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La fragilità delle famiglie di oggi in uno studio del Centro Internazionale Studi Famiglia
Il tema del ‘CISF Family Report 2025’ ha come focus il benessere psicologico e relazionale delle persone e nasce dall’esigenza di chiarire come questo possa essere salvaguardato e protetto nella dialettica tra famiglie e società, ‘Il fragile domani. La famiglia alla prova della contemporaneità’, in presentazione nelle città italiane. L’ipotesi verificata in questa ricerca è che il benessere generale (salute) e psico-relazionale (equilibrio, serenità) di ogni individuo dipende dall’interazione dello stesso (con i suoi punti di forza e debolezze personali) con il contesto familiare e con quello sociale.
Tra le cause di ansia e di stress ci sono la salute in famiglia (45,2%), le difficoltà economiche (34,7%) e i problemi lavorativi (32,2%); infatti secondo il report il benessere personale, gestione della casa e la salute sono le prime tre voci di spesa a cui le famiglie hanno dovuto rinunciare. Intanto, le case sono sempre più digitali: il 58% dei nuclei con figli fa uso di ChatGPT quotidianamente.
La ricerca, intervistando un campione di 1.600 persone, ha evidenziato che nel 2024 le famiglie hanno tagliato molte spese, principalmente quelle per il benessere personale o il tempo libero (nel 32,5% dei casi), per la casa (32,4%), le cure sanitarie (18,5%), o le vacanze già preventivate (16,9%), ma hanno fatto di tutto per non comprimere quelle necessarie alle attività ricreative-educative dei figli (4,1%), oppure non rispettare la rata del mutuo o dell’affitto (il 2,9%, però, ha dovuto cedere). Dal punto di vista della salute, emerge una diffusa ‘vulnerabilità psicologica’: mentre oltre un terzo della popolazione (35,2%) segnala almeno un problema di salute, il 60% dichiara di soffrire di ansia e stress (24,9% ‘spesso’; 37,3% ‘a volte’).
A causarli, per il 45% del campione sono i problemi di salute personali e familiari, per il 34,7% i problemi economici, per il 32,2% i problemi lavorativi, come ha spiegato il direttore del CISF, Francesco Belletti: “Il fragile domani non è solo questione personale o individuale, ma riguarda la qualità di vita, la coesione sociale e il benessere dell’intera collettività. Per questo abbiamo voluto scattare una fotografia sullo stato di salute della società tra solitudini, difficoltà economiche e sfide educative”.
Quindi per il direttore del CISF dal punto di vista delle relazioni familiari “non si può dimenticare che le famiglie vivono oggi nel contesto culturale della società post-familiare, che sempre meno ne valorizza il ruolo sociale ed istituzionale. Dalle relazioni familiari è quindi legittimo aspettarsi protezione, promozione, libertà e appartenenza (e ciò è responsabilità diretta di ciascuna famiglia), ma questo non può più essere dato per scontato, e implica un gigantesco compito sociale, sia educativo verso le famiglie che di accompagnamento e sostegno nelle diverse fasi e passaggi critici della vita familiare, senza dimenticare la disponibilità di un supporto professionale vero e proprio.
Per questo sarà interessante verificare se i Centri per la famiglia previsti su tutto il territorio nazionale dall’ultimo Piano nazionale per la famiglia saranno in grado di promuovere nuove relazioni di cittadinanza attiva, più che offrire nuovi servizi professionali”.
Allora, quanto è importante il benessere psicologico per la famiglia?
“Più che di benessere psicologico parlerei di benessere psico-relazionale, perché il benessere di ogni persona è costruito e protetto prima di tutto dalle sue relazioni più corte, più ‘calde’, dalla presenza di persone significative con cui costruire i propri progetti di vita. Un posto dove sentirsi ‘a casa’, protetti e sostenuti. In caso contrario, solitudine, isolamento sociale e senso di impotenza possono crescere a dismisura, generando ansia, paura del futuro e incapacità di affrontare in modo positivo la realtà”.
Perché un report sul benessere psicologico delle persone nella famiglia?
“Nel dibattito attuale sulla famiglia in genere i riflettori vengono accessi sui problemi strutturali: povertà economica, politiche fiscali e di sostegno ancora insufficienti, conciliazione tra tempi lavorativi e di cura familiare, difficoltà per i giovani di trovare lavoro (e soprattutto lavoro ‘decente’), costi dell’abitare… La lista è lunga, e verrebbe l’illusione di poter dire: ‘Se risolvessimo tutti questi nodi, se avessimo sufficienti risorse economiche, le famiglie non avrebbero più problemi’. Ma la concreta esperienza quotidiana delle famiglie ci dice che non è così: ci sono aspetti psico-relazionali che fanno la differenza: quando le relazioni familiari sono fragili o ‘cattive’, non bastano certo le risorse economiche per garantire il benessere delle persone e delle famiglie”.
La famiglia è fragile?
“Se si pensa alle circa 90.000 separazioni di coppia che avvengono ogni anno, difficile non rispondere: ‘Sì, la famiglia è fragile’. Però la fragilità (o vulnerabilità) è condizione generale della vita, nessuno può pensarsi invulnerabile. In altre parole, la fragilità delle famiglie non è ‘scandalosa’, non è un fallimento, ma va affrontata come un passaggio critico, in cui ricercare un nuovo equilibrio. Ed ogni famiglia (i dati del Report Cisf 2025 sono molto chiari su questo) ha un proprio mix, unico ed irripetibile, di risorse e punti di difficoltà, che generano un percorso di proattività e ‘resilienza’: capacità, cioè, di attraversare le difficoltà senza perdere le proprie qualità. Alcune famiglie falliscono, ma la stragrande maggioranza riesce a tenere insieme i pezzi”.
Per quale motivo la famiglia è stressata?
“Gli elementi di stress sono di varia natura, e spesso sono compresenti, il che ovviamente rende la loro gestione più complessa: in prima battuta i dati segnalano problemi di salute delle persone (per oltre il 50% dei casi); segue il tema della cura (per figli e genitori anziani, per un terzo), e naturalmente le criticità economiche (circa il 20%). Ma (tema che ha poi dato anche titolo al volume) un elemento cruciale è una sorta di generale sfiducia e paura del futuro (guerre, pandemia, ecoansia), elemento che paralizza e genera un senso di impotenza”.
Un ulteriore motivo di conflitto familiare riguarda l’uso delle nuove tecnologie: a quale sfida educativa è chiamata la famiglia?
“Per i genitori il mondo digitale dei propri figli è spesso poco accessibile, a volte incomprensibile, e la rapidità dei mutamenti tecnologici accentua le difficoltà: non abbiamo ancora capito bene come gestire social e smartphone, tra divieti e accompagnamento, che subito diventa indispensabile capire cosa succede con l’intelligenza artificiale. E spesso i genitori si sentono, ancora, ben poco competenti. Eppure è un mondo da abitare, perché ormai tutti viviamo on life, in un mondo in cui il digitale non è ‘altrove’, ma è strettamente connesso con ogni aspetto della vita quotidiana”.
Prendendo spunto dal caso della famiglia di Palmoli: cosa significa oggi esercitare la genitorialità?
“La storia della ‘famiglia nel bosco’ è davvero complicata; se il modello di vita scelto sembra estremo (antidigitale, antitecnologico, con rischio di isolamento sociale, ma anche con altissima condivisione di tempi tra genitori e figli), mi è sembrato estremo anche un intervento così radicale, e prolungato nel tempo, ormai, quale l’allontanamento dei bambini dai loro genitori. In ultima analisi, mi pare che oggi la fatica e la sofferenza dei bambini per un incomprensibile distacco dai genitori sia la grande dimenticata. Ed andrebbe invece affrontata come priorità assoluta”.
(Tratto da Aci Stampa)
‘Cambio Rotta’, coinvolti nel progetto 3.000 minori del circuito penale
Si è svolto mercoledì scorso alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma il convegno conclusivo del progetto ‘Cambio Rotta: percorsi inclusivi nella giustizia minorile’, con la partecipazione di oltre 300 tra rappresentanti istituzionali, operatori, enti del terzo settore e studiosi. L’iniziativa ha coinvolto più di 3.000 ragazzi inseriti nel circuito penale minorile, attraverso percorsi educativi, formativi e di inclusione sociale.
Ad aprire i lavori è stato il messaggio del viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maria Teresa Bellucci, che ha indicato la direzione: “Mettere al centro la persona, non il reato. Cambio Rotta dimostra che percorsi individualizzati, capaci di integrare educazione e inclusione, possono offrire ai ragazzi nuove prospettive di vita”.
Il direttore generale dell’impresa sociale ‘Con i Bambini’, Marco Imperiale, ha rilanciato la domanda che ha attraversato l’intero progetto: ‘è stato un modello efficace?’, e la risposta emersa dal confronto è netta: “Sì, a condizione che si rafforzi una governance realmente condivisa tra pubblico e privato, fondata su corresponsabilità, fiducia e comunicazione stabile”.
Dalla voce degli operatori è arrivata un’indicazione altrettanto chiara: ‘Servono reti territoriali più forti e interventi continuativi. Superare la frammentazione, investire nella co-progettazione e garantire stabilità ai percorsi sono le condizioni per incidere davvero sulla povertà educativa e sulla prevenzione della recidiva”.
Il procuratore nazionale Antimafia, Giovanni Melillo, ha riconosciuto nel progetto un esempio concreto di sussidiarietà, ma ha anche richiamato i rischi emergenti “accanto alle mafie tradizionali, crescono le dinamiche di reclutamento minorile legate a reti terroristiche e processi di radicalizzazione online. Da qui l’esigenza di rafforzare l’alleanza tra istituzioni e società civile, fino a costruire” – nelle sue parole – un vero e proprio ‘esercito di sentinelle’.
Particolarmente intensa la riflessione del prof. Adolfo Ceretti, che ha offerto una lettura profonda delle trasformazioni adolescenziali: “Se i ragazzi dei primi anni 2.000 potevano essere definiti ‘narcisisti’, quelli di oggi appaiono spesso ‘vuoti’, fragili, attraversati da rabbia e smarrimento…
In questo scenario, ‘Cambio Rotta’ assume un valore ancora più significativo – ha proseguito l’esperto: non solo progetto educativo, ma spazio di ‘ricerca-azione’ in cui i ragazzi hanno potuto sperimentare percorsi di ricostruzione personale per avviare un processo di riappropriazione di sé, passando da un corpo ‘subìto’ a un corpo ‘pensato’, abitato consapevolmente”.
Tutto ciò è stato possibile anche attraverso l’ausilio della musica, del teatro, della scrittura, dell’arte, della natura e di variegate attività esperienziali. A confermare l’efficacia dell’intervento sono stati anche gli esiti della valutazione d’impatto, che evidenziano miglioramenti nelle competenze sociali e relazionali, una riduzione dei fattori di rischio e una maggiore capacità dei territori di attivare risposte integrate.
In chiusura, il presidente dell’associazione ‘Con i Bambini’, Marco Rossi Doria, ha richiamato il valore strategico dell’alleanza educativa costruita dal progetto: “Cambio Rotta dimostra che solo comunità educanti solide, capaci di mettere in relazione istituzioni, scuola e terzo settore, possono offrire opportunità reali ai ragazzi più fragili. La sfida, ora, è dare continuità a queste esperienze e renderle strutturali”.
Un elemento qualificante emerso nel corso dell’esperienza è rappresentato dall’avvio di nuove prassi operative con gli USSM, fondate sulla co-progettazione dei percorsi destinati ai minorenni autori di reato. Da questo lavoro congiunto sono scaturite significative sinergie positive che hanno contribuito a rafforzare l’efficacia delle prese in carico e la qualità degli interventi.
Nel convegno è stato evidenziato come, in un momento storico caratterizzato da crescenti fragilità sociali, educative e relazionali, e da una maggiore complessità dei bisogni dei giovani coinvolti nei circuiti della giustizia minorile, sia sempre più urgente promuovere modelli di intervento integrati e personalizzati.
In Italia, secondo i dati aggiornati al 31 marzo 2026, sono circa 19.500 i minori e giovani adulti coinvolti in procedimenti penali e seguiti dagli USSM: un fenomeno che riguarda prevalentemente i maschi (91%) e che vede una forte incidenza nella fascia tra i 15 e i 17 anni. I reati più diffusi sono quelli contro il patrimonio (36%) e contro la persona (31%), segnalando una crescente complessità delle traiettorie di devianza minorile, spesso intrecciate a condizioni di marginalità sociale, fragilità educativa e contesti familiari problematici.
(Foto: Con i bambini)
Il progetto ‘ScegliAmo Bene’, mostra finale a Comacchio: riflettori su dignità e reinserimento
Si è concluso martedì 17 marzo, presso la Manifattura dei Marinati di Comacchio, il percorso del progetto ‘ScegliAmo Bene’, organizzato dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV. L’evento è culminato con l’inaugurazione della mostra tratta dal volume ‘I Volti della Povertà in Carcere’ (EDB edizioni), con fotografie di Matteo Pernaselci e testi di Rossana Ruggiero. L’esposizione, attraverso il potente mezzo della fotografia, ha strappato momenti vissuti tra le mura carcerarie e il senso pieno di un’umanità affranta, in bilico tra la consapevolezza di ciò che è stato e la speranza di ciò che sarà.
Gli studenti delle classi quarte A e B dell’indirizzo Enogastronomia e Ospitalità Alberghiera dell’Istituto d’Istruzione Superiore ‘Remo Brindisi’ di Lido degli Estensi, coordinate dalla professoressa Eleonora Camerani, hanno presentato la mostra raccontando la storia dei detenuti raffigurati. Un momento che ha concesso loro di sviluppare consapevolezza e senso di responsabilità verso le fragilità sociali: ‘Dietro ogni sbarra c’è una storia umana che merita di essere raccontata’, ha commentato uno dei ragazzi. Un pensiero condiviso anche da altri studenti, che hanno sottolineato come ‘ogni esperienza di detenzione possa racchiudere anche la possibilità di un nuovo inizio’, riconoscendo nella pena non solo una dimensione punitiva, ma anche un’opportunità di cambiamento.
Per la Dirigente scolastica Pierlia Stimolo: “L’esposizione non è stata soltanto un punto di arrivo, ma un’occasione per condividere con la comunità il frutto di un lavoro collettivo. ‘I volti della povertà in carcere’ invita a superare i pregiudizi e a riconoscere la complessità delle vite segnate dalla detenzione, aprendo alla possibilità di cambiamento”.
Sulla stessa linea anche Cecilia Cinti, Presidente della Conferenza di San Cassiano e Immacolata Concezione della Società di San Vincenzo De Paoli: “Realizzare il progetto ‘Scegliamo Bene’ è stato come aprire una finestra su un mondo poco conosciuto. Le fotografie della mostra, insieme al lavoro svolto con i ragazzi e ai contributi emersi durante il percorso, ci hanno aiutato ad aprire gli occhi, spingendoci ad abbandonare etichette e pregiudizi e ad avvicinarci a questa realtà con rispetto e strumenti adeguati. Ci auguriamo che questa esperienza possa proseguire e rappresentare l’inizio di una nuova attenzione verso i detenuti”.
Un contributo particolarmente significativo è stato quello di don Claudio Vanetti, cappellano della casa circondariale di Ferrara, che proprio in occasione della mostra ha invitato i presenti, ed in particolare i giovani, a guardare alla realtà carceraria con occhi nuovi. Nel suo intervento, don Vanetti ha rivolto agli studenti un invito concreto: visitare il carcere, per conoscere da vicino una realtà spesso lontana e comprenderne più profondamente l’umanità.
Il percorso è iniziato con i laboratori che, il 24 e 25 febbraio, hanno coinvolto gli studenti dell’Istituto d’Istruzione Superiore ‘Remo Brindisi’ di Lido degli Estensi, guidati dagli educatori della Cooperativa Girogirotondo. Le attività si sono sviluppate in forma esperienziale attraverso la metodologia LARP (Live Action Role-Playing), promuovendo competenze civiche, analisi critica e consapevolezza delle proprie scelte. All’Istituto ‘Remo Brindisi’, il percorso ha inoltre approfondito il valore rieducativo della pena detentiva, anche attraverso la lettura di brani tratti da ‘Dei delitti e delle pene’ di Cesare Beccaria.
Il progetto ha risposto a un’esigenza educativa concreta: intercettare il senso di smarrimento che molti giovani vivono oggi, spesso immersi in modelli virtuali e riferimenti fragili. Il progetto nazionale ‘ScegliAmo Bene’ è nato per educare i giovani alla legalità e alla responsabilità sociale attraverso un percorso innovativo e partecipativo:
“C’è bisogno di riferimenti reali e sani – aveva affermato Antonella Caldart, responsabile nazionale del Settore Carcere e Devianza – e di chi sappia parlare ai giovani usando il loro linguaggio. ScegliAmo Bene ha offerto un’occasione di confrontocostruttivo e condiviso su un tema fondamentale per tutta la comunità: la legalità”.
La Presidente Nazionale della Società di San Vincenzo De Paoli, Paola Da Ros, ha ricordato che ‘ScegliAmo Bene’ è un percorso educativo capace di generare consapevolezza e responsabilità nel tempo. Il progetto proseguirà nei prossimi mesi in diverse città italiane, tra cui Bologna e Cagliari.
Il corpo di Francesco, fragilità trasfigurata
Consunto dalle malattie frate Francesco giunse alla Porziuncola dove il sabato sera, e quindi liturgicamente già nella domenica che in quell’anno cadeva il 4 ottobre, morì accerchiato dai frati ed altri tra cui Jacopa de Settesoli. Quel momento, che sarà ricordato e celebrato come il suo transito, certamente segnò un passaggio e come indica André Vauchez nel suo libro sull’Assisiate fa parte della costruzione della memoria.
Che quello fosse considerato un corpo santo è testimoniato dal fatto che il giorno dopo avvenne la solenne traslazione dell’ormai reliquia a san Giorgio in Assisi, una vera e propria elevatio corporis con cui si riconosceva e incentivava il culto. Nel 1230 il corpo fu tumulato nella Basilica di San Francesco sotto l’altare maggiore dove fu ritrovato nel 1818; una ricognizione avvenne nel 1978 al termine della quale si scrisse: ‘Il Celano aveva anche precisato che Francesco era di statura piuttosto piccola; il calcolo antropometrico eseguito con riferimento alle due ossa (omero destro: cm 27,9; femore destro: cm 40,2), lo conferma: l’altezza si aggirava attorno a metri 1,57/8’.
Canonizzato, ossia riconosciuta canonicamente la sua santità, a poco meno di due anni di distanza dalla morte e precisamente il 16 luglio 1228, fu incaricato di comporre la sua vita Tommaso da Celano il quale scrisse di Francesco: ‘Di statura mediocre piuttosto piccola, testa regolare e rotonda, il viso un po’ ovale e proteso, fronte piana e piccola, occhi neri, di misura normale e pieni di semplicità, capelli pure oscuri, sopracciglia diritte, naso giusto, sottile e diritto, orecchie dritte ma piccole, tempie piane, lingua mite, bruciante e penetrante, voce robusta, dolce, chiara e sonora, denti uniti, uguali e bianchi, labbra piccole e sottili, barba nera e rada, collo sottile, spalle dritte, braccia corte, mani scarne, dita lunghe, unghie sporgenti, gambe snelle, piedi piccoli, pelle delicata, magro, veste ruvida’.
In un’opera successiva il medesimo agiografo affermò che era ‘piccolo di statura e di carnagione scura’, mentre Tommaso da Spalato che ebbe modi di vederlo a Bologna afferma: ‘Portava un abito sudicio; la persona era spregevole, la faccia senza bellezza’. Tuttavia affascinò molti e ciò perché quella piccolezza fu trasfigurata dalla bellezza che salva il mondo ossia la misericordia, come ha scritto lui stesso nel Testamento composto pochi mesi prima della sua pasqua.
(Tratto da Settimana News)
La Società di San Vincenzo De Paoli diventa green e sostiene soci e volontari
Prendersi cura delle persone significa anche ripensare il modo in cui si utilizzano le risorse. E’ da questa convinzione che nasce l’accordo quadro siglato dalla Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV con Etrurialucegas S.p.A., Società Benefit attiva nel mercato libero dell’energia elettrica e del gas naturale.
Un’intesa che coniuga sostenibilità ambientale, welfare associativo e solidarietà concreta, offrendo a soci, volontari, dipendenti e alle realtà collettive della Federazione – Opere Speciali, Consigli Centrali, Conferenze e Coordinamenti regionali – la possibilità di accedere a Energia Verde certificata e gas naturale a condizioni agevolate e a tariffa fissa per tre anni. L’accordo avrà validità fino al 31 gennaio 2029.
“Prenderci cura dei nostri soci, dei volontari e di chi ogni giorno è accanto alle persone più fragili è una responsabilità che sentiamo profondamente, afferma Marco Guercio, vicepresidente della Federazione Nazionale. “Da qui nasce un progetto che trasforma un’esigenza quotidiana, come l’energia, in uno strumento concreto di sostegno e valorizzazione della nostra comunità”.
L’iniziativa rientra pienamente nelle politiche di welfare della Federazione: “Questo accordo, sottolinea Paola Da Ros, Presidente della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, è un esempio concreto di come attenzione alle persone, sostenibilità ambientale e responsabilità sociale possano procedere insieme”.
Il progetto, sfruttando il fattore di scala, offre l’opportunità, per chi è in prima linea nell’ascolto, nell’accompagnamento e nel sostegno delle persone più fragili, di accedere a tariffe fisse ed agevolate realizzandosi così un risparmio economico significativo su scala nazionale:
“Questa scelta, sottolinea Marco Guercio, consente, grazie alla fornitura di energia verde riservata a un numero elevato di utenze, un concreto miglioramento dell’impatto ambientale derivante dalle nostre attività, contribuendo alla tutela del pianeta attraverso un consumo energetico più sostenibile.
Gli sconti applicati alle forniture permetteranno inoltre a uffici e sedi della Società di San Vincenzo De Paoli di realizzare un risparmio economico significativo, liberando risorse che potranno essere destinate all’assistenza delle persone più fragili e bisognose di aiuto”.
In questa visione, l’energia diventa uno strumento di giustizia sociale, una leva per ridurre le fragilità e liberare risorse da destinare a chi vive situazioni di bisogno. Una scelta che tiene insieme attenzione ai soci, volontari e dipendenti, sostenibilità ambientale e impegno solidale.
Etrurialucegas è una Società Benefit italiana che opera nel mercato libero dell’energia elettrica e del gas naturale, offrendo soluzioni su misura per privati e aziende. L’azienda promuove modelli di sviluppo sostenibili e trasparenti, coniugando efficienza energetica e responsabilità sociale. Con questo accordo, Etrurialucegas sceglie di mettere l’energia al servizio delle persone e del bene comune.
Presente in tutta Italia da 174 anni (1852), la Società di San Vincenzo De Paoli è impegnata quotidianamente nell’aiuto alle persone più vulnerabili, sostenendo famiglie in difficoltà e promuovendo inclusione sociale. Attraverso l’impegno dei suoi soci e volontari, oltre 12 mila su tutto il territorio nazionale, traduce la solidarietà in azioni concrete, capaci di generare cambiamento reale nelle comunità.
Con questa iniziativa, la Società di San Vincenzo De Paoli conferma che un welfare per soci, volontari e dipendenti, tutela dell’ambiente e aiuto al prossimo possono procedere insieme, trasformando una risorsa essenziale come l’energia in una leva di cura, responsabilità e solidarietà condivisa.
Papa Leone XIV: il Verbo agisce per la pace nel mondo
“Prorompete insieme in canti di gioia, grida il messaggero di pace a chi si trova fra le rovine di una città interamente da ricostruire. Anche se impolverati e feriti, i suoi piedi sono belli, scrive il profeta, perché, attraverso strade lunghe e dissestate, hanno portato un annuncio lieto, in cui ora tutto rinasce. E’ un nuovo giorno! Anche noi partecipiamo di questa svolta, alla quale nessuno sembra credere ancora: la pace esiste ed è già in mezzo a noi”: nella prima omelia natalizia papa Leone XIV ha sottolineato che sottolinea che il Verbo fattosi carne manifesta l’inizio di una novità.
La novità consiste nella pace di Gesù: “Così Gesù disse ai discepoli, ai quali aveva da poco lavato i piedi, messaggeri di pace che da lì in poi avrebbero dovuto correre attraverso il mondo, senza stancarsi, per rivelare a tutti il ‘potere di diventare figli di Dio’. Oggi, dunque, non soltanto siamo sorpresi dalla pace che è già qui, ma celebriamo come questo dono ci è stato fatto. Nel come, infatti, brilla la differenza divina che ci fa prorompere in canti di gioia. Così, in tutto il mondo, il Natale è per eccellenza una festa di musiche e di canti”.
E nel prologo giovanneo il Verbo entra in azione: “Il ‘verbo’ è una parola che agisce. Questa è una caratteristica della Parola di Dio: non è mai senza effetto. A ben vedere, anche molte delle nostre parole producono effetti, a volte indesiderati. Sì, le parole agiscono. Ma ecco la sorpresa che la liturgia del Natale ci pone di fronte: il Verbo di Dio appare e non sa parlare, viene a noi come neonato che soltanto piange e vagisce.
‘Si fece carne’ e, sebbene crescerà e un giorno imparerà la lingua del suo popolo, ora a parlare è solo la sua semplice, fragile presenza. ‘Carne’ è la radicale nudità cui a Betlemme e sul Calvario manca anche la parola; come parola non hanno tanti fratelli e sorelle spogliati della loro dignità e ridotti al silenzio. La carne umana chiede cura, invoca accoglienza e riconoscimento, cerca mani capaci di tenerezza e menti disposte all’attenzione, desidera parole buone”.
Di conseguenza il Verbo abita nel mondo: “Ecco il modo paradossale in cui la pace è già fra noi: il dono di Dio è coinvolgente, cerca accoglienza e attiva la dedizione. Ci sorprende perché si espone al rifiuto, ci incanta perché ci strappa all’indifferenza. E’ un vero potere quello di diventare figli di Dio: un potere che rimane sepolto finché stiamo distaccati dal pianto dei bambini e dalla fragilità degli anziani, dal silenzio impotente delle vittime e dalla rassegnata malinconia di chi fa il male che non vuole”.
E ci vuole incontrare attraverso la fragilità: “Cari fratelli e sorelle, poiché il Verbo si fece carne, ora la carne parla, grida il desiderio divino di incontrarci. Il Verbo ha stabilito fra noi la sua fragile tenda. E come non pensare alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro le nostre città?
Fragile è la carne delle popolazioni inermi, provate da tante guerre in corso o concluse lasciando macerie e ferite aperte. Fragili sono le menti e le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire”.
Dal prologo giovanneo prende inizio la visione della pace papale: “Quando la fragilità altrui ci penetra il cuore, quando il dolore altrui manda in frantumi le nostre certezze granitiche, allora già inizia la pace. La pace di Dio nasce da un vagito accolto, da un pianto ascoltato: nasce fra rovine che invocano nuove solidarietà, nasce da sogni e visioni che, come profezie, invertono il corso della storia. Sì, tutto questo esiste, perché Gesù è il Logos, il senso da cui tutto ha preso forma”.
Da qui nascono le resistenze del mondo verso la Chiesa missionaria: “Certo, il Vangelo non nasconde la resistenza delle tenebre alla luce, descrive il cammino della Parola di Dio come una strada impervia, disseminata di ostacoli. Fino a oggi gli autentici messaggeri di pace seguono il Verbo su questa via, che infine raggiunge i cuori: cuori inquieti, che spesso desiderano proprio ciò a cui resistono. Così il Natale rimotiva una Chiesa missionaria, sospingendola sui sentieri che la Parola di Dio le ha tracciato. Non serviamo una parola prepotente (ne risuonano già dappertutto) ma una presenza che suscita il bene, ne conosce l’efficacia, non se ne arroga il monopolio”.
Una visione ecclesiologica per una pace polifonica: “Ecco la strada della missione: una strada verso l’altro. In Dio ogni parola è parola rivolta, è un invito alla conversazione, parola mai uguale a sé stessa. E’ il rinnovamento che il Concilio Vaticano II ha promosso e che vedremo fiorire solo camminando insieme all’intera umanità, mai separandocene”.
Quindi una pace capace di cambiare il monologo in conversazione: “Mondano è il contrario: avere per centro sé stessi. Il movimento dell’Incarnazione è un dinamismo di conversazione. Ci sarà pace quando i nostri monologhi si interromperanno e, fecondati dall’ascolto, cadremo in ginocchio davanti alla nuda carne altrui. La Vergine Maria è proprio in questo la Madre della Chiesa, la Stella dell’evangelizzazione, la Regina della pace. In lei comprendiamo che nulla nasce dall’esibizione della forza e tutto rinasce dalla silenziosa potenza della vita accolta”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV saluta i libanesi chiedendo pace nel Medio Oriente
E’ terminato il primo viaggio apostolico in Turchia ed in Libano di papa Leone XIV, che nella cerimonia di congedo ha ripercorso alcune tappe dei giorni trascorsi ed ha auspicato la pace lanciando un appello perché cessino le ostilità in Medio Oriente, frammisto da un sentimento di nostalgia:
“Partire è più difficile che arrivare. Siamo stati insieme, ed in Libano stare insieme è contagioso: ho trovato qui un popolo che non ama l’isolamento, ma l’incontro. Così, se arrivare significava entrare con delicatezza nella vostra cultura, lasciare questa terra è portarvi nel cuore. Noi non ci lasciamo, dunque, ma essendoci incontrati andremo avanti insieme. E speriamo di coinvolgere in questo spirito di fraternità e di impegno per la pace tutto il Medio Oriente, anche chi oggi si considera nemico”.
Il pensiero è andato a papa Francesco, che aveva desiderato tanto questo viaggio: “Sono grato, dunque, dei giorni trascorsi con voi e mi rallegro aver potuto realizzare il desiderio del mio amato predecessore, papa Francesco, che tanto avrebbe voluto essere qui. Lui, in realtà, è con noi, cammina con noi insieme ad altri testimoni del Vangelo che ci attendono nell’abbraccio eterno di Dio: siamo eredi di ciò che hanno creduto, della fede, della speranza e dell’amore che li hanno animati”.
Inoltre un pensiero particolare è stato rivolto per la religiosità del popolo libanese: “Ho visto di quanta venerazione il vostro popolo circonda la Beata Vergine Maria, tanto cara sia ai cristiani sia ai mussulmani. Ho pregato alla tomba di San Charbel, percependo le profonde radici spirituali di questo Paese: quanta linfa dalla vostra storia può sostenere il difficile cammino verso il futuro!
Mi ha toccato il cuore la breve visita al porto di Beirut, dove l’esplosione ha devastato non soltanto un luogo, ma tante vite. Ho pregato per tutte le vittime e porto con me il dolore e la sete di verità e di giustizia di tante famiglie, di un intero Paese”.
Quindi ha ringraziato tutti per l’accoglienza: “Ho incontrato, in questi pochi giorni, molti volti e stretto tante mani, ricevendo da questo contatto fisico e interiore un’energia di speranza. Siete forti come i cedri, gli alberi delle vostre belle montagne, e pieni di frutti come gli ulivi che crescono in pianura, nel sud e vicino al mare. Saluto, a questo proposito, tutte le regioni del Libano che non è stato possibile visitare: Tripoli e il nord, la Beqa’ e il sud del Paese, Tiro, Sidone (luoghi biblici), tutte quelle aree, specialmente nel sud, che sperimentano una continua situazione di conflitto e di incertezza. A tutti il mio abbraccio e il mio augurio di pace”.
Ed ecco il suo appello alla pace, riprendendo le parole di papa san Giovanni Paolo II: “Ed anche un accorato appello: cessino gli attacchi e le ostilità. Nessuno creda più che la lotta armata porti qualche beneficio. Le armi uccidono, la trattativa, la mediazione e il dialogo edificano. Scegliamo tutti la pace come via, non soltanto come meta! Ricordiamo quanto vi disse san Giovanni Paolo II: il Libano, più che un Paese, è un messaggio! Impariamo a lavorare insieme e a sperare insieme, perché sia realmente così”.
Però prima della partenza il papa ha celebrato la messa nel Beirut Waterfront con un forte appello conclusivo alla pace: “Cari cristiani del Levante, quando i risultati dei vostri sforzi di pace tardano ad arrivare, vi invito ad alzare lo sguardo al Signore che viene! Guardiamo a Lui con speranza e coraggio, invitando tutti a incamminarsi sulla via della convivenza, della fraternità e della pace. Siate costruttori di pace, annunciatori di pace, testimoni di pace!”
Per questo ha chiesto di percorrere una strada nuova: “Il Medio Oriente ha bisogno di atteggiamenti nuovi, per rifiutare la logica della vendetta e della violenza, per superare le divisioni politiche, sociali e religiose, per aprire capitoli nuovi all’insegna della riconciliazione e della pace. La via dell’ostilità reciproca e della distruzione nell’orrore della guerra è stata percorsa troppo a lungo, con i risultati deplorevoli che sono sotto gli occhi di tutti. Occorre cambiare strada, occorre educare il cuore alla pace”.
L’appello è un invito anche alla comunità internazionale: “Da questa piazza, prego per il Medio Oriente e per tutti i popoli che soffrono a causa della guerra. Offro anche preghiere auspicando una pacifica soluzione delle attuali controversie politiche in Guinea Bissau. E non dimentico le vittime dell’incendio a Hong Kong e le loro famiglie.
Prego in modo speciale per l’amato Libano! Chiedo nuovamente alla comunità internazionale di non risparmiare alcuno sforzo nel promuovere processi di dialogo e riconciliazione. Rivolgo un accorato appello a quanti sono investiti di autorità politica e sociale, qui e in tutti i Paesi segnati da guerre e violenze: ascoltate il grido dei vostri popoli che invocano pace!
Mettiamoci tutti al servizio della vita, del bene comune, dello sviluppo integrale delle persone. Ed a voi, cristiani del Levante, cittadini a pieno titolo di queste terre, ripeto: coraggio! Tutta la Chiesa guarda a voi con affetto e ammirazione. La Vergine Maria, Nostra Signora di Harissa, vi protegga sempre!”
Mentre nell’omelia ha invitato a dare lode a Dio: “La dimensione della lode, però, non sempre trova spazio dentro di noi. A volte, appesantiti dalle fatiche della vita, preoccupati per i numerosi problemi che ci circondano, paralizzati dall’impotenza dinanzi al male e oppressi da tante situazioni difficili, siamo più portati alla rassegnazione e al lamento, che allo stupore del cuore e al ringraziamento”.
E’ stato un particolare invito alla popolazione libanese: “L’invito a coltivare sempre atteggiamenti di lode e di gratitudine, lo rivolgo proprio a voi, caro popolo libanese. A voi che siete destinatari di una bellezza rara con la quale il Signore ha impreziosito la vostra terra e che, al contempo, siete spettatori e vittime di come il male, in molteplici forme, possa offuscare questa magnificenza”.
Quindi anche se la disillusione può prendere il sopravvento il papa ha invitato a non ‘abbandonare’ la Parola di Dio: “In uno scenario di questo tipo, la gratitudine cede facilmente il posto al disincanto, il canto della lode non trova spazio nella desolazione del cuore, la sorgente della speranza viene disseccata dall’incertezza e dal disorientamento. La Parola del Signore, però, ci invita a trovare le piccole luci splendenti nel cuore della notte, sia per aprirci alla gratitudine che per spronarci all’impegno comune a favore di questa terra”.
Ed ha ricordato che il Regno di Dio nasce da un ‘germoglio’: “Come abbiamo ascoltato, il motivo del ringraziamento di Gesù al Padre non è per opere straordinarie, ma perché rivela la sua grandezza proprio ai piccoli e agli umili, a coloro che non attirano l’attenzione, che sembrano contare poco o niente, che non hanno voce.
Il Regno che Gesù viene a inaugurare, infatti, ha proprio questa caratteristica di cui ci ha parlato il profeta Isaia: è un germoglio, un piccolo virgulto che spunta su un tronco, una piccola speranza che promette la rinascita quando tutto sembra morire. Così viene annunciato il Messia e, venendo nella piccolezza di un germoglio, può essere riconosciuto solo dai piccoli, da coloro che senza grandi pretese sanno riconoscere i dettagli nascosti, le tracce di Dio in una storia apparentemente perduta”.
Questo avviene anche nella popolazione libanese: “Piccole luci che risplendono nella notte, piccoli virgulti che spuntano, piccoli semi piantati nell’arido giardino di questo tempo storico possiamo vederli anche noi, anche qui, anche oggi.
Penso alla vostra fede semplice e genuina, radicata nelle vostre famiglie e alimentata dalle scuole cristiane; penso al lavoro costante delle parrocchie, delle congregazioni e dei movimenti per andare incontro alle domande e alle necessità della gente; penso ai tanti sacerdoti e religiosi che si spendono nella loro missione in mezzo a molteplici difficoltà; penso ai laici come voi impegnati nel campo della carità e nella promozione del Vangelo nella società.
Per queste luci che faticosamente cercano di illuminare il buio della notte, per questi germogli piccoli e invisibili che aprono però la speranza nel futuro, oggi dobbiamo dire come Gesù: ‘ti rendiamo lode, o Padre!’ Ti ringraziamo perché sei con noi e non ci lasci vacillare”.
E’ stato un invito a cooperare affinché il Libano possa ritrovare la pace: “Ciascuno deve fare la sua parte e tutti dobbiamo unire gli sforzi perché questa terra possa ritornare al suo splendore. E abbiamo un solo modo per farlo: disarmiamo i nostri cuori, facciamo cadere le corazze delle nostre chiusure etniche e politiche, apriamo le nostre confessioni religiose all’incontro reciproco, risvegliamo nel nostro intimo il sogno di un Libano unito, dove trionfino la pace e la giustizia, dove tutti possano riconoscersi fratelli e sorelle e dove, finalmente, possa realizzarsi quanto ci descrive il profeta Isaia: ‘Il lupo dimorerà con l’agnello, il leopardo si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme’.
Questo è il sogno a voi affidato, è ciò che il Dio della pace mette nelle vostre mani. Libano, rialzati! Sii casa di giustizia e di fraternità! Sii profezia di pace per tutto il Levante!”
La mattina si era aperta con la visita all’Ospedale de la Croix, gestito dalla congregazione delle Suore Francescane della Croce, dove ha salutato i malati: “Quanto si vive in questo luogo è un monito per tutti, per la vostra terra ma anche per l’intera umanità: non possiamo dimenticarci dei più fragili, non possiamo immaginare una società che corre a tutta velocità aggrappandosi ai falsi miti del benessere, ignorando tante situazioni di povertà e di fragilità”.
Ed ha concluso con un invito alla cura dei poveri e dei deboli: “In particolare noi cristiani, che siamo la Chiesa del Signore Gesù, siamo chiamati a prenderci cura dei poveri: il Vangelo stesso ce lo chiede e (non dimentichiamolo) il grido dei poveri che attraversa anche la Scrittura ci interpella…
A voi, cari fratelli e sorelle segnati dalla malattia, vorrei solo ricordare che siete nel cuore di Dio nostro Padre. Egli vi porta sul palmo delle sue mani, vi accompagna con amore, vi offre la sua tenerezza attraverso le mani e i sorrisi di chi si prende cura della vostra vita. A ciascuno di voi oggi il Signore ripete: ti amo, ti voglio bene, sei mio figlio! Non dimenticatelo mai!”
Subito dopo ha visitato il porto di Beirut per raccogliersi in preghiera nel luogo della devastante duplice esplosione che il 4 agosto 2020 ha provocato la morte di oltre 200 persone, 7000 feriti e circa 300000 gli sfollati, deponendo una corona di fiori davanti al monumento, che ricorda le vittime.
(Foto: Santa Sede)
Contrastare la povertà educativa e la vulnerabilità dei minori migranti con il progetto ‘RemiX’
Ogni bambino dovrebbe poter crescere al sicuro, ascoltato e protetto. Ma in Italia sono ancora troppi i minori che vivono in condizioni di vulnerabilità, a prescindere dalla loro origine. Quando a queste fragilità si aggiungono le sfide legate al percorso migratorio – dalle difficoltà economiche all’isolamento culturale, dalla barriera linguistica alla scarsa conoscenza dei servizi – il rischio diventa più elevato.
In occasione della Giornata Mondiale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, celebratasi giovedì 20 novembre, Fondazione ISMU ETS ha evidenziato come in Italia sia cresciuta la vulnerabilità dei minori stranieri. Sulla base delle recenti statistiche dell’Istat su povertà e condizioni di vita, nel 2024 sono poco più di 2.200.000 le famiglie in povertà assoluta, cioè l’8,4% del totale delle famiglie residenti. Tra queste, quelle in povertà assoluta in cui sono presenti minori sono quasi 734.000 (12,3%).
Le condizioni socio-economiche sono particolarmente svantaggiose per le famiglie con cittadinanza non italiana: se si considerano le famiglie composte solamente da italiani, l’incidenza di povertà si attesta all’8,0%, mentre diventa cinque volte più elevata (40,5%) per quelle composte unicamente da stranieri (255mila famiglie). L’incidenza di povertà assoluta è del 33,6% nel caso di famiglie con minori composte da membri sia italiani sia stranieri (338mila nuclei).
L’incidenza di povertà assoluta delle famiglie dove sono presenti stranieri e minori registra i valori massimi nel Mezzogiorno, dove raggiunge il 46,2%, mentre è del 31,3% al Nord e del 30,6% al Centro. Al Sud, nelle famiglie di soli stranieri con minori l’incidenza raggiunge il 62,5% e interessa 51.000 nuclei familiari, mentre nelle regioni del Nord le 31.000 famiglie di soli stranieri presentano un’incidenza di povertà assoluta del 39%.
Fondazione ISMU ETS evidenzia che, secondo gli ultimi indicatori Istat, la situazione è ancora più critica per i minori sotto i 16 anni, che presentano livelli di vulnerabilità significativamente più elevati rispetto alla media. In particolare, i minori di 16 anni con cittadinanza straniera mostrano un rischio di povertà o esclusione sociale pari a 43,6%, valore superiore di oltre 20 punti percentuali rispetto al dato dei coetanei di cittadinanza italiana (23,5%).
Questo divario è particolarmente significativo nel Mezzogiorno, dove l’incidenza tra i minori stranieri è del 78,2%, quasi il doppio dei minori italiani (40,9%). Al Nord, la quota dei minori con background migratorio a rischio di povertà o esclusione sociale è di un terzo, ma resta importante la distanza dal valore dei coetanei con cittadinanza italiana (9,3%).
Il Progetto RemiX. In questo contesto si inserisce il Progetto RemiX – Reti di supporto per minori migranti, promosso da Fondazione ISMU ETS con il sostegno del Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI 2021–2027) e la collaborazione di enti pubblici e del Terzo Settore.
RemiX nasce per implementare il sistema dei servizi a supporto dei minori con background migratorio che vivono situazioni di vulnerabilità, promuovendo una rete di collaborazione tra pubblico e privato, la formazione delle operatrici e degli operatori in chiave interculturale e potenziando gli Spazi RemìX, evoluzione degli spazi già sperimentati con successo nel precedente progetto Remì (FAMI 2014–2020).
Gli Spazi RemiX, presenti a Milano, Pavia, Perugia, Caserta, Napoli e Castrovillari, sono luoghi di accoglienza, ascolto e orientamento dove bambini, adolescenti e famiglie con background migratorio possono trovare risposte ai propri bisogni. In ogni spazio opera un’équipe multidisciplinare composta da operatori sociali, psicologi, mediatori culturali e pedagogisti che, insieme agli attori del territorio, accompagnano i minori nei loro percorsi di crescita, promuovendo pari opportunità, autonomia e consapevolezza dei propri diritti.
Obiettivo del progetto è la promozione di interventi multidimensionali e partecipati che coinvolgano scuole, servizi sociali, enti locali e comunità di diaspora. Il progetto mira così a modellizzare un sistema integrato di prevenzione e presa in carico, capace di rispondere in modo rapido ed efficace alle diverse forme di vulnerabilità che colpiscono i minori e le loro famiglie.
Le mappe. Un elemento innovativo del progetto è la creazione di mappe territoriali multilingua, disponibili online e anche in formato cartaceo, dedicate alle sei città coinvolte con l’obiettivo di fare conoscere e rendere accessibili i servizi dedicati ai minori con background migratorio e alle loro famiglie, rispondendo a domande semplici ma essenziali come:
Dove posso trovare aiuto per i miei figli? Chi mi può aiutare a far valere i miei diritti? Dove posso andare se ho bisogno di parlare con qualcuno? Questi strumenti vogliono promuovere un approccio interculturale, offrendo alle famiglie non solo informazioni pratiche, ma anche fiducia e orientamento per costruire relazioni positive con la comunità locale.
Un ulteriore elemento chiave è il coinvolgimento dei Community Agents, persone appartenenti alle comunità migranti locali che fungono da ‘facilitatori’ tra i servizi territoriali e le famiglie. Il loro ruolo è fondamentale perché, grazie alla conoscenza diretta delle comunità e delle loro esigenze, riescono a far conoscere in maniera chiara e accessibile le opportunità presenti sul territorio, superando barriere linguistiche e culturali. Agendo come veri e propri ‘ponti di conoscenza’, hanno contribuito a coinvolgere attivamente le famiglie nel progetto RemìX e a orientarle verso i servizi dedicati ai minori con background migratorio in condizioni di fragilità.
Attraverso RemiX, Fondazione ISMU ETS intende rafforzare la rete di capitale sociale e istituzionale sui territori, valorizzando le sinergie già sperimentate con il precedente progetto “Remì” e promuovendo la replicabilità del modello in altri contesti regionali.
Fare sistema: il ruolo del terzo settore nell’integrazione dei servizi verso una governance condivisa delle vulnerabilità sociali
Dalle reti informali alle alleanze strutturate: il terzo settore come interlocutore dei servizi sociali. Questo il tema al centro del seminario in programma nel Palazzo Vescovile di Arezzo giovedì 23 ottobre dalle ore 9 alle ore 13. L’iniziativa promossa da Caritas Toscana è la terza tappa di un percorso itinerante dedicato a costruire uno spazio pubblico di dialogo professionale tra Regione Toscana, il coordinamento delle Caritas della Toscana (TosCaritas), Caritas diocesane, ANCI, Comuni, Asl, Prefetture e altri attori territoriali pubblici e privati.
Negli ultimi anni infatti il bisogno di aiuto ha cambiato volto, linguaggio e soglie di accesso. Non si tratta solamente di nuovi poveri, ma di condizioni nuove della povertà: diffuse, intermittenti, difficili da categorizzare e ancora più difficili da intercettare. Eppure, molti strumenti con cui cerchiamo di rispondervi sono rimasti gli stessi, o frammentati o incomunicanti.
La fragilità delle persone che le Caritas incontrano nel loro servizio di ascolto è sicuramente economica, ma anche e soprattutto relazionale. Una fragilità che si appesantisce se i diversi attori sociali non collaborano e continuano ad operare da soli.
Ecco allora il senso di questo percorso nato dalla collaborazione tra Regione Toscana e le Caritas della Toscana per raccontare meglio ciò che accade e dotarsi di strumenti per affrontare insieme, integrando letture, competenze e capacità operative.
La proposta di tre seminari pubblici rappresenta un dispositivo di governo collaborativo, un’occasione per rileggere criticamente i dati del sistema MIROD (Messa In Rete degli Osservatori Diocesani in Toscana), rafforzare l’alleanza tra Centri di Ascolto e Servizi Sociali pubblici, mettere in discussione – con metodo e visione – come vengono scambiati dati, come vengono protetti e usati per decidere interventi di sostegno alle persone fragili.
Il programma della mattinata prevede alle ore 9 i saluti istituzionali di mons. Alessandro Conti, vicario generale della diocesi; alle ore 9.15 un intervento di Alessandro Salvi, dirigente della Regione Toscana su l’esperienza della co-programmazione e co-progettazione in Toscana e alle ore 10 la relazione di Andrea Salvini dell’Università di Pisa su l’importanza delle ‘reti’ per il welfare territoriale; alle ore 11 un confronto tra i partecipanti sul ‘ruolo del terzo settore nella costruzione del welfare locale’ ed infine, alle ore 12.30 le conclusioni di don Emanuele Morelli, delegato regionale di Caritas Toscana. Il seminario è in corso di accreditamento presso l’Ordine degli assistenti sociali della Toscana con ID 105571.
La Chiesa chiede di salvaguardare le aree interne
“Nella difficile fase in cui siamo immersi è indubbio che nel Paese si stia allargando la forbice delle disuguaglianze e dei divari, mentre le differenze non riescono a diventare risorse, tanto da lasciare le società locali (ed in particolare i piccoli centri periferici) alle prese con nuove solitudini e dolorosi abbandoni. Sullo sfondo, assistiamo alla più grave eclissi partecipativa mai vissuta.
S’impone, dunque, una diversa narrazione della realtà, capace nel contempo di manifestare una chiara volontà di collaborazione e di sostegno autentico ed equilibrato, al fine di favorire le resistenze virtuose in atto nelle cosiddette Aree Interne, dove purtroppo anche il senso di comunità è messo a rischio dalle continue emergenze, dalla scarsa consapevolezza e dalla rassegnazione”: al termine del convegno, svoltosi a fine dello scorso mese a Benevento, sulle aree interne, la lettera firmata dai presuli ha invitato governo e Parlamento a non rassegnarsi allo spopolamento dei piccoli centri, ma a valorizzarne le potenzialità con politiche coraggiose e durature, sottolineando anche il ruolo della Chiesa come presidio sociale, con l’auspicio di un dialogo costruttivo per costruire speranza e coesione.
Nella lettera i vescovi hanno analizzato il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, sottolineando la drammatica situazione demografica: “Nel testo, vengono a un certo punto indicati alcuni obiettivi che, però, per la stragrande maggioranza delle aree interne, risultano irraggiungibili per mancanza di ‘combinazione tra attrattività verso le nuove generazioni e condizioni favorevoli alle scelte di genitorialità’…
In definitiva, un invito a mettersi al servizio di un ‘suicidio assistito’ di questi territori. Si parla, infatti, di struttura demografica ormai compromessa, ‘con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse’. In sintesi, il sostegno per una morte felice”.
In questo abbandono delle Aree interne la Chiesa ha sempre ‘difeso’ chi ha deciso di restare, fornendo strumenti di sviluppo: “Come vescovi e pastori di moltissime comunità fragili e abbandonate, quindi, non possiamo e non vogliamo rassegnarci alla prospettiva adombrata dal Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne; risuonano anzi ancor più forti, dentro di noi, le parole del profeta: ‘Figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele’.
Non possiamo del resto non considerare come, nel corso degli anni, documenti e decreti governativi e regionali siano finiti in un ingorgo di dispositivi legislativi per lo più inapplicati, non di rado utili soltanto a consolidare la distribuzione di finanziamenti secondo logiche politico-elettorali, mettendo spesso le piccole realtà in contrasto tra loro e finendo per considerare come progetti strutturali piccoli interventi stagionali”.
Per questo i vescovi firmatari del documento hanno chiesto che si favoriscano esperienze di rigenerazione di quei luoghi attraverso le tecnologie: “Riteniamo, inoltre, che si debba ribaltare la definizione delle aree interne, passando da un’esclusiva visione quantitativa dello spazio e del tempo (in cui è ancora il concetto di lontananza centro-periferia a creare subalternità) a una narrazione che lasci emergere una visione qualitativa delle storie, della cultura e della vita di certi luoghi:
si favoriscano esperienze di rigenerazione coerenti con le originalità locali e in grado di rilanciare l’identità rispetto alla frammentazione sociale; s’incoraggi il controesodo con incentivi economici e riduzione delle imposte, soluzioni di smart working e co working, innovazione agricola, turismo sostenibile, valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, piani specifici di trasporto, recupero dei borghi abbandonati, co-housing, estensione della banda larga, servizi sanitari di comunità, telemedicina”.
Ciò significa pensare ad una nuova generazione del territorio: “In questi luoghi in cui la vita rischia di finire, essa può invece assumere una qualità superiore: guardarli con lo stesso spirito con cui ci si pone al capezzale di un morente sarebbe (oltre che segno di grave miopia politica) un torto fatto alla Nazione intera, poiché un territorio non presidiato dall’uomo è sottoposto a una pressione maggiore delle forze della natura, con il rischio per nulla ipotetico) di favorire nuovi e sempre più vasti disastri ambientali, senza contare il rischio della perdita di parte di quell’immenso patrimonio artistico-architettonico che fa dell’Italia intera un museo a cielo aperto”.
Ecco quindi il motivo per cui l’arcivescovo di Benevento, mons. Felice Accrocca, ha invitato a non rassegnarsi: “La lettera è un contributo che offriamo al Governo e al Parlamento, perché non possiamo e non dobbiamo rassegnarci a sancire la morte di una parte significativa della Nazione. Ne sortirebbe un danno per tutti. Noi crediamo che, accanto alle criticità, che pure ci sono, le Aree interne possono vantare grosse potenzialità, che devono però essere valorizzate in un progetto organico che richiede tempi anche lunghi. Una sfida che la politica deve saper cogliere se non vuole assistere al proprio fallimento. Noi siamo già presenti sul campo e siamo disponibili a offrire il nostro contributo”.
(Foto: Arcidiocesi di Benevento)




























