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L’esperienza del sapere secondo l’Università Cattolica: in dialogo con la rettrice Beccalli
‘Le università cattoliche sono nate per custodire, approfondire e tramandare il sapere come patrimonio dell’umanità. Non per una vanagloria umana ma nella consapevolezza che il sapere è un dono preziosissimo che la sapienza divina ha messo in mano delle sue creature. Nella Scrittura questa opera è rappresentata con l’immagine della donna saggia che coltiva con premura la sapienza e si contrappone alla donna stolta che attira e inganna i suoi adepti’: così inizia il messaggio dei vescovi in occasione della 102^ Giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore che si celebra domenica 19 aprile sul tema ‘L’esperienza del sapere’.
Partendo da questo incipit abbiamo incontrato la prof.ssa Elena Beccalli, rettrice dell’Università Cattolica, chiedendo di spiegare in cosa consiste quest’esperienza del sapere: “Vogliamo che le università diventino sempre più luoghi dove fare esperienza del sapere e non solo trasmissione del sapere. Questo significa dare peso al valore delle relazioni sia tra docenti e studenti che tra pari per consentire di passare dalla trasmissione di conoscenze e competenze frontali in aula ad ambienti dove si possa sperimentare la conoscenza, come per esempio l’esperienza del ‘service learning’, che è una proposta pedagogica con cui gli studenti apprendono e crescono attraverso la partecipazione attiva a scuola e nel loro territorio, oppure quella del ‘peer mentorship’ (opportunità di orientamento professionale basata sul rapporto di collaborazione ed interazione diretta per apprendere competenze necessarie nel mondo del lavoro, ndr.), forme pedagogiche nuove in cui lo studente fa esperienza di conoscenza”.
‘Questo è il compito che, fin dalla loro nascita nel medioevo, ha contrassegnato l’opera delle università cattoliche a cui va dato il merito di aver, in tempi spesso difficili e travagliati, conservato e trasmesso il sapere, grazie anche alle grandi biblioteche e ad un lavoro certosino di conservazione e trascrizione dei testi’, si legge ancora nel messaggio: in quale modo l’Università Cattolica può educare i giovani alla sapienza?
“L’Università Cattolica fornisce una formazione integrale alla persona; questo vuol dire andare oltre la dimensione tecnica ed abbracciare la dimensione spirituale; quindi arrivare anche alla sapienza, perché non è solo una formazione tecnica, ma soprattutto è una formazione che vuole umanizzare l’umanità. In questo senso arriva anche alla sapienza”.
‘Non si devono separare il desiderio e il cuore dalla conoscenza: significherebbe spezzare la persona. L’università e la scuola cattolica sono luoghi dove le domande non vengono tacitate, e il dubbio non è bandito ma accompagnato. Il cuore, lì, dialoga col cuore, e il metodo è quello dell’ascolto che riconosce l’altro come bene, non come minaccia. Cor ad cor loquitur è stato il motto Cardinalizio di San John Henry Newman’, ha scritto papa Leone XIV nella Lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’. E’ possibile ‘disegnare nuove mappe’ di speranza?
“Siamo convinti che sia possibile l’educazione che è uno dei mezzi più efficaci per trasformare la società, oltreché per consentire alle singole persone di svilupparsi. Allora il disegno di una nuova mappa diventa uno strumento di speranza, tantoché abbiamo definito sinteticamente l’Università Cattolica del Sacro Cuore come un vero laboratorio di speranza, perché essa non è un’idea, ma un’azione declinabile in tutte le discipline che coltiviamo in Ateneo ed allora esso diventa davvero un laboratorio di speranza”.
Nel messaggio per la LX Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali, ‘Custodire voci e volti umani’, papa Leone XIV scrive: ‘Sebbene l’IA possa fornire supporto e assistenza nella gestione di compiti comunicativi, sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di una compilazione statistica artificiale, rischia a lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative’. L’Università Cattolica come può rispondere alla sfida dell’intelligenza artificiale?
“Nel suo piano strategico per il prossimo triennio l’Università Cattolica mette l’intelligenza artificiale al cuore, perché vogliamo, da un lato, integrare l’intelligenza artificiale nella didattica tradizionale, in quanto le nostre studentesse ed i nostri studenti devono essere educati ad un uso consapevole dell’intelligenza artificiale. Eppoi sviluppiamo percorsi formativi e di ricerca per studiare l’intelligenza artificiale, che pone domande di senso fondamentali; per questo abbiamo attivato una nuova laurea in ‘filosofia nell’era dell’intelligenza artificiale’, perché l’intelligenza artificiale va innanzitutto studiata non solo dal punto di vista tecnico, ma anche dal punto di vista sapienziale”.
L’Università Cattolica è stata fondata da p. Agostino Gemelli e dalla beata Armida Barelli, entrambi animati da uno ‘spirito’ francescano. In quale modo l’Università Cattolica può rispondere ad una nuova visione dell’economia?
“L’Università Cattolica è impegnata a portare avanti un nuovo paradigma economico. Gli economisti dell’Università Cattolica propongono uno sguardo nuovo sull’economia. Il pensiero economico francescano si ritrova in molti studi e proposte della nostra università. Basti pensare all’ambito bancario, in cui siamo molto attenti allo sviluppo delle banche di prossimità o di comunità, che sono un modo attuale di riportare i Monti di Pietà, fondati nel XIV secolo dai francescani, nella realtà di oggi”.
Venerdì 10 aprile ha incontrato papa Leone XIV, illustrando gli indirizzi che, secondo il Piano strategico di Ateneo 2026-2028, guidano la missione dell’ateneo, ‘Piano Africa’. Ci può spiegare di cosa si tratta?
“Si tratta di uno strumento, un processo molto partecipato negli ultimi nove mesi, che ha portato a delineare il futuro su tre indirizzi. Innanzitutto la valorizzazione del profilo no profit, inoltre l’idea di voler combinare una research university con una comunità educante cercando di creare armonia tra queste due dimensioni. Infine, l’ultimo indirizzo è quello di passare da un luogo di trasmissione del sapere, a un luogo in cui si possa fare esperienza del sapere.
Il ‘Piano Africa’ è un insieme di iniziative e di progetti con i Paesi africani in ambito educativo e sanitario, in una logica di rapporto vicendevole. Sono progetti che poggiano su una lunga tradizione coltivata in Ateneo di relazioni con università e istituzioni africane e che trovano in questo piano un momento di ulteriore slancio”.
(Tratto da Aci Stampa)
“I volti della povertà in carcere”: a Fabriano la mostra fotografica che racconta una realtà invisibile
Si è svolta nei giorni scorsi la conferenza stampa di presentazione della mostra ‘I volti della povertà in carcere’, che sarà ospitata sino a domenica 12 aprile all’Oratorio del Gonfalone di Fabriano. L’esposizione è tratta dall’omonimo volume con fotografie di Matteo Pernaselci e testi di Rossana Ruggiero, pubblicato da EDB – Edizioni Dehoniane Bologna.
L’evento è stato promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV. La mostra offrirà ai visitatori uno sguardo profondo e lontano dagli stereotipi sulla realtà carceraria: volti, storie e frammenti di vita restituiti attraverso immagini capaci di cogliere silenzi, solitudine, ma anche momenti di umanità e condivisione. Un racconto visivo che mette in luce un’umanità sospesa tra il peso del passato e la speranza di un futuro diverso.
Durante la conferenza stampa sono intervenuti Maurizio Serafini, Assessore alla Comunità e alla Solidarietà del Comune di Fabriano, Gianluigi Farneti, Direttore Caritas diocesana, Massimo Stopponi del Consiglio Centrale della Società di San Vincenzo De Paoli di Fabriano, Antonella Caldart, Responsabile del Settore Carcere e Devianza e Gabriele Cinti, Referente del progetto ‘Confini umani’.
L’assessore alla comunità e alla solidarietà sociale del Comune di Fabriano, Maurizio Serafini, ha evidenziato che l’amministrazione comunale è particolarmente attenta alle persone che escono dal carcere. Ha inoltre ringraziato la Società di San Vincenzo De Paoli per la struttura di prima accoglienza via Mamiani che ospita persone senza fissa dimora, di cui circa il 20% sono ex detenuti.
Infine, ha rilevato le difficoltà che molte associazioni di volontariato incontrano nel reperire persone disponibili a dedicare una parte del proprio tempo agli altri, evidenziando la necessità di promuovere una maggiore sensibilizzazione e partecipazione della comunità.
Il direttore della Caritas diocesana, Gianluigi Farneti, ha sottolineato come l’iniziativa rappresenti un’occasione preziosa per coinvolgere l’intera comunità — anziani, adulti e giovani — avvicinandola a una realtà spesso poco conosciuta e restituendo attenzione e visibilità a un’umanità troppo frequentemente dimenticata. Ha evidenziato inoltre che il progetto si inserisce in un impegno più ampio volto a costruire un legame vivo tra carcere e comunità, favorendo il dialogo, l’inclusione e la diffusione di una cultura della dignità, promossa quotidianamente anche dalla Caritas su tutto il territorio nazionale.
A seguire, Massimo Stopponi ha richiamato il significato dell’iniziativa, inserendola nella tradizione di impegno della Società di San Vincenzo De Paoli verso il mondo carcerario, ispirata a San Vincenzo De Paoli e al beato Federico Ozanam, che già dalle origini includeva tra le opere di carità il sostegno ai detenuti e alle loro famiglie.
Questo impegno continua attraverso azioni concrete rivolte a detenuti ed ex detenuti con percorsi educativi, iniziative culturali e progetti di reinserimento sociale, accompagnati da una costante attività di formazione dei volontari.
Proprio nelle Marche, dall’11 ottobre al 6 dicembre 2025, si è svolto il percorso di formazione ‘Essere presenza nel mondo del carcere’. Il corso si è concluso il 14 febbraio ad Ancona e ha coinvolto 112 iscritti provenienti da 11 regioni italiane, di cui due terzi dalle Marche. Tra i partecipanti si contano 15 giovani sotto i 30 anni e circa 20 volontari della Società di San Vincenzo De Paoli. Il percorso ha avuto anche una significativa estensione online, con oltre 1.200 visualizzazioni dei contenuti formativi. I volontari formati saranno progressivamente inseriti nelle strutture penitenziarie del territorio.
L’attenzione verso le persone più fragili prosegue anche nella Casa di prima accoglienza di via Mamiani dove vengono accolti stabilmente anche ex detenuti che incontrano difficoltà nel reinserimento sociale. Pur in assenza di dati precisi, si stima che rappresentino circa il 20% degli ospiti.
Nel suo intervento, Antonella Caldart ha sottolineato come la mostra nasca dall’esperienza diretta nei luoghi della detenzione, restituendo attraverso immagini e racconti un’umanità fatta di volti, gesti e frammenti di vita. Ha evidenziato che il carcere non è solo spazio di pena ma luogo in cui convivono sofferenza, relazioni e possibilità di cambiamento, che coinvolgono non solo i detenuti ma anche gli operatori.
Caldart ha richiamato con forza il tema della dignità della persona, ribadendo che la pena non deve trasformarsi in una “pena dell’anima”, ma mantenere una prospettiva educativa e di reinserimento, in linea con i principi costituzionali. Ha inoltre ricordato come, in assenza di reali percorsi di recupero, il rischio di recidiva resti elevato, sottolineando l’importanza di investire su accompagnamento e inclusione.
Un passaggio centrale del suo intervento ha riguardato il valore del volontariato, descritto come presenza concreta e relazione autentica: un impegno che si realizza nell’ascolto, nelle attività in carcere e nel sostegno alle persone anche fuori, insieme alle loro famiglie. In questo senso, la mostra è stata indicata come uno strumento capace di favorire conoscenza e incontro, superando pregiudizi e stigmatizzazioni.
Durante il periodo di esposizione della mostra sono state invitate le scuole secondarie di secondo grado di Fabriano, con percorsi guidati di circa 75 minuti. Le visite prevedono un’introduzione, attività di gruppo sulle fotografie, momenti di restituzione e dialogo finale, con l’obiettivo di superare stereotipi e promuovere una comprensione più consapevole e responsabile della realtà carceraria.
Gabriele Cinti, referente del progetto “Confini umani: carcere, fragilità e comunità educante”, ha evidenziato come la mostra I volti della povertà in carcere offra uno sguardo sulla realtà carceraria, mettendo in luce il legame tra povertà e marginalità sociale.
La mostra nei prossimi mesi sarà allestita in altre città italiane, tra cui Bologna e Cagliari. Ogni tappa porterà con sé il proposito di diffondere il valore dell’accoglienza e della dignità umana, soprattutto nelle situazioni di maggiore fragilità.
Il Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV è da anni impegnato in percorsi di formazione, sensibilizzazione e progettazione educativa per rafforzare il dialogo tra carcere e società.
Papa Leone XIV: l’accoglienza è un’esperienza
“Sono lieto di incontrarvi e di condividere con voi qualche riflessione sul tema che state affrontando come ‘Cattedra dell’Accoglienza’, nata dall’esperienza spirituale dell’Associazione Fraterna Domus con il sostegno fattivo di altre realtà ecclesiali e sociali. Queste vostre giornate sono animate dalla consapevolezza che la vocazione cristiana è orientata a generare comunione tra le persone, e la comunione nasce dalla capacità di accogliere gli altri, offrendo ascolto, ospitalità e assistenza”: ricevendo la ‘Cattedra dell’accoglienza’ papa Leone XIV ha invitato i partecipanti ad essere ‘educatrici ed educatori dell’accoglienza’ e a continuare a ‘promuovere il bene e la fraternità nella comunità cristiana e nella società’.
Per questo il papa ha sottolineato il valore etimologico della parola, centrale per la relazione: “Una possibile etimologia della parola ‘accogliere’, centro di ogni vostra attività, risale al latino accipere che significa ‘ricevere’, ‘prendere con sé’. Al centro di ogni autentica accoglienza vi è, infatti, una relazione che nasce dalla grazia di un incontro”.
Quindi l’accoglienza è un’esperienza: “Facciamo esperienza di tanti tipi di incontro e quindi di accoglienza: l’incontro con le persone che ci amano, con i familiari, con i colleghi, e anche con persone estranee, a volte ostili. Quando un incontro è vero, da esperienza personale può trasformarsi e, progressivamente, diventare capace di coinvolgere gli altri dando vita a un’esperienza comunitaria”.
E’ stato un ringraziamento all’associazione per aver dedicato il tema di quest’anno ai giovani: “In un tempo attraversato da profonde trasformazioni culturali e sociali, i giovani, che sono naturalmente il futuro della società e della Chiesa, in realtà ne costituiscono già il presente vivo e generativo. Le loro domande e le loro inquietudini, infatti, invitano a rinnovare lo stile dei nostri rapporti.
Accogliere persone giovani significa, anzitutto, mettersi in ascolto delle loro voci, incrociare i loro sguardi e riconoscere che, nelle loro esistenze e nei loro linguaggi, lo Spirito continua a operare e a suggerirci percorsi rinnovati di presenza e custodia. Vorrei soffermarmi proprio su queste due parole (presenza e custodia), che concorrono a illuminare il senso cristiano dell’accoglienza”.
La presenza è importante perché segna un punto di riferimento: “Ognuno di noi, fin dal primo istante di vita, cresce in una realtà sociale. La famiglia, la parrocchia, la scuola, l’università, il lavoro rappresentano modelli di società dove si intrecciano diverse dimensioni: psicologica, giuridica, morale, pedagogica, culturale. Sono spazi di elezione identitaria il cui compito primario è delineato proprio dalla presenza. Essere presenti nella vita degli altri significa condividere tempo, esperienze, significati, offrendo punti di riferimento stabili nei quali gli altri possano riconoscersi e crescere”.
Per questo il ‘modello’ è la Famiglia di Nazaret: “Guardando alla Santa Famiglia di Nazaret (al cui modello di ispira la Fraterna Domus), ogni comunità accogliente può riscoprire la propria chiamata e imparare a orientarsi nel cammino del servizio. L’episodio evangelico di Maria e Giuseppe che smarriscono Gesù e, angosciati, lo ritrovano dopo tre giorni nel Tempio ci insegna che la presenza dell’altro non è un automatismo, ma l’esito di una ricerca costante. E’ accaduto a ciascuno di noi di smarrire qualcuno o qualcosa a cui eravamo molto legati. In quel momento ci siamo accorti di quanto quella presenza fosse preziosa”.
Ugualmente succede per la fede: “Così succede anche nella vita di fede: diamo per scontata la presenza di Gesù nella nostra esistenza, finché all’improvviso sembra che Egli non sia più dove lo abbiamo lasciato. Avvertiamo un senso di smarrimento. In realtà, non è Lui che si è perso, ma noi che ci siamo allontanati. Quando avviene questo, siamo chiamati a cercarlo con fiducia, con il coraggio di percorrere strade inesplorate, guardando il mondo con occhi nuovi, carichi di speranza. In questo modo si smetterà di cercare un Dio a propria misura per incontrarlo dove Egli abita. Cercare Gesù significa, dunque, passare dalla sicurezza delle nostre convinzioni alla responsabilità dell’incontro, imparando a vedere e ad accogliere la presenza di Dio che è sempre oltre”.
Quindi la presenza rimanda alla custodia, chiedendo di prendere ad esempio san Giuseppe: “E’ proprio quello che ha fatto san Giuseppe custodendo la famiglia affidatagli dal Signore. In lui riconosciamo che accogliere, oltre che presenza, è anche custodia. Custodire significa stare accanto all’altro con attenzione, rispettarne le scelte e prendersene cura. Questo atteggiamento appartiene anzitutto a Dio, che la Bibbia mostra come il custode del suo popolo”.
Infatti il salmo 121 ricorda il valore di custodire (‘Non si addormenterà, non prenderà sonno / il custode d’Israele. / Il Signore è il tuo custode’): “Da questa prospettiva comprendiamo che anche la famiglia umana è chiamata a preservare ciò che le è stato affidato: le relazioni, il creato, la vita delle sorelle e dei fratelli, soprattutto di coloro che soffrono e che sono più fragili. Così Giuseppe ci dimostra che presenza e custodia sono dimensioni inseparabili: non si custodisce senza esserci, e non si è presenti senza assumersi la responsabilità dell’altro”.
Queste sono le due ‘lampade’ che conducono verso la santità: “Queste due parole possono rappresentare due lampade nel vostro percorso verso un’accoglienza capace di aprire sentieri di santità, in una prospettiva mai autoreferenziale, sempre relazionale e fraterna, così come ci ricorda l’enciclica ‘Fratelli tutti’, là dove afferma: ‘Solo una cultura sociale e politica che comprenda l’accoglienza gratuita potrà avere futuro’ per le nuove generazioni”.
Concludendo l’incontro il papa ha ringraziato ed incoraggiato l’associazione per l’impegno nell’accoglienza: “Carissimi, vi ringrazio per il vostro impegno silenzioso e discreto. Vi incoraggio a essere educatrici ed educatori dell’accoglienza. Coltivate il carisma dell’accoglienza nell’ascolto dello Spirito Santo, il cui frutto, ci dice san Paolo, ‘è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé’. Così potrete continuare a generare insieme ambienti capaci di promuovere il bene e la fraternità nella comunità cristiana e nella società”.
(Foto: Santa Sede)
Da Terni un invito a riscoprire l’esperienza di vita di san Valentino
“Carissimi fratelli e sorelle, la liturgia della Parola di questa domenica, nella quale la nostra Chiesa diocesana celebra la festa del s. Patrono Valentino, focalizza l’attenzione sui comandamenti di Dio. Il sostantivo ‘comandamento’, a primo impatto sembra stridere con il desiderio di libertà a cui tutte le persone aspirano e aspiriamo”: in una cattedrale gremita di fedeli è stata celebrata, domenica scorsa, la festa diocesana di san Valentino con il solenne pontificale presieduto dal vescovo Francesco Antonio Soddu, concelebrato da mons. Salvatore Ferdinandi, vicario generale della Diocesi, da p. Josline Peediakkel parroco di san Valentino, dai i vicari foranei ed episcopali, il clero diocesano.
La festa del patrono della città di Terni è per la comunità cittadina un’occasione per riflettere sull’identità della città alla luce della testimonianza di san Valentino che ha plasmato cristianamente la città di Terni durante il suo lungo ministero episcopale, come maestro, padre dei poveri e dei giovani innamorati, di custode dell’amore: “San Valentino si presenta a noi come esempio fulgido da seguire sulla via della umanità e della santità. Egli emerge per quella sapienza del cuore che coincide con l’amore di Dio. La sua norma di vita è stata aderire al Vangelo.
Intelligenza, legge e cuore in Valentino sono pienamente in sintonia e connesse per formare l’ossatura robusta della persona e del santo. Egli ha vissuto una vita buona perché ha nutrito la sua esistenza con il vangelo che è il bene sommo, il cibo sano per la vita sana. Tra le tante opportunità di una esistenza nociva e a buon mercato ha saputo scegliere e coltivare questo bene e non lo ha barattato con nient’altro”.
Nell’omelia il vescovo di Terni ha sottolineato che il santo ternano sia esempio per i giovani: “In un periodo, quello di Valentino, in cui l’odio per la fede portava al disprezzo stesso per la vita fino a inculcare il male in tutte le sue dimensioni facendolo passare per ottima cosa e utile per la crescita degli individui, egli si oppose risolutamente, testimoniando una ovvietà che anche oggi necessita d’esser presa in seria considerazione: se a una persona o a qualsiasi essere vivente viene somministrato del veleno, questi si ammala e inesorabilmente è destinato a perire.
Soprattutto per i ragazzi e giovani Valentino porge la sua esperienza di vita affinché ogni suo tratto possa esser utilizzato come fondamento nella composizione intelligente dei vari tasselli e opportunità di crescita sulla via del bene. Di questo c’è tanto bisogno nella società di oggi! Valentino sia accolto perciò nella vita di ciascuno, nelle famiglie, nei gruppi, nelle scuole, nei posti di lavoro o di svago come il lievito buono e fecondo per la crescita integrale della persona”.
Facendo riferimento alla liturgia della Parola che focalizza l’attenzione sui comandamenti, il vescovo ha sottolineato la pedagogia dell’insegnamento di Gesù: “Oppure ancora quando a causa del suo insegnamento ben mirato ed esigente molti non lo seguirono più, ai suoi discepoli disse se volete andarvene anche voi siete liberi di farlo.
Cari fratelli e sorelle tutto questo il Signore Gesù lo fa non per umiliare o opprimere nessuno quanto piuttosto per sciogliere i vincoli di qualsiasi contenimento del bene posto da un limite umano e così proiettare la persona verso la libertà assoluta che proviene da Dio”.
Quindi la Parola di Dio insegna che per poter aderire in pienezza a tutto questo è necessaria una particolare sapienza: “Il nostro san Valentino fa parte di questa schiera eletta. Egli però non è un numero anonimo fra tanti. Egli emerge per quella sapienza del cuore che coincide con l’amore di Dio. La sua norma di vita è stata aderire al Vangelo con quell’intelligenza di cui abbiamo sentito e pregato con il Salmo responsoriale: Dammi intelligenza perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore”.
E’ stato un invito a valorizzare l’esperienza di san Valentino: “Soprattutto per i ragazzi e giovani Valentino porge la sua esperienza di vita affinché ogni suo tratto possa esser utilizzato come fondamento nella composizione intelligente dei vari tasselli e opportunità di crescita sulla via del bene. Di questo c’è tanto bisogno nella società di oggi! Valentino sia accolto perciò nella vita di ciascuno, nelle famiglie, nei gruppi, nelle scuole, nei posti di lavoro o di svago come il lievito buono e fecondo per la crescita integrale della persona”.
Mentre nella festa della solennità di san Valentino mons. Domenico Cancian vescovo emerito di Città di Castello, ha sottolineato la vocazione del Santo: “San Valentino fa parte dell’identità del popolo di questa chiesa e della città nella forma più bella. Tutti siamo affascinati da questa persona che non è un eroe, un personaggio o un influencer, noi celebriamo un santo, testimone di Cristo e del Vangelo e di una umanità migliore.
Valentino ha risposto alla sua vocazione sia come vescovo, che come uomo, come cultore della verità e dell’amore. San Valentino è attuale e vuole dirci che la santità cristiana è opera di Dio, è grazia del Signore che trasforma la vita”.
Quindi è un santo ‘attuale’: “Un santo che è estremamente attuale che ha dato la testimonianza più alta come vescovo e come uomo, ad immagine del buon pastore Gesù, che ha dato la vita per noi. Chi segue Gesù non è un mercenario, il buon pastore invita a non approfittare invece che farsi servitore, a non servirsi invece che servire, non strumentalizzare a proprio favore. Piuttosto insegna ad accogliere l’umanità dispersa, smarrita, sbandata che non ha speranza”.
(Foto: Diocesi di Terni)
Giornata della Vita consacrata: profezia della presenza
“Nel corso dell’ultimo anno, durante i viaggi e le visite pastorali del Dicastero, abbiamo avuto il dono di toccare e di farci raggiungere da questa vita, incontrando i volti di tante persone consacrate chiamate a condividere situazioni complesse: contesti segnati da conflitti, instabilità sociale e politica, povertà, emarginazione, migrazioni forzate, minoranza religiosa, violenze e tensioni che mettono alla prova la dignità delle persone, la libertà e a volte la stessa fede. Esperienze che svelano quanto sia forte la dimensione profetica della vita consacrata come ‘presenza che resta’: accanto ai popoli e alle persone ferite, nei luoghi dove il Vangelo si vive spesso in condizioni di fragilità e di prova”: oggi, festa della presentazione di Gesù al tempio, si celebra la XXX Giornata Mondiale della Vita Consacrata, ed il Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata ha inviato un messaggio intitolato ‘Profezia della presenza: vita consacrata dove la dignità è ferita e la fede è provata’.
In questo messaggio è sottolineato l’aspetto del ‘restare’, cioè di una presenza: “Questo ‘restare’ assume volti e fatiche diverse, perché diverse sono le complessità delle nostre società: là dove la vita quotidiana è attraversata da fragilità istituzionali e insicurezza; là dove minoranze religiose vivono pressioni e restrizioni; là dove il benessere convive con solitudini, polarizzazioni, nuove povertà e indifferenza; là dove migrazioni, disuguaglianze e violenze diffuse sfidano la convivenza civile. In tante parti del mondo, la situazione politica e sociale mette alla prova la fiducia e logora la speranza: e proprio per questo la vostra presenza fedele, umile, creativa, discreta diventa segno che Dio non abbandona il suo popolo”.
E tale ‘restare’ di natura evangelica è una speranza: “Il ‘restare’ evangelico non è mai immobilità né rassegnazione: è speranza attiva che genera atteggiamenti e gesti di pace: parole che disarmano proprio dove le ferite dei conflitti sembrano cancellare la fraternità, relazioni che testimoniano il desiderio di dialogo tra culture e religioni, scelte che proteggono i piccoli anche quando stare dalla loro parte chiede un prezzo da pagare, pazienza nei processi anche all’interno della comunità ecclesiale, perseveranza nella ricerca di percorsi di riconciliazione da costruire nell’ascolto e nella preghiera, coraggio nella denuncia di situazioni e strutture che negano la dignità delle persone e la giustizia. Proprio perché è così, questo restare non è solo una scelta personale o comunitaria, ma diventa una parola profetica per tutta la Chiesa e per il mondo”.
E’ una speranza perché un seme è seminato, secondo i carismi: “In questo restare come seme che accetta di morire perché la vita fiorisca, in forme diverse e complementari, si esprime la profezia di tutta la vita consacrata. La vita apostolica rende visibile una prossimità operosa che sostiene la dignità ferita; la vita contemplativa custodisce, nell’intercessione e nella fedeltà, la speranza quando la fede è provata; gli Istituti secolari testimoniano il Vangelo come lievito discreto nelle realtà sociali e professionali; l’Ordo virginum manifesta la forza della gratuità e della fedeltà che apre al futuro; la vita eremitica richiama il primato di Dio e l’essenziale che disarma il cuore. Nella diversità delle forme, una sola profezia prende corpo: restare con amore, senza abbandonare, senza tacere, facendo della propria vita la Parola per questo tempo e per questa storia”.
In questa profezia matura una testimonianza della pace: “E’ proprio dentro questa profezia del restare che matura una testimonianza di pace. Papa Leone XIV lo ha richiamato con insistenza nei suoi interventi, indicando la pace non come un’utopia astratta, ma come un cammino esigente e quotidiano che domanda ascolto, dialogo, pazienza, conversione della mente e del cuore, rifiuto della logica della prevaricazione del più forte”.
Pace come responsabilità, a cui consacrate e consacrati sperimentano nella vicinanza con chi è in difficoltà: “La pace non nasce dalla contrapposizione, ma dall’incontro, dalla responsabilità condivisa, dalla capacità di ascolto e di cammino sinodale, dall’amore per tutti nel solco del Vangelo per cui tutti sono fratelli. Per questo la vita consacrata, quando resta accanto alle ferite dell’umanità senza cedere alla logica dello scontro, ma senza rinunciare a dire la verità di Dio sull’uomo e sulla storia, diventa, spesso senza clamore, artigiana di pace. Carissime e carissimi, vi ringraziamo per la vostra perseveranza quando i frutti sembrano lontani, per la pace che seminate anche quando non è riconosciuta”.
La lettera si conclude con l’invito ad essere pellegrini di speranza, come sottolineato nel giubileo dello scorso anno: “Continuiamo a custodire come memoria grata l’esperienza del Giubileo della vita consacrata, che ci ha richiamati a essere pellegrini di speranza sulla via della pace: Non è uno slogan o una formula. Ne abbiamo fatto esperienza concreta anche nel percorso che ha preparato il nostro convenire a Roma. E’ invece uno stile evangelico da continuare a incarnare, ogni giorno, là dove la dignità è ferita e la fede è provata”.
Pellegrini 4.0: La ricerca spirituale nell’età secolare
Pellegrino, nomade, migrante, camminatore, cercatore di senso, viandante: sono molte le categorie che provano a inquadrare l’uomo in movimento fin dall’antichità; categorie che non si oppongono ma si inseguono in ognuno di noi e sono spesso compresenti in modo esplicito o implicito.
A quest’ambito, nell’anno del Giubileo, la Facoltà teologica del Triveneto ha posto attenzione già con un convegno, nel marzo scorso, dal titolo In cammino. Pellegrini e pellegrinaggi. Ora, a partire da una lettura integrata delle diverse figure che abitano i camminatori, la rivista Studia patavina affronta la tematica con un Focus che offre sguardi di taglio storico, spirituale, antropologico-liturgico ed estetico-psicologico. L’approfondimento, dal titolo Pellegrini 4.0. la ricerca spirituale nell’età secolare, è pubblicato nel n. 2/2025.
“Il recente ritorno di interesse per i cammini e i pellegrinaggi – spiega Leopoldo Sandonà, docente della Facoltà, che ha coordinato il focus – interroga una dimensione insieme antropologica e religiosa ben radicata nella storia dell’umanità. Del resto, i principali cammini che solcano il continente europeo rimandano a questa storia più che millenaria nella triplice direzione di Gerusalemme, Roma e Santiago de Compostela”.
Andare all’origine significa trovare un riferimento per l’oggi, anche in relazione alla spiritualità, spesso non identificabile in categorie tradizionali: “La spinta del camminatore e del pellegrino – aggiunge – è oggi spesso e volentieri animata da dinamiche che, pur non essendo contrarie alla fede, nascono anzitutto in chiave personale ed extra-istituzionale, alla ricerca però di una comunità perduta e di una condivisione di interessi, ma anche di impegno, che può tramutarsi non di rado nello stesso impegno ecclesiale e pastorale”.
Sotto l’aspetto antropologico e liturgico il pellegrinaggio e l’accesso ai santuari si configurano come “esperienze liminali dell’umano, esperienze di transizione e di passaggio, di penitenza, conversione e trasformazione, non solo nelle forme tradizionali ma anche incarnate in molte espressioni artistiche, letterarie, cinematografiche all’interno della contemporaneità”. Riportate alla loro origine, queste esperienze possono ritornare a essere luoghi di vangelo, da cui sempre nuovamente scaturisce nei credenti il ‘cambiamento di vita che il cammino in sé e come metafora dell’esistenza, consente di sperimentare’.
Il Focus è articolato in cinque contributi: Per una storia del pellegrinaggio nella tradizione cristiana, di Luciano Bertazzo (Centro studi antoniani); Pellegrinaggi contemporanei, tra nuovi paradigmi e nuove spiritualità, di Marzia Ceschia (Facoltà teologica del Triveneto); Il pellegrino postmoderno e la ricerca del sacro, di Alessandro Moro (Ufficio della pastorale del turismo e pellegrinaggi, Diocesi di Concordia-Pordenone); Spazio sacro e architettura del pellegrinaggio, di Francesca Leto (Istituto superiore di Scienze religiose ‘Mons. A. Onisto’, Vicenza); Estetica e psicologia del pellegrinaggio: dimensioni artistiche, letteratura, cinema, di Angelomaria Alessio (Istituto Liturgia Pastorale S. Giustina, Padova).
Oltre al Focus, Studia patavina riporta la lettera scritta da papa Francesco alla Facoltà in occasione del suo ventennale (2005-2025); accanto a questa, si può leggere la prolusione Quale cultura per l’Europa? Ragioni di speranza nel tempo dello smarrimento: interpretare il presente, progettare il futuro, tenuta al Dies academicus dal gran cancelliere, mons. Francesco Moraglia.
La rivista propone inoltre i seguenti articoli: In dialogo con Bruna Bianchi. Note a margine di «Non resistere al male con il male». Obiezione di coscienza e pacifismo nel pensiero di Tolstoj, di Isabella Adinolfi; Joseph Ratzinger e la fede nella Verità, di Antonio Ricupero; La “doppia” attualità del tema della pace in Marsilio da Padova, di Gregorio Piaia; L’enigma di una fede resiliente. Davide Zordan e il futuro della teologia, di Paolo Costa.
La sezione dedicata ai libri si apre con una rassegna bibliografica sul tema La presenza e il ruolo delle donne nella chiesa, curata da Marzia Ceschia e Assunta Steccanella; segue una ricca selezione di recensioni e segnalazioni.
Manuel Valenzisi: In carne e ossa. Le virtù teologali e i consigli evangelici vissuti da chi ha incontrato Cristo. Meditazioni
Che cosa significa incontrare davvero Cristo? Non un’idea, non un ricordo, non un concetto astratto, ma un’esperienza che tocca la vita ‘in carne e ossa’. È questa la sfida che fra Manuel Valenzisi raccoglie nelle pagine del suo nuovo libretto, nato da un corso di esercizi spirituali e ora consegnato al pubblico come invito concreto a riscoprire il Vangelo come evento vivo.
Il testo parte da una constatazione semplice ma decisiva: le virtù teologali e i consigli evangelici non sono categorie da manuale, ma vie di vita. Per mostrarlo, l’autore ci conduce accanto a personaggi del Vangelo – Maria, Giuseppe, la Cananea, la vedova povera, la peccatrice perdonata, la Samaritana – e lascia che siano loro a insegnarci cosa significa credere, sperare, amare. In loro la fede diventa obbedienza, la speranza si intreccia con la povertà, la carità si illumina nella castità. Non teorie, ma carne viva, come l’Incarnazione di cui sono trasparenza.
Chi legge si accorge presto che qui la Parola non viene semplicemente spiegata, ma quasi “cucinata”, come nota p. Serafino Tognetti nella prefazione: strizzata, impastata, ricomposta, fino a diventare piatto nutriente e profumato. Un testo che non si consuma in fretta: chiede pause, riletture, tempo di assimilazione.
È un libro breve (99 pagine), ma denso. Lo si potrebbe divorare in una sera, eppure invita a gustarlo lentamente, a lasciarsi mettere in questione: ho davvero letto e vissuto il Vangelo? L’impressione finale è quella di trovarsi davanti a una guida discreta che non pretende di insegnare dall’alto, ma di accompagnare dentro un incontro.
‘In carne e ossa’ è, in fondo, una piccola scuola di Vangelo vissuto: non un commento esegetico, non un trattato spirituale, ma una testimonianza che mostra come la Parola, quando la si lascia entrare, diventa vita che cambia la vita.
Un libretto agile, capace di parlare a chi cerca, a chi si interroga, ma anche a chi è già in cammino e vuole riscoprire il sapore sempre nuovo delle ‘cose antiche e sempre nuove’ del Regno. Qui il video di presentazione: https://www.youtube.com/watch?v=MDqmnw2USKE
Al Meeting di Rimini la grande avventura di san Francesco di Assisi
Al Meeting per l’Amicizia fra i popoli in programma alla fiera di Rimini fino al 27agosto è esposta la mostra ‘Io, Frate Francesco. 800 anni di una grande avventura’, primo progetto espositivo curato dalla Provincia Serafica di San Francesco d’Assisi, inserita nel programma dei Centenari Francescani 2023-2026 e patrocinata dal Comitato Nazionale per le celebrazioni dell’Ottavo Centenario: essa si propone come un incontro autentico con il Santo, attraverso un percorso narrativo basato sul suo testamento, documento fondativo dell’Ordine.
L’allestimento, concepito come un’esperienza immersiva, sarà guidato da frati francescani e volontari del Meeting. Tra le opere esposte spicca l’effige di san Francesco dipinta da Cimabue, custodita nel museo della Porziuncola e mai prestata prima in un contesto simile. Inoltre, sarà presente anche un’opera di Sidival Fila, frate francescano ed artista di fama internazionale.
La mostra è stata presentata ad Assisi a fine luglio alla presenza del patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa, che ha raccontato le sofferenze e le speranze della comunità cristiana di Gaza: “Viviamo un tempo drammaticamente complesso: guerre, squilibri sociali, crisi delle istituzioni internazionali e la violenza che sembra l’unica via per affermare potere. In questo contesto san Francesco rimane un riferimento universale, amato da tutti pur non avendo costruito nulla né risolto problemi concreti. Eppure, ha lasciato un segno profondo perché ha vissuto il Vangelo con radicalità e mitezza.
Torno ora da Gaza, e vi dico che ciò che ho visto è indescrivibile. Distruzione totale, fame, mancanza di cure, bambini senza scuola, ospedali distrutti. Ma in mezzo a questo inferno, ho visto gli uomini miti di oggi: gente che rischia la vita per aiutare, bambini che raccontano di essere stati salvati da Gesù nonostante le ferite, persone che condividono il poco che hanno. Anche in Israele ci sono miti che aiutano, e non dobbiamo generalizzare. La pace non nascerà dalle bombe o dalle decisioni dei governi, ma dalla capacità di guardarci negli occhi, di riconoscerci fratelli. Il nostro compito è non lasciare che il dolore occupi tutto il cuore, ma tenere viva la speranza attraverso gesti concreti di umanità. Questo è ciò che conta davvero, ed è questo che ci salverà”.
Fra Francesco Piloni, ministro provinciale di Umbria e Sardegna e curatore della mostra riminese, insieme al prof. Stefano Brufani, presidente della Società Internazionale Studi Francescani e componente del Comitato Nazionale ‘800 anni’, frate Luca Di Pasquale, frate Giuseppe Gioia, frate Gianpaolo Masotti, prof. Grado Giovanni Merlo, presidente onorario della Società Internazionale Studi Francescani e componente del Comitato Nazionale ‘800 anni’, suor Cristiana Mondonico, presidente della Federazione delle Clarisse di Santa Chiara e Sant’Agnese, ha sottolineato l’esperienza vissuta da san Francesco:
“Francesco non ha lasciato ricchezze, ma parole, esperienze e gesti che interrogano ancora oggi. La mostra nasce dal suo Testamento, dove troviamo parole chiave per leggere la vita di oggi con occhi evangelici. Quando uno scrive il testamento, va sulle cose fondamentali, non gira intorno alle parole, non chiacchiera, non dice parole vuote: l’eredità è precisa. Ecco, noi nella mostra abbiamo delle parole chiave che vogliamo consegnare, e sarà Francesco attraverso il suo Testamento a farci scoprire come queste parole siano contemporanee per l’uomo d’oggi”.
Cosa mette in risalto la mostra su san Francesco?
“Decisamente gli 800 anni di storia, ma soprattutto l’eredità, quanto mai attuale, della grande ‘avventura’ di questo uomo ‘figlio’ di Assisi. La mostra, intitolata ‘Io, frate Francesco’, ha la pretesa di lasciare al Santo assisate la parola. Infatti, soprattutto il testamento ed altri scritti, è Francesco stesso che ci consegna quei tesori eterni, che sono senza data di scadenza ed ancora così capaci di toccare l’uomo e la donna e di orientarli. Già come si entra la mostra racconta l’intenzione di immergere il visitatore nella vita di Francesco, nel suo saio, ma soprattutto nella sua esperienza di Dio, vissuta negli ultimi anni. Infatti, accanto agli scritti di Francesco, ci sono poche parole di commento; saranno le guide ad attualizzare quelle (chiamiamole) password, che Francesco ci ha consegnato nel testamento come eredità.
Accanto agli scritti ed alle poche parole di corredo ci sono le immagini di fra Sidival Fila, frate minore che vive a Roma, ed un’artista, che prende le stoffe scartate, cuce i tessuti con diversi materiali e li armonizza in opere d’arte di un significato vibrante, quasi a dire che c’è Francesco che nel testamento ci consegna la sua esperienza, ma già entrando nel suo abito ci si immerge nella sua vita, perché le pareti sono rivestite del tessuto del suo saio. Lui, figlio di mercanti di stoffe che faceva cucire pezzi di tessuti pregiati con altri eccentrici, incontra Cristo povero e nudo,scegliendo di vestirsi con abiti di poco conto.
Questa è la prima pro-vocazione, cioè a favore della nostra vocazione: una sveglia a chi guarda troppo alla vita ‘defora’, come scrive san Francesco a santa Chiara, e non sa più che quella di ‘dentro’ è ‘migliora’, cioè la vita interiore vale molto di più di una vita di apparenze. Lasciando parlare le ‘inquietudini’ di Francesco, la mostra è una grande occasione per ‘disturbare’ la nostra falsa quiete ed accendere le domande e la ricerca di ciò che è vero e bello, cioè eterno. Nel finale della mostra ci sono due interessanti sorprese per continuare a restare nelle profondità”.
Quale esperienza di Dio ha vissuto san Francesco?
“Ha vissuto tante esperienze di Dio, quanti sono i passaggi della vita. Uno dei suoi biografi, Tommaso da Celano, narra che a volte si intratteneva con il Signore, parlandoGli come un amico; altre volte parlava a Dio come ad uno sposo (penso al grido emesso a La Verna: ‘mio Dio e mio Tutto’); altre volte come ad un giudice con la responsabilità di essere amministratori della vita donata da Dio. Comunque certamente l’esperienza di san Francesco è quella di un Dio vicino ed incarnato, che è appassionato dell’umanità ed entra nella storia. Questo piace molto a Francesco; è la sua esperienza.
Al vertice dell’esperienza cristiana abbiamo nel 1223 il presepe di Greggio, dove vuole vedere con i suoi occhi Dio, Bambino di Betlemme. In quel periodo, in cui è iniziato il suo grande tormento interiore, Francesco ha bisogno di consolazione, vince questi momenti cercando colui che è l’Emmanuele e viene a stare con noi. Nel 1224 a La Verna è segnato nel corpo con le stimmate, segni della Passione. Nonostante questo, resta umano: questo convince Francesco, perché egli è e resta un amico vicino e continua ad affascinare, ma soprattutto a convincere, perché incarna la nostalgia che abbiamo di un mondo fraterno e riconciliato”.
In quale modo è possibile ri-conoscere san Francesco d’Assisi?
“Quando una persona che lo avvicina abbandona tutte le immagini distorte, che il mondo offre anche nei confronti di Francesco per addomesticare secondo i propri gusti quello che ci viene offerto. Quindi fare addomesticare Francesco ‘secondo me’, scegliere quello che mi aggrada di più. Quante volte abbiamo ascoltato di un Francesco ridotto ad ecologista, animalista, pacifista… Questi sono riduzioni che non aiutano.
La mostra, che fa parlare il santo assisate, racconta le sue inquietudini (la mostra inizio con il buio), che lo ha fatto gridare davanti al Crocifisso a san Damiano. Come pure vibra la nostalgia di un mondo fraterno e capace di misericordia. Credo che il regalo più grande, per chi ha la pazienza di frequentare Francesco per non ridurlo alla superficie, per ri-conoscerlo è quando ci consegna la sua ‘perla’, che è ‘senza nulla di proprio. Quando facciamo la professione parliamo proprio di questo; questo ‘senza nulla di proprio’ è fondamentale per ogni uomo ed ogni donna, perché il contrario dell’amore è il possesso.
Francesco è capace di restituire la verità di questa parola, l’Amore, che è libero ed è liberante; un Amore, che riceve e dona; un Amore che è esattamente il contrario del possesso. Il ‘sine proprio’ è l’antidoto al possesso, che squalifica e crea tensioni nel microcosmo di ogni persona, come nel mondo. Tutto ciò che possiedi, ti possiede e ti fa perdere il cuore rivolto a Dio (donatore).
Questo è molto importante, perché la pretesa della mostra non è che tu esca conoscendo qualcosa in più di san Francesco (non sarebbe questo il nostro desiderio), ma di uscire dalla mostra dicendo ‘ma io questo Francesco non lo conoscevo, ma parla a me’. Non voler possedere Francesco, ma lasciarsi inquietare da Francesco, che ha costantemente il dito rivolto verso Gesù.
Credo che se riusciamo a trasmettere questo è un dono prezioso per riconoscere san Francesco d’Assisi. Lui negli scritti più volte scrive che è fondamentale che l’uomo cerchi di piacere a Dio, perché un uomo vale quanto vale davanti a Dio e nulla più, seguendo le orme di Gesù. Il cuore per riconoscere l’insegnamento di san Francesco è vivere questo ‘senza nulla di proprio’: non vivere più per possedere ma per amare”.
Quale rapporto esiste tra il titolo della mostra e quello del Meeting?
“Nella Bibbia il deserto è il luogo, dove si viene messi alla prova; è il luogo della tentazione, ma è anche il luogo dove si va con poco; si viene spogliati; c’è l’essenziale nel deserto. Ma il deserto è anche il luogo dove Dio parla e provvede. Il deserto è il nostro quotidiano, che cerchiamo di farlo diventare il nostro paradiso; ma resta sempre un paradiso artificiale, perché finché abitiamo il deserto fatto di cose abitudinarie, è difficile che riusciamo a cogliere la verità del cosmo. Nel deserto della quotidianità c’è la possibilità di non subire quello che viviamo, ma di scegliere come viverlo. Ed ecco la seconda parte (‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’): scegliere con quali mattoni costruire.
Mi sembra che il santo di Assisi rappresenti un testimone, perché è colui che ha saputo rispondere a quanto Dio gli ha detto a san Damiano. A san Damiano Dio gli apre gli occhi: Francesco và e ripara la mia casa, che (come vedi) va in rovina. Prima di tutto, questa apertura degli occhi (come vedi), cioè la nostra vocazione missionaria è quella di riparare e di restaurare. Per fare un lavoro di restauro occorrono mattoni nuovi. Pensandoci credo che i mattoni nuovi siano le otto beatitudini del capitolo 5 del Vangelo di san Matteo, dove occorre ritornare a vivere ed a diventare muratori di comunità, perché questi mattoni nuovi servono a costruire una comunità rinnovata, più libera dagli stereotipi e più matura; poi una comunità ‘calda’, cioè capace di leggere ciò che accade negli eventi con l’intelletto d’amore.
Non basta solo la testa, occorre anche il cuore. Eppoi comunità più povere di pretese e di attese per accogliere le sorprese di Dio. Mi piace il plurale (‘costruiamo’) e credo che san Francesco (lo dico in punta di piedi) avrebbe sottolineato molto questo plurale, questa fraternità. Forse noi siamo più attratti da questi mattoni nuovi.
Da ragazzo cercavo sempre la novità, ma diventando adulto vedo che la novità è già vecchia. Non cerco più la novità, ma cerco la Verità. Mi piace molto questo ‘costruiamo’. Sottolineerei che san Francesco dentro questo verbo sceglie veramente di rispondere ancora oggi a quel mandato di Dio a riparare la Sua casa, che ‘come vedi va in rovina’; ed oggi non possiamo non vedere le rovine di questo mondo. Ma noi ci siamo ed insieme possiamo costruire!”
(Foto: Meeting dell’Amicizia tra i Popoli)
Kantiere Kairos: cantare l’Adorazione eucaristica
Nella solennità liturgica di Pentecoste è uscito ‘Davanti a Te’, il nuovo disco di ‘Kantiere Kairòs’, che è un concept-album interamente dedicato all’adorazione eucaristica con 13 composizioni che accompagnano dalla preghiera più intima all’invocazione comunitaria. Aperto dal prologo ‘Vertigine dentro (Nel silenzio)’, brano dedicato all’incontro personale nella preghiera con Dio, il disco (il quinto realizzato in studio dopo ‘Il soffio’, ‘Il seme’, ‘Cantate inni’ ed ‘Il sale’) termina con l’epilogo ‘Arde’, effetto e sintesi dell’incontro avuto, che racchiude musicalmente il senso del viaggio compiuto. In mezzo, l’incontro con Gesù, in un crescendo di lode e abbandono, verso un’esplosione di gioia e festa. Nell’album anche quattro brani già editi (‘Il soffio’, ‘Lodeterna’, ‘Tutto va bene’, ‘Non temo niente’), nuovamente arrangiati in una diversa tonalità per renderli più adatti al canto assembleare.
E dopo pochi giorni dall’uscita del nuovo disco il complesso musicale ha ricevuto 7 nomination in 6 categorie diverse ai Catholic Music Awards 2025, iniziativa internazionale per valorizzare la musica cristiana contemporanea, creando uno spazio di visibilità e riconoscimento per artisti, compositori, produttori e tecnici del suono che, con il loro talento, contribuiscono all’evangelizzazione attraverso il linguaggio universale della musica.
Ideati e organizzati dalla Fundación Ramón Pané (Spagna), col patrocinio del Dicastero per la Comunicazione del Vaticano, i ‘Catholic Music Awards’ nascono per riconoscere e premiare la creatività di musicisti cattolici nel mondo; incoraggiare la produzione di brani e contenuti di qualità, ispirati a temi di fede, spiritualità e valori cristiani; creare una comunità globale di professionisti e appassionati, facilitando scambi e collaborazioni: “Essere tra i finalisti in così tante categorie è per noi un segno di conferma e incoraggiamento nella missione che ci guida da sempre: evangelizzare attraverso la musica e raccontare la fede con parole nuove, autentiche e vive”.
Ecco le nomination: Miglior Canto Liturgico: ‘Benedetto sei Tu’; Migliore Canzone Mariana: ‘Complice a Cana’; Miglior Canzone di Evangelizzazione: ‘Tutto va bene’; Miglior Canzone Italia: ‘Sono speciale’; Miglior Canto di Catechesi: ‘Liberami’; Miglior Video Musicale: ‘Parlami ancora’; Miglior Video Musicale: ‘Fino alla fine’. I vincitori sono stati premiati domenica 27 luglio a Roma in occasione dell’avvio del Giubileo dei Giovani.
La band è formata da Antonello Armieri (voce e chitarra acustica), Davide Capitano (basso), Gabriele Di Nardo (batteria) e Jo Di Nardo (chitarre). Da sottolineare alcune collaborazioni artistiche di pregio: ‘Tutto va bene’ in duetto con Marta Falcone; ‘Tabor’ con The NuVoices Project, ensemble vocale di Udine diretto dal Maestro Rudy Fantin (hammond); ‘Canto il Tuo nome’ con Jeremy Di Sano (PDG Worship) alle tastiere e la collaborazione del coro dell’Unità pastorale di Rogliano (Cosenza) diretto dal Maestro Luigi Vizza.
Perché un album dedicato all’adorazione eucaristica?
“Perché no? Siamo musicisti che pregano ogni giorno di diventare strumenti nelle mani di Dio. Questo album nasce proprio da quel desiderio: mettere insieme le nostre preghiere, lodi e suppliche e trasformarle in musica, come in ogni altro nostro lavoro. Con una sola differenza: qui lo sguardo è fisso sull’Eucaristia, come suggerisce il titolo: Davanti a Te”.
Com’è nato questo album?
“L’idea è nata probabilmente qualche anno fa, durante una Giornata diocesana della Gioventù in Sila, Calabria. C’era l’adorazione notturna in tenda e molti giovani si alternavano davanti al Santissimo. Alcuni indossavano le cuffie: non sappiamo cosa stessero ascoltando, ma ci piace pensare fosse musica capace di accompagnare e valorizzare quel momento sacro. Da lì è scattata l’intuizione: creare brani che potessero essere compagni di adorazione. Successivamente, la nostra etichetta discografica ‘La Gloria’ ha creduto profondamente in questo progetto, nonostante fosse un po’ fuori dagli schemi rispetto al nostro repertorio abituale.
Proprio per questo ha deciso di sostenerlo e valorizzarlo ancora di più, coinvolgendo anche altri artisti in alcune collaborazioni preziose: Marta Falcone nel brano ‘Tutto va bene’; The NuVoices Project, ensemble vocale di Udine diretto dal Maestro Rudy Fantin, che ha contribuito a ‘Tabor’; Jeremy Di Sano (PDG Worship) alle tastiere in ‘Canto il Tuo nome’, con il Coro dell’Unità Pastorale di Rogliano (Cosenza), diretto dal Maestro Luigi Vizza”.
A fine giugno è avvenuta anche una presentazione suggestiva nel convento di san Francesco di Paola a Pedace in Casali del Manco, in provincia di Cosenza: per quale motivo avete scelto questo luogo?
“Quel convento oggi è casa della Fraternità Amici di Gesù Buon Pastore. Tra loro c’è fra Domenico Greco, originario di Rogliano (in provincia di Cosenza) come Jo e Gabriele Di Nardo. Fra Domenico è parte della nostra storia: è stato lui nel 2007 a darci il nome ‘Kairòs’ quando ancora la band muoveva i primi passi. Ritrovarlo oggi, consacrato ed in cammino come frate, ed adorare il Signore insieme in quel luogo ricco di spiritualità, è stato naturale e profondamente significativo”.
Cosa intendete per ‘esperienza immersiva’?
“E’ il desiderio di lasciarsi avvolgere completamente dalla preghiera. Essere davvero davanti a Lui, con cuore e occhi spalancati, centrando tutta l’attenzione su questo incontro. La musica e le parole vogliono solo aiutare a tradurre ciò che spesso il cuore non riesce a dire. E’ un modo per sentirsi amati, ascoltati, perdonati. Sempre”.
Allora in quale modo è possibile coniugare sonorità e adorazione?
“Come dicevamo, è un’alternativa, non un sostituto del silenzio. La musica può diventare una chiave che apre profondità interiori. E’ uno strumento che Dio stesso può usare per toccare i cuori. Se la musica accompagna ogni momento della vita, perché non usarla anche per lodare il Creatore della musica stessa? A volte diventa carezza, a volte grido, ma sempre una lingua che l’anima sa riconoscere”.
(Tratto da Aci Stampa)
La fede? Un semplice esistere come racconta il cantautore Juri Camisasca
La musica di Juri Camisasca è quella di un mistico, che è entrato nel mistero e ne è uscito trasformato, come egli stesso racconta in questo libro, ‘Un semplice esistere’, scritto insieme al prof. Paolo Trianni, che arricchisce l’autobiografia con note teologiche: “Può capitare di sentirsi accarezzati da una brezza divina. Lì allora si percepisce una presenza che riconduce a un’altra vita”. Quindi una conversazione biografica che racconta una vita eccezionale, la sua arte e la sua spiritualità; ma diventa un libro perfettamente teologico, non perché esibisce concetti dogmatici, ma perché comunica un’intensa esperienza di Dio.
I temi sono la musica, l’amicizia con Franco Battiato, il monachesimo e la ricerca mistica: la storia del musicista è segnata da una conversione improvvisa al cristianesimo che lo ha condotto a lasciare la ribalta dei concerti pop per abbracciare prima la vita benedettina e poi la solitudine eremitica. Oltre che dalla musica, dallo studio teologico e dalla pittura di icone, il suo cammino è stato arricchito dalla contemplazione silenziosa e dalla meditazione, che egli pratica da più di 40 anni, in virtù di una consonanza con i grandi autori della religiosità cristiana e indiana.
Nell’introduzione del libro, il prof. Paolo Trianni, docente al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo e professore associato alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, ha scritto: “Ad essere sinceri, non saprei dire nemmeno quando ho ascoltato Juri per la prima volta. Forse anch’io, come tanti, l’ho conosciuto nel 1988, quando Franco Battiato ha cantato ‘Nomadi’ nell’album ‘Fisiognomica’.
Di sicuro, nei primi anni Novanta, avevo a casa ‘Il Carmelo di Echt’ e lo custodivo come una reliquia, distillandone gli ascolti. Per qualche motivo, le canzoni che amo di più sono quelle che ascolto di meno. Le riservo per i momenti speciali perché le percepisco come qualcosa di sacro, qualcosa che non dev’essere consumato o sprecato in situazioni banali. Aspetto lo stato d’animo giusto. E questo mi capita soprattutto con le canzoni di Juri”.
Ad Juri Camisasca ci racconta il motivo per cui la sua vita sia ‘un semplice esistere’: “Esistere in maniera semplice non significa vivere in maniera semplicistica; è una conquista, il raggiungimento di una consapevolezza, che richiede un grande lavoro su se stessi. Tagore, il grande poeta indiano, diceva che ‘è molto semplice essere felici, ma è molto difficile essere semplici’. Essere semplici vuol dire essere autentici, al di là delle sovrastrutture mentali, delle maschere che indossiamo nella vita quotidiana.
Abbracciare la semplicità equivale a liberarsi dal peso delle aspettative, dalle dipendenze psicologiche, dalle catene di passioni, invidie, gelosie, rancori, non vivere di imitazioni o con atteggiamenti di superiorità o volontà di dominio sugli altri. In sostanza, il semplice esistere è la via dell’ascolto interiore, che ci offre uno spazio per riflettere, per essere onesti con noi stessi e con gli altri, e ci consente di stare al mondo in un modo più genuino. Se vogliamo intraprendere il cammino spirituale, ci dobbiamo destrutturare. A quel punto le difficoltà si trasformano in opportunità di crescita”.
Esiste un collegamento tra musica, mistica e teologia?
“Sì, esiste un legame molto forte. Questi tre aspetti si collegano spesso come modi diversi di conoscere il sacro e di trasformare se stessi. Nel cristianesimo, la musica è vista come un modo per lodare e pregare, come dice l’adagio di sant’Agostino: ‘Chi canta prega due volte’. Figure come san Giovanni della Croce e santa Teresa d’Avila hanno usato immagini musicali per descrivere l’esperienza mistica. Il canto gregoriano, ad esempio, è sempre stato molto importante nelle funzioni religiose perché aiuta a elevare l’anima. La musica, oltre ad essere un’arte, è un linguaggio universale che può comunicare idee religiose e avvicinare l’uomo al divino.
Anche in altre tradizioni, come il sufismo e l’induismo, la musica e la danza vengono usate per entrare in stati di estasi e di connessione con l’assoluto. La teologia può portare alla mistica, e la mistica può offrire nuove intuizioni sulla fede. Inoltre, c’è anche un legame tra musica e filosofia: secondo Pitagora, l’armonia delle note riflette l’armonia dell’universo, come nella ‘musica delle sfere’, cioè l’idea che i pianeti e le stelle si muovano in modo armonioso nel cielo. Insomma, sono tutti modi diversi di cercare di capire e vivere il sacro!”
Quale è stata la ragione della sua conversione al cristianesimo?
“La mia conversione è stata un percorso di benedizioni e di scoperte interiori. Un vero capovolgimento dei miei universi soggettivi. Inizialmente, ero affascinato dall’India e dalla sua tradizione spirituale. Tuttavia, nel corso del mio cammino, alcune esperienze di natura contemplativa mi hanno fatto capire che Dio non è solo in un luogo o in una cultura specifica, ma può essere trovato ovunque. Ho compreso che Cristo è dentro di noi, una presenza che ci rapisce e ci trasforma dall’interno.
E’ stato un intervento della grazia di Dio a guidarmi verso questa fede, un dono che ha portato luce e significato alla mia vita. Molte letture di grandi figure spirituali come i Padri della Filocalia, Meister Eckhart, Thomas Merton, tanto per fare alcuni nomi, hanno rafforzato le mie convinzioni, arricchendo la mia conoscenza nel campo dello spiritualità. Tuttavia, ciò che ha avuto un ruolo fondamentale è stato il contatto diretto con la coscienza cristica. Attraverso questa connessione profonda ho potuto davvero evolvermi e scoprire la mia appartenenza al totalmente Altro”.
Per quale motivo è ‘ritornato’ a Cristo?
“Posso dire che si è trattato di una vera e propria chiamata. Nessuno si avvicina a Cristo se non è chiamato da Lui. Si tratta di una vocazione, di un invito che nasce dall’orizzonte mistico. Quando il soffio celeste alita su di te, la sua attrazione diventa irresistibile. E’ un invito che ti cambia profondamente e ti porta a ritrovare la tua strada”.
Cosa è per lei la preghiera?
“Per me, la preghiera é un’apertura del cuore e della mente, simile al gesto di spalancare una finestra per lasciare entrare aria fresca e luce solare. E’ un atto che può manifestarsi in molti modi, dalla preghiera vocale, più semplice e immediata, a quella contemplativa, profonda e silenziosa. La preghiera è uno spazio intimo, un luogo dell’anima dove possiamo fluttuare, esplorando i mondi della nostra interiorità. E’ come un fiume che scorre, che leviga le asperità e nutre la terra lungo il suo cammino. E’ una forza che purifica l’anima, scioglie le resistenze interiori e ci prepara all’unione con l’Assoluto. E’, in fondo un dialogo vivo, che ci connette al mistero e ci rende più autentici”.
Cosa significa essere ‘scrittore’ di Icone?
“Ho appreso la scrittura delle Icone nel periodo della vita monastica. Si dice ‘scrivere’ le Icone, anziché dipingerle, perché le Icone sono immagini rivelatrici della Parola di Dio. Le Icone sono il Vangelo tradotto in immagini. Anticamente aiutavano quelle persone che non erano in grado di leggere la Sacra Scrittura, il Nuovo Testamento in particolare (anche se non mancano nelle Icone elementi dell’Antico Testamento).
Tra la mia attività di scrittore di Icone (quindi la pittura) e l’attività musicale c’è, per me, un profondo rapporto: in fondo, in entrambe le arti, si tratta di realizzare lo svuotamento di me stesso, nel verso della Kenosis cristica. Padre Pavel Florenskij, a proposito della Icone, parlava di un’arte della salita e della discesa: la salita avviene quando si dà una propria interpretazione, la discesa quando ci si svuota e si lascia che sia lo Spirito ad interpretare. L’analogia tra la scrittura delle Icone e la composizione musicale sta proprio in tale ascesa e discesa (o discesa e ascesa): quando, cioè, accade qualcosa (la cosiddetta ispirazione) che lascia spazio all’Altro, che viene da sé. Nel caso dei grandi (penso a J.S. Bach) risulta piuttosto evidente cosa è accaduto: in certa sua musica si percepisce chiaramente qualcosa di ‘non fatto da mani d’uomo’. Lo stesso si prova davanti a certe Icone.
Quanto ha influito l’amicizia con Battiato nella sua ricerca mistica?
“Nonostante la profonda amicizia che ho avuto con Franco, posso dire con sincerità che non è stata questa relazione ad influenzare il mio percorso interiore. Quando si instaura un rapporto con l’Essere Eterno, si scopre che è Lui l’unico maestro, l’unica fonte di ispirazione autentica. Gli esseri umani, anche se amici o guide, possono offrire consigli o condividere esperienze legate al mondo dell’arte, della psiche o dell’etica, ma il vero itinerario spirituale è tracciato da Dio stesso.
Detto ciò, voglio sottolineare che Franco è stato il mio più grande amico in questo viaggio terreno, e anche se le nostre opinioni teologiche non sempre coincidevano, la nostra amicizia ha rappresentato un sostegno importante nel mio percorso. Alla fine, il cammino dell’anima è qualcosa di profondamente personale, guidato dall’Infinito, e non dipende dalle influenze esterne, per quanto sincere e profonde possano essere”.
(Tratto da Aci Stampa)




























