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Giornata internazionale delle persone con disabilità: ‘possiamo scegliere noi?’

‘Come, possiamo scegliere noi?: questo lo stupore di Marco, Mario, Andrea, Emanuele B. ed Emanuele Z., cinque giovani adulti autistici quando hanno scoperto di poter decidere l’arredamento delle loro camere nella futura casa in co-housing a Bastia Umbra (PG). Si tratta del Dopodinoi: un villino con tecnologie domotiche assistive sostenuto in maniera esclusiva dalla Fondazione Santa Rita da Cascia ETS per regalare loro autonomia, inclusione e soprattutto felicità. Marco ha chiesto un canestro e una poltrona massaggiante, Emanuele B. una camera rossa, Andrea uno spazio per leggere. Emanuele Z. una libreria, Andrea uno spazio per leggere, Mario semplicità. Perché stavolta, finalmente, la scelta è loro.

Questa è la ‘piccola rivoluzione dal grande significato’ che la Fondazione sta realizzando attraverso la ‘co-progettazione mediata’ del Dopodinoi. La struttura, che potrà in futuro accogliere fino a 12 giovani autistici, è al centro della campagna di Natale ‘Quello che ci lega’, lanciata in sostegno dei più fragili, in occasione della Giornata internazionale dei Diritti delle persone con Disabilità del 3 dicembre. La Fondazione sostiene il progetto come partner esclusivo, per un investimento totale di € 400.000, per ANGSA Umbria (Associazione Nazionale Genitori di PerSone con Autismo), con la consulenza scientifica del Politecnico di Torino, come ha spiegato Monica Guarriello, direttrice Generale della Fondazione:

“Vogliamo garantire il diritto alla felicità di questi ragazzi, non solo all’autonomia e alla dignità. La co-progettazione mediata dà voce ai loro desideri, li rende protagonisti, con l’obiettivo di far diventare questo progetto una case history replicabile, anche in altri contesti di fragilità. Allo stesso tempo, vogliamo regalare sollievo ai genitori, loro caregiver, preoccupati per il futuro dei loro figli”.

‘Quello che ci lega’ rappresenta il senso più profondo della campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi natalizia, destinata a tutti i progetti per i fragili in Italia e nel mondo, con focus sulla disabilità intellettiva e sul ‘Dopodinoi’: il filo dell’amore e della compassione che unisce Fondazione, beneficiari e donatori, per costruire una relazione reciproca e circolare, in cui ciascuno possa esprimere il proprio punto di vista e sentirsi protagonista dei progetti realizzati.

Il dono pensato per chi sosterrà la campagna, con un contributo minimo di € 18, è l’Agenda 2026, che diventa più di un semplice gadget: un’agenda settimanale di 112 pagine ricca di storie e informazioni, ispirate ogni mese a un valore cristiano, su cui riflettere per poi condividere i propri pensieri, scrivendo alla Fondazione.  Per saperne di più e poter donare fondazionesantarita.org

Intanto, grazie ad altre campagne di raccolta fondi, i lavori per il ‘Dopodinoi’ procedono spediti, con un investimento che tocca già gli oltre € 111.000, dopo € 90.000 erogati per contribuire al suo acquisto,  in direzione della sostenibilità ambientale e acustica.

In Italia circa 600.000 persone vivono con disturbi dello spettro autistico. Dopo i 18 anni, come avviene in tutti i casi di disabilità, spesso “scompaiono” dai radar istituzionali. Nonostante la Legge 112/2016 ‘Dopo di Noi’ e la Carta di Solfagnano, siglata dai ministri dei Paesi coinvolti al termine del G7 Inclusione e Disabilità del 2024 in Umbria, ribadendo il diritto a una vita autonoma e di qualità delle persone con disabilità, la realtà di vita indipendente resta spesso sulla carta. Con grande preoccupazione dei genitori, che in genere sono i loro caregiver: un ruolo molto logorante, per cui è stato finalmente depositato un disegno di legge nazionale.

Per questo Tina Baglioni, insegnante in pensione, mamma di Mario, uno dei futuri ospiti della casa, un giovane uomo di 45 anni con la sindrome di Asperger, una memoria impressionante e tanta voglia di organizzare feste, ha raccontato: “Il Dopodinoi una cosa bella, addirittura inaspettata per la mamma di un ragazzo con difficoltà, che guarda al futuro con preoccupazione. Trovare una Fondazione che investe su questo progetto è stata una sorpresa grandiosa! Non sai dove sbattere la testa, e invece si presenta una soluzione inaspettata”.

A tali parole la prof.ssa Daniela Bosia, responsabile scientifico del Turin Accessibility Lab del Politecnico di Torino, ha sottolineato la validità del progetto: “E’ un onore poter lavorare su un progetto come questo, il primo di questo tipo per noi. Le persone autistiche, sempre più numerose, nella minore età vengono seguite molto, da adulte bisogna invece trovare modi per sostenerle nella vita autonoma. Questo progetto rappresenta un modo per aiutarli a vivere in autonomia, supportati dagli educatori, in modo sicuro. Pur essendo difficile separarsi dai propri figli, il progetto aiuterà le stesse famiglie a vivere più serenamente, senza più preoccuparsi per il loro futuro”.

Il progetto ‘Dopodinoi’ è anche una storia di protagonismo femminile, che si ispira alla figura di Santa Rita e delle monache agostiniane del Monastero di Cascia che ne portano avanti l’eredità, anche attraverso la Fondazione: Monica Guarriello, Jessica Barbanera, Daniela Bosia, le mamme come Tina. Infine madre Cossu, badessa del monastero e presidente della Fondazione, ha concluso con la sottolineatura della carità generativa: “Ogni volta che una donna porta nel mondo un’idea nuova di cura, nasce una speranza capace di cambiare la realtà. Questo progetto ne è la prova: unisce intelligenza, fede e concretezza per trasformare la fragilità in forza, la solitudine in casa, l’aiuto in relazione. E’ il segno di una carità femminile che non si limita a donare, ma genera futuro”.

Max Paiella: per san Francesco d’Assisi l’umorismo rende felice

Nell’ultimo weekend di ottobre Tolentino è stata il palcoscenico di ‘Biennale Off’, una kermesse di due giorni con spettacoli, talk, visite guidate e molto altro nel segno del sorriso e del buonumore, nell’ambito della 33^ Biennale Internazionale dell’Umorismo nell’Arte, concorso a premi organizzato dal comune di Tolentino iniziata nel 1961 grazie all’intuizione del sindaco, dott. Luigi Mari, il cui tema di questa edizione è ‘La comicità involontaria’, ovvero tutte quelle gaffe, errori, lapsus, azioni maldestre che inavvertitamente diventano comici, a volte ridicoli o grotteschi, ma sempre esilaranti. La reazione di chi vi assiste è la risata, pura e sadica, come ha specificato il direttore artistico, Enrico Maria Davòli, docente di Storia dell’Arte Contemporanea e Storia del Design all’Accademia di Belle Arti di Bologna:

“L’umorismo, se opportunamente veicolato, può diventare anche una forma di arte, in quanto esiste una capacità, che l’umorismo possiede, di tenere insieme la nostra esistenza quotidiana con un’espressione intenzionale artistica, che si ottiene coltivando determinate attitudini, che possono contemplare anche il tema dell’umorismo e della comicità. L’umorismo ha la capacità di mettere a contatto le persone con la realtà. In questa esposizione il tema della convivenza tra le culture incontra molto quello dell’umorismo. L’umorismo è un buon termometro delle relazioni. L’umorismo ci costringe a ripartire ed a comprendere che un momento di crisi può diventare una buona ripartenza davanti  ad avvenimenti che ci frastornano”.

La Biennale si articola in due sezioni, una dedicata all’arte umoristica, l’altro alla caricatura di personaggi illustri; in tutto hanno partecipato 460 artisti da tutto il mondo in rappresentanza di 59 nazioni, per un totale di 1.472 opere inedite e potrà essere visitata fino al 6 gennaio 2026, al Castello della Rancia, inaugurata dal conduttore del programma radiofonico ‘Il Ruggito del Coniglio’ ed autore di ‘Umorismo felice’, Max Paiella a cui è stato conferito il riconoscimento ‘Accademia dell’Umorismo 2025’, che nelle edizioni precedenti è stato attribuito a Mordillo, Tullio Altan, Oreste Del Buono, Emilio Giannelli, Jean Michel Folon, Michele Serra, Ronald Searle, Bruno Bozzetto, Pablo Echaurren, Ro Marcenaro, Arturo Brachetti e Luca Beatrice.

Innanzitutto quale atmosfera ha vissuto a Tolentino?

“E’ stata un’atmosfera molto bella, perché uno spettacolo all’aperto con il pubblico è sempre coinvolgente, ma qui c’è il Castello della Rancia, che è il castello del grano. Ho ritrovato lo stesso nome in altre zone italiane, ad esempio in Basilicata, dove c’è il parco della Grancìa. Sempre si parla dei depositi del grano. Quindi è fondamentale recuperare questo rapporto con la terra e con le nostre radici, perché questo periodo che stiamo vivendo è dispersivo:  rischiamo di essere come alberi sradicati.

Però, più che recupero storico, è importante recuperare la nostra ‘verità’, come diceva Pier Paolo Pasolini; in questo senso è fondamentale anche il recupero dei dialetti. Inoltre ho ricevuto anche il premio accademico legato all’umorismo, che è molto importante nella vita, in quanto lo humor è la lente più importante per guardare la realtà. In qualche maniera l’umorismo è la capacità di ridere sulle azioni compiute dall’essere umano, senza emettere un giudizio, ma volendogli bene. Il senso dell’umorismo è in qualche maniera un messaggio molto serio, anche se si serve della comicità e dello sberleffo”.

Ma non è un paradosso affermare che l’umorismo è serio?

“No! E’ un messaggio molto serio al tal punto che mi fa pensare a san Francesco d’Assisi ed alla sua modalità di comunicare con le persone. E’ stato un santo che si serviva del gesto teatrale con la capacità di riunire enormi folle. Quindi grazie ad una voce molto potente riusciva a radunare folle maestose. Però il suo modo di comunicare non era ieratico o ‘colpevolistico’, tanto che a volte uno si immagina che possa avere una figura spirituale. Invece il messaggio di san Francesco era legato alla potenza del sorriso e dell’umorismo, come modo per arrivare a Dio, perché l’umorismo è anche un modo per arrivare a Dio, come il canto, in quanto è il modo più realistico per guardarsi dentro e guardare l’uomo”.

Tornando al tema del concorso quanto è involontario l’umorismo?

“Ogni gesto comico parte dall’involontarietà, perché abbiamo molti difetti, ed anche dal nostro narcisismo. Da ciò nasce il gesto che fa ridere gli altri; nasce quello che involontariamente ci fa diventare comici; il comico, in qualche maniera, capta il disagio e lo mette a ‘servizio’ del pubblico. Il vero umorista è colui che prima destruttura se stesso eppoi destruttura gli altri, perché, oltre a metterti a nudo, devi sapere ridere di te stesso eppoi poter ridere delle piccolezze degli altri”.      

Quindi l’umorismo rende ‘felice’?

“Un dato statistico di qualche anno fa ha sottolineato che si nasce ridendo; quindi quando ti approcci alla vita sorridi e vuoi bene al mondo. Però la tristezza è una chiave di volta, in quanto il sorriso non può esistere se non c’è una parte della vita malinconica. Collaborando con ‘Frate Indovino’ ho iniziato a conoscere meglio la vita di san Francesco di Assisi, che era un grande comunicatore senza compromessi. Il suo modo di comunicare non era triste, ma raggiante e giocoso (anche se la sua vita non è stata facile).

Quando parlava usava il gesto fisico e coinvolgeva la gente per lanciare messaggi importanti; lo si può notare nella realizzazione del presepio di Greccio, in cui mette il bue e l’asinello e nella mangiatoia mette anche il pane ed il vino, utilizzando una metafora. Eppoi nel Cantico delle Creature scrive che la morte è una sorella, invitando a non avere paura di essa. Questa è una frase rivoluzionaria, perché la morte, vista sempre come una disgrazia, è una sorella, con cui convivere con serenità”. 

(Foto: Comune di Tolentino)

Papa Leone XIV: la coppia Martin testimonia la felicità di Dio

“Sono lieto di unirmi con il pensiero e con la preghiera a lei, come anche a tutto il clero e al popolo fedele riunito, mentre celebrate il decimo anniversario della canonizzazione di Louis e Zélie Martin, nei luoghi dove si sono santificati nella loro vita coniugale. Prima coppia a essere stata canonizzata come tale, questo evento riveste una particolare importanza poiché mette in risalto il matrimonio come cammino di santità. Delle vocazioni alle quali gli uomini e le donne sono chiamati da Dio, il matrimonio è una tra le più nobili e più alte…

La coppia santa di Alençon è quindi un modello luminoso ed entusiasmante per le anime generose che hanno intrapreso questo cammino o che hanno intenzione di percorrerlo, con il desiderio sincero di condurre una vita bella e buona sotto lo sguardo del Signore, nella gioia come nella prova”: in un messaggio inviato al vescovo di Séez, diocesi in cui si è celebrato il decimo anniversario della canonizzazione dei genitori di Santa Teresa di Gesù Bambino, papa Leone XIV li ha definisti come coppia ‘entusiasmante’.

Nella lettera ha auspicato che tale anniversario possa far conoscere ancor meglio questi coniugi: “Louis e Zélie non hanno realizzato la loro volontà di diventare santi e di educare i loro figli alla santità ritirandosi dal mondo. Hanno assunto il loro dovere di stato nella normalità della vita quotidiana; fanno parte di quella immensa moltitudine di santi della porta accanto della quale ha spesso parlato papa Francesco”.

Una vita quotidiana cittadina ‘normale’,  ma sempre alla presenza di Dio: “Non è difficile per i pellegrini che si recano ad Alençon, che custodisce la loro commovente memoria, cogliere il quadro concreto e quotidiano nel quale i genitori Martin hanno vissuto, impegnati com’erano nella società normanna del loro tempo attraverso la loro parrocchia, le loro attività professionali, le loro opere caritative, le loro cerchie di amici e, naturalmente, la loro vita familiare. Tuttavia non bisogna farsi trarre in inganno: questa vita in apparenza ‘comune’ era abitata dalla presenza a dir poco ‘straordinaria’ di Dio, che ne era il centro assoluto. ‘Dio al primo posto’ è il motto sul quale hanno costruito la loro intera esistenza”.

Ecco il motivo per cui per la Chiesa è un ‘modello di coppia’: “Ma soprattutto, questa coppia esemplare testimonia l’ineffabile felicità e la gioia profonda che Dio concede, già qui sulla terra e per l’eternità, a coloro che si impegnano su questo cammino di fedeltà e di fecondità. In questi tempi difficili e confusi, nei quali ai giovani vengono presentati tanti contro-modelli di unioni, spesso passeggere, individualiste ed egoistiche, dai frutti amari e deludenti, la famiglia così come l’ha voluta il Creatore potrebbe sembrare superata e noiosa”.

Insomma tale coppia è espressione di felicità: “Louis e Zélie Martin testimoniano che non è così: sono stati felici (profondamente felici!) nel dare la vita, nell’irradiare e trasmettere la fede, nel vedere i propri figli crescere e sbocciare sotto lo sguardo del Signore. Che felicità riunirsi la domenica, dopo la messa, intorno al tavolo dove Gesù è il primo ospite e condivide le gioie, le pene, i progetti e le speranze di ognuno! Che felicità questi momenti di preghiera comune, questi giorni di festa, questi eventi familiari che segnano il tempo! Ma anche che conforto stare insieme nelle prove, uniti alla Croce di Cristo quando questa si presenta; e infine, che speranza quella di ritrovarsi un giorno riuniti nella gloria del cielo!”

E’ un invito alle famiglie a non cedere allo scoraggiamento, ma tendere alla santità: “Care coppie, vi invito a perseverare con coraggio sul cammino, talvolta difficile e complicato, ma luminoso, che avete intrapreso. Prima di tutto, mettete Gesù al centro delle vostre famiglie, delle vostre attività e delle vostre scelte. Fate scoprire ai vostri figli il suo amore e la sua tenerezza senza limiti, e sforzatevi di farlo amare a sua volta come merita: ecco la grande lezione che Louis e Zélie ci insegnano per il presente, e di cui la Chiesa e il mondo hanno tanto bisogno. Come avrebbe potuto Teresa amare tanto Gesù e Maria (e poi trasmetterci una dottrina così bella) se non l’avesse imparato dai suoi genitori sin dalla più tenera età?”

Dicastero della Dottrina per la Fede: lascia che Gesù ti renda libero

“Lei ci ha spiegato che, in mezzo alla devozione mariana suscitata dalle presunte apparizioni della Beata Vergine Maria a Litmanová, tra il 1990 e il 1995, ‘le confessioni sincere e profonde in quel luogo sono innumerevoli e non mancano anche delle conversioni’. Ha raccontato pure che nel corso degli anni il luogo si è sviluppato perché il numero dei pellegrini è cresciuto”: così ha scritto il prefetto del Dicastero della Dottrina della Fede, card. Victor Emanuel Fernandez a mons. Jonáš Maxim, arcivescovo di Prešov, in Slovacchia, per i cattolici di rito bizantino.

Nel messaggio ha analizzato alcune frasi espresse nelle apparizioni, in cui si evince che camminare nel Vangelo non è difficile: “L’analisi dei presunti messaggi ci porta a cogliere dei preziosi inviti alla conversione, uniti a una promessa di felicità e di libertà interiore, opera di Cristo nei nostri cuori: ‘Lasciate che Gesù vi liberi. Lasciate che Gesù vi renda liberi. E non permettete che il vostro Nemico limiti la vostra libertà per la quale Gesù ha versato tanto sangue. L’anima libera è l’anima di un bambino’ (5 dicembre 1993).

La Madonna stessa, piena di grazia, si presenta come felice: ‘Sono felice’ (5 dicembre 1993). E lo ripete come un invito a trovare la vera via della felicità che inizia col riconoscimento di essere amati incondizionatamente: ‘Vi amo così come siete. […] Vi amo! Vi amo! Voglio che voi siate felici ma questo mondo mai vi renderà felici’» (7 agosto 1994). Gli inviti di diversi messaggi cercano di incoraggiare le persone mostrando che il cammino del Vangelo non è complicato”.

Anzi rende la vita migliore: “Invece, rende la vita più semplice, come quando, nel silenzio del cuore, Cristo ci fa rinascere e ci semplifica l’esistenza: ‘Vorrei chiedervi, come Madre, di incominciare a vivere in un modo semplice, a pensare in un modo semplice e ad agire in un modo semplice. Cercate il silenzio affinché lo Spirito di Cristo possa nascere di nuovo dentro di voi’ (5 giugno 1994). ‘Lui vi vuole sempre più semplici’ (8 marzo 1992).

Ma questa semplicità non dev’essere confusa con la superficialità, perché la semplicità del cammino evangelico ci conduce alle profondità della vita e alle ricchezze inesauribili dell’amore divino: ‘Cari figli, voi vivete le cose in maniera molto superficiale e proprio perché non andate in profondità, non potete sperimentare la pace e la gioia’ (4 giugno 1995)”.

Di conseguenza si diventa operatore di pace: “Trovando gioia e pace nel Signore diventiamo noi stessi ‘pace’ per gli altri: ‘che voi stessi diventiate pace’ (9 luglio 1995), ‘in modo da essere capaci di poter poi diffondere la pace’» (6 settembre 1992). Questa chiamata alla vera felicità, conseguenza del sapersi amati da Dio, riappare come una via per l’evangelizzazione: ‘Sii felice perché Dio ti ama e per Lui sei molto importante, e trasmetti questa gioia agli altri, affinché anche loro possano credere, attraverso la tua gioia, che Dio ci ama’ (9 ottobre 1994)”.

Da qui l’invito del papa a sentirsi importante per Gesù: “L’espressione ‘per Lui sei molto importante’ aiuta a capire come la luce dell’amore divino ci fa riconoscere la nostra dignità. In un altro momento, la Madonna afferma: ‘Quando vi sto guardando vedo Dio in ognuno di voi. Voi siete un grande riflesso di Dio’ (9 luglio 1995). L’invito ad accettare l’amore di Dio è costante: ‘Non opporti mai alla grazia del tuo Signore che ti ama follemente’ (8 agosto 1993)”.

Comunque in questi messaggi ci sono alcune ambiguità: “Allo stesso tempo, in questi presunti messaggi troviamo alcune ambiguità e aspetti poco chiari, ma questo fatto si deve discernere tenendo conto di quanto ha ben spiegato la Commissione dottrinale nel suo rapporto del 20 aprile 2011: ‘Le [presunte veggenti] testimoniano che durante un incontro Maria ha trasmesso loro un messaggio [che] loro hanno in seguito pubblicamente interpretato» e che «la comunicazione avveniva tramite un particolare modo interno’, che la destinataria ‘non sapeva nemmeno nominare e perciò la finale espressione verbale dei messaggi è una [stilizzazione] ed interpretazione della [veggente]’…

Questo fatto permette un’accettazione del valore generale dei presunti messaggi, mentre allo stesso tempo richiede un chiarimento per alcuni (pochi) di essi, come il messaggio riferito alla possibilità che una persona concreta non sia perdonata o che in una regione del mondo quasi tutte le persone siano dannate (24 febbraio 1991), o ancora che ‘la causa di ogni malattia è il peccato’ (2 dicembre 1990), i quali non possono ritenersi accettabili e pertanto non sono adatti ad essere pubblicati. Ma assumendo che si tratti solo di un’espressione limitata e confusa di un’esperienza interiore, essi potrebbero essere adeguatamente compresi qualora siano inseriti nel contesto generale degli altri messaggi: se trovare l’amore di Cristo ci fa felici, chiuderci al suo amore ci rovina l’esistenza, la fa diventare un fallimento ed è fonte di sofferenza”.

Il documento si conclude con la dichiarazione di ‘nihil obstat’: “Queste considerazioni permettono al Dicastero per la Dottrina della Fede di accogliere la Sua proposta di procedere con la dichiarazione di ‘nihil obstat’ in merito alla devozione mariana sorta sul monte Zvir. Questa dichiarazione, sebbene non implichi il riconoscimento dell’autenticità soprannaturale delle presunte apparizioni, consente comunque di approvare il culto pubblico e di comunicare ai fedeli che, se vogliono, possono accostarsi senza rischi a questa proposta spirituale, oltre al fatto che i contenuti fondamentali dei presunti messaggi possono essere di aiuto per vivere il Vangelo di Cristo. Allo stesso tempo, affidiamo a Sua Eccellenza la pubblicazione di una raccolta dei messaggi che escluda quelle poche affermazioni che possono portare a confusione e turbare la fede dei semplici”.

Papa Francesco invita a prendere il ‘largo’

Ancora una catechesi in udienza generale non in presenza, ma solo con la diffusione del testo di papa Francesco con una meditazione che riprende il tema giubilare della speranza, ‘Gesù Cristo nostra speranza’, concentrandosi sull’episodio evangelico del giovane ricco: “Questa volta però la persona incontrata non ha nome. L’evangelista Marco la presenta semplicemente come ‘un tale’. Si tratta di un uomo che fin da giovane ha osservato i comandamenti, ma che, malgrado questo, non ha ancora trovato il senso della sua vita. Lo sta cercando. Forse è uno che non si è deciso fino in fondo, nonostante l’apparenza di persona impegnata”.

Il papa si è soffermato sul ‘cuore’ del giovane, che non è capace di abbandonare le certezze: “Al di là, infatti, delle cose che facciamo, dei sacrifici o dei successi, ciò che veramente conta per essere felici è quello che portiamo nel cuore. Se una nave deve salpare e lasciare il porto per navigare in mare aperto, può anche essere una nave meravigliosa, con un equipaggio d’eccezione, ma se non tira su le zavorre e le ancore che la tengono ferma, non riuscirà mai a partire. Quest’uomo si è costruito una nave di lusso, ma è rimasto nel porto!”

E la ‘certezza’ che il giovane chiede è la vita eterna: “Mentre Gesù va per la strada, questo tale gli corre incontro, si inginocchia davanti a Lui e gli chiede: ‘Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?’. Notiamo i verbi: ‘Che cosa devo fare per avere la vita eterna’. Poiché l’osservanza della Legge non gli ha dato la felicità e la sicurezza di essere salvato, si rivolge al maestro Gesù. Quello che colpisce è che quest’uomo non conosce il vocabolario della gratuità! Tutto sembra dovuto. Tutto è un dovere. La vita eterna è per lui un’eredità, qualcosa che si ottiene per diritto, attraverso una meticolosa osservanza degli impegni. Ma in una vita vissuta così, anche certamente a fin di bene, quale spazio può avere l’amore?”

E’ questo l’essenziale: “Come sempre, Gesù va al di là dell’apparenza. Se da un lato quest’uomo mette davanti a Gesù il suo bel curriculum, Gesù va oltre e guarda dentro. Il verbo che usa Marco è molto significativo: ‘guardandolo dentro’. Proprio perché Gesù guarda dentro ognuno di noi, ci ama come siamo veramente… Vede la nostra fragilità, ma anche il nostro desiderio di essere amati così come siamo”.

Lo sguardo di Gesù è l’amore: “Gesù ama quest’uomo prima ancora di avergli rivolto l’invito a seguirlo. Lo ama così com’è. L’amore di Gesù è gratuito: esattamente il contrario della logica del merito che assillava questa persona. Siamo veramente felici quando ci rendiamo conto di essere amati così, gratuitamente, per grazia. E questo vale anche nelle relazioni tra noi: fin quando cerchiamo di comprare l’amore o di elemosinare l’affetto, quelle relazioni non ci faranno mai sentire felici”.

Tale amore di Gesù cambia la vita: “La proposta che Gesù fa a quest’uomo è di cambiare il suo modo di vivere e di relazionarsi con Dio. Gesù infatti riconosce che dentro di lui, come in tutti noi, c’è una mancanza. È il desiderio che portiamo nel cuore di essere voluti bene. C’è una ferita che ci appartiene come esseri umani, la ferita attraverso cui può passare l’amore”.

Questo amore proposto da Gesù chiede la libertà dal superfluo: “Per colmare questa mancanza non bisogna ‘comprare’ riconoscimenti, affetto, considerazione; occorre invece ‘vendere’ tutto quello che ci appesantisce, per rendere più libero il nostro cuore. Non serve continuare a prendere per noi stessi, ma piuttosto dare ai poveri, mettere a disposizione, condividere”.

E’ la proposta della sequela ed ad instaurare una relazione: “Infine Gesù invita quest’uomo a non rimanere da solo. Lo invita a seguirlo, a stare dentro un legame, a vivere una relazione. Solo così, infatti, sarà possibile uscire dall’anonimato. Possiamo ascoltare il nostro nome solo all’interno di una relazione, nella quale qualcuno ci chiama…

Forse oggi, proprio perché viviamo in una cultura dell’autosufficienza e dell’individualismo, ci scopriamo più infelici, perché non sentiamo più pronunciare il nostro nome da qualcuno che ci vuole bene gratuitamente”.

E’ l’invito a prendere il ‘largo’: “Quest’uomo non accoglie l’invito di Gesù e rimane da solo, perché le zavorre della sua vita lo trattengono nel porto. La tristezza è il segno che non è riuscito a partire. A volte pensiamo che siano ricchezze e invece sono solo pesi che ci stanno bloccando. La speranza è che questa persona, come ognuno di noi, prima o poi possa cambiare e decidere di prendere il largo”. Inoltre, salutando i pellegrini delle diocesi di Grosseto e Pitigliano-Sovana-Orbetello, nel messaggio ha chiesto perseverazione nella preghiera: “… viviamo questo tempo di prova contemplando il Signore Gesù sulla croce, fonte di consolazione e di salvezza. Davanti alle difficoltà che vediamo nel mondo e che sentiamo nel cuore, vi raccomando di perseverare nella preghiera, testimoniando ogni giorno quella speranza che ci fa sale della terra”.

Mons. Delpini: la quaresima indica il cammino verso la ‘felicità’ della Pasqua

“L’appello della Quaresima è anzitutto personale, ma interpella anche il nostro vivere comune. Siamo chiamati a reagire alla logica del mondo per guardare con fiducia alla possibilità di un cambiamento, di una conversione: non la guerra, ma la pace, non l’iniquità, ma il diritto e la giustizia, non la prepotenza della sopraffazione, ma l’umile gesto di compassione e di condivisione. Cambiare ritornare, convertirci, è questo che ci viene chiesto nel cammino della nostra Quaresima”: nell’introduzione che ieri ha aperto nella diocesi ambrosiana la celebrazione eucaristica della prima domenica di Quaresima con il rito dell’imposizione delle ceneri (dopo il canto dei 12 Kyrie peculiari dei grandi momenti della tradizione ambrosiana), officiata dall’arcivescovo, mons. Mario Delpini.

Nell’omelia ispirata dalle letture tratte dal Libro del profeta Gioele, dalla prima Lettera paolina ai Corinzi e dal Vangelo di Matteo mons. Delpini ha ‘redarguito’ coloro che si ostinano ad essere infelici ed arrabbiati: “Ci sono quelli che si accontentano nella loro infelicità, se ci sono momenti di sollievo e di distrazione per dimenticare, almeno per un po’, la condizione da cui non si può uscire.

Ci sono quelli che si arrabbiano per la loro infelicità: danno la colpa a questo e a quello. Sono arrabbiati con tutti e passano la vita a seminare tensione. Rendono la vita difficile a sé e agli altri. Ci sono quelli che si deprimono per la loro infelicità, sono tristi e rassegnati. Non amano la loro vita e la subiscono come un destino incomprensibile. Talvolta si domandano persino se valga la pena essere vivi”.

Ma anche coloro che ostinatamente cercano la felicità: “Ma da qualche parte ci sono anche quelli che non sopportano più di essere infelici e si mettono in cammino per esplorare il mondo e cercare il Paese della gioia o almeno il mercato dove si può comprare un po’ di gioia. E’ come una traversata nel deserto. E lungo il cammino incontrano un’oasi piena di fascino che porta l’insegna, ripresa da un vecchio film, ‘locanda della felicità’.

Allora pieni di entusiasmo si dicono: ‘Finalmente! Abbiamo trovato!’ Entrano e in ogni angolo della locanda vedono gente allegra e una quantità impressionante di vini, di pani, di prelibatezze. Tutte le asprezze del deserto sembrano trasformate in una sazietà. Ne godono fino ad esserne soddisfatti. E molti decidono di fermarsi”.

Però alcuni non furono soddisfatti e si rimisero in cammino: “Alcuni però erano del tutto insoddisfatti e rifiutarono di fermarsi, dichiarando: ‘Non di solo pane vive l’uomo’. Continuarono quindi la loro ricerca finché giunsero nel villaggio che si chiama Gloria. Furono accolti come eroi, elogiati come gente nobile, applauditi per l’impresa: ecco quelli che hanno attraversato il deserto. Ecco gente che merita riconoscimenti e premi. Alcuni dei cercatori di felicità ne furono entusiasti e decisero di fermarsi: ‘Ecco la felicità: essere riconosciuti, apprezzati, applauditi. Percorrere le strade del paese ed essere accolti dalla simpatia e da quelli che ti chiedono sempre una foto ricordo’.

 Alcuni però erano del tutto insoddisfatti e rifiutarono di fermarsi, dichiarando: ‘E’ persino fastidioso e anche un po’ stupido essere applauditi e ricercati per una foto e un autografo’. Continuarono quindi la loro ricerca finché giunsero al palazzo del gran re. Furono accolti con tutti gli onori e il gran re in persona li accolse nella sala del trono per ricevere l’omaggio richiesto dal protocollo.

E il gran re non nascose la sua ammirazione e come tutti i gran re non fu insensibile agli omaggi e agli inchini degli stranieri. Perciò propose loro di diventare suoi sudditi per assumere il governo di una provincia o di una città, di un esercito o di un ministero. Alcuni dei cercatori di felicità ne furono entusiasti e accettarono d’essere sudditi e di diventare potenti”.

Però tra questi un piccolo gruppo, non contento, riprese il cammino alla ricerca della felicità: “Rimasero pochi, a quanto pare, a rifiutare di fermarsi. Ma questi pochi se ne andarono dal palazzo del gran re, dichiarando: ‘E’ umiliante diventare potenti in balia di chi è più potente, governare gli altri accettando che sia un altro a governare noi stessi’. Questi pochi spiriti liberi non si rassegnarono a tornarsene indietro nel Paese dell’infelicità e proseguirono il cammino nel deserto. Verso dove? Non lo sapevano neppure loro, ma si fidarono di quella intuizione che era per loro come una annunciazione e una promessa: c’è un regno felice”.

E l’arcivescovo ha chiamato questi pochi pellegrini cercatori di speranza: “Sono ancora in cammino: sono pellegrini di speranza. Non sanno se la meta sia vicina o sia lontana, ma continuano il cammino: si fanno coraggio gli uni gli altri, ricordandosi a vicenda della annunciazione e della promessa. Non sanno descrivere in che cosa consista la felicità che cercano, ma raccolgono indizi, smascherano inganni, respingono tentazioni e sperimentano che già il cammino è un anticipo di felicità: corrono, ma non come chi è senza meta, piuttosto come fossero guidati dagli angeli, come fossero spinti da un vento amico, come fossero attratti dalla promessa affidabile”.

Questo è il cammino che la Quaresima consente di intraprendere: “La quaresima è questa intuizione: che la promessa di Dio di renderci felici si compie a Pasqua. Perciò iniziamo il cammino con la gratitudine di essere chiamati, con la determinazione a respingere le tentazioni e a smascherare il diavolo, con la gioia che già è anticipata nella speranza”.

E le ‘ceneri’ cosparse sul capo indicano la strada della speranza e della felicità: “L’imposizione delle ceneri è un invito, non tanto a un’umiliazione, quanto a quella libertà dello spirito che non si lascia ingannare dalle tentazioni, impigliare nei molti lacci che la nostra vita talvolta conosce. E’ un invito alla libertà, a una possibilità di speranza, a una disponibilità alla fatica di essere cercatori della vera felicità”.

(Foto: Arcidiocesi di Milano)  

Con il prof. Adriano Dell’Asta per non dimenticare Aleksej Naval’nyj

“Contro che cosa si era battuto il Signore? Contro la menzogna, l’ipocrisia, la schiavitù, l’usurpazione del potere da parte di delinquenti e ladri. Contro tutto quello che maggiormente ci disgusta, che ha disgustato molti prima di noi e disgusterà molti dopo di noi. Non aveva chi potesse sostenerlo, cose come i nostri meeting erano proibite, gli ‘omon’ (unità speciali antiterrorismo della polizia russa dipendenti dal Ministero dell’Interno della Federazione Russa e, in passato dell’Unione Sovietica, ndr.) lo tormentavano con le lance, i mass media erano sotto il controllo dei farisei, al potere c’erano dei furfanti con proprietà immobiliari all’estero.

E dei dodici che componevano il comitato centrale del suo partito, uno era un provocatore, un traditore che si era venduto per soldi e si era messo al servizio della Sezione ‘E’ del tempo. I malvagi distrussero tutto quello che era stato fatto. I discepoli furono costretti a rinnegarlo. Lui stesso fu torturato e ucciso. E tutto crollò e calarono le tenebre. Cosa sono tutte le nostre ‘difficoltà’ ed i nostri ‘problemi’ in confronto a ciò che ha dovuto provare lui? Ma il Bene, la Giustizia, la Fede, la Speranza e la Carità ebbero comunque la meglio”.

Partiamo da questa frase che Aleksej Naval’nyj scrisse nel periodo pasquale 2014, ora raccolto nel volume ‘Io non ho paura, non abbiatene neanche voi’, curato da Marta Carletti Dell’Asta e da Adriano Dell’Asta, che insegna Lingua, cultura e letteratura russa all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia, già direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Mosca dal 2010 al 2014, e presidente dell’associazione ‘Russia cristiana’, a cui chiediamo di raccontarci la situazione dei diritti umani in Russia ad un anno dalla morte di Aleksej Naval’nyj, avvenuta il 16 febbraio 2024:

“Se è possibile, peggiora ogni giorno di più. A metà gennaio, gli stessi avvocati di Naval’nyj sono stati condannati a pene detentive tra i tre e i cinque anni, sotto l’accusa di far parte di un’organizzazione ‘estremista’, ma in realtà unicamente per aver svolto le loro mansioni professionali. Alla fine del luglio scorso, un prigioniero di coscienza come il pianista Pavel Kušnir è morto facendo uno sciopero della sete in prigione. Altri detenuti, come lo storico Jurij Dmitriev, sono gravemente malati e non ricevono assistenza adeguata. E potremmo continuare a lungo”.

‘Ecco la ricetta (breve) della felicità: scegliere qualcosa che si ama molto, privarsene per un po’ e poi riprenderla. Solo ricordatevi che questo non si applica alle persone: dimostrate sempre amore alle persone che vi sono care’: quale era la ricetta della felicità di Naval’nyj?

“Lo diceva lui stesso in uno dei suoi messaggi dalla prigione: ‘ho un immenso e raro privilegio nella Russia di oggi: dico ciò che ritengo giusto e faccio ciò che considero necessario’: la felicità per lui era essere uscito dal regno della menzogna di regime e dire la verità, quale che fosse il costo, perché l’uomo è felice se realizza se stesso nel suo servizio ai figli, alla famiglia, alla sua gente, per costruire, lo diceva ancora lui stesso, la bellissima Russia del futuro”.

Giorni fa è stato il primo anniversario della sua morte: è vero che in Occidente non lo si è ricordato abbastanza?

“Non direi che lo si sia ricordato poco: grandi quotidiani e televisioni gli hanno dedicato servizi anche importanti. E’ tuttavia vero che molto spesso si è rischiato di dimenticare il cuore della sua testimonianza: Naval’nyj è stato sicuramente un oppositore politico ma, soprattutto, come gli riconosceva un grande difensore dei diritti civili dell’epoca sovietica, è stato un ‘dissidente di classe’, intendendo con questa espressione un uomo che aveva lottato innanzi tutto non per degli ideali astratti o per qualche idea politica particolare, ma per la verità dell’umano nella sua interezza e aveva capito che per sostenere una simile battaglia, in una situazione come quella russa attuale (dove chi si oppone al regime rischia letteralmente la vita), bisognava avere una motivazione capace di andare ben oltre l’immediato e approdare all’eterno.

Nelle commemorazioni, pur importanti, si è avuto molto pudore a ricordare questa ispirazione esplicitamente religiosa del suo agire, un’ispirazione che però non è frutto delle nostre interpretazioni, ma è nelle sue stesse parole, ripetute più volte; lui stesso lo dice testualmente: ‘l’espressione ‘beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati’ sembra alquanto esotica, bizzarra, ma in realtà è l’idea politica più importante che abbiamo oggi in Russia”.

Intanto la repressione dei giornalisti continua: quanto è scomoda la libertà di stampa?

“La libertà di stampa non è solo scomoda per il potere, ma gli fa paura: il regime teme innanzitutto la verità perché si regge totalmente sulla menzogna e non può accettare alcuna dialettica e libertà di discussione sul presente e sul passato del Paese”.

Inoltre sono stati chiusi anche alcuni luoghi ‘simbolo’: quale segnale è la chiusura del Museo della storia del Gulag?

“La chiusura del Museo della storia del Gulag è solo uno degli innumerevoli segnali della paura della verità di cui stiamo parlando; prima era stata preceduta, nel dicembre del 2021, dalla chiusura di Memorial (l’associazione che dalla fine degli anni ‘80, con il riconoscimento ufficiale e la legalizzazione voluta da Gorbačëv, si era occupata di mantenere viva la memoria delle repressioni in epoca sovietica, raccogliendo materiali, testimonianze e un archivio enormi e stimati in tutto il mondo);

contemporaneamente era venuta l’adozione del testo unico per le lezioni di storia in tutti i livelli d’istruzione, che presenta una vera e propria riscrittura della storia sovietica (con al centro la rivalutazione della figura di Stalin). Negli ultimi mesi si era avuta la rimozione sempre più frequente delle targhe dell’ ‘Ultimo indirizzo’ (un’iniziativa sul tipo delle nostre ‘pietre d’inciampo’, con la differenza che nel caso russo venivano ricordati i deportati nei campi sovietici). E anche qui potremmo continuare a lungo”.

‘Io non ho paura, non abbiatene neanche voi’: cosa resta del suo pensiero?

“Resta letteralmente quello che viene detto in questa espressione che dà il titolo alla raccolta che ho curato per la casa editrice ‘Morcelliana – Scholè’: il regime si regge sulla paura, e per superare la tragedia di una vita governata dalla paura basta superare innanzitutto la paura, molto semplicemente non avere paura e non credere che questo possa essere un privilegio di pochi eroi; Naval’nyj era molto realista, sapeva perfettamente che tutti possiamo avere paura, ma sapeva anche che il regime poteva reggersi solo finché i suoi sudditi non scoprivano di non essere soli nell’amore per la verità. Ricordare Naval’nyj è un modo per dire a ciascuno di noi e al mondo che l’amore per la verità è possibile in ogni circostanza”.

Mons. Anselmi: amare per essere felici

“In questi mesi ho appreso che durante la Seconda Guerra Mondiale anche Rimini e i territori circostanti sono stati teatro di guerra; i nostri nonni e bisnonni, ottant’anni fa hanno vissuto scene di morte e distruzione; nella storia rimangono i quasi quattrocento bombardamenti, l’80 % della città distrutta, i morti della battaglia di Rimini, circa 20.000 tedeschi e 15.00 alleati, i campi di prigionia per più di 150.00 persone allestiti sul litorale.

Una tragedia testimoniata da rovine ancora presenti in città, dai cimiteri di guerra di Rimini e Coriano, dal ricordo vivo dei tre giovani martiri impiccati in piazza, dai resti della chiesa della Pace di Trarivi e soprattutto dal ricordo di tanti testimoni oculari. Grazie alla Repubblica di san Marino che ha accolto decine di migliaia di profughi sfollati. Signore, dona la pace al mondo e aiutaci ad essere operatori di pace”: dopo l’invocazione allo Spirito Santo, così inizia la lettera pastorale del vescovo della diocesi di Rimini, mons. Nicolò Anselmi, intitolata ‘Amerai, sarai felice e godrai di ogni bene, ora e nei secoli eterni’.

Nella lettera pastorale il vescovo ha spiegato il titolo della lettera: “Ho scelto questo titolo per sottolineare il fatto che la felicità è lo scopo della vita, è il grande desiderio di Dio e che l’amore è la strada per essere felici. Penso che tutti possiamo essere concordi nel riconoscere l’importanza

dell’amore come strada verso la felicità, a prescindere da ogni religione e cultura; qualcuno può essere indifferente al fatto religioso ma tutti siamo interessati all’amore. Non ho mai ascoltato persone teorizzare l’odio verso gli altri esseri umani; tutti siamo in fondo convinti che l’amore sia la strada maestra verso una vita bella e gioiosa. Chi è credente sa che il vero modo di amare Dio, di renderlo felice, è quello di amarci fra noi; la gioia di Dio è quella di vederci uniti come fratelli e sorelle. In questa situazione di unità l’amore per Dio e l’amore per il prossimo coincidono”.

Inoltre il vescovo ha sottolineato che la religione cristiana discende da un fatto storico: “La religione cristiana è prima di tutto figlia di un fatto storico: la Resurrezione di Gesù il giorno di Pasqua; Gesù è vivo, è risorto, è Dio. Gli apostoli e molti discepoli sono i testimoni oculari di Gesù risorto e lo hanno comunicato ai loro successori, oralmente e scrivendo testi chiamati vangeli; dai cosiddetti Padri Apostolici, coloro che hanno conosciuto personalmente gli apostoli ma non hanno incontrato direttamente Gesù, attraverso una lunga catena di fedeltà, pagata fino al sangue del martirio, questa certezza di Fede è arrivata fino a noi. E i vescovi sono i successori dei dodici apostoli. Ogni settimana, la domenica, celebriamo la Pasqua basandoci su questa catena di testimonianza comunitaria che collega gli apostoli e la comunità primitiva con i vescovi e la comunità cristiana di oggi: la chiesa è il popolo che da duemila anni trasmette la verità della resurrezione di Gesù e quindi la sua divinità”. 

La lettera è un invito ad ‘essere costruttori del Regno di Dio: “Essere costruttori del Regno di Dio, il regno dell’amore, della pace, della gioia è la vocazione più bella che abbiamo ricevuto, è il senso della vita; tutti siamo invitati a fare la nostra parte, a lavorare nella vigna del Signore, sani e malati, ricchi e poveri, uomini e donne, giovani e adulti, bambini e anziani, sacerdoti e laici, di qualunque nazione e cultura.

Un modo per essere costruttori del regno, messaggeri di amore, missionari di pace è raccontare la presenza trasformante di Dio nelle nostre giornate, nelle grandi svolte della nostra esistenza, le luci quotidiane, la gioia dei piccoli gesti d’amore, l’essere guidati, aiutati, consolati dallo Spirito Santo; è importante raccontare con umiltà, con le parole e le opere, la gioia che abbiamo provato nel compiere gesti di carità, di bontà, di perdono, di servizio verso gli ultimi, verso chi soffre, sostenuti dallo Spirito Santo”.

Al contempo mons. Anselmi ha evidenziato la necessità di pregare: “Pregare è un atteggiamento del cuore sempre presente durante la giornata. Pregare è un modo di vivere; pregando ogni ghiaccio si scioglie, ogni durezza si ammorbidisce, ogni paura svanisce, le parole incomprensibili diventano chiare, la stanchezza diventa vigore, le lacrime puliscono gli occhi e ci aiutano a vedere meglio. Lo Spirito Santo di Gesù prega in noi. La preghiera personale ci è necessaria per assaporare il senso della vita”.

Ed ecco la necessità del discernimento per porsi in ascolto dello Spirito Santo: “Se lo Spirito Santo è presente in ogni essere umano, per scoprire ed ascoltare la voce dello Spirito, è necessario che le persone siano capaci di ascoltare gli altri, nel silenzio, nella profondità, nella verità e nella libertà. Lo stare insieme fra persone dovrebbe sempre avere le caratteristiche dell’ascolto e della scoperta di ciò che è più luminoso, brillante, profumato. Sarebbe bello che, quando ci si ritrova, tutti avessero la possibilità di parlare e di essere ascoltati.

Chi è più espansivo, esperto, preparato deve saper dare spazio agli altri, a tutti, ai più giovani; tutti devono potersi esprimere. La conversazione spirituale in cui tutti parlano e sono ascoltati è una scuola per non giudicare rapidamente, per non voler imporre a tutti i costi la propria idea. Ogni conversazione dovrebbe iniziare con l’invocazione dello Spirito, proseguire con l’ascolto della Parola di Dio, essere pacata, leggera, mite, buona, sottolineare ciò che hanno detto gli altri e concludersi con un rendimento di grazie a Dio. La conversazione spirituale può aiutare a scegliere attraverso il discernimento personale e comunitario”.

Non poteva mancare un capitolo dedicato a don Oreste Benzi: “Lo Spirito Santo attraverso don Oreste ha donato al mondo l’intuizione pastorale che la famiglia è il grembo originario in cui il Vangelo si incarna e può essere vissuto. Le Case-Famiglia da lui volute sono luci che brillano, illuminano la Chiesa e la società, suscitano il desiderio in altre famiglie di essere aperte, accoglienti, vere chiese domestiche, sacramenti dell’amore di Dio, scaldate dalla presenza eucaristica.

Don Oreste, e tante persone con lui, hanno risposto a una molteplicità infinita di domande di amore; i preti e i giovani sono stati le sue grandi passioni testimoniate dalla vita comune da lui vissuta con alcuni fratelli sacerdoti e dall’impegno costante con e verso i giovani, nei campi estivi ed in mille esperienze. Con i giovani e per i giovani si è speso in tutte le situazioni invitandoli ad essere santi e ad affidarsi a Gesù.

Ha seminato il Vangelo in tutti i terreni possibili: la dipendenza dalle droghe, la sofferenza del carcere, la schiavitù della prostituzione, la cura della disabilità, l’accoglienza dello straniero, l’amicizia con le persone nomadi e Rom, l’amore per la vita nascente, l’impegno per evitare ogni interruzione di gravidanza e la disponibilità ad aiutare le famiglie e ad accogliere i neonati, la gratitudine verso gli anziani, l’operatività a favore della pace, l’animazione missionaria.

La molteplicità di queste risposte e l’opera dello Spirito Santo ha fatto nascere un’associazione di laici e consacrati, ispirata alla bontà di San Giovanni XXIII che chiedeva ai giovani porte, finestre, chiese e case aperte”.

Un capitolo è dedicato alla famiglia, che Dio chiama attraverso il matrimonio: “Il matrimonio è una chiamata di Dio, nasce nella comunità cristiana. Tutti devono pregare perché i ragazzi scoprano questa vocazione. Le persone si innamorano se sentono che qualcuno le ama, si prende cura di loro.

Il sacramento del matrimonio è la presenza di Dio nella vita dei due coniugi; c’è chi dice che l’amore può spegnersi e finire, ma la preghiera, la Parola di Dio, i sacramenti dell’Eucarestia e della Confessione sono Amerai, sarai felice e godrai di ogni bene ora e nei secoli eterni sostegni sicuri perché il fuoco dell’amore e dell’unità continuino ad ardere incessantemente”.

Un pensiero anche per le famiglie separate e divorziate: “Un caro abbraccio alle coppie separate, divorziate, risposate civilmente e ai vostri figli; la Chiesa di cui fate parte vi è vicina, prega per voi e con voi desidera cercare nuove strade di presenza nella comunità cristiana perché possiate far fruttificare il dono che ogni essere umano porta con sé; cercate un accompagnatore spirituale e cominciate a camminare secondo lo Spirito di Gesù.

In alcuni casi, dopo un percorso sempre doloroso, gli sposi hanno scoperto che alla base della loro separazione c’era una scelta non pienamente consapevole; in queste situazioni si può arrivare a una dichiarazione di nullità del matrimonio che non consiste nella cancellazione del sacramento bensì nell’affermazione che il sacramento, per vari motivi, non c’è mai stato. Oggi il percorso per la dichiarazione di nullità è più semplice di un tempo”.

Inoltre il vescovo ha sollecitato ad una presenza in politica: “L’impegno in politica è una vera e propria vocazione; gli amministratori locali hanno la possibilità di ben operare per la vita delle persone; invito giovani e adulti a rendersi disponibili ad assumere ruoli di responsabilità e coordinamento nell’associazionismo, nel volontariato, nelle organizzazioni di categoria, negli organismi di partecipazione a scuola e nelle università; servire il bene comune può essere faticoso ma dona gioia.

Anche studiare, leggere, informarsi, partecipare, andare a votare nei vari turni elettorali, cercando di sostenere le realtà e le persone che portano idee in armonia con il vangelo, sono gesti di amore per il bene comune”.

La lettera si chiude con una visione giubilare: “E’ bello che tutte le persone sappiano ascoltare le richieste di aiuto che silenziosamente ci raggiungono, che tutti sappiano dare speranza, senza giudicare, perché la persona è più grande anche delle proprie fragilità. La storia della nostra salvezza è piena di peccatori convertiti, perdonati: Mosè, il grande re Davide, San Paolo persecutore della Chiesa.

Una persona mi ha confidato che vorrebbe vivere un giubileo cantato, un inno di lode alla presenza di Dio. Le chiese aperte, abitate dal canto e dalla preghiera, anche in pausa pranzo o di sera, sarebbero un segno bello del Giubileo. Il Giubileo ha bisogno di tutti, ed in particolare, di volontari, disponibili ad accompagnare i pellegrini nella visita ai luoghi giubilari ed a proporre un cammino spirituale”.

(Foto: Diocesi di Rimini)

Papa Francesco invita ad essere felici nell’annuncio di Cristo

Oggi giornata di incontri per papa Francesco che ha ricevuto in udienza i rappresentanti dell’Arma Trasporti e Materiali dell’Esercito Italiano, in occasione del 70° anniversario della proclamazione di san Cristoforo come patrono, rivelando che anche lui porta una sua medaglia, sottolineando la necessità di una protezione divina:

“Mi rallegro che un corpo militare abbia chiesto e ottenuto l’alto patrocinio di un Santo martire, che ha donato la vita per testimoniare Cristo. Questo significa in primo luogo riconoscere che non vi è professione o stato di vita che non abbia la necessità di ancorarsi a valori veri, e non abbia bisogno della protezione divina.

Anzi, si potrebbe affermare che, quanto più la propria professione comporta la possibilità di salvare vite o di perderle, di portare sostegno, aiuto e protezione, tanto più ha bisogno di mantenere un codice etico elevato e un’ispirazione che attinge dall’alto”.

Inoltre ha sottolineato l’importanza di un patrono: “Avere un Santo patrono e andarne fieri vuol dire impegnarsi, nel servire la Patria, a operare con uno stile che pone al vertice la dignità di ogni persona umana, che è immagine del Creatore: noi siamo immagini di Dio. Uno stile che si distingue per la difesa dei più deboli e di coloro che si trovano in pericolo sia a causa delle guerre, sia per le catastrofi naturali o le pandemie.

Onorare il vostro Patrono significa anche riconoscere che la perizia, il senso del dovere, l’abnegazione di tutti e di ciascuno sono certo necessari, ma che oltre tutto questo occorre anche impetrare dal Cielo quel supplemento di Grazia, indispensabile per compiere al meglio le missioni che si intraprendono. Significa, in breve, riconoscere che non siamo onnipotenti, che non tutto è nelle nostre mani e abbiamo bisogno della benedizione divina”.

Inoltre si è congratulato per la presenza accanto alla popolazione durante le calamità naturali: “Mi congratulo per questa vostra sensibilità, per il fatto che avete la consapevolezza del valore e della delicatezza dei vostri compiti, i quali non sarebbero in sé straordinari, ma lo possono improvvisamente diventare. Voi lo sapete bene: lo diventano quando siete chiamati a intervenire in operazioni di salvaguardia della pace, o per far fronte alle conseguenze di disastri naturali, assolvendo a compiti di protezione civile e alle indispensabili attività logistiche”.

Presenza sia in Italia che all’estero: “Infatti, voi avete prestato la vostra opera a sostegno dei cittadini e degli Enti locali e territoriali in diversi momenti di emergenza quali terremoti, alluvioni, pandemia. Avete allestito campi, attendamenti e ospedali da campo, avete trasportato generi di prima necessità, materiali utili per la ricostruzione e le vaccinazioni.

Siete stati inoltre presenti anche fuori dai confini nazionali nell’ambito delle missioni di pace, garantendo l’attività di rifornimento, sia per la logistica militare sia per il trasporto e la distribuzione di materiali e generi vari a scopo umanitario”.

Un servizio essenziale per il ‘bene comune’: “Esso comporta il porsi a disposizione del bene comune, non risparmiando energie e fatiche, non retrocedendo davanti ai pericoli per portare a termine il proprio compito, che spesso ha come risultato la salvezza di vite umane e può comportare il sacrificio della propria incolumità. Servizio, servire, e il servizio ci dà dignità. Qual è la tua dignità? Sono servitore: questa è la grande dignità!”

Ed una volta terminato il proprio ‘dovere’ molti scelgono di restare volontari: “A questo proposito, è significativo che molti uomini e donne, alla conclusione del loro servizio attivo, non si allontanino dall’Arma Trasporti e Materiali, ma scelgano di far parte dell’Associazione Nazionale Autieri d’Italia.

In qualità di volontari, offrono il loro aiuto alla collettività, testimoniando che la disposizione a servire è divenuta in loro un abito naturale, come una caratteristica normale della loro esistenza, che non si può dismettere da un momento all’altro, ma che invece va calibrata a seconda dell’età e delle condizioni di ciascuno, perché tutti, ad ogni età, possono dare il loro contributo, continuando a servire”.

Quindi la scelta del patrono san Cristoforo, che significa ‘colui che porta Cristo’ è stata scelta bene per tale ‘corpo’: “Quando vi impegnate quotidianamente senza risparmio per la funzionalità dei vostri reparti; quando andate in aiuto a popolazioni provate dalle calamità naturali o dai conflitti armati, voi, a volte senza saperlo, portate in un certo senso lo stile di Cristo, venuto per servire e non per essere servito: questo è Gesù, che passò su questa Terra beneficando e risanando tutti”.

Sempre in mattinata il papa ha incontrato i seminaristi di Toledo, invitandoli ad essere vicini al popolo di Dio: “Voi sapete che i preti devono essere vicini, devono favorire la vicinanza: innanzitutto la vicinanza a Dio, in modo tale che ci sia questa capacità di trovare il Signore, di essere vicini al Signore. In secondo luogo, la vicinanza ai vescovi e la vicinanza dei vescovi ai sacerdoti. Un prete che non è vicino al suo vescovo è zoppo, gli manca qualcosa. Terzo, la vicinanza tra voi sacerdoti, che inizia dal seminario e quarto, la vicinanza al santo popolo fedele di Dio. Non dimenticare questi quattro quartieri”.

Ed ha rievocato la processione del ‘Reservado’: “Una tradizione antica che ricorda la prima volta che il Santissimo Sacramento fu conservato nel Tabernacolo della sua cappella. Notate come si genuflettono quando vanno lì. Aspetto.

Questa interessante rievocazione prevede tre momenti: la celebrazione dell’Eucaristia, l’esposizione del Santissimo Sacramento durante tutta la giornata e, infine, la processione. Queste tappe possono servire a ricordarci gli elementi fondamentali del sacerdozio al quale vi preparate. Innanzitutto la celebrazione eucaristica. Gesù che viene nella nostra vita per darci la prova dell’amore più grande. Gesù ci chiama, come Chiesa, ad essere presenti nel sacerdozio e nel popolo, nel sacramento e nella Parola. Spero che averlo sulla terra assorba le vostre vite e i vostri cuori”.

Nella prima mattinata il papa aveva incontrato le agostiniane del convento di Talavera de la Reina, che lo scorso anno hanno festeggiato 450 anni dalla fondazione, con l’invito a non perdere l’umorismo: “E per favore, non perdere la gioia, non perdere il senso dell’umorismo. Quando un cristiano, ancor più una suora, un religioso, perde il senso dell’umorismo, si ‘inaridisce’, ed è tanto triste vedere un prete, un religioso, una suora ‘inaridito’. Si conservano sott’aceto. Bisogna sempre essere con il sorriso e il buon umore. Ti consiglio di recitare ogni giorno una bellissima preghiera di san Tommaso Moro per chiedere il senso dell’umorismo”.

(Foto: Santa Sede)

Solennità di tutti i Santi: Festa della Chiesa: una, santa, cattolica, apostolica

La solennità di ‘Tutti i Santi’, che si celebra il 1° novembre, ci invita ad innalzare gli occhi al cielo e a meditare la vita divina che ci attende. Con il Battesimo ci siamo innestati a Cristo, ‘siamo  divenuti figli di Dio, ma ciò che ci attende non ci è stato ancora rivelato’ (1 Gv., 3,2). Veri figli amati da Dio, riceviamo anche la grazia e gli aiuti per sopportare tutte le prove della vita. Come veri figli di Dio, raggiungere la santità è lo scopo primario della vita sulla terra; d’altronde non si può dimenticare che con il  battesimo siamo divenuti tralci dell’unica feconda ‘vite’ che è Cristo Gesù: ‘Io sono la vite, voi siete i tralci’ insegna Gesù; membra del corpo mistico che è Cristo Gesù.

La solennità di oggi è pertanto la festa della Chiesa, di tutti i cristiani sia che sono gi passati attraverso la grande tribolazione, sia quelli che ci troviamo ancora in questo cammino  terreno  ma diretti tutti verso l’unica meta che è la vita eterna. Così oggi, solennità di tutti i Santi, siamo chiamati a contemplare la città del cielo, che è nostra vera patria eterna. Per raggiungere questa meta Dio ha conferito a ciascuno di noi talenti, carismi e vari doni celesti, doni mirabili della sua misericordia divina.

Ciascuno di noi è chiamato a mettere a fuoco i doni ricevuti  e con la forza dello Spirito santo, che abbiamo ricevuto nel Battesimo, a vivere la nostra vita terrena nella gioia cristiana. La vita infatti è un cammino verso la meta,  la patria eterna. Ciascuno di noi è chiamato a svolgere con santità, slancio, umiltà e fortezza il proprio ministero: papa, vescovi, sacerdoti, coniugi, lavoratori ricchi e poveri. Realizzare la santità svolgendo nella gioia il proprio ruolo.   

Da qui il discorso sulla montagna di Gesù, che abbiamo ascoltato nella lettura del vangelo; il discorso che è il documento ufficiale con il quale Gesù ha proclamato le ‘beatitudini’, invito chiaro e mirabile a vivere responsabilmente ciascuno la propria vocazione. Gesù non è venuto ad insegnare come si possa stare bene sulla terra ma come si può e si deve conquistare la felicità vera che ci permette di vivere e camminare  per raggiungere la vita eterna.

Nell’annuncio Gesù inizia con il dire ‘beati’; è l’annuncio principale: avere la felicità, la gioia, che non è una conquista umana ma la scoperta e la consapevolezza di essere figli di Dio, perciò vero dono di Dio. Senza gioia la fede è opprimente; in paradiso non c’è posto per i tristi, i musoni, gli arrabbiati: non c’è vera santità senza la gioia.

La vocazione dell’uomo è essere felici; questa felicità si conquista attuando il progetto divino dell’amore: amare Dio creatore e padre, amare i fratelli nel nome di Dio. Ecco in sintesi cosa necessita per avere la vera gioia. Da qui le beatitudini; beati i poveri di spirito, beati coloro che non hanno l’anima legata alla cose terrene, alle ricchezze ma a Dio con l’amore; hanno il cuore libero da ogni impaccio terreno e gli occhi e il cuore rivolti solo alla meta. la vita eterna. 

Beati i miti: non sono i timorosi, i pusillanimi ma quelli che si aprono a Dio senza invidia per i fratelli e sperano solo nel Signore Gesù. Beato (sono felici) quelli che hanno fame e sete della giustizia:  giustizia è rispetto verso Dio e verso i fratelli: dare a ciascuno il suo. Come vedi: la beatitudini sono un messaggio controcorrente; laddove il modo dice e predica ai quattro venti: beati i ricchi, i potenti, quelli che godono fama e successo, quanti si divertono; le beatitudini del Vangelo hanno un tenore  diametralmente opposto. 

Le beatitudini sono la profezia dell’umanità nuova, redenta da Cristo Gesù: costituiscono  la vera regola d’oro dei Figli di Dio. Oggi rendiamo onore a tutti i Santi di tutti i tempi; domani rivolgiamo preghiere e suffragi per i nostri cari defunti. Nella festa di tutti i Santi un posto mirabile è riservato a Maria, la Madre del Verbo incarnato; Maria è al vertice della comunione dei santi, la vera Regina degli angeli e dei santi.

La Beata Vergine, guida sicura alla santità, noi la imploriamo perchè ci prenda per mano, ci copra con il suo manto materno  nel nostro pellegrinaggio terreno verso il cielo.  Non dimentichiamo: se la santità è la comune meta di ciascuno di noi, le Beatitudini enunciate da Gesù indicano la strada che ci viene offerta per raggiungerla.

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