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A Parigi i giovani sono alla ricerca con la comunità di Taizè

“Cari giovani, in occasione dell’Incontro europeo organizzato dalla Comunità di Taizé, Sua Santità papa Leone XIV mi ha chiesto di trasmettervi i suoi cordiali saluti e l’assicurazione della sua vicinanza spirituale. Il vostro incontro costituisce una nuova tappa del ‘Pellegrinaggio di fiducia sulla terra’ iniziato da Frère Roger quasi mezzo secolo fa proprio in questa città di Parigi. Il Santo Padre è lieto di sapere che siete riuniti in una città segnata da una ricca eredità religiosa, plasmata nel corso dei secoli dalla luminosa testimonianza di tante figure di santità che, ciascuna a modo suo, hanno risposto con coraggio alla chiamata di Cristo”: attraverso il segretario di Stato, card. Pietro Parolin, papa Leone XIV ha inviato un telegramma ai giovani che da domani fino al 1^ gennaio si incontreranno a Parigi su invito della Comunità di Taizè per il 48^ incontro europeo sul tema della ricerca.

Quindi il papa ha invitato i giovani a non evitare la domanda ‘Chi cercate?’, in quanto essa è fondamentale: “Alla fine di quest’anno, segnato da tante prove per la nostra famiglia umana, la generosa ospitalità che state ricevendo a Parigi da credenti di ogni estrazione e da persone di buona volontà è un messaggio potente per il mondo. Possano i momenti di preghiera e di condivisione che vivrete in questi giorni aiutarvi ad approfondire la vostra fede, discernendo sempre più chiaramente come vivere il Vangelo nella realtà concreta delle vostre vite”.

Concludendo il telegramma il papa ha ricordato il Concilio di Nicea con un invito particolare per i giovani: “Questo incontro si svolge anche in un particolare momento ecclesiale, segnato dalla chiusura di un Anno Giubilare e dalle commemorazioni del 1700° anniversario del Concilio di Nicea… Il Santo Padre vi incoraggia a diventare pellegrini di fiducia, artigiani di pace e riconciliazione, capaci di portare una speranza umile e gioiosa a chi vi circonda”.

Nella lettera di invito, richiamata dal papa, il priore frère Matthew evidenzia la necessità della ricerca di Dio; per questo molti giovani nello scorso anno sono giunti a Taizè: “Nel corso dell’ultimo anno abbiamo accolto a Taizé giovani provenienti da Ucraina, Palestina, Libano, Nicaragua, Myanmar e altri luoghi devastati dalla guerra e dai conflitti. La loro fede e il loro desiderio di una pace giusta e duratura sono stati per noi fonte di ispirazione. Abbiamo anche ascoltato le testimonianze di persone che lavorano a Gaza o che hanno familiari in quella città. Vediamo il dolore di coloro che hanno persone care prese in ostaggio e ascoltiamo il grido di chi cerca giustizia sotto regimi oppressivi”.

Ugualmente i giovani visitati dal priore di Taizè hanno manifestato il desiderio di libertà e di dedicarsi alla cura di chi soffre: “Ho anche poi trascorso del tempo con i fratelli della nostra comunità di Taizé che vivono in piccole fraternità in Brasile e a Cuba. Il Brasile è ancora segnato dall’eredità della schiavitù e da grandi disuguaglianze. Eppure ci sono persone che si rifiutano di arrendersi e lottano per stare al fianco dei più poveri. Penso in particolare a una comunità nella città di Salvador, dove i senzatetto dormono in chiesa e si aiutano a vicenda.

A Cuba ho visto un popolo coraggioso affrontare enormi difficoltà. Ho incontrato una nonna che ha usato tutti i suoi risparmi affinché suo nipote avesse tutto il necessario per l’inizio dell’anno scolastico. Sua madre, come molti altri cubani, è emigrata in cerca di un futuro migliore. In molti posti, le persone si chiedono: come posso usare la libertà che mi è stata data per esprimere solidarietà a chi soffre? Esse cercano dei modi per concretizzare il loro desiderio di amare e di prendersi cura, dando un senso alla loro vita attraverso l’aiuto e il servizio”.

Per questo la domanda (‘Cosa cercate?’) è fondamentale nella vita: “Il nostro mondo è pieno di bellezza, ma anche di ingiustizia. Qual è il mio posto in tutto questo? Cosa mi viene chiesto di fare? Questa è la domanda che spesso sento nel cuore di fronte alla complessità della vita e alle scelte che mi si presentano.

Nel Vangelo di Giovanni, le prime parole di Gesù sono: ‘Che cosa cercate?’ Ho condiviso questa domanda con un gruppo di sei giovani volontari a Taizé, provenienti da sei paesi diversi, sparsi su quattro continenti. Quello che segue è ispirato da ciò che mi hanno detto. A loro e a tutti i volontari che ci aiutano a gestire gli incontri a Taizé, trascorrendo del tempo con la nostra comunità per pregare e comprendere meglio la chiamata di Cristo nella loro vita, vorrei dire grazie”.

A questa domanda ecco alcune risposte del priore: “Gesù è entrato nel mondo silenziosamente: ‘Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Colui che era presso Dio e che era Dio prima dell’inizio di tutte le cose è venuto ad abitare con noi nascendo in modo umile e povero, nel silenzio della notte: la luce che splende nelle tenebre.

E dunque questo silenzio non è vuoto. Diventa un luogo di incontro. Nel silenzio non siamo soli. Ma fatichiamo, perché la nostra mente è piena di cose. Come dice la Regola di Taizé: ‘Se sei disattento, rientra nella preghiera non appena ti accorgi della tua distrazione, senza per questo lamentarti’. Molti secoli fa, qualcuno pregava: ‘Di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco’. Nel silenzio del nostro cuore, torneremo costantemente a cercare Dio?”

Da qui la necessità di cercare una giustizia nel mondo, ma camminando sulle orme di Gesù: “Gesù incarna il mondo della giustizia e delle giuste relazioni che i Vangeli chiamano il Regno di Dio. Ma si arrabbiò e rovesciò i tavoli dei venditori e dei cambiavalute nel Tempio per far posto a Dio. Gesù parlò con veemenza contro l’ipocrisia religiosa, ma fu anche capace di accogliere un capo religioso come Nicodemo.

Conosceva i farisei e accettò la loro ospitalità, ma condivise anche i pasti con persone escluse dalla società. Nutriva un amore incrollabile per le pecore perdute del suo popolo Israele, ma ammirò la fede di un ufficiale romano e guarì il suo bambino; e si lasciò sfidare dalla fede di una donna pagana incontrata durante un viaggio all’estero.

Assumendosi il rischio di stabilire relazioni con persone diverse, Gesù ha favorito la fiducia e ha incarnato il potere riconciliatore di Dio. Se sappiamo che la luce splende nelle tenebre e che, attraverso semplici gesti di bontà umana, l’amore di Dio può vincere, allora siamo liberi di agire”.     

Il sinodo sulla sinodalità ed i giovani, una occasione sprecata?

“Lo scorso 25 ottobre i delegati (compresi i vescovi) hanno votato il Documento finale. Si è chiusa così una fase importante, avviata quattro anni fa accogliendo l’invito di papa Francesco, che ha visto una partecipazione a vario titolo di almeno 500.000 persone… Con il Cammino sinodale abbiamo imparato ad affinare aspetti che erano probabilmente già presenti, ma che avevano bisogno di essere rinnovati: l’ascolto, il discernimento, la profezia. Abbiamo cercato soprattutto di interiorizzare questo processo come stile ecclesiale permanente”: aprendo l’assemblea generale dei vescovi ad Assisi il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi ha ricordato il cammino sinodale compiuto dalla Chiesa italiana in questi anni.

Un cammino sinodale aperto da papa Francesco e chiuso da papa Leone XIV nello scorso ottobre, dopo quattro anni di cammino e di discernimento, con il giubileo delle équipe sinodali e degli organismi di partecipazione: “Ed oggi vorrei esortarvi: nell’ascolto dello Spirito, nel dialogo, nella fraternità e nella parresìa, aiutateci a comprendere che, nella Chiesa, prima di qualsiasi differenza, siamo chiamati a camminare insieme alla ricerca di Dio, per rivestirci dei sentimenti di Cristo; aiutateci ad allargare lo spazio ecclesiale perché esso diventi collegiale ed accogliente… Essere Chiesa sinodale significa riconoscere che la verità non si possiede, ma si cerca insieme, lasciandosi guidare da un cuore inquieto e innamorato dell’Amore. Carissimi, dobbiamo sognare e costruire una Chiesa umile”.

Partendo da queste sollecitazioni abbiamo chiesto al prof. Sergio Ventura, docente di religione cattolica nei licei romani, scrittore per il sito Vinonuovo.it, autore del libro ‘Imparare dal vento. Sulle tracce della sinodalità di papa Francesco’, delegato della diocesi di Roma per il cammino sinodale, di raccontarci il clima vissuto in quei giorni sinodali: “Un clima molto positivo e partecipato, nonostante fosse affiorata un po’ di stanchezza per la fatica fisica e mentale sperimentata. Ma l’attesa e la curiosità per l’esito finale sono state più forti ed hanno garantito il ‘carburante’ spirituale necessario per tagliare il traguardo”.

Il Sinodo si è concluso da quasi un mese: in quale modo è possibile camminare nell’unità?

“Pensando anche alla mia esperienza nella diocesi di Roma, rafforzerei la partecipazione ed il funzionamento effettivo degli organismi di partecipazione, creando poi ulteriori luoghi di confronto reale e profondo sulle questioni dottrinali oggi divisive. Solo così, credo, potremo trasfigurare i conflitti e le polarizzazioni interni alla comunità ecclesiale in cammini su sentieri inesplorati, per cercare di scoprire ogni volta la verità più profonda verso cui lo Spirito sta sussurrando di muoverci”.

Quale visione offre il documento del Sinodo?

“Mi sembra che, in estrema sintesi, il documento finale prospetti una Chiesa che divenga capace di formarsi (parte 2) e di organizzarsi (parte 3) per aprirsi (parte 1) a quelle chi io chiamo porzioni del popolo di Dio ‘ufficiose’ (con tutto il loro mondo di valori e ideali), ma che lo Spirito sembra volere divengano ‘ufficialmente’ parte della Chiesa”.

La Chiesa italiana è capace di abitare la realtà?

“Direi che la Chiesa sta sinceramente cercando di rendersi capace di abitare la realtà nella sua complessità. Durante il cammino sinodale è emersa l’onestà con cui pastori e popolo di Dio hanno confessato le loro debolezze e resistenze. Tale atteggiamento è importante perché costituisce la premessa per poter cogliere, di questa realtà, dettagli nuovi o in precedenza non visti o trascurati”.

Ma i giovani si sentono ‘protagonisti’ in questa Chiesa sinodale?

“Se non ci lasciamo distogliere dalla ‘vexata quaestio’Chiesa-Democrazia, non possiamo non vedere nella partecipazione il motore della sinodalità. A quanto risulta, i giovani hanno partecipato al cammino sinodale facendosi sentire, indicando alcuni temi e dando una certa direzione ad altri. Certo, non possiamo pretendere che questo protagonismo abbia riguardato tutti i giovani (ma lo stesso vale per gli adulti).

Non dimentichiamo che viviamo nell’epoca della disintermediazione e della crisi della democrazia. Il vero problema, secondo me, è che alcuni giovani (ed alcuni adulti) che avrebbero potuto e dovuto partecipare non lo hanno fatto. Per scetticismo o per paura di avallare un processo non condiviso, questo non lo so. Ma sono convinto che tale atteggiamento ha ‘danneggiato’ il tentativo dello Spirito di far dialogare gli opposti per condurli, più o meno docilmente, verso quella verità più profonda di cui parlavo prima”.

Quale è il ruolo degli insegnanti di religione, secondo il documento sinodale?

“Da un lato è stato riconosciuto in modo esplicito l’aspetto culturale e professionale del loro ruolo, sempre un po’ sacrificato rispetto a quello educativo, anche se tale aspetto non è emerso in tutta la sua portata di mediazione teologica tra contenuti cristiano-cattolici e mondo giovanile. Dall’altro lato, un paragrafo decisivo è restato vittima di un refuso da correggere per meglio rappresentare quanto emerso chiaramente dal cammino sinodale: gli insegnanti – e quelli di religione in particolare – sono stati l’orecchio che ha permesso di cogliere quei ‘segni dei tempi’ emergenti dal mondo giovanile che la Chiesa ‘ufficiale’ non coglie perché questi giovani (spesso con le rispettive famiglie) le gravitano intorno lontano, molto lontano…”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV all’ACR: nel presepe c’è spazio per tutti

“Che bello incontrarci a pochi giorni dal Natale del Signore! Saluto con affetto tutti voi, il Presidente nazionale, l’Assistente ecclesiastico generale, insieme all’équipe nazionale dell’ACR, agli educatori e ai collaboratori che vi accompagnano. Vi ringrazio molto sinceramente per l’entusiasmo che esprimete e che condividete con noi altri, molto bello, veramente testimoniando la bellezza della fede e la bellezza dell’Azione Cattolica. Il nome della vostra associazione dice bene la sua identità: siete discepoli di Gesù, testimoni del suo Vangelo e compagni di viaggio insieme con tutta la Chiesa”.

Rivolgendosi ai giovani dell’Azione Cattolica Italiana, papa Leone XIV ricorda che l’autentica riconciliazione non è una mera ‘assenza di guerre’, ma vera ‘amicizia fra i popoli’. Essa germoglia dalle relazioni quotidiane, i cui doni sono ben più lucenti ‘di quelli che si possono comprare nei negozi’ in vista del Natale.

Maria e Giuseppe, i pastori, l’asino e il bue: il presepe è la manifestazione più immediata e visiva di come, accanto a Gesù, nessuno sia escluso: “Durante l’Avvento avete certamente preparato il presepio nelle case, nelle scuole, in parrocchia. Mentre guardate san Giuseppe e la Madonna, i pastori, l’asino e il bue, vedete realizzato il titolo del vostro percorso associativo di quest’anno: ‘C’è spazio per tutti’.

Sì, attorno al Signore, che si fa uomo per salvarci, c’è spazio per tutti! Egli fa posto ad ogni persona, ad ogni bambino, ragazzo, giovane e anziano. Quando il Figlio di Dio viene nel mondo non trova spazio in una casa, ma bussa al nostro cuore proprio mentre apre il suo per accogliere tutti con amore”.

Ed agli acierrini ha chiesto di seguire l’esempio di san Piergiorgio Frassati e di san Carlo Acutis: “Perciò, quando pregate davanti al presepio, chiedete di poter essere come quegli angeli che annunciano la gloria di Dio e la pace agli uomini. Questa pace è l’impegno di ogni persona di buona volontà, e soprattutto di noi cristiani, che siamo chiamati non solo a essere buoni, ma a diventare migliori ogni giorno.

A diventare santi, come Pier Giorgio Frassati, che faceva parte dell’Azione Cattolica, e come Carlo Acutis: vi incoraggio a imitare la loro passione per il Vangelo e le loro opere, sempre animate dalla carità. Agendo come loro, il vostro annuncio di pace sarà luminoso, perché in compagnia di Gesù sarete davvero liberi e felici, pronti a tendere la mano al prossimo, soprattutto a chi è in difficoltà”.

E’ stato un invito a seguire la strada della pace, che è prerogativa dell’Azione Cattolica Italiana: “Carissimi, la nascita del Principe della pace (cfr Is 9,6) ci rivela il senso autentico di questa parola, pace, che non è soltanto un’assenza di guerre, ma un’amicizia fra i popoli fondata sulla giustizia”.

E la pace si costruisce quotidianamente: “Tutti noi desideriamo questa pace per le nazioni ferite dai conflitti, ma ricordiamoci che la concordia e il rispetto iniziano dalle nostre relazioni quotidiane, dai gesti e dalle parole che scambiamo in casa, in parrocchia, con i compagni di scuola, nello sport. Perciò, prima della santa notte di Natale, pensate a una persona con la quale fare pace: sarà un regalo più prezioso di quelli che si possono comprare nei negozi, perché la pace è un dono che si trova, davvero, solo nel cuore”.

Inoltre sabato 10 gennaio el Giubileo in Aula Paolo VI papa Paolo VI incontrerà  gli adolescenti e i giovani romani incontreranno Papa Leone XIV e potranno ascoltare le sue parole. Con loro, ad accompagnarli in questo incontro con il papa, il vicario, card. Baldo Reina, che aveva annunciato l’appuntamento durante la ‘Notte in cattedrale’ di preghiera dello scorso 21 novembre, e che ha rinnovato l’invito con una lettera: “Sarà un momento prezioso e di gioia per il quale vi invito a incoraggiare la partecipazione dei ragazzi delle vostre parrocchie, esortandoli a viverlo come un’occasione importante per ascoltare le parole del nostro Vescovo”.

(Foto: Santa Sede)

“Chiedilo al Don”: risposte di un sacerdote alle domande che avresti sempre voluto fare…

Il libro appena uscito per l’Editrice Punto Famiglia “Chiedilo al Don! Le risposte di un sacerdote alle domande che avresti sempre voluto fare” [Angri (SA) 2025, pp. 116, € 13], raccoglie 20 risposte su temi di fede, vita quotidiana, famiglia, liturgia e morale, offerte da «un sacerdote vero -annota Anna Porchetti, scrittrice e blogger, nella Prefazione -, in carne, ossa e intelligenza naturale, in un mondo sempre più controllato da quella artificiale» (p. 6).

Stiamo parlando di Enzo Vitale, sacerdote e religioso dei Servi del Cuore Immacolato di Maria, segretario della Società Internazionale Tom­maso d’Aquino (SITA) e dottorando in Teologia Morale presso la Pontificia Università della Santa Croce (PUSC). Ospite frequente della trasmissione Cristianità (RAI Italia) e giornalista pubblicista, padre Enzo è già autore di due interessanti libri: L’assistente sessuale per le persone disabili. Analisi dei profili bioetici (Armando Editore, Roma 2021, pp. 128) e “Dammi dei figli se no io muoio” (Gn. 30,1). Dal desiderio di maternità alla maternità surrogata [Tau Editrice, Todi (Perugia) 2022, pp. 134].

Le risposte contenute in questo nuovo lavoro, di taglio divulgativo ma scientificamente e dottrinalmente approfondito, sono suddivise in cinque aree tematiche: 1) Formazione cristiana; 2) Vita spirituale; 3) Matrimonio & morale; 4) Preghiera & vita sacramentale e 5) Curiosità ecclesiali. Domande come, per fare solo alcuni esempi, Le religioni sono tutte uguali?, Che senso ha il digiuno eucaristico?, Che cos’è la devozione al Sacro Cuore?, Se si aspetta un bambino, bisogna sposarsi?, È peccato tradire la fidanzata?, Come si vive la castità nel matrimonio? e Come scegliere padrini e madrine?

Tutte sono il frutto della rubrica settimanale “Chiedi al sacerdote”, curata per il blog https://annaporchetti.it/ che, dall’inizio di quest’anno, è diventata un cult per i naviganti, credenti o meno, della Rete e dei Social Network. I testi sono adatti a lettori di ogni estrazione e, pur non rendendo naturalmente teologi o moralisti esperti, chiariscono però dubbi e/o soddisfano curiosità.

Come scrive lo stesso p. Vitale nell’Introduzione, questo suo ultimo libro «non è, senz’altro, un trattato accademico e neanche un manuale catechetico di consultazione stricto sensu. È pur vero che in passato – e chi ha qualche anno in più dovrebbe ricordarlo – il catechismo si faceva con domande e risposte: si era costretti a mandar tutto a memoria per esser certi di avere la risposta pronta per ogni occasione. La dialettica che, invece, contraddistingue il nostro mondo e che ha in animo di stimolare il ragionamento, complice un appiattimento diffuso nella ricerca del vero, ha annacquato tutto abbassando la qualità delle risposte dalle sublimi altezze della ragione al livello del desiderio personale che si dimostra molte volte disordinato: il rischio, alla fine, che sotto gli occhi di tutti si è avverato, non è tanto quello di avere la verità quanto di imporre il proprio egoistico punto di vista.

Qui le risposte non permettono di certo la memorizzazione, ma come uno strumento a metà strada tra un catechismo e una chiacchierata, si è cercato, man mano, di metter nero su bianco, quello che si direbbe a chi, davanti ad un caffè, porrebbe qualche domanda» (p. 11). Il desiderio di voler essere utile ha spinto l’Autore ad aggiungere un minimo di bibliografia per ciascuna delle domande che, seppur originate da un blog, di fatto sono state integralmente riviste. Pertanto, in tale veste, le singole risposte permettono di approfondire quanto basta i temi trattati per una prima conoscenza di ordine generale dei vari argomenti che, senz’altro, catturano l’attenzione di molti.

Papa Leone XIV richiama alla responsabilità della cura

“Vi ringrazio per la vostra visita che è durante questo Giubileo della Speranza, un anno in cui tutta la Chiesa alza gli occhi al Signore che rinnova la forza, riaccende il coraggio e ci insegna a sperare anche in mezzo alla fragilità umana. Il vostro lavoro si trova al crocevia della scienza, della compassione e della responsabilità etica. La Chiesa afferma costantemente la vocazione dell’indagine scientifica, che apre la persona umana alla verità e ad un servizio più profondo del bene comune. Incarniate questo spirito ogni volta che cercate di guarire il cuore, sia fisicamente che metaforicamente, portando sollievo a coloro che soffrono e portando speranza alle loro famiglie”: dopo il viaggio apostolico in Turchia ed in Libano oggi papa Leone XIV ha ripreso le udienze, ricevendo una delegazione di cardiologi del Paris Course on Revascularization,

In tale udienza ha ricordato che la medicina è al servizio della vita: “Infatti, il ‘servizio di vita’ è fondamentale per ogni atto medico autentico, perché riflette la tenerezza con cui Cristo stesso si è avvicinato agli ammalati e ai vulnerabili. Il suo amore costante ispira la dedizione che si mostra attraverso la ricerca, la formazione e gli interventi delicati che preservano la vita”.

Per questo ha sollecitato affinchè la cura sia per tutti:  “Ogni battito del cuore affidato alla vostra cura è un promemoria che la vita è un dono, sempre un mistero da riverire. Vi incoraggio, quindi, a continuare a promuovere uno spirito di collaborazione globale, a condividere generosamente la conoscenza e a garantire che i progressi nel trattamento rimangano accessibili a tutti, specialmente ai poveri e agli emarginati”.

Mentre ai partecipanti alla conferenza ‘Artificial Intelligence and Care of Our Common Home, organizzata da Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice e dal SACRU, il papa ha sottolineato l’importanza dell’Intelligenza Artificiale: “L’’avvento dell’intelligenza artificiale è accompagnato da rapidi e profondi cambiamenti nella società, che incidono su dimensioni essenziali della persona umana, come il pensiero critico, il discernimento, l’apprendimento e le relazioni interpersonali”.

Il papa, quindi ha ricordato l’importanza della Dottrina Sociale della Chiesa: “Gli esseri umani sono chiamati a essere collaboratori nell’opera della creazione, non semplici consumatori passivi di contenuti generati dalla tecnologia artificiale. La nostra dignità risiede nella capacità di riflettere, scegliere liberamente, amare incondizionatamente ed entrare in relazioni autentiche con gli altri.

 L’intelligenza artificiale ha certamente aperto nuovi orizzonti alla creatività, ma solleva anche serie preoccupazioni circa le sue possibili ripercussioni sull’apertura dell’umanità alla verità e alla bellezza, e sulla sua capacità di meraviglia e contemplazione. Riconoscere e salvaguardare ciò che caratterizza la persona umana e ne garantisce la crescita equilibrata è essenziale per stabilire un quadro adeguato per gestire le conseguenze dell’intelligenza artificiale”.

In particolare il papa ha riflettuto sulla libertà in correlazione alla vita ‘interiore’: “A questo proposito, dobbiamo soffermarci a riflettere con particolare attenzione sulla libertà e sulla vita interiore dei nostri bambini e ragazzi, e sul possibile impatto della tecnologia sul loro sviluppo intellettuale e neurologico. Le nuove generazioni devono essere aiutate, non ostacolate, nel loro cammino verso la maturità e la responsabilità”.

La riflessione del papa si è soffermata sulla necessità di far crescere i talenti dei giovani: “Il benessere della società dipende dalla loro capacità di sviluppare i propri talenti e di rispondere alle richieste dei tempi e ai bisogni degli altri, con generosità e libertà di pensiero. La capacità di accedere a grandi quantità di dati e informazioni non deve essere confusa con la capacità di trarne significato e valore. Quest’ultima richiede la disponibilità ad affrontare il mistero e le domande centrali della nostra esistenza, anche quando queste realtà sono spesso emarginate o ridicolizzate dai modelli culturali ed economici prevalenti”.

Perciò è importante l’educazione: “Sarà quindi essenziale educare i giovani a utilizzare questi strumenti con la propria intelligenza, assicurandosi che si aprano alla ricerca della verità, a una vita spirituale e fraterna, ampliando i propri sogni e gli orizzonti delle proprie decisioni. Sosteniamo il loro desiderio di essere diversi e migliori, perché mai come ora è stato così chiaro che è necessaria una profonda inversione di rotta nella nostra idea di maturazione”.

Per questo ha chiesto di dare fiducia ai giovani:“Per costruire insieme ai nostri giovani un futuro che realizzi il bene comune e sfrutti le potenzialità dell’intelligenza artificiale, è necessario ripristinare e rafforzare la loro fiducia nella capacità umana di guidare lo sviluppo di queste tecnologie. Una fiducia che oggi è sempre più erosa dall’idea paralizzante che il suo sviluppo segua un percorso inevitabile”.

Tutto ciò richiede cooperazione: “Ciò richiede un’azione coordinata e concertata che coinvolga politica, istituzioni, imprese, finanza, istruzione, comunicazione, cittadini e comunità religiose. Gli attori di questi ambiti sono chiamati a un impegno comune, assumendosi questa responsabilità comune. Questo impegno viene prima di qualsiasi interesse di parte o profitto, sempre più concentrato nelle mani di pochi. Solo attraverso una partecipazione diffusa che dia a tutti la possibilità di essere ascoltati con rispetto, anche ai più umili, sarà possibile raggiungere questi ambiziosi obiettivi”.

(Foto: Santa Sede)

‘E tu che storia sei?’: primo incontro di orientamento vocazionale nel Centro di pastorale giovanile ad Albano Laziale

Fino al 7 dicembre si terrà ad Albano Laziale il primo incontro di orientamento vocazionale, promosso dai Missionari del Preziosissimo Sangue in collaborazione con le suore Adoratrici del Sangue di Cristo. L’appuntamento, pensato per i giovani dai 18 ai 30 anni, si svolgerà presso il Centro di pastorale giovanile e vocazionale, annesso al santuario di San Gaspare del Bufalo – chiesa di San Paolo.

Il percorso, dal titolo evocativo ‘E tu che storia sei?’, è guidato dal Servizio di pastorale giovanile e vocazionale e intende offrire ai partecipanti uno spazio privilegiato di ascolto, riflessione e confronto, in un clima di amicizia e accompagnamento spirituale, come descrive questi giorni don Valerio Volpi, direttore del Servizio di pastorale giovanile e vocazionale dei Missionari del Preziosissimo Sangue:.

“Non un accumulo di informazioni, ma la possibilità di instaurare una relazione viva con il Signore Gesù. E’ questo quello che pensiamo possa arricchire la vita dei nostri ragazzi. Viviamo in un tempo in cui, a partire dai social, si propongono una enorme quantità di contenuti anche in ambito di fede, ma l’esperienza di Gesù non è un accumulo di stuzzicanti informazioni, non è questione di contenuti. Ci vogliono spazi, tempi e luoghi dedicati al silenzio e ad una relazione che va coltivata”.

Durante le tre giornate, i giovani saranno coinvolti in momenti di meditazione, preghiera sulla Parola di Dio, spazi di silenzio, laboratori, testimonianze e dialoghi personali, strumenti pensati per aiutarli a leggere la propria storia alla luce della fede e a compiere passi significativi nel discernimento vocazionale.

Dalle aule di Trento alla Campana dei Caduti: una rondine vola in Trentino

Con l’incontro di alcuni giorni fa alla Campana dei Caduti ‘Maria Dolens’ a Rovereto si è concluso il progetto ‘Una Rondine vola sul Trentino: giovani, cooperazione e impatto sociale per le comunità trentine’, promosso da Rondine Cittadella della Pace con il sostegno del Fondo delle Casse Rurali Trentine e le Sezioni Rondine del Liceo scientifico ‘Leonardo da Vinci’ e del Liceo linguistico ‘S. M. Scholl’. Un percorso iniziato il 5 maggio scorso con l’evento ‘Una Rondine vola sul Trentino’, che nel corso di questi mesi ha messo in dialogo giovani, scuole e mondo cooperativo.

Obiettivi del progetto: rafforzare le competenze relazionali dei giovani, promuovere una cultura della cooperazione e della responsabilità sociale e offrire strumenti concreti per leggere i conflitti (personali, scolastici, sociali) come possibilità di cambiamento.

Le attività si sono sviluppate su più piani. Nelle scuole sono stati proposti incontri formativi, testimonianze e laboratori esperienziali sulla trasformazione creativa del conflitto, rivolti a studenti, docenti e tutor delle Sezioni Rondine; percorso che si è concluso con il workshop di giovedì 27 novembre ‘L’oggetto-specchio: ciò che conservo, ciò che divento’.

Parallelamente, grazie alla collaborazione con il Fondo Comune delle Casse Rurali Trentine e con la Federazione Trentina della Cooperazione, sono stati attivati percorsi di formazione per il personale (in particolare giovani e operatori del sistema cooperativo e dipendenti delle Casse Rurali) per lavorare su una leadership capace di gestire i conflitti anche nei contesti professionali: formazione al Metodo Rondine garantita da Rondine Academy. Tutto questo è stato accompagnato da un lavoro di monitoraggio e valutazione d’impatto, per leggere in modo rigoroso gli effetti educativi e sociali delle attività svolte e per immaginarne la replicabilità in altri territori.

L’incontro di stamani è stata anche occasione per raccogliere i feedback delle realtà che, a vario titolo, hanno creduto nel progetto: da Rondine Cittadella della Pace alla Provincia autonoma di Trento e al Fondo Comune delle Casse Rurali Trentine, come ha dichiarato Dino Leonesi, consigliere d’amministrazione di Rondine Cittadella della Pace:

“C’è una lunga storia che lega Rondine al nostro territorio: qui il nostro Metodo ha trovato negli anni terreno fertile grazie a una sensibilità profonda verso la pace, l’educazione e la cooperazione. Questo progetto rinnova e rafforza un legame costruito nel tempo, dimostrando come scuole, istituzioni e mondo cooperativo possano condividere una visione comune per accompagnare i giovani nella trasformazione creativa dei conflitti. Concludere il percorso alla Campana dei Caduti, simbolo di memoria e dialogo, ci ricorda che il lavoro iniziato non si esaurisce oggi. Continueremo a camminare insieme per costruire comunità più consapevoli e generare nuovo impatto sociale”.

Inoltre il presidente Silvio Mucchi, accompagnato dai colleghi presidenti di Casse Rurali Claudio Valorz e Maurizio Maffei, ha sottolineato: “Come Fondo Comune abbiamo scelto convintamente di sostenere questo progetto perché educare alla gestione del conflitto significa investire sul capitale umano delle nostre comunità. Rondine ci mostra che la pace non è un’idea astratta, ma una competenza che si costruisce: ascolto, responsabilità, reciprocità. E’ questo il modo migliore per rafforzare le relazioni dentro le nostre Casse Rurali e, più in generale, per dare ai giovani strumenti reali per diventare cittadini capaci di generare fiducia nei territori”.

Mentre il Vicereggente della Fondazione Campana dei Caduti, Lorenzo Saiani, ha aggiunto: “E’ con grande piacere che oggi rinnoviamo e rilanciamo la relazione tra la Fondazione Campana dei Caduti e Rondine Cittadella della Pace, due realtà che condividono una stessa visione: costruire un futuro fondato sul dialogo, sulla responsabilità personale e sulla cultura della pace. In questo anno di centenario della Campana, non celebriamo un punto di arrivo, ma un nuovo punto di partenza. Maria Dolens nasce nel 1925 come invito alla Pace universale; oggi, cento anni dopo, quel messaggio si rinnova attraverso nuove alleanze, nuovi linguaggi e nuovi protagonisti: i giovani”.

“Come Provincia guardiamo con sincero interesse a questo percorso, che rappresenta un esempio virtuoso di come la collaborazione tra scuole, giovani, mondo della cooperazione e realtà come Rondine possa contribuire a costruire comunità più consapevoli, inclusive e capaci di trasformare i conflitti in opportunità di crescita”, sono state queste le parole che l’assessore all’istruzione, cultura, per i giovani e per le pari opportunità, Francesca Gerosa, impossibilitata a partecipare per impegni istituzionali concomitanti, ha voluto far arrivare agli organizzatori.

Grazie alla collaborazione della Fondazione Campana dei Caduti, che ha ospitato l’evento conclusivo, il progetto ha trovato una cornice in cui memoria storica e impegno educativo si sono tenuti insieme. I partecipanti hanno iniziato la giornata con la visita alla zona monumentale, entrando in contatto con la storia della Campana e con il suo messaggio di pace nato dal lutto della guerra.

Accanto alle istituzioni e ai partner, hanno trovato voce le testimonianze dei giovani. I ragazzi e le ragazze della World House, infatti, hanno condiviso frammenti delle loro storie, mostrando cosa significhi vivere ogni giorno con ‘nemici d’origine’ e trasformare diffidenze e pregiudizi in relazioni di fiducia. Gli alunni del Quarto Anno Rondine hanno raccontato l’impatto di un anno trascorso nel borgo toscano sulla propria vita personale, scolastica e civica.

Studenti, studentesse, docenti e tutor delle Sezioni Rondine dei licei trentini hanno mostrato come, nel corso dei mesi, il Metodo Rondine sia entrato nella quotidianità delle classi, incidendo sul clima relazionale, sulla gestione dei conflitti e sul modo di stare insieme. Interventi toccanti anche quelli delle dirigenti dei due istituti scolastici coinvolti, Viviana Sbardella per il Da Vinci e Chiara Motter per il Scholl.

(Foto: Rondine Cittadella della Pace)

Papa Leone XIV in Libano per essere operatori di pace

“E’ una grande gioia incontrarvi e visitare questa terra in cui ‘pace’ è molto più di una parola: qui la pace è un desiderio e una vocazione, è un dono e un cantiere sempre aperto. Voi siete investiti di autorità in questo Paese, ciascuno nei propri ambiti e con ruoli specifici. E’ alla luce di questa autorità che desidero rivolgervi la parola di Gesù, scelta come ispirazione fondamentale di questo mio viaggio: ‘Beati gli operatori di pace!’ Certo, vi sono milioni di Libanesi, qui e nel mondo intero, che servono la pace silenziosamente, giorno dopo giorno”: papa Leone XIV ha salutato le autorità libanesi, riprendendo le parole di papa san Giovanni Paolo II.

Un messaggio chiaro capace di consentire un futuro alla popolazione: “A voi, però, che avete compiti istituzionali importanti all’interno di questo popolo, è destinata una speciale beatitudine se a tutto potrete dire di avere anteposto l’obiettivo della pace. Desidero, in questo nostro incontro, riflettere un po’ con voi su che cosa significhi essere operatori di pace entro circostanze molto complesse, conflittuali e incerte”.

Ed ha ‘esaltato’ la resilienza del popolo libanese: “La vostra resilienza è caratteristica imprescindibile degli autentici operatori di pace: l’opera della pace, infatti, è un continuo ricominciare. L’impegno e l’amore per la pace non conosce paura di fronte alle sconfitte apparenti, non si lascia piegare dalle delusioni, ma sa guardare lontano, accogliendo e abbracciando con speranza tutte le realtà. Ci vuole tenacia per costruire la pace; ci vuole perseveranza per custodire e far crescere la vita”.

E’ stato un invito ad ‘interrogare’ la storia del Paese: “Chiedetevi da dove viene la formidabile energia che non ha mai lasciato il vostro popolo a terra, privo di fiducia nel domani. Siete un Paese variegato, una comunità di comunità, ma unita da una lingua comune. Non mi riferisco soltanto all’arabo levantino che parlate, attraverso il quale il vostro grande passato ha disseminato perle di inestimabile valore, mi riferisco soprattutto alla lingua della speranza, quella che vi ha sempre permesso di ricominciare”.

Però di fronte ad un’economia che ‘uccide’ il papa ha elogiato il Libano per la società civile: “Il Libano può vantare una società civile vivace, ben formata, ricca di giovani capaci di plasmare i sogni e le aspirazioni di un intero Paese. Vi incoraggio pertanto a non separarvi mai dalla vostra gente e a porvi al servizio del vostro popolo (così ricco nella sua varietà) con impegno e dedizione. Possiate tutti far risuonare una sola lingua: la lingua della speranza che fa convergere tutti nel coraggio di ricominciare sempre di nuovo.

Il desiderio di vivere e di crescere insieme, come popolo, faccia di ogni gruppo la voce di una polifonia. Vi aiuti anche il profondo legame di affetto che lega al proprio Paese tanti Libanesi dispersi nel mondo. Essi amano la propria origine, pregano per il popolo di cui si sentono parte e lo sostengono con le molteplici esperienze e competenze che li rendono così apprezzati in ogni luogo”.

La seconda caratteristica degli operatori di pace è quella percorrere ogni via per la riconciliazione: “Vi sono infatti ferite personali e collettive che chiedono lunghi anni, a volte intere generazioni per potersi rimarginare. Se non vengono curate, se non si lavora, ad esempio, a una guarigione della memoria, a un avvicinamento tra chi ha subito torti e ingiustizie, difficilmente si va verso la pace. Si resta fermi, prigionieri ognuno del suo dolore e delle sue ragioni. Tuttavia, verità e riconciliazione crescono sempre insieme: sia in una famiglia, sia tra le diverse comunità e le varie anime di un Paese, sia tra le Nazioni”.

Però la riconciliazione ha bisogno di un’autorità che riconosca il bene comune: “Una cultura della riconciliazione, perciò, non nasce solo dal basso, dalla disponibilità e dal coraggio di alcuni, ma ha bisogno di autorità e istituzioni che riconoscano il bene comune superiore a quello di parte. Il bene comune è più della somma di tanti interessi: avvicina il più possibile gli obiettivi di ciascuno e li muove in una direzione in cui tutti avranno di più che andando avanti da soli. La pace è infatti molto più di un equilibrio, sempre precario, tra chi vive separato sotto lo stesso tetto”.

Quindi la pace ha bisogno di riconciliazione: “La pace è saper abitare insieme, in comunione, da persone riconciliate. Una riconciliazione che oltre a farci convivere, ci insegnerà a lavorare insieme, fianco a fianco per un futuro condiviso. Ed allora, la pace diventa quell’abbondanza che ci sorprende quando il nostro orizzonte si allarga oltre ogni recinto e barriera.

A volte si pensa che, prima di compiere qualsiasi passo, occorra chiarire tutto, risolvere tutto, invece è il confronto reciproco, anche nelle incomprensioni, la strada che porta verso la riconciliazione. La verità più grande di tutte è che ci troviamo insieme inseriti in un disegno che Dio ha predisposto perché tutti possiamo raggiungere una pienezza di vita nella relazione tra di noi e con Lui”.

La terza caratteristica è quella di non fuggire: “Essi osano rimanere, anche quando costa sacrificio. Vengono momenti in cui è più facile fuggire, o, semplicemente, risulta più conveniente andare altrove. Ci vuole davvero coraggio e lungimiranza restare o tornare nel proprio Paese, stimando degne d’amore e di dedizione anche condizioni piuttosto difficili.

Sappiamo che l’incertezza, la violenza, la povertà e molte altre minacce producono qui, come in altri luoghi del mondo, un’emorragia di giovani e di famiglie che cercano futuro altrove, pur con grande dolore nel lasciare la propria patria.

Occorre certamente riconoscere che molto di positivo arriva a tutti voi dai Libanesi sparsi nel mondo. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che restare preso i suoi e collaborare giorno per giorno allo sviluppo della civiltà dell’amore e della pace, rimane qualcosa di molto apprezzabile”.

Ed ha affrontato anche la spinosa questione della mobilità: “La Chiesa, infatti, non è soltanto preoccupata della dignità di coloro che si muovono verso Paesi diversi dal proprio, ma vuole che nessuno sia costretto a partire e che chiunque lo desideri possa in sicurezza ritornare.

La mobilità umana, infatti, rappresenta un’immensa opportunità di incontro e di reciproco arricchimento, ma non cancella lo speciale legame che unisce ciascuno a determinati luoghi, a cui deve la propria identità in modo del tutto peculiare. E la pace cresce sempre in un contesto vitale concreto, fatto di legami geografici, storici e spirituali. Occorre incoraggiare coloro che li favoriscono e se ne nutrono, e non cedono a localismi e nazionalismi”.

In questa complessa situazione è importante anche il ruolo delle donne: “In questo contesto, mi preme sottolineare il ruolo imprescindibile delle donne nel faticoso e paziente impegno per custodire e costruire la pace. Non dimentichiamo che le donne hanno una specifica capacità di operare la pace, perché sanno custodire e sviluppare legami profondi con la vita e con le persone.

La loro partecipazione alla vita sociale e politica, così come a quella delle proprie comunità religiose, similmente all’energia che viene dai giovani, rappresenta in tutto il mondo un fattore di vero rinnovamento. Beate, dunque, le operatrici di pace e beati i giovani che restano o che ritornano, perché il Libano sia ancora una terra piena di vita”.

Ed ha concluso l’intervento con uno spunto musicale: “Questo tratto della vostra cultura ci aiuta a comprendere che la pace non è soltanto il risultato di un impegno umano, per quanto necessario: la pace è un dono che viene da Dio e che, innanzitutto, abita il nostro cuore. E’come un movimento interiore che si riversa verso l’esterno, abilitandoci a lasciarci guidare da una melodia più grande di noi stessi, quella dell’amore divino. Chi danza avanza leggero, senza calpestare la terra, armonizzando i propri passi con quelli degli altri.

Così è la pace: un cammino mosso dallo Spirito, che mette il cuore in ascolto e lo rende più attento e rispettoso verso l’altro. Possa crescere fra voi questo desiderio di pace che nasce da Dio e può trasformare già oggi il modo di guardare gli altri e di abitare insieme questa Terra che Egli ama profondamente e continua a benedire”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV mette in guardia dal pericolo dell’arianesimo

“Ringrazio di cuore per le parole di benvenuto della Sorella e per l’accoglienza mostrata da tutti voi. L’accoglienza è il dono di questa casa! Un dono che viene da Dio e che viene fatto fruttificare dalle Piccole Sorelle dei Poveri, dagli operatori e dai benefattori, e anche da tutti gli ospiti, nella loro convivenza quotidiana. Grazie a tutti!”: questa mattina papa Leone XIV nel secondo giorno di visita apostolica in Turchia ha visitato la casa di accoglienza delle Piccole Sorelle dei Poveri, che da oltre 100 anni sono al servizio di carità per il prossimo.

Alle sei Piccole Sorelle dei Poveri, che accudiscono ogni giorno con anziani affetti da patologie come Parkinson e Alzheimer, disabili o non autosufficienti, abbandonati o lasciati alle cure delle religiose dalle famiglie, il papa ha ‘lasciato’ due riflessioni semplici: “La prima prende spunto dal vostro nome, care Suore: voi vi chiamate ‘Piccole Sorelle dei Poveri’. Un nome bellissimo, e che fa pensare! Sì, il Signore non vi ha chiamato solo ad assistere o ad aiutare i poveri. Vi ha chiamato ad essere loro ‘sorelle’! Come Gesù, che il Padre ha mandato a noi non solo per aiutarci e servirci, ma per essere nostro fratello. Questo è il segreto della carità cristiana: prima di essere per gli altri, essere con gli altri, in una condivisione basata sulla fraternità”.

L’altra riflessione ha riguardato la parola ‘anziana’, che conserva la saggezza: “La seconda riflessione me la suggerite voi, cari ospiti di questa casa. Voi siete anziani. E questa parola, ‘anziano’, oggi rischia di perdere il suo significato più vero: in molti contesti sociali, dove domina l’efficienza, il materialismo, si è perso il senso del rispetto per le persone anziane. Invece la Sacra Scrittura e le buone tradizioni ci insegnano che (come amava ripetere papa Francesco) gli anziani sono la saggezza di un popolo, una ricchezza per i nipoti, per le famiglie, per l’intera società!”

Prima aveva guidato la preghiera nella cattedrale dello Spirito Santo ad Istanbul, terra da dove si espanse il cristianesimo: “La fede che ci unisce ha radici lontane: obbediente alla chiamata di Dio, infatti, Abramo nostro padre si mise in cammino da Ur dei Caldei e poi, dalla regione di Carran, a sud dell’odierna Türkiye, egli partì per la Terra promessa. Nella pienezza dei tempi, dopo la morte e risurrezione di Gesù, i suoi discepoli si diressero anche verso l’Anatolia, e ad Antiochia, dove poi fu vescovo Sant’Ignazio, vennero chiamati per la prima volta ‘cristiani’. Da quella città san Paolo iniziò alcuni dei suoi viaggi apostolici, fondando molte comunità. Ed è ancora sulle coste della penisola anatolica, a Efeso, che secondo alcune fonti antiche, avrebbe soggiornato e sarebbe morto l’evangelista Giovanni, discepolo amato dal Signore”.

Quindi ha ricordato la ricchezza della storia della Nazione: “Ricordiamo inoltre con ammirazione il grande passato bizantino, l’impulso missionario della Chiesa di Costantinopoli e la diffusione del Cristianesimo in tutto il Levante. Ancora oggi, in Türkiye vivono le molte comunità dei cristiani di rito orientale, quali Armeni, Siri e Caldei, nonché quelle di rito latino. Il Patriarcato Ecumenico continua ad essere punto di riferimento sia per i propri fedeli greci che per quelli appartenenti ad altre denominazioni ortodosse”.

Da quella storia discende la comunità cristiana presente in Turchia: “Carissimi, dalla ricchezza di questa lunga storia, anche voi siete stati generati. Oggi siete voi la Comunità chiamata a coltivare il seme della fede trasmessoci da Abramo, dagli Apostoli e dai Padri. La storia che vi precede non è semplicemente qualcosa da ricordare e poi archiviare in un passato glorioso, mentre guardiamo rassegnati al fatto che la Chiesa cattolica è diventata numericamente più piccola. Al contrario, siamo invitati ad adottare lo sguardo evangelico, illuminato dallo Spirito Santo”.

Ciò è stato possibile, perché Dio ha scelto la strada dei ‘piccoli’: “E quando guardiamo con gli occhi di Dio, scopriamo che Egli ha scelto la via della piccolezza, per discendere in mezzo a noi. Ecco lo stile del Signore, che siamo tutti chiamati a testimoniare: i profeti annunciano la promessa di Dio parlando di un piccolo germoglio che spunterà, e Gesù elogia i piccoli che confidano in Lui, affermando che il Regno di Dio non si impone attirando l’attenzione, ma si sviluppa come il più piccolo di tutti i semi piantanti nel terreno”.

Questo stile è la ‘forza’ della Chiesa: “Questa logica della piccolezza è la vera forza della Chiesa. Essa, infatti, non risiede nelle sue risorse e nelle sue strutture, né i frutti della sua missione derivano dal consenso numerico, dalla potenza economica o dalla rilevanza sociale. La Chiesa, al contrario, vive della luce dell’Agnello e, radunata attorno a Lui, è sospinta per le strade del mondo dalla potenza dello Spirito Santo. In questa missione, è sempre nuovamente chiamata ad affidarsi alla promessa del Signore”.

Anche se è piccola la Chiesa in Turchia è feconda: “La Chiesa che vive in Türkiye è una piccola Comunità che, però, resta feconda come seme e lievito del Regno. Pertanto, vi incoraggio a coltivare un atteggiamento spirituale di fiduciosa speranza, fondata sulla fede e sull’unione con Dio. C’è bisogno, infatti, di testimoniare con gioia il Vangelo e di guardare con speranza al futuro. Alcuni segni di questa speranza sono già ben presenti: chiediamo dunque al Signore la grazia di saperli riconoscere e coltivare; altri, forse, saremo noi a doverli esprimere in maniera creativa, perseverando nella fede e nella testimonianza”.

E’ stato anche un invito ad accompagnare i giovani nella vita quotidiana: “Tra i segni più belli e promettenti, penso ai tanti giovani che bussano alle porte della Chiesa cattolica, portandovi le loro domande e le loro inquietudini. In proposito, vi esorto a continuare nel rigoroso lavoro pastorale che portate avanti; così come vi incoraggio ad ascoltare e accompagnare i giovani e ad avere cura di quegli ambiti in cui la Chiesa in Türkiye è chiamata a lavorare in modo speciale: il dialogo ecumenico e interreligioso, la trasmissione della fede alla popolazione locale, il servizio pastorale ai rifugiati e ai migranti”.

Ed ha riservato un pensiero all’inculturalizzazione della fede: “La presenza assai significativa di migranti e rifugiati in questo Paese, infatti, pone alla Chiesa la sfida dell’accoglienza e del servizio di costoro che sono tra i più vulnerabili. Allo stesso tempo, questa Chiesa è costituita da stranieri e anche molti di voi – sacerdoti, suore, operatori pastorali – provenite da altre terre; ciò richiede un vostro speciale impegno per l’inculturazione, perché la lingua, gli usi, i costumi della Türkiye diventino sempre più i vostri. La comunicazione del Vangelo passa, infatti, da questa inculturazione”.

Però non ha dimenticato di sottolineare l’importanza del Concilio di Nicea attraverso alcune sottolineature: “La prima è l’importanza di cogliere l’essenza della fede e dell’essere cristiani. Attorno al Simbolo della fede, la Chiesa a Nicea ritrovò l’unità. Non si tratta dunque soltanto di una formula dottrinale, bensì dell’invito a cercare sempre, pur dentro le diverse sensibilità, spiritualità e culture, l’unità e l’essenzialità della fede cristiana attorno alla centralità di Cristo e alla Tradizione della Chiesa. Nicea ci invita ancora oggi a riflettere su questo: chi è Gesù per noi? Cosa significa, nel suo nucleo essenziale, essere cristiani?

Il Simbolo della fede, professato in modo unanime e comune, diventa così criterio di discernimento, bussola di orientamento, perno attorno al quale devono ruotare il nostro credere e il nostro agire. E a proposito del nesso tra la fede e le opere, voglio ringraziare le organizzazioni internazionali, penso in particolare a Caritas Internationalis e a Kirche in Not, per il sostegno alle attività caritative della Chiesa e soprattutto per l’aiuto alle vittime del terremoto del 2023”.

Da l’invito a riscoprire il ‘volto’ di Gesù: “Nicea afferma la divinità di Gesù e la sua uguaglianza con il Padre. In Gesù noi troviamo il vero volto di Dio e la sua parola definitiva sull’umanità e sulla storia. Questa verità mette costantemente in crisi le nostre rappresentazioni di Dio, quando non corrispondono a quanto Gesù ci ha rivelato, e ci invita a un continuo discernimento critico sulle forme della nostra fede, della nostra preghiera, della vita pastorale e in generale della nostra spiritualità”.

Ed ha messo in guardia da un ‘arianesimo di ritorno’: “Ma c’è anche un’altra sfida, che definirei come un ‘arianesimo di ritorno’, presente nella cultura odierna e a volte tra gli stessi credenti: quando si guarda a Gesù con ammirazione umana, magari anche con spirito religioso, ma senza considerarlo davvero come il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi.

Il suo essere Dio, Signore della storia, viene in qualche modo oscurato e ci si limita a considerarlo un grande personaggio storico, un maestro sapiente, un profeta che ha lottato per la giustizia, ma niente di più. Nicea ce lo ricorda: Cristo Gesù non è un personaggio del passato, è il Figlio di Dio presente in mezzo a noi, che guida la storia verso il futuro che Dio ci ha promesso”.

Al termine l’invito a ‘mediare’ la fede con il linguaggio attuale: “In un contesto culturale complesso, il Simbolo di Nicea è riuscito a mediare l’essenza della fede attraverso le categorie culturali e filosofiche dell’epoca. Tuttavia, pochi decenni dopo, nel primo Concilio di Costantinopoli, vediamo che esso viene approfondito e ampliato e, proprio grazie all’approfondimento della dottrina, si giunge a una nuova formulazione: il Simbolo niceno-costantinopolitano, quello comunemente professato nelle nostre celebrazioni domenicali”.

Questo è l’insegnamento del Concilio di Nicea: “Impariamo anche qui una grande lezione: è sempre necessario mediare la fede cristiana nei linguaggi e nelle categorie del contesto in cui viviamo, come fecero i Padri a Nicea e negli altri Concili. Allo stesso tempo, dobbiamo distinguere il nucleo della fede dalle formule e dalle forme storiche che lo esprimono, le quali restano sempre parziali e provvisorie e possono cambiare man mano che approfondiamo la dottrina”.

Ha concluso l’incontro con un pensiero di san Newman: “Ricordiamo che il neo-dottore della Chiesa, san John Henry Newman, insiste sullo sviluppo della dottrina cristiana, perché essa non è un’idea astratta e statica, ma riflette il mistero stesso di Cristo: si tratta perciò dello sviluppo interno di un organismo vivente, che porta alla luce ed esplicita meglio il nucleo fondamentale della fede”.

(Foto: Santa Sede)

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