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Giubileo dello Sport: atleti della speranza

“Nel programmare questo Giubileo dello Sport, il Dicastero per la Cultura e l’Educazione, l’organismo responsabile del rapporto tra la Chiesa e il mondo dello sport, ha deciso di elaborare un programma poliedrico, che unisse i diversi attori e realtà della pratica e della pastorale sportive. Più che un programma di gare, il Dicastero ha voluto collegare lo sport alla sua essenza, cioè ascoltarlo come quello che è: una grande esperienza umana di ricerca di senso, di maturazione positiva della importanza del collettivo e della comunità. L’esperienza sportiva, infatti, chiede oggi da essere prospettata come una ricca e decisiva azione culturale, perché, di fatto, lo è profondamente”: con queste parole iniziali il card. José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, ha presentato il Giubileo dello Sport che si svolgerà in questo fine settimana.

Ed ha ricordato il Giro d’Italia di passaggio nelle strade della Santa Sede: “Serve a molto ricordare che lo sport è oggi una dell’esperienze culturali più estese e determinanti in termine della trasmissione dei valori. Durante lo storico passaggio del Giro d’Italia in Vaticano il 1° giugno, promosso da questo Dicastero per la Cultura e l’Educazione e dal Governatorato della Città del Vaticano, Papa Leone ha detto ai ciclisti: ‘Siete modelli per i giovani di tutto il mondo’. Questa frase mette bene in luce la alta responsabilità che lo sport rappresenta per la società”.

Ed ha auspicato che gli sportivi possano essere ‘missionari’ della speranza: “Auspichiamo che questo Giubileo dello Sport possa risvegliare negli atleti e nell’ampio pubblico interessato questa consapevolezza: che anche loro sono missionari della speranza. Parlare dello sport non è solo parlare di sport: è sempre parlare dell’umano, delle sue ragioni di vita, delle sue gioie, dei suoi desideri di trascendenza e d’infinito. Vale la penna ascoltare con attenzione il mondo dello sport”.

Molto intense saranno le giornate: “Così, sabato mattina, dopo che avremo ascoltato insieme la catechesi di papa Leone XIV nell’udienza giubilare, dove si aspetta un riferimento preciso al giubileo dello sport, organizzeremo il convegno internazionale ‘Lo slancio della speranza’, che si propone di riflettere sul valore umano, pedagogico e spirituale dello sport. Seguendo la metodologia della reciproca condivisione, ci propone di ascoltare le voci di chi è impegnato in prima persona nella pratica sportiva e di chi lavora nella pastorale dello sport. L’obiettivo è quello di discernere le strade che vanno percorse per affermare sempre di più lo sport come segno condiviso di speranza per tutti”.

Seguirà la premiazione dei vincitori del concorso fotografico ‘Sport in Motion’, promosso dal Dicastero: “In altre parole, abbiamo voluto rileggere lo sport attraverso gli occhi dei giovani, perché loro sono privilegiati ricercatori e portatori di uno “sguardo di speranza”. In questo senso, vorrei ricordare le cinque categorie del concorso: Sport e famiglia; Sport e disabilità; Sport e politica; Sport ed ecologia; Sport e speranza”.

Mentre l’atleta paralimpico, Amelio Castro Grueso, ha raccontato la propria partecipazione alle Paaralimpiadi di Parigi 2024 con la nazionale dei rifugiati: “Un anno fa, a Parigi, ho tirato di scherma con i più forti al mondo. Sono stato ammesso ai Giochi proprio all’ultimo momento. Ho perso e ho vinto. Sempre “per poco”. Mi sono mancate qualche stoccata e soprattutto tanta esperienza. A sostenermi a Parigi era con me, nello stile del volontario, Daniele Pantoni, tecnico della nazionale italiana (alle Olimpiadi ha vinto la medaglia d’oro con due schermitrici da lui allenate) che mi è accanto come un secondo padre da quando l’ho conosciuto, nel 2018 a Calì, in una competizione internazionale. Mi sono avvicinato ed è scoccata l’amicizia.

Nella squadra paralimpica dei rifugiati mi sento, umilmente, una piccola voce di coloro che non hanno voce, attraverso l’esperienza sportiva. A Parigi non ho vinto la medaglia. Ma ci ho creduto e ho imparato anche a godermi la sconfitta come momento fondamentale di crescita dopo che hai dato tutto te stesso. Con questo atteggiamento spero di vincere alle Paralimpiadi di Los Angeles nel 2028”.

Ed ha svelato il suo sogno: “Semplice: fare la volontà di Dio, essere suo strumento per testimoniare il suo amore alle persone che incontro in particolare nella realtà dello sport. So di non essere mai stato solo nella mia vita. E so che non sarò mai solo, perché Dio è accanto a me. Mi dicono che sono un po’ ‘loco’ perché sorrido sempre, nonostante le mie vicissitudini. Ma come si fa a non sorridere quando tocchi con mano che il Signore mai ti abbandona? Con la grazia e l’amore di Dio non mi lascerò mai rubare la speranza”.

Infine Giampaolo Mattei, presidente di Athletica Vaticana, ha sottolineato che il giubileo dello sport sarà un’esperienza cristiana, che avrà il suo momento più ‘bello’ nel passaggio della Porta santa: “Su queste linee vivrà il Giubileo dello Sport che non è un evento agonistico, un campionato, un torneo. E’ un’esperienza cristiana che gli sportivi (professionisti e amatori di ogni età, con dirigenti, allenatori, organizzatori, appassionati e i loro familiari) vivranno insieme. Come un’unica grande squadra, tutti con la stessa dignità senza guardare al medagliere. Un’esperienza di conversione che potrà consentire al mondo dello sport di prendere più consapevolezza del proprio ruolo, anche sulle questioni centrali di carattere inclusivo e sociale e della pace”.

Ed avverrà anche la consegna della ‘Croce degli sportivi’: “In questo contesto, una rappresentanza della Conferenza episcopale francese consegnerà ad Athletica Vaticana (l’Associazione polisportiva ufficiale della Santa Sede) la ‘Croce degli sportivi’, riferimento spirituale per le Olimpiadi e Paralimpiadi parigine del 2024 nella Cappella degli atleti nella chiesa della Maddalena. A questo passaggio sarà presente Thomas Bach, presidente del Comitato olimpico internazionale.

La stessa Croce è stata collocata nella Cappella per gli sportivi ai Giochi di Londra nel 2012 e Rio de Janeiro nel 2016. Benedetta da papa Francesco in occasione della Giornata mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro nel 2013, è stata portata anche alla Gmg di Lisbona nel 2023”.

(Foto: Media Vaticani)

La ‘Tenda degli Avvolti’ a Torino per vivere la spiritualità della Sacra Sindone

Fino a lunedì 5 maggio è possibile visitare la ‘Tenda di Avvolti’ in piazza Castello a Torino, allestita nell’ambito delle iniziative per la Festa della Sindone ed il Giubileo della Speranza, inaugurata alla presenza della vicesindaco di Torino, Michela Favaro, dell’assessore alle Politiche sociali della Regione Piemonte, Maurizio Marrone, del prefetto di Torino Donato Cafagna, di Adriana Acutis, vicepresidente della Fondazione Carlo Acutis e del vescovo ausiliare di Torino mons. Alessandro Giraudo, che ha dedicato l’iniziativa a papa Francesco:

“Dedichiamo questo luogo e questa iniziativa alla memoria di papa Francesco, in ricordo del suo ministero e della sua testimonianza di Vangelo. Questa riproduzione digitale  permette di sperimentare un modo nuovo di incontrare la Sindone. Grazie alla tecnologia, alla Tenda di Avvolti i visitatori non sono solo spettatori, ma al contempo diventano partecipi, perché è data loro la possibilità di entrare ancora di più nella profondità del mistero dell’Uomo della Sindone. Spettatori coinvolti, avvolti, perché pur contemplandola in digitale, l’incontro con il Telo sindonico è una esperienza vera”.

La ‘Tenda di Avvolti’ è suddivisa in tre sezioni: nella prima è proposta una visita inedita alla Sindone, grazie a una nuova installazione immersiva (un tavolo interattivo che riproduce il Telo a grandezza naturale e altri supporti multimediali) progettata per offrire un’esplorazione dettagliata e coinvolgente della Sindone, accompagnata da narrazioni e approfondimenti visivi. Una seconda area è sede della mostra ‘volti nel Volto’, curata dalla Fondazione Carlo Acutis. Il terzo spazio ospita un ricco programma di conferenze quotidiane, da quelle del ciclo ‘Tutti Santi’, dedicato in modo particolare alle più recenti e alle prossime canonizzazioni, agli incontri sulla Sindone, tra storia, scienza e fede, e ad altri temi come arte e spiritualità.

Al dott. Mauro Gentile, componente ufficio stampa ‘Avvolti’, abbiamo chiesto spiegazione di questa iniziativa: “Offrire, nel contesto dell’Anno giubilare e non essendo prevista un’ostensione pubblica, un’occasione di riflessione e conoscenza della Sindone, icona della Passione del Signore e anche patrimonio culturale di Torino e del Piemonte.  Con questo obiettivo sono state ideate e programmate dalla Chiesa torinese le iniziative di ‘Avvolti’, che il capoluogo piemontese ospita nei giorni della Festa della Sindone, fino al 5 maggio. Perché chiamarla ‘Avvolti’? E’ una parola che evoca un abbraccio, come quello del Telo sindonico intorno al corpo del Crocifisso, lo stesso con cui Dio accoglie ogni persona”.

Per quale motivo si è creata questa esperienza immersiva e non una esposizione?

“La Tenda della Sindone allestita a Torino, in piazza Castello, e cuore delle iniziative di ‘Avvolti’, propone un’esperienza inedita e innovativa grazie al supporto delle tecnologie digitali, offrendo l’opportunità di ‘conoscere’ il Telo da vicino, come non è mai stato possibile fino ad ora. Un tavolo delle stesse dimensioni della Sindone riproduce l’immagine virtuale del Telo, e offre la possibilità di esplorare e ‘toccare con mano’ i dettagli dell’immagine. E’ un’esperienza che si può definire ‘globale’.

Infatti, il tavolo interattivo e il programma di lettura virtuale ravvicinata della Sindone non dureranno solo otto giorni: dopo la chiusura della Tenda sarà infatti ancora possibile effettuare un’esperienza di lettura interattiva collegandosi da smartphone, tablet e pc, da ogni parte del mondo. Sono anche attivi i social su Instagram e Facebook (@avvolti), oltre ai contenuti esclusivi che si trovano sul sito www.avvolti.org.

Il programma di lettura è realizzato da Reply, società specializzata in consulenza digital e tecnologica, nata a Torino e oggi presente in tutto il mondo. L’allestimento della Tenda Sindone e delle opere connesse ha coinvolto diverse imprese specializzate italiane, coordinate dalla torinese Eventum. Per visitare la Tenda della Sindone, che fino al 5 maggio ospita anche la mostra ‘volti nel Volto’ della Fondazione ‘Acutis’ ed una serie di incontri dedicati alla Sindone sotto gli aspetti di storia, scienza e fede, ai Santi sociali legati a Torino e a Guarino Guarini, l’architetto che progettò la Cappella della Sindone, è necessario prenotare attraverso il sito web www.avvolti.org .

Cosa c’è sotto il Telo? Ma soprattutto cosa dice oggi la Sindone ai giovani?

“Un invito, quello di vivere la vita con speranza. E, vedendo Telo sindonico una testimonianza della Passione, della Morte e della Resurrezione di Gesù, anche il messaggio che dopo il buio, anche quello che pare più assoluto, Dio può sempre intervenire per portare la luce. Quel volto e il corpo impressi nel Lino sono quelli di uno sconfitto dalla storia, come sconfitti lo sono, anche oggi, tanti donne e uomini che vivono nella guerra, che sono malati, disoccupati, anziani che si sentono soli e abbandonati.

Ma nell’orizzonte dell’eternità le sconfitte della storia non sono l’ultima parola, perché vi è la speranza che interviene proprio laddove si prova l’esperienza dell’abbandono e della drammaticità della vita. Nella tradizione cristiana è Dio ciò che rappresenta la speranza e con tali occhi dobbiamo guardare al Volto dell’Uomo della Sindone, che è anche il ‘calco’ della Resurrezione e ricorda sempre a tutti noi che Dio può sempre intervenire e portare luce laddove vi sono tenebre”.

Qual è il rapporto della città con la Sindone?

“Da secoli la storia di Torino è intimamente legata a quella della Sindone, ai suoi infiniti significati e la sua capacità di parlare all’umanità. La città ha infatti, tessute nella propria memoria e nelle sue fibre, l’attenzione verso l’altro, la capacità di accogliere e includere, il senso di una pìetas consapevole e umanissima. Qui la fratellanza è da sempre fatta di azioni concrete. Non è certo un caso che il carattere di Torino, non si può dimenticare, sia stato ed è a tutt’oggi fortemente segnato dall’opera dei suoi santi sociali”.

(Tratto da Aci Stampa)

Giornata della Consapevolezza sull’Autismo: l’importanza dell’inclusione

Il 2 aprile di tutti gli anni è celebrata la ‘Giornata mondiale della Consapevolezza sull’Autismo’, istituita nel 2007 dall’Assemblea Generale dell’ONU con l’intento di richiamare l’attenzione dei cittadini sui diritti delle persone nello spettro autistico e di costruire una società più inclusiva e accogliente.

Per tale occasione abbiamo rivolto alcune domande alla presidente della cooperativa sociale ‘Work Aut – Lavoro ed Autismo’, Stefania Grimaldi, madre di un ragazzo con autismo, chiedendo di raccontare quanta consapevolezza c’è nelle persone rispetto all’autismo: “In generale ritengo che la consapevolezza sia poco presente nelle persone, perché c’è bisogno di fare esperienza direttamente e dopo tante esperienze si può essere consapevoli di questa ‘situazione’.

Però c’è da dire che da quando ho iniziato ad informarmi, in quanto mamma di un ragazzo affetto da autismo, ed ad aderire a questa giornata, sicuramente è aumentata molto la consapevolezza sull’autismo e sulla neuro divergenza sia da parte delle famiglie che si trovano in questa condizione,  sia da parte della comunità in cui queste famiglie, che diventano sempre più numerose, vivono. Sicuramente è una crescita, ma siamo ancora molto lontani dalla piena opportunità dell’essere accolti per quello che si è”.

‘Siamo folli sognatori, crediamo dell’inclusività, aspiriamo ad una buona vita, alla soddisfazione, alla realizzazione di sé ed alla felicità’ è la presentazione della cooperativa: perché Work Aut?

“Work Aut è sorto nel 2021 dal sogno di un gruppo di famiglie con figli maggiorenni colpiti da autismo con l’obiettivo di creare per i nostri figli una vita dignitosa ed indipendente in funzione del ‘dopo di noi’, in quanto diventando anziani non potremo più proteggere i nostri figli fragili dall’inconsapevolezza del mondo”.

‘Vivere una vita piena e dignitosa vuol dire partecipare, essere e sentirsi parte di una comunità, apportare il proprio contributo, grande o piccolo che sia. Una società, per essere definita civile, deve essere inclusiva, offrire a tutti le giuste opportunità per esprimere al meglio il proprio potenziale’: quale è la ‘mission’ di Work Aut?

“La mission che ci siamo proposti è quella di sperimentare per ogni persona alcuni percorsi di apprendistato adatti alle caratteristiche dei nostri figli, certi che nell’attività lavorativa, anche se occasionale, si possa offrire dignità ed accoglienza, che meritano”.

Cosa significa realizzare una cooperativa sociale per dare ‘risposte lavorative’?

“Non vogliamo compassione né tantomeno non chiediamo l’elemosina. Vogliamo lavorare perché siamo bravi, perché ci sono risorse umane valide e competenti che non possono restare nell’ombra. Il nostro obiettivo è quello di capire qual è la reale inclinazione dei ragazzi per poterla trasformare in lavoro. Intanto, si formano, si impegnano e guadagnano attraverso il loro lavoro. La nostra speranza è di fare connessioni, collegamenti tra le varie realtà presenti, per riuscire ad inserire i nostri giovani nelle diverse imprese del territorio”.

‘La Cooperativa Sociale Work Aut Lavoro e Autismo, con il progetto Work-Aut, si pone l’obiettivo di creare un ponte tra imprese, attività commerciali, piccole e medie aziende del territorio e le persone con Autismo, attraverso progetti socio-lavorativi che offrano concrete opportunità di lavoro e diano visibilità alle loro capacità lavorative finora rimaste inespresse’. In quale modo si può nutrire l’inclusione?

“Nel modo più naturale possibile. Nel laboratorio ‘Work Aut’ cerchiamo di conoscere i nostri aspiranti apprendisti, dimenticando i limiti diagnosticati, in quanto non sono un limite alla possibilità di sperimentare. Cerchiamo di capire quali sono le passioni ed i talenti dei nostri ragazzi e su questi talenti attiviamo i laboratori, che vanno dalla creazione di piantine fino al confezionamento di bomboniere per arrivare al servizio di bibliotecario e guida turistica”.

A proposito di quest’ultimo progetto di guida turistica cosa è stato riscontrato dai turisti?

“Sono state riscontrate una bellezza ed una magia inaspettata, perché da parte degli operatori ‘work aut’ c’è stata una grande felicità: con lo studio i ragazzi hanno scoperto ed aumentato la loro autostima e quindi nei loro occhi una luce di gioia, che non vedevamo da tempo. Al tempo stesso abbiamo scoperto una grande ammirazione da parte dei turisti, perché non si aspettavano assolutamente di scoprire questa bellezza e questo talento da parte di persone dichiaratamente fragili. Inoltre c’è stata anche una presa di coscienza che le persone hanno luci ed ombre. Il nostro approccio è quello di guardare le ‘luci’ e questo è motivo di serenità”.

Riprendendo lo ‘slogan’ di ‘folli sognatori’, come è possibile interpretare un sogno?

“Il sogno che cerchiamo di raggiungere è quello dell’autostima e della felicità di ognuno. Questo sogno si raggiunge pensando di fare cose belle. Noi di ‘Work Aut’ non abbiamo aspettative od obblighi o la necessità di essere perfetti. Abbiamo fatto della nostra imperfezione il nostro talento maggiore, perché ci poniamo come apprendisti e con umiltà cerchiamo ogni giorno di migliorare con l’obiettivo di essere ogni giorno più bravi del giorno precedente. Questo ci fa stare bene”.

Però quali difficoltà si riscontrano per rendere una vita autonoma?

“I rischi sono quotidiani. La più grande difficoltà è quella di convincere la comunità civile a dare opportunità ai nostri ragazzi. C’è grande diffidenza; quindi il rischio quotidiano è quello di farsi credere come esseri umani che possono stare in comunità, perché il nostro limite più grande è la solitudine, che è un limite per tutti. La solitudine è la ‘malattia’ dei nostri tempi, dove tutti rincorrono i loro obiettivi, ma è necessario un ritorno all’empatia ed allo stare insieme. Il sogno è allo stesso tempo limite di questi tempi”.

(Foto: Work Aut)

Statio Peregrinorum: molti turisti ‘lenti’ hanno visitato la basilica di san Francesco ad Assisi

Continua a crescere ancora il turismo lento dei pellegrini che giungono ad Assisi per visitare la basilica di San Francesco e fare un’esperienza spirituale di fronte alle reliquie del Santo, come testimoniano le statistiche elaborate dalla ‘Statio Peregrinorum’, presentate nei giorni scorsi da Roberta Gallina e Samantha Cesaretti, componenti dell’associazione ‘Sentieri di felicità’, da fra Jorge Fernánde e da fra Rafael Normando, coordinatori della ‘Statio Peregrinorum’.

Infatti dalle statistiche è emerso che il numero totale dei pellegrini segna un nuovo record: 4483 (4227 nel 2023), che narra un equilibrio tra uomini e donne (rispettivamente 49,4% e 50,06%) ed un’ulteriore crescita degli arrivi in gruppo (38,5%, 34,2% nel 2023) rispetto a quelli in solitaria (61,5%, 65,8% nel 2023). Rimangono quasi invariate le modalità di percorrenza dei cammini: 96,9% a piedi, 2,9% in bicicletta.

Gli italiani passano dal 51% del 2023 al 49,85% del 2024. Per quanto riguarda la provenienza dei pellegrini stranieri, l’11,95% arriva dalla Germania, il 5,62% dagli Stati Uniti e il 5,18% dalla Francia. Anche se gli ultrasessantenni rimangono la maggioranza (52,9% rispetto al 59% del 2023), tornano a crescere le fasce più giovani: 35,3% per la fascia 30-60 anni (32,1% nel 2023), 8,9% per la fascia 18-30 (6,3% nel 2023), 3% per la fascia under 18. Riguardo all’occupazione, il 21,12% dei pellegrini è in pensione (21,29% nel 2023), l’11,99% sono studenti (8,52% nel 2023) e l’8,48% insegnanti (8,62% nel 2023).

La motivazione principale che spinge ad intraprendere un cammino rimane quella religiosa (41,41% rispetto al 46,73% del 2023), quella culturale riguarda l’1,89% dei casi, e nel 22,8% dei casi troviamo altre motivazioni. In questo modo la ‘Via di Francesco’ si conferma il cammino francescano maggiormente percorso dai pellegrini con l’80,93% (81,4% nel 2023), a cui seguono il ‘Cammino di Assisi’ con il 5,34%, la ‘Via Lauretana’ con il 2,79%, Di qui passò Francesco con il 2,33%, ‘Cammino Francescano della Marca’ con il 2,28%, ‘Vézelay-Assisi’ 2,21%, Altri 1,89%.

A tal proposito fra Marco Moroni, custode del Sacro Convento, ha detto che tale crescita turistica è molto importante: “Nella nostra epoca e nel nostro contesto culturale segnati dall’impatto della tecnologia e dallo stile di vita che da essa scaturisce, è molto significativo il trend in crescita del turismo lento e del pellegrinaggio a piedi, come opportunità di tornare all’essenziale. E la ricerca dell’essenziale, da che mondo è mondo, è il primo passo di ogni cammino spirituale autentico”.

Tali cammini sono l’essenza del francescanesimo: “San Francesco, l’uomo che è stato pellegrino nei campi, nei borghi e nei castelli del suo tempo per invitare gli uomini e le donne a focalizzare la loro vita intorno a Colui e a ciò che non passa e non ‘arrugginisce’, continua a invitare tante persone (anche attraverso il turismo lento) a compiere questo itinerario, che mentre è fisico, è allo stesso tempo interiore. E noi suoi figli e discepoli siamo felici e onorati di poter accogliere, sostenere e valorizzare coloro che hanno questo coraggio e si mettono in cammino”.

A tal proposito il vescovo delle diocesi di Gubbio e di Città di Castello, mons. Luciano Paolucci Bedini, ha sottolineato che è necessario coinvolgere maggiormente i giovani in queste esperienze: “Non possiamo dimenticare che dietro i numeri delle statistiche ci sono anzitutto i volti delle persone, che sono ciò che davvero conta. in secondo luogo, prendendo atto di un turismo lento che riguarda soprattutto degli ultrasessantenni, dovremmo interrogarci e impegnarci maggiormente, come società e agenzie educative, per un maggior coinvolgimento dei giovani in questo tipo di esperienze, che sono sempre e comunque anche un viaggio interiore in profondità”.

(Foto: Statio Peregrinorum)

David Rondoni: san Francesco aveva ‘simpatia’ per la vita

“Altissimo, onnipotente, buon Signore, tue sono le lodi, la gloria e l’onore e ogni benedizione. A te solo, Altissimo, si confanno e nessun uomo è degno di ricordarti. Laudato sii, mio Signore, con tutte le tue creature, specialmente messèr fratello sole, il quale diffonde la luce del sole, e tu ci illumini per mezzo suo, e lui è bello, raggiante con gran splendore; di te, Altissimo, reca il significato. Lodato sii, mio Signore, per sorella luna e le stelle; le hai formate in cielo chiare e preziose e belle. Lodato sii, mio Signore, per fratello vento, e per ogni movimento del vento, per il nuvolo, il sereno e ogni tempo per il quale alle tue creature dà i sostegno. Lodato sii, mio Signore, per sorella acqua, che è molto utile, umile, preziosa e casta. Lodato sii, mio Signore, per fratello fuoco, per il quale illumini la notte, ed egli è bello, giocoso, robusto e forte”.

Il ‘Cantico delle creature’ è stato composto nel 1224 da san Francesco d’Assisi ed è una lode a Dio e alle sue creature che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, divenendo così anche un inno alla vita; è una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del Creatore: oggi, 800 anni dopo, quelle parole continuano ad essere un invito a riconoscere la sinfonia del creato e il canto che vibra nel cuore di ognuno di noi, come prova il libro ‘Vivere il Cantico delle creature. La spiritualità cosmica e cristiana di san Francesco’, scritto da un poeta, David Rondoni, e da un monaco tanatologo, p. Guidalberto Bormolini.

Abbiamo incontrato David Rondoni, presidente del comitato nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, a Tolentino all’edizione di ‘Di-Vento’ festival, che si è interrogato sugli ‘invisibili’, leggendo alcuni suoi testi tratti da ‘Gli invisibili, tra Assisi e la stazione Termini’, spiegando il motivo per cui si è occupato degli ‘invisibili’: “Sono stato invitato da amici a dare un piccolo contributo s questo tema, riallacciandomi all’esperienza di san Francesco che si occupò degli invisibili, che nel suo tempo erano i lebbrosi, avvicinandosi a loro, mentre la società del tempo li schifava. Il ‘gancio’ è stato questo. Ho letto alcune mie poesie dedicate a tanti invisibili, che sono intorno a noi e sono invisibili per chi ha paura di guardare”.

Per quale motivo san Francesco si è ‘innamorato’ proprio degli invisibili?

“E’ il segno che l’abbraccio di Cristo non lascia fuori nulla:ciò che è inguardabile per la società è guardato da Dio. San Francesco sottolinea questo sguardo di Dio”.

In quale modo san Francesco ha coniugato lo spirito con la carne?

“Lui non ha coniugato. Il cristianesimo è credere in Dio incarnato, quindi Gesù ha legato per sempre nella sua persona la possibilità che ciò che è spirito e ciò che è carne vivessero insieme. Vivere insieme è un destino positivo, perché lo scandalo dei cristiani è che non credono solo all’eternità dell’anima ma anche nella resurrezione del corpo. Non sappiamo in quale forma, ma sono sicuro che io rivedrò mio padre e mia madre. Questo è il privilegio dato all’esperienza, perché l’uomo non può fare alcuna esperienza senza carne. Pensare di ‘salvare’ solo l’aspetto spirituale dell’uomo sarebbe una cavolata”.

Allora quale era la spiritualità di san Francesco?

“Una grande simpatia per la vita. La spiritualità di san Francesco, a differenza dei catari, che disprezzavano il mondo per amare Dio, legava insieme l’amore per Dio e l’amore per il mondo, in quanto le creature sono segno di Dio. Non a caso il francescanesimo è un’esplosione di vita in tutti i saperi umani, dall’arte all’economia ed alla medicina: la spiritualità di san Francesco è un grande amore per la vita”.

Quale significato dare alla parola ‘humile’?

“Leopardi come san Francesco diceva che l’uomo nella natura deve essere come un mendicante. Vuol dire non ritenere che la natura dipenda da te. Tu sei piccolo. E poi c’è l’ ‘Altissimu’, prima di tutto la sproporzione, prima di tutto il senso della sproporzione. Quest’idea che noi salviamo la natura fa sorridere e sembra che tutto dipenda dall’uomo. Siamo una pulce, siamo semmai una pulce in mezzo alle forze della natura. Quindi pensare che sia tutto merito o colpa nostra fa un pò ridere, bisogna volare più bassi e ammettere anche di avere un limite”.

Dopo 800 anni quale è l’attualità del Cantico delle Creature?

“Uno degli elementi che risalta in evidenza è quello per cui san Francesco non chiama la natura ‘buona’ o ‘cattiva’, perché la natura è ciò che esiste. San Francesco, vedendo dietro le creature il segno di chi le ha create, cioè Dio, riesce a vedere un ‘buono’ anche nella natura. Ma non è un’esaltazione della natura, ma un’esaltazione di Dio: Laudato sii mi Signore per le creature. Questo ‘per’ è importantissimo”.   

Ed a Greccio san Francesco ‘inventò’ il presepe: “L’incontro di due protagonisti, il divino e l’umano: è questa la ‘storia’ che il presepe racconta. Un racconto di cui c’è bisogno oggi almeno come ce n’era quando nel 1223 Francesco d’Assisi, per la prima volta, riprodusse nella grotta di Greccio la scena della Natività. Oggi come allora l’uomo ha bisogno di Dio: oggi, forse ancor più che allora, c’è sete di un amore che vinca la ‘folla delle solitudini’ e stemperi l’accanirsi dei conflitti.’’Fare il presepe’ è perciò oggi più che mai un messaggio di pace e di speranza, un gesto d’amore, che può parlare al cuore di tutti”.

Lorenzo Zardi: narrare le esperienze della cultura del ‘noi’

“Siamo qui per rinnovare la nostra fedeltà al Vangelo in questo cambiamento di epoca che ci chiede una creativa e lungimirante lettura dei segni dei tempi… I punti di riferimento essenziali per l’Ac si riscontrano nel magistero della Chiesa, nella storia e nell’oggi associativo, nella rinnovata capacità di ‘leggere i segni dei tempi’. Consapevoli che il momento storico presente mostra elementi di forte complessità. Quando pensiamo alla pace, alla democrazia, allo sviluppo integrale della persona e alla cura della casa comune, ai diritti umani e alle disuguaglianze: abbiamo però innanzi, allo stesso tempo, un periodo favorevole a costruire nuovi cammini di fede e nuovi percorsi di santità popolare”: così il presidente nazionale Ac, Giuseppe Notarstefano, ha chiuso i lavori del Convegno dei presidenti e assistenti unitari diocesani e delle delegazioni regionali di Azione Cattolica Italiana svoltosi nel penultimo fine settimana di ottobre a Sacrofano, vicino Roma.

A questo invito alla lettura dei ‘segni dei tempi’ ha risposto con convinzione il vicepresidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, Lorenzo Sardi, che ha ribadito l’impegno dei giovani nella custodia della vita democratica: “Vogliamo impegnarci a custodire la democrazia nella bellezza di un confronto paziente e a promuovere la partecipazione in ogni sua forma. Come Azione Cattolica siamo convinti della bellezza che può nascere dal contribuire a realizzare un Paese che vive nelle braccia aperte del confronto e dell’approfondimento, della discussione e della ricerca comune del bene.

Ci impegniamo a custodire la democrazia perché siamo profondamente convinti che il bene comune non sia altro che la ricerca comune del bene e che l’esperienza della democrazia, che noi sperimentiamo ed esercitiamo in associazione, scoprendone la fatica e la bellezza fin da adolescenti, insegna costantemente che non è vero che nessuno è indispensabile. Semmai è vero il contrario: tutti siamo indispensabili ma nessuno è la soluzione”.

In quale modo è possibile vivere da protagonisti nella complessità di questo tempo?

“Non con ricette preconfezionate, ma nella disponibilità a un cambio di rotta che parta dall’ascolto della vita e dalla fedeltà al Vangelo… Farsi coinvolgere vuol dire sicuramente farsi cambiare. E cambiare non è snaturare, ma servire meglio. Il nostro compito, come diceva Bachelet, è aiutare tutti i giovani ‘ad amare Dio e ad amare i fratelli’ mettendo al centro l’ascolto della vita. Farsi prossimi significa assumersi la responsabilità di non lasciare soli i giovani nel cammino verso il diventare adulti”.

Quali conseguenze ha la parola ‘noi’ nella società?

“In questo tempo su questa parola c’è bisogno di un investimento, che non significa porlo in contrapposizione con la parola ‘io’. Investire sul ‘noi’ significa, da un lato, dedicarsi ad un tempo di riflessione personale ed all’approfondimento culturale, sapendo fare un passo indietro nel confronto con la comunità. Tenendo insieme l’approfondimento culturale ed il confronto comunitario si può costruire una società, che vada oltre le polarizzazioni e riesca a riconoscere che la costruzione del bene comune è la ricerca comune del bene”.

Quali implicazioni ha nella cultura e nella fede questo pronome di prima persona plurale?

“Sempre più abbiamo bisogno di vivere esperienze comunitarie di fede, nelle quali possiamo condividere non solo dubbi ma anche esperienze di festa. Il cammino di fede non è un cammino per solitari, ma è sempre un cammino condiviso, che passa attraverso il convertirsi tramite le persone che ci pone accanto. Quindi in una società sempre più liberalista è liberante che nessuno ha verità ‘in tasca’ per risolvere i problemi del nostro tempo ed occorre, da un lato, l’approfondimento personale ed un riposo ‘contemplativo’; dall’altro, occorre far risuonare il riposo ‘contemplativo’ nella cassa di risonanza della comunità, che aiuta a trovare le armonie giuste attraverso suoni differenti, in modo da rendere il ‘mosaico’ della società interessante”.

Oggi la parola ‘comunità’ è stata sostituita dalla parola ‘comunity’: in quale modo è possibile non confondere il significato delle due parole?

“Abbiamo bisogno di comunità incarnate e non solo quelle digitali, oppure comunità all’interno delle quali abbiamo un solo pensiero. Questa è la comunity, un gruppo di persone tra uguali. La comunità, invece, permette l’ascolto delle voci differenti ed è fatta di volti e di relazioni”.

L’Azione Cattolica Italiana ha capacità di narrare la comunità?

“L’Azione Cattolica Italiana è una grande palestra di comunità, all’interno della quale si trova tante esperienze differenti e tanti cammini diversi, ma condivisi. Da sempre l’Azione Cattolica Italiana è attraente. Tutti dobbiamo crescere nella capacità di narrare meglio la bellezza di vivere in comunità. Nello stesso tempo ognuno di noi è nella comunità cristiana, perché ha incontrato una narrazione bella ed entusiasmante della comunità. Quindi l’Azione Cattolica ha la capacità di narrare”. 

(Foto: Azione Cattolica Italiana)

La bellezza dei Cammini Lauretani nel racconto della prof.ssa Francesca Coltrinari

Dalla fine del 1500 la principale via verso Loreto è stata la ‘Via Lauretana’, che, costruita come strada commerciale e postale, collegava Roma al porto di Ancona, e si impose come percorso privilegiato anche per i pellegrini che intendevano testimoniare la fede, unendo in un unico percorso i tre centri spirituali della cristianità: Roma, Loreto ed Assisi. Con la Via Francigena e la Via Romea, la Via Lauretana era il maggior itinerario di fede in Italia.

La Via Lauretana (https://camminilauretani.eu) non era l’unica via per raggiungere Loreto; da nord a sud, da est ed ovest, si intrecciava un fitto reticolo di connessioni, deviazioni e percorsi alternativi: i ‘Cammini Lauretani’. Itinerari di fede come la Via di Jesi, la Via Clementina, la Via Aprutina, la Via di Visso-Macereto, il percorso da Loreto ad Ancona, oltre alle connessioni con le vie del pellegrinaggio internazionale (Via Francigena, Via Romea), formavano con la Via Lauretana una grande rete di itinerari regionali ed interregionali, unendo sotto il segno di Maria le innumerevoli bellezze d’arte e storia, di fede e di paesaggio.

Alla prof.ssa Francesca Coltrinari, docente di storia dell’arte all’università di Macerata, chiediamo di raccontarci questi ‘cammini lauretani: “I Cammini Lauretani sono un itinerario turistico-culturale che intende far rivivere l’esperienza del pellegrinaggio fra Roma e Loreto. Propone di percorrere la ‘via lauretana’ che univa le due città passando per Assisi. Nel tratto marchigiano erano documentati due itinerari: uno più antico che passava per Camerino-Castelraimondo- Sanseverino-Treia e poi lungo l’attuale strada Regina conduceva a Recanati e Loreto e la via postale che da Colfiorito si dirigeva poi verso Tolentino, Macerata, Recanati e Loreto”.

Per quale motivi i Cammini lauretani attraggono i pellegrini?

“Per molti motivi; i principali sono l’attrazione della reliquia di Loreto (la casa di Nazareth dove avvenne l’Annunciazione), la bellezza artistica e paesaggistica del percorso. In linea generale il turismo religioso attrae a molti livelli, tra cui c’è chi lo fa naturalmente per un’esperienza spirituale, oppure prettamente culturale o di gusto culinario. Essendo una storica dell’arte la mia attenzione si focalizza sulla parte storica ed artistica del percorso, caratterizzato da tante presenze di immagine lauretane, oppure di altri santi come a Tolentino con la presenza di san Nicola”.

Allora quali sono le opere d’arte che si possono trovare nei cammini lauretani?

“Molte, perché anche nei centri minori lungo il percorso ci sono opere d’arte significative, mentre gli stessi centri urbani che si incontrano sono opere esse stesse. Volendo sintetizzare, per il tratto marchigiano, si possono indicare Tolentino, con la basilica di san Nicola che conserva il cappellone, un ambiente affrescato nel 1325 circa da pittori della scuola di Giotto, come Pietro da Rimini, con le storie della vita di san Nicola; Macerata, con il suo centro urbano racchiuso nelle mura cinquecentesche perfettamente conservate, la torre dell’orologio del XVI secolo, ripristinato nel 2018 con un carosello di magi e il Palazzo Buonaccorsi; Recanati, con le opere di Lorenzo Lotto e la stessa Loreto, arricchita da capolavori dei maggiori artisti italiani che avevano lavorato anche per i papi, fra il 1400 ed il 1700”.

Esiste un rapporto tra l’Abbadia di Fiastra e Loreto?

“La storia dell’Abbadia di Fiastra inizia nel XIII secolo ed è un’abbazia benedettina, i cui monaci hanno bonificato queste zone, che erano paludose, rendendole fertili ed ha conservato fino ad oggi il rapporto con la natura che è evidente per chi visita. Dal punto di vista artistico si può ammirare la chiesa medievale. Nel XVI secolo l’abbazia fu ‘amministrata’ dai Gesuiti, che stavano anche a Loreto. Quindi, essendo tappa fondamentale nella via lauretana, si è creato un collegamento tra i due luoghi”.

Tanto famoso, il Santuario di Loreto, che nel XVI secolo fu visitato anche dai giapponesi: per quale motivo?

“Perché Loreto era riconosciuta come il secondo luogo santo d’Italia, dopo Roma, ed anche per il motivo per cui i giapponesi erano stati evangelizzati dai gesuiti, che a Loreto si erano stabiliti fin dal 1554, considerandolo ‘il secondo occhio’ della Sede apostolica”.

In quale modo gli artisti erano ‘attratti’ dai cammini lauretani?

“Loreto offriva l’opportunità di lavorare per committenti importanti (papi, principi, alti prelati) e garantiva che le opere fossero poi viste da moltissime persone che venivano da ogni parte del mondo. Alcuni erano attratti anche dal santuario per cui ritenevano il loro contributo artistico anche un atto religioso. Fra questi il pittore veneziano Lorenzo Lotto (1480-1556) che scelse di farsi ‘oblato’, quindi offrendosi e dedicandosi completamente alla santa casa, a cui lasciò i suoi dipinti e in cui morì”.

Quindi è un percorso che può interessare tutti?

“Sicuramente, perché mettere valore per un turista vuol dire creare qualità per chi ci vive, che può diventare turista del proprio territorio”.

Infine, nel Rinascimento quale importanza ebbe la produzione artistica di Tolentino, prima grande città marchigiana per chi giunge da Roma?

“Tolentino ebbe importanti figure di livello internazionale nel campo della cultura e della politica; le principali sono l’umanista Francesco Filelfo, attivo nelle maggiori corti del 1400, come quella di Milano, ed il condottiero Niccolò Maurizi, che combatté per la Repubblica di Firenze e mandò a Tolentino il portale scolpito della basilica di san Nicola. Nell’arte, importante il santuario di san Nicola che conservava il corpo del primo santo dell’ordine agostiniano e quindi divenne un punto di riferimento per tutto questo ordine religioso”.

((Tratto da Aci Stampa)

Alessandra Vitez presenta le mostre del Meeting: l’arte è sempre alla ricerca dell’essenziale

Ormai aperto il Meeting dell’Amicizia fra i Popoli, giunto alla 45^ edizione, in programma fino a domenica 25 agosto con il titolo ‘Se non siamo alla ricerca dell’essenziale, allora cosa cerchiamo?’, caratterizzata da tavole rotonde, mostre, spettacoli, iniziative culturali, sportive e per ragazzi e trasmessa in diretta su più canali digitali e in più lingue, presentato dal presidente della Fondazione del Meeting, Bernhard Scholz:

“Essenziale è ciò che genera una vita piena, libera e responsabile e una vita sociale feconda e solidale… Contro i veleni dell’odio e del disprezzo, dei complottismi e delle estreme polarizzazioni, gli antidoti essenziali sono l’incontro, il dialogo e il confronto. A maggior ragione vogliamo realizzare di nuovo un Meeting che mette a tema le grandi sfide di questo momento storico in un clima di rispetto reciproco, attraverso uno scambio e una condivisione di esperienze e di conoscenze”.

Durante la presentazione degli avvenimenti il presidente della Fondazione ha sottolineato l’importanza culturale delle mostre nella ‘struttura’ del meeting: “Le mostre di questo Meeting sono un invito a riscoprire ciò che è essenziale, a prendere maggiore consapevolezza di ciò che rende la nostra vita più vera e più creativa, ciò che sostiene la nostra esistenza, soprattutto in questo momento di crescente conflittualità e di tante sfide decisive per il nostro futuro”.

I temi delle mostre saranno la storia dei giubilei in vista del Giubileo del 2025, l’opera del fotografo statunitense Curran Hatleberg, con 65 scatti originali, l’opera del pittore americano vissuto in Italia William Congdon (con un importante inedito) e l’opera letteraria dello scrittore svedese Pär Lagerkvist (premio Nobel 1951 per la Letteratura). Altre mostre presenteranno l’attualità di Alcide De Gasperi, la storia dei coniugi austriaci Franz e Franziska Jägerstätter (Franz, martire del nazismo, proclamato beato nel 2007 da papa Benedetto, oggetto anche del film ‘The Hidden Life’ di Terrence Malick) e la tregua di Natale sul fronte occidentale nel Natale del 1914 (raccontata nel 2005 dal film ‘Joyeux Noël’ di Christian Carion).

Un’altra mostra presenterà iniziative sociali nella società civile russa di oggi; di tema sociale anche altre due mostre, una sulla rinascita dei borghi italiani ed una sulla Fondazione Progetto Arca di Milano. Un’esposizione sarà dedicata alla vita del Servo di Dio Enzo Piccinini, medico modenese molto caro al pubblico del Meeting.

La mostra scientifica, a cura dell’Associazione Euresis, avrà a tema le speciali condizioni emerse nell’evoluzione dell’Universo che rendono possibile la vita sul nostro pianeta. La Terra Santa infine sarà al centro di un’esposizione sulle due basiliche della Trasfigurazione sul monte Tabor e del Getsemani, mentre la mostra sulla ‘Fuga in Egitto’ presenterà i luoghi dove è passata la Sacra Famiglia e che sono oggetto di una devozione che unisce cristiani e musulmani.

Per approfondire i temi di alcune mostre abbiamo intervistato la dott.ssa Alessandra Vitez, responsabile dell’ufficio Mostre del meeting, chiedendo il motivo per cui il Meeting pone tale domanda: “E’ una domanda provocatoria di cui abbiamo bisogno perchè ci costringe a non rifugiarci nella rassegnazione e indifferenza, nelle considerazioni ideologiche che ci rendono la vita priva di gusto.

Il Meeting pone questa domanda perchè desideriamo fare esperienza di una vita vissuta nello scoprire e riscoprire quella essenzialità che ci permette di affrontare la realtà così come si presenta. Non significa ridurre tutto ad una sintesi minima ma vivere una vita piena, feconda, e ricca della diversità di chi si incontra come un bene prezioso al proprio cammino umano”.

Per quale motivo per Congdon l’essenziale è visibile agli occhi?

“Rovesciare la famosa frase tratta del Piccolo Principe di Antoine de SaintExupéry (‘l’essenziale è invisibile agli occhi’) non è un gioco, è l’essenza della pittura di William Congdon, esponente dell’action painting di New York, uno dei più grandi artisti del ‘900. Dopo un lungo viaggiare e dipingere si stabilisce in Italia, prima a Venezia, poi ad Assisi ed infine a Gudo Gambaredo nella Bassa milanese, dove muore nel 1998. Per lui dipingere è una ‘avventura dello sguardo’ che arriva a cogliere l’essenza di ciò che si vede. Guai a dargli di pittore astratto; infatti egli dice di sé: Sono sempre partito da un oggetto concreto che colpisce il mio occhio… io dipingo quel che vedo e non come vedo”.

Invece, cosa offre ai visitatori la mostra sui Giubilei?

“Il Giubileo è un tempo che non ci spinge implacabile verso il futuro ma si piega sul nostro bisogno e proclama di voler risanare le ferite nascoste. Ci stringe in un abbraccio di perdono e di misericordia accogliente per spalancarci ad una promessa di bene che è un destino di speranza per tutti. Con la mostra siamo invitati a varcare la Porta che segna l’ingresso in una possibilità di vita cambiata, risollevata dal peso delle sue fragilità, dei suoi limiti, dalle ombre del male che ci infliggiamo a vicenda.

E’ una possibilità straordinaria di salvezza che arriva fino a toccare il cuore dell’esistere quotidiano nel mondo, è una grazia fuori dal comune, introdotta dal realismo umano della fede cristiana nella storia degli ultimi sette secoli: una grazia da mendicare, di cui rendersi degni con i gesti, i passi concreti, aderendo a dei segni visibili capaci di diventare un ponte di collegamento tra la terra e il cielo. Ci attende di nuovo al varco nel prossimo 2025”.

Ed allora in quale modo l’arte si confronta con i Giubilei?

“Le opere pittoriche svolgono la funzione di accompagnare il pellegrino che si avvicina al Giubileo perché le immagini veicolano gli sguardi, illuminano traiettorie, muovono domande. L’artista capta le vibrazioni che animano la sua epoca, si fa profetico interprete del mondo che lo circonda, senza mai smettere di ‘cercare’. Il ‘desiderio’, talvolta, diventa inquietudine e rovello. E possiamo cogliere un segno che rende evidente la meravigliosa capacità dell’uomo di trasformare l’esperienza in cultura, cultura che risponde alla grande domanda su che cosa voglia dire diventare vivi per davvero”.

Infine, per quale motivo il Meeting ha scelto le fotografie di Curran Hatleberg?

“Il mondo della fotografia ci interessa particolarmente e siamo sempre alla ricerca di una prospettiva originale da cui guardare attraverso l’obiettivo. E’ stato il nostro amico Luca Fiore, critico d’arte e giornalista, ad introdurci alla conoscenza di Hatleberg, che sarà con noi per tutta la settimana del Meeting.

Hatleberg ha frequentato la Florida per un paio d’anni, tornando a visitare le stesse famiglie incontrate casualmente per trascorrere del tempo con loro. Questo rapporto di prossimità gli ha permesso di entrare nel mondo di queste persone, di accedere ai loro momenti di intimità e di vulnerabilità.

Di loro non conosceva nulla, ma era curioso di entrare nella vita quotidiana; è incredibile come capiti che in situazioni davvero dure, dal punto di vista sociale e personale, dentro l’inquadratura appare qualcosa che apre ad una possibilità. La fotografia può diventare un’ottima scusa per far incontrare persone che appartengono a mondi diversi e dar loro l’opportunità di condividere qualcosa”.

(Tratto da Aci Stampa)

Mons. Mosciatti: la santità dà la carica per vivere nella realtà

“Uno degli inni liturgici della festa del nostro patrono san Cassiano così lo descrive: ‘Con zelo insegni ai giovani l’arte di scriver celere e con parole esplicite Cristo verace predichi’. Colpisce di Cassiano la caratteristica di un uomo che ha svolto con diligenza ed entusiasmo il proprio compito, avendo a cuore di insegnare un lavoro ai giovani, ma nello stesso tempo la presenza di Cristo nella sua vita lo ha reso annunciatore del significato del vivere, tanto da parlarne in maniera, dice l’inno, esplicita, chiara e verace” mons. Giovanni Mosciatti, vescovo di Imola, ha definito il patrono della città, san Cassiano come annunciatore di vita nella celebrazione per la festa del patrono.

E’ un tratteggio di una santità quotidiana: “Certamente Cassiano ha vissuto pienamente la sua esistenza nell’operosità e nella creatività del lavoro, ma nell’adesione a Gesù Cristo ha anche trasmesso il significato profondo di quel lavoro e un gusto di vita nuova”.

Quindi i santi vivono nella realtà: “Così è il cristiano: una persona attenta alla realtà e capace di declinare nella vita quotidiana la passione e il gusto per la vita che Gesù ha portato. Con Lui la vita acquista il suo pieno valore e diviene degna di essere vissuta, in ogni suo aspetto”.

Un paragone che potrebbe essere giusto anche per il tempo di oggi: “Oggi viviamo in un tempo secolarizzato e sembra che la proposta cristiana non susciti interesse, ma non è venuto meno il bisogno dell’uomo, il suo irriducibile desiderio di significato. Ce lo dice la nostra esperienza quotidiana.

rSe lasciamo parlare il cuore ci accorgiamo che veramente siamo definiti da un’inquietudine che si manifesta in mille modi. Siamo interconnessi digitalmente 24 ore su 24, ma ci si accorge di uomini e donne spesso sprofondati nella solitudine, con legami solo passeggeri ed evanescenti”.

Il cristianesimo non estranea la gente dalla realtà, perché esso è un avvenimento: “Ciò di cui abbiamo bisogno è però più vicino di quello che pensiamo. Così vicino da identificarsi in un pezzo di pane che possiamo mangiare, in una persona che possiamo abbracciare. Il cristianesimo continua ad accadere come un avvenimento presente…

Questa situazione presenta molte analogie con il paganesimo romano del II-III secolo dopo Cristo. I cristiani di allora non scommisero su una vittoria culturale o politica, rischiarono una testimonianza gratuita che si trasmetteva da persona a persona. In questo modo, in 300 anni, riuscirono a mutare il volto del più grande impero della storia. Così come ci testimonia Cassiano”.

La gente si convertì non per una teoria, ma per una presenza, come quella di san Cassiano nella terra imolese: “Non credettero perché Cristo diceva delle cose, non credettero perché fece miracoli, fino a risuscitare i morti. Tant’è che molti videro ma questa non cambiò la loro vita. Credettero per una presenza carica di proposta, per una presenza carica di significato.

La testimonianza di Cassiano è allora un invito per noi a lasciarci colpire da quello stesso avvenimento. Un invito a verificare se quella presenza carica di significato basta per vivere. Perciò il problema è davvero quello del riaccadere di esperienze di fede, personali e comunitarie, in modo che l’uomo di oggi possa incontrare, di nuovo, o per la prima volta, il cristianesimo. Possa sperimentare il fascino della realtà di Cristo nella vita, come duemila anni fa”.

L’omelia del vescovo imolese è un invito a non preoccuparsi dell’inadeguatezza della propria  testimonianza: “La testimonianza è innanzitutto di Cristo in noi, attraverso il cambiamento che provoca nella nostra vita e a cui io acconsento liberamente… Abbiamo bisogno di qualcosa che non dipenda dalle nostre capacità o dai nostri progetti, ma che riaccada nella nostra vita ed allarghi la misura del nostro cuore”.

In fondo Cristo si è fatto uomo: “Perciò l’incontro con Cristo è l’imbattersi in una realtà umana diversa. Ti imbatti in una realtà umana che ha una differenza di vita che tu percepisci.

Cominciarono ad accorgersi di Cassiano e ad accusarlo dicendogli: ‘Tu sei diverso dagli altri, c’è qualcosa di diverso’. Ecco, l’incontro è l’imbattersi in una diversità, che ti attrae. E’ la modalità con cui Cristo si rende presente agli uomini. E ti attrae perché corrisponde di più al tuo cuore”.

(Foto: Diocesi di Imola)

Papa Francesco ai ministranti: Gesù è ‘con te’

“Piazza San Pietro è sempre bella, ma con voi è ancora più bella! Vielen Dank di essere venuti a Roma; forse per qualcuno di voi è la prima volta. Willkommen! Mi colpisce il tema del vostro pellegrinaggio: ‘Con te’. ‘Mit dir’. ‘With you’. ‘Avec toi’. Sapete perché mi colpisce? Perché dice tutto in due parole. E’ bellissimo, e lascia spazio alla ricerca, a trovare i significati possibili”: con tali parole ieri pomeriggio papa Francesco ha ricevuto in udienza in piazza San Pietro, i partecipanti al XIII Pellegrinaggio dell’Associazione Internazionale dei Ministranti fino al 3 agosto, sul tema: ‘Con te’.

Sono giovani di almeno 88 diocesi in rappresentanza di circa 20 nazionalità, tra cui: Austria, Belgio, Croazia, Francia, Germania, Lituania, Lussemburgo, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Serbia, Slovacchia, Svizzera, Ucraina e Ungheria. Dopo un momento di preghiera, il papa ha espresso alcune impressioni sul titolo:

“Con te. E’ un’espressione che racchiude il mistero della nostra vita, il mistero dell’amore. Quando un essere umano viene concepito nel grembo, la mamma gli dice o le dice: ‘Non temere, io sono con te’. Ma misteriosamente anche la mamma sente che quella piccola creatura le dice, alla mamma: ‘Sono con te’. E questo, in modo diverso, vale anche per il papà! Pensando a voi, e adesso guardandovi, questo ‘con te’ si riempie di nuovi significati! Vorrei dirvi quelli che ho trovato più belli e importanti”.

Il titolo del convegno è un chiaro rimando alla celebrazione eucaristica, dove Gesù si manifesta: “La vostra esperienza di servizio nella Liturgia mi fa pensare che il primo soggetto, il protagonista di questo ‘con te’ è Dio. Gesù ha detto: ‘Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro’. E questo si realizza al massimo nella Messa, nell’Eucaristia: lì il ‘con te’ diventa presenza reale, presenza concreta di Dio nel Corpo e nel Sangue di Cristo”.

Tale ‘esperienza’ comunionale permette di fare esperienza di Gesù: “Il sacerdote vede accadere ogni giorno questo mistero tra le sue mani; e anche voi lo vedete, quando servite all’altare. E quando riceviamo la santa Comunione, possiamo sperimentare che Gesù è ‘con noi’ spiritualmente e fisicamente. Lui ti dice: ‘Io sono con te’, ma non a parole, lo dice in quel gesto, in quell’atto d’amore che è l’Eucaristia. E anche tu, nella Comunione, puoi dire al Signore Gesù: ‘Io sono con te’, non a parole, ma col tuo cuore e col tuo corpo, col tuo amore. Proprio grazie al fatto che Lui è con noi, anche noi possiamo essere veramente con Lui”.

In questo modo si realizza anche uno ‘scambio’ con il mondo: “Se tu ministrante custodisci nel tuo cuore e nella tua carne, come Maria, il mistero di Dio che è con te, allora diventi capace di essere con gli altri in modo nuovo. Anche tu (grazie a Gesù, sempre e solo grazie a Lui) anche tu puoi dire al prossimo ‘sono con te’, ma non a parole, ma nei fatti, con i gesti, con il cuore, con la vicinanza concreta (non dimenticate la vicinanza concreta) piangere con chi piange, gioire con chi gioisce, senza giudizi, senza pregiudizi, senza chiusure, senza esclusioni. Anche con te, che non mi sei simpatico; con te, che sei diverso da me; con te, che sei straniero; con te, da cui non mi sento capito; con te, che non vieni mai in chiesa; con te, che dici di non credere in Dio”.

(Foto: Santa Sede)

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