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Matteo Munari: la questione sinottica non è un problema

Nello studio sulle relazioni di dipendenza tra i vangeli di Matteo, Marco e Luca, alcuni autori preferiscono definire l’oggetto della ricerca ‘questione sinottica’, altri invece ‘problema sinottico’. In teoria, non c’è una sostanziale differenza tra le due diciture. In pratica, tuttavia, coloro che preferiscono la definizione ‘problema sinottico’ sono spesso convinti di non poter trovare una soluzione o che quanto si poteva dire è già stato detto. Nonostante le difficoltà, in ogni caso, la teoria tuttora più insegnata è quella basata sulla dipendenza dei vangeli di Matteo e Luca da quello di Marco e dalla una fonte di detti, chiamata comunemente ‘Q’. L’autore, da giovane studente di Scrittura, riteneva che ciò fosse un dato acquisito.

Matteo Munari, frate minore, ha emesso la prima professione nel 1997 e la professione solenne nel 2001 nella Provincia di S. Francesco dei Frati Minori dell’Umbria. E’ stato ordinato sacerdote nel 2005. Ha conseguito il Baccalaureato in Teologia nel 2003 presso l’Istituto Teologico di Assisi. Ha conseguito poi la Licenza (2008) e il Dottorato (2012) in Scienze Bibliche e Archeologia presso lo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, dove attualmente insegna Esegesi del Nuovo Testamento e Aramaico Targumico.

Con la qualificata casa editrice TS Terra Santa Edizioni pubblica questo testo di studio, ‘La questione sinottica non è un problema’, nella collana Analecta n. 96 dello Studium Biblicum Franciscanum, come scrive nella premessa: “Il titolo di questo libro è volutamente provocatorio. Nello studio sulle relazioni di dipendenza tra i vangeli di Matteo, Marco e Luca, alcuni autori preferiscono definire l’oggetto della ricerca ‘questione sinottica’, altri invece ‘problema sinottico’. In teoria, non c’è una sostanziale differenza tra le due diciture. In pratica, tuttavia, coloro che preferiscono la definizione ‘problema sinottico’ sono spesso convinti di non poter trovare una soluzione o che quanto si poteva dire è già stato detto”.

Gli anni vissuti a contatto con l’ambiente biblico in Terra Santa e più ancora le molte ore passate davanti a una sinossi lo hanno profondamente convinto, tuttavia, del diverso periodo di composizione dei due vangeli e della conoscenza di Matteo da parte di Luca.

Se in passato tale ipotesi era per lui un ‘problema’, ora è semplicemente la soluzione; la questione sinottica trova infatti la sua risposta nell’ordine Marco – Matteo – Luca: Matteo ha utilizzato Marco come fonte e Luca ha utilizzato Marco e Matteo. Una volta eliminato il dogma di Q, la questione sinottica non è più un problema.

Gli anni vissuti a contatto con l’ambiente biblico in Terra Santa e più ancora le molte ore passate davanti a una sinossi lo hanno profondamente convinto, tuttavia, del diverso periodo di composizione dei vangeli e della conoscenza di Matteo da parte di Luca. Se in passato tale ipotesi era per lui un ‘problema’, ora è semplicemente la soluzione; la questione sinottica trova infatti la sua risposta nell’ordine Marco – Matteo – Luca: Matteo ha utilizzato Marco come fonte e Luca ha utilizzato Marco e Matteo. Una volta eliminato il ‘dogma’ di Q, la questione sinottica non è più un problema:

Personalmente, al di là di ogni tipo di ideologia, non credo si possa ricostruire un Gesù storico molto diverso da quello dei vangeli canonici. Le fonti extra-canoniche su Gesù sono infatti generalmente frammentarie o troppo distanti nel tempo e nello spazio e di conseguenza non aggiungono niente a quanto di lui già conosciamo dai vangeli canonici.

Il tentativo di ricostruire un Gesù storico diverso da quello dei vangeli è spesso generato da un pesante pregiudizio sull’affidabilità di tutto ciò che è espressione di fede. E’ pensiero diffuso infatti che soltanto un’opera ‘laica’ possa raccontare la verità storica: tutto ciò che è teologico, tutto ciò che parla di Dio, non può che essere inventato. Per questo motivo, se si riscontra una divergenza tra un vangelo e quanto racconta Flavio Giuseppe, sarà quest’ultimo ad essere considerato come più ‘storico’.

Il ricercatore serio tuttavia sa che non può considerare più “storica” la menzione da parte di Flavio Giuseppe della stella a forma di spada fermatasi su Gerusalemme (Bell 6,288) di quella della stella che attirò i magi dall’oriente affinché venissero ad adorare il Messia (Mt 2,2). Credo dunque che si possa conoscere molto di Gesù di Nazaret dal racconto che Mc ha scritto attingendo dalla predicazione di Pietro.

Credo che il racconto di Matteo, destinato a una comunità di giudeo-cristiani perseguitati, aggiunga significativa conoscenza a quella già fornita da Mc. Credo infine che il racconto di Lc sia una traduzione culturale della storia e del messaggio di Gesù di Nazaret, magistralmente preparata per una chiesa universale nella quale la componente etnico-cristiana aveva già raggiunto una notevole importanza e che per questo motivo rischiava di perdere o di disprezzare le origini giudaiche della propria fede”.

La fede? Un semplice esistere come racconta il cantautore Juri Camisasca

La musica di Juri Camisasca è quella di un mistico, che è entrato nel mistero e ne è uscito trasformato, come egli stesso racconta in questo libro, ‘Un semplice esistere’, scritto insieme al prof. Paolo Trianni, che arricchisce l’autobiografia con note teologiche: “Può capitare di sentirsi accarezzati da una brezza divina. Lì allora si percepisce una presenza che riconduce a un’altra vita”. Quindi una conversazione biografica che racconta una vita eccezionale, la sua arte e la sua spiritualità; ma diventa un libro perfettamente teologico, non perché esibisce concetti dogmatici, ma perché comunica un’intensa esperienza di Dio.

I temi sono la musica, l’amicizia con Franco Battiato, il monachesimo e la ricerca mistica: la storia del musicista è segnata da una conversione improvvisa al cristianesimo che lo ha condotto a lasciare la ribalta dei concerti pop per abbracciare prima la vita benedettina e poi la solitudine eremitica. Oltre che dalla musica, dallo studio teologico e dalla pittura di icone, il suo cammino è stato arricchito dalla contemplazione silenziosa e dalla meditazione, che egli pratica da più di 40 anni, in virtù di una consonanza con i grandi autori della religiosità cristiana e indiana.

Nell’introduzione del libro, il prof. Paolo Trianni, docente al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo e professore associato alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, ha scritto: “Ad essere sinceri, non saprei dire nemmeno quando ho ascoltato Juri per la prima volta. Forse anch’io, come tanti, l’ho conosciuto nel 1988, quando Franco Battiato ha cantato ‘Nomadi’ nell’album ‘Fisiognomica’.

Di sicuro, nei primi anni Novanta, avevo a casa ‘Il Carmelo di Echt’ e lo custodivo come una reliquia, distillandone gli ascolti. Per qualche motivo, le canzoni che amo di più sono quelle che ascolto di meno. Le riservo per i momenti speciali perché le percepisco come qualcosa di sacro, qualcosa che non dev’essere consumato o sprecato in situazioni banali. Aspetto lo stato d’animo giusto. E questo mi capita soprattutto con le canzoni di Juri”.

Ad Juri Camisasca ci racconta il motivo per cui la sua vita sia ‘un semplice esistere’: “Esistere in maniera semplice non significa vivere in maniera semplicistica; è una conquista, il raggiungimento di una consapevolezza, che richiede un grande lavoro su se stessi. Tagore, il grande poeta indiano, diceva che ‘è molto semplice essere felici, ma è molto difficile essere semplici’. Essere semplici vuol dire essere autentici, al di là delle sovrastrutture mentali, delle maschere che indossiamo nella vita quotidiana.

Abbracciare la semplicità equivale a liberarsi dal peso delle aspettative, dalle dipendenze psicologiche, dalle catene di passioni, invidie, gelosie, rancori, non vivere di imitazioni o con atteggiamenti di superiorità o volontà di dominio sugli altri. In sostanza, il semplice esistere è la via dell’ascolto interiore, che ci offre uno spazio per riflettere, per essere onesti con noi stessi e con gli altri, e ci consente di stare al mondo in un modo più genuino. Se vogliamo intraprendere il cammino spirituale, ci dobbiamo destrutturare. A quel punto le difficoltà si trasformano in opportunità di crescita”.

Esiste un collegamento tra musica, mistica e teologia?

“Sì, esiste un legame molto forte. Questi tre aspetti si collegano spesso come modi diversi di conoscere il sacro e di trasformare se stessi. Nel cristianesimo, la musica è vista come un modo per lodare e pregare, come dice l’adagio di sant’Agostino: ‘Chi canta prega due volte’. Figure come san Giovanni della Croce e santa Teresa d’Avila hanno usato immagini musicali per descrivere l’esperienza mistica. Il canto gregoriano, ad esempio, è sempre stato molto importante nelle funzioni religiose perché aiuta a elevare l’anima. La musica, oltre ad essere un’arte, è un linguaggio universale che può comunicare idee religiose e avvicinare l’uomo al divino.

Anche in altre tradizioni, come il sufismo e l’induismo, la musica e la danza vengono usate per entrare in stati di estasi e di connessione con l’assoluto. La teologia può portare alla mistica, e la mistica può offrire nuove intuizioni sulla fede. Inoltre, c’è anche un legame tra musica e filosofia: secondo Pitagora, l’armonia delle note riflette l’armonia dell’universo, come nella ‘musica delle sfere’, cioè l’idea che i pianeti e le stelle si muovano in modo armonioso nel cielo. Insomma, sono tutti modi diversi di cercare di capire e vivere il sacro!”

Quale è stata la ragione della sua conversione al cristianesimo?

“La mia conversione  è stata un percorso di benedizioni e di scoperte interiori. Un vero capovolgimento dei miei universi soggettivi. Inizialmente, ero affascinato dall’India e dalla sua tradizione spirituale.  Tuttavia, nel corso del mio cammino, alcune esperienze di natura contemplativa mi hanno fatto capire che Dio non è solo in un luogo o in una cultura specifica, ma può essere trovato ovunque. Ho compreso che Cristo è dentro di noi, una presenza che ci rapisce e ci trasforma dall’interno.

E’ stato un intervento della grazia di Dio a guidarmi verso questa fede, un dono che ha portato luce e significato alla mia vita. Molte letture di grandi figure spirituali  come i Padri della Filocalia, Meister Eckhart, Thomas Merton, tanto per fare alcuni nomi, hanno rafforzato le mie convinzioni, arricchendo la mia conoscenza nel campo dello spiritualità. Tuttavia, ciò che ha avuto un ruolo fondamentale è stato il contatto diretto con la coscienza cristica. Attraverso questa connessione profonda ho potuto davvero evolvermi e scoprire la mia appartenenza al totalmente Altro”.

Per quale motivo è ‘ritornato’ a Cristo?

“Posso dire che si è trattato di una vera e propria chiamata. Nessuno si avvicina a Cristo se non è chiamato da Lui. Si tratta di una vocazione, di un invito che nasce dall’orizzonte mistico. Quando il soffio celeste alita su di te, la sua attrazione diventa irresistibile. E’ un invito che ti cambia profondamente e ti porta a ritrovare la tua strada”.

Cosa è per lei la preghiera?

“Per me, la preghiera é un’apertura del cuore e della mente, simile al gesto di spalancare una finestra per lasciare entrare aria fresca e luce solare. E’ un atto che può manifestarsi in molti modi, dalla preghiera vocale, più semplice e immediata, a quella contemplativa, profonda e silenziosa.  La preghiera è uno spazio intimo, un luogo dell’anima dove possiamo fluttuare, esplorando i mondi della nostra interiorità. E’ come un fiume che scorre, che leviga le asperità e nutre la terra lungo il suo cammino. E’ una forza che purifica l’anima, scioglie le resistenze interiori e ci prepara all’unione con l’Assoluto. E’, in fondo un dialogo vivo, che ci connette al mistero e ci rende più autentici”.

Cosa significa essere ‘scrittore’ di Icone?

“Ho appreso la scrittura delle Icone nel periodo della vita monastica. Si dice ‘scrivere’ le Icone, anziché dipingerle, perché le Icone sono immagini rivelatrici della Parola di Dio. Le Icone sono il Vangelo tradotto in immagini. Anticamente aiutavano quelle persone che non erano in grado di leggere la Sacra Scrittura, il Nuovo Testamento in particolare (anche se non mancano nelle Icone elementi dell’Antico Testamento).

Tra la mia attività di scrittore di Icone (quindi la pittura) e l’attività musicale c’è, per me, un profondo rapporto: in fondo, in entrambe le arti, si tratta di realizzare lo svuotamento di me stesso, nel verso della Kenosis cristica. Padre Pavel Florenskij, a proposito della Icone, parlava di un’arte della salita e della discesa: la salita avviene quando si dà una propria interpretazione, la discesa quando ci si svuota e si lascia che sia lo Spirito ad interpretare. L’analogia tra la scrittura delle Icone e la composizione musicale sta proprio in tale ascesa e discesa (o discesa e ascesa): quando, cioè, accade qualcosa (la cosiddetta ispirazione) che lascia spazio all’Altro, che viene da sé. Nel caso dei grandi (penso a J.S. Bach) risulta piuttosto evidente cosa è accaduto: in certa sua musica si percepisce chiaramente qualcosa di ‘non fatto da mani d’uomo’. Lo stesso si prova davanti a certe Icone.

Quanto ha influito l’amicizia con Battiato nella sua ricerca mistica?

“Nonostante la profonda amicizia che ho avuto con Franco, posso dire con sincerità che non è stata questa relazione ad influenzare il mio percorso interiore. Quando si instaura un rapporto con l’Essere Eterno, si scopre che è Lui l’unico maestro, l’unica fonte di ispirazione autentica. Gli esseri umani, anche se amici o guide, possono offrire consigli o condividere esperienze legate al mondo dell’arte, della psiche o dell’etica, ma il vero itinerario spirituale è tracciato da Dio stesso.

Detto ciò, voglio sottolineare che Franco è stato il mio più grande amico in questo viaggio terreno, e anche se le nostre opinioni teologiche non sempre coincidevano, la nostra amicizia ha rappresentato un sostegno importante nel mio percorso. Alla fine, il cammino dell’anima è qualcosa di profondamente personale, guidato dall’Infinito, e non dipende dalle influenze esterne, per quanto sincere e profonde possano essere”.

(Tratto da Aci Stampa)

8 Dicembre: solennità dell’Immacolata concezione di Maria

La liturgia oggi ci fa guardare l’uomo  così come fu creato da Dio: l’uomo prima del peccato originale. Deturpati dal peccato, oggi siamo invitati a riscoprire la nostra vera identità di esseri, creati ad immagine e somiglianza di Dio: veri capolavori. Solo in Maria Santissima Immacolata c’è la prova chiara di ciò che eravamo e cosa oggi siamo destinati ad essere, grazie all’opera salvatrice di Gesù.

Nella pienezza dei tempi l’arcangelo Gabriele fu inviato da Dio ad una vergine, promessa sposa di Giuseppe, chiamata Maria, da qui il saluto singolare: ‘Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te’. Un saluto che rivela il grandioso progetto di amore di Dio verso l’uomo: Dio mantiene la promessa e risponde attuando la redenzione. Ma chi era Maria? La donna mirabile che Dio volle preparare per essere liberamente la madre di Gesù, il Salvatore, il messia promesso subito dopo il peccato originale: la nuova Eva dell’umanità redenta da Cristo Gesù.

Dio prepara Maria preservandola dal peccato originale, cioè Immacolata in vista della missione a lei riservata: fa di Maria ‘la piena di grazia’. Il peccato rompe, separa, divide; la grazia viceversa è amore, è gioia, è fratellanza. Accettata la missione, Maria diventa la nuova Eva uscita dalla mani di Dio. Il peccato è orgoglio e rifiuto della grazia; l’essere riservata anche dal peccato originale fa di Maria una donna eccelsa sulla quale si riversa tutto l’amore di Dio. Sublime la sua missione: da lei doveva venire al mondo la vita vera: Cristo Gesù: Via, Verità e Vita.

Il dogma cristiano definisce Maria ‘Immacolata’ (senza macchia), così concepita sin dal primo istante della sua esistenza. Il Pontefice Pio IX, prima di definire e proclamare questo dogma mariano volle ascoltare il senso della fede del popolo cristiano, il magistero della Chiesa lungo i secoli, la soluzione dei nodi dottrinali dei teologi lungo i secoli e, dopo l’enciclica ‘Ubi primum’ del 1844 emerse una convergenza plebiscitaria a favore della proclamazione del dogma che spinse il Pontefice alla proclamazione del dogma mariano così espresso l’8 dicembre 1854:

“A gloria della SS. Trinità, con l’autorità di Vicario di Cristo, dichiariamo, decretiamo, definiamo come verità rivelata che la beatissima vergine Maria per singolare privilegio e grazia di Dio, in riguardo dei meriti di Gesù Cristo redentore del genere umano, sin dal primo istante della sua concezione fu preservata immune da ogni macchia di colpa originale”.

Nel mondo cristiano tale verità ha ricevuto un impulso ulteriore nell’apparizione della Santissima Vergine a Lourdes, alla grotta di Massabielle, a Bernadette Soubirous, dove Maria si autopresentò dicendo: ‘Io sono l’Immacolata concezione’. La Liturgia canta: ‘Tota pulchra es Maria, et macula non est in te’. Nell’Archivio Storico Diocesano si conserva ancora oggi un volume dal quale si evince  la volontà espressa in forma plebiscitaria dal popolo della Diocesi riguardo a questa verità di fede professata da tutto il popolo con il giuramento di difendere la verità del concepimento immacolato di Maria ‘usque ad effusionem sanguinis’.

Maria è stata preservata immune dal peccato originale per la specifica missione che era chiamata a svolgere sulla terra: ‘il Figlio di Dio ( il verbo eterno) infatti per noi uomini, per la nostra salvezza si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo’. La festa di Maria è la festa nostra, di ogni cristiano che crede in Dio ed invoca Maria con i versi del poeta Dante: ‘Termine fisso d’eterno consiglio! Qui sei a noi meridiana face// di caritate, e giuso, intra i mortali,// sei di speranza fontana vivace’ (Paradiso XXXIII, 12).

Se il culto alla santa Madre di Dio ebbe come culla l’Oriente cristiano, la Sicilia detiene il primato del culto all’Immacolata Concezione di Maria perchè la Sicilia, l’intera isola, è stata consacrata all’Immacolata dal Senato palermitano e dal popolo siciliano sin dal 1624. Noi oggi ci rivolgiamo fiduciosi a Maria: ‘rivolgi a noi, Madre, i tuoi occhi misericordios

Papa Benedetto XVI e Papa Francesco nel racconto di una biblista

Molto diversi tra loro per stili e modi di comunicazione eppure con numerosi punti di contatto; così li descrive la biblista Rosanna Virgili, docente di Esegesi all’Istituto Teologico Marchigiano e di Spiritualità dei Salmi al Monastero di Santa Cecilia a Roma, nel libro ‘Benedetto e Francesco. Due papi diversi, ma mai divisi’, tratteggiando le linee fondamentali dei papi Benedetto e Francesco, cercando di cogliere le peculiarità e le differenze che li caratterizzano, ma anche di riconoscere i diversi elementi di continuità e comunione da cui sono legati, come ha scritto nell’introduzione;

“La ragione di questo piccolo libro sta in un ringraziamento per gli ultimi due Papi, l’uno ora in cielo e l’altro qui. Sono rimasti insieme per dieci anni ed è stata un’esperienza inedita su cui la Chiesa deve ancora riflettere… Qualcuno ha detto che, a differenza di Giovanni Paolo II, sia Benedetto che Francesco sono stati dei Papi divisivi. Credo che la prima ragione sia da individuare nel fatto che essi vengono dopo ventisette anni di un Pontificato dai colori affatto sfumati…

Di questi due volti, in apparenza antitetici, di Giovanni Paolo II, si può dire, istintivamente, che Ratzinger assume il primo, Bergoglio il secondo. Per questo i due risultano ancora per molti, cattolici e non cattolici, divisivi. Ed in effetti lo sono stati: divisivi, non però divisi, estranei l’uno all’altro, contrapposti, se non allo sguardo dei superficiali o di chi sia tentato dalla malafede”.

A lei chiediamo di spiegarci quali sono le diversità tra papa Francesco e papa Benedetto XVI: “Con un titolo, direi che l’uno è teologo e l’altro pastore. La prima caratteristica di papa Ratzinger non poteva non essere che quella di un papa teologo e nessuno potrebbe davvero mettere in dubbio l’immensità della sua cultura, in questo campo, unita alla sistematicità del suo pensiero e alle rare doti di chiarezza ed efficacia nell’esercizio della docenza.

Grande ricercatore della Verità e dottore della dottrina della Chiesa, i temi del suo pontificato sono, innanzitutto, teologici. Papa Francesco usa, invece, sin dal primo momento della sua elezione (il famoso: ‘buonasera’) un linguaggio popolare, sapienziale di rara efficacia comunicativa. Non rinuncia a questo modo di esprimersi neppure quando stila i suoi scritti dogmatici come le esortazioni apostoliche e le encicliche mostrando un primario interesse pastorale nel suo magistero”.

Per quale motivo sono stati messi in contrapposizione?

“Credo proprio per questa diversità di linguaggio. In secondo luogo credo che il fatto che in maniera del tutto inusuale nella storia della Chiesa Cattolica un papa si fosse dimesso e continuasse, pertanto, a vivere accanto al nuovo, ha creato un certo disorientamento tra gente abituata a pensare al papa come vicario di Cristo e, quindi, come una persona unica che poteva avere solo un successore ma non un ‘doppio’.

Non è stato facile capire la differenza tra papa regnante e papa emerito e l’enorme distanza culturale tra i due, l’uno europeo e tedesco, l’altro latinoamericano, l’uno ‘dottore’ della Chiesa, occupato in questioni dottrinali (era stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede per decenni), l’altro gesuita, pastore e vescovo di una megalopoli sudamericana dove le differenze e le ingiustizie sociali ed economiche sono foriere di una povertà estremamente diffusa e scandalosa”.

Quali sono stati i punti ‘teologici’ di contatto tra i due papi?

“Tutti quelli posti dal Concilio Vaticano II. Chi avesse visto in papa Benedetto XVI un papa pre-conciliare od, addirittura, tridentino, dovrebbe convincersi di aver davvero travisato la sua storia e il suo pensiero. Capita, infatti, che spesso si memorizzino cose mai sentite o che si esprimano giudizi in modo distratto. Quanto a papa Francesco già con l’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ mostra di porsi nell’orizzonte di un’evangelizzazione aperta al mondo e missionaria tipica del Concilio. La fedeltà alla Chiesa, il ‘sensus ecclesiae’, l’attenzione e la cura per l’unità della stessa appartengono in maniera speciale ad ambedue i papi”.

Come hanno affrontato la piaga degli abusi nella Chiesa?

“Il papa Ratzinger ha iniziato ancora prima della sua elezione a pontefice ad affrontare la piaga della pedofilia; famosa è la sua frase sul Vaticano: ‘c’è molta sporcizia’, forse alludendo anche all’omosessualità. Una volta papa ha condannato la pedofilia anche in grandi occasioni pubbliche come nella GMG di Sydney o nella visita di tributo al ‘Ground Zero’ di New York.

Papa Francesco, in alcuni documenti e discorsi, ha visto e denunciato una connessione tra pedofilia e clericalismo, invitando tutta la chiesa a combattere contro questa duplice piaga. Papa Francesco ha fatto gesti concreti contro l’insabbiamento degli abusi e gesti simbolici come quello di riunire a Roma abusatori e vittime, ha riunito una intera Conferenza episcopale (quella cilena) particolarmente toccata dagli abusi per discutere di questa terribile piaga”.  

Quale ruolo della donna nella Chiesa nella visione dei due papi?

“Chi ha posto molta attenzione alla donna nella Chiesa è stato Francesco che, già nell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’, ha parlato della necessità di aprire spazi alle donne nei luoghi dove si prendono le decisioni, vale a dire nei ruoli di governo. Ruoli che, poi, egli stesso ha dato a diverse donne che nelle istituzioni del Vaticano rivestono oggi anche dei ruoli apicali. Su invito del mondo religioso femminile papa Francesco ha poi dato vita a una Commissione che studia la possibilità di conferire il diaconato alle donne.

Di grande rilievo è ancora l’istituzione di ministeri laicali come quello del catechista aperto anche alle donne e dell’accolitato e il lettorato. Un vero grande passo a favore delle donne è stato fatto, infine, con la loro partecipazione al Sinodo dove le donne hanno potuto prendere tutte la parola. Riuniti attorno ai tavoli rotondi, nel numero dei dodici, in nessuno di essi mancava la presenza femminile. Quanto al Papa Ratzinger è importante ricordare la sua prossimità a papa Giovanni Paolo II, quando scriveva la lettera apostolica ‘Mulieris Dignitatem’”.    

(Tratto da Aci Stampa)

Solennità della Immacolata Concezione di Maria

Il titolo più bello che si attribuisce a Maria è l’essere l’Immacolata Concezione. Così la volle Gesù, il Verbo eterno quando assunse la natura umana.  Un titolo che evidenzia e sintetizza tutte le perle che adornano Maria, madre di Gesù e madre nostra. La data della festa: 8 dicembre è solo in sintonia con la data 8 settembre, festa della nascita di Maria.

La Chiesa celebra l’Immacolata Concezione di Maria

Nel clima natalizio ogni anno, l’otto dicembre, ricorre la festività dell’Immacolata Concezione: Maria, concepita senza macchia di peccato sin dal primo istante del suo concepimento, è il dogma di fede promulgato dal Papa Pio IX il 8 dicembre 1854. E’ il dogma che quattro anni dopo, nel 1858, riceve un nuovo impulso quando la Santissima Vergine comparve ripetutamente a Lourdes, nella grotta di Massabielle, a Bernerdette  Doubirous e la Signora si autopresentò alla fanciulla dicendo: ‘Io sono l’Immacolata Concezione’.

L’assunzione di Maria e sensus fidei

Nel dibattito acceso e volutamente polemico, dai toni eccessivamente aspri senza motivo talvolta, tra tradizionalisti e progressisti forse si perde qualche pezzo. Un aspetto interessante, per esempio, è dato dalla proclamazione del dogma dell’assunzione di Maria in anima e corpo proclamato da Pio XII, papa che a torto non brilla per essere un innovatore.

A 150 anni dare senso all’infallibilità del papa

Il 18 luglio 1870 si promulgava la Costituzione ‘Pastor Aeternus’ approvata dal Concilio Vaticano I, con la quale papa Pio IX definiva due dogmi della Chiesa cattolica: il primato di giurisdizione del Vescovo di Roma e l’infallibilità papale. Il documento venne approvato due mesi prima della fine del potere temporale dei Papi che avvenne con l’ingresso delle truppe piemontesi a Porta Pia a Roma.

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