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Vita e libertà. Contro il fondamentalismo, un romanzo corale per la difesa dei diritti umani

“Ci sono tanti uomini e soprattutto donne che in Medio Oriente stanno cercando di fare la differenza difendendo i diritti umani, in nome della democrazia a cui aspirano. Non lottano contro l’Islam, il Corano o gli oltre 2.000.000.000 di fedeli nel mondo che professano la religione di Allah e Maometto. Sono persone che rivendicano la libertà di culto, credono nella pace, nel diritto universale a non essere succubi di una teocrazia che impone loro come vestirsi, cosa pensare, in che modo vivere ed esprimersi. Questo libro è dedicato alla resistenza al fondamentalismo, un inno alla libertà, talvolta persino alla gioia, costruito attraverso le storie di chi ha scelto di assumersi la responsabilità delle proprie idee perché era impossibile, quasi innaturale, restare indifferenti. Le principali protagoniste di questo romanzo corale sono innanzitutto le donne iraniane che hanno innescato una rivolta diventata emblema di una intera generazione”.

Così è affermato nel volume ‘Vita e libertà. Contro il fondamentalismo’, edito da Mimesis con Fondazione ‘Gariwo, il giardino dei Giusti’, scritto dai giornalisti Fabio Poletti e Cristina Giudici, direttrice del sito ‘NuoveRedici.world’, in cui si racconta le storie di uomini e donne, alcune noti altri sconosciuti ai più, che hanno lottato o che stanno ancora lottando per la libertà, che hanno detto no al fondamentalismo e all’oscurantismo religiosi. Persone che sono state uccise o che sono dovute fuggire in esilio.

I due autori in questi racconti hanno avuto la capacità di far emergere con attenzione e precisione da cronisti le storie di quanti dall’Iran all’Oman, dall’Afghanistan al Kurdistan possono essere collocati nella categoria dei ‘Giusti’: persone che si sono battute contro l’ingiustizia non solo nei propri confronti, ma anche in nome tanti altri.

E’ un libro contro il fondamentalismo, come ha scritto lo scrittore iracheno Younis Tawfik nella prefazione: “Credo che ci vogliano tanti racconti, come quelli ricordati da questo libro dedicato alle persone che con coraggio si sono ribellate al radicalismo per affermare la fede nella democrazia, nei diritti umani, nella difesa dei diritti umani. La storia del Medio Oriente e dei paesi musulmani è scritta anche da loro che si sacrificano per invertire il destino di popoli imprigionati dal radicalismo. I Giusti e le Giuste che continuano a opporsi al fondamentalismo rappresentano una speranza per poter salvarci dall’odio, dalla barbarie”.

Sbirciando l’indice delle storie, quello che si offre un elenco di 39 figure esemplari che in questi anni hanno agito nel segno della libertà, dei diritti umani e della democrazia: dalla prima storia intitolata ‘Hazaristan, Afghanistan’ in cui si scopre un genocidio perpetrato in Afghanistan sul finire del 1800 quando i gli Hazari erano il 65% della popolazione delle pianure e oggi sono poco meno del 20% anche se i Taliban li sottostimano al 9%; fino alle ultime tre figure tutte donne iraniane che raccontano di Masha Jini Amini (uccisa dalla polizia morale iraniana per i capelli che uscivano dal velo), Sarasadat Khademalsharieh campionessa di scacchi e Gohar Eshghi, che a 76 anni si è tolta il velo incitando i giovani a ribellarsi.

Queste storie raccontano di uomini come Mahmoud Mohamed Taha, il Ghandi del Sudan, e di donne come l’hazera Rahela Kaveer, che continua a guidare l’Afghan Women Empowerment Organization dall’esilio negli Usa, e di Habiba Al-Hinai, omanita campionessa olimpica che lotta contro le mutilazioni genitali in Oman dall’esilio in Germania.

Tali storie raccontano di coraggio e dignità, altruismo e solidarietà, come quella del commesso Lassana Bathily, che salvò una ventina di ebrei parigini nascondendoli in una cella frigorifera, o quella della guida turistica tunisina Mohamadi Naceur (Hamadi) Ben Abdesslem, che salvò 45 turisti italiani facendoli fuggire da una porta di sicurezza del Museo del Bardo.

Ai due autori del volume, Fabio Poletti e Cristina Giudici, chiediamo di spiegarci il motivo per cui hanno scritto un libro contro i fondamentalismi ed i radicalismi: “L’idea di scrivere ‘Vita e libertà contro il fondamentalismo’, pubblicato dall’editore Mimesis, nella collana Campo Libero curata dalla Fondazione Gariwo, è nata dopo l’uccisione di Mahsa Jina Amini, ammazzata dalla Polizia Morale iraniana perché non indossava il velo correttamente. Una morte che sta scuotendo l’Iran e che ha colpito molto l’Occidente, dove i diritti umani più elementari sono dati per acquisiti. Dopo quella storia ne abbiamo scoperte altre decine che abbiamo pubblicato sul sito  della Fondazione Gariwo e che danno un quadro fosco di come una certa applicazione del Corano faccia da paravento per sopprimere alcuni diritti fondamentali delle persone. Questo, lo scriviamo nelle prime righe della nostra introduzione, non è ovviamente un libro contro la religione musulmana professata da miliardi di persone nel mondo.

Perchè il libro è ‘una lettura importante per continuare a credere nell’umanità’?

Perché, lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle, misurandoci con le difficoltà della comoda vita occidentale, nulla è paragonabile alle sofferenze di chi lotta per i propri diritti nel loro Paese. Malgrado le violenze, le impiccagioni, la barbarie continua, non si fermano le proteste in Iran o in Arabia Saudita, degli hazara contro i talebani in Afghanistan o dei curdi che vogliono vivere in pace in Rojava, la loro patria non riconosciuta”.

Cosa raccontano queste storie?

“Sono storie di coraggio e di incredibile umanità. C’è Homa Darabi, una dottoressa iraniana, che si diede fuoco quando le impedirono di lavorare, perché non indossava il velo. Mentre bruciava gridava per la prima volta ‘donna, vita, libertà’. C’è la calciatrice  afghana Khalida Popal, costretta all’esilio, che ha portato in salvo le atlete ed i loro familiari, quando gli americani hanno lasciato Kabul. O la storia scritta da Gabriele Nissim, presidente della Fondazione Gariwo, di Lassana Bathily, il musulmano che ha salvato gli ebrei di Parigi durante gli attentati del 2015. Sono 40 capitoli, 38 storie, ambientate in 10 Paesi, dall’Arabia Saudita al Sudan, dall’Iran all’Iraq, dall’Afghanistan al Libano”.

Contro cosa lottano queste persone?

“Lottano per i propri diritti, per la libertà e per la propria vita. Sono musulmani, alcuni praticanti. La loro non è una guerra contro la religione. Nargess Eskandari-Grünberg, ex sindaco di Francoforte in Germania, scappata dall’Iran, lo dice in modo molto chiaro nel libro: Cosa vogliono i giovani iraniani? Vogliono ascoltare la musica pop, scendere in strada, tenersi per mano e baciarsi. Vogliono una vita normale. Non hanno armi, solo la voce e un cellulare. Stanno lottando per i nostri stessi diritti”.

E la Fondazione Gariwo cosa c’entra?

“La Fondazione Gariwo ha voluto questo libro che raccoglie le schede, aggiornate e approfondite, pubblicate nell’Enciclopedia dei Giusti sul sito. Lo spiega bene Gabriele Nissim, il presidente della Fondazione, che ha collaborato attivamente alla realizzazione di questo libro che raccoglie anche alcune sue storie: Fin dalla sua nascita, Gariwo ha proposto una nuova cultura della responsabilità, affrontando il tema della memoria della Shoah e dei genocidi del ‘900 attraverso le storie dei Giusti. Gli uomini e le donne che salvano delle vite nei genocidi, difendono la dignità umana nelle dittature, cercano di prevenire i meccanismi dell’odio che creano le condizioni di una deriva estrema, mostrano in modo inequivocabile che gli esseri umani hanno sempre una possibilità di scelta.

Anche pochi Giusti possono salvare l’idea di speranza e di futuro, perché provano che l’essere umano, pur all’interno della sua fragilità, ha la possibilità di diventare arbitro del suo destino. Si trasmette così, a partire dal male estremo, un messaggio ottimista. Se ogni uomo si assume una responsabilità è possibile ribaltare le situazioni, anche se i risultati non sono quantificabili e immediati. Scegliere è un atto di libertà individuale che permette ad ogni essere umano di porsi come argine nei confronti del male”.

Perchè è importante raccontare queste storie?

“Il libro è dedicato a Mahsa Jina Amini ‘e a tutti coloro dei quali non conosciamo nemmeno il nome’. Rendere pubblici i loro nomi, far conoscere le loro storie, è un modo per farli sentire meno soli. Se è vero che chi salva una vita salva il mondo intero, è altrettanto vero che chi si batte per la libertà e per i diritti umani, si batte per la libertà di tutti quanti noi”.

Perchè avete fondato il sito ‘Nuoveradici.world?

“NuoveRadici.world è stato concepito nel 2018 da un’intuizione della giornalista Cristina Giudici e dal desiderio di una narrazione corretta sull’immigrazione e sulle seconde generazioni, svincolata da tesi precostituite, pregiudizi, demagogia e orientamenti politici che influenzano l’opinione pubblica e i comportamenti sociali. Il presupposto originale era l’urgenza di contrastare un dibattito polarizzato, che si basa esclusivamente sulla contrapposizione fra immigrato buono o cattivo.

Considerato solo come risorsa o minaccia. E per questo motivo è partita un’operazione culturale che propone una narrazione laica per favorire la comprensione della trasformazione della nostra società sempre più in evoluzione. In cui il prossimo referendum sulla cittadinanza è solo il tentativo di allineare una legislazione carente e arretrata con il Paese reale dove vivono e convivono oltre 6.000.000 di persone di origine straniera”.

(Tratto da Aci Stampa)

Michele Zanzucchi: alto il rischio di conflitto in Medio Oriente

“Seguo con grandissima preoccupazione quanto sta accadendo in Medio Oriente, e auspico che il conflitto, già terribilmente sanguinoso e violento, non si estenda ancora di più. Prego per tutte le vittime, in particolare per i bambini innocenti, ed esprimo vicinanza alla comunità drusa in Terra Santa e alle popolazioni in Palestina, Israele, e Libano… Gli attacchi, anche quelli mirati, e le uccisioni non possono mai essere una soluzione. Non aiutano a percorrere il cammino della giustizia, il cammino della pace, ma generano ancora più odio e vendetta. Basta, fratelli e sorelle! Basta! Non soffocate la parola del Dio della Pace ma lasciate che essa sia il futuro della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero! La guerra è una sconfitta!”

Partendo dall’appello di domenica scorsa dopo la recita dell’Angelus da parte di papa Francesco per la pace in Medio Oriente dialoghiamo con il prof. Michele Zanzucchi, già direttore della rivista ‘Città Nuova’ e docente di comunicazione all’università ‘Sophia’ di Loppiano ed all’università ‘Gregoriana’ di Roma: “Come rispondere se non che l’instabilità è la nota che da ottant’anni, e forse più, sta occupando i pensieri e le azioni di chi vive in quella regione? Tale instabilità è dovuta a molteplici ragioni, la principale delle quali è la presenza di troppe potenze globali e locali in lotta per questioni di geopolitica, ma anche per il possesso delle risorse di idrocarburi, come di acqua e di minerali preziosi, le tanto citate ‘terre rare’.

L’instabilità è accentuata dalla questione israeliana, che ha avuto origine da una gestione poco illuminata del post-colonialismo, per la cattiva coscienza di chi aveva vinto (o perso) la Seconda guerra mondiale. L’eredità indicibile della Shoah ha impedito quella lucidità che avrebbe forse permesso di evitare un conflitto epocale come quello israelo-palestinese. Il solo tentativo di vera pace nella regione, gli Accordi di Oslo, è stata spazzata via sì dall’assassino del presidente Rabin, ma soprattutto dagli interessi che quella pace aveva osato toccare”.

Quanto è destabilizzante per il mondo il conflitto in Medio Oriente?

“Ovviamente non si può rispondere che lo è in sommo grado. Si può addirittura dire che l’instabilità nel Medio Oriente ha delle conseguenze globali, anche in terre da lì lontanissime. La comunità internazionale, anche per la progressiva e ininterrotta delegittimazione delle istanze internazionali, Onu in testa, e per la progressiva creazione di organismi intermedi (i vari G6, G7, G8 e via dicendo), ha creato destabilizzazione più che trovare soluzioni ai singoli problemi. Anche perché i vari ‘G’ non hanno che la legittimazione della forza, non certo del diritto. Il mondo soffre di questa mancanza di coordinamento internazionale, soprattutto dopo le tragedie della pandemia e delle ultime guerre e per il sorgere di problemi di governance mondiale per via della rivoluzione digitale”.

‘Tornare in Libano suscita inevitabilmente sorpresa. Accompagnato dallo stillicidio degli spacci di agenzia sui lanci di missili da parte di Hezbollah contro Israele e delle reazioni dell’esercito con la stella di Davide, fatte di bombardamenti e lanci di ogni sorta di ordigni, mentre imperversa una invisibile cyberwar, una guerra digitale, un visitatore mal avvertito avrebbe il terrore di finire nel pentolone infernale della tenzone che dal 1948, praticamente ininterrotta, imperversa su quella che era e resta una parte della Terra Santa, ‘terra di latte e di miele’ di biblica memoria’: qualche mese fa lei scrisse così in un articolo per la rivista ‘Città Nuova’ a conclusione di una sua visita in Libano. E se ‘scoppia’ il Libano cosa può succedere?

“Dio ci preservi da una tale sciagura che, oltre a destabilizzare nuovamente il Paese dei cedri, che non ha ancora sanato le ferite della lunga guerra (in)civile, provocherebbe un conflitto realmente globale, perché una guerra tra Israele ed Hezbollah vorrebbe dire aprire un conflitto tra Iran e Israele, e tra i rispettivi alleati. Il rischio attuale di apertura delle ostilità in modo generalizzato (in realtà dal 7 ottobre sono migliaia i colpi di missili, mortai e droni che hanno viaggiato al di sopra delle teste dell’Unifil, la forza di interposizione che dal 2006, per un’intuizione importante di Romano Prodi e del suo amico Massimo Toschi) porterebbe a un aumento delle ostilità in Siria, in Iraq, probabilmente anche nel Kurdistan e chissà ancora dove. Il che ci avvicinerebbe a una guerra mondiale militare generalizzata”.

Ma quale è la visione dell’Occidente per il Medio Oriente?

“Non c’è nessuna visione, questa è la realtà. Si riesce solo a ipotizzare scenari di dominio e non di collaborazione tra popoli e culture. L’Europa è assente, se non con qualche apprezzato intervento pacificatore, a livello locale. Servirebbe una visione che, attualmente, solo le autorità religiose più illuminate, come papa Francesco o il patriarca Bartolomeo riescono ad avere”.

Anche un po’ più lontano dal Medio Oriente, nelle repubbliche del Caucaso il fondamentalismo si sta ‘ravvivando’: stiamo vivendo la terza guerra mondiale?

“Bisogna fare attenzione a non fare amalgama non corrette. Le questioni caucasiche (anzi cis-caucasiche) sono innanzitutto interne alla Confederazione russa, al contrasto esistente da decenni tra movimenti di liberazione nazionale locali musulmane, contrastate dalle autorità del Cremlino e dai loro alleati locali, come Ramzan Kadyrov. Il fondamentalismo islamista (Daesh e simili) ha la sua importanza, ma non credo che le questioni del Daghestan e della Cecenia, così come dell’Inguscezia e dell’Ossezia del Nord, o anche della Cabardino-Balcaria, abbiano una valenza globale. A proposito della Terza guerra mondiale a pezzi, credo che l’espressione fortunata proposta da Bergoglio nel viaggio di ritorno dalla Corea e a Redipuglia non sia più di attualità, perché siamo già in presenza di una guerra mondiale generalizzata; solo che essa si sta svolgendo su livelli diversi, commerciale, industriale (la produzione di armi), di intelligenze, digitale, mediatica… e anche militare”.

‘Il paradigma tecnologico incarnato dall’intelligenza artificiale rischia allora di fare spazio a

un paradigma ben più pericoloso, che ho già identificato con il nome di paradigma tecnocratico’.Al G7 di giugno scorso papa Francesco ha parlato di un ‘paradigma tecnocratico’: come limitarlo?

“La questione è grave, quando un manipolo di enormi gruppi del digitale hanno assunto una potenza straordinaria, superando i budget di Stati importanti come la Spagna o la Svizzera. Queste imprese cercano di detenere non solo la ricchezza, ma anche le chiavi scientifiche atte a incrementare il loro potere economico. Pensiamo alle ricerche sul DNA, pensiamo all’intelligenza artificiale, pensiamo allo sfruttamento dei cieli. La questione va regolata, ma soprattutto nella governance mondiale bisogna integrare Stati, società civile e settore privato”.

Nessuno può uccidere indisturbato, qualsiasi motivo lo animi: niente giustifica l’odio fratricida

La vita è un dono di Dio. E’ una verità che non può essere compresa dai terroristi, perché offuscati dalla ‘non verità’ rigida, schematica e perentoria, mai pronta al confronto. Assistiamo nuovamente allo sterminio di vite innocenti nei luoghi in cui è nato e vissuto Gesù, in cui Egli ha predicato l’Amore. Una nuova strage di vite innocenti. La storia si ripete?

Mons. Dell’Oro racconta il Kazakhstan

Papa Francesco a Nur-Sultan, capitale del Kazakhstan, per un viaggio apostolico dal 13 al 15 settembre, in occasione del VII congresso dei leaders delle religioni del mondo e tradizionali, come annunciato dal direttore della sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni:  “Accogliendo l’invito delle autorità civili ed ecclesiali, papa Francesco compirà l’annunciato viaggio apostolico in Kazakhstan, visitando la città di Nur-Sultan in occasione del VII Congress of Leaders of World and Traditional Religions”, con il motto ‘Messaggeri di pace e di unità’.

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