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Con suor Chiara Grazia Centolanza alla scoperta di Audite poverelle
“Audite, poverelle dal Signore vocate, ke de multe parte et provincie sete adunate: vivate sempre en veritate ke en obedientia moriate. Non guardate a la vita de fore, ka quella dello spirito è migliore. Io ve prego per grand’amore k’aiate discrecione de le lemosene ke ve dà el Segnore. Quelle ke sunt adgravate de infirmitate et l’altre ke per loro suò adfatigate, tutte quante lo sostengate en pace Ka multo venderi(te) cara questa fatiga, ka cascuna serà regina en celo coronata cum la Vergene Maria”: lo scorso anno è ricorso l’ottavo centenario delle ‘Parole con melodia’ che san Francesco scrisse per santa Chiara e le sue sorelle conosciuto come ‘Audite poverelle’, rinvenuto nel 1976 tra i codici conservati dalle Clarisse di Novaglie,
A 50 anni dalla scoperta a suor Chiara Grazia Centolanza, sorella povera di santa Chiara del monastero ‘Santissima Trinità’ di Gubbio, chiediamo di spiegarci per quale motivo san Francesco scrisse questo testo: “Di questo testo e delle circostanze della sua gestazione ci narra con dovizia di particolari la ‘Compilazione di Assisi’, uno scritto di carattere compilatorio e testimone prezioso e affidabile degli ultimi anni di vita di Francesco. Siamo probabilmente nella primavera del 1225 durante la quale Francesco dimorò a san Damiano, prostrato da una malattia molto dolorosa agli occhi che lo costringeva a stare sempre nell’oscurità non potendo sopportare né la luce naturale né quella del fuoco, e da una prova interiore che si protraeva da tempo.
Durante una notte, anche spirituale, riflettendo alle sue tante tribolazioni, fu mosso a pietà verso se stesso e implorò l’aiuto del Signore, il quale lo consolò dandogli la certezza che possedesse fin d’ora il suo regno: ‘Fratello, rallegrati e giubila pienamente nelle tue infermità e tribolazioni; d’ora in poi vivi nella serenità, come se tu fossi già nel mio regno’. Al mattino, colmo di gratitudine e di letizia, annunciò ai fratelli di voler comporre, a lode della Trinità, a propria consolazione e a edificazione del prossimo, una lauda del Creatore riguardo alle sue creature, il ‘Cantico di frate Sole’, che egli stesso poi intonava o ‘faceva cantare dai suoi compagni per riuscire a dimenticare, nella considerazione della lode di Dio, l’acerbità delle sue malattie e delle sue sofferenze’.
In quegli stessi giorni ‘fece anche alcune sante parole con melodia a maggior consolazione delle povere signore del monastero di San Damiano, soprattutto perché le sapeva molto contristate per la sua infermità… In esse egli volle manifestare alle sorelle, allora e per sempre, la sua volontà’. Lo scritto nasce dal cuore ormai pacificato di Francesco, che consolato della consolazione del Padre delle misericordie desidera recare loro sollievo sapendole condurre una vita dura e povera”.
Quale è il tema centrale del testo francescano?
“Questo testo è solo apparentemente semplice, in realtà è ricco di tematiche teologico-spirituali, che forse trovano un punto di irradiazione nello sguardo ormai fisso di Francesco sul paradiso: tutta la vita è orientata alla gloria divina, a cui le sorelle sono chiamate a partecipare ‘cum la Vergene Maria’. Una vita, quella umana, intessuta di fatica, infermità, tribolazione, nella quale però è possibile sperimentare quella logica ribaltata e liberante delle Beatitudini.
Chiara stessa in un passo del suo Testamento, ripreso poi anche nella ‘Forma vitae’, racconterà che ‘Francesco, osservando attentamente che, pur essendo deboli e fragili nel corpo, non ricusavamo nessuna indigenza, povertà, fatica, tribolazione o ignominia e disprezzo del mondo, anzi, al contrario, li ritenevamo grandi delizie sull’esempio dei santi e dei suoi fratelli, avendoci esaminato frequentemente, molto se ne rallegrò nel Signore’: in loro egli vedeva compiersi nuovamente il mistero pasquale di Gesù Cristo, che solo poteva rendere dolce all’animo e al corpo ciò che era amaro e molesto.
Questo era accaduto quando il Signore lo aveva condotto tra i lebbrosi ed egli aveva fatto con loro misericordia; questo era ciò che desiderava accadesse anche in queste sue figlie poverelle, perché è il cuore pulsante e vitale del vangelo: Gesù Cristo non ha ritenuto un tesoro geloso la sua natura divina, ma proprio perché ha assunto la condizione umana fino a prendere la forma del servo, è stato esaltato dal Padre che gli ha dato un Nome eterno.
Audite: un incipit dal sapore giullaresco, oltre che biblico. Non potendo visitare personalmente le sorelle, egli non invia loro uno scritto, ma manda alcuni fratelli perché cantino loro queste sue parole di esortazione. Allora ecco l’invito solenne: Audite, ascoltate. L’uomo biblico nasce nell’ascolto amoroso di una Parola che lo crea e ricrea: ‘Ascolta, Israele’; e Gesù stesso parlerà del cuore umano come di un terreno che prenderà forma diversa a seconda del tipo di ascolto e accoglienza che darà alla parola seminata: ‘Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare’.
Francesco aveva invitato i suoi fratelli al guardarsi dall’essere ‘la terra lungo la strada, o terra sassosa o invasa dalle spine’, ed ad impegnarsi ad inclinare l’orecchio del cuore per obbedire alla voce del Figlio di Dio, per conservare le sue parole, la sua vita, il suo insegnamento e il suo santo Vangelo: da uomo biblico qual era, sapeva che l’obbedire non è meramente conseguenza cronologica dell’ascoltare, ma sua profonda verità.
Le poverelle sono vocate ed adunate, forme verbali passive, a dire che è opera di un Altro, che chiama, appunto, e raduna de multe parte et provincie in unità. Non solo luoghi fisici, ma pure esistenziali. E’ il mistero della Chiesa, che è ‘multiformemente’ una perché scaturisce dalla sovrabbondanza della Somma Trinità e Santa Unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Se san Damiano è chiesa in rovina che custodisce l’immagine crocifissa del Figlio di Dio, ecco che la comunità di sorelle che vi risiede è adunata per riflettere al mondo, proprio nella povertà del suo insieme e in quella di ciascun membro, l’umiltà sublime di Dio che ama nascondersi in poca apparenza di pane e nel campo del mondo e dei cuori umani.
Così nel mistero del nascondimento di Dio, che si rivela velandosi nella carne del Verbo, si comprendono le parole: Non guardate a la vita de fore ka quella dello spirito è migliore. Sembrano riecheggiare le parole di Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi: ‘Per questo non ci scoraggiamo, ma, se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti, il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne. Le sorelle, se sapranno usare con discrezione delle elemosine di cui vivono insieme al loro lavoro manuale, se sapranno portare e sopportare le proprie e altrui malattie e tribolazioni, venderanno a Dio ‘cara questa fatiga, ka cascuna serà regina en celo coronata cum la Vergene Maria’.
All’inizio della sua conversione, un mattino d’inverno, in risposta al fratello carnale che lo scherniva vedendolo mendico e al freddo della strada, il santo aveva risposto, inondato dalla gioia dei salvati: ‘Venderò questo sudore, e molto caro, al mio Signore’. La ricompensa dei poveri evangelici, che attendono dall’alto la consolazione per le tribolazioni sopportate nella pace del Risorto. Tema che troviamo magnificamente cantato nel Cantico di frate Sole: ‘Laudato sì, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore e sostengo infirmitate e tribulazione. Beati quelli ke ‘l sosterranno in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati’. San Francesco guardava le poverelle e, secondo la logica capovolta del Vangelo, già le vedeva regine. Così accadrà alla pianticella Chiara, che prossima al suo transito sarà visitata da uno stuolo di vergini e dalla Madre poverella, che abbracciandola la rivestirà di sé, preparandola all’incontro con lo Sposo”.
(Tratto da Aci Stampa)
San Nicola da Tolentino e il ritrovamento dei suoi resti cento anni fa, un evento per la città
Mercoledì 4 febbraio, esattamente nella data del rinvenimento del corpo di san Nicola, è stato celebrato a Tolentino il centenario del ritrovamento delle reliquie con un incontro per ricordare i momenti salienti ed i protagonisti dell’importante avvenimento, con la stessa partecipazione di 100 anni fa. In apertura dell’evento i saluti del sindaco Mauro Sclavi, del vescovo di Macerata, mons. Nazzareno Marconi, del priore del convento di san Nicola, p. Massimo Giustozzo, e di p. Pasquale Cormio, vicario del padre provinciale degli Agostiniani d’Italia. A concludere la serata, la messa celebrata dal vescovo di Macerata, mons. Nazzareno Marconi, che ha impartito la benedizione straordinaria concessa da papa Leone XIV.
Interessanti gli interventi di p. Marziano Rondina, responsabile della biblioteca Egidiana del convento di san Nicola da Tolentino, che ha raccontato nei particolari ‘cosa avvenne 100 anni fa’, attraverso la cronaca ed i progetti del tempo, e della dott.ssa Laura Mocchegiani, direttrice della biblioteca Filelfica della città, che ha illustrato approfonditamente ‘il verbale del ritrovamento delle reliquie di san Nicola redatto dal Segretario comunale’: “Questo è un momento molto importante, perché è trascorso un secolo preciso dal rinvenimento del corpo di san Nicola, come troviamo descritto nell’archivio storico del convento, come riporta il documento del segretario del comune di Tolentino, avv. Mario Vitelleschi, che ha verbalizzato tutte le fasi del ritrovamento.
Da questo documento si evince che è stato un evento importantissimo non solo per la comunità agostiniana o per i fedeli, ma per tutta la città. Durante gli scavi la città è stata sempre presente, ad iniziare dal sindaco, Paolo Giacconi, che non ha mai lasciato il Cappellone. Poi, appena ritrovato il corpo del santo, sono accorsi tutti i cittadini. Da questo documento si può leggere di una città in festa, rivissuta oggi con una basilica piena”.
Infatti il 4 febbraio 1926 è stata la data del ritrovamento delle reliquie di san Nicola, a seguito degli scavi nel Cappellone, seguendo le indicazioni delle precedenti ricerche effettuate nel 1855. Le reliquie furono raccolte alla presenza del card. Giovanni Tacci, del vescovo della diocesi di Tolentino, mons. Luigi Ferretti, del sindaco della città, Paolo Giacconi, del vicario generale della diocesi, mons. Pietro Tacci, e dell’archeologo Aristide Gentiloni Silverj, con il provinciale degli agostiniani, p. Nicola Fusconi, e la comunità agostiniana.
Al termine dell’incontro abbiamo chiesto a p. Pasquale Cormio di spiegare il significato di questo ritrovamento: “Questo ritrovamento rappresenta il segno dell’opera di Dio attraverso i santi, in quanto è quella presenza concreta che il Signore manifesta attraverso questi testimoni della fede. Ritrovare il corpo di san Nicola da Tolentino vuol dire riportare alla luce la sua santità ed il suo cammino di testimone di Gesù. Soprattutto farlo ritrovare come presente all’interno di questa comunità religiosa e civile, perché il corpo di un santo è sempre un fattore di aggregazione. Per questo è significativo che nel rapporto della cronaca dell’epoca venga soprattutto messa in evidenza questa collaborazione tra la società civile e quella religiosa per partecipare a questo evento”.
Ma oggi cosa significa commemorare questo ritrovamento delle reliquie del santo?
“Le reliquie ci ricordano una cosa semplice ed immediata della nostra fede: i santi ci sono vicini. Molte volte nel nostro cammino di fede abbiamo bisogno di fare esperienze ‘fisiche’, cioè di avere un contatto con i santi attraverso il loro corpo od i loro abiti, perché ci testimoniano che la nostra fede è incarnata e tocca la nostra vita.
Però non possiamo fermarci soltanto a questo aspetto delle reliquie come qualcosa di materiale; ricordiamoci che i santi ci lasciano altre reliquie, in modo da poter dire che i santi hanno incarnato la testimonianza di vita evangelica, ma anche l’attenzione e l’amore verso il prossimo. La reliquia più bella di san Nicola da Tolentino è proprio quella sua vicinanza al popolo attraverso la visita agli ammalati od attraverso l’accoglienza nei confronti dei peccatori, o la condivisione con i poveri attraverso, per esempio, il miracolo del pane. Tutte queste virtù sono reliquie che ci aiutano a vivere bene la nostra fede”.
Dopo 100 anni cosa ci dice questo ritrovamento?
“Sant’Agostino affermava che i santi vanno imitati! Noi non ci limitiamo solo ad onorarli, ma soprattutto dobbiamo imitarli, perché questo, in un certo senso i santi, si attendono da noi. Quindi imitare san Nicola da Tolentino,od altri santi, significa porre al centro della nostra vita Gesù, che egli tanto volle abbracciare nel momento in cui si stava preparando alla morte, perché quel Crocifisso diventa per lui l’ancora di salvezza e di speranza per affrontare un momento difficile come la fine della vita, non solo come termine, ma come inizio della vita nuova in Cristo risorto”.
Anche papa Leone XIV ha voluto ‘partecipare’, con un messaggio, a questa giornata: “La vicinanza del papa a questa comunità cittadina si è vista attraverso il dono della benedizione e dell’indulgenza plenaria concessa, che il vescovo di Macerata, mons. Nazzareno Marconi, ha potuto dare alla comunità dei fedeli presenti, ma anche a coloro collegati con i mezzi di comunicazione”.
(Tratto da Aci Stampa)
L’anima e il corpo di san Francesco
Presso la Porziuncola frate Francesco morì nel 1226 un sabato sera, e quindi liturgicamente si era già nella domenica 4 ottobre. Con gli occhi della carne tutti poterono constatare che l’Assisiate era spirato ma mediante una visione più approfondita si riconobbe che quello fu un transito, ossia un passaggio. Infatti – come sintetizza il Catechismo della Chiesa Cattolica illustrando la resurrezione della carne proclamata nella professione di fede:
“Con la morte, separazione dell’anima e del corpo, il corpo dell’uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima va incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo glorificato. Dio nella sua onnipotenza restituirà definitivamente la vita incorruttibile ai nostri corpi riunendoli alle nostre anime, in forza della risurrezione di Gesù“.
Proprio nella consapevolezza del valore anche di quel corpo corruttibile, il giorno successivo al decesso fu portato solennemente in Assisi e precisamente nella chiesa di San Giorgio, per poi nel 1230 essere traslato definitivamente nella Basilica a lui dedicata dove ancora esso è custodito. Quelle ossa fragili anche loro un giorno parteciperanno alla gloria di cui per la misericordia del Signore già gode l’anima di san Francesco.
Di lui scrisse il cardinale John Henry Newman, canonizzato nel 2019 e dichiarato dottore della Chiesa nel 2025, nell’opera ‘Il sogno di Geronzio’: Vi fu un mortale, che ora è lassù in alto nella gloria: al quale, quando fu presso alla morte, fu concesso di unirsi al Crocifisso – Gesù, che le ferite del Maestro furono impresse nella sua carne, e, dell’agonia che in quell’abbraccio trafisse il corpo e l’anima, impara che la fiamma dell’Amore sempiterno arde prima di trasformare”.
(Tratto da Assisiofm)
Il corpo di Francesco, fragilità trasfigurata
Consunto dalle malattie frate Francesco giunse alla Porziuncola dove il sabato sera, e quindi liturgicamente già nella domenica che in quell’anno cadeva il 4 ottobre, morì accerchiato dai frati ed altri tra cui Jacopa de Settesoli. Quel momento, che sarà ricordato e celebrato come il suo transito, certamente segnò un passaggio e come indica André Vauchez nel suo libro sull’Assisiate fa parte della costruzione della memoria.
Che quello fosse considerato un corpo santo è testimoniato dal fatto che il giorno dopo avvenne la solenne traslazione dell’ormai reliquia a san Giorgio in Assisi, una vera e propria elevatio corporis con cui si riconosceva e incentivava il culto. Nel 1230 il corpo fu tumulato nella Basilica di San Francesco sotto l’altare maggiore dove fu ritrovato nel 1818; una ricognizione avvenne nel 1978 al termine della quale si scrisse: ‘Il Celano aveva anche precisato che Francesco era di statura piuttosto piccola; il calcolo antropometrico eseguito con riferimento alle due ossa (omero destro: cm 27,9; femore destro: cm 40,2), lo conferma: l’altezza si aggirava attorno a metri 1,57/8’.
Canonizzato, ossia riconosciuta canonicamente la sua santità, a poco meno di due anni di distanza dalla morte e precisamente il 16 luglio 1228, fu incaricato di comporre la sua vita Tommaso da Celano il quale scrisse di Francesco: ‘Di statura mediocre piuttosto piccola, testa regolare e rotonda, il viso un po’ ovale e proteso, fronte piana e piccola, occhi neri, di misura normale e pieni di semplicità, capelli pure oscuri, sopracciglia diritte, naso giusto, sottile e diritto, orecchie dritte ma piccole, tempie piane, lingua mite, bruciante e penetrante, voce robusta, dolce, chiara e sonora, denti uniti, uguali e bianchi, labbra piccole e sottili, barba nera e rada, collo sottile, spalle dritte, braccia corte, mani scarne, dita lunghe, unghie sporgenti, gambe snelle, piedi piccoli, pelle delicata, magro, veste ruvida’.
In un’opera successiva il medesimo agiografo affermò che era ‘piccolo di statura e di carnagione scura’, mentre Tommaso da Spalato che ebbe modi di vederlo a Bologna afferma: ‘Portava un abito sudicio; la persona era spregevole, la faccia senza bellezza’. Tuttavia affascinò molti e ciò perché quella piccolezza fu trasfigurata dalla bellezza che salva il mondo ossia la misericordia, come ha scritto lui stesso nel Testamento composto pochi mesi prima della sua pasqua.
(Tratto da Settimana News)
Mons. Delpini agli atleti: ascoltare il corpo
Giovedì scorso si è celebrata nella basilica di san Babila a Milano la messa di accoglienza della ‘Croce degli Sportivi’, presieduta da mons. Mario Delpini, che ha segnato l’avvio ufficiale del progetto ‘For each other’ (L’uno per l’altro), promosso dalla diocesi di Milano in occasione delle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina con un calendario pieno di iniziative educative, culturali e sportive diffuse sul territorio cittadino, rivolte in particolare ai giovani.
La Croce degli Sportivi, inviata dal Dicastero vaticano della Cultura e consegnata da Athletica Vaticana (associazione polisportiva della Santa Sede), è affidata a ogni Diocesi che ospita i Giochi estivi e invernali sin da Londra 2012. Prima dell’omelia dell’arcivescovo ambrosiano è stato letto un messaggio di papa Leone XIV, in cui è stato sottolineato “il valore dello sport al servizio dello sviluppo integrale della persona umana’, ‘assicurando la sua preghiera affinché queste giornate di sana competizione contribuiscano a costruire ponti tra culture e popoli, promuovendo l’accoglienza, la solidarietà e la pace”.
Nell’omelia mons. Delpini ha riflettuto sul valore educativo e formativo della pratica sportiva come scuola di ascesi: “Ascolta: parla il corpo, parla, come si immagina san Paolo il piede, l’orecchio, parla l’occhio, parla la testa. Ascolta: il corpo ti parla, il tuo corpo parla a chi ti incontra.
Non ridurre il corpo a una macchina da sfruttare, non ridurre il corpo a un meccanismo complicato che ogni tanto deve essere aggiustato, non ridurre il corpo tuo e altrui a un oggetto da desiderare, non ridurre il corpo a una prigione di cui liberarsi, a una apparenza di cui vergognarsi.
Il corpo ti parla, il corpo parla: dice della gioia del benessere, dice dell’ardore appassionato dell’atleta che affronta la gara, dice della ferita per cui tutto soffre, non solo il piede, ma anche la mente, anche l’umore: se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme”.
Le gare sono una scuola per apprezzare il corpo: “In queste settimane i Giochi olimpici e paralimpici saranno una specie di festival del corpo. Gli atleti affronteranno le gare per cui si sono preparati da tanto tempo. Ed il corpo racconterà le sue avventure e potrà istruire la città e tutti coloro che sanno ascoltare: il racconto infatti è come una lezione di vita, è come una predica severa, è come una confidenza commovente”.
Ecco il motivo per cui lo sport è una scuola di ascesi: “Il corpo degli atleti delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi dirà di quanta volontà sia necessaria per affrontare gli sforzi, le fatiche dell’allenamento. Una scuola di ascesi. Dirà di quanta virtù sia necessaria per custodire le passioni, i capricci, le seduzioni della prestazione artefatta, la pigrizia che cede alla stanchezza, l’incostanza che si concede alle trasgressioni. Una scuola di morale”.
Inoltre lo sport aiuta a sviluppare uno spirito di squadra: “Dirà di quanta amabilità sia necessaria per coltivare lo spirito di squadra, coordinare i movimenti con gli altri e le altre della squadra; dirà quale umiltà richieda lasciarsi condurre dall’allenatore per correggersi e per migliorarsi. Una scuola di umanità”.
Lo sport è una scuola di vita: “Dirà di quale fortezza sia necessaria per accettare la sconfitta senza deprimersi, per vivere la vittoria senza esaltarsi, per vivere le reazioni scomposte degli altri, le rabbie impreviste, i puntigli irritanti, gli scoraggiamenti paralizzanti. Una scuola di vita”.
Inoltre lo sport aiuta a conoscere il proprio corpo: “Dirà di quanta libertà sia necessaria per riconoscere di non essere perfetti e confrontarsi con le prestazioni degli atleti bellissimi e giovani, e riconoscere la condizione della disabilità senza farne un tormento e viverla invece come la propria condizione per esprimere i talenti e sfidare il limite. Una scuola di audacia e di fantasia”.
Concludendo l’omelia l’arcivescovo ha invitato gli atleti ad accogliere la Croce degli sportivi: “La croce degli sportivi è più uno spiraglio che una figura: il corpo di Cristo, crocifisso per amore, è l’apertura per andare oltre e accogliere il mistero. Il corpo assente incoraggia le domande, lo sguardo, l’attenzione…
Se volete sapere che cos’è l’amore, se volete sapere se ci sia una speranza, se volete sapere come possano i molti diventare uno e quale potenza di Dio rende possibile che tutte le membra del corpo, pur essendo molte, siano un corpo solo, se chiedete che cosa significhi il comandamento di Gesù di amarci gli uni gli altri, ecco che cosa vogliamo dire: Guardate a Gesù, adorate il corpo crocifisso e risorto, ascoltate le sue parole e seguitelo, perché lui è la via, la verità, la vita”.
(Foto: Arcidiocesi di Milano)
Papa Leone XIV: Gesù ci rivela il Padre
“Proseguiamo le catechesi sulla Costituzione dogmatica ‘Dei Verbum’ del Concilio Vaticano II, sulla divina Rivelazione. Abbiamo visto che Dio si rivela in un dialogo di alleanza, nel quale si rivolge a noi come ad amici. Si tratta dunque di una conoscenza relazionale, che non comunica solo idee, ma condivide una storia e chiama alla comunione nella reciprocità. Il compimento di questa rivelazione si realizza in un incontro storico e personale nel quale Dio stesso si dona a noi, rendendosi presente, e noi ci scopriamo conosciuti nella nostra verità più profonda. E’ ciò che è accaduto in Gesù Cristo. Dice il documento che l’intima verità sia di Dio che della salvezza dell’uomo risplende a noi in Cristo, che è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione”: nell’udienza generale di questa mattina, papa Leone XIV ha proseguito la riflessione sulla Costituzione conciliare ‘Dei Verbum’ invitando a guardare a Cristo attraverso la sua sensibilità e le sue percezioni della realtà.
La Costituzione conciliare sottolinea la rivelazione del Padre attraverso il Figlio: “Nel Figlio inviato da Dio Padre ‘gli uomini… possono presentarsi al Padre nello Spirito Santo e sono fatti partecipi della natura divina’. Giungiamo dunque alla piena conoscenza di Dio entrando nella relazione del Figlio col Padre suo, in virtù dell’azione dello Spirito…
Grazie a Gesù conosciamo Dio come siamo da Lui conosciuti. Infatti, in Cristo, Dio ci ha comunicato sé stesso e, allo stesso tempo, ci ha manifestato la nostra vera identità di figli, creati a immagine del Verbo. Questo ‘Verbo eterno illumina tutti gli uomini’ svelando la loro verità nello sguardo del Padre… Gesù Cristo è il luogo in cui riconosciamo la verità di Dio Padre mentre ci scopriamo conosciuti da Lui come figli nel Figlio, chiamati allo stesso destino di vita piena”.
Quindi Gesù attraverso la sua natura umana rivela il Padre: “Proprio perché è il Verbo incarnato che abita tra gli uomini, Gesù ci rivela di Dio con la propria vera e integra umanità: ‘Perciò egli, dice il Concilio, vedendo il quale si vede il Padre, con tutta la sua presenza e manifestazione, con le parole e le opere, con i segni e i miracoli, e soprattutto con la sua morte e gloriosa risurrezione dai morti, e infine con l’invio dello Spirito di verità, completa, compiendola, la rivelazione’.
Per conoscere Dio in Cristo dobbiamo accogliere la sua umanità integrale: la verità di Dio non si rivela pienamente dove si toglie qualcosa all’umano, così come l’integrità dell’umanità di Gesù non diminuisce la pienezza del dono divino. E’ l’umano integrale di Gesù che ci racconta la verità del Padre”.
La salvezza annunciata da Gesù passa tramite il proprio corpo: “A salvarci e a convocarci non sono soltanto la morte e la risurrezione di Gesù, ma la sua persona stessa: il Signore, che s’incarna, nasce, cura, insegna, soffre, muore, risorge e rimane fra noi. Perciò, per onorare la grandezza dell’Incarnazione, non è sufficiente considerare Gesù come il canale di trasmissione di verità intellettuali.
Se Gesù ha un corpo reale, la comunicazione della verità di Dio si realizza in quel corpo, col suo modo proprio di percepire e sentire la realtà, col suo modo di abitare il mondo e di attraversarlo. Gesù stesso ci invita a condividere il suo sguardo sulla realtà…
Fratelli e sorelle, seguendo fino in fondo il cammino di Gesù, giungiamo alla certezza che nulla ci potrà separare dall’amore di Dio… Grazie a Gesù, il cristiano conosce Dio Padre e si abbandona con fiducia a Lui”.
Mentre nei saluti finali ha chiesto di pregare per la pace: “Cari fratelli e sorelle, preghiamo per la pace, in un momento della storia che sembra segnato da una crescente perdita del valore della dignità umana e in cui la guerra è tornata di moda. L’umanità di Gesù, che rivela il Padre, ci aiuti a trovare cammini di giustizia e di riconciliazione”.
Mentre prima dell’udienza generale papa Leone XIV, nel giorno in cui la Chiesa ricorda sant’Agnese, ha benedetto una coppia di agnelli la cui lana sarà utilizzata per confezionare i palli dei nuovi arcivescovi metropoliti.
(Foto Santa Sede)
Prima domenica di Avvento: si aprano i cieli e piova il Giusto
La liturgia è canto di lode a Dio, che va eseguito tutti i giorni per tutto l’anno liturgico. La liturgia oggi ci dà l’avvio ad un nuovo anno, che è scandito da tre feste: Natale (festa del Padre), Pasqua (la festa in onore del Figlio) e la Pentecoste (in onore dello Spirito Santo). Questa prima festa è il Natale, giorno in cui ringraziamo il Padre che, avendo creato l’uomo a sua immagine, dopo il peccato originale, non lo abbandona ma invia il Figlio per redimere e salvare l’uomo. E il Verbo si fece carne, assunse la natura umana e prese il nome di Gesù, o Salvatore.
Nella Liturgia la festività del Natale è preceduta da quattro domeniche di ‘Avvento’; questo termine significa venuta, ma avvento è anche cammino, pellegrinaggio. L’avvento è l’attesa del Signore: Gesù è colui che viene. Ci muoviamo così verso la prima festività dell’anno liturgico, che ci ricorda la nascita di Gesù avvenuta circa 2000 anni addietro nella Giudea a Betlemme; la memoria della sua nascita ci ricorda che Gesù è venuto a noi, ma noi andiamo verso di Lui: creati da Dio, redenti da Cristo Gesù, siamo ogni giorno in cammino verso la casa del Padre.
La Chiesa in questo periodo ci prende quasi per mano e, ad immagine di Maria Santissima., ci fa sperimentare l’attesa gioiosa della venuta del Signore che ci abbraccia con il suo amore che salva e consola. La Liturgia non si stanca di farci ripetere: ‘Vieni, Signore Gesù’, si aprano i cieli e piova il Giusto. L’attesa escatologica, il suo ritorno visibile (quando verrà a giudicare i vivi e i morti, i buoni e i cattivi) è una realtà reale e sicura, anche se sconosciamo il giorno e l’ora.
Nel Vangelo Gesù ci ricorda un episodio biblico: Noè, chiamato da Dio, preparò l’arca che fu la salvezza per lui e tutta la sua famiglia: si mangiava, si beveva, ci si sposava, ognuno faceva quello che voleva: i propri comodi (forse alcuni criticavano e deridevano la realizzazione dell’arca); dominava la logica del ‘come sempre’, si viveva come sempre, fino a quando venne il diluvio universale e si salvarono solo quello dentro l’arca. L’avvento è un invito a vegliare, ad essere svegli, a rompere il ‘come sempre’ e ad iniziare una vita nuova: vegliate, convertitevi; beato chi è pronto ad andare incontro al Signore, beato chi ha la propria valigia ripiena di valori che lo accompagnano e non di cianfrusaglie da spazzatura.
L’avvento è un invito a compiere questo cammino di fede e di amore perché saremo giudicati da Cristo Gesù sull’amore: ‘Ascolta, Israele, amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, amerai il prossimo tuo come te stesso’. E’ necessario ormai abbandonare ciò che è futile, accessorio, secondario per essere fedele a ciò che è necessario ed essenziale. Dio è amore, saremo giudicati sull’amore verso Dio e verso i fratelli. L’avvento è invito ad essere vigilanti: vegliate, dice Gesù, non conoscete il giorno né l’ora.
L’avvento per il cristiano è anche gioia: sappiamo che questa vita finirà, (l’uomo ha oggi inventato anche le armi per autodistruggersi), questo mondo finirà ma il Signore è fedele alle sue promesse, non inganna e non delude; allora ascoltiamo il profeta Isaia: ‘Venite, saliamo sul monte del Signore, camminiamo nella luce del Signore’. Gesù sarà il giudice tra le genti (separerà i buoni dai cattivi come il pastore separa le pecore dalle capre); nel nostro cammino dobbiamo conservare la gioia, nonostante i dolori, le sofferenze, le pene, le tribolazioni.
L’apostolo Paolo ci esorta ad indossare le armi della luce, il che significa: comportarsi onestamente come in pieno giorno, alla luce del sole: non in ubriachezze e gozzoviglie, non in impurità e licenze, non in contese e gelosie ma rivestiti della luce del Risorto che parla di amore e servizio. Ciò che dà forza è la luce che proviene dal Cristo risorto; la forza che ci permette di camminare bene e sicuri proviene dall’Eucaristia che stiamo celebrando dove Gesù dice: venite a me: siete stanchi, affaticati, oppressi?
Prendete e mangiate: questo è il mio corpo; chi mangia questo pane vivrà in eterno. In Israele era fortissima l’attesa del Messia, ma nessuno avrebbe mai immaginato che il Messia potesse nascere da una ragazza , quale era Maria, promessa sposa a Giuseppe, uomo giusto. Impariamo da Maria, la donna dell’avvento, a vivere i gesti quotidiani con uno spirito nuovo, con i sentimenti di una attesa che solo la venuta di Dio può colmare. Allora. ‘Vieni, Gesù, si aprano i cieli e piova il Giusto’.
Il Convegno Teologico sul ‘Sangue di Cristo ed Eucaristia’
Venerdì 21 novembre 2025, alle ore 14:30, presso l’Aula 200 della Pontificia Università Lateranense, si terrà il Convegno Teologico dal titolo: «Sangue di Cristo ed Eucaristia. L’“altra metà della cena”: una ricchezza da non perdere». Questo appuntamento è promosso dal Centro Studi Unione Sanguis Christi della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue.
Don Benedetto Labate, direttore della Provincia Italiana della Congregazione, afferma che «dal punto di vista storico, il Convegno del Centro Studi rappresenta una tradizione consolidata per noi Missionari del Preziosissimo Sangue, per le Adoratrici del Sangue di Cristo, e anche per altre famiglie spirituali legate alla devozione al Sangue di Cristo. Fin dagli anni Sessanta, i nostri missionari si sono impegnati nella ricerca scientifica e nello studio approfondito di questa spiritualità.
Conserviamo infatti importanti trattati teologici, spirituali, biblici, pastorali, antropologici e patristici sul Sangue di Cristo, un patrimonio di inestimabile valore. Desidero ringraziare personalmente don Giacomo Manzo, direttore del Centro Studi, che da qualche anno ha deciso di riprendere questa tradizione e portarla avanti con dedizione. Allo stesso modo, non posso tacere il ruolo fondamentale che in maniera inestimabile ricopre il prof. don Luigi Maria Epicoco nella realizzazione dell’evento, dalla scelta del tema ai contatti con i singoli relatori.
Questo impegno ci permette di crescere, come ci insegna Gesù nel Vangelo, nella verità e nella ricerca del bene dell’umanità. Il Sangue che ci ha redenti, riconciliati, santificati e giustificati continua a offrirci spunti di riflessione e di crescita non solo sul piano intellettuale, ma anche sul piano umano e cristiano, rendendo questo evento un’opportunità preziosa per tutti noi».
Don Giacomo Manzo, direttore del Centro Studi Unione Sanguis Christi, evidenzia che «quest’anno, il tema che abbiamo scelto è questo: “Sangue di Cristo ed Eucaristia – L’ ʻaltra metà della cenaʼ: una ricchezza da non perdere”. Approfondiremo, infatti, attraverso un percorso teologico, biblico, patristico, spirituale e soprattutto liturgico-sacramentario l’importanza, la specificità e, appunto, la ricchezza del significato del sangue nell’Eucaristia.
Vari studiosi della liturgia affronteranno questo tema, fino anche ad una riflessione sulla comunione e adorazione sotto le due specie. Già il padre della Chiesa san Cipriano, in una sua lettera molto celebre per noi Missionari (n. 63), scriveva: “Gli indugi dei fratelli dinanzi ai pentimenti della persecuzione, che ripetono la passione di Cristo, traggono origine da qui, dal fatto che già durante il sacrificio si sono assuefatti ad arrossire del sangue di Cristo … in che modo potremmo noi versare il sangue per il Cristo, se ci vergogniamo di bere il suo sangue?”.
Questo è solo un esempio per sottolineare, come ci disse Papa Francesco nell’udienza con la USC, che “il sangue di Cristo ci spinge a donare la vita per Dio e i fratelli senza risparmio…”, poiché appunto nessun altro segno rispetto a quello del sangue di Cristo è “così eloquente per esprimere l’amore supremo della vita donata agli altri”. Sarà un convegno ricchissimo di spunti di meditazione e di provocazioni per noi cristiani».
Molteplici saranno i docenti coinvolti nel Convegno come relatori: Riccardo Ferri (Pro-Rettore della Pontificia Università Lateranense), Ildebrando Scicolone, Giuseppe Midili, Valentina Angelucci, Daniele Pinton e Luigi Maria Epicoco.
Ferragosto 2025: La Santissima Vergine è Assunta in cielo in anima e corpo
A Ferragosto, cuore dell’estate, la Chiesa nella Liturgia ci invita a guardare il cielo e a contemplare la Vergine Maria assunta alla gloria del cielo. Nel trionfo di Maria, assunta in cielo in anima e corpo, la Chiesa tutta contempla Colei che il Padre ha prescelto come madre del Verbo eterno, Gesù, incarnato per salvare l’uomo. Maria, come evidenzia la liturgia, è il segno consolante della nostra Speranza. Guardando Maria, assunta in cielo, ci si apre alla prospettiva dell’eterna beatitudine.
Si legge nella Apocalisse: ‘Nel cielo apparve un segno: una donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e sul capo una corona di dodici stelle’ Abituati a guardare verso l’alto, che è la nostra patria, troviamo la Vergine che ci aspetta. L’assunzione di Maria è un evento che ci interessa da vicino perché ogni uomo è destinato alla morte, ma la morte non è l’ultima parola. E’ il passaggio verso la beatitudine riservata a quanti operano per la verità, la giustizia e si sforzano di seguire Cristo Gesù.
Maria, che oggi proclamiamo ‘assunta in cielo’, ha vissuto sulla terra, come noi, i misteri gaudiosi e dolorosi della vita. Ella ha saputo dire il suo ‘sì’ al Signore all’annuncio dell’angelo e per volontà di Dio divenne la nuova Eva dell’umanità, laddove Gesù è detto il nuovo Adamo perché con la sua passione e morte ha redento l’umanità riunendo il cielo con la terra, l’umano con il divino ed operando la nostra salvezza.
Con il suo ‘sì’ a Dio, Maria potè cantare: ‘L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore’. Magnificare ed Esultare: due verbi che esprimono la felicità della persona e riconoscono l’amore misericordioso di Dio che ama l’uomo e per salvarlo il Verbo si fece carne ed è morto in croce per l’umanità. Se vogliamo essere felici è necessario mettere Dio al primo posto perché lui solo è grande; noi siamo solo dono di Dio.
Maria, che in vista delle sua divina maternità era stata concepita ‘Immacolata’, diventa la primizia dell’umanità redenta, la nuova Eva, la donna nella quale il mistero di Cristo Gesù ha avuto il suo pieno effetto riscattandola dalla morte e trasferendola in anima e corpo nel regno della vita immortale. Maria diventa così nella Chiesa il segno della sicura speranza, come evidenzia il Vaticano II (cfr. lumen gentium 68). Quando diciamo ‘Assunta in cielo’ non esprimiamo una idea astratta o un cielo immaginario; il cielo è la realtà vera, è il mondo di Dio, nostro Padre, è la nostra meta, è la dimora eterna a cui siamo diretti; il cielo è la fonte dell’amore come l’oasi è la fonte per l’assetato.
Maria oggi, davanti all’uomo in preda a mille problemi, alle prese con situazioni storiche, sociali, psicologiche assai dure, invita questo uomo a guardare il cielo ,dove siamo diretti, e con il canto del ‘Magnificat’ ci esorta a bene sperare sulla parola di Dio, che è amore e provvidenza. Guardando con fede Maria assunta in cielo, la nostra vita scorre come l’acqua del fiume e va verso Dio, oceano di pace, di gioia e di vita. La morte non è la fine ma è l’ingresso nella vera vita perché ci prepara alla risurrezione della carne.
Come Cristo è risorto, come Maria è l’assunta in cielo, anche noi risorgeremo. Il culto dell’Assunta comincia ai primordi del cristianesimo con la festa della ‘dormitio B. M. Virginis’, che si celebrava a Gerusalemme e ad Efeso. Si deve al beato Bartolo Longo avere promosso nel santuario di Pompei una petizione ai fedeli riuscendo a raccogliere ben 6.411.000 firme di fedeli che auspicavano la definizione dogmatica dell’evento. All’invito risposero ben 1191 Vescovi evidenziando in modo plebiscitario l’attesa del popolo di Dio.
Il pontefice Pio XII il 1° novembre 1950, anno santo, definì il dogma: ‘L’Immacolata Madre di Dio, sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, è stata assunta in cielo alla gloria celeste anima e corpo’. In Maria la promessa di Gesù si fa realtà: beata è la madre, beati saremo noi, suoi figli, se ascoltiamo e mettiamo in pratica le parole del Signore. La SS. Vergine aiuti tutti i credenti ad essere vere sentinelle della speranza che non delude. Maria, madre di Gesù e della Chiesa, vigila sempre e prega per noi e per il mondo intero.
‘Codice cuore’: libro per adolescenti, per conoscere valore del corpo e della sessualità
Sei un genitore, un educatore, un professore di religione e stai cercando uno strumento per parlare ai ragazzi della dignità del corpo, di come amarsi in modo autentico e di come riconoscere una relazione tossica? Tra i tanti strumenti che potrai trovare, oggi voglio proporti un libro che ho scritto pensando soprattutto ai giovani: “Codice cuore. Trovare sé stessi per stare con qualcun altro” (Mimep Docete, 2025).
Il libro, suddiviso in dieci capitoli, affronta varie tematiche connesse all’affettività. A fare da sfondo, la Teologia del corpo, con cui Giovanni Paolo ha messo in luce la bellezza della sessualità e della coppia umana nel piano di Dio. Per invitare alla lettura, vorrei proporre un breve riassunto dei capitoli, oggi parlerò dei primi cinque, in un prossimo articolo vi presenterò gli altri cinque.
Capitolo 1: Per amare bisogna amarsi
In questa prima tappa del libro, si mette in luce la necessità di amare sé stessi, di nutrire la propria autostima, di scoprire i propri talenti. Solo se si è capaci di stare in piedi da soli (e di vivere in modo costruttivo anche i periodi di vita in cui non si ha un partner), è possibile camminare in modo sano accanto a qualcun altro. In caso contrario, è molto facile accontentarsi di “quello che capita” e finire in relazioni tossiche, caratterizzate da dipendenza emotiva. In questo capitolo trovi la testimonianza, recuperata da altre fonti, della cantante Debora Vezzani.
Capitolo 2: Io abito il mio corpo
In questa sezione si cerca di mettere in guardia da una visione materialistica del corpo, che spesso viene visto come qualcosa che possediamo, un oggetto di poco valore, in fondo, che si può anche vendere o svendere. Noi abitiamo un corpo nel senso che ‘siamo un corpo’, il corpo ha una dimensione personale; siamo un’unica realtà di mente, corpo ed anima. In questo capitolo trovi la testimonianza dello scrittore Giorgio Ponte, ripresa da un’intervista rilasciata a Punto Famiglia.
Capitolo 3: Il disegno di Dio sull’amore non includeva farsi male
La sessualità può fare male quando svuotata di ogni significato e se vissuta in modo compulsivo, alla ricerca di un mero piacere che, come arriva, svanisce, lasciandoci un vuoto. La sessualità fa male quando ci porta a consumarci a vicenda. In questo capitolo trovi una catechesi di Don Alberto Ravagnani sulla sofferenza che la sessualità causa ai ragazzi quando la vivono con disimpegno solo per “sperimentarsi”.
Capitolo 4: Cosa non ci permette di vivere in modo sano la sessualità?
Dio c’entra col sesso, ce lo ha donato Lui. Lo ricordano con forza alcuni percorsi sull’affettività improntati sulla chiamata evangelica all’amore e sulla vocazione sponsale promossa dalla Chiesa. Una di queste opere di evangelizzazione, ad esempio, è stata realizzata da Alessandra e Francesco di 5pani2pesci, di cui si parla in questo capitolo. Eppure, c’è una ferita, noi cristiani la chiamiamo ‘peccato originale’.
La comunione tra un uomo e una donna – che si verifica nella donazione dei corpi – può essere compromessa dall’egoismo, dal possesso, dalla concupiscenza. Gesù, però, ha redento i nostri corpi e anche la sessualità: quanto ne siamo consapevoli? In questo capitolo trovi la testimonianza di un attore che ha vissuto secondo i dettami mondani la sfera della sessualità, per poi recuperare la purezza.
Capitolo 5: L’intimità fisica secondo la teologia del corpo
Diventare una sola carne significa “fare l’amore a 360 gradi”: cioè, coinvolgendo mente, anima, fisicità. Attraverso l’atto sessuale, infatti, abbiamo la possibilità non solo di provare piacere (che è assolutamente sano, in una relazione sana!), ma anche di comunicare, esprimere, incarnare, affermare e testimoniare tutto l’amore che desideriamo trasmetterci l’un l’altra.
Attraverso il dono totale del nostro corpo diciamo: “Desidero che tu accolga tutto di me ciò che mi caratterizza e delinea la mia unicità: ti do i lati più belli e quelli meno belli della mia personalità, ti affido i misi sogni e le mie paure. Ti do tutto, mi metto a nudo con te, mi affido a te”.
E, al tempo stesso, rassicuriamo l’altro che Io amiamo nel medesimo modo in cui desideriamo essere amati noi: “Mi faccio custode della tua persona. Accolgo, facendoli diventare una parte di me, il tuo corpo unico e irripetibile, la tua mente, la tua anima, il tuo cuore, le tue difficoltà e i tuoi successi”. In questo capitolo trovi la testimonianza di una coppia di sposi che ha compreso il valore sacro della sessualità.




























