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Una pastorale segno di speranza: in dialogo con Simone Fichera

“Di segni di speranza hanno bisogno anche coloro che in sé stessi la rappresentano: i giovani. Essi, purtroppo, vedono spesso crollare i loro sogni. Non possiamo deluderli: sul loro entusiasmo si fonda l’avvenire. E’ bello vederli sprigionare energie, ad esempio quando si rimboccano le maniche e si impegnano volontariamente nelle situazioni di calamità e di disagio sociale. Ma è triste vedere giovani privi di speranza; d’altronde, quando il futuro è incerto e impermeabile ai sogni, quando lo studio non offre sbocchi e la mancanza di un lavoro o di un’occupazione sufficientemente stabile rischiano di azzerare i desideri, è inevitabile che il presente sia vissuto nella malinconia e nella noia”.

Da questo passo della bolla di indizione del giubileo, ‘Spes non confundit’, iniziamo un dialogo sulla pastorale giovanile con l’educatore e pedagogista, dott. Simone Fichera, formato in teologia presso l’università lateranense e componente del team ‘AGO Formazione’per cercare di capire il motivo per cui papa Francesco ha scritto che i giovani hanno bisogno di segni di speranza: “Il tempo in cui siamo immersi, il presente in cui ha da incarnarsi la nostra Chiesa, è costituito di fragilità nuove. Non che il passato non fosse in sé irto di ispidi ostacoli da superare, ma si tratta probabilmente di fatiche simili in contesti nuovi.

Basti pensare alla fatica di ingresso nelle posizioni quadro da parte dei giovani, o banalmente alla preponderanza del mondo virtuale nella vita comune di qualsiasi giovane. Viviamo un tempo in cui la speranza resta sconosciuta perché infondata, infondabile. La speranza non è un vezzo da sognatori, ma una virtù che ha bisogno di mani e sguardi capaci di promesse e questo siamo chiamati a fare come Chiesa, specie in questo anno giubilare”.

La pastorale della Chiesa è capace di fornire segni di speranza?

“Probabilmente in questo momento no. Spesso la pastorale sembra raggomitolata dentro il ‘già conosciuto’, il ‘si è sempre fatto così’, è incapace di stare nei contesti in cui la vita scorre davvero, non ristagna. Non si sporge verso fuori, chiede piuttosto ai giovani di entrare nello schema. I giovani cristiani, purtroppo, è facile distinguerli dalla massa, non per la luminosità del fervore, quanto più per la capacità di stare negli schemi che l’oratorio o la parrocchia chiede. E chi sa starci, di solito, è a rischio ristagno”.

In quale modo la pastorale può educare?

“Credo avremmo bisogno di una pastorale davvero capace di uscita. Non si tratta di fare educativa di strada (che pure avrebbe una sua funzionalità se fatta bene), ma, più banalmente, di aprire i cancelli. Di permettere ai ‘casinisti’ di stare dentro orientando l’azione educativa alla creazione della relazione piuttosto che alla segnalazione delle norme. Perché è di quei figli che ha bisogno la chiesa. Di quelli meno amabili ha bisogno di prendersi cura. Dei ‘bravi ragazzi’ sanno aver cura tutti. E questo chiede competenza educativa, non solo passione”.

La Chiesa è capace di comprendere il linguaggio dei giovani?

“Anche rispetto al linguaggio facciamo fatica a intenderci certamente. Ma credo che la domanda vera non sia relativa al linguaggio, né tanto alla comunicazione, quanto alla capacità di cura. Al desiderio di paternità dei pastori e degli educatori (si intenda rivolto anche al femminile come senso di maternità). Abbiamo creato una chiesa di organizzatori, promotori, amministratori, ufficianti e ci siamo dimenticati di coltivare la paternità, la cura, la figliolanza, l’accompagnamento”.

In quale modo si può rendere ‘attraente’ per i giovani l’oratorio?

“Credo che la risposta sarà deludente: non c’è oratorio capace di attrazione se chi lo abita non è attraente. I ragazzi non hanno bisogno di luoghi ‘fighi’ (si anche, ma non prioritariamente). Hanno bisogno di padri e madri, di amici veri. Coltivare queste capacità chiede competenza umana e professionale, lo ripeto. Non basta aver passione, non basta la vocazione. Ed allora viene a me da fare una domanda: se è così pungente il tema dei giovani, perché tanta parte di Chiesa è disposta a spendere risorse per restaurare gli affreschi e sceglie di risparmiare su una più necessaria formazione?”

Allora è possibile dare una definizione alla parola ‘pastorale’?

“Pastorale è educare ad un sapere che è complesso! Complesso perché fatto di tanti pezzi: è sapere che conosce, è sapere che agisce ed è sapere che comunica. La pastorale ha bisogno di uscire dalla paura di ‘commistionarsi’ con la vita della gente e lasciarsi inquinare dalla bellezza del presente che è tempo di salvezza! Se affermiamo, con le nostre scelte, che il presente e i suoi retaggi, non sono occasione di salvezza allora staremmo affermando che questo tempo è maledetto, che qui non c’è Kairos, e che la Chiesa ha fallito! Beh spoiler… non è così! Ci si può rimboccare le maniche e imparare a immischiarsi! Perché la pastorale è la vita della gente. E’: copula e non congiunzione!”

Di quale pastorale c’è bisogno?

“Una pastorale che testimoni e racconti come sia possibile la vita da cristiani oggi! Quali sono le skill tipiche del cristiano, le sue competenze relazionali, le attenzioni che lo caratterizzano. Una pastorale che non tema la strada e l’on-line. Una pastorale che incontra occhi e volti, che chiama per nome, perché riparte da ciò che è essenziale: la relazione personale. Perché in fondo è così da sempre: è davvero innovativo ciò che ci riporta all’essenziale!”

(Tratto da Aci Stampa)

Don Franco Monterubbianesi: una vita accanto ai più fragili

Negli ultimi giorni di maggio è deceduto don Franco Monterubbianesi, che nasce a Fermo il 30 maggio 1931 e dopo l’iscrizione alla facoltà di Medicina, chiede di diventare sacerdote, studiando al Collegio Capranica a Roma, ed ordinato sacerdote il 19 agosto 1956. Frequenta il mondo della disabilità con i treni degli ammalati dell’Unitalsi.

L’arcivescovo Perini lo incoraggia a far qualcosa per i ragazzi e le ragazze spesso istituzionalizzati in Centri riabilitativi, in realtà semplici contenitori. In una celebre lettera alcuni di loro scrivono di essere stati bene nei tre giorni di pellegrinaggio, ma chiedono qualcosa di più per il futuro. Sorretto da Marisa Galli di Servigliano, donna con una grave disabilità, inizia una vera e propria avventura. Cerca una casa prima a Loreto, poi individua una villa abbandonata a Capodarco. Il primo titolo della casa è ‘Centro comunitario Gesù risorto’, in quanto il tema della risurrezione rientra spesso nei suoi progetti.

Nel Natale 1966 fonda la Comunità i cui punti salienti del programma erano: il rispetto delle persone, il lavoro, la progettualità. Lo spirito della Comunità è sorretto da molti giovani che si sono dedicati al sociale. Dal 1970 gruppi di persone fondano comunità locali in Sardegna, Fabriano, Gubbio, Perugia, Volano poi man mano, fino ad arrivare in Calabria, in Sicilia, in Puglia, in Campania, in Veneto. Attualmente sono 13 Comunità in Italia e 4 all’estero (Albania, Camerun, Equador e Kosovo) con 1.226 le persone accolte per 626 addetti e 430 volontari. Più tardi si apriranno Comunità in Ecuador, Albania, Camerun e Kossovo.

Nel 1973 don Franco si ostina a voler aprire una Comunità a Roma. E’ un gran fiorire di corsi professionali, di cooperative, di gruppi, di famiglie sparse nella città. Tra queste la cooperativa Agricoltura Capodarco. La grande idealità che ha sempre contraddistinto l’agire di Don Franco si è scontrata con la dura realtà economica fino ad essere costretti ad affidarla ad altri. Egli è molto attento ai giovani: accoglie i primi obiettori di coscienza, è favorevole al servizio civile.

Il messaggio lasciato da don Franco Monterubbianesi si basa sull’accoglienza e sull’attenzione: accogliere le persone con limiti fisici e piscologici, madri e minori bisognosi di aiuto, ragazzi tossicodipendenti, rispettando storie e sogni; alimentare sempre l’attenzione a quanto il territorio richiede; creare comunità come strumento indispensabile per dare sostegno. Da qui nasce lo spirito evangelico che unisce anima e corpo, singoli e gruppi. Una teologia capace di esprimere la completezza evangelica rispettando i tempi dello Spirito.

Così don Vinicio Albanesi, che con don Monterubbianesi ha aperto nel 1971 la Comunità di Capodarco a Roma: “Rompe il tabù del pietismo che, in molte circostanze, diventa esclusione. Ogni persona ha una sua dignità: affettiva, lavorativa, relazionale e sociale. Occorre valorizzare le risorse. Senza distinzioni e senza selezione. Negli anni questo approccio cambierà il modo di vedere la disabilità e ogni forma di discriminazione: la legge nazionale 118 del 1971 dette l’impulso al superamento degli ostacoli: barriere architettoniche, possibilità di viaggiare, di andare al cinema, di frequentare il mare. Si aggiungerà, nel tempo, la legge dell’inserimento lavorativo”.

Grazie a lui il mondo della disabilità diventa ‘visibile’: “Anche le case popolari saranno loro concesse, a cui seguirà il sostegno nelle scuole, con la Legge 104 del 92. I disabili non rimarranno più nascosti nelle case o ingessati in grandi contenitori disumani. Anche nelle amministrazioni locali si sente l’aria nuova di vicinanza e di aiuto: Sindaci, assessorati e servizi sociali sono attivi: eravamo partiti dall’elenco dei poveri”.

Quindi grazie all’impegno di don Franco Monterubbianesi l’accoglienza ai disabili cambia, anche se oggi c’è la tendenza di azzerare i diritti di una cittadinanza acquisita: “Il sorgere delle comunità locali di Capodarco in Italia dimostra che è possibile un’accoglienza rispettosa e umana, attenta alle necessità dei disabili e delle loro famiglie. Un’attenzione fin dalla più tenera età per attenuare i Disturbi Specifici dell’apprendimento.

Purtroppo sta tornando indietro la visione aperta all’accoglienza: per motivi economici, per l’applicazione errata dello schema ospedaliero, per l’introduzione del ‘minutaggio’ nella cura alla persona”.

Dalla Comunità di Sestu, in provincia di Cagliari, arriva il ricordo che Dionisio Pinna ha dedicato a don Franco Monterubbianesi, uno dei primi volontari, che a soli 24 anni cambia la sua vita per seguire il fondatore della Comunità di Capodarco: “Perché a 24 anni, terzo anno di Università, madre vedova di guerra con un altro figlio lontano da casa, ho lasciato tutto e sono andato a vivere stabilmente a Capodarco di Fermo nella nata due anni prima (Natale 1966) Comunità Casa Papa Giovanni? Sono stato il primo volontario (allora si usava questo termine) ad affiancarsi a don Franco per condividere quel progetto ‘rivoluzionario’ che restituiva dignità e futuro a tante persone in precedenza assimilabili ai paria indiani. A Roma, da buon cattolico impegnato in parrocchia, frequentavo di domenica gli istituti di ricovero per mettermi a posto la coscienza; ma seguivo anche i fermenti di una minoranza cattolica che intendeva coniugare impegno politico e militanza religiosa. Andavo persino all’Acquedotto Felice dove don Sardelli viveva con i baraccati del tempo. Non ero soddisfatto della vita che conducevo e ben presto iniziai ad interessarmi dei mali di Roma e delle lotte operaie che rivendicavano diritti e dignità per il mondo del lavoro.

Andai a Capodarco perché una giovane emiplegica ricoverata al don Guanella di via della Nocetta non voleva stare in quel posto come un vegetale e cercava un’alternativa. Una damina di carità unitalsiana mi parlò di un prete fermano che aveva aperto una comunità provvisoria per disabili e che intendeva realizzare un villaggio dalle parti di Loreto. Una domenica, in autostop, vi andai. Fu un colpo di fulmine. Capii subito che in quella villa adagiata sopra una collina fermana ero atteso e che don Franco mi offriva l’occasione della mia vita.

Un prete anomalo, entusiasta, circondato da una sorta di corte dei miracoli, forte di una spiritualità non clericale che metteva al centro la persona con tutte le sue problematicità. E con un progetto straordinario: restituire dignità e speranza a chiunque la cui vita non era stata benigna. Era sempre pronto a sostenere, assistere, incoraggiare, dare risposte a chiunque gli chiedesse sostegno. Mai stanco, infaticabile, tollerante, disponibile all’ascolto. E c’era tanto da fare, in quella casa dove sembrava che non ci fossero limiti alle accoglienze. Quel prete aveva una visione, un sogno, un’idea di mondo che sapeva sorreggere l’ultimo dei derelitti e nel contempo guardare alle grandi questioni del tempo.

Da lui ho imparato ad avere coraggio, a non fermarmi mai difronte ai problemi del quotidiano. Ed ho anche avuto la fortuna di accogliere il suo affettuoso suggerimento: riprendere gli studi non in campo aziendale ma nelle discipline socio-umanistiche che lui riteneva per me più congeniali. Non ho conosciuto mio padre morto prima che nascessi. Chissà se don Franco, in qualche modo, lo ha sostituito. E chissà se, inconsciamente l’ho trovato perché mi mancava”.

(Foto: Comunità di Capodarco)

Associazione Dormitorio San Vincenzo De Paoli: a Brescia un concerto a sostegno delle donne

C’è un mondo di cui si parla poco. È il mondo delle donne che vivono ai margini. Si tratta di mamme con bambini, donne sole, senza lavoro, senzatetto e senza dimora. Sono vite segnate da un forte disagio che oggi registra numeri crescenti e alla quale a stento si riesce a rispondere. A Brescia, l’Associazione Dormitorio San Vincenzo de Paoli cerca di affrontare questa emergenza sociale e a ospitare quante bussano alla porta per usufruire del servizio ‘Emergenza donne’.

Si tratta di un’attività serale e notturna che accoglie le donne che vivono in una condizione di fragilità ed estremo disagio: donne, giovani e di mezza età, che arrivano dopo aver vissuto lunghi periodi di disagio, spesso dopo aver sviluppato problemi psichici o dipendenze. Donne vittime di violenza domestica e donne che hanno affrontato un lungo percorso di migrazione e ora sono richiedenti asilo.

“Solo nel 2024 abbiamo accolto 58 donne, 7 delle quali sono passate nei servizi di inclusione sociale”, spiega Bona Sulliotti, Presidente dell’Associazione Dormitorio San Vincenzo de Paoli e specifica: “Le richieste sono in aumento da circa due anni anche da parte delle richiedenti asilo prive di un posto all’interno dei SAI (Sistema di accoglienza e integrazione). All’interno della struttura però si possono accogliere solo 8 persone.  Da qui l’esigenza di organizzare un evento solidale.

Giovedì 12 giugno al Teatro San Barnaba di Brescia il pianista Angelo Santirocco si esibirà con un concerto di musica jazz, pop, rock. Il ricavato dei biglietti di ingresso sarà devoluto al servizio ‘Emergenza donne’. L’artista, che ha girato sui palcoscenici e per le strade di mezzo Mondo con il suo inconfondibile pianoforte rosa, farà tappa nella città lombarda e delizierà il pubblico con un’esibizione dalle sonorità rockeggianti e classiche, spaziando dalle colonne sonore di film come il Gladiatore, Pirati dei Caraibi fino a riscoprire i grandi classici della musica da piano.

“Speriamo di poter rafforzare la nostra attività che è nata nel periodo più freddo del 2018, su richiesta del Comune di Brescia. In quell’anno abbiamo accolto badanti anziane, donne vittime di violenza, donne con dipendenze attive, donne con gravi problemi sanitari e psichiatrici”, ha concluso Bona Sulliotti.

Una presenza importante sul territorio che, grazie al sostegno di educatori e volontari, garantisce un percorso di accompagnamento coordinato, dando la possibilità a diverse donne di essere ascoltate e indirizzate verso servizi specifici che evitano loro il ritorno in strada, in carcere o in altre situazioni di pericolo.

L’impegno dell’Associazione Dormitorio San Vincenzo sul territorio nasce nel 1994 come emanazione della Società di San Vincenzo De Paoli. La realtà ha il proposito di attuare azioni che, oltre all’assistenza concreta, offrano un percorso di reinserimento sociale che restituisca alla persona dignità e autonomia.

L’Associazione Dormitorio San Vincenzo ogni giorno accoglie 150 persone attraverso la gestione di diversi servizi: il Dormitorio maschile San Vincenzo e Duomo Room, le Case di accoglienza ‘San Vincenzo’ femminile e maschile, 15appartamenti destinati all’housing sociale, un appartamento di housing first e una villetta a Castenedolo.

Il sostegno è rivolto a uomini e donne o senza dimora che vivono situazioni difficili e storie complesse, connotate dall’abbandono, dalla dipendenza, dalla disgregazione dei legami familiari e dalla solitudine.

La Società di San Vincenzo De Paoli opera a Brescia dal 1858. Il costante servizio a sostegno del prossimo ha consentito di accrescere l’operato sul territorio grazie all’apertura del Dormitorio San Vincenzo 125 anni fa, era il Natale del 1899. Il Consiglio Centrale, con 31 Conferenze attive, opera nelle province di Brescia e di Mantova fornendo aiuto concreto a chi si trova in difficoltà tra poveri, emarginati e persone sole, e alla gestione operativa dell’Associazione Dormitorio San Vincenzo finalizzata all’accoglienza delle persone emarginate e senza dimora.

(Foto: San Vincenzo de’ Paoli)

Con la Piccola Casa di san Giuseppe Benedetto Cottolengo verso il Giubileo degli ammalati

Si terrà oggi e domani il Giubileo degli ammalati e del mondo della salute con questo programma: oggi il programma prevede, tra le ore 8.00 e le ore 17.00, il pellegrinaggio alla Porta Santa; dalle ore 16.00 alle ore 18:30 un ‘Dialogo con la città’ ci saranno attività di carattere culturale, artistico e spirituale in alcune piazze di Roma; mentre domenica 6 la messa è alle ore alle 10:30 in piazza san Pietro. Mentre in occasione dell’Angelus di domenica 23 marzo papa Francesco dal Policlinico ‘Gemelli’ papa Francesco aveva scritto di aver sperimentato la ‘pazienza’ di Dio: “​In questo lungo tempo di ricovero, ho avuto modo di sperimentare la pazienza del Signore, che vedo anche riflessa nella premura instancabile dei medici e degli operatori sanitari, così come nelle attenzioni e nelle speranze dei familiari degli ammalati. Questa pazienza fiduciosa, ancorata all’amore di Dio che non viene meno, è davvero necessaria alla nostra vita, soprattutto per affrontare le situazioni più difficili e dolorose”.

Partendo da queste parole abbiamo chiesto a p. Carmine Arice, padre generale della ‘Piccola Casa della Divina Provvidenza – Cottolengo’ di Torino di raccontare il motivo per cui la speranza ‘ci rende forti nella tribolazione’: “In primo luogo dobbiamo riflettere sulla distinzione tra ottimismo e speranza: l’ottimismo consiste nel confidare che alcuni fatti della vita possano evolvere verso il meglio; la speranza, invece, che è una virtù teologale, è la certezza che ogni realtà ha un senso e che la storia è il cammino verso un compimento, verso la Salvezza. La speranza ci rende, dunque, capaci di vivere nella tribolazione con la fiducia che stiamo  camminando verso la Salvezza. Ed è proprio questo che ci rende «forti», in quanto dietro le  situazioni più faticose e tribolate siamo certi di camminare verso una direzione”.

Come è possibile fare esperienza di Dio nella malattia?

“In primo luogo bisogna fermarsi a riflettere su come si arriva al momento della malattia, perché se Dio è sempre stato assente nella vita, diventa difficile sperimentare la Sua presenza nella prova. Il tempo della sofferenza, però, per chi non ha percorso un cammino di fede nella propria vita può essere un’occasione per far emergere la domanda di senso. A questo proposito è molto bella la lettera che papa Francesco ha scritto al Corriere della Sera durante il tempo della malattia nel lungo ricovero al Policlinico Gemelli: ‘La fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità’.

Il Papa ci invita a prendere coscienza della nostra fragilità e del bisogno che ciascuno di noi ha di una guarigione non solo fisica, ma soprattutto spirituale. Chi vive il tempo della malattia fa poi esperienza di Dio attraverso la consolazione di coloro che, in nome di Dio, si fanno compagni di viaggio. E poi si può sperimentare la forza della preghiera, riconoscendo, quindi, che Dio è nostro alleato”.

In quale modo la malattia può diventare occasione di un incontro che cambia?

“La malattia e la sofferenza sono una forte domanda di senso che costringe a rimettere in ordine i propri valori e a riflettere su quali sono le priorità. Per esempio si può magari iniziare un percorso di riconciliazione con qualcuno. Si comprende insomma cosa è veramente importante nella vita e cosa no. Nel Cottolengo Hospice di Chieri gli ospiti ci dicono che da quando il tempo si è fatto breve ogni giornata diventa più importante. In quest’ottica tutte le giornate della nostra vita dovrebbero essere importanti, e non sprecate”.

Cosa significa per un malato fare ‘Giubileo’?

“Significa avere la certezza che la malattia e la morte non sono l’ultima parola. E questo è certamente motivo di consolazione. Quindi ‘fare Giubileo’ significa ringraziare il buon Dio perchè non ci lascia soli neanche nel tempo della sofferenza e, soprattutto, porta ogni cosa verso la Salvezza”.

‘200 anni di grazia e di vita… nella Speranza’, primo anno del cammino del bicentenario verso l’ispirazione carismatica cottolenghina: in quale modo ci si può aprire alla speranza nella malattia?

​“Nel cammino che la Piccola Casa sta compiendo verso il bicentenario dell’ispirazione carismatica (2 settembre 2027) possiamo riflettere sul fatto che il santo Cottolengo aprì il Monastero del Suffragio proprio per pregare per le persone che morivano nella Piccola Casa. Le persone che hanno avuto l’occasione di essere accolte e vivere in questa Casa sono dunque morte generalmente nella pace. In questi 200 anni di vita della ‘Piccola Casa’ possiamo contare su un insegnamento prezioso: quando la persona non è lasciata sola nella malattia e nella sofferenza ritrova la fiducia e anche la volontà di continuare a vivere pur nella fatica, perché sa di non essere sola. Questa è stata ed è l’esperienza della Piccola Casa”.

Perchè san Giuseppe Benedetto Cottolengo chiamò ‘Piccola Casa della Divina Provvidenza’?

“Per tre motivi richiamati dal santo stesso. In primo luogo è ‘Piccola’ in confronto ai bisogni che ci sono, una piccola risposta. ‘Piccola’, perché siamo chiamati a mantenerci piccoli in confronto a Dio, l’autore della Provvidenza, in modo che il Signora possa servirsi di noi come suoi strumenti. Il motivo primario, però, fa riferimento al primo nucleo della Piccola Casa, di sei stanze, che il santo Cottolengo avviò in Borgo Dora il 27 aprile 1832, dopo che fu costretto a chiudere l’ ‘Ospedaletto della Volta Rossa’ in via Palazzo di Città a causa del colera che dilagava a Torino. Aprì dunque la ‘Piccola Casa della Divina Provvidenza’ per ricoverare le persone malate che non trovavano accoglienza negli ospedali cittadini. Il Cottolengo ha iniziato la sua Opera in sei stanze, da una Casa piccola, la Piccola Casa appunto”.

(Tratto da Aci Stampa)

A Napoli è stata aperta la Casa di Bartimeo

A gennaio è stata inaugurata dal card. di Napoli, mons. Mimmo Battaglia, ‘Casa Bartimeo’, un polo della carità nel cuore di Napoli, un’opera segno, che prende vita agli inizi di questo anno Giubilare, pensata per le persone più fragili della città, grazie al proprio ramo Ets e con il sostegno della Fondazione ‘Con il Sud’, insieme ad altri enti privati del territorio, a Casa Bartimeo che sorge nel complesso della Basilica di San Pietro ad Aram, lungo il corso Umberto I di Napoli.

In questa Casa possono trovare sostegno e accoglienza diverse fragilità e è la nuova sede del Centro di ascolto diocesano con una comunità residenziale per giovani adulti in condizioni di fragilità che necessitano di riappropriarsi della propria autonomia, un luogo di accoglienza emergenziale per donne e piccoli nuclei familiari, un centro di supporto psicologico, un servizio di consulenza legale per migranti, un importante poliambulatorio solidale.

All’inaugurazione hanno partecipato anche lo scrittore Erri De Luca che ha tenuto una lectio dal titolo ‘Giubileo. Libertà, restituzione e riscatto’ ed il maestro Lello Esposito che, attraverso il progetto ‘Quadreria Sociale’, ha dato vita e colore alle stanze del ‘Polo della Carità’ grazie alle opere realizzate insieme ai detenuti dell’Istituto Penitenziario Giuseppe Salvia di Poggioreale.

‘Casa Bartimeo’ è stata quindi aperta dalle parole del card. Battaglia, ringraziando coloro che si sono adoperati per la realizzazione di questa opera: “Oggi è un giorno di grazia, un giorno in cui i sogni della nostra Chiesa si intrecciano con le lacrime di chi fatica lungo il cammino della vita, correndo il rischio di perdere la speranza. Oggi è un giorno in cui il Vangelo, attraverso il nostro impegno e l’impegno di tutti, si fa carne, si fa casa, si fa abbraccio. E il nome che abbiamo scelto per questa casa, ‘Casa Bartimeo’, porta con sé un significato profondo: Bartimeo, quel cieco seduto lungo la strada, è la figura di ogni uomo e donna che grida per essere visto, ascoltato, accolto”.

Quindi è una casa che apre alla speranza: “Oggi inauguriamo questo segno di solidarietà e fraternità che non è fatto solo di muri, ma di mani intrecciate, di cuori spalancati. ‘Casa Bartimeo’ sarà un rifugio per chi è fragile, per chi è rimasto indietro, per chi si è perso lungo le vie della vita. Ma non sarà solo questo: sarà una scuola di dignità, un laboratorio di speranza, un’officina di futuro.

Qui non ci limiteremo ad assistere, perché l’assistenza è una solidarietà monca, ma cercheremo di accompagnare autonomie, di generare un futuro diverso e possibile. Di generare vita, relazioni, occasioni. Qui vogliamo rimettere al centro gli ultimi, i fragili, quelli che la società scarta. Arricchendo la già preziosissima rete della nostra carità diocesana. Perché, come ci ricorda il Vangelo, è nei piccoli che abita il Regno di Dio”.

Ed ha subito chiarito che tale Casa non è sorta per la beneficenza: “Permettetemi di dirlo con forza: questa Casa non è un’opera di beneficenza, non è un luogo per ‘aiutare i poveretti’. No! Questa Casa – e anche questa Chiesa giubilare dove la tradizione vuole che l’apostolo Pietro abbia celebrato l’Eucarestia nel suo viaggio verso Roma, è una cattedrale della carità, un tempio vivo dove l’amore si fa servizio e la prossimità diventa preghiera concreta. È un luogo dove non si celebra un Dio lontano, ma un Dio che si fa prossimo, un Dio che ci insegna a chinare il capo non per piegarci, ma per sollevare chi è caduto”.

Inoltre ha spiegato il motivo per cui è stata desiderata questa Casa proprio nell’anno giubilare: “Ho voluto che fosse così perché volevo lanciare un messaggio chiaro, un messaggio che parlasse a tutti. Sapete, qui all’ingresso di questa Chiesa, esiste da secoli una porta santa, una porta che per due secoli, fino al 1700, si è aperta nei tempi giubilari. Quella porta non si apre da tempo, è murata e neanche oggi si aprirà. Si, oggi non si aprirà perché ci ricorda una verità più profonda: che c’è una porta santa più importante che dobbiamo varcare tutti, nessuno escluso, la porta dell’amore, la porta della carità, la porta della prossimità”.

Ecco il motivo per cui il giubileo è un cammino: “Vedete, amici miei, il Giubileo non è un evento da celebrare, ma un cammino da vivere. E la porta santa da attraversare non è fatta di legno o di pietra, ma di mani tese e di cuori spalancati. Quella porta è qui, oggi, davanti a noi. In questa Cattedrale della Carità. E’ la porta che ci chiede di uscire dalle nostre sicurezze per andare incontro a chi ha bisogno. E’ la porta che ci invita a sporcarci le mani, a compromettere la nostra vita con quella degli altri, soprattutto con quella dei più fragili”.

L’arcivescovo di Napoli ha concluso l’intervento con l’invito ad essere ‘porte’ aperte: “E permettetemi di concludere con un invito, un invito che faccio a me per primo e a tutti voi: non lasciamo che Casa Bartimeo sia solo un simbolo, non lasciamo che resti solo un luogo. Facciamola diventare uno stile di vita. Perché il vero miracolo non è costruire una casa per i fragili, ma costruire un cuore capace di accogliere tutti, sfidando la comodità e l’indifferenza. Il vero segno del Giubileo non è attraversare una porta, ma diventare noi stessi porte aperte, porte che non si chiudono mai davanti al grido di chi cerca amore”.

E’ stato un invito a non spegnere la ‘luce’ dell’ospitalità e dell’accoglienza: “Oggi, con questa inaugurazione, accendiamo una luce. Una luce che vogliamo tenere viva con il calore dell’amore, con il fuoco della solidarietà. E mentre varchiamo insieme questa porta dell’amore, ricordiamoci che il Regno di Dio comincia proprio da qui, da chi è piccolo, da chi è fragile, da chi ha bisogno.

Ed allora, coraggio, amici miei: alzatevi, come Bartimeo. Entriamo insieme in questa casa che è di tutti e per tutti. Perché il Vangelo non è fatto solo per essere predicato, ma per essere vissuto. Anzi, come ci insegna Francesco il Poverello, per essere annunciato con una vita resa santa dall’amore.

Che Casa Bartimeo da oggi possa scrivere per la nostra Chiesa, con l’inchiostro della solidarietà, pagine di Vangelo e che possano annunciare, con le parole dell’amore vissuto, la bellezza di un Dio che ha a cuore il bene di ogni suo figlio e di ogni sua figlia, nessuno escluso!”

A conclusione ha letto la preghiera composta appositamente per l’inaugurazione: “Amico dei poveri, Signore e Maestro nostro, Porta d’amore, che spalanca vie di resurrezione dove gli uomini innalzano muri di morte, guarda le nostre porte chiuse, quelle che abbiamo sigillato con la paura, con l’egoismo, con l’indifferenza!

Guarda alla nostra umanità che anche in questo tempo giubilare fa fatica a varcare la soglia della speranza, perché incapace di aprire la più sacra delle porte sante: quella dell’Amore. Si, questa porta è chiusa perché la nostra vita è inquinata dall’indifferenza, è chiusa perché non c’è in noi spazio per i poveri, è chiusa perché troppe volte chiudiamo gli occhi dinanzi sofferenza degli ultimi.

Tu, che hai fatto dei poveri il centro del Vangelo, insegnaci che la vera porta santa da varcare non è di pietra e di legno, ma di carne e di vita. La porta del fratello e della sorella che ci chiede ascolto, la porta della mano tesa che diventa vita donata, la porta di chi attende giustizia e cerca pace.

Donaci il coraggio di varcare la Porta Santa dei poveri, perché lì abita la speranza che non delude, lì si rinnova la gioia del Vangelo, lì ritroviamo il volto della Tua misericordia. E tu, Maria, Donna che spalanca i cuori alla speranza, che apri varchi di futuro nel deserto delle nostre chiusure, prega per noi, perché le nostre vite diventino porte spalancate sull’amore, pronte ad accogliere gli ultimi e i sofferenti nella consapevolezza che è dai poveri che passa la salvezza.

Ripeti a ciascuno di noi, con voce limpida e sicura, le parole che un giorno un discepolo sussurrò a Bartimeo: ‘Coraggio, alzati, ti chiama’ ed insegnaci a condividere quest’invito con chi, ferito dalla vita, fa fatica a rialzarsi: scopriremo che le nostre mani intrecciate e i nostri passi uniti sono le uniche chiavi capaci di aprire la Porta più sacra: quella dell’Amore, perché ogni vita è una Porta Santa”.

(Foto: Diocesi di Napoli)

Papa Francesco: la quaresima apre alla speranza pasquale

“Le sacre ceneri, questa sera, verranno sparse sul nostro capo. Esse ravvivano in noi la memoria di ciò che siamo, ma anche la speranza di ciò che saremo. Ci ricordano che siamo polvere, ma ci incamminano verso la speranza a cui siamo chiamati, perché Gesù è disceso nella polvere della terra e, con la sua Risurrezione, ci trascina con sé nel cuore del Padre. Così si snoda il cammino della Quaresima verso la Pasqua, tra la memoria della nostra fragilità e la speranza che, alla fine della strada, ad attenderci ci sarà il Risorto”.

Con queste parole di papa Francesco, lette dal card. Angelo De Donatis, penitenziere maggiore, che ha condotto anche la processione penitenziale dalla chiesa romana di Sant’Anselmo all’Aventino alla Basilica di Santa Sabina, è iniziato il cammino quaresimale, che conduce alla Pasqua, con l’invito a fare memoria:

“Riceviamo le ceneri chinando il capo verso il basso, come per guardare a noi stessi, per guardarci dentro. Le ceneri, infatti, ci aiutano a fare memoria della fragilità e della pochezza della nostra vita: siamo polvere, dalla polvere siamo stati creati e in polvere ritorneremo. E sono tanti i momenti in cui, guardando la nostra vita personale o la realtà che ci circonda”.

L’imposizione delle ceneri è un fare memoria della propria fragilità: “Ce lo insegna soprattutto l’esperienza della fragilità, che sperimentiamo nelle nostre stanchezze, nelle debolezze con cui dobbiamo fare i conti, nelle paure che ci abitano, nei fallimenti che ci bruciano dentro, nella caducità dei nostri sogni, nel constatare come siano effimere le cose che possediamo”.

E le fragilità sono tante: “Fatti di cenere e di terra, tocchiamo con mano la fragilità nell’esperienza della malattia, nella povertà, nella sofferenza che a volte piomba improvvisa su di noi e sulle nostre famiglie. E, ancora, ci accorgiamo di essere fragili quando ci scopriamo esposti, nella vita sociale e politica del nostro tempo, alle ‘polveri sottili’ che inquinano il mondo: la contrapposizione ideologica, la logica della prevaricazione, il ritorno di vecchie ideologie identitarie che teorizzano l’esclusione degli altri, lo sfruttamento delle risorse della terra, la violenza in tutte le sue forme e la guerra tra i popoli”.

Inoltre la fragilità ricorda la morte: “Da ultimo, questa condizione di fragilità ci richiama il dramma della morte, che nelle nostre società dell’apparenza proviamo a esorcizzare in molti modi e a emarginare perfino dai nostri linguaggi, ma che si impone come una realtà con la quale dobbiamo fare i conti, segno della precarietà e fugacità della nostra vita”.

Però la Quaresima è un richiamo alla speranza: “La Quaresima, però, è anche un invito a ravvivare in noi la speranza. Se riceviamo le ceneri col capo chino per ritornare alla memoria di ciò che siamo, il tempo quaresimale non vuole lasciarci a testa bassa ma, anzi, ci esorta a sollevare il capo verso Colui che dagli abissi della morte risorge, trascinando anche noi dalla cenere del peccato e della morte alla gloria della vita eterna. Le ceneri ci ricordano allora la speranza a cui siamo chiamati perché Gesù, il Figlio di Dio, si è impastato con la polvere della terra, sollevandola fino al cielo”.

Infatti il cammino quaresimale apre alla speranza pasquale: “Convertiamoci a Dio, ritorniamo a Lui con tutto il cuore, rimettiamo Lui al centro della nostra vita, perché la memoria di ciò che siamo (fragili e mortali come cenere sparsa nel vento) sia finalmente illuminata dalla speranza del Risorto”.

L’omelia papale è stata un richiamo ad orientare la vita a Dio, con un richiamo a fare ‘deserto’ nella città, come esortava Carlo Carretto: “E orientiamo verso di Lui la nostra vita, diventando segno di speranza per il mondo: impariamo dall’elemosina a uscire da noi stessi per condividere i bisogni gli uni degli altri e nutrire la speranza di un mondo più giusto; impariamo dalla preghiera a scoprirci bisognosi di Dio o, come diceva Jacques Maritain ‘mendicanti del cielo’, per nutrire la speranza che dentro le nostre fragilità e alla fine del nostro pellegrinaggio terreno ci aspetta un Padre con le braccia aperte; impariamo dal digiuno che non viviamo soltanto per soddisfare i nostri bisogni, ma che abbiamo fame di amore e di verità, e solo l’amore di Dio e tra di noi riesce davvero a saziarci e a farci sperare in un futuro migliore”.

Parole che risuonano anche nel messaggio papale per la quaresima di fraternità della Chiesa brasiliana: “Il tema della Campagna di fraternità di quest’anno esprime anche la disponibilità della Chiesa in Brasile a dare un contributo affinché, durante la COP30 del prossimo mese di novembre, che si terrà a Belém do Pará, nel cuore dell’amata Amazzonia, le nazioni e gli organismi internazionali possano impegnarsi effettivamente in pratiche che aiutino a superare la crisi climatica e a preservare l’opera meravigliosa del Creato, che Dio ci ha affidato e che abbiamo la responsabilità di trasmettere alle future generazioni”.

Per questo il papa ha auspicato che tale campagna sia aiuto per chi è nel bisogno: “Auspico che tale percorso quaresimale rechi molti frutti e ci colmi tutti di speranza, della quale siamo pellegrini in questo Giubileo. Formulo voti affinché la Campagna di fraternità sia nuovamente un potente aiuto per le persone e le comunità di questo amato Paese nel suo processo di conversione al Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo e di impegno concreto con l’ecologia integrale”.

(Foto: Santa Sede)

Volevo essere o… Sono un duro

Quest’anno, le canzoni di Sanremo sono importanti per il valore dei testi. Possono non piacere, ma ci sono alcuni pezzi che, se presi solo per le parole, fanno immedesimare e riflettere. Da millennials a millennials, Lucio Corsi, che non conoscevo nemmeno, ha saputo dare importanza ad alcuni pensieri: ‘Volevo essere un duro è una ballata, la forma di canzone a cui sono più legato: mi consente di utilizzare parole in comodità, considerando la ricchezza della nostra bella lingua italiana’, dice Lucio in un’intervista.

Il testo della canzone racconta il desiderio del protagonista di essere un ‘duro’, una persona forte e senza paure. Quando si rende conto di non esserlo, cerca in tutti i modi di essere come  figure  ricche di forza e coraggio, come un lottatore o uno ‘spaccino’, alla fine si accetta per quello che è: vulnerabile, con paure e debolezze. Il testo porta a riflettere sulla difficoltà della vita, sul confronto con le proprie fragilità e sull’importanza di accettarsi per ciò che si è.

Si potrebbe dire, vedendolo in maniera duplice (positiva e negativa), che il significato sia solo  una resa a sé stesso: ‘Non sono altro che Lucio’. Ma siamo sicuri che sia davvero così? Chi è Lucio e ognuno di noi che si rivede in questa canzone? Un perdente che non realizzato i suoi sogni, o il vero duro che è riuscito quindi a ottenere ciò che voleva? Tutto sta a cosa si intende per duro.

In questa società che tende all’omologazione del pensiero e delle emozioni grazie alle modifiche  del comportamento,alla moda ecc., tanto da portare all’intorpidimento della coscienza, essere se stessi richiede coraggio e perseveranza, quindi essere… ma guarda un pò, un duro! Avere un pensiero critico, proprio e autonomo, aderire alla fede, mostrarsi per quel che si è con dubbi e paure, con la consapevolezza di poter sbagliare significa andare controcorrente.

San Paolo ci ha detto: ‘Non conformatevi alla mentalità di questo mondo…’ (Romani 12,2), ma non è  facile se, fin dall’infanzia, ti inculcano che il duro è chi sgomita e vince, chi riesce ad arrivare senza paure perché, gratta gratta, ha le spalle coperte. Se la tua semplicità non viene accettata e chiamata fragilità . Si tratta invece di umanità. Sono rimasta attaccata alla frase: ‘Nessun profeta è ben accetto in patria’ (Luca 4,24). Spesso, per farti capire e accettare devi andare lontano dai posti e dalle persone che conosci, intraprendere un’altra strada. Non è facile essere accettati nemmeno quando si fa davvero il bene degli altri, senza voler riconoscimenti o pubblicità in cambio.

Se si vuole vivere, ma in realtà si tratta di sopravvivere, bisogna adeguarsi al mondo. Viviamo nel mondo e dobbiamo adeguarci a regole e sistemi per arrivare ad avere un minimo di affetti e di attenzione. Alla fine, soli e distratti dalle false luci proposte dai social ci sentiamo semplicemente ciò che siamo. È questo il momento di agire. Siamo fragili e ci sentiamo solo noi stessi. Magari detestiamo dircelo e odiamo pure il nostro nome, vorremmo essere un altro, ma è questo il bello: essere ancora se stessi.

La nostra anima è ancora viva, attenta e non ha paura proprio perché ne ha. Non è un controsenso. Chi non teme nulla, o ha le spalle coperte od è ‘anestetizzato’ da tutti i bombardamenti di informazioni, parole, social… Se la paura è uno stimolo per capire noi stessi e trovare  la strada, il futuro, il nostro posto e le persone da tenere accanto, non è negativa. Se siamo ancora noi stessi, anche soli, sappiamo perché abbiamo fatto una scelta e possiamo davvero valutarne gli errori.

Se agiamo per il contentino del mondo, saremo sempre affannati per seguire le nuove tendenze, i cambiamenti di un’ideologia… Non avremo un nostro pensiero e anche spiritualmente seguiremo ciò che ci viene più comodo. Perché la crisi dei valori? Proprio per questo. La moda del mondo ci fa credere che sia giusto essere duri schiacciando l’altro, essendo importanti e famosi, non perché abbiamo edificato una casa sulla roccia, aiutiamo il prossimo e non pensiamo solo ad arricchirci. Il vero duro è quello che resiste alle avversità.

Quello che alcuni chiamano eroe non è altro che un duro che ha vissuto paure, gioie, dubbi… Ma che è rimasto se stesso. Perciò, l’essere se stessi, il “nient’altro che Lucio” è ciò che dobbiamo auguraci, sostituendo a ‘Lucio’ il nostro nome. Solo così, guardando il nostro passato, potremo sorridere e dire: “Ricomincio da me. Perché io sono un duro che, anche se ha paura del futuro, lo affronta con crisi, alti e bassi, ma sempre restando me stesso  e senza piegarmi all’omologazione.

Siamo tutti uguali perché esseri umani, fatti a immagine e somiglianza di Qualcuno e torneremo là da dove veniamo. Per questo abbiamo pari diritti e dignità, ma non siamo fatti con lo stampino. Questo  proprio perché nella logica della fede tutti sono utili e indispensabili, a differenza del detto dove tutti sono utili ma nessuno è indispensabile”. Si può solo augurare ad ognuno di scoprire se stesso perché ogni ‘Lucio’ è utile al cielo e anche ai fratelli in terra.

(Foto: Vanity Fair)

Persona, cura, dedizione e solidarietà: i quattro pilastri dell’ecosistema Gemelli

‘Persona, cura, dedizione e solidarietà sono i pilastri sui quali si fonda l’ecosistema Gemelli’, cui danno vita il Policlinico insieme alla Facoltà di Medicina e chirurgia: ‘un sistema integrato di condivisione ideale e competenza scientifica’: nel suo discorso inaugurale nella sede di Roma dell’Università Cattolica del Sacro Cuore il rettore Elena Beccalli ha proposto l’orizzonte ideale che fa del Gemelli ‘un punto di riferimento per la sanità nazionale’.

Nel suo discorso il rettore ha tratteggiato il ‘quadro difficile e articolato’ della sanità italiana: “La sanità è una questione nevralgica per il paese… Eppure, una sanità accessibile è una forma di “diritto di cittadinanza” riconosciuto dalla nostra Carta Costituzionale nell’articolo 32, che recita: ‘La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività’. Un principio che trova attuazione nel Servizio Sanitario Nazionale istituito nel 1978 proprio da una nostra laureata”,

Ed ha sottolineato l’importanza del Servizio sanitario: “Tina Anselmi, prima donna a ricoprire l’incarico di Ministro della Salute della Repubblica italiana. Un Servizio finemente definito dallo stesso Presidente Matterella «presidio insostituibile di unità del paese» e pertanto ‘un patrimonio prezioso da difendere ed adeguare’. Un diritto che dobbiamo salvaguardare con ancora maggiore tenacia di fronte alle forti disuguaglianze, alle laceranti polarizzazioni e alle crescenti povertà che sempre più riscontriamo nei nostri territori”.

Però ha sottolineato che il Servizio sanitario è ad un bivio: “Senza i giusti interventi, non certo semplici da individuare data la complessità delle questioni sanitarie, il rischio che ne consegue è un aumento delle già profonde divaricazioni presenti nella nostra società. Come sottolinea l’articolo che ricordavo, una riforma sistemica rappresenta l’unica via per garantire un’assistenza equa ed efficiente, preservando la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale”.

Ed ecco i quattro pilastri a cui l’Università Cattolica non può rinunciare: “Dunque, se dovessi riassumere l’orizzonte ideale verso il quale auspico debba rivolgersi la nostra azione, sarei propensa a utilizzare quattro termini: persona, cura, dedizione, solidarietà. Nelle attività del Policlinico presupposto imprescindibile è l’avere un’attenzione alla persona nella sua interezza, che può essere assicurata solo da una genuina vocazione alla cura di medici e operatori sanitari.

Tutto ciò deve avvenire, giorno dopo giorno, con quella dedizione che muove coloro che sono al servizio delle istituzioni nell’ottica di contribuire al bene comune. E, allo stesso tempo, con spirito di solidarietà, uno dei cardini della Dottrina sociale della Chiesa, cui il personale docente e sanitario è chiamato a ispirare il lavoro quotidiano per l’edificazione propria e di tutta la società”.

Da qui lo sviluppo di un piano per l’Africa: “Declinata in questo modo, la solidarietà diviene il presupposto principale per l’ideazione e l’attuazione del Piano Africa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si tratta di una struttura d’azione, in coerenza con l’indirizzo di apertura proprio di una Università che vuole essere la migliore per il mondo, con l’intento di porre il continente africano al cuore delle progettualità sanitarie, assistenziali, educative, di ricerca e di terza missione. In uno spirito di reciprocità con l’Africa, l’Ateneo intende diventare polo educativo dalla triplice finalità: formare medici in Africa, offrire ai giovani africani di seconda generazione opportunità di studio, integrare le esperienze di volontariato dei nostri studenti nei percorsi accademici”.

Il preside della Facoltà di Medicina e chirurgia, prof. Antonio Gasbarrini,  ha sottolineato che “un aspetto cruciale del nostro operato risiede nella collaborazione costante con le istituzioni sanitarie, in particolare con la Regione Lazio, nostro principale committente in ambito sanitario pubblico, e con il ministero della Salute, che stabilisce le regole e crea le opportunità per garantire una sanità pubblica nazionale equa e accessibile…

Oltre al nostro ruolo nelle patologie elettive, infatti, stiamo sviluppando con entrambe le istituzioni, regionale e nazionale, politiche al servizio della cruciale rete dell’emergenza/urgenza, quella rete che rappresenta la colonna portante delle politiche sanitarie», «fondamentale per salvare vite, ridurre le complicanze e garantire la presa in carico integrata del paziente, dal primo intervento alla riabilitazione”.

All’inaugurazione dell’anno accademico è intervenuto anche il direttore di ‘Medici con l’Africa Cuamm’, organizzazione che da 75 anni è impegnata in Africa, don Dante Carraro: “Nel nostro nome è racchiuso lo stile che guida il nostro intervento: non ‘per’ ma ‘con’ l’Africa. Camminiamo a fianco delle popolazioni locali, all’interno del sistema sanitario cercando di esserne lievito, intervenendo in partnership con le autorità locali e partendo dai bisogni reali. Non caliamo interventi dall’alto, ma costruiamo insieme delle risposte che possano essere sostenibili e possano garantire futuro.

Ci stanno a cuore, soprattutto, le mamme e i bambini, fragili tra i fragili, specie nel momento del parto e nei primi mesi di vita. Infine, crediamo che una leva fondamentale di cambiamento sia l’investimento in formazione, dei giovani italiani e anche africani, per questo collaboriamo con 39 università italiane e con tanti partner di ricerca nel mondo, così da poter dare solidità al nostro intervento, perché siamo convinti che una medicina per i poveri, non debba essere una medicina povera”.

(Foto: Università Cattolica)

Papa Francesco: Dio condivide la vita umana

Nell’Angelus odierna papa Francesco, incoraggiando i presente in piazza san Pietro nonostante la pioggia, ha raccontato la ‘potenza’ del brano evangelico odierno: “Oggi il Vangelo, parlandoci di Gesù, Verbo fatto carne, ci dice che ‘la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta’. Ci ricorda, cioè, quanto è potente l’amore di Dio, che non si lascia vincere da nulla e che, al di là di ostacoli e rifiuti, continua a risplendere e a illuminare il nostro cammino”.

Attraverso il Vangelo di questa domenica Dio si manifesta nell’umiltà: “Lo vediamo nel Natale, quando il Figlio di Dio, fattosi uomo, supera tanti muri e tante divisioni. Affronta la chiusura di mente e di cuore dei ‘grandi’ del suo tempo, preoccupati più di difendere il potere che di cercare il Signore.

Condivide la vita umile di Maria e Giuseppe, che lo accolgono e crescono con amore, ma con le possibilità limitate e i disagi di chi non ha mezzi: erano poveri. Si offre, fragile e indifeso, all’incontro con i pastori, uomini dal cuore segnato dalle asprezze della vita e dal disprezzo della società; e poi con i Magi, che spinti dal desiderio di conoscerlo affrontano un lungo viaggio e lo trovano in una casa di gente comune, in grande povertà”.

E nonostante le ‘chiusure’Dio continua ad elargire misericordia: “Di fronte a queste e a tante altre sfide, che sembrano contraddizioni, Dio non si ferma mai: trova mille modi per arrivare a tutti e a ciascuno di noi, là dove ci troviamo, senza calcoli e senza condizioni, aprendo anche nelle notti più oscure dell’umanità finestre di luce che il buio non può coprire. E’ una realtà che ci consola e che ci dà coraggio, specialmente in un tempo come il nostro, un tempo non facile, dove c’è tanto bisogno di luce, di speranza e di pace, un mondo dove gli uomini a volte creano situazioni così complicate, che sembra impossibile uscirne”.

Quindi il Vangelo odierno è stato un invito ad aprirsi all’amore: “Sembra impossibile uscire da tante situazioni, ma oggi la Parola di Dio ci dice che non è così! Anzi, ci chiama a imitare il Dio dell’amore, aprendo spiragli di luce dovunque possiamo, con chiunque incontriamo, in ogni contesto: familiare, sociale, internazionale. Ci invita a non aver paura di fare il primo passo. Questo è l’invito del Signore oggi: non abbiamo paura di fare il primo passo: ci vuole coraggio per farlo, ma non abbiamo paura”.

Ci si apre all’amore attraverso una risposta positiva alla vita: “Spalancando finestre luminose di vicinanza a chi soffre, di perdono, di compassione, di riconciliazione: questi sono i tanti primi passi che noi dobbiamo fare per rendere il cammino più chiaro, sicuro e possibile per tutti. E questo invito risuona in modo particolare nell’Anno giubilare da poco iniziato, sollecitandoci ad essere messaggeri di speranza con semplici ma concreti ‘sì’ alla vita, con scelte che portano vita. Facciamolo, tutti: è questa la via della salvezza!”

Ed oggi è stata aperta anche l’ultima Porta Santa romana, quella della Basilica di San Paolo fuori le Mura, con una celebrazione eucaristica del card. James Michael Harvey, arciprete della Basilica, che nell’omelia ha fatto riferimento alla gioia e alla speranza che caratterizzano il tempo di Natale e quello del Giubileo: “La Chiesa fa un ulteriore passo decisivo nella sua storia millenaria… Le parole che il salmista canta alla città santa Gerusalemme ora la liturgia le canta alla Chiesa universale e a ogni singolo membro di essa.

Questa mattina con l’apertura della Porta Santa, un atto tanto semplice quanto suggestivo, abbiamo varcato la soglia del tempio sacro con immensa gioia perché in modo emblematico abbiamo varcato la porta della speranza. La gioia e la speranza sono il binomio del rito liturgico. Gioia perché è nato il Salvatore, speranza perché Cristo Salvatore è la nostra speranza. E’ la letizia del tempo natalizio in cui il mondo cristiano contempla il disegno di salvezza di Dio».

L’arciprete della Basilica ha ricordato che lo scopo dell’incarnazione del Figlio di Dio è non solo “essere in mezzo a noi ma essere uno di noi. Ci ha comunicato la sua stessa vita filiale per metterci in rapporto intimo con Dio. In Gesù riceviamo l’adozione a figli, ci conduce in una pienezza di vita insuperabile… La gioia è il sentimento giusto anche per il dono della redenzione.

L’apertura della Porta Santa segna il passaggio salvifico aperto da Cristo chiamando tutti i membri della Chiesa a riconciliarsi con Dio e con il prossimo. Varcando con fede questa soglia entriamo nel tempio della misericordia e del perdono. Quanto abbiamo bisogno adesso della speranza, in questo periodo post-pandemia ferito da tragedie, guerre, crisi di varia natura. La speranza è indubbiamente legata al futuro ma si sperimenta anche nel presente”.

Concludendo l’omelia il cardinale ha ricordato che “la città eterna si prepara ad accogliere pellegrini di tutto il mondo; anche noi di Roma ripetiamo gesti che caratterizzano l’esperienza giubilare e la viviamo come speciale dono di grazia, penitenza e perdono dei peccati. La Chiesa invita ciascun pellegrino a percorrere un viaggio spirituale sulle orme della fede. Nello spirito di veri pellegrini, camminando per così dire con la croce in mano, accogliamo con gioia l’appello rivolto a tutta la Chiesa dal papa, un appello pressante e impegnativo, a non accontentarci solo di avere ma anche irradiare speranza, essere seminatori di speranza. E’ il dono più bello che la Chiesa può fare all’umanità intera”.

Mentre nei giorni precedenti il card. Rolandas Makrickas aveva aperto la porta santa della basilica di santa Maria Maggiore: “Dalla cima dell’Esquilino, punto più elevato del centro di Roma, fin dal primo Giubileo della Chiesa essa continua sino ad oggi a diffondere il suo suono per tutta la Città Eterna, a conforto di ogni pellegrino. Il suono di questa campana non solo scandisce le ore e i tempi per la preghiera, ma trasforma in suono la tradizionale immagine ascritta a Maria, quella di guida e segnavia, la Stella Maris, che illumina il cammino nel buio della notte”.

Nell’omelia il cardinale si è soffermato sul valore della ‘pienezza del tempo’: “Il tempo acquista la sua pienezza quando è unito all’eternità, cioè con il tempo infinito di Dio. Il tempo è una grande creatura di Dio. L’uomo spesso e in diversi modi ha voluto aumentare o perfezionare il tempo con le nuove tecnologie, ma ogni suo tentativo si risolve sempre nella sua perdita o in quella che potremmo definire la ‘stanchezza del tempo’. Basti pensare ai computer o ai telefonini: progettati per salvare e arricchire il tempo, ne diventano spesso i suoi peggiori nemici. Non ci si può, invece, sentire mai sperduti, persi o stanchi del tempo vissuto con Dio”.

In questa chiesa è custodita  l’icona mariana della ‘Salus Populi Romani’: “Ogni pellegrino che varcherà la soglia della Porta Santa di questo primo santuario Mariano d’Occidente durante l’Anno Giubilare si disporrà alla preghiera di fronte all’icona della Madre di Dio, Salus Populi Romani, e di fronte alla Sacra Culla di Gesù e non potrà uscire di qui senza avvertire una sensazione particolare”.

(Foto: Santa Sede)

Cecilia Galatolo: un libro sui CambiaMenti dell’adolescenza

“Cercate un libro da proporre ai giovanissimi su amicizia, rispetto di sé, accettazione del proprio corpo e integrazione all’interno di un gruppo? Forse ne abbiamo uno che fa al caso vostro, che siate genitori, insegnanti, educatori. E’ settembre. Lucia si ritrova improvvisamente in una nuova scuola, dove dovrà frequentare la seconda media. Il mondo sembra crollare sulle sue spalle. Perché deve lasciare le sue amiche, le sue abitudini, la sua classe di sempre? La madre ha deciso per lei questo cambiamento e, perciò, è molto arrabbiata. Perché non può scegliere da sola della sua vita?”:

inizia così il romanzo, pensato per un pubblico di preadolescenti, ‘CambiaMenti. Bullismo out’ di Cecilia Galatolo, autrice del libro ‘Sei nato originale, non vivere da fotocopia. Carlo Acutis mi ha insegnato a puntare in alto’ e di moli altri libri su giovani santi.

La fragilità, le battaglie, la voglia di crescere dei ragazzi da un lato e dall’altro l’impegno, la passione, la premura, lo sguardo degli adulti sono al centro di questo libro, che in forma di diario tratta uno dei problemi che affliggono il mondo giovanile oggi: l’eccessiva aggressività di alcuni ragazzi che può sfociare anche nel bullismo. Attraverso le esperienze di una ragazzina, il romanzo descrive il percorso proposto ai ragazzi per contrastare ogni forma di violenza e accrescere la coscienza del valore di sé e dei buoni rapporti di amicizia.

Si crea così una ‘rete’ di relazioni che tende a limitare i caratteri violenti e le espressioni aggressive: “Il messaggio principale è che ognuno di noi è unico e prezioso e che nessuno è condannato in eterno alla solitudine: esistono per tutti altri cuori che battono all’unisono con il proprio, basta solo desiderarli e cercarli. Gli amici sono un dono: per trovarli, però, bisogna aprirsi”.

Da Cecilia Galatolo ci facciamo spiegare il motivo di un libro sul bullismo: “Il bullismo è solo uno dei temi che troverete in ‘Bullismo Out’. La protagonista, Lucia, cambia scuola in seconda media e diviene oggetto di scherno continuo da parte di Micheal, un ragazzino difficile. Ha una situazione famigliare delicata e sfoga il suo nervosismo su questa nuova compagna, percepita come fragile e indifesa. Sono tanti, però, i temi che attraversano il romanzo: il rapporto tra genitori e figli, le amicizie che resistono anche alla distanza; e poi ancora: i primi amori che fanno battere il cuore, la paura di crescere, il legame con i fratelli…

‘Bullismo Out’ vuol essere molto più che un libro di denuncia contro il bullismo: è anche questo, ma non solo. Si presenta, piuttosto, come un romanzo di formazione. Ammetto che ho preso molto spunto dalla mia vita. Anche io, proprio in seconda media, ho vissuto un grande cambiamento e anche io sono stata vittima di bullismo. Attraverso il finale del libro, però, voglio lanciare un messaggio di speranza.

In particolare, mi preme comunicare che nessuno è perduto, anche se ci sembra la persona più cattiva del mondo. Ancora mi commuovo se penso che, quando sono iniziati a comparire i primi social, il bullo che mi aveva letteralmente rovinato la vita ai tempi delle medie mi ha cercata solo per chiedermi scusa”.

Il titolo completo è ‘CambiaMenti. Bullismo Out’: in quale modo avvengono i CambiaMenti negli adolescenti?

“L’adolescenza è per antonomasia il tempo del cambiamento. Se penso agli anni che vanno tra i tredici e i diciannove li ricordo come infiniti, per tutte novità che si sono verificate: dai cambiamenti fisici e nella psiche, al vivere nuove esperienze, nuove conquiste (come prendere la patente!). E, soprattutto, l’adolescenza è un tempo forte perché iniziamo a decidere noi chi vogliamo essere. Si vive tutto intensamente e avvertiamo una sana nostalgia di futuro.

‘Che farò della mia vita?’ Ogni adolescente si pone questa domanda. E’ un tempo bello, ricco di emozioni, ma anche critico: può spaventare lasciare l’infanzia alle spalle. E quanti punti interrogativi si affacciano nella nostra mente in quella fase della vita! Per questo è necessario avere adulti validi a fianco. Scrivo libri per offrire strumenti che possano aiutare a riflettere, a decidere, a orientare la vita dei giovanissimi”.

Per quale motivo si assiste ad un’eccessiva aggressività nei giovani?

“I giovani spesso sono aggressivi come reazione. Penso ai ragazzini inquieti che conosco. Spesso hanno delle ferite nella loro anima, un vuoto non colmato, dei bisogni inascoltati. A volte, invece, si è aggressivi per emulazione o per dimostrazione di forza. Magari ci si lascia trascinare dal gruppo. Anche in questo caso, però, dietro ci sono delle fragilità. Se c’è bisogno di farsi valere con la violenza è perché non si è imparata la tenerezza.

Proprio ieri pensavo che l’aggressività nasce, spesso, come risposta alla malattia più grave che si possa vivere nella vita: quella di sentirsi poco amati, poco accettati, messi sotto giudizio, invece che guardati con carità e interesse autentico. I giovani devono sapere di essere amati: parte tutto da lì!

Inoltre, occorre valorizzare ciò che essi hanno da offrire al mondo. Non c’è niente di peggio che credere che il mondo possa fare a meno di noi.

Ed allora, per indirizzare le tante energie dei giovani verso il bene occorre far capire loro che sono essenziali per la comunità, che hanno tanto da dare, impegnarli concretamente in qualcosa di utile, di sano. Come diceva san Giovanni Bosco, occorre impegnare i giovani nel bene, prima che sia il diavolo a sottrarli dalla noia”.

Come si possono creare ‘buone relazioni’?

“Il primo passo per relazionarsi bene con gli altri è avere autostima. Tante volte si creano relazioni malate e disfunzionali perché ciascuno cerca attraverso l’altro di non pensare al vuoto che lo attanaglia… Per volere bene bisogna prima volersi bene. Inoltre, è importante tenere fuori dalle relazioni l’utilitarismo. ‘Sto con te perché mi servi’, ‘Sto con te perché non trovo di meglio’. Non c’è solitudine più grande di quella che si crea in relazioni segnate da questo egoismo”.

Ad un certo punto la protagonista, nella disperazione, prega: la preghiera potrebbe essere una ‘soluzione’?

“La preghiera è sempre una soluzione. Non significa delegare a Dio quello che spetta a noi. La preghiera non è magia, che risolve le cose al posto nostro. Pregare, per me, significa chiedere di essere trasformata dall’interno per vivere la vita con più amore, con più saggezza. Respirare fa bene al corpo quanto la preghiera fa bene all’anima. Abbiamo bisogno che Dio sia in mezzo alle vicende che viviamo, per dare senso e sapore a tutto”.

(Tratto da Aci Stampa)

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