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Papa Leone XI: il Concistoro è servizio alla missione
“Prima di entrare nella riflessione conclusiva, desidero esprimere la nostra vicinanza, mia e di tutto il Collegio Cardinalizio, alla popolazione del Venezuela, duramente colpita dal violento terremoto di questi giorni. Assicuriamo la nostra preghiera per le vittime, per le loro famiglie e per quanti soffrono le conseguenze di questa tragedia. Affidiamo al Signore anche tutti coloro che sono impegnati nei soccorsi e chiediamo che non venga meno la solidarietà delle comunità internazionali verso quella cara Nazione”: concludendo il Concistoro questa sera papa Leone XIV ha chiesto una preghiera per la popolazione del Venezuela, colpita dal terremoto.
Nella premessa il papa ha ringraziato i cardinali, sottolineando la necessità dell’ascolto: “Cari Fratelli Cardinali, giungiamo adesso al termine di questi giorni con un sentimento di profonda gratitudine. Vi ringrazio per la libertà, la fraternità e il senso ecclesiale con cui avete preso parte ai nostri lavori. Porto con me non soltanto il contenuto delle vostre riflessioni, ma anche l’esperienza che le ha rese possibili.
In questi giorni abbiamo cercato insieme la volontà del Signore, nella convinzione che Cristo continua a operare nella sua Chiesa: è Lui che ci precede, ci raduna, parla attraverso i fratelli e ci conduce nella missione. Tutto nasce da Lui e tutto ritorna a Lui. Per questo, vedere Cardinali provenienti da Chiese, culture e situazioni così diverse ascoltarsi reciprocamente e cercare insieme ciò che meglio serve il Vangelo è stato per me motivo di consolazione, di speranza”.
Ed ha richiamato l’immagine del buon Samaritano, con cui è iniziato il Concistoro, a cui è stata aggiunta quella di Emmaus: “Abbiamo iniziato questi giorni lasciandoci guidare dall’immagine del buon Samaritano: un uomo che si ferma davanti al fratello ferito, si lascia commuovere nelle viscere e se ne prende cura. Vorrei ora congedarci con un’altra icona evangelica: quella dei discepoli di Emmaus”.
Ad Emmaus Gesù accende i cuore: “Anche loro camminano segnati dalla tristezza e dalla delusione, ma il Signore si fa loro compagno di strada, ascolta le loro domande, apre le Scritture, fa ardere il loro cuore e trasforma il loro cammino. Mi piace pensare che anche quanto abbiamo vissuto in questi giorni abbia qualcosa di questa esperienza: abbiamo camminato insieme, ci siamo ascoltati reciprocamente e, se abbiamo lasciato spazio al Signore, Egli ha nuovamente acceso nei nostri cuori la speranza e ci rimanda ora alle nostre Chiese per riprendere il cammino con uno sguardo nuovo”.
Da qui la domanda sulla custodia della fede: “Quando questa domanda diventa il centro del nostro discernimento, anche le questioni dell’autorità, della corresponsabilità e delle decisioni trovano il loro giusto posto, illuminate dalla missione e dalla comune fedeltà al Vangelo. Così, desidero affidarvi ancora una volta il cammino di attuazione del Sinodo. Vi chiedo di accompagnarlo con convinzione nelle Chiese che servite, favorendone una comprensione autentica e incoraggiando tutti a prendervi parte: si tratta di aiutare le nostre Chiese a crescere in uno stile sempre più evangelico”.
Quindi la sinodalità è un metodo di lavoro: “Mi raccomando, come abbiamo sentito dal card. Grech, la sinodalità non è un insieme di riunioni, né un metodo di lavoro. E’ uno stile spirituale. Nasce dall’incontro, cresce nell’ascolto e matura nel discernimento. La vera domanda non è quante conversazioni sapremo organizzare, ma quale qualità evangelica avranno i nostri incontri. Quando ci ascoltiamo con umiltà e libertà, lasciando spazio allo Spirito, le nostre conversazioni non rimangono uno scambio di idee, ma diventano un luogo di conversione, nel quale cresciamo insieme nella fedeltà al Signore”.
Ecco l’importanza della famiglia con l’annuncio di un incontro sull’esortazione ‘Amoris Laetitia’: “Molti di voi hanno ricordato anche la famiglia. Là dove essa è sostenuta e accompagnata, cresce una scuola di relazioni, di solidarietà e di speranza; là dove è ferita o isolata, tutta la società ne porta le conseguenze. A ottobre avremo un incontro con i capi delle Chiese orientali e i presidenti delle Conferenze episcopali per valutare i passi fatti dopo ‘Amoris laetitia’. Parteciperanno anche alcune famiglie che condividono le esperienze. La loro presenza è essenziale, però spero che tutti coloro che verranno si preparino ascoltando da vicino e portando l’esperienza delle famiglie delle loro Chiese”.
Un concistoro per ascoltare: “Avete così cercato di ascoltare ciò che le ferite del mondo rivelano del cuore dell’uomo. È proprio lì, nel cuore, che si decide anche la pace. Prima di manifestarsi nella storia, la guerra nasce dentro di noi, quando il sospetto prende il posto della fiducia, la paura della speranza e l’altro viene percepito come una minaccia. Ma è nello stesso cuore che Cristo continua a incontrarci, a parlare e a convertirci. Da un cuore riconciliato possono nascere parole disarmate, relazioni nuove e una pace capace di raggiungere anche i popoli”.
L’altro punto approfondito riguarda la sua enciclica ‘Magnifica humanitas’ con una riflessione sulla guerra: “Nasce molto prima, da una cultura della potenza che attraversa il nostro modo di pensare, di vivere le relazioni, di esercitare il potere, di usare l’economia, la tecnologia e perfino la religione. Se questa è la radice della crisi, la risposta domanda di ricostruire una cultura della cooperazione e del dialogo, capace di dare nuova forza anche al multilateralismo, perché i popoli imparino nuovamente a cercare insieme il bene comune dell’intera famiglia umana”.
Da qui la richiesta di sostegno ai laici che si impegnano nella società: “In questo cammino il contributo dei fedeli laici impegnati nella vita pubblica è essenziale: hanno bisogno della vicinanza e del sostegno della comunità ecclesiale per vivere la ‘carità politica’ che avete ricordato. La stessa cultura della cooperazione cresce attraverso il dialogo ecumenico e interreligioso, che non attenua la nostra identità cristiana, ma la rende capace di servire insieme il bene comune e la pace”.
Non poteva mancare una sottolineatura sulla difesa nonviolenta: “Ho trovato poi particolarmente prezioso il modo con cui alcuni di voi hanno affrontato il tema della risposta nonviolenta di fronte alle molte forme di violenza. Essa è una forma profondamente evangelica di abitare la storia, frutto della contemplazione del modo di agire di Gesù. Non consiste nella rinuncia al conflitto né in un atteggiamento passivo, ma nello scegliere di affrontarlo senza riprodurne la logica.
Essa non rinuncia alla verità né tace il male, ma rifiuta di difenderla con la violenza e di trasformare l’altro in un nemico: comincia disarmando se stessi. Essa rivela così la logica della Pasqua, nella quale l’amore si manifesta più forte dell’odio e il perdono spezza la spirale della vendetta. E’ questa la forza del Crocifisso risorto: una forza che non distrugge il nemico, ma rende possibile ritrovare un fratello.
In questa prospettiva, diversi gruppi hanno sottolineato l’opportunità di proseguire l’approfondimento del tema della legittima difesa alla luce delle profonde trasformazioni intervenute nella natura dei conflitti contemporanei. Questa riflessione merita di essere ulteriormente sviluppata con il necessario rigore teologico e pastorale”.
E’ stato un invito a riscoprire il bene comune e la Dottrina sociale della Chiesa: “Molti di voi hanno osservato che oggi il bene comune non è semplicemente un obiettivo da perseguire: è una realtà da riscoprire insieme. Viviamo un tempo nel quale diventa difficile perfino riconoscere ciò che è veramente bene per tutti. Per questo, radicata in Cristo, la Chiesa è chiamata a custodire luoghi di incontro, di ascolto e di dialogo nei quali possa maturare una rinnovata cultura del bene comune.
Questo domanda anche un paziente lavoro educativo, che aiuti a riconoscere la dignità inviolabile di ogni persona e la responsabilità che ci lega gli uni agli altri. In questo cammino, i poveri non sono soltanto destinatari della nostra cura, ma protagonisti della speranza che Dio continua a suscitare nella storia”.
Ma il papa ha sottolineato che l’adesione a Cristo avviene attraverso la testimonianza: “Da molte delle vostre riflessioni è emersa con forza anche un’altra convinzione. Mentre ci interrogavamo sulle responsabilità della Chiesa nel mondo di oggi, avete richiamato continuamente l’importanza della testimonianza, della prossimità, della formazione delle coscienze e della costruzione di comunità fraterne e credibili.
Questa testimonianza nasce dall’incontro con Cristo, dalla sua Parola e dai Sacramenti, nei quali il Signore sostiene il suo popolo e lo rende capace di servire il mondo con la forza del Vangelo. La Chiesa è chiamata a diventare sempre più ciò che proclama. È su questo fondamento che anche le necessarie riforme delle strutture, delle istituzioni, dei processi possono portare frutto”.
Questo è il Concistoro: “Credo che, poco alla volta, stiamo riscoprendo il significato più autentico del Concistoro: il radunarsi del Collegio dei Cardinali attorno al Successore di Pietro perché, nell’ascolto reciproco e nel discernimento comune, lo Spirito Santo aiuti il papa a guidare la Chiesa. Non un parlamento, non un congresso nel quale prevalgono opinioni o interessi, ma un’esperienza di comunione al servizio della missione.
Quello che impariamo a vivere in questi giorni non riguarda soltanto il Collegio Cardinalizio. E’ uno stile che siamo chiamati a promuovere in tutta la Chiesa, perché ogni battezzato, secondo la propria vocazione e responsabilità, partecipi alla costruzione della civiltà dell’amore e al servizio del bene comune. Come vi ho già anticipato, desidero proseguire questo appuntamento annuale anche a partire dal prossimo anno. Non ho ancora fissato la data: conto di comunicarvela verso la fine di questo anno”.
Quindi il Concistoro è lo stile della Chiesa: “Questo Concistoro è stato un momento prezioso, ma non deve rimanere un appuntamento isolato. In tutta la Chiesa desideriamo promuovere spazi nei quali il Popolo di Dio possa ascoltarsi, pregare, discernere e camminare insieme. E’ questa l’anima del percorso di attuazione del Sinodo. Sarà questo anche lo spirito del prossimo incontro dedicato ad ‘Amoris laetitia’ e di molte altre iniziative che il Signore ci chiederà di vivere. Ciò che conta non è moltiplicare gli incontri, ma imparare a vivere incontri nei quali, ascoltandoci reciprocamente, impariamo insieme ad ascoltare il Signore”.
Ed infine l’indicazione alla pace: “Anzi, vorrei che lo facessimo insieme, attraverso queste parole. Diciamolo ai nostri confratelli Vescovi, alle Chiese affidate al nostro ministero e a tutti i popoli della terra: Dio desidera la pace per ogni nazione e per ogni popolo. Per questo non dobbiamo rassegnarci alla violenza. La violenza non avrà l’ultima parola. Dio continua ad aprire nella storia cammini di riconciliazione e di pace. Abbiamo la responsabilità di percorrerli con coraggio e di aiutare il mondo a riconoscerli”.
(Foto: Santa Sede)
Papa in Angola invita a non avere paura di costruire la speranza
“Cari fratelli e sorelle, ci uniamo ora nella preghiera a Maria Regina Caeli, Regina del Cielo, per condividere con lei, nostra Madre e compagna di cammino, la gioia della Risurrezione. Con questo canto gioioso non vogliamo cancellare né soffocare il grido di chi soffre, ma piuttosto abbracciarlo e unirlo alla nostra voce, in un’armonia nuova, perché anche nel dolore resti viva la luce della fede, e con essa la speranza in un mondo migliore”: anche dopo la recita del Regina Coeli a Kilamba papa Leone XIV non ha smesso di far risuonare il suo grido per la pace e la sua condanna per la guerra.
Il suo pensiero è rivolto particolarmente ai conflitti in Libano ed in Ucraina, dove i bombardamenti sono ripresi con più intensità: “Mi addolora profondamente il recente intensificarsi degli attacchi contro l’Ucraina, che continuano a colpire anche i civili. Esprimo la mia vicinanza a quanti soffrono e assicuro la mia preghiera per tutto il popolo ucraino. Rinnovo l’appello perché tacciano le armi e si persegua la via del dialogo”.
Mentre la tregua in terra libanese è un germoglio di pace: “E’ motivo di speranza, invece, la tregua annunciata in Libano, che rappresenta un germoglio di sollievo per il popolo libanese e per il Levante. Incoraggio coloro che si stanno adoperando per una soluzione diplomatica a proseguire i dialoghi di pace, per rendere permanente la cessazione delle ostilità in tutto il Medio Oriente”.
Infine alle 100.000 persone che hanno assistito alla celebrazione eucaristica ha rivolto l’invito a far aumentare i ‘frutti di Pasqua’: “Cristo ha vinto la morte, ed è con questa certezza che tutti noi, uniti a Lui e in Lui come un solo corpo, oggi e ogni giorno ci impegniamo a far crescere attorno a noi i frutti della Pasqua, che sono amore, giustizia vera e pace, al di là di ogni ostacolo e difficoltà”.
Mentre nella celebrazione eucaristica il papa ha esortato i 100.000 fedeli a non chiudersi alla speranza: “Due discepoli del Signore, con il cuore ferito e triste, partono da Gerusalemme per ritornare nel loro villaggio di Emmaus. Hanno visto morire quel Gesù in cui avevano confidato e che avevano seguito e, adesso, delusi e sconfitti, ritornano alle loro case.
Per la strada ‘conversavano tra di loro di tutto quello che era accaduto’. Hanno bisogno di parlarne, di raccontarsi ancora ciò che hanno visto, di condividere quanto hanno vissuto, col rischio però di restare imprigionati nel dolore, chiusi alla speranza”.
Il racconto dei discepoli di Emmaus è la storia dell’Angola: “Fratelli e sorelle, in questa scena iniziale del Vangelo vedo rispecchiata la storia dell’Angola, di questo Paese bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità. Infatti, il conversare lungo la via dei due discepoli, che ripensano con sconforto a quanto è accaduto al loro Maestro, riporta alla memoria il dolore da cui questo vostro Paese è stato segnato: una lunga guerra civile con il suo strascico di inimicizie e divisioni, di risorse sperperate e di povertà”.
L’omelia del papa è stato un invito a non restare fermi: “Quando per lungo tempo si è immersi in una storia così marchiata dal dolore, si corre il rischio dei due discepoli di Emmaus: perdere la speranza e rimanere paralizzati dallo scoraggiamento. Essi infatti camminano, eppure sono ancora fermi ai fatti avvenuti tre giorni prima quando hanno visto morire Gesù; conversano tra di loro, ma senza sperare in una via di uscita; parlano ancora di quello che è accaduto, con la fatica di chi non sa come ricominciare, né se sia possibile farlo”.
Questa è la buona notizia, Gesù è vivo: “Carissimi, la Buona Notizia del Signore, anche oggi per noi, è proprio questa: Egli è vivo, è risorto e cammina al nostro fianco mentre percorriamo la strada della sofferenza e dell’amarezza, aprendo i nostri occhi perché possiamo riconoscere la sua opera e donandoci la grazia di ripartire e di ricostruire il futuro”.
Gesù cammina insieme e non abbandona nessuno: “Il Signore si affianca ai due discepoli delusi e a corto di speranza e, facendosi loro compagno di strada, li aiuta a rimettere insieme i pezzi di quella storia, a guardare oltre il dolore, a scoprire che non sono da soli nel cammino e che un futuro, abitato ancora dal Dio dell’amore, li attende.
E quando Egli si ferma a cena con loro, si siede a tavola e spezza il pane, allora ‘si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero’. Ecco tracciata anche per noi, per voi, cari fratelli e sorelle angolani, la strada per ricominciare: da una parte la certezza che il Signore ci accompagna e ha compassione di noi, dall’altra l’impegno che Egli ci chiede”.
E tale compagnia si sperimenta nella preghiera: “La compagnia del Signore la sperimentiamo soprattutto nella relazione con Lui, nella preghiera, nell’ascolto della sua Parola che fa ardere il nostro cuore come quello dei due discepoli, e soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia. E’ qui che noi incontriamo Dio”.
Però al contempo è un invito alla vigilanza ed alla fedeltà: “Perciò, occorre sempre vigilare su quelle forme di religiosità tradizionale, che certamente appartengono alle radici della vostra cultura, ma al contempo rischiano di confondere e di mescolare elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale.
Restate fedeli a quanto insegna la Chiesa, fidatevi dei vostri Pastori e tenete fisso lo sguardo su Gesù, che si rivela in particolare nella Parola e nell’Eucaristia. In entrambe sperimentiamo che il Signore Risorto cammina accanto a noi e, uniti a Lui, anche noi vinciamo le morti che ci assediano e viviamo da risorti”.
E’ stato un invito a riconoscerLo soprattutto nello spezzare il pane: “A questa certezza di non essere soli lungo il cammino si unisce anche un impegno generoso che possa lenire le ferite e riaccendere la speranza. Infatti, se i due di Emmaus riconoscono Gesù quando spezza il pane per loro, ciò significa che anche noi dobbiamo riconoscerlo così: non soltanto nell’Eucaristia, ma ovunque c’è una vita che diventa pane spezzato, ovunque qualcuno si fa dono di compassione come Lui”.
Quindi compito della Chiesa è non far perdere speranza: “La storia del vostro Paese, le conseguenze ancora difficili che sopportate, le problematiche sociali ed economiche e le diverse forme di povertà invocano la presenza di una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli. Una Chiesa che, con la luce della Parola e il nutrimento dell’Eucaristia, sa rianimare la speranza perduta”.
Una Chiesa che sappia dare la vita: “Una Chiesa fatta di persone come voi che si donano così come Gesù spezza il pane per i due discepoli di Emmaus. L’Angola ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri, di impegnarsi nell’amore e nel perdono vicendevoli, di costruire spazi di fraternità e di pace, di compiere gesti di compassione e di solidarietà verso chi ha più bisogno”.
Quindi un pane che incarna la realtà: “Con la grazia di Cristo Risorto possiamo diventare questo pane spezzato che trasforma la realtà. E come l’Eucaristia ci ricorda che siamo un solo corpo e un solo spirito, uniti all’unico Signore, anche noi possiamo e vogliamo costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione. Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l’hanno perduta”.
Concludendo l’omelia è arrivato l’invito a non avere paura della speranza: “Fratelli e sorelle, oggi c’è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro. Non abbiate paura di farlo! Gesù Risorto, che percorre la strada con voi e per voi si spezza come pane, vi incoraggia a essere testimoni della sua risurrezione e protagonisti di una nuova umanità e di una nuova società”.
(Foto: Santa Sede)
Terza Domenica di Pasqua: resta con noi, Signore, perché si fa sera!
Il brano del Vangelo racconta il celebre incontro, lo stesso giorno del pomeriggio di Pasqua, tra i due discepoli che andavano verso Emmaus e Gesù risorto. Due discepoli tristi, abbattuti, avevano lasciato Gerusalemme, diretti verso il villaggio di Emmaus. Lungo la strada si affiancò ad essi Gesù risorto. I due discutevano con tristezza i fatti accaduti quando Gesù, sconosciuto ai loro occhi, sulla base di quanto si legge nella Bibbia, Parola di Dio, cominciò a spiegare loro che il Messia doveva soffrire, morire e giungere così nella sua gloria.
Nel colloquio tra i due discepoli e Gesù emerge il concetto di speranza: ‘Noi speravamo, dicono i due, che Egli fosse colui che avrebbe dovuto liberare Israele, ma sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute’. La speranza per i due discepoli era solo rimpianto e nostalgia; il verbo al passato dice tutto: noi speravamo, noi credevamo, abbiamo seguito Gesù, abbiamo sperato, ora tutto è finito.
Il dramma dei due discepoli rispecchia la situazione storica di molti cristiani anche del nostro tempo: la speranza fallita, la stessa fede entra in crisi davanti a tante esperienze negative che si fanno sentire: sembra essere stati abbandonati dal Signore Gesù.
Ma questa strada per Emmaus nella quale camminiamo può e deve diventare via di riflessione, di purificazione, di rinascita. Anche se stanchi, oggi come allora, possiamo entrare in colloquio con Gesù che invita a riflettere e a dare una giusta dimensione alla realtà. ‘Stolti a tardi di cuore a credere tutto ciò che hanno detto i profeti’, ed è parola di Dio.
La speranza dei due discepoli era il potere e il regno da realizzare; la speranza del Signore è la realizzazione del regno dell’amore. Il Padre ha inviato Gesù sulla terra per salvare l’uomo ed instaurare il Regno dell’amore. Gesù si fa compagno dei due nel viaggio verso Emmaus ed i due ancora non lo riconoscono sino a quando si fermano e lo invitano a cena: ‘Resta con noi, Signore, si fa sera!’ e dal dialogo si passa alla condivisione.
L’incontro con Cristo Gesù anche oggi ci dà una fede più profonda ed autentica, temprata con il fuoco del tempo pasquale; una fede robusta perché si nutre non di semplici parole o di idee umane, ma della Parola di Dio e della sua presenza reale nell’Eucaristia. L’incontro infatti dei due discepoli con Gesù ha due tappe: l’ascolto della Parola e la condivisione del pane spezzato. Poi Gesù, il Risorto, scompare ma adesso vive in loro tanto da fare ardere il loro cuore e generare comunione con tutti gli altri discepoli dai quali si erano allontanati nella via di Emmaus, ritornano subito a riabbracciare a Gerusalemme la comunità dei fratelli.
Gesù prende il pane, lo benedice, lo spezza e finalmente si aprono i loro occhi; si guardano sbigottiti mentre Gesù era scomparso dalla loro vista. La Risurrezione non è una dottrina filosofica ma è una esperienza di vita, di relazione e non di isolamento, esperienza non di potere ma di amore. Gesù non rifiuta chi lo cerca, invitato ‘entrò per rimanere con loro’ e lo riconobbero nello spezzare il pane.
Il cristiano conosce veramente Gesù quando vive con Lui, quando diventa una cosa solo nella comunione eucaristica: ‘Prendete e mangiate, questo è il mio corpo’. Gesù oggi è asceso al cielo, è tornato al Padre mentre ci assicura: ‘Io sarò con voi sino alla fine del mondo’. Gesù è risorto, è in mezzo a noi, ma occorre che noi dobbiamo accorgerci di Lui, della sua presenza. Diceva sant’Agostino, prima di convertirsi: ‘Signore, tu eri con me ma io non ero con te’, era la stessa situazione dei discepoli di Emmaus: ‘i loro occhi erano impediti di riconoscerlo’.
Noi non riconosciamo il Signore nello spezzare il pane perché non vogliamo spezzare ‘il nostro pane’ con i fratelli, siamo troppo chiusi in noi stessi. I discepoli invitarono Gesù: resta con noi, Signore, mangia con noi, domani proseguirai il cammino; questo gesto di ospitalità, di amicizia sincera, di fraternità, di dialogo profondo dispone il cuore a riconoscere il Risorto.
L’episodio contiene in sé tutta la struttura della Messa: ascolto della parola di Dio attraverso le letture, la liturgia eucaristica e la comunione con Cristo Gesù. Nutriti a questa duplice mensa, la Chiesa si edifica ogni giorno e si rinnova nella Fede, nella Speranza e nella Carità.
Il Vangelo oggi non ci ha voluto raccontare un fatterello della vita di Gesù risorto, ma questa è catechesi, è dottrina, è esperienza di vita. Per intercessione di Maria, madre di Gesù e madre della Chiesa, riviviamo con gioia la nostra vita cristiana ed ognuno di noi possa rivivere l’esperienza dei due discepoli di Emmaus. Maria, rivolgi a noi i tuoi occhi misericordiosi, guidaci per mano.
Il card. Zuppi ha ricordato papa Francesco annunciatore della salvezza di Dio
“Quanta emozione celebrare in questo luogo, che ci riporta al ministero affidato da Gesù a Pietro, primato indispensabile che serve e rappresenta la comunione, antidoto al banale protagonismo, presidenza nella carità di un popolo che dall’oriente all’occidente è radunato dal Signore. Non è scontato, quando nel mondo una cosa sola è l’individuo, non persone diverse ma unite dall’amore”: ieri il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha presieduto una messa che accompagna il popolo di coloro che si reca a rendere omaggio alla salma di Papa Francesco nella basilica vaticana.
Nell’omelia il presidente dei vescovi italiani ha citato una frase di papa Benedetto XVI per raccontare la bellezza della fede: “La nostra concreta umanità, la parzialità del nostro amore segnato sempre dalla nostra fragilità, non solo non impedisce questa bellezza, ma la fa risaltare, perché non è la gloria ipocrita dei farisei o l’esaltazione della propria forza, ma quella di peccatori perdonati nella cui debolezza risalta la grandezza di Dio”.
Una preghiera per un papa che ha incentrato il suo pontificato sul dialogo: “Preghiamo per papa Francesco, insieme alle nostre Chiese in Italia, alle comunità tutte, a un popolo immenso nella casa comune del nostro paese e del mondo intero, segnato da tante divisioni, incapace di pensarsi insieme, di ascoltare il grido dei poveri, che costruisce lance e distrugge le falci e pericolosamente si lascia persuadere dalla logica della forza e non da quella del dialogo, dal pensarsi senza o sopra gli altri e non dal faticoso ma indispensabile pensarsi insieme”.
E’ stato un ringraziamento per aver annunciato la salvezza cristiana: “Ringraziamo per il dono di questo padre e pastore, fratello, che ha speso fino alla fine tutta la sua vita, con tanta libertà evangelica perché obbediente a Cristo, senza supponenza, scegliendo la semplicità così importante nella vita di san Francesco, che la immagina sorella germana della povertà. Non che il Santo approvasse ‘ogni tipo di semplicità, ma quella soltanto che, contenta del suo Dio, disprezza tutto il resto. E’ quella che pone la sua gloria nel timore del Signore e che non sa dire né fare il male. La semplicità che esamina sé stessa e non condanna nel suo giudizio nessuno, che non desidera per sé alcuna carica, ma la ritiene dovuta e la attribuisce al migliore’. La semplicità avvicina tutti e fa sentire possibile e facile farlo”.
Una semplicità per rendere gloria a Dio: “La semplicità è offrire una dimensione normale della vita ma non per banalizzarla, anzi, al contrario per comunicare ancora di più la grandezza di Dio, la gloria dell’umile. Ha voluto la Chiesa credibile perché povera e amica dei poveri, motivo della scelta del suo nome”.
E’ questa semplicità evangelica annunciata da papa Francesco: “E’ questa l’unica forza che permette alla Chiesa di ridare speranza a chi l’ha persa. L’amore si accorge Del povero, della sua attesa, sa guardare e raccoglie e fa sua la speranza dei poveri, proprio perché ha solo amore, vive la compassione di Gesù. Lo prese per la mano destra e lo sollevò, in maniera concreta, aiutando a rialzarsi, come sempre è il servizio e come ha fatto e chiesto papa Francesco”.
Ma oggi siamo come i discepoli di Emmaus: “Oggi siamo noi i due discepoli di Emmaus. La tristezza è molto più pervasiva di quello che pensiamo, avvolge i cuori impedisce come la malinconia di vedere altro, di riconoscere la vita intorno, quel pellegrino di cui pure parlavano e che desideravano. I due tornavano da dove erano venuti. La speranza appare impossibile e non bastano le parole dei discepoli o di alcune donne che dicono che è vivo.
La Parola di Dio si affianca di nuovo e ci dice che l’amore affronta e passa attraverso la sofferenza, che la morte è un inizio, che niente è perduto perché si trasforma, è avanti, non indietro. Sì, stolti e tardi di cuore lo siamo nel comprendere come solo vivendo le sofferenze possiamo entrare nella sua gloria”.
E papa Francesco si è accostato come Gesù ai due discepoli: “Papa Francesco con tutta la sua vita si è fatto pellegrino instancabile e credibile nel nome di Gesù, ascoltando e toccando il cuore. Oggi ci chiede ancora di guardare al futuro, di aprire gli occhi per sognare, di non accontentarsi. Come a Firenze, dieci anni fa, nel discorso alla Chiesa italiana, oggi è lui il pellegrino che ci impedisce di cercare nel passato sicurezza, soluzione, protezione.
Ha indicato e vissuto la gioia, ha messo al centro le Parole di Gesù, il kerigma, liberandolo da tante glosse, personali e ecclesiastiche, che lo rendevano inefficace, tanto da non parlare più al cuore, quasi da pensare di non avere niente da dire a chi, invece, cercava proprio le parole di vita eterna che solo Lui ha e che ci ha affidato”.
Ed ha percorso un tratto di strada insieme: “Oggi sentiamo Papa Francesco che si affianca nel nome di Gesù ai credenti spenti di entusiasmo e dalla paura. Ci ha fatto vedere anche fino alla fine che seguire la strada di Gesù è donarsi, andare nei luoghi dove è umiliato per trovarvi e donare gioia. E ci ricorda di essere nella gioia, come nel suo ministero ha sempre indicato. Prendiamo con noi le sue parole e i suoi gesti, lasciamoci toccare il cuore, farci ardere del suo amore, perché ci aiuteranno ad aprire gli occhi, a non tornare ad Emmaus, a prendere per buona una sicurezza senza speranza, per camminare di nuovo insieme.
Ritroveremo anche noi i fratelli e ci confermeremo a vicenda raccontando come l’avevano riconosciuto, testimoniando, ricostruendo quella frateria e quella comunione che il male vuole dividere e rendere insignificante. Papa Francesco continua a parlarci di questo a noi pellegrini di speranza e ci chiede di esserlo noi, ma insieme, comunità cristiana forte perché al centro c’è la relazione con la parola. E’ stato come l’Evangelii gaudium, da cui partire e che è stato l’orizzonte anche del Cammino sinodale, che dobbiamo tradurre in scelte e prosettore concrete”.
Infine ha invitato ad ascoltare le sue ultime parole di domenica scorsa: “Lo affidiamo al suo Signore e siamo certi che ci affida al Dio della vita. Grazie Papa Francesco per le tue parole, per la fiducia nella forza del Vangelo e nello Spirito che non fa mancare le risposte, perché ti sei affiancato a tanti pellegrini tristi e hai acceso i cuori, indicando la speranza, il futuro. Hai lasciato tanto e porti con te tanto. In pace”.
Mons. Renna: testimoni credibili del Risorto
“Se nello scorso anno pastorale vi invitavo a sostare nella casa di Betania, dove Gesù Cristo amava godere della ospitalità di Marta, Maria e Lazzaro, e da dove ci ha indicato che l’essenziale è l’ascolto dell’Ospite e di ogni persona che incontriamo, quest’anno vi invito a metterci in cammino”: Con queste parole si apre la nuova Lettera pastorale dell’arcivescovo di Catania, mons. Luigi Renna, il cui tema è ‘Camminiamo con il Signore da fratelli per testimoniare il Risorto’.
Dalla diocesi di Aosta un invito alla missione
Nelle scorse settimane il vescovo di Aosta, mons. Franco Lovignana, ha presentato la Lettera pastorale dal titolo ‘Gesù camminava con loro’, che ha come icona evangelica il passo evangelico di Luca dedicato ai discepoli di Emmaus, scelto anche dalla Conferenza episcopale italiana per le Linee guida della seconda fase del percorso sinodale, e, come recita il sottotitolo, vuole sviluppare un duplice cammino di conversione episcopale: ‘percorso sinodale e avvio delle unità parrocchiali’.
Papa Francesco invita ad essere missionarie mariane
Ultimi giorni di attività in Vaticano di papa Francesco prima di partire per il Portogallo, dove lo aspettano migliaia di giovani per la Giornata mondiale della Gioventù. Infatti nei giorni scorsi Papa Francesco ha unificato in una fondazione due (Fondazione ‘Giustizia e Pace’ ed ‘Il buon Samaritano’) legate alla Dicastero per lo sviluppo integrale, associandole alla memoria del card. Francois-Xavier Nguyên Van Thuân.
Trieste abbraccia mons. Trevisi
Domenica 23 aprile mons. Enrico Trevisi è diventato vescovo di Trieste, accompagnato dal vescovo di Cremona mons. Antonio Napolioni e 150 fedeli, ed accolto da mons. Giampaolo Crepaldi, mons. Carlo Maria Redaelli, da mons. Andrea Bruno Mazzocato, da mons. Michele Tomasi e dal patriarca Francesco Moraglia, che ha detto:
Terza Domenica di Pasqua: Resta con noi, Signore, perché si fa sera!
Il brano del Vangelo racconta il celebre incontro, lo stesso giorno del pomeriggio di Pasqua, tra i due discepoli che andavano verso Emmaus e Gesù risorto. Due discepoli tristi, abbattuti, avevano lasciato Gerusalemme, diretti verso il villaggio di Emmaus. Lungo la strada si affiancò ad essi Gesù risorto.
Papa Francesco invita alla missione con cuore ardente
Nella solennità dell’Epifania, dedicata all’infanzia missionaria, papa Francesco ha pubblicato il messaggio per la 97^ giornata mondiale che ha per tema ‘Cuori ardenti, piedi in cammino’: “Per la Giornata Missionaria Mondiale di quest’anno ho scelto un tema che prende spunto dal racconto dei discepoli di Emmaus, nel Vangelo di Luca: ‘Cuori ardenti, piedi in cammino’.





























