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Papa Leone XIV: il Verbo agisce per la pace nel mondo
“Prorompete insieme in canti di gioia, grida il messaggero di pace a chi si trova fra le rovine di una città interamente da ricostruire. Anche se impolverati e feriti, i suoi piedi sono belli, scrive il profeta, perché, attraverso strade lunghe e dissestate, hanno portato un annuncio lieto, in cui ora tutto rinasce. E’ un nuovo giorno! Anche noi partecipiamo di questa svolta, alla quale nessuno sembra credere ancora: la pace esiste ed è già in mezzo a noi”: nella prima omelia natalizia papa Leone XIV ha sottolineato che sottolinea che il Verbo fattosi carne manifesta l’inizio di una novità.
La novità consiste nella pace di Gesù: “Così Gesù disse ai discepoli, ai quali aveva da poco lavato i piedi, messaggeri di pace che da lì in poi avrebbero dovuto correre attraverso il mondo, senza stancarsi, per rivelare a tutti il ‘potere di diventare figli di Dio’. Oggi, dunque, non soltanto siamo sorpresi dalla pace che è già qui, ma celebriamo come questo dono ci è stato fatto. Nel come, infatti, brilla la differenza divina che ci fa prorompere in canti di gioia. Così, in tutto il mondo, il Natale è per eccellenza una festa di musiche e di canti”.
E nel prologo giovanneo il Verbo entra in azione: “Il ‘verbo’ è una parola che agisce. Questa è una caratteristica della Parola di Dio: non è mai senza effetto. A ben vedere, anche molte delle nostre parole producono effetti, a volte indesiderati. Sì, le parole agiscono. Ma ecco la sorpresa che la liturgia del Natale ci pone di fronte: il Verbo di Dio appare e non sa parlare, viene a noi come neonato che soltanto piange e vagisce.
‘Si fece carne’ e, sebbene crescerà e un giorno imparerà la lingua del suo popolo, ora a parlare è solo la sua semplice, fragile presenza. ‘Carne’ è la radicale nudità cui a Betlemme e sul Calvario manca anche la parola; come parola non hanno tanti fratelli e sorelle spogliati della loro dignità e ridotti al silenzio. La carne umana chiede cura, invoca accoglienza e riconoscimento, cerca mani capaci di tenerezza e menti disposte all’attenzione, desidera parole buone”.
Di conseguenza il Verbo abita nel mondo: “Ecco il modo paradossale in cui la pace è già fra noi: il dono di Dio è coinvolgente, cerca accoglienza e attiva la dedizione. Ci sorprende perché si espone al rifiuto, ci incanta perché ci strappa all’indifferenza. E’ un vero potere quello di diventare figli di Dio: un potere che rimane sepolto finché stiamo distaccati dal pianto dei bambini e dalla fragilità degli anziani, dal silenzio impotente delle vittime e dalla rassegnata malinconia di chi fa il male che non vuole”.
E ci vuole incontrare attraverso la fragilità: “Cari fratelli e sorelle, poiché il Verbo si fece carne, ora la carne parla, grida il desiderio divino di incontrarci. Il Verbo ha stabilito fra noi la sua fragile tenda. E come non pensare alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro le nostre città?
Fragile è la carne delle popolazioni inermi, provate da tante guerre in corso o concluse lasciando macerie e ferite aperte. Fragili sono le menti e le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire”.
Dal prologo giovanneo prende inizio la visione della pace papale: “Quando la fragilità altrui ci penetra il cuore, quando il dolore altrui manda in frantumi le nostre certezze granitiche, allora già inizia la pace. La pace di Dio nasce da un vagito accolto, da un pianto ascoltato: nasce fra rovine che invocano nuove solidarietà, nasce da sogni e visioni che, come profezie, invertono il corso della storia. Sì, tutto questo esiste, perché Gesù è il Logos, il senso da cui tutto ha preso forma”.
Da qui nascono le resistenze del mondo verso la Chiesa missionaria: “Certo, il Vangelo non nasconde la resistenza delle tenebre alla luce, descrive il cammino della Parola di Dio come una strada impervia, disseminata di ostacoli. Fino a oggi gli autentici messaggeri di pace seguono il Verbo su questa via, che infine raggiunge i cuori: cuori inquieti, che spesso desiderano proprio ciò a cui resistono. Così il Natale rimotiva una Chiesa missionaria, sospingendola sui sentieri che la Parola di Dio le ha tracciato. Non serviamo una parola prepotente (ne risuonano già dappertutto) ma una presenza che suscita il bene, ne conosce l’efficacia, non se ne arroga il monopolio”.
Una visione ecclesiologica per una pace polifonica: “Ecco la strada della missione: una strada verso l’altro. In Dio ogni parola è parola rivolta, è un invito alla conversazione, parola mai uguale a sé stessa. E’ il rinnovamento che il Concilio Vaticano II ha promosso e che vedremo fiorire solo camminando insieme all’intera umanità, mai separandocene”.
Quindi una pace capace di cambiare il monologo in conversazione: “Mondano è il contrario: avere per centro sé stessi. Il movimento dell’Incarnazione è un dinamismo di conversazione. Ci sarà pace quando i nostri monologhi si interromperanno e, fecondati dall’ascolto, cadremo in ginocchio davanti alla nuda carne altrui. La Vergine Maria è proprio in questo la Madre della Chiesa, la Stella dell’evangelizzazione, la Regina della pace. In lei comprendiamo che nulla nasce dall’esibizione della forza e tutto rinasce dalla silenziosa potenza della vita accolta”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV saluta i libanesi chiedendo pace nel Medio Oriente
E’ terminato il primo viaggio apostolico in Turchia ed in Libano di papa Leone XIV, che nella cerimonia di congedo ha ripercorso alcune tappe dei giorni trascorsi ed ha auspicato la pace lanciando un appello perché cessino le ostilità in Medio Oriente, frammisto da un sentimento di nostalgia:
“Partire è più difficile che arrivare. Siamo stati insieme, ed in Libano stare insieme è contagioso: ho trovato qui un popolo che non ama l’isolamento, ma l’incontro. Così, se arrivare significava entrare con delicatezza nella vostra cultura, lasciare questa terra è portarvi nel cuore. Noi non ci lasciamo, dunque, ma essendoci incontrati andremo avanti insieme. E speriamo di coinvolgere in questo spirito di fraternità e di impegno per la pace tutto il Medio Oriente, anche chi oggi si considera nemico”.
Il pensiero è andato a papa Francesco, che aveva desiderato tanto questo viaggio: “Sono grato, dunque, dei giorni trascorsi con voi e mi rallegro aver potuto realizzare il desiderio del mio amato predecessore, papa Francesco, che tanto avrebbe voluto essere qui. Lui, in realtà, è con noi, cammina con noi insieme ad altri testimoni del Vangelo che ci attendono nell’abbraccio eterno di Dio: siamo eredi di ciò che hanno creduto, della fede, della speranza e dell’amore che li hanno animati”.
Inoltre un pensiero particolare è stato rivolto per la religiosità del popolo libanese: “Ho visto di quanta venerazione il vostro popolo circonda la Beata Vergine Maria, tanto cara sia ai cristiani sia ai mussulmani. Ho pregato alla tomba di San Charbel, percependo le profonde radici spirituali di questo Paese: quanta linfa dalla vostra storia può sostenere il difficile cammino verso il futuro!
Mi ha toccato il cuore la breve visita al porto di Beirut, dove l’esplosione ha devastato non soltanto un luogo, ma tante vite. Ho pregato per tutte le vittime e porto con me il dolore e la sete di verità e di giustizia di tante famiglie, di un intero Paese”.
Quindi ha ringraziato tutti per l’accoglienza: “Ho incontrato, in questi pochi giorni, molti volti e stretto tante mani, ricevendo da questo contatto fisico e interiore un’energia di speranza. Siete forti come i cedri, gli alberi delle vostre belle montagne, e pieni di frutti come gli ulivi che crescono in pianura, nel sud e vicino al mare. Saluto, a questo proposito, tutte le regioni del Libano che non è stato possibile visitare: Tripoli e il nord, la Beqa’ e il sud del Paese, Tiro, Sidone (luoghi biblici), tutte quelle aree, specialmente nel sud, che sperimentano una continua situazione di conflitto e di incertezza. A tutti il mio abbraccio e il mio augurio di pace”.
Ed ecco il suo appello alla pace, riprendendo le parole di papa san Giovanni Paolo II: “Ed anche un accorato appello: cessino gli attacchi e le ostilità. Nessuno creda più che la lotta armata porti qualche beneficio. Le armi uccidono, la trattativa, la mediazione e il dialogo edificano. Scegliamo tutti la pace come via, non soltanto come meta! Ricordiamo quanto vi disse san Giovanni Paolo II: il Libano, più che un Paese, è un messaggio! Impariamo a lavorare insieme e a sperare insieme, perché sia realmente così”.
Però prima della partenza il papa ha celebrato la messa nel Beirut Waterfront con un forte appello conclusivo alla pace: “Cari cristiani del Levante, quando i risultati dei vostri sforzi di pace tardano ad arrivare, vi invito ad alzare lo sguardo al Signore che viene! Guardiamo a Lui con speranza e coraggio, invitando tutti a incamminarsi sulla via della convivenza, della fraternità e della pace. Siate costruttori di pace, annunciatori di pace, testimoni di pace!”
Per questo ha chiesto di percorrere una strada nuova: “Il Medio Oriente ha bisogno di atteggiamenti nuovi, per rifiutare la logica della vendetta e della violenza, per superare le divisioni politiche, sociali e religiose, per aprire capitoli nuovi all’insegna della riconciliazione e della pace. La via dell’ostilità reciproca e della distruzione nell’orrore della guerra è stata percorsa troppo a lungo, con i risultati deplorevoli che sono sotto gli occhi di tutti. Occorre cambiare strada, occorre educare il cuore alla pace”.
L’appello è un invito anche alla comunità internazionale: “Da questa piazza, prego per il Medio Oriente e per tutti i popoli che soffrono a causa della guerra. Offro anche preghiere auspicando una pacifica soluzione delle attuali controversie politiche in Guinea Bissau. E non dimentico le vittime dell’incendio a Hong Kong e le loro famiglie.
Prego in modo speciale per l’amato Libano! Chiedo nuovamente alla comunità internazionale di non risparmiare alcuno sforzo nel promuovere processi di dialogo e riconciliazione. Rivolgo un accorato appello a quanti sono investiti di autorità politica e sociale, qui e in tutti i Paesi segnati da guerre e violenze: ascoltate il grido dei vostri popoli che invocano pace!
Mettiamoci tutti al servizio della vita, del bene comune, dello sviluppo integrale delle persone. Ed a voi, cristiani del Levante, cittadini a pieno titolo di queste terre, ripeto: coraggio! Tutta la Chiesa guarda a voi con affetto e ammirazione. La Vergine Maria, Nostra Signora di Harissa, vi protegga sempre!”
Mentre nell’omelia ha invitato a dare lode a Dio: “La dimensione della lode, però, non sempre trova spazio dentro di noi. A volte, appesantiti dalle fatiche della vita, preoccupati per i numerosi problemi che ci circondano, paralizzati dall’impotenza dinanzi al male e oppressi da tante situazioni difficili, siamo più portati alla rassegnazione e al lamento, che allo stupore del cuore e al ringraziamento”.
E’ stato un particolare invito alla popolazione libanese: “L’invito a coltivare sempre atteggiamenti di lode e di gratitudine, lo rivolgo proprio a voi, caro popolo libanese. A voi che siete destinatari di una bellezza rara con la quale il Signore ha impreziosito la vostra terra e che, al contempo, siete spettatori e vittime di come il male, in molteplici forme, possa offuscare questa magnificenza”.
Quindi anche se la disillusione può prendere il sopravvento il papa ha invitato a non ‘abbandonare’ la Parola di Dio: “In uno scenario di questo tipo, la gratitudine cede facilmente il posto al disincanto, il canto della lode non trova spazio nella desolazione del cuore, la sorgente della speranza viene disseccata dall’incertezza e dal disorientamento. La Parola del Signore, però, ci invita a trovare le piccole luci splendenti nel cuore della notte, sia per aprirci alla gratitudine che per spronarci all’impegno comune a favore di questa terra”.
Ed ha ricordato che il Regno di Dio nasce da un ‘germoglio’: “Come abbiamo ascoltato, il motivo del ringraziamento di Gesù al Padre non è per opere straordinarie, ma perché rivela la sua grandezza proprio ai piccoli e agli umili, a coloro che non attirano l’attenzione, che sembrano contare poco o niente, che non hanno voce.
Il Regno che Gesù viene a inaugurare, infatti, ha proprio questa caratteristica di cui ci ha parlato il profeta Isaia: è un germoglio, un piccolo virgulto che spunta su un tronco, una piccola speranza che promette la rinascita quando tutto sembra morire. Così viene annunciato il Messia e, venendo nella piccolezza di un germoglio, può essere riconosciuto solo dai piccoli, da coloro che senza grandi pretese sanno riconoscere i dettagli nascosti, le tracce di Dio in una storia apparentemente perduta”.
Questo avviene anche nella popolazione libanese: “Piccole luci che risplendono nella notte, piccoli virgulti che spuntano, piccoli semi piantati nell’arido giardino di questo tempo storico possiamo vederli anche noi, anche qui, anche oggi.
Penso alla vostra fede semplice e genuina, radicata nelle vostre famiglie e alimentata dalle scuole cristiane; penso al lavoro costante delle parrocchie, delle congregazioni e dei movimenti per andare incontro alle domande e alle necessità della gente; penso ai tanti sacerdoti e religiosi che si spendono nella loro missione in mezzo a molteplici difficoltà; penso ai laici come voi impegnati nel campo della carità e nella promozione del Vangelo nella società.
Per queste luci che faticosamente cercano di illuminare il buio della notte, per questi germogli piccoli e invisibili che aprono però la speranza nel futuro, oggi dobbiamo dire come Gesù: ‘ti rendiamo lode, o Padre!’ Ti ringraziamo perché sei con noi e non ci lasci vacillare”.
E’ stato un invito a cooperare affinché il Libano possa ritrovare la pace: “Ciascuno deve fare la sua parte e tutti dobbiamo unire gli sforzi perché questa terra possa ritornare al suo splendore. E abbiamo un solo modo per farlo: disarmiamo i nostri cuori, facciamo cadere le corazze delle nostre chiusure etniche e politiche, apriamo le nostre confessioni religiose all’incontro reciproco, risvegliamo nel nostro intimo il sogno di un Libano unito, dove trionfino la pace e la giustizia, dove tutti possano riconoscersi fratelli e sorelle e dove, finalmente, possa realizzarsi quanto ci descrive il profeta Isaia: ‘Il lupo dimorerà con l’agnello, il leopardo si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme’.
Questo è il sogno a voi affidato, è ciò che il Dio della pace mette nelle vostre mani. Libano, rialzati! Sii casa di giustizia e di fraternità! Sii profezia di pace per tutto il Levante!”
La mattina si era aperta con la visita all’Ospedale de la Croix, gestito dalla congregazione delle Suore Francescane della Croce, dove ha salutato i malati: “Quanto si vive in questo luogo è un monito per tutti, per la vostra terra ma anche per l’intera umanità: non possiamo dimenticarci dei più fragili, non possiamo immaginare una società che corre a tutta velocità aggrappandosi ai falsi miti del benessere, ignorando tante situazioni di povertà e di fragilità”.
Ed ha concluso con un invito alla cura dei poveri e dei deboli: “In particolare noi cristiani, che siamo la Chiesa del Signore Gesù, siamo chiamati a prenderci cura dei poveri: il Vangelo stesso ce lo chiede e (non dimentichiamolo) il grido dei poveri che attraversa anche la Scrittura ci interpella…
A voi, cari fratelli e sorelle segnati dalla malattia, vorrei solo ricordare che siete nel cuore di Dio nostro Padre. Egli vi porta sul palmo delle sue mani, vi accompagna con amore, vi offre la sua tenerezza attraverso le mani e i sorrisi di chi si prende cura della vostra vita. A ciascuno di voi oggi il Signore ripete: ti amo, ti voglio bene, sei mio figlio! Non dimenticatelo mai!”
Subito dopo ha visitato il porto di Beirut per raccogliersi in preghiera nel luogo della devastante duplice esplosione che il 4 agosto 2020 ha provocato la morte di oltre 200 persone, 7000 feriti e circa 300000 gli sfollati, deponendo una corona di fiori davanti al monumento, che ricorda le vittime.
(Foto: Santa Sede)
Contrastare la povertà educativa e la vulnerabilità dei minori migranti con il progetto ‘RemiX’
Ogni bambino dovrebbe poter crescere al sicuro, ascoltato e protetto. Ma in Italia sono ancora troppi i minori che vivono in condizioni di vulnerabilità, a prescindere dalla loro origine. Quando a queste fragilità si aggiungono le sfide legate al percorso migratorio – dalle difficoltà economiche all’isolamento culturale, dalla barriera linguistica alla scarsa conoscenza dei servizi – il rischio diventa più elevato.
In occasione della Giornata Mondiale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, celebratasi giovedì 20 novembre, Fondazione ISMU ETS ha evidenziato come in Italia sia cresciuta la vulnerabilità dei minori stranieri. Sulla base delle recenti statistiche dell’Istat su povertà e condizioni di vita, nel 2024 sono poco più di 2.200.000 le famiglie in povertà assoluta, cioè l’8,4% del totale delle famiglie residenti. Tra queste, quelle in povertà assoluta in cui sono presenti minori sono quasi 734.000 (12,3%).
Le condizioni socio-economiche sono particolarmente svantaggiose per le famiglie con cittadinanza non italiana: se si considerano le famiglie composte solamente da italiani, l’incidenza di povertà si attesta all’8,0%, mentre diventa cinque volte più elevata (40,5%) per quelle composte unicamente da stranieri (255mila famiglie). L’incidenza di povertà assoluta è del 33,6% nel caso di famiglie con minori composte da membri sia italiani sia stranieri (338mila nuclei).
L’incidenza di povertà assoluta delle famiglie dove sono presenti stranieri e minori registra i valori massimi nel Mezzogiorno, dove raggiunge il 46,2%, mentre è del 31,3% al Nord e del 30,6% al Centro. Al Sud, nelle famiglie di soli stranieri con minori l’incidenza raggiunge il 62,5% e interessa 51.000 nuclei familiari, mentre nelle regioni del Nord le 31.000 famiglie di soli stranieri presentano un’incidenza di povertà assoluta del 39%.
Fondazione ISMU ETS evidenzia che, secondo gli ultimi indicatori Istat, la situazione è ancora più critica per i minori sotto i 16 anni, che presentano livelli di vulnerabilità significativamente più elevati rispetto alla media. In particolare, i minori di 16 anni con cittadinanza straniera mostrano un rischio di povertà o esclusione sociale pari a 43,6%, valore superiore di oltre 20 punti percentuali rispetto al dato dei coetanei di cittadinanza italiana (23,5%).
Questo divario è particolarmente significativo nel Mezzogiorno, dove l’incidenza tra i minori stranieri è del 78,2%, quasi il doppio dei minori italiani (40,9%). Al Nord, la quota dei minori con background migratorio a rischio di povertà o esclusione sociale è di un terzo, ma resta importante la distanza dal valore dei coetanei con cittadinanza italiana (9,3%).
Il Progetto RemiX. In questo contesto si inserisce il Progetto RemiX – Reti di supporto per minori migranti, promosso da Fondazione ISMU ETS con il sostegno del Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI 2021–2027) e la collaborazione di enti pubblici e del Terzo Settore.
RemiX nasce per implementare il sistema dei servizi a supporto dei minori con background migratorio che vivono situazioni di vulnerabilità, promuovendo una rete di collaborazione tra pubblico e privato, la formazione delle operatrici e degli operatori in chiave interculturale e potenziando gli Spazi RemìX, evoluzione degli spazi già sperimentati con successo nel precedente progetto Remì (FAMI 2014–2020).
Gli Spazi RemiX, presenti a Milano, Pavia, Perugia, Caserta, Napoli e Castrovillari, sono luoghi di accoglienza, ascolto e orientamento dove bambini, adolescenti e famiglie con background migratorio possono trovare risposte ai propri bisogni. In ogni spazio opera un’équipe multidisciplinare composta da operatori sociali, psicologi, mediatori culturali e pedagogisti che, insieme agli attori del territorio, accompagnano i minori nei loro percorsi di crescita, promuovendo pari opportunità, autonomia e consapevolezza dei propri diritti.
Obiettivo del progetto è la promozione di interventi multidimensionali e partecipati che coinvolgano scuole, servizi sociali, enti locali e comunità di diaspora. Il progetto mira così a modellizzare un sistema integrato di prevenzione e presa in carico, capace di rispondere in modo rapido ed efficace alle diverse forme di vulnerabilità che colpiscono i minori e le loro famiglie.
Le mappe. Un elemento innovativo del progetto è la creazione di mappe territoriali multilingua, disponibili online e anche in formato cartaceo, dedicate alle sei città coinvolte con l’obiettivo di fare conoscere e rendere accessibili i servizi dedicati ai minori con background migratorio e alle loro famiglie, rispondendo a domande semplici ma essenziali come:
Dove posso trovare aiuto per i miei figli? Chi mi può aiutare a far valere i miei diritti? Dove posso andare se ho bisogno di parlare con qualcuno? Questi strumenti vogliono promuovere un approccio interculturale, offrendo alle famiglie non solo informazioni pratiche, ma anche fiducia e orientamento per costruire relazioni positive con la comunità locale.
Un ulteriore elemento chiave è il coinvolgimento dei Community Agents, persone appartenenti alle comunità migranti locali che fungono da ‘facilitatori’ tra i servizi territoriali e le famiglie. Il loro ruolo è fondamentale perché, grazie alla conoscenza diretta delle comunità e delle loro esigenze, riescono a far conoscere in maniera chiara e accessibile le opportunità presenti sul territorio, superando barriere linguistiche e culturali. Agendo come veri e propri ‘ponti di conoscenza’, hanno contribuito a coinvolgere attivamente le famiglie nel progetto RemìX e a orientarle verso i servizi dedicati ai minori con background migratorio in condizioni di fragilità.
Attraverso RemiX, Fondazione ISMU ETS intende rafforzare la rete di capitale sociale e istituzionale sui territori, valorizzando le sinergie già sperimentate con il precedente progetto “Remì” e promuovendo la replicabilità del modello in altri contesti regionali.
Fare sistema: il ruolo del terzo settore nell’integrazione dei servizi verso una governance condivisa delle vulnerabilità sociali
Dalle reti informali alle alleanze strutturate: il terzo settore come interlocutore dei servizi sociali. Questo il tema al centro del seminario in programma nel Palazzo Vescovile di Arezzo giovedì 23 ottobre dalle ore 9 alle ore 13. L’iniziativa promossa da Caritas Toscana è la terza tappa di un percorso itinerante dedicato a costruire uno spazio pubblico di dialogo professionale tra Regione Toscana, il coordinamento delle Caritas della Toscana (TosCaritas), Caritas diocesane, ANCI, Comuni, Asl, Prefetture e altri attori territoriali pubblici e privati.
Negli ultimi anni infatti il bisogno di aiuto ha cambiato volto, linguaggio e soglie di accesso. Non si tratta solamente di nuovi poveri, ma di condizioni nuove della povertà: diffuse, intermittenti, difficili da categorizzare e ancora più difficili da intercettare. Eppure, molti strumenti con cui cerchiamo di rispondervi sono rimasti gli stessi, o frammentati o incomunicanti.
La fragilità delle persone che le Caritas incontrano nel loro servizio di ascolto è sicuramente economica, ma anche e soprattutto relazionale. Una fragilità che si appesantisce se i diversi attori sociali non collaborano e continuano ad operare da soli.
Ecco allora il senso di questo percorso nato dalla collaborazione tra Regione Toscana e le Caritas della Toscana per raccontare meglio ciò che accade e dotarsi di strumenti per affrontare insieme, integrando letture, competenze e capacità operative.
La proposta di tre seminari pubblici rappresenta un dispositivo di governo collaborativo, un’occasione per rileggere criticamente i dati del sistema MIROD (Messa In Rete degli Osservatori Diocesani in Toscana), rafforzare l’alleanza tra Centri di Ascolto e Servizi Sociali pubblici, mettere in discussione – con metodo e visione – come vengono scambiati dati, come vengono protetti e usati per decidere interventi di sostegno alle persone fragili.
Il programma della mattinata prevede alle ore 9 i saluti istituzionali di mons. Alessandro Conti, vicario generale della diocesi; alle ore 9.15 un intervento di Alessandro Salvi, dirigente della Regione Toscana su l’esperienza della co-programmazione e co-progettazione in Toscana e alle ore 10 la relazione di Andrea Salvini dell’Università di Pisa su l’importanza delle ‘reti’ per il welfare territoriale; alle ore 11 un confronto tra i partecipanti sul ‘ruolo del terzo settore nella costruzione del welfare locale’ ed infine, alle ore 12.30 le conclusioni di don Emanuele Morelli, delegato regionale di Caritas Toscana. Il seminario è in corso di accreditamento presso l’Ordine degli assistenti sociali della Toscana con ID 105571.
La Chiesa chiede di salvaguardare le aree interne
“Nella difficile fase in cui siamo immersi è indubbio che nel Paese si stia allargando la forbice delle disuguaglianze e dei divari, mentre le differenze non riescono a diventare risorse, tanto da lasciare le società locali (ed in particolare i piccoli centri periferici) alle prese con nuove solitudini e dolorosi abbandoni. Sullo sfondo, assistiamo alla più grave eclissi partecipativa mai vissuta.
S’impone, dunque, una diversa narrazione della realtà, capace nel contempo di manifestare una chiara volontà di collaborazione e di sostegno autentico ed equilibrato, al fine di favorire le resistenze virtuose in atto nelle cosiddette Aree Interne, dove purtroppo anche il senso di comunità è messo a rischio dalle continue emergenze, dalla scarsa consapevolezza e dalla rassegnazione”: al termine del convegno, svoltosi a fine dello scorso mese a Benevento, sulle aree interne, la lettera firmata dai presuli ha invitato governo e Parlamento a non rassegnarsi allo spopolamento dei piccoli centri, ma a valorizzarne le potenzialità con politiche coraggiose e durature, sottolineando anche il ruolo della Chiesa come presidio sociale, con l’auspicio di un dialogo costruttivo per costruire speranza e coesione.
Nella lettera i vescovi hanno analizzato il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, sottolineando la drammatica situazione demografica: “Nel testo, vengono a un certo punto indicati alcuni obiettivi che, però, per la stragrande maggioranza delle aree interne, risultano irraggiungibili per mancanza di ‘combinazione tra attrattività verso le nuove generazioni e condizioni favorevoli alle scelte di genitorialità’…
In definitiva, un invito a mettersi al servizio di un ‘suicidio assistito’ di questi territori. Si parla, infatti, di struttura demografica ormai compromessa, ‘con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse’. In sintesi, il sostegno per una morte felice”.
In questo abbandono delle Aree interne la Chiesa ha sempre ‘difeso’ chi ha deciso di restare, fornendo strumenti di sviluppo: “Come vescovi e pastori di moltissime comunità fragili e abbandonate, quindi, non possiamo e non vogliamo rassegnarci alla prospettiva adombrata dal Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne; risuonano anzi ancor più forti, dentro di noi, le parole del profeta: ‘Figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele’.
Non possiamo del resto non considerare come, nel corso degli anni, documenti e decreti governativi e regionali siano finiti in un ingorgo di dispositivi legislativi per lo più inapplicati, non di rado utili soltanto a consolidare la distribuzione di finanziamenti secondo logiche politico-elettorali, mettendo spesso le piccole realtà in contrasto tra loro e finendo per considerare come progetti strutturali piccoli interventi stagionali”.
Per questo i vescovi firmatari del documento hanno chiesto che si favoriscano esperienze di rigenerazione di quei luoghi attraverso le tecnologie: “Riteniamo, inoltre, che si debba ribaltare la definizione delle aree interne, passando da un’esclusiva visione quantitativa dello spazio e del tempo (in cui è ancora il concetto di lontananza centro-periferia a creare subalternità) a una narrazione che lasci emergere una visione qualitativa delle storie, della cultura e della vita di certi luoghi:
si favoriscano esperienze di rigenerazione coerenti con le originalità locali e in grado di rilanciare l’identità rispetto alla frammentazione sociale; s’incoraggi il controesodo con incentivi economici e riduzione delle imposte, soluzioni di smart working e co working, innovazione agricola, turismo sostenibile, valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, piani specifici di trasporto, recupero dei borghi abbandonati, co-housing, estensione della banda larga, servizi sanitari di comunità, telemedicina”.
Ciò significa pensare ad una nuova generazione del territorio: “In questi luoghi in cui la vita rischia di finire, essa può invece assumere una qualità superiore: guardarli con lo stesso spirito con cui ci si pone al capezzale di un morente sarebbe (oltre che segno di grave miopia politica) un torto fatto alla Nazione intera, poiché un territorio non presidiato dall’uomo è sottoposto a una pressione maggiore delle forze della natura, con il rischio per nulla ipotetico) di favorire nuovi e sempre più vasti disastri ambientali, senza contare il rischio della perdita di parte di quell’immenso patrimonio artistico-architettonico che fa dell’Italia intera un museo a cielo aperto”.
Ecco quindi il motivo per cui l’arcivescovo di Benevento, mons. Felice Accrocca, ha invitato a non rassegnarsi: “La lettera è un contributo che offriamo al Governo e al Parlamento, perché non possiamo e non dobbiamo rassegnarci a sancire la morte di una parte significativa della Nazione. Ne sortirebbe un danno per tutti. Noi crediamo che, accanto alle criticità, che pure ci sono, le Aree interne possono vantare grosse potenzialità, che devono però essere valorizzate in un progetto organico che richiede tempi anche lunghi. Una sfida che la politica deve saper cogliere se non vuole assistere al proprio fallimento. Noi siamo già presenti sul campo e siamo disponibili a offrire il nostro contributo”.
(Foto: Arcidiocesi di Benevento)
‘Mi fido di noi’: ad Ugento un progetto di microcredito sociale
La diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca e la Caritas Diocesana e il suo braccio operativo, la Fondazione ‘Mons. Vito de Grisantis’, comunicano che Mons. Vito Angiuli, Vescovo di Ugento – S. Maria di Leuca ha scelto di aderire al Progetto ‘Mi Fido di Noi’, progetto di Microcredito Sociale promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana e dalla Caritas Italiana, con il supporto dell’8xmille della Chiesa Cattolica e in collaborazione con la Consulta Nazionale Antiusura.
L’adesione è avvenuta, insieme ad altre 67 Diocesi italiane, in un tempo segnato da fragilità diffuse e da una società che fatica a includere chi resta ai margini, nel solco del Giubileo – Pellegrini di Speranza, un passo deciso nel segno della speranza e della responsabilità. ‘Mi Fido di Noi’ nasce come segno concreto del Giubileo, una chiamata alla remissione del debito, alla ricostruzione dei legami comunitari e alla cura delle tante solitudini che si nascondono dietro le difficoltà economiche.
Il progetto prevede piccoli prestiti (fino a 8.000 euro, a tasso zero), destinati a persone escluse dal credito ordinario. Ma non si tratta solo di soldi: ogni richiesta è inserita in un percorso personalizzato, costruito a partire dall’ascolto e dall’accompagnamento. Mons. Giuseppe Baturi, Segretario Generale della CEI, ha dichiarato: “Non si tratta solo di un aiuto economico, ma di un intervento a 360°, che permette di creare intorno alla persona una rete di solidarietà capace di accompagnarla e di colmare quella solitudine dentro cui la povertà economica si dilata. Così chi beneficia del microcredito può scommettere sul futuro, con dignità, dando al proprio domani un orizzonte di speranza”.
Anche sul territorio del Capo di Leuca, il progetto si inserisce in un cammino già avviato da tempo, come sottolinea Don Lucio Ciardo, direttore della Caritas diocesana di Ugento – Santa Maria di Leuca e segretario generale della Fondazione Mons. Vito De Grisantis : “Per noi, questo progetto è la conferma di un impegno che portiamo avanti da anni, sul territorio e per il territorio.
Un’azione di inclusione finanziaria e di educazione finanziaria-bilancio familiare, per quelle famiglie fragili, oggi sempre più presenti sui nostri territori, il prestito servirà a soddisfare alcune esigenze primarie e non derogabili, che le famiglie non riescano da sole a farlo, a titolo esemplificativo e non esaustivo, spese mediche, canoni di locazione, spese per la messa a norma degli impianti della propria abitazione principale e per la riqualificazione energetica, tariffe per l’accesso a servizi pubblici essenziali, quali i servizi di trasporto e i servizi energetici, spese necessarie per l’accesso all’istruzione scolastica. Inoltre tale azione innesca la lotta al sovra indebitamento e previene fenomeni di usura di prossimità”.
I potenziali beneficiari sono singole persone o famiglie in condizioni di difficoltà economica temporanea: residenti nei diciassette Comuni della Diocesi di Ugento S. Maria di Leuca con ISEE fino a € 18.500, in un momentaneo stato di disoccupazione; in una situazione di sospensione o riduzione dell’orario di lavoro per cause non dipendenti dalla propria volontà; in crisi di liquidità e riduzione imprevista del reddito dovuto a cause di forza maggiore o ad emergenze internazionali, nazionali e locali; sopraggiunte condizioni di non autosufficienza propria o di un componente il nucleo familiare; significativa contrazione del reddito o aumento delle spese non derogabili per il nucleo familiare.
Il cuore del progetto si fonda su tre direttrici operative: accompagnamento attraverso strumenti educativi, relazionali e formativi; erogazione di microcrediti a condizioni sostenibili, pensati per rispondere a un bisogno reale e urgente; sostegno comunitario e raccolta fondi, che alimentano un fondo rotativo e rafforzano il coinvolgimento della rete ecclesiale e sociale. Non si tratta di beneficenza: si tratta di responsabilità condivisa, di ricostruire fiducia nei confronti della vita e delle proprie capacità.
Nella Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca, il Punto di contatto, con la presenza del tutor di comunità e i volontari è a Tricase presso il Centro Caritas in Piazza Cappuccini, n.15. La Fondazione San Nicola e SS. Medici (Bari – Sud Italia) sarà la erogatrice dei prestiti sul nostro territorio, grazie al supporto dell’ 8xmille della Chiesa Cattolica sia nazionale e sia diocesano e di tante offerte.
Tutti possono contribuire a far crescere il progetto, aiutando a restituire dignità e prospettive a chi oggi è in difficoltà. La donazione detraibile può essere fatta su: IBAN: IT23K0306234210000002904373 intestato a: Fondazione Mons De Grisantis – Causale: Contributo Progetto ‘Mi Fido di Noi’ Ugento. Per maggiori informazioni: www.mifidodinoi.it – www.caritasugentoleuca.it – Email: ugentoleuca.mifidodinoi@gmail.com.
Cremona risponde con il cuore
Nei ‘Giovedì d’Estate’, il centro di Cremona si anima di vita, colori e speranza. Le attività commerciali restano aperte, prendono vita iniziative culturali, mercatini artigianali e le strade si riempiono di persone. Tra le voci allegre e i sorrisi dei bambini, spicca lo stand del Pasto Sospeso, con la sua mascotte, il coniglietto Marubino, simbolo gentile della solidarietà. Il Pasto Sospeso è il progetto di solidarietà promosso dai Rotary Club del gruppo Terre Padane.
Dietro l’atmosfera festosa degli eventi c’è un impegno quotidiano, silenzioso e profondo: quello del Consiglio Centrale della Società di San Vincenzo De Paoli di Cremona, che da decenni rappresenta un punto di riferimento per chi vive situazioni di fragilità.
A 20 mesi dalla sua nascita, il Pasto Sospeso ha raggiunto un risultato straordinario: 10.500 pasti donati, pari a 52.500 euro raccolti, grazie alla generosità dei cittadini cremonesi e alla partecipazione attiva di circa 80 esercizi commerciali del territorio, tra bar, negozi e ristoranti. Le donazioni si raccolgono con piccoli gesti quotidiani: l’acquisto di un tagliando da 2 o 5 euro, un bonifico, un click su Satispay.
Il progetto sostiene le Cucine Benefiche del Consiglio Centrale, che ogni settimana distribuiscono circa 350/400 pasti caldi, e offrono mensilmente oltre 350 pacchi alimentari a famiglie in difficoltà. “Ogni pasto che distribuiamo è un abbraccio concreto a chi si trova in un momento difficile,” afferma Massimo Fertonani, presidente del Consiglio Centrale di Cremona della Società di San Vincenzo De Paoli.
“Il Pasto Sospeso ha migliorato non solo la quantità, ma anche la qualità del cibo che possiamo offrire. È un segno che la città non si dimentica dei suoi cittadini più fragili”. Un gesto di carità che va oltre l’aiuto materiale: è cura, attenzione, ascolto, rispetto per la dignità umana.
Durante i ‘Giovedì d’Estate lo stand del Pasto Sospeso è presente nel cuore della città e coinvolge adulti e bambini che si lasciano coccolare da Marubino senza tralasciare l’ascolto: i volontari raccontano il progetto diffondendo l’importanza di una cultura della responsabilità collettiva.
“Il simbolo del piatto che sorride è diventato parte del paesaggio urbano di Cremona”, spiega Claudio Bodini, coordinatore del progetto per i Rotary Club Terre Padane. “Ciò che davvero ci rende orgogliosi è sapere che dietro a ogni palloncino, ogni foto con Marubino, ogni tagliando acquistato, c’è un gesto d’amore che arriva in tavola”.
Questa iniziativa non è solo un progetto benefico. È un modello sociale. Dimostra che le comunità locali, quando si uniscono in nome della solidarietà, possono produrre cambiamenti reali. La carità autentica, come quella messa in pratica ogni giorno dai volontari della Società di San Vincenzo De Paoli è molto più di un aiuto: è un esercizio quotidiano di umanità.
Ogni giorno, nel silenzio di piccoli gesti che fanno la differenza, la Società di San Vincenzo De Paoli di Cremona si prende cura di chi è rimasto indietro. Dietro i numeri — 23 conferenze, 235 soci e 76 volontari — ci sono volti, storie, mani tese, parole di conforto. C’è l’impegno concreto di uomini e donne che scelgono di restare accanto a chi ha più bisogno.
Le Cucine Benefiche ogni giorno offrono un pasto caldo a circa 70 persone, sette giorni su sette: “Perché nessuno debba sentirsi mai solo”, evidenzia il Presidente Fertonani. Il sostegno va alle famiglie che faticano ad arrivare a fine mese, alle mamme sole, ai migranti in cerca di un futuro, a chi ha perso il lavoro o la speranza.
La carità diventa incontro anche nel progetto di ‘Orto sociale’ nella casa circondariale di Cremona, dove i volontari aiutano i detenuti a coltivare non solo la terra, ma la fiducia in sé stessi. Un impegno che si inserisce nel solco della storia della Società di San Vincenzo De Paoli, da sempre vicina a quanti scontano una pena con gesti concreti di ascolto, sostegno e promozione umana. E quando la casa manca, il Consiglio Centrale di Cremona apre le porte di appartamenti offerti in comodato d’uso gratuito, perché nessuno debba affrontare l’abbandono o la strada.
Ma la carità del Consiglio Centrale non ha confini. Grazie al Settore di Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo il sostegno è arrivato fino in Madagascar. “Abbiamo finanziato un progetto per la riqualificazione scolastica che ha restituito speranza e dignità a circa 400 studenti”, confida Massimo Fertonani e aggiunge: “Sostenere una scuola significa investire sul futuro di un’intera comunità, offrendo ai giovani non solo istruzione, ma opportunità di riscatto e speranza di una vita migliore”.
La Società di San Vincenzo De Paoli a Cremona è tutto questo: un abbraccio discreto, una presenza costante, fedele e attenta ai bisogni di ciascuno. Un modo semplice e autentico di dire: “Noi ci siamo, ogni giorno!”, conclude il Presidente Fertonani.
Società di San Vincenzo De Paoli: tre serate di solidarietà ai Lidi di Comacchio
L’estate ai Lidi di Comacchio si colora di solidarietà. La Conferenza ‘San Cassiano e Immacolata Concezione’ del Consiglio Centrale di Ferrara della Società di San Vincenzo De Paoli partecipa a tre degli appuntamenti serali con i mercatini. Il primo si è concluso al Porto di Garibaldi, il prossimo si svolge oggi, martedì 15 luglio al Lido Di Spina e infine il 24 luglio toccherà al Lido degli Estensi.
Una proposta carica di significato con tre serate all’insegna dell’artigianato locale, della condivisione e soprattutto dell’impegno verso chi vive situazioni di fragilità: “Il proposito è sostenere la ‘Casa della Serenità’ e la ‘Piccola Casa del Povero’, due realtà di accoglienza attive da oltre quarant’anni nel territorio comacchiese, che oggi necessitano di importanti interventi di ristrutturazione per poter continuare a garantire ospitalità a chi ne ha più bisogno” spiega Cecilia Cinti, Presidente della Conferenza ‘San Cassiano e Immacolata Concezione’ di Comacchio.
La Casa della Serenità ospita attualmente 12 donne: anziane sole, giovani madri con bambini, donne che hanno vissuto la durezza della guerra o situazioni di grave disagio abitativo. Gli alloggi (8 monolocali e 4 bilocali) rappresentano per loro non solo un tetto, ma un luogo protetto dove riprendere fiato e ricostruire una quotidianità.
La Piccola Casa del Povero, composta da 5 monolocali, accoglie uomini soli in condizioni di vulnerabilità. Entrambe le strutture offrono ospitalità gratuita: “Prevediamo un contributo simbolico commisurato alle possibilità di ciascuno”, spiega Cecilia Cinti.
Nate negli anni ’80, le due strutture di accoglienza hanno subito nel tempo interventi di manutenzione ordinaria. Oggi però, l’usura, gli eventi climatici estremi e il mutare delle esigenze abitative impongono lavori urgenti e straordinari con il rifacimento dei tetti, danneggiati da infiltrazioni, il miglioramento del comfort abitativo e degli adeguamenti che contribuiscono a promuovere la socializzazione tra gli ospiti e il benessere psicofisico.
I mercatini serali saranno un momento di festa e incontro, ma anche un’opportunità concreta per fare del bene. Le bancarelle di abbigliamento, artigianato, oggettistica, idee regalo e creazioni solidali allestite dai volontari della Conferenza ‘San Cassiano e Immacolata Concezione’ offrono ampia scelta e il ricavato contribuirà alla ristrutturazione delle due case e alle altre attività:
“L’iniziativa punta a coinvolgere residenti, turisti, volontari e operatori locali, in un gesto semplice ma dal valore profondo: aiutare chi è in difficoltà. Intanto possiamo dire che la prima serata è andata bene. Diversi turisti si sono fermati e abbiamo potuto far conoscere l’Associazione”, racconta la Presidente Cinti.
La Conferenza conta 18 soci e svolge anche un’intensa attività di sostegno alimentare grazie al Banco Alimentare: “Siamo noi a far visita a chi è in difficoltà. La visita a domicilio è una caratteristica distintiva della Società di San Vincenzo De Paoli e ogni giorno cerchiamo di portarla avanti con cura e dedizione”, evidenzia la Presidente della Conferenza.
Oltre alle case di accoglienza, la Conferenza sostiene la scuola dell’infanzia paritaria Nostra Signora di Lourdes e collabora con le religiose dell’Opus Maria Regina. Da quest’anno, ha preso il via anche una collaborazione con l’I.I.S. Remo Brindisi di Lido degli Estensi, con l’assegnazione di due borse di studio, una delle quali destinata a un’intera classe per permettere la partecipazione collettiva alla gita scolastica: “Vedere anche negli occhi dei più giovani, gioia e gratitudine, non ha eguali”, confida Cecilia Cinti
La Società di San Vincenzo De Paoli si fonda sull’insegnamento di San Vincenzo de’ Paoli che considerava la carità non solo come dono, ma come dovere morale verso il prossimo, soprattutto verso i più poveri e invisibili.
Il fondatore della Società, Federico Ozanam, giovane intellettuale francese, aveva fatto della carità organizzata e attiva la sua missione. Secondo lui, il cristianesimo doveva essere testimoniato con gesti quotidiani, con il servizio diretto ai bisognosi, e con la promozione della dignità umana.
A Comacchio, questo spirito continua a vivere nel lavoro silenzioso ma instancabile dei volontari che offrono accoglienza, ascolto e vicinanza a chi è rimasto indietro.
“Queste tre serate non sono solo un evento, ma una chiamata collettiva alla solidarietà. In un tempo in cui l’estate è solo sinonimo di divertimento, la Società di San Vincenzo De Paoli non si ferma e non smette di invitare ciascuno ad aprire lo sguardo verso l’altro. Verso chi ha più bisogno.
Un gesto semplice, come acquistare un oggetto artigianale, può contribuire a cambiare la vita di qualcuno”, afferma Cecilia Cinti e conclude: “Visitare i mercatini significa abbracciare il valore della solidarietà e contribuire a un progetto che dona speranza e dignità a chi non ha più nulla”.
(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)
Una pastorale segno di speranza: in dialogo con Simone Fichera
“Di segni di speranza hanno bisogno anche coloro che in sé stessi la rappresentano: i giovani. Essi, purtroppo, vedono spesso crollare i loro sogni. Non possiamo deluderli: sul loro entusiasmo si fonda l’avvenire. E’ bello vederli sprigionare energie, ad esempio quando si rimboccano le maniche e si impegnano volontariamente nelle situazioni di calamità e di disagio sociale. Ma è triste vedere giovani privi di speranza; d’altronde, quando il futuro è incerto e impermeabile ai sogni, quando lo studio non offre sbocchi e la mancanza di un lavoro o di un’occupazione sufficientemente stabile rischiano di azzerare i desideri, è inevitabile che il presente sia vissuto nella malinconia e nella noia”.
Da questo passo della bolla di indizione del giubileo, ‘Spes non confundit’, iniziamo un dialogo sulla pastorale giovanile con l’educatore e pedagogista, dott. Simone Fichera, formato in teologia presso l’università lateranense e componente del team ‘AGO Formazione’per cercare di capire il motivo per cui papa Francesco ha scritto che i giovani hanno bisogno di segni di speranza: “Il tempo in cui siamo immersi, il presente in cui ha da incarnarsi la nostra Chiesa, è costituito di fragilità nuove. Non che il passato non fosse in sé irto di ispidi ostacoli da superare, ma si tratta probabilmente di fatiche simili in contesti nuovi.
Basti pensare alla fatica di ingresso nelle posizioni quadro da parte dei giovani, o banalmente alla preponderanza del mondo virtuale nella vita comune di qualsiasi giovane. Viviamo un tempo in cui la speranza resta sconosciuta perché infondata, infondabile. La speranza non è un vezzo da sognatori, ma una virtù che ha bisogno di mani e sguardi capaci di promesse e questo siamo chiamati a fare come Chiesa, specie in questo anno giubilare”.
La pastorale della Chiesa è capace di fornire segni di speranza?
“Probabilmente in questo momento no. Spesso la pastorale sembra raggomitolata dentro il ‘già conosciuto’, il ‘si è sempre fatto così’, è incapace di stare nei contesti in cui la vita scorre davvero, non ristagna. Non si sporge verso fuori, chiede piuttosto ai giovani di entrare nello schema. I giovani cristiani, purtroppo, è facile distinguerli dalla massa, non per la luminosità del fervore, quanto più per la capacità di stare negli schemi che l’oratorio o la parrocchia chiede. E chi sa starci, di solito, è a rischio ristagno”.
In quale modo la pastorale può educare?
“Credo avremmo bisogno di una pastorale davvero capace di uscita. Non si tratta di fare educativa di strada (che pure avrebbe una sua funzionalità se fatta bene), ma, più banalmente, di aprire i cancelli. Di permettere ai ‘casinisti’ di stare dentro orientando l’azione educativa alla creazione della relazione piuttosto che alla segnalazione delle norme. Perché è di quei figli che ha bisogno la chiesa. Di quelli meno amabili ha bisogno di prendersi cura. Dei ‘bravi ragazzi’ sanno aver cura tutti. E questo chiede competenza educativa, non solo passione”.
La Chiesa è capace di comprendere il linguaggio dei giovani?
“Anche rispetto al linguaggio facciamo fatica a intenderci certamente. Ma credo che la domanda vera non sia relativa al linguaggio, né tanto alla comunicazione, quanto alla capacità di cura. Al desiderio di paternità dei pastori e degli educatori (si intenda rivolto anche al femminile come senso di maternità). Abbiamo creato una chiesa di organizzatori, promotori, amministratori, ufficianti e ci siamo dimenticati di coltivare la paternità, la cura, la figliolanza, l’accompagnamento”.
In quale modo si può rendere ‘attraente’ per i giovani l’oratorio?
“Credo che la risposta sarà deludente: non c’è oratorio capace di attrazione se chi lo abita non è attraente. I ragazzi non hanno bisogno di luoghi ‘fighi’ (si anche, ma non prioritariamente). Hanno bisogno di padri e madri, di amici veri. Coltivare queste capacità chiede competenza umana e professionale, lo ripeto. Non basta aver passione, non basta la vocazione. Ed allora viene a me da fare una domanda: se è così pungente il tema dei giovani, perché tanta parte di Chiesa è disposta a spendere risorse per restaurare gli affreschi e sceglie di risparmiare su una più necessaria formazione?”
Allora è possibile dare una definizione alla parola ‘pastorale’?
“Pastorale è educare ad un sapere che è complesso! Complesso perché fatto di tanti pezzi: è sapere che conosce, è sapere che agisce ed è sapere che comunica. La pastorale ha bisogno di uscire dalla paura di ‘commistionarsi’ con la vita della gente e lasciarsi inquinare dalla bellezza del presente che è tempo di salvezza! Se affermiamo, con le nostre scelte, che il presente e i suoi retaggi, non sono occasione di salvezza allora staremmo affermando che questo tempo è maledetto, che qui non c’è Kairos, e che la Chiesa ha fallito! Beh spoiler… non è così! Ci si può rimboccare le maniche e imparare a immischiarsi! Perché la pastorale è la vita della gente. E’: copula e non congiunzione!”
Di quale pastorale c’è bisogno?
“Una pastorale che testimoni e racconti come sia possibile la vita da cristiani oggi! Quali sono le skill tipiche del cristiano, le sue competenze relazionali, le attenzioni che lo caratterizzano. Una pastorale che non tema la strada e l’on-line. Una pastorale che incontra occhi e volti, che chiama per nome, perché riparte da ciò che è essenziale: la relazione personale. Perché in fondo è così da sempre: è davvero innovativo ciò che ci riporta all’essenziale!”
(Tratto da Aci Stampa)
Don Franco Monterubbianesi: una vita accanto ai più fragili
Negli ultimi giorni di maggio è deceduto don Franco Monterubbianesi, che nasce a Fermo il 30 maggio 1931 e dopo l’iscrizione alla facoltà di Medicina, chiede di diventare sacerdote, studiando al Collegio Capranica a Roma, ed ordinato sacerdote il 19 agosto 1956. Frequenta il mondo della disabilità con i treni degli ammalati dell’Unitalsi.
L’arcivescovo Perini lo incoraggia a far qualcosa per i ragazzi e le ragazze spesso istituzionalizzati in Centri riabilitativi, in realtà semplici contenitori. In una celebre lettera alcuni di loro scrivono di essere stati bene nei tre giorni di pellegrinaggio, ma chiedono qualcosa di più per il futuro. Sorretto da Marisa Galli di Servigliano, donna con una grave disabilità, inizia una vera e propria avventura. Cerca una casa prima a Loreto, poi individua una villa abbandonata a Capodarco. Il primo titolo della casa è ‘Centro comunitario Gesù risorto’, in quanto il tema della risurrezione rientra spesso nei suoi progetti.
Nel Natale 1966 fonda la Comunità i cui punti salienti del programma erano: il rispetto delle persone, il lavoro, la progettualità. Lo spirito della Comunità è sorretto da molti giovani che si sono dedicati al sociale. Dal 1970 gruppi di persone fondano comunità locali in Sardegna, Fabriano, Gubbio, Perugia, Volano poi man mano, fino ad arrivare in Calabria, in Sicilia, in Puglia, in Campania, in Veneto. Attualmente sono 13 Comunità in Italia e 4 all’estero (Albania, Camerun, Equador e Kosovo) con 1.226 le persone accolte per 626 addetti e 430 volontari. Più tardi si apriranno Comunità in Ecuador, Albania, Camerun e Kossovo.
Nel 1973 don Franco si ostina a voler aprire una Comunità a Roma. E’ un gran fiorire di corsi professionali, di cooperative, di gruppi, di famiglie sparse nella città. Tra queste la cooperativa Agricoltura Capodarco. La grande idealità che ha sempre contraddistinto l’agire di Don Franco si è scontrata con la dura realtà economica fino ad essere costretti ad affidarla ad altri. Egli è molto attento ai giovani: accoglie i primi obiettori di coscienza, è favorevole al servizio civile.
Il messaggio lasciato da don Franco Monterubbianesi si basa sull’accoglienza e sull’attenzione: accogliere le persone con limiti fisici e piscologici, madri e minori bisognosi di aiuto, ragazzi tossicodipendenti, rispettando storie e sogni; alimentare sempre l’attenzione a quanto il territorio richiede; creare comunità come strumento indispensabile per dare sostegno. Da qui nasce lo spirito evangelico che unisce anima e corpo, singoli e gruppi. Una teologia capace di esprimere la completezza evangelica rispettando i tempi dello Spirito.
Così don Vinicio Albanesi, che con don Monterubbianesi ha aperto nel 1971 la Comunità di Capodarco a Roma: “Rompe il tabù del pietismo che, in molte circostanze, diventa esclusione. Ogni persona ha una sua dignità: affettiva, lavorativa, relazionale e sociale. Occorre valorizzare le risorse. Senza distinzioni e senza selezione. Negli anni questo approccio cambierà il modo di vedere la disabilità e ogni forma di discriminazione: la legge nazionale 118 del 1971 dette l’impulso al superamento degli ostacoli: barriere architettoniche, possibilità di viaggiare, di andare al cinema, di frequentare il mare. Si aggiungerà, nel tempo, la legge dell’inserimento lavorativo”.
Grazie a lui il mondo della disabilità diventa ‘visibile’: “Anche le case popolari saranno loro concesse, a cui seguirà il sostegno nelle scuole, con la Legge 104 del 92. I disabili non rimarranno più nascosti nelle case o ingessati in grandi contenitori disumani. Anche nelle amministrazioni locali si sente l’aria nuova di vicinanza e di aiuto: Sindaci, assessorati e servizi sociali sono attivi: eravamo partiti dall’elenco dei poveri”.
Quindi grazie all’impegno di don Franco Monterubbianesi l’accoglienza ai disabili cambia, anche se oggi c’è la tendenza di azzerare i diritti di una cittadinanza acquisita: “Il sorgere delle comunità locali di Capodarco in Italia dimostra che è possibile un’accoglienza rispettosa e umana, attenta alle necessità dei disabili e delle loro famiglie. Un’attenzione fin dalla più tenera età per attenuare i Disturbi Specifici dell’apprendimento.
Purtroppo sta tornando indietro la visione aperta all’accoglienza: per motivi economici, per l’applicazione errata dello schema ospedaliero, per l’introduzione del ‘minutaggio’ nella cura alla persona”.
Dalla Comunità di Sestu, in provincia di Cagliari, arriva il ricordo che Dionisio Pinna ha dedicato a don Franco Monterubbianesi, uno dei primi volontari, che a soli 24 anni cambia la sua vita per seguire il fondatore della Comunità di Capodarco: “Perché a 24 anni, terzo anno di Università, madre vedova di guerra con un altro figlio lontano da casa, ho lasciato tutto e sono andato a vivere stabilmente a Capodarco di Fermo nella nata due anni prima (Natale 1966) Comunità Casa Papa Giovanni? Sono stato il primo volontario (allora si usava questo termine) ad affiancarsi a don Franco per condividere quel progetto ‘rivoluzionario’ che restituiva dignità e futuro a tante persone in precedenza assimilabili ai paria indiani. A Roma, da buon cattolico impegnato in parrocchia, frequentavo di domenica gli istituti di ricovero per mettermi a posto la coscienza; ma seguivo anche i fermenti di una minoranza cattolica che intendeva coniugare impegno politico e militanza religiosa. Andavo persino all’Acquedotto Felice dove don Sardelli viveva con i baraccati del tempo. Non ero soddisfatto della vita che conducevo e ben presto iniziai ad interessarmi dei mali di Roma e delle lotte operaie che rivendicavano diritti e dignità per il mondo del lavoro.
Andai a Capodarco perché una giovane emiplegica ricoverata al don Guanella di via della Nocetta non voleva stare in quel posto come un vegetale e cercava un’alternativa. Una damina di carità unitalsiana mi parlò di un prete fermano che aveva aperto una comunità provvisoria per disabili e che intendeva realizzare un villaggio dalle parti di Loreto. Una domenica, in autostop, vi andai. Fu un colpo di fulmine. Capii subito che in quella villa adagiata sopra una collina fermana ero atteso e che don Franco mi offriva l’occasione della mia vita.
Un prete anomalo, entusiasta, circondato da una sorta di corte dei miracoli, forte di una spiritualità non clericale che metteva al centro la persona con tutte le sue problematicità. E con un progetto straordinario: restituire dignità e speranza a chiunque la cui vita non era stata benigna. Era sempre pronto a sostenere, assistere, incoraggiare, dare risposte a chiunque gli chiedesse sostegno. Mai stanco, infaticabile, tollerante, disponibile all’ascolto. E c’era tanto da fare, in quella casa dove sembrava che non ci fossero limiti alle accoglienze. Quel prete aveva una visione, un sogno, un’idea di mondo che sapeva sorreggere l’ultimo dei derelitti e nel contempo guardare alle grandi questioni del tempo.
Da lui ho imparato ad avere coraggio, a non fermarmi mai difronte ai problemi del quotidiano. Ed ho anche avuto la fortuna di accogliere il suo affettuoso suggerimento: riprendere gli studi non in campo aziendale ma nelle discipline socio-umanistiche che lui riteneva per me più congeniali. Non ho conosciuto mio padre morto prima che nascessi. Chissà se don Franco, in qualche modo, lo ha sostituito. E chissà se, inconsciamente l’ho trovato perché mi mancava”.
(Foto: Comunità di Capodarco)



























