Papa Leone XIV invita i sacerdoti ad essere santi

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“Sono lieto di rivolgermi a voi con questa lettera in occasione della vostra Assemblea Presbiterale, e lo faccio con un sincero desiderio di fraternità e unità. Ringrazio il vostro Arcivescovo e, dal profondo del cuore, ciascuno di voi per la disponibilità a incontrarvi come presbiterio, non solo per discutere di questioni comuni, ma anche per sostenerci a vicenda nella missione che condividete”: con una lunga e dettagliata lettera papa Leone XIV si è rivolto ai circa 1500 preti partecipanti all’assemblea presbiterale in corso fino a domani a Madrid con una riflessione sul ruolo del sacerdote in un’epoca in cui la fede è ‘strumentalizzata e banalizzata’.

Nella lettera il papa ha ‘apprezzato’ il loro impegno sacerdotale: “Apprezzo l’impegno con cui vivete ed esercitate il vostro sacerdozio nelle parrocchie, nei ministeri e nelle diverse realtà. So che questo ministero si svolge spesso tra stanchezza, situazioni complesse e una dedizione silenziosa testimoniata solo da Dio. Proprio per questo, spero che queste parole vi giungano come un gesto di vicinanza e di incoraggiamento, e che questo incontro favorisca un clima di ascolto sincero, di vera comunione e di fiduciosa apertura all’azione dello Spirito Santo, che non cessa di operare nella vostra vita e nella vostra missione”.

Per questo il papa ha invitato i sacerdoti al discernimento per comprendere meglio il ‘disegno di Dio’: “I tempi che la Chiesa sta vivendo ci invitano a fermarci insieme per una riflessione serena e onesta. Non tanto per soffermarci su diagnosi immediate o misure di emergenza, ma per imparare a comprendere in profondità il momento che stiamo vivendo, riconoscendo, alla luce della fede, sia le sfide che le possibilità che il Signore apre davanti a noi. In questo cammino, diventa sempre più necessario coltivare il nostro sguardo e praticare il discernimento, così da poter percepire più chiaramente ciò che Dio sta già operando, spesso silenziosamente e discretamente, in mezzo a noi e nelle nostre comunità”.

Tale lettura deve essere inserita in un contesto culturale e sociale: “Questa lettura del presente non può prescindere dal quadro culturale e sociale in cui la fede oggi si vive ed esprime. In molti ambiti osserviamo processi avanzati di secolarizzazione, una crescente polarizzazione del discorso pubblico e una tendenza a ridurre la complessità della persona umana, interpretandola attraverso ideologie o categorie parziali e insufficienti. In questo quadro, la fede rischia di essere strumentalizzata, banalizzata o relegata nell’ambito dell’irrilevante, mentre si consolidano forme di convivenza che prescindono da qualsiasi riferimento trascendente”.

Quindi anche il messaggio evangelico risente di tale ‘clima’ culturale: “A questo si aggiunge un profondo cambiamento culturale che non può essere ignorato: la progressiva scomparsa di punti di riferimento condivisi. Per lungo tempo, il seme cristiano ha trovato un terreno largamente fertile, perché il linguaggio morale, i grandi interrogativi sul senso della vita e alcune nozioni fondamentali erano, almeno in parte, condivisi.

Oggi, quel terreno comune si è notevolmente indebolito. Molti dei presupposti concettuali che per secoli hanno facilitato la trasmissione del messaggio cristiano non sono più evidenti e, in molti casi, persino comprensibili. Il Vangelo incontra non solo l’indifferenza, ma anche un diverso paesaggio culturale, in cui le parole non hanno più lo stesso significato e dove l’annuncio iniziale non può più essere dato per scontato”.

Di questa situazione ‘soffrono’ soprattutto i giovani: “Sono convinto (e so che molti di voi lo percepiscono nell’esercizio quotidiano del vostro ministero) che una nuova inquietudine si agita nel cuore di molte persone, soprattutto dei giovani. La ricerca assoluta del benessere non ha portato la felicità attesa; la libertà separata dalla verità non ha generato la realizzazione promessa; e il progresso materiale da solo non è riuscito a soddisfare il desiderio più profondo del cuore umano”.

Proprio davanti a tale situazione il papa ha invitato i sacerdoti ad una maggiore presenza nel territorio: “In effetti, le proposte dominanti, insieme a certe interpretazioni ermeneutiche e filosofiche del destino dell’umanità, lungi dall’offrire una risposta sufficiente, hanno spesso lasciato un senso di maggiore stanchezza e di vuoto. Proprio per questo, osserviamo che molte persone stanno iniziando ad aprirsi a una ricerca più onesta e autentica, una ricerca che, accompagnata da pazienza e rispetto, le riconduce all’incontro con Cristo. Ciò ci ricorda che per il sacerdote questo non è un tempo di ritiro o di rassegnazione, ma di presenza fedele e di generosa disponibilità. Tutto ciò nasce dal riconoscimento che l’iniziativa appartiene sempre al Signore, che è già all’opera e ci precede con la sua grazia”.

Ed ha tratteggiato il ‘tipo’ di sacerdote di cui ha bisogno la Chiesa: “Non certo uomini definiti da una moltitudine di compiti o dalla pressione dei risultati, ma uomini configurati a Cristo, capaci di sostenere il loro ministero attraverso una relazione viva con Lui, alimentata dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale segnata dal dono sincero di sé”.

Insomma, essere ‘alter Christus’: “Non si tratta di inventare nuovi modelli o di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di riproporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico (essere alter Christus), lasciando che Lui plasmi le nostre vite, unifichi i nostri cuori e dia forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, dalla dedizione fedele alla Chiesa e dal servizio concreto alle persone che ci sono state affidate”.

Per questo il papa ha rinforzato quest’indicazione con l’immagine della cattedrale dell’Almudena a Madrid, la cui struttura si presta ad un perfetto parallelismo con i punti essenziali del sacerdozio: “Cari figli, permettetemi oggi di parlarvi del sacerdozio usando un’immagine che conoscete bene: la vostra Cattedrale. Non per descrivere un edificio, ma per imparare da esso. Perché le cattedrali (come ogni luogo sacro) esistono, come il sacerdozio, per condurci all’incontro con Dio e alla riconciliazione con i nostri fratelli e sorelle, e i loro elementi racchiudono una lezione per la nostra vita e il nostro ministero”.

E’ stato un tratteggio molto particolareggiato della cattedrale madrilena: “Basta guardare la sua facciata per capire qualcosa di essenziale. E’ la prima cosa che vediamo, eppure non dice tutto: indica, suggerisce, invita. Allo stesso modo, il sacerdote non vive per mettersi in mostra, ma non vive nemmeno per nascondersi. La sua vita è chiamata a essere visibile, coerente e riconoscibile, anche se non sempre viene compresa. La facciata non esiste per sé stessa: conduce verso l’interno. Allo stesso modo, il sacerdote non è mai fine a se stesso. Tutta la sua vita è chiamata a indicare Dio e ad accompagnare il cammino verso il Mistero, senza usurpare il posto di Dio”.

Insomma la cattedrale è un richiamo a vivere la fraternità sacerdotale: “La cattedrale è anche una casa comune, dove tutti hanno un posto. Così è chiamata ad essere la Chiesa, soprattutto verso i suoi sacerdoti: una casa che accoglie, protegge e non abbandona mai. Ed è così che deve essere vissuta la fraternità sacerdotale: come esperienza concreta di sapersi a casa, responsabili gli uni degli altri, attenti alla vita dei fratelli e pronti a sostenersi a vicenda. Figli miei, nessuno si senta esposto o solo nell’esercizio del ministero: resistiamo insieme all’individualismo che impoverisce il cuore e indebolisce la missione!”

Continuando nella descrizione della cattedrale il papa ha evidenziato anche il valore dei sacramenti battesimale e confessionale: “Prima di giungere al santuario, la cattedrale ci svela luoghi discreti ma fondamentali: al fonte battesimale nasce il Popolo di Dio; nel confessionale, si rinnova continuamente. Nei sacramenti, la grazia si rivela come la forza più reale ed efficace del ministero sacerdotale.

Perciò, cari figli, celebrate i sacramenti con dignità e fede, consapevoli che ciò che in essi si produce è la vera forza che edifica la Chiesa e che essi sono il fine ultimo a cui è ordinato tutto il nostro ministero. Ma non dimenticate che non siete la sorgente, ma il canale, e che anche voi avete bisogno di bere a quell’acqua. Perciò, non trascurate la confessione, ritornando sempre alla misericordia che annunciate”.

Concludendo la lettera il papa ha citato san Giovanni d’Avila con l’invito ad essere ‘suoi’, cioè santi: “Guardiamo al cuore di tutto questo, figli miei: qui si rivela ciò che dà senso a ciò che fate ogni giorno e da dove scaturisce il vostro ministero. Sull’’altare, attraverso le vostre mani, il sacrificio di Cristo si rende presente nell’azione più alta affidata alle mani dell’uomo; nel tabernacolo, Colui che avete offerto rimane, affidato nuovamente alle vostre cure.

Siate adoratori, persone di profonda preghiera, e insegnate al vostro popolo a fare lo stesso. Al termine di questo cammino, per essere i sacerdoti di cui la Chiesa ha bisogno oggi, vi lascio con lo stesso consiglio del vostro santo compatriota, san Giovanni d’Avila: ‘Siate tutti suoi’. Siate santi!”

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