultura della pace, con uno sguardo concreto verso il futuro e l’impatto sui territori. Perché se una Pace è possibile, per noi Lions è un dovere ricercarla e promuoverla”.
Franco Vaccari, Presidente e Fondatore di Rondine Cittadella della Pace, dichiara: “La firma di questo Protocollo rappresenta un passo concreto verso la costruzione di una rete sempre più ampia di attori impegnati per la pace. Con i Lions della Toscana condividiamo la convinzione che i giovani siano i veri protagonisti del cambiamento: offrire loro strumenti per trasformare i conflitti significa investire sul futuro delle nostre comunità e del mondo intero. Rondine nasce proprio con questa missione e oggi, grazie a questa collaborazione, possiamo rafforzarla con nuove energie e nuove prospettive”.
Con questa iniziativa, i Lions e Rondine segnano un nuovo passo comune nelle tracce della loro missione storica: essere costruttori di pace in un mondo tormentato da guerre e violenza, rafforzando il legame con la società civile per il dialogo e la trasformazione creativa dei conflitti, all’insegna del Metodo Rondine.
Tra la gente dell’Azione Cattolica per la Canonizzazione di Piergiorgio Frassati
“Buongiorno a tutti! Buona domenica e benvenuti! Grazie! Fratelli e sorelle, oggi è una festa bellissima per tutta l’Italia, per tutta la Chiesa, per tutto il mondo! E prima di cominciare la solenne celebrazione della Canonizzazione, volevo dire un saluto e una parola a tutti voi, perché, se da una parte la celebrazione è molto solenne, è anche un giorno di molta gioia! E volevo salutare soprattutto tanti giovani, ragazzi, che sono venuti per questa santa Messa! Veramente una benedizione del Signore: trovarci insieme con tutti voi che siete venuti da diversi Paesi”: a queste parole di papa Leone XIV pronunciate prima della celebrazione eucaristica per la canonizzazione di Pier Giorgio Frassati e di Carlo Acutis gli 80.000 fedeli, un po’ ancora assonnati ed un po’ sorpresi, lo hanno accolto con un lungo e caloroso applauso.
Applauso che si è ripreso al termine della messa, mentre il papa sulla ‘papamobile’ passava a salutare i presenti ed ad accarezzare i bambini, che i genitori mettevano nelle braccia del papa per ricevere una benedizione, tra l’entusiasmo dei giovani che, urlando, continuavano a chiamarlo con gli stessi slogan usati un mese prima a Tor Vergata, come ha detto Giulio, proveniente dalla Sicilia: “E’ stato un momento bellissimo. Frassati ci insegna che la vita deve essere vissuta interamente e non a pezzi… Vivere e non vivacchiare”.
A poca distanza di metri dalle bandiere dell’Azione Cattolica uno striscione ha evidenziato una richiesta dei giovani: ‘Rendici Acuti (s) come Te’, tantoché Sara, da Milano, ha specificato: “La strada percorsa da Carlo Acutis è molto intricante per noi. Ci invita ad accostarci a Gesù con costanza ed a vivere con autenticità”.
Percorrendo via della Conciliazione trovo molti giovani che allegramente stanno esprimendo con canti e bans, propri dei ragazzi dell’Azione Cattolica, sentimenti di gioia per festeggiare un ‘tipo losco’, come dice Giorgio con accento romano: “Pier Giorgio non è il santo da figurina ingiallita, ma un ‘tipo losco’, nel quale rivedo me ed i miei amici: imperfetto, con le proprie incoerenze, ma così capace di far spazio a Dio”.
Però non solo giovani, ma anche genitori come Aldo da Perugia: “Sembrano ragazzi della porta accanto. Vedere santi così giovani mi ricorda che tutti, nel quotidiano,possiamo esserlo. Da papà, mi fa impressione che avessero 15 e 24 anni: nei loro occhi vedo i miei figli”.
Però la festa per san Pier Giorgio Frassati si era aperta il giorno precedente con il convegno alla Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) con il convegno ‘Dentro la vita, dentro la storia’, a cui è seguita la veglia di preghiera nella basilica di san Giovanni Battista dei Fiorentini, presieduta da mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica Italiana e dell’Università Cattolica ‘Sacro Cuore’ di Milano, che ha ripreso la definizione di san Giovanni Paolo II, ‘L’uomo delle otto beatitudini’: “Pier Giorgio Frassati parla ancora agli uomini e alle donne di questo tempo: l’amicizia, la carità, la gioia. Temi che non appartengono solo alla sua biografia, ma che attraversano anche il vissuto dei nostri giorni, segnati da conflitti, solitudini e diseguaglianze.
La canonizzazione, ormai imminente, di Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati ci fa comprendere quanto tutto questo sia vero e come i santi siano i grandi compagni di viaggio di tutti coloro che affrontano il cammino della vita facendo proprio l’invito di san Paolo… Questo non significa che i santi rifuggano dalla vita terrena o siano estranei all’agone del vivere umano, tutt’altro. Sono esattamente coloro che vivendo in Cristo sanno trasformare l’ordinario in straordinario”.
Però tutte le sue attività non avrebbero avuto senso senza la preghiera: “Ma tutto questo sarebbe stato impossibile se non avesse vissuto in modo particolarmente intenso la prima delle beatitudini: ‘Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli’. La centralità della vita spirituale, l’assiduità nella preghiera, l’Eucaristia quotidiana e il Rosario, ci dicono quanto avesse interiorizzato la necessità di affidarsi totalmente al Signore e di volersi sempre più conformare a Lui”.
Il convegno pomeridiano era stato aperto dal presidente nazionale dell’Azione Cattolica, Giuseppe Notarstefano: “La canonizzazione di Pier Giorgio rappresenta un momento significativo per tutta l’Azione Cattolica Italiana e la sua figura è un esempio per generazioni di laici giovani ed adulti impegnati nella Chiesa e nel mondo. Per l’Ac è un momento di grazia e di gratitudine profonda. Al cuore della sua esistenza, attraverso esperienze di servizio ai poveri, di legami fraterni di amicizia, di impegno sociale e politico, c’è una profonda spiritualità che connette e tiene insieme tutto, cercando una sintesi che prende sempre una forma evangelica, gioiosa e appassionata”.
Mentre il prefetto del Dicastero delle cause dei santi, card. Marcello Semeraro, ha tratteggiato i lineamenti di questo ‘alpinista dello spirito’: “I santi, come Pier Giorgio sono anzitutto donne e uomini di comunione. Di vere relazioni. Sono in comunione con Dio e con le cose sante di Dio, in comunione tra di loro, che sono stati conquistati da Cristo, ed in comunione con noi. Ci pare che questa consegna sia troppo importante per essere data per scontata. I santi, come Pier Giorgio, sono donne e uomini interi, che hanno preso seriamente in considerazione la propria umanità. Per questo continuano a parlare alle generazioni che li hanno seguiti”.
Roberto Falciola, vicepostulatore della causa di canonizzazione, ha ricordato come l’amicizia fosse per Frassati non solo un legame umano, ma un luogo privilegiato di evangelizzazione e sostegno reciproco e per questo aveva dato vita alla Compagnia dei ‘Tipi loschi’: “Fidandosi totalmente delle parole di Gesù, vede nel prossimo la presenza di Dio, si considera ‘povero come tutti i poveri’: si prodiga in parole e gesti di carità fraterna, sia da solo che nella forma organizzata delle Conferenze di San Vincenzo, per le strade di Torino, nei quartieri poveri, al Cottolengo. Nelle forti tensioni del primo dopoguerra è impegnato in un apostolato sociale, che lo vede presente anche nelle fabbriche”.
Insomma essere cristiani è possibile, solo se si vive con umorismo e serietà: “Il messaggio che la figura di Frassati diffonde nel mondo è che essere giovani cristiani non solo è possibile, ma che è anche il modo di vivere la propria età in pienezza e in totale armonia, godendone fino in fondo. Emerge da Pier Giorgio una santità adatta al nostro mondo ed al nostro tempo, avendo egli vissuto tutte le dimensioni che sono proprie della vita dei giovani di oggi ed attraversato con coraggio e lucidità un tempo difficile, duro e provocatorio, testimoniando la fede e seminando speranza”.
Inoltre Luca Liverani, giornalista di Avvenire, ha raccontato un ‘curioso’ episodio familiare del padre, mentre Rosanna Tabasso, presidente del Sermig, ha riflettuto sul desiderio di pace che lo animava, raccontando l’accoglienza offerta dal Sermig ai poveri. Infine Tatiana Giannone, rappresentante di Libera, ed Irene Ioffredo, rappresentante del Dicastero per lo Sviluppo umano e integrale, hanno ribadito come la sete di giustizia di Frassati resti attualissima.
(Tratto da Aci Stampa)
Roberto Falciola, il vicepostulatore di Pier Giorgio Frassati: ‘Lui è stimolo per tutti alla santità’
“Ore 7 (di sera) irreparabile sventura. Povero san Pier Giorgio! Era santo e Dio l’ha voluto con sé”: così il 4 luglio 1925 l’amica Ester Pignata annotava sul calendario di cucina, frase riportata nel libro ‘Non vivacchiare, ma vivere’, scritto dallo scrittore e redattore editoriale, Roberto Falciola, vicepostulatore della causa di canonizzazione del beato Pier Giorgio Frassati,
I funerali alla parrocchia Crocetta di Torino sono un’apoteosi per la quantità di gente, poveri, giovani e popolani che partecipano al lutto, tantoché il cronista Ubaldo Leva raccontava su ‘La Stampa’ “il gesto toccante e trascinante, da dare i brividi, degli amici: trasportata la bara dal carro funebre in chiesa, vi poggiarono il capo, e così stettero, pallidi e immobili, per non so quale abbandono dolce e disperato, come estenuati di dolore e di amore.
Un plebiscito si è stretto attorno alla salma. Quasi tutta gente del popolo, gente minuta, donnette e artigiani, e tante mamme coi bimbi. Le case si erano svuotate di tutti quelli che non erano al lavoro; ma c’erano anche quelli che venivano dai punti opposti della città. Quei funerali furono la prima testimonianza, la prima consacrazione della grande anima, del puro spirito di Pier Giorgio. Lì inizia il suo processo di santificazione”.
Ed in una lettera a Luciana, sorella di Pier Giorgio, mons. Giovanni Battista Montini, sostituto della Segreteria di Stato, scriveva: “Torna a noi la sua voce, la sua presenza; si riaccende il desiderio dell’imitazione dell’emulazione; si conforta la certezza che una giovinezza forte e limpida è possibile e vicina; si sente l’interiore anelito verso una bontà interiore crescere nel cuore; e si pensa che tutto questo sia bene, e sia anche dovuto alle pagine che introducono nella confidenza di Pier Giorgio, e quasi mettono a conversazione con lui”.
Dopo il giorno della canonizzazione, a Roberto Falciola chiediamo di spiegarci in quale modo i giovani possono diventare pellegrini di speranza seguendo Pier Giorgio Frassati: “Pier Giorgio aveva trovato le ragioni della sua speranza nella relazione d’amore con Dio. Lui nutriva questa relazione con la preghiera, la lettura della Parola di Dio, l’Eucaristia (che riceveva tutti i giorni), la condivisione del cammino con le sorelle e i fratelli nella fede. Questo gli dava la capacità di distinguere quali sono le cose davvero importanti nella vita; e l’unica cosa davvero importante è amare.
L’amore non finisce mai: lo scrive bene san Paolo in quel brano della prima lettera ai Corinti che Pier Giorgio amava così tanto da averlo copiato a mano (1Cor 13). La carità non avrà mai fine. Questa consapevolezza riempiva il cuore di Pier Giorgio e gli permetteva di essere un giovane uomo di speranza anche nei confronti delle tante persone bisognose di cui si occupava. Credo che i giovani possano diventare pellegrini di speranza, sul suo esempio, donando sé stessi senza paura e senza riserve. Perché è dando che si riceve”.
Perché è necessario vivere e non vivacchiare?
“”Pier Giorgio ha scritto ad un amico: ‘Vivere senza una Fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la Verità non è vivere ma è vivacchiare. Noi non dobbiamo mai vivacchiare ma vivere perché anche attraverso ogni disillusione dobbiamo ricordarci che siamo gli unici che possediamo la Verità, abbiamo una Fede da sostenere, una Speranza da raggiungere, la nostra Patria’.
Perciò per lui vivere è avere la fede, avere un patrimonio da difendere (la vita nell’amore) e sostenere la lotta per la Verità: e la Verità è Gesù, lo ha detto lui stesso (‘Io sono la via, la verità e la vita’, Gv 14,6), cioè l’Amore fattosi carne, la Buona Novella da annunciare al mondo. Vivere in modo autentico richiede una lotta, cioè un impegno forte, fiducioso, continuo nella testimonianza del bene. E penso che questo desiderio sia custodito nel cuore di ogni giovane, anche oggi”.
Quindi Frassati indica che la santità è una meta raggiungibile per tutti?
“Che la santità sia una chiamata per tutti i battezzati è una verità di sempre. In tempi a noi vicini, papa Francesco l’ha ribadito nella sua bellissima esortazione apostolica ‘Gaudete et exsultate’. Pier Giorgio ci mostra come questo sia possibile nello scorrere della vita quotidiana di un giovane che vive in pienezza la sua giovinezza, immerso nell’amore del Signore. In questo senso, il fatto che sia canonizzato, cioè proposto alla venerazione dei fedeli di tutto il mondo, può essere d’aiuto per tante persone, di tutte le età, nel sentirsi incoraggiate sul cammino della santità”.
Perché la Chiesa indica ai giovani Pier Giorgio Frassati?
“La Chiesa indica Pier Giorgio a tutti, ma certo in modo particolare i giovani sono quelli più interessati a vedere come ha vissuto la sua fede una persona che ha condiviso la loro età, con tutti i problemi e tutte le cose belle che riempiono l’esistenza nell’età giovanile. Credo che per i giovani sia importante vedere come Pier Giorgio abbia vissuto la sua giovinezza nella maniera più piena, aprendosi a una grande varietà di esperienze buone, godendo delle meraviglie della natura e delle creazioni umane, immergendosi nell’amicizia più sincera, impegnandosi a fondo in uno studio che gli chiedeva non pochi sforzi, essendo capace di allegria trascinante e di grande contemplazione, attento alle dinamiche sociali e politiche del suo tempo.
Per certi versi, un giovane come tutti i giovani, ma con la capacità di essere sempre sé stesso, in ogni situazione, perché aveva trovato nel Vangelo i criteri per decidere come orientare la sua vita, e intendeva esservi fedele sempre. Questo è il fascino che può esercitare sui giovani del nostro tempo, così incerti e spesso impauriti circa il proprio destino e il proprio futuro”.
Quindi al centro dell’azione di Pier Giorgio Frassati c’era la carità: come avvicinare i giovani a questa virtù teologale?
“Credo che più si è aiutati ad approfondire la relazione con Dio più l’urgenza di testimoniare l’amore concretamente con gesti e parole di carità si faccia forte. E, in questo nostro tempo, penso che i giovani debbano essere aiutati a scoprire la bellezza del donarsi, agendo gratuitamente per gli altri.
La cultura in cui siamo immersi porta a considerare solo il proprio vantaggio come valore a cui indirizzare i propri sforzi, ma la verità del cuore della persona umana è invece segnata dalla relazione con l’altro e trova la propria realizzazione nel dono di sé. Aiutare i giovani a fare questo, attraverso gesti e impegni concreti, può liberare il loro cuore e permettere forse più facilmente di riscoprire dentro di sé la presenza di Dio, che è amore non teorico ma concreto”.
(Tratto da Aci Stampa)
Il Giubileo dei giovani nel racconto di chi lo ha vissuto
“Senza la disponibilità e passione educativa di tanti, le due proposte giubilari non avrebbero avuto lo stesso valore né la stessa profondità. Siete stati collaboratori della gioia dei giovani e degli adolescenti, partecipi di una Chiesa che cresce con loro e attraverso di loro… Siete stati collaboratori della gioia dei giovani e degli adolescenti, partecipi di una Chiesa che cresce con loro e attraverso di loro. Avete scelto di esserci con discrezione, fermezza e cura; avete saputo custodire il cammino spirituale dei ragazzi e li avete aiutati a sentirsi parte di qualcosa di più grande”: così, a conclusione del Giubileo dei giovani, inizia la lettera scritta dal segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari, e da don Riccardo Pincerato, responsabile del Servizio Nazionale per la pastorale giovanile della Cei, inviata ad educatori, sacerdoti, religiosi e religiose, animatori come ringraziamento per gli avvenimenti vissuti.
Partendo da questo ringraziamento abbiamo raccolto la testimonianza dei quattro educatori della parrocchia ‘Santa Famiglia’ di Tolentino, nella diocesi di Macerata, che hanno accompagnato i giovani in un pellegrinaggio ‘particolare: Irene Pazzaglia, Linda Sacchi, Francesca Pascucci, e Francesco Paolo D’Onghia.
In quale modo avete vissuto questo Giubileo dei giovani?
Irene Pazzaglia: “Il Giubileo dei giovani ha avuto la sua manifestazione concreta nella settimana dal 28 luglio, al 3 agosto anche se per noi è stato il frutto di un lungo cammino di preparazione e riflessione iniziato già a Gennaio. Abbiamo organizzato con i ragazzi momenti di incontro sia a livello diocesano sia parrocchiale, affinché non venisse percepito solo come un viaggio a Roma, ma come un vero e proprio percorso di discernimento che avrebbe trovato il suo pieno compimento in quella settimana di fine luglio.
Accompagnare a Roma i ragazzi del mio gruppo parrocchiale in questa avventura giubilare è stata un’esperienza bellissima, ricca di emozioni intense e talvolta contrastanti: ci sono stati momenti di grande fatica, notti scomode, ore cariche di stanchezza e responsabilità; ma tutto è stato abbondantemente ripagato dai loro volti felici e dalla gioia che si percepiva negli altri giovani incontrati lungo la strada.
Avendo partecipato due anni fa alla GMG di Lisbona, con la maggior parte di loro, ero in parte preparata a ciò che avremmo vissuto, soprattutto durante la veglia a Tor Vergata. Tuttavia, ogni evento è unico e irripetibile, come lo è stato questo giubileo. Perciò non posso che ringraziare di nuovo i ragazzi che, come loro educatrice, ho avuto la gioia di accompagnare e con i quali ho condiviso questa esperienza”.
Francesco Paolo D’Onghia: “Ho vissuto questo Giubileo dei giovani come un’esperienza intensa di fede, comunione e gioia. E’ stato un momento in cui mi sono sentito davvero parte di una Chiesa viva e giovane, proveniente da ogni parte del mondo radunata dal successore di Pietro”.
Linda Sacchi: “Sono partita con il cuore aperto e totalmente scarico e disilluso ma pronto e desideroso di ricevere ; gioia, amore, grazia di Dio, speranza, riconciliazione, insomma ricolmarmi di ogni bene possibile ho voluto fare incetta di ogni ben di Dio. E ci sono riuscita, il mio desiderio è stato ripagato”.
Francesca Pascucci: “Prima della partenza ero piena di entusiasmo, e questo sentimento mi ha accompagnata per tutti i giorni del cammino e del Giubileo, nonostante la fatica e le difficoltà incontrate lungo la strada”.
Però prima di arrivare a Roma avete iniziato con un pellegrinaggio sulla via Lauretana: cosa avete scoperto?
Irene Pazzaglia: “Sì, il nostro cammino è iniziato percorrendo la via Lauretana in senso inverso: partendo da Loreto per arrivare a Tolentino. Abbiamo camminato per 62 km, fermandoci a Recanati, Macerata, Urbisaglia ed infine Tolentino. Oltre a scoprire strade poco conosciute e ad ammirare stupendi panorami, che spesso diamo per scontati ma che sono in realtà meravigliosi; ho avuto l’occasione di conoscere nuove persone che camminavano con me.
Eravamo circa 300 partecipanti e, durante il percorso, capitava di affiancarmi a giovani od educatori che non conoscevo e che, in quel momento, avevano il mio stesso passo. In ogni tappa avevamo la possibilità di fermarci per attività di gruppo, meditare sul Vangelo del giorno, riflettere su temi della vita quotidiana… ma anche mangiare, perchè devo dire che siamo stati accolti dalle parrocchie e dalle città in maniera fantastica! E’ stato sicuramente un momento di crescita personale, di discernimento, ma anche di tempo donato ‘all’altro”.
Francesca Pascucci: “Ho scoperto una grande serenità e pace, camminando in mezzo alla natura, lasciandomi sorprendere e meravigliare dalla bellezza del creato. E’ stato come sentire Dio presente in ogni passo”.
Francesco Paolo D’Onghia: “Durante il pellegrinaggio sulla via Lauretana abbiamo scoperto il valore del cammino, non solo fisico ma soprattutto interiore. Passando tra paesi, colline e santuari, ci siamo resi conto di quanto sia importante rallentare, ascoltare, condividere. Ogni passo ci ha avvicinato non solo alla meta, ma anche a noi stessi, agli altri ed a Dio.
Abbiamo scoperto che la fatica può diventare preghiera, il silenzio può diventare dialogo, e che nei piccoli gesti (un sorriso, un aiuto, una parola) si nasconde spesso il volto di Cristo. E’ stato un tempo di amicizia e di apertura sincera al mistero della fede. L’accoglienza è la cura delle persone che ci hanno accolto nei vari paesi e si sono spesi per l’organizzazione è stata commovente”.
Linda Sacchi: “Ho scoperto che per arrivare a Roma ed attraversare la Porta santa sono stata messa alla prova con la fatica del cammino sotto il peso dello zaino, un giogo che a tratti era veramente faticoso ed in altri era leggero, perché condiviso con tutto il gruppo, ma facente parte di un piano ben preciso scavare dentro di me per arrivare veramente a una riconciliazione desiderata e ben ponderata. La gioia della condivisione anche della fatica e dell’arrivo alla tappa prefissata. I festeggiamenti post cammino risollevavano gli animi”.
‘Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno. Allora vedrete crescere ogni giorno, in voi e attorno a voi, la luce del Vangelo’: è stato l’invito di papa Leone XIV nell’omelia della celebrazione eucaristica a Tor Vergata. Ci si può riuscire?
Irene Pazzaglia: “Aspirare alla santità è certamente impegnativo, soprattutto se lo si interpreta come dover essere perfetti, non peccare mai ed essere sempre ‘buoni e gentili’ con tutti. Siamo abituati a vedere i santi come figure lontane da noi, inavvicinabili, quasi irraggiungibili. Forse, però, se riuscissimo a ricordare che anche loro erano esseri umani, con le loro peculiarità, pregi e difetti, difficoltà e fatiche quotidiane (la differenza stava nell’attaccamento totale e fiducioso a ‘Qualcuno’ di infinitamente più grande) allora sì, potremmo dire che la santità è alla nostra portata”.
Francesco Paolo D’Onghia: “Assolutamente sì, ci si può riuscire. L’invito del papa ad aspirare alla santità non è un sogno irraggiungibile, ma una chiamata concreta e possibile, anche nella vita di tutti i giorni. Non si tratta di essere perfetti, ma di vivere con amore autentico, scegliere il bene nelle piccole cose, restare fedeli a Dio anche nelle fragilità. La santità, come ci ha ricordato spesso anche papa Francesco, non è riservata a pochi eletti, ma è per tutti, anche per noi giovani.
Si può essere santi andando a scuola, lavorando, aiutando un amico, perdonando, pregando in silenzio, donando tempo agli altri. È una strada fatta di passi semplici, ma sinceri. Certo, non è facile: richiede coraggio, coerenza, fiducia. A volte richiede di ‘rinunciare a se stessi’…. Ad un ‘bene’ per te per un ‘bene’ più grande. Ma non siamo soli. Con l’aiuto della Grazia di Dio, il sostegno della comunità e la luce del Vangelo, la santità diventa una meta che possiamo davvero raggiungere”.
Linda Sacchi: “Nella vita tutto è possibile anche se estremamente difficile. La santità per quanto mi riguarda la si può raggiungere ogni giorno nella quotidianità , nelle sfide che la vita ci presenta, nel matrimonio, con i figli al lavoro; siamo chiamati quotidianamente a metterci in gioco per superare i nostri cosiddetti limiti. A volte cadiamo, altre volte inciampiamo ed altre ancora annaspiamo, credendo di non farcela, ma poi il pensiero va a Lui, chiediamo aiuto, preghiamo e con fede andiamo avanti a volte acciaccati e un po’ malandati, altre volte rinvigoriti”.
Francesca Pascucci: “Sì, è possibile aspirare alla santità, se ci si lascia guidare dal Signore in ogni situazione della vita, affidandosi a Lui con fiducia”.
Infine quale è l’immagine che è rimasta impressa di questo Giubileo?
Irene Pazaglia: “L’immagine che conservo nel cuore è lo sguardo dei ragazzi durante la veglia notturna a Tor Vergata. Il cammino per arrivarci è stato impegnativo: sotto il sole d’agosto, con uno zaino pesante sulle spalle, e con la pazienza messa alla prova dalla difficoltà di trovare subito un posto per sistemarci. Abbiamo dovuto camminare ancora a lungo, già stanchi, portando non solo lo zaino ma anche la scatola con il cibo per due giorni, consegnata all’ingresso della ‘spianata’.
Tutta quella fatica è stata ampiamente ricompensata dalla gioia di vedere i ragazzi immersi in un clima di fratellanza e pace insieme a giovani provenienti da tutto il mondo. Hanno ballato, camminato per tutta la notte, scambiato oggetti (braccialetti, bandiere, magliette) e stretto nuove amicizie. Il loro sorriso aperto e luminoso, soprattutto in un tempo come il nostro in cui odio e razzismo sembrano prevalere, è l’immagine che porto con me ancora oggi”.
Francesco Paolo D’Onghia: “L’immagine che è rimasta impressa di questo Giubileo è quella di una distesa immensa di giovani in preghiera silenziosa, sotto il cielo stellato di Tor Vergata, durante la veglia con il papa. In quel momento, non c’erano più bandiere, lingue o culture diverse: eravamo un solo popolo, un solo cuore, una sola fede”.
Francesca Pascucci: “L’immagine che porto nel cuore è quella del sole e della luce: simboli di speranza, di forza per continuare a camminare e di desiderio di mettersi in gioco per il Signore, al Suo servizio”.
Linda Sacchi: “I fiumi di persone/giovani da tutto il mondo che hanno fatto migliaia di chilometri ed essere radunati tutti sotto lo stesso cielo per testimoniare con forza l’amore di Dio. Sentirsi parte di questo amore è veramente unico e ti fa capire che il giogo del pellegrinaggio era veramente leggero; ci ha messo le ali ai piedi e ci ha riempiti dei tuoni del suo amore, perché l’amore di Dio non è tiepido e titubante ma è fragoroso e forte come un tuono. Ti riempie di energia per fare e dare, come ci hanno detto a Loreto prima di partire: ‘ultreia et suseia’, avanti sempre (motto dei pellegrini del cammino di Santiago), senza fermarci mai siamo pilgrims of Hope”.
(Foto del gruppo)
TodiEDU25: puntare in alto per lasciarci sorprendere dai nostri ragazzi
L’Umbria ospita per l’ottava volta consecutiva, nella città di Todi, il convegno nazionale di Articolo 26, l’Associazione di Promozione Sociale (APS) che, da molti anni ormai, è parte attiva del FoNAGS – il Forum nazionale delle Associazioni dei Genitori nella Scuola istituito presso il Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) e dell’EPA, l’European Parents’ Association.
Con il titolo “Educare con cuore e mente. Puntare in alto per lasciarci sorprendere” l’XI Convegno Nazionale di Articolo 26 riunirà nella giornata di domani associati e ospiti per fare il punto sulla situazione in generale dell’educazione pubblica in Italia e condividere la formazione sui temi della libertà educativa e d’insegnamento.
Anche quest’anno l’incontro annuale dell’Associazione vanta un nutrito numero di patrocini istituzionali (Senato della Repubblica, Camera dei Deputati, Regione Umbria, Ufficio Scolastico Regionale dell’Umbria e Comune di Todi), valorizzando così non solo il rilievo dei temi trattati ma anche l’ispirazione personalista a familiare di coloro che saranno chiamati ad intervenire nelle varie relazioni. Il principale obiettivo di Articolo 26, infatti, è la promozione della libertà educativa secondo il principio riconosciuto al comma 3 dell’articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (New York, 10 dicembre 1948): «I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli».
Come nello stile dei promotori, anche il programma di questa edizione del Convegno include interventi “tecnici” con proposte più leggere, contenuti specialistici con la rappresentazione dalla viva voce dei genitori delle loro istanze e speranze, così da mettere anche a fattor comune le esperienze vissute con l’associazione nella scuola insieme ai ragazzi e facendo rete con genitori di Articolo 26 e di quelli aderenti ad altre associazioni educative.
I lavori saranno inaugurati alle ore 9:30 dai saluti istituzionali del sindaco di Todi Antonio Ruggiano (Forza Italia) e dagli interventi introduttivi del presidente di Articolo 26 Carlo Stacchiola e del vicepresidente Marco Cortellessa. Seguiranno le relazioni della psicologa e psicoterapeuta Elisa Rudel su identità e “fluidità” di genere (ore 10) e dello psicologo e scrittore Osvaldo Poli sul modo migliore di interagire con i propri figli durante il delicato periodo dell’adolescenza (ore 11).
Nel pomeriggio le relazioni saranno incentrate sul tema del consenso informato preventivo ai genitori per la partecipazione dei loro figli minori che frequentano le scuole dell’obbligo ad attività extra-curricolari, tema di particolare interesse a seguito del recente provvedimento adottato in merito dal Ministro Giuseppe Valditara.
I lavori si concluderanno quindi con l’autorevole contributo giuridico a cura dell’avvocato e componente del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) Daniela Bianchini sul tema Aspetti legali del consenso informato (ore 16.30) e dall’intervento dell’ing. Carlo Stacchiola su Intelligenza artificiale: com’è umana lei! (ore 17.30), a pochi giorni dall’uscita delle “Linee guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle Istituzioni scolastiche“. L’intervento mira a rendere consapevoli e ad orientare insegnanti e operatori scolastici, nonché genitori e figli, di questa rivoluzione tecnologica che sta per muovere i suoi primi passi anche nelle scuole italiane. Per ogni ulteriore informazione sull’appuntamento TodiEDU25 e per contattare l’associazione promotrice si può consultare il sito www.articolo26.it oppure scrivere alla casella di posta elettronica segreteria@articolo26.it.
Verso l’alto (e sugli Altari) con Pier Giorgio Frassati
‘Pier Giorgio Frassati. La gioia non avrà misura‘ è il titolo del libro nel quale il giornalista e scrittore Vincenzo Sansonetti offre una risposta alla domanda di felicità e di senso che nessuna distrazione, sconfitta o abbruttimento riuscirà mai a spegnere nel cuore dell’uomo.
Edito da Ares per la collana ‘Un santo per amico’, il volume (Milano 2025, pp. 216, euro 16) racconta la vita e la testimonianza di Pier Giorgio Frassati (1901-1925) che, assieme all’altro “giovane santo” Carlo Acutis (1991-2006) sarà canonizzato dopodomani, ovvero domenica 7 settembre, da Papa Leone XIV in piazza San Pietro. Non è chiaramente un caso che proprio durante quest’anno giubilare dedicato alla Speranza il giovane laico piemontese sia elevato agli onori degli Altari. Lui e il ‘patrono di internet’ infatti sono tra i più fulgidi esempi contemporanei di fede vissuta in maniera gioiosa e ‘immersa nel mondo’.
Molte diocesi e associazioni hanno già organizzato percorsi e pellegrinaggi per favorire la partecipazione ad uno degli eventi giubilari in assoluto più attesi, confermando la forte attualità del messaggio di giovani cattolici la cui vita controcorrente costituisce una fonte di attrazione inesauribile poiché esperienza visibile di Vangelo vissuto. Il motto di Pier Giorgio, «Verso l’alto», riassume infatti tutta la sua spiritualità: elevarsi verso Dio per poi scendere a servire gli ultimi.
«La nostra vita per essere cristiana è una continua rinunzia – ha scritto in propositoPier Giorgio Frassati -, un continuo sacrificio, che però non è pesante quando solo si pensi che cosa sono questi pochi anni passati nel dolore in confronto all’eternità felice, dove la gioia non avrà misura e fine, dove noi godremo di una pace che non si può immaginare».
Sguardo sicuramente puntato al cielo, ma piedi ben piantati in terra quelli del giovane torinese morto a soli 24 anni. Sempre allegro, sportivo, abile alpinista, impegnato politicamente (prese la tessera del Partito Popolare Italiano nel 1920, l’anno successivo alla sua fondazione), esempio di gioia di vivere e di generosità verso i poveri, Frassati ha incarnato perfettamente il connubio tra la Fede e la vita, tra l’accoglienza del Vangelo e l’azione concreta. Era infatti convinto che il Vangelo doveva ispirare tutti gli ambienti sociali e confrontarsi, senza steccati, in tutte le circostanze del quotidiano.
«Un modello che può insegnare qualcosa a tutti», lo definì il socialista riformista (per questo espulso dal PSI nel 1922 e da sempre avversato dai comunisti) Filippo Turati (1857-1932), stupito di Frassati perché «ciò che si legge di lui è così nuovo e insolito che riempie di riverente stupore anche chi non condivide la sua fede».
Gli fa eco, sebbene su un piano del tutto diverso, l’attuale vescovo di Pavia Corrado Sanguineti, che firma un significativo Invito alla lettura (pp. 11-14) della biografia di Vincenzo Sansonetti. Mons. Sanguineti, infatti, rileva un concetto per certi versi analogo a quello espresso da Turati, ovvero che «ciò che balza agli occhi è la potente affermazione della personalità di Pier Giorgio, con mille interessi, che si manifesta in lui proprio per la radicalità e la totalità con cui vive l’avventura cristiana. È un giovane dentro il suo tempo, attento ai drammi sociali della Torino e dell’Italia di allora, alla povertà che in molti casi assume il volto della miseria materiale e morale, tanto da scegliere, contro le attese della famiglia, d’iscriversi a ingegneria per stare vicino alle classi più umili degli operai e dei minatori: diventa il “facchino” dei poveri, trascinando per le vie della città i carretti carichi di masserizie degli sfrattati» (p. 12).
L’autore del libro, il pugliese Vincenzo Sansonetti, è autore di numerosi saggi sulla storia della Chiesa e sulla vita dei santi. Fra gli altri lavori possiamo citare Un santo di nome Giovanni. La vita e le opere del Papa buono (Sonzogno), L’Immacolata Concezione (Piemme) e Inchiesta su Fatima (Mondadori). Ha curato inoltre tre volumi su Papa Francesco (Rizzoli) e per le Edizioni Ares di Milano ha pubblicato, assieme al vicedirettore della casa editrice Riccardo Caniato, il volume Maria, alba del terzo millennio. Il dono di Medjugorje, dedicato alle “apparizioni” della Madre di Dio che, dal 25 giugno 1981, starebbero avvenendo nella piccola località dell’Erzegovina.
Papa Leone XIV ai giovani del Mediterraneo: siate opera segno per la pace
“Sono felice di accogliervi qui in Vaticano, nella casa di Pietro, accompagnati dal Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana. So che venite da vari Paesi, avete lingue e culture diverse, ma siete accomunati da un unico grande desiderio: la convivenza pacifica dei popoli, specialmente di quelli che abitano attorno al Mediterraneo. A questo desiderio state dando corpo e anima, con il vostro impegno e con numerosi progetti, sia nei territori, nelle vostre comunità, sia a livello europeo, in dialogo con le Istituzioni ecclesiali e politiche. Vi ringrazio per quello che fate: siete una dimostrazione che il dialogo è possibile, che le differenze sono fonte di ricchezza e non motivo di contrapposizione, che l’altro è sempre un fratello e mai un estraneo o, peggio, un nemico”.
Con queste parole nell’udienza al Consiglio dei Giovani del Mediterraneo papa Leone XIV ha invitato a contribuire a un mondo più fraterno, ricordando il percorso intrapreso fino ad oggi: “Il Consiglio dei Giovani del Mediterraneo è uno dei frutti del percorso di riflessione e spiritualità promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana che ha avuto a Bari, nel 2020, e a Firenze, nel 2022, due momenti chiave. Questi appuntamenti hanno riunito i Vescovi di alcuni Paesi dell’area mediterranea, nella consapevolezza che il mare nostrum può e deve essere luogo di incontro, crocevia di fraternità, culla di vita e non tomba per i morti. Auguro che queste esperienze, promosse dalle Chiese in Italia, possano continuare come segni di speranza”.
Un percorso influenzato dal pensiero di pace di Giorgio La Pira: “Giorgio La Pira, il sindaco di santa memoria il cui pensiero ha ispirato le iniziative di Bari e Firenze, era convinto che la pace nella regione del Mediterraneo sarebbe stata l’inizio e quasi la base della pace fra tutte le nazioni del mondo. Questa visione mantiene oggi tutta la sua forza e la sua carica profetica, in un tempo dilaniato dai conflitti e dalla violenza, dove la corsa agli armamenti e la logica della sopraffazione hanno la meglio sul diritto internazionale e sul bene comune”.
Per questo occorre seguire il suo esempio e non abbandonarsi allo scoraggiamento: “Ma non dobbiamo scoraggiarci, non dobbiamo rassegnarci! E voi giovani, con i vostri sogni e la vostra creatività, potete dare un contributo fondamentale. Ora, e non domani! Perché voi siete il presente della speranza!”
Questa è ‘opera segno’ evidenziata dal papa, riprendendo il discorso di papa Francesco nel 2020: “Il vostro Consiglio è davvero un’opera-segno. L’opera è quella che papa Francesco ha affidato alle Chiese del Mediterraneo… Il segno, cari amici, siete voi: segno di una generazione che non accetta acriticamente quello che accade, che non si volta dall’altra parte, che non aspetta sia qualcun altro a fare il primo passo; segno di una gioventù che immagina un futuro migliore e che ha scelto di mettersi in gioco per costruirlo; segno di un mondo che non si arrende all’indifferenza e all’abitudine, ma si impegna e lavora per trasformare il male in bene”.
Opera segno è un invito a ‘coltivare’ la pace, essendone veramente operatori: “[La pace è sul tavolo dei leader delle nazioni, è oggetto di discussioni globali ed è purtroppo spesso ridotta a slogan. Abbiamo bisogno invece di coltivare la pace nei nostri cuori e nelle nostre relazioni, di farla sbocciare nei gesti quotidiani, di essere motori di riconciliazione nelle nostre case, nelle comunità, negli ambienti di studio e di lavoro, nella Chiesa e tra le Chiese.… Non è una scelta comoda: ci fa uscire dalle aree di comfort della distrazione e dell’indifferenza e può trovare l’opposizione di chi ha interesse nel perpetuarsi dei conflitti”.
Quindi la pace rimanda alla speranza: “Cari giovani, continuate ad essere segni di speranza, quella che non delude, radicata nell’amore di Cristo. Essere segni di Cristo significa essere suoi testimoni, annunciatori del Vangelo, proprio intorno a quel Mare dalle cui rive partirono i primi discepoli. L’orizzonte del credente non è quello dei muri e dei fili spinati, ma dell’accoglienza reciproca.
Ecco, allora, che il patrimonio di spiritualità delle grandi tradizioni religiose nate nel Mediterraneo può continuare a essere fermento vivo in quest’area e oltre, fonte di pace, di apertura all’altro, di cura per il creato, di fraternità. Quelle stesse religioni sono state e talvolta sono ancora strumentalizzate per giustificare la violenza e la lotta armata: noi dobbiamo smentire con la vita queste forme di blasfemia, che oscurano il Nome Santo di Dio. Per questo, insieme all’azione, coltivate la preghiera e la spiritualità come fonti di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture”.
In conclusione ha chiesto loro di ispirarsi a san Charles De Foucauld: “Fratelli e sorelle, non abbiate paura: siate germogli di pace, là dove cresce il seme dell’odio e del risentimento; siate tessitori di unità là dove prevalgono la polarizzazione e l’inimicizia; siate voce di chi non ha voce per chiedere giustizia e dignità; siate luce e sale là dove si sta spegnendo la fiamma della fede e il gusto della vita. Non desistete se qualcuno non vi capisce. San Charles de Foucauld diceva che Dio si serve anche dei venti contrari per condurci in porto”.
(Foto: Santa Sede)
“Non è questione di eutanasia”: la testimonianza gioiosa di Xavi Argemí (1995-2025)
L’Autore del nuovo toccante libro Imparare a morire per vivere. Piccole cose che fanno la vita meravigliosa (Edizioni Ares, Milano 2025, pp. 104, euro 14) è Xavi Argemí (1995-2025), un giovane catalano che, a neanche trent’anni, il 22 aprile scorso, ci ha lasciato all’improvviso a causa della malattia degenerativa incurabile che, alla fine, l’ha costretto alla totale immobilità. Fino alla settimana prima della sua morte Xavi era intento a curare, grazie all’ausilio della tecnologia, l’edizione italiana del suo libro-testimonianza, già tradotto in diverse lingue, dopo la pubblicazione originale in catalano nel 2021 per i tipi della Editorial Grijalbo di Barcellona.
In 27 anni di malattia Argemí non ha pensato mai neanche per un istante che la sua vita prima su una sedia a rotelle e poi immobilizzato a letto, comunque del tutto dipendente dagli altri, potesse essere definita “indegna di essere vissuta”. Anzi, pur guardando la morte in faccia in ogni istante della sua esistenza, grazie all’amore e alla dedizione dei suoi cari – anzitutto la madre, il padre e le sorelle Elisabet e Mònica – e la Fede in Dio è riuscito sempre a mantenere una gioia e una voglia di vivere invidiabili anche per tanti giovani della sua generazione.
Queste sue esperienze e suoi sentimenti li ha descritti con la semplicità e la profondità che l’hanno contraddistinto nel diario-intervista che possiamo leggere nel libro. Uno scritto breve ma intenso che, oggi che lui è in Cielo, ha assunto il valore di una biografia e di un testamento spirituale, fonte di speranza e di riflessione per chiunque avrà l’opportunità di leggerlo.
«Troverete la mia biografia nelle pagine di questo libro – ha scritto in proposito -. In sintesi, si può dire che ho una vita abbastanza ordinaria, se non fosse che, quando ero bambino, mi è stata diagnosticata la distrofia muscolare di Duchenne. Qui spiego come convivo con essa».
Xavi era nato il 14 agosto 1995 a Sabadell, nella regione spagnola della Catalogna e, se fin dai tre anni la distrofia muscolare ne ha via via depotenziato il corpo, il suo spirito non ne è mai stato intaccato: questo giovane indomito e allegro ha cavalcato infatti ogni giorno con la voglia di vivere, di giocarsela e di comunicare, immerso nelle sue passioni e nella condivisione di bene con familiari e amici.
Con questo piglio si è laureato in Multimedia presso la UOC-Universitat Uberta di Catalunya (Università Aperta della Catalogna) e ha scritto questo diario, arricchito dalla Prefazione di don Vincent Nagle, un sacerdote statunitense della Fraternità dei Missionari di San Carlo Borromeo che ha vissuto molta della sua vita di uomo e di pastore accanto a malati gravi e terminali. Secondo don Nagle, la storia di Argemí «non è per nulla cupa, triste, pesante, tantomeno angosciante… è una storia luminosa raccontata con onestà e un’umanità libera, certa del valore della sua vita, della bontà della sua strada» (Prefazione, p. 7).
Xavi sapeva che la sua malattia era progressiva, e che cosa questo avrebbe nel tempo comportato… Insomma fin da giovanissimo è stato sempre consapevole di come la distrofia sarebbe andata a finire. Ma lo ha raccontato con straordinaria serenità e generosità. E non senza un pizzico di umorismo, ci invita anche adesso a essere ottimisti, allegri e a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. Perché vale la pena vivere!, come sempre ha ripetuto a chiunque l’ha interrogato in merito. Anche in quel 19 novembre 2019, giorno memorabile in cui Xavi compare in televisione su TV3, il principale canale televisivo catalano. Da quell’esperienza è nato poi il libro.
Qualche giorno prima, infatti, la giornalista Bàrbara Sedó, reporter del programma Planta baixa (in italiano Piano terra), diretto dal regista, scrittore e presentatore televisivo Ricard Ustrell Garrido, era venuta a trovarlo insieme alla sua operatrice video, per registrare una lunga conversazione-intervista poi trasmessa nella televisione catalana. «Volevano parlare dell’ultima fase della vita – spiega Xavi –, ma senza il controverso dibattito sull’eutanasia sì o eutanasia no. Mi disse: “Voglio mostrare come comprendi e come desideri vivere questo momento.
L’accompagnamento. Le cure palliative. Il poter godere della vita che ti resta, come hai scritto nella lettera che hai inviato a La Vanguardia [quotidiano pubblicato a Barcellona la cui versione web è la più letta in tutta la Spagna]”. Si riferiva a una lettera che vi trascriverò in questo libro, ma più avanti, perché se la leggeste ora vi perdereste alcune cose che vorrei condividere. Bàrbara, fondamentalmente, mi fece una richiesta: “Vorrei fare una chiacchierata con te. Su come stai, come ti senti in questo momento della tua vita, quali paure hai e come vuoi affrontarle. Credo che la tua testimonianza possa essere molto autorevole. Uno della tua età che dice quello che pensa ha molto impatto sui media”» (pp. 15-16).
Il motivo per cui Argemí decise di portare la sua testimonianza all’attenzione pubblica inviando la lettera al quotidiano La Vanguardia era il dibattito allora in corso sull’eutanasia, crimine che è stato poi legalizzato in Spagna due anni dopo (giugno 2021). Nella lettera, pubblicata nell’aprile 2019, scriveva tra l’altro: «Essere contro l’eutanasia non significa essere di destra, né essere a favore significa essere di sinistra. […] Questo tipo di visioni semplicistiche che si manifestano nell’opinione pubblica farebbero ridere se non fosse che possono avere conseguenze sinistre su di noi malati, per i quali non c’è speranza di guarigione. Io sono uno di questi malati. Ho la distrofia muscolare. Posso muovere il mouse del computer e digitare sul cellulare.
E nient’altro. Grazie alla UOC-Universitat Oberta de Catalunya posso continuare a seguire gli studi universitari a distanza. So che la malattia che ho è cronica, progressiva e incurabile. Perdo forza muscolare giorno dopo giorno. L’eutanasia è un trattamento per far sì che io muoia. E io dalla medicina mi aspetto un’altra cosa: un trattamento perché sto morendo. Cioè, è molto meglio investire in accompagnamento in questi momenti. Le cure palliative offrono una risposta migliore in tutti i sensi, sia per me sia per coloro che mi accompagnano. Offrono una visione migliore di ciò che ci aspettiamo: di poterci sentire ben accompagnati, senza dolore, al ritmo che la natura impone, godendo della vita che abbiamo ancora.
Ho la fortuna di poter godere dell’attenzione delle cure palliative, di fronte alle quali l’eutanasia appare come un’alternativa molto triste, come un paternalismo che ci soffoca» [X. Argemí Ballbè, No va d’eutanàsia (Non è questione di eutanasia), in La Vanguardia, 17 aprile 2019, testo tradotto in italiano e riprodotto alle pp. 45-46 del libro].
Chiude il libro Imparare a morire per vivere una significativa e allegra Appendice fotografica (pp. 91-102). Immortala Xavi intento a lavorare, leggere e a studiare, oltre che a giocare e a posare con la sua famiglia ed alcuni dei suoi amici. Da sola ci racconta della sua vita e della sua personalità più di mille parole…
Società di San Vincenzo De Paoli: nasce il progetto ‘ScegliAmo Bene’ per educare i giovani alla legalità e alla responsabilità sociale
La Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV lancia ‘ScegliAmo Bene’, un nuovo progetto educativo rivolto agli studenti delle scuole superiori, promosso dal Settore Carcere e Devianza. L’iniziativa mira a sensibilizzare i giovani sul valore della legalità, sulla responsabilità delle proprie scelte e sull’importanza del ruolo attivo nella comunità.
Attraverso laboratori, incontri con formatori di rilievo e attività pratiche, gli studenti avranno l’opportunità di confrontarsi con esperienze concrete e partecipative, sviluppando consapevolezza e autonomia. Il percorso prevede anche la possibilità di mettersi alla prova come volontari, contribuendo direttamente a progetti sociali sul territorio.
Antonella Caldart, Responsabile del Settore Carcere e Devianza, spiega: “Il progetto vuole essere un ponte tra esperienza educativa e impegno civile, offrendo ai giovani strumenti concreti per costruire un futuro più giusto, solidale e responsabile. Crediamo che educare alla legalità significhi anche formare cittadini consapevoli, pronti a partecipare attivamente alla vita della comunità”.
La prima edizione del progetto prenderà avvio a Brescia e si estenderà a livello nazionale, coinvolgendo tutte le scuole superiori che hanno sede in comuni in cui la Società di San Vincenzo De Paoli abbia una propria Conferenza. Le scuole interessate e i partner locali saranno coinvolti nella realizzazione di laboratori interattivi, incontri con esperti e attività creative finalizzate alla riflessione sulla legalità e sulla responsabilità sociale.
Per informazioni e contatti si può scrivere a: carcere.devianza@sanvincenzoitalia.it oppure far riferimento alla Conferenza della Società di San Vincenzo De Paoli presente nel territorio dell’Istituto scolastico che intenderà aderire. La Società di San Vincenzo De Paoli conferma così il suo impegno nella formazione dei giovani e nella promozione della responsabilità sociale, rafforzando valori di solidarietà, legalità e cittadinanza attiva.
(Foto: Società San Vincenzo De’ Paoli)
Pier Giorgio Frassati: un santo ingegnere
Pier Giorgio Frassati (Torino, 6 aprile 1901 – Torino, 4 luglio 1925) fu uno studente italiano, terziario domenicano, membro di varie associazioni cattoliche e ne creò una. È stato beatificato nel 1990 e canonizzato nel 2025. È patrono di: confraternite d’Italia e giovani di azione cattolica e della Gioventù Vincenziana Mondiale.
Pier Giorgio Frassati nacque il 6 aprile 1901, primo figlio di Alfredo, giurista e direttore del quotidiano La Stampa, e di Adelaide Ametis (pittrice). La famiglia Frassati era giolittiana e liberale, ma anche neutralista così, allo scoppio della prima guerra mondiale, il giovanissimo Pier Giorgio si impegnò per rendersi utile. Tra ciò che fece, risaltò l’invio regolare ai soldati e alle loro famiglie dei suoi piccoli risparmi. Pier Giorgio, come era usanza nelle famiglie signorili dell’epoca, ricevette l’istruzione elementare in casa.
Poi frequentarono le scuole statali, ma non dimostrò molto interesse per lo studio, tanto da essere bocciato. Dopo aver conseguito la licenza media, frequentò il Liceo classico Massimo d’Azeglio di Torino, pur non essendo portato per il latino. Venne iscritto dai genitori all’Istituto Sociale di Torino, un ginnasio-liceo retto dai Gesuiti. Qui si avvicinò alla spiritualità cristiana. Pier Giorgio conseguì la maturità classica nell’ottobre del 1918. Il mese successivo si iscrisse alla facoltà di Ingegneria meccanica con specializzazione in mineraria, presso il Regio Politecnico di Torino, in quanto desiderava lavorare al fianco dei minatori (la classe operaia più disagiata a quel tempo) per aiutarli a migliorare le loro condizioni lavorative.
Durante gli anni dell’università, partecipò alle attività di varie associazioni cattoliche, quali la Gioventù Italiana di Azione Cattolica, la Fuci e il Circolo ‘Cesare Balbo’, connesso alla stessa Fuci e la Società di San Vincenzo de’ Paoli del ‘Cesare Balbo’. Nel 1920 si iscrisse al Partito Popolare Italiano di don Sturzo. Pier Giorgio studiò con molto impegno durante gli anni in università, ma morì improvvisamente a due soli esami dalla laurea, tuttavia fu insignito della laurea ad honorem nel 2001.
Nella sua vita, praticò diversi sport, ma le escursioni in montagna furono la sua più grande passione. Si iscrisse anche a varie associazioni alpinistiche, partecipando a circa una quarantina di gite ed escursioni. La sua più notevole scalata fu la difficile vetta della Grivola (tuttora riservata ad alpinisti esperti) dove ora c’è buna sua immaginetta per ricordarlo. In montagna conobbe Laura Hidalgo (1898-1976) di cui si innamorò. La sua famiglia, però, non avrebbe mai accettato una ragazza orfana e di modeste origini sociali. Pier Giorgio non le confessò mai il proprio sentimento ‘per non turbarla’, come scrisse ad un amico.
Rinunciò anche per non incrinare ulteriormente il rapporto tra i propri genitori, che già in quel momento versava in gravi difficoltà. Il 18 maggio 1924, durante una gita al Pian della Mussa insieme ai suoi più cari amici, fondò la ‘Compagnia o Società dei Tipi Loschi’, un’associazione caratterizzata da un sano spirito d’amicizia fondata sul vincolo della preghiera e della fede. Pier Giorgio continuò ad aiutare i poveri, anche se i soldi che la famiglia dava ai figli erano pochi e, aiutando gli altri, spesso era lui a non poter prendere il tram per tornare a casa, tanti da dover tornare a casa a piedi.
La mattina del 30 giugno 1925, Pier Giorgio accusò una strana emicrania e anche un’insolita inappetenza. Nessuno vi diede molto peso, pensando ad una influenza. Inoltre, in quegli stessi giorni, l’anziana nonna materna era morente. Passò a miglior vita l’1 luglio. La notte prima della morte della nonna, non potendo prendere sonno per l’assillante dolore, Pier Giorgio tentò di alzarsi per camminare un po’, ma cadde più volte in corridoio e si rialzò sempre da solo. Nessuno, a parte i domestici, se ne accorse. I genitori compresero la gravità delle condizioni del figlio proprio il giorno della morte della nonna, quando egli non riuscì ad alzarsi dal letto per partecipare al funerale. Quando il medico accertò le condizioni disperate in cui versava il futuro santo era troppo tardi per qualsiasi rimedio. Si tentò di fare il possibile: il padre fece arrivare direttamente da Parigi un siero sperimenta le, ma fu tutto inutile; Pier Giorgio morì il 4 luglio, a soli 24 anni.
Aveva avuto una fulminante meningite virale causata dalla poliomielite, probabilmente, contratta facendo visita ai bisognosi che vivevano nei quartieri più poveri della città. Ai suoi funerali partecipano molti amici, personalità di spicco e i poveri che il giovane aveva aiutato. Tanti furono i partecipanti alle esequie che qualcuno dei presenti paragonò quei funerali a quelli di san Giovanni Bosco (santo torinese popolarissimo). Proprio per questa partecipazione ai funerali, per la prima volta i familiari capirono la verità su come Pier Giorgio avesse vissuto. Il padre, con amarezza, disse: ‘Io non conosco mio figlio!’, ma proprio da quel momento iniziò a convertirsi’ dall’ateo che era divenne un cattolico.
La guarigione miracolosa di Domenico Sellan, un friulano che aveva contrattil morbo di Pott, portò alla beatificazione di Pier Giorgio. Il giovane, quasi in fin di vita, era guarito improvvisamente e senza una spiegazione medica, dopo che un suo amico sacerdote gli aveva donato un’immagine con una piccola reliquia di Pier Giorgio Frassati che il friulano pregò con fervore. Nel 2024 venne annunciata l’apertura della causa di canonizzazione di Pier Giorgio e, nonostante dei rallentamenti avvenuti dopo la beatificazione, che comprendevano anche dicerie false sul suo atteggiamento nei confronti delle ragazze, sarà proclamato santo a settembre.
Nel 1935, gli fu dedicata la montagna patagonica Cerro Piergiorgio. A seguito della sua beatificazione, il Club Alpino Italiano ha dedicato a Pier Giorgio una rete di sentieri, detti appunto Sentieri Frassati, estesa in tutte le regioni italiane. La città di Torino ha intitolato al giovane santo una via in Borgata Sassi. L’Operazione Mato Grosso ha dedicato a Pier Giorgio Frassati un rifugio situato in Valle d’Aosta. In molti altri luoghi, personalità di spicco, dedicarono a Pier Giorgio qualcosa in ricordo della sua bontà.




























