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A Roma il giubileo dell’educazione per rilanciare il Patto Educativo Globale
“Il Giubileo del Mondo Educativo, celebrato dal 27 ottobre al 1° novembre, riunirà a Roma più di ventimila persone, in rappresentanza delle comunità educative cattoliche di tutto il mondo, impegnate nella scuola e nell’università, nella formazione tecnica e professionale, e che sono studenti, docenti e personale amministrativo, nonché referenti delle principali federazioni e reti educative o organizzazioni internazionali del settore. Ad oggi, si sono registrati pellegrini di 124 Paesi, con particolare attenzione a Italia, Spagna, Stati Uniti, Francia e Brasile. E’ anche motivo di gioia sapere che abbiamo la partecipazione di oltre 200 pellegrini con disabilità, a testimonianza del fatto che il Giubileo è una proposta per tutti”: con queste parole ieri il card. José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione, ha presentato il Giubileo del Mondo Educativo, che si svolge dal al 27 ottobre al 1° novembre.
Durante la conferenza stampa il prefetto del dicastero per la cultura e l’educazione ha ricordato che in quei giorni ricorre “il 60° anniversario della Dichiarazione conciliare ‘Gravissimum Educationis’, che celebreremo il 28 ottobre. Si tratta di un documento fondamentale, con un forte impatto sulla visione contemporanea dell’educazione, che ha svolto un ruolo fondamentale, dentro e fuori la Chiesa, che deve essere riconosciuto. Sottolineo in particolare l’affermazione del diritto universale all’istruzione e un cambiamento di linguaggio (cioè di mentalità) per parlare di scuola non tanto in termini di istituzione, bensì di comunità educative”.
Ed ha anticipato qualche riga dal documento che papa Leone XIV pubblicherà: “E martedì prossimo, 28 ottobre, verrà pubblicato un documento di Papa Leone XIV per commemorare il 60° anniversario della ‘Gravissimum Educationis’ e per riflettere sull’attualità della Dichiarazione conciliare e sulle sfide che l’educazione deve affrontare oggi, in particolare per le scuole e le università cattoliche”.
Tale dichiarazione sarà il filo conduttore delle giornate giubilari: “Possiamo, pertanto, affermare che la Dichiarazione ‘Gravissimum educationis’ farà da sfondo alla celebrazione del Giubileo dell’educazione e che il Santo Padre, papa Leone XIV, dedicherà una particolare attenzione pastorale al mondo dell’educazione in queste storiche giornate: sia attraverso la pubblicazione di questo documento, sia nei discorsi che rivolgerà a studenti e educatori durante le due udienze previste, sia nelle omelie di apertura e di chiusura di questo giubileo”.
Il giubileo sarà anche l’occasione per rilanciare il ‘Patto Educativo Globale’: “Inoltre, il Papa Leone XIV approfitterà del Giubileo dell’educazione per rilanciare il Patto Educativo Globale, un’iniziativa di papa Francesco che ha acquisito una straordinaria risonanza in tante regioni del mondo. E’ vero che la Chiesa celebra ed è grata per una feconda storia educativa, ma si trova anche di fronte all’imperativo di aggiornare la sua proposta alla luce della ‘Rerum novarum’ del nostro tempo. Padre Ezio Bono interverrà su questo importantissimo rinnovamento del Patto Educativo”.
Inoltre ci sarà la dichiarazione a Dottore della Chiesa di san Newman: “Ed, infine, il Santo Padre ha deciso di associare il Giubileo dell’educazione alla figura di un educatore straordinario e grande ispiratore della filosofia dell’educazione: san John Henry Newman. Sappiamo che sarà dichiarato Dottore della Chiesa nella celebrazione del 1° novembre, Santa Messa conclusiva del Giubileo del Mondo dell’Educazione. Ma non è tutto. Nel documento che pubblicherà martedì prossimo, papa Leone XIV afferma che, nel contesto di questo Giubileo, avrà la grande gioia di nominare san John Henry Newman co-patrono della missione educativa della Chiesa, insieme a san Tommaso d’Aquino”.
Quindi questo Giubileo sarà anche un’ occasione per rilanciare e arricchire il Patto educativo globale, un’iniziativa voluta da Papa Francesco. Su questo tema, nel corso della conferenza, è intervenuto il referente del Patto, padre Ezio Lorenzo Bono, sottolineando che ai sette obiettivi già previsti ne saranno aggiunti tre che riguarderanno l’intelligenza artificiale, la pace disarmata e disarmante, l’educazione alla vita interiore.
Tra gli appuntamenti previsti (come ha illustrato mons. Carlo Maria Polvani, segretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione) avranno uno spazio anche alcune attività presentate dal card. Peter Turkson, cancelliere della Pontificia accademia delle Scienze e della Pontificia accademia delle Scienze Sociali che è intervenuto per parlare del Giubileo della conoscenza. Tale evento si terrà all’interno di quello del mondo educativo e rifletterà sul tema dell’ecologia.
Il Giubileo del mondo educativo si aprirà con la Santa Messa presieduta da papa Leone XIV lunedì 27 ottobre. Il giorno successivo si celebrerà l’anniversario della ‘Gravissimum educationis’. mercoledì 29 ottobre sarà inaugurata la mostra ‘Vivere, credere, guardare questo cielo di Tommaso Spazzini Villa’. Giovedì 30 ottobre il papa incontrerà gli studenti nell’aula Paolo VI, mentre all’Auditorium della conciliazione si terrà il congresso internazionale intitolato ‘Costellazioni educative – Un patto con il futuro’. E ancora, giovedì 30 e venerdì 31 ‘La scuola del cuore’, nella Chiesa di San Lorenzo in Piscibus, e le ‘Costellazioni delle Reti Educative’ nella Sala San Pio X. venerdì 31 ottobre il Pontefice incontrerà gli educatori.
Infine un dettagliato resoconto dello stato dell’educazione cattolica nel mondo è stato presentato dalla prof.ssa Elena Beccalli, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e presidente della Federazione delle Università Cattoliche Europee – Fuce: in base ai dati dell’Ufficio Centrale di Statistica della Chiesa Cattolica presso la Santa Sede, si vede che questo tessuto comprende oltre 231.000 istituzioni scolastiche e universitarie, attive in 171 Paesi: “Quello cattolico è il più grande network educativo al mondo – ha esordito la professoressa Beccalli -. Attraverso la propria rete, la Chiesa è vicina ai giovani di ogni continente, impegnati nella costruzione del proprio progetto di vita a servizio del bene comune. Ovunque le scuole e le università cattoliche sono luoghi aperti al dialogo, promuovendo accoglienza, giustizia, sviluppo integrale e pace”.
. La professoressa ha sottolineato che ben 72.000.000 di studenti frequentano le scuole e le università cattoliche. Tra i continenti quello africano è il cuore pulsante della proposta educativa, con il maggior numero di iscritti: “E’ il continente che accoglie il maggior numero di studenti iscritti nelle istituzioni cattoliche (il 43% del totale, pari a quasi 31.000.000, ma è anche quello che ospita la più ampia rete di scuole e università cattoliche. Questo dato non è soltanto quantitativo: rivela la portata strategica e pastorale dell’impegno educativo della Chiesa nel continente africano”, ha concluso la rettrice.
(Foto: Vatican Media)
Al Meeting di Rimini la mostra ‘Chiamati due volte’ racconta i martiri di Algeria
Diciannove fra religiosi e religiose uccisi 30 anni fa. Dalla prima suora delle Piccole Sorelle dell’Assunzione, suor Paul-Hélène Saint-Raymond, assassinata nella biblioteca organizzata per i ragazzi nella Casba di Algeri, fino al vescovo, mons. Pierre Claverie, ucciso in un attentato insieme al suo amico musulmano Mohammed Bouchikhi. Fra il 1992 e il 2002 il terrorismo colpisce l’Algeria facendo 150.000 vittime tra cui molti imam. Fra le vittime ci sono 19 martiri cristiani che 7 anni fa sono stati proclamati beati a Orano. Alcuni di loro sono diventati famosi nel mondo grazie al film ‘Uomini di Dio’ (2010) che ha raccontato la storia del sacrificio dei monaci di Tibhirine.
Questa vicenda dei 19 costituisce il racconto di ‘Chiamati due volte. I martiri d’Algeria’, mostra che è esposta fino al 27 agosto al ‘Meeting per l’amicizia fra i popoli’ a Rimini e realizzata da ‘Oasis’, fondazione internazionale nata nel 2004 per iniziativa del card. Angelo Scola, con l’obiettivo di favorire la conoscenza tra cristiani e musulmani e creare spazi di dialogo sulla base della reciproca rilevanza culturale, e dalla Libreria Editrice Vaticana, che ne pubblica anche il catalogo, con il sostegno della Fondazione Cariplo.
Il titolo della mostra (‘Chiamati due volte’) allude al fatto che i 19 martiri sono stati fedeli due volte: alla loro vocazione religiosa ed al popolo algerino con cui vivevano. Il percorso-itinerario della mostra comprende interviste ed testimonianze in video raccolte a Roma, Parigi, in Normandia, a Lione, a Tunisi e in Algeria. Fra gli intervistati il card. Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri; il postulatore della causa di beatificazione Thomas Georgeon; il regista del film ‘Uomini di Dio’, Xavier Beauvois; il domenicano p. Adrien Candiard, autore della pièce teatrale ‘Pierre e Mohamed’; Bruno De Chergé, nipote di frère Christian De Chergé, il priore del monastero di Tibhirine; Bruno Laurentin, nipote di frère Luc, medico di Tibhirine che viveva la propria professione come modalità di servire Cristo. Per finire con le sorelle di suor Bibiane Leclercq, la nipote del padre bianco Jean Chevillard, la nipote di suor Odette Prévost e altre testimonianze di parenti e amici.
All’interno della mostra sono presentati anche oggetti che appartenevano ai monaci di Tibhirine, fra cui la croce pettorale del priore, il microscopio di frère Luc, il piano di irrigazione del monastero redatto da frère Paul Favre-Miville, il rosario del padre bianco Jean Chevillard, ucciso a Tizi Ozou. Ci sono anche abiti, come quello di frère Christian De Chergé e di mons. Pierre Claverie. Il percorso della Mostra si presenterà al visitatore con una grande parete esterna su cui sono raffigurati i ritratti di tutti e 19 i martiri.
I membri del Comitato Scientifico della mostra sono il card. Angelo Scola, arcivescovo emerito di Milano; il card. Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri; p. Thomas Georgeon, postulatore della causa di beatificazione dei martiri d’Algeria; Marie-Dominique Minassian, responsabile del progetto di ricerca ‘Gli scritti di Tibhirine’; Nadjia Kebour, docente al PISAI di Roma; mons. Diego Sarrió, vescovo di Laghouat in Algeria e già preside del PISAI di Roma; Anna Pozzi, giornalista del mensile ‘Mondo e Missione’ del PIME; p. Jean-Jacques Pérennès, già direttore della Scuola biblica di Gerusalemme, biografo di Pierre Claverie. Mentre i curatori della Mostra sono Alessandro Banfi, Michele Brignone, Martino Diez, Claudio Fontana e Chiara Pellegrino della Fondazione Oasis e Lorenzo Fazzini della Libreria Editrice Vaticana.
Ad uno dei curatori della mostra organizzata dalla Fondazione internazionale Oasis e dalla Libreria Editrice Vaticana con il sostegno della Fondazione Cariplo, Alessandro Banfi, direttore della comunicazione della Fondazione Internazionale Oasis, abbiamo chiesto di spiegare il motivo, per cui bisogna ricordare con una mostra i 19 martiri di Algeria?
“La vicenda è poco nota in Italia, nonostante che sette anni fa i 19 fra religiose e religiosi cristiani, caduti sotto i colpi del terrorismo islamista nel cosiddetto ‘decennio nero’ dell’Algeria, siano stati proclamati beati dalla Chiesa cattolica. Alla loro fama contribuì molto, 15 anni fa, il film francese ‘Uomini di Dio’ del regista Xavier Beauvois, dedicato alla vicenda dei sette monaci di Tibhirine. Il Meeting, 30 anni dopo dalla loro morte, approfondisce e racconta la storia di questi testimoni della fede in terra musulmana, ‘martiri del dialogo’ come sono stati chiamati. Si tratta di suore, frati e sacerdoti che hanno scelto di rimanere in Algeria, per stare accanto al popolo, restando fedeli alla propria missione, nonostante le esplicite minacce dei terroristi. Ed hanno offerto la loro vita per gli altri”.
Ma cosa c’entra questa mostra con il titolo del Meeting di quest’anno?
Il titolo di quest’anno, ‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’, è una citazione del poeta Thomas Stern Eliot che evoca le ‘pietre vive’ su cui edificare nuove costruzioni. Ebbene i martiri sono stati a loro modo, ed ancor di più lo sono ora, costruttori di civiltà e di pace in Paesi di fede diversa, dove è permesso il culto, ma anche dove la libertà religiosa è sempre messa in discussione dagli estremisti. I luoghi deserti sono quelli dell’odio e della violenza.
Restare in luoghi, per così dire, desertificati dall’estremismo e disumanizzati dal terrorismo è stata la testimonianza specifica dei 19 martiri d’Algeria. Tanti muoiono, anche fra i cristiani ed i religiosi in tanti posti del mondo, e non sempre vengono proclamati beati martiri. Il motivo per cui invece loro sono stati portati alla gloria degli altari dalla Chiesa è che hanno scelto liberamente di donare la propria vita di fronte alle minacce. Come p. Massimiliano Kolbe nel lager. Nella mostra ci saranno video con interviste a testimoni diretti, sopravvissuti, parenti delle vittime, esperti. E saranno anche esposti oggetti appartenuti ai martiri.
In quale senso questi 19 martiri sono stati chiamati ‘due volte’?
Due volte nel senso che la loro vita è stata donata una prima volta attraverso la loro fedeltà a Gesù Cristo nell’ambito della loro specifica vocazione. E una seconda volta nella radicalità di continuare a donarsi agli altri in una condizione di evidente pericolo. Come dice il postulatore della causa di beatificazione, il frate trappista Thomas Georgeon, in una delle interviste video che saranno proposte nella Mostra: ‘C’è il primo incontro che ha portato questi martiri in Algeria che è l’incontro con Cristo. E poi questo incontro con Cristo si è sviluppato in un incontro con l’altro, nell’alterità. Sono martiri dell’alterità perché hanno accettato di andare all’incontro o di vivere l’incontro con l’altro diverso da me. Passando oltre i pregiudizi sulla cittadinanza, sulla fede, sulla religione… Per andare a incontrare la persona che c’era davanti a loro, cioè l’altro’.
Forse un po’ cinicamente resta da chiedersi: le vite di questi martiri sono state forse inutili? Cercavano il dialogo e sono stati uccisi… Nel testamento lasciato da frère Christian De Chergé, il priore di Tibhirine, scritto qualche mese prima il loro rapimento e la loro uccisione, questa questione è già presente. Scrive infatti De Chergé, prevedendo la sua fine per mano dei terroristi islamisti: ‘La mia morte sembrerà evidentemente dare ragione a quelli che mi hanno frettolosamente trattato da ingenuo o da idealista: Dica adesso cosa ne pensa! Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità. Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con Lui i suoi figli dell’islam così come Lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della Sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre stabilire la comunione e ristabilire la somiglianza giocando con le differenze’.
Proprio a proposito di questa riflessione, il card. Angelo Scola, già arcivescovo di Milano e patriarca di Venezia, nonché fondatore di Oasis, ha scritto nel suo ultimo libro, ‘Nell’attesa di un nuovo inizio’: ‘Ho letto e riletto più volte questo testo straordinario con grande emozione perché esprime, con delicati toni poetici e con profonda sensibilità teologica, un interesse nei confronti dell’Islam che ho sempre avuto e che ho coltivato soprattutto nell’ultima parte della mia vita con l’istituzione della Fondazione Oasis. Anche a me è capitato spesso, senza ovviamente toccare i vertici della riflessione di padre de Chergé, di chiedermi per quale misterioso disegno di Dio oltre un miliardo di uomini e donne sono fedeli all’Islam. Ed ho cominciato a intravvedere e a capire che il Signore ci dona la grazia e ci offre la possibilità di lasciarci trasformare da essa in una misura che non avremmo mai immaginato quando nella Chiesa si è iniziato a parlare di dialogo interreligioso’.
A distanza di 30 anni quale significato assume questo martirio?
“E’ una testimonianza che è stata feconda per la Chiesa algerina e che porta frutti ovunque. E’ la testimonianza di una Chiesa che quando sembra sconfitta dalla storia e più fragile riesce a raggiungere i cuori delle persone. Di tutti. I martiri d’Algeria ci spingono ad elevare lo sguardo e allo stesso tempo ci ricordano che non c’è niente di più grande che dare la vita per i propri amici”.
(Foto: Fondazione Oasis)
Cosi e Repossi raccontano Oskar Schindler per non dimenticare la Shoah
‘Chi salva una vita salva il mondo intero’: è questa l’incisione in ebraico sull’anello d’oro che gli ‘Schindlerjuden’ regalarono a Oskar Schindler il 2 maggio 1962, a Tel Aviv, al termine di un banchetto in suo onore. Sono trascorsi più di 50 anni da quando Israele lo invitò a piantare un albero nel ‘Giardino dei Giusti’ dello Yad Vashem, ma la vicenda e la personalità di questo imprenditore, passato alla storia per aver salvato più di 1000 ebrei dai campi di concentramento, continuano a essere oggetto di dibattito.
Estroverso, carismatico, amante della bella vita, spia per convenienza (fu reclutato dall’Abwehr, il servizio segreto militare tedesco), nazista, salvatore di ebrei ed imprenditore di successo nella Polonia occupata (inaugurato a tempo di record il suo stabilimento: trasferitosi a Cracovia il 17 ottobre 1939, in meno di un mese riesce a farsi approvare la richiesta di locazione della Rekord): tutto questo è stato l’uomo al centro di ‘Oskar Schindler – Vita del nazista che salvò gli ebrei’ di Francesca Cosi e Alessandra Repossi:
“La sua tomba a Gerusalemme (in un cimiterino abbarbicato su un fianco del monte Sion, appena fuori dalla Città Vecchia) è ricoperta infatti dai sassolini lasciati, secondo il rituale ebraico, dai tanti che continuano a rendergli omaggio, mentre la sua fabbrica a Cracovia è stata trasformata nel Museo cittadino dell’occupazione (sono 45 sale che raccontano gli anni dal 1939 al 1945). Eppure l’enigma Schindler resta”.
Del ritratto di Cosi e Repossi (che va dall’infanzia ai successi economici, dalle relazioni politiche al rapporto con la moglie Emilie e ai continui tradimenti che le inflisse) sono molto interessanti le ‘liste’ originali degli ebrei da salvare, con il pretesto di assumerli come manodopera per la fabbrica. Pubblicate per concessione del Museo statale di Auschwitz-Birkenau, dimostrano infatti che non ci fu un’unica lista, come invece racconta il film di Spielberg, ma diverse liste.
Significativa è anche la parte del libro che racconta cosa accadde dopo la guerra e dopo il 1974, anno della morte di Oskar Schindler, con la ribalta del film e l’elevarsi della voce della vedova, arrivando fino al ritrovamento di una misteriosa valigia che, su un cartellino, portava il nome dell’uomo: “Fu aperta solo dopo diversi anni, ma del suo contenuto non si è mai scritto in Italia. Si è comunque aggiunto materiale biografico utile a una più precisa messa a fuoco di chi fu veramente Schindler, l’uomo”, scrivono le autrici, che studiano da tempo la Shoah nei suoi aspetti (dalla storia, alle testimonianze, ai luoghi) ed hanno visitato i principali campi di sterminio in Austria, Germania, Polonia e Italia.
Da queste visite è scaturita nel 2015 una mostra didattica rivolta alle scuole e realizzata con la consulenza dello storico Bruno Segre, dalla quale nel 2018 hanno tratto il libro ‘Shoah. Conoscere per non dimenticare’ (TS Edizioni).
Dalle autrici ci facciamo spiegare il motivo per cui hanno dedicato un libro ad Oskar Schindler:“Questo libro nasce principalmente da una necessità: nel 2024 ricorrevano i 50 anni dalla scomparsa di Schindler e in Italia mancava ancora una biografia completa a lui dedicata. La casa editrice TS Edizioni ha scoperto questa lacuna e ci ha proposto di colmarla scrivendo quest’opera.
Abbiamo accolto molto volentieri questo invito, perché la figura di Schindler ci ha sempre affascinato e questa opportunità ci avrebbe consentito di approfondirne la conoscenza. Inoltre il nostro lavoro sulla Shoah, a cui negli anni abbiamo dedicato un altro libro, una mostra didattica per le scuole, una mostra fotografica e diverse traduzioni di testi letterari e saggistici, ci ha particolarmente motivato ad affrontare questa nuova sfida”.
Quale fu il motivo per cui un ‘nazista’ decise di salvare gli ebrei?
“Schindler era un uomo dalle mille contraddizioni che probabilmente aderì al nazismo non tanto per convinzioni ideologiche, quanto per convenienza: in quel periodo storico quello era il partito al potere, e far parte delle cerchie naziste poteva dare a un aspirante industriale come lui molti vantaggi, prima di tutto economici. Fu così che Schindler prese la tessera del partito nel 1938-39 e riuscì ad aprire la sua fabbrica, l’Emalia, nella Polonia occupata.
Lì scoprì che, se si avvaleva di manodopera ebraica, per ogni operaio che assumeva doveva pagare al Reich al giorno meno di quanto doveva pagasse gli operai polacchi all’ora, e questo lo spinse a prendere con sé, nel tempo, oltre 1000 ebrei. Poi però nel 1942 assistette alle violentissime deportazioni dal ghetto di Cracovia, che sorgeva vicino alla sua fabbrica, e che culminarono all’inizio del 1943 con la liquidazione del ghetto e dei suoi abitanti. Fu in quella fase che avvenne in lui il cambiamento: da allora si impegnò per salvare gli ebrei giorno dopo giorno, sfidando continuamente i nazisti a rischio della propria vita”.
Per quale motivo avete voluto visitare la sua tomba?
“Due anni fa abbiamo fatto un lungo viaggio in Terra Santa e poi altri a Cracovia e in Repubblica Ceca per seguire le tracce di Schindler. Sono tutti luoghi in cui ancora oggi si possono ritrovare segni del suo passato. La visita alla tomba di Schindler a Gerusalemme, che abbiamo descritto all’inizio del libro, è stata per noi un’esperienza particolarmente intensa.
E’ situata in un piccolo cimitero arroccato sul fianco del monte Sion, fuori dalla Città Vecchia, e si riconosce perché è ricoperta da tante pietruzze. Vengono lasciate da chi ancora oggi si reca a rendergli omaggio, seguendo l’usanza ebraica di deporre una pietra sulla tomba in segno di rispetto e memoria. Anche noi abbiamo voluto lasciare una traccia del nostro passaggio e rendere omaggio a quest’uomo così eroico”.
A 50 anni dalla sua morte quale memoria resta di Schindler?
“Tutti conoscono Oskar grazie al film ‘Schindler’s List’ di Steven Spielberg, che ha avuto il grande merito di diffondere nel mondo intero le gesta di quest’uomo; tuttavia, per esigenze di resa cinematografica e di sintesi, nel film la sua vicenda è stata semplificata e in certi casi stravolta, per questo ci sembrava necessaria una biografia che ne restituisse l’immagine a tutto tondo.
Per noi Schindler rappresenta un esempio proprio perché la sua figura è fatta di contrasti: era tutt’altro che un santo, anzi, aveva molti lati discutibili. Eppure ha compiuto un’impresa straordinaria, salvando oltre 1100 persone perseguitate che, senza il suo intervento, sarebbero finite nei campi di sterminio. Questo dimostra che ognuno di noi, con i propri pregi e difetti, può fare del bene: non serve essere perfetti o irreprensibili per agire in modo positivo. Che si tratti di un gesto straordinario, come quello compiuto da lui, o di qualcosa di piccolo, il bene è alla portata di tutti e rappresenta, a nostro avviso, l’unica vera risposta alla violenza che possiamo vedere intorno a noi”.
Quale significato riveste il riconoscimento di ‘giusti tra le nazioni’?
“E’ un riconoscimento che viene concesso dallo Yad Vashem di Gerusalemme ai non ebrei che durante la Shoah hanno messo a rischio la loro vita per salvare gli ebrei. Oskar Avrebbe dovuto riceverlo nel 1963, ma a causa di alcune polemiche uscite sulla stampa, la sua figura non sembrava così limpida; fu invitato a piantare un albero nel giardino dei Giusti, ma non ottenne il riconoscimento. Questo gli fu poi concesso postumo nel 1993, insieme alla moglie Emilie che lo aveva aiutato nel salvataggio degli ebrei”.
Oggi si conosce veramente la Shoah?
“La nostra esperienza ci dice che, per quanto la Shoah sembri una tragedia lontanissima nel tempo e quindi dimenticata, in realtà sono proprio i ragazzi nelle scuole che la studiano di più. Abbiamo incontrato diversi docenti e istituzioni che organizzano regolarmente cicli di letture, lezioni, tavole rotonde con chi, come noi, studia l’argomento da tempo. Ma intanto il tempo scorre e l’oblio è sempre in agguato. Il nostro impegno è quello di proporre a cadenza regolare pubblicazioni o lavori di altro genere sulla Shoah per mantenerne sempre viva la memoria”.
(Tratto da Aci Stampa)
Don Nicola Rotundo: Tommaso d’Aquino aiuta alla comprensione dell’Intelligenza Artificiale
“Infatti, vediamo che alcune cose, prive di conoscenza, cioè i corpi naturali, operano per un fine. Ciò appare dal fatto che sempre o per lo più operano nello stesso modo, per conseguire l’ottimo. Da ciò si rende evidente che pervengono al fine non per caso, ma per una tendenza. Ora, le cose prive di conoscenza tendono verso il fine, solo perché vi sono dirette da qualcuno che ha conoscenza e intelligenza, come la freccia [è diretta] dall’arciere. Dunque, c’è qualche essere intelligente, dal quale sono ordinate al fine tutte le cose naturali e quest’essere lo chiamiamo Dio”.
Partiamo da quest’affermazione di san Tommaso d’Aquino nella ‘Summa Teologica’(questio 2 articulus 3) per una riflessione sull’intelligenza artificiale con don Nicola Rotundo, sacerdote dell’arcidiocesi di Catanzaro-Squillace e condirettore delle collane ‘Tra storia e religioni’ e ‘Harmonic Innovation’, autore di ‘Etica armonica’:
“E’ proprio qui che un nodo viene al pettine. Mentre, infatti, Dio essendo il Sommo Bene, muove ogni sua creatura verso il raggiungimento del suo fine ultimo, che è Dio stesso (secondo lo schema dell’exitus-reditus della Summa theologiae) e, quindi, lo conduce verso la sua piena e perfetta realizzazione, l’uomo, invece, non essendo il Sommo Bene, e non volendo, sovente, camminare secondo la parola di Dio, potrebbe anche indirizzare questa sua scoperta verso un falso fine, quale sarebbe ad esempio il guadagno, il potere, la distruzione di chi considera un nemico o un avversario”.
Perché l’intelligenza artificiale è uno strumento ‘complesso’?
“L’Intelligenza Aartificiale è uno strumento ‘complesso’ perché l’uomo, suo artefice, è un essere complesso, in quanto essendo dotato di ragione e volontà può aprirsi al bene aderendo alla volontà di Dio, oppure può contravvenire ad essa volgendo sé stesso e, di conseguenza, tutto ciò che ‘crea’ (compresa l’Intelligenza Aartificiale) al male. E’ necessario, quindi, l’esercizio delle virtù etiche perché venga realizzato il sommo bene”.
‘Oltre la complessità di legittime visioni che caratterizzano la famiglia umana, emerge un fattore che sembra accomunare queste diverse istanze. Si registra come uno smarrimento o quantomeno un’eclissi del senso dell’umano e un’apparente insignificanza del concetto di dignità umana’: ha affermato papa Francesco al G7. Quanto incide l’intelligenza artificiale nella definizione di dignità umana?
“Di per sé l’Intelligenza Artificiale non incide nella definizione di dignità umana, poiché la persona umana ha un’altissima dignità in quanto creata a immagine somiglianza di Dio (Genesi 1, 26); essa può aiutare l’essere umano a vivere secondo questa sua dignità, oppure può condurlo a misconoscerla, a seconda dell’uso che se ne intenda fare”.
In quale modo Tommaso d’Aquino può offrire riflessioni sul rapporto tra intelligenza artificiale e dignità umana?
“Egli è un Dottore ‘perenne’, può quindi aiutare in svariati modi. Ne evidenzierò soltanto uno a partire da queste sue parole: ‘… l’uomo, peccando, si allontana dall’ordine della ragione e, quindi, decade dalla dignità umana…’ (S.Th., II-II, q. 64, a. 2, ad tertium). Questo significa che se la persona umana utilizzerà questa scoperta per peccare, decadrà dalla sua dignità; se, invece, se ne servirà per raggiungere il suo più grande bene (Gesù Cristo, l’uomo nuovo), aiuterà ognuno/a a scoprire la sua altissima dignità e a vivere secondo questa sua altissima dignità”.
Quale è il fine dell’uomo ed il fine di Dio per san Tommaso d’Aquino?
“Più che di fine di Dio, si dovrebbe parlare di volontà di Dio. E’ volontà di Dio che l’essere umano abbia la vita eterna e in un certo senso questo è anche il fine per il quale Dio tutto opera. Infatti è proprio per questo ch’Egli ha mandato il suo Figlio nel mondo (Gv 3, 16). Il raggiungimento della vita eterna, così da poter godere di Dio per sempre, è anche il fine ultimo di ogni persona umana.
Questo suo fine, però, ci ricorda l’Angelico, ognuno/a potrà raggiungerlo soltanto riponendo la propria fede in Gesù Cristo: ‘Per questo dice: Chi crede nel Figlio ha la vita eterna. E ciò risulta chiaro dalle cose dette sopra. Se il Padre ha dato al Figlio ogni cosa, ossia quanto possiede, ed egli possiede in sé la vita eterna, allora ha dato al Figlio di essere la vita eterna… Chi crede in lui possiede ciò a cui tende, ossia il Figlio in cui crede. Ma questi è la vita eterna: dunque chi crede in lui ha la vita eterna’ (Commento al Vangelo secondo Giovanni (capitoli 1-9), cap. 3, lez. 6, § 547)”.
In quale modo oggi san Tommaso d’Aquino può essere ‘maestro’ di dialogo?
“San Tommaso oggi può essere ‘maestro’ di dialogo, anche con i padroni dei cloud e con i fruitori dell’Intelligenza Artificiale, insegnandoci il ‘fine’ del dialogo e il ‘metodo’ di esso. Il fine del dialogo è la conoscenza della verità, che è l’oggetto proprio dell’intelletto umano (cf. S. Th., I-II, q. 2, a. 8, resp.). Il metodo consiste nell’assumere il linguaggio del tempo (egli, ad esempio, assunse soprattutto le categorie aristoteliche e le scienze all’epoca consolidate) per veicolare la verità, che è Gesù Cristo: ‘Dato poi che nessuno può conoscere la verità se non aderendo alla verità, è necessario che chiunque desidera conoscere la verità aderisca a questo Verbo’ (Commento al Vangelo secondo Giovanni (capitoli 10-21), cap. 14, lez. 2, § 1869, ESD-ESB, Bologna 2019). Se il dialogo non conduce alla Verità, non raggiunge il proprio fine”.
Cosa può dire la teologia morale di fronte all’intelligenza artificiale?
“La teologia morale, in dialogo con l’etica e la bioetica, ha per oggetto gli atti umani che sono quelli volontari (cf. S. Th., I-II, q. 6, a. 1, resp.), che procedono, cioè, da una deliberazione della volontà illuminata dalla ragione. Se un tale atto ‘… non è ordinato al fine dovuto, per questo stesso fatto esso è in contrasto con la ragione ed è per natura cattivo. Invece, se è ordinato al fine dovuto, è conforme all’ordine della ragione; perciò è per natura buono’ (S. Th., I-II, q. 18, a. 9, resp.).
Il fine dovuto verso il quale la persona tende (come espresso precedentemente) è Cristo Gesù e la vita eterna che si ha solo in Lui. Dunque un atto (anche quella della creazione e della gestione della ‘macchina pensante’) è per natura buono se porta fruitori e operatori all’accoglienza di Cristo; è per natura cattivo, invece, se porta al Suo rifiuto”.
(Tratto da Aci Stampa)
XIV Domenica Tempo Ordinario: Gesù, rifiutato dai suoi, continua ad amare l’uomo
Il brano del Vangelo ci inserisce oggi sul tema della ‘Fede’. Si può rimanere stupiti, affascinati dalla parole e dai miracoli di Gesù, mai restare increduli; la Fede è sempre un dono di Dio e va chiesta con umiltà e in modo incessante. E’ Dio infatti con la sua grazia che ‘si rivela’ (toglie il velo) e ci fa apparire la verità di Dio, che è verità assoluta ed infallibile; superiore alle nostre capacità intellettive ma non contraria. Lo stesso uomo conosce bene se stesso solo alla luce di Dio; egli infatti è ‘imago Dei’ (creato a sua immagine e somiglianza).
Tutti siamo cristiani; tutti conosciamo Gesù Cristo, figlio di Maria, che è morto in croce per salvare tutti gli uomini. Ma una cosa è conoscere, un’altra cosa è riconoscere: Si conosce tutto ciò che si vede e poi si rivede; il conoscere è quasi sempre qualcosa di superficiale, di esteriore. Riconoscere è il conoscere intimamente una realtà. Vado in campagna, vedo alberi e li conosco per averli sempre veduti; ma si riconosce veramente un albero solo dai frutti che produce e se ne evidenzia subito la differenza di uno dall’altro.
Nel brano del Vangelo ascoltato gli abitanti di Nazareth conoscevano Gesù come il figlio di Maria; figlio anche di Giuseppe, il fabbro ed anch’Egli fabbro: una conoscenza superficiale che si ferma a ciò che si vede e si percepisce con i sensi. Dai frutti si riconosce profondamente un albero nella sua vera essenza; Anche lo stesso Gesù pose questa domanda un giorno ai suoi discepoli: cosa dice la gente di me?… poi dirà: cosa dite voi di me? Pietro dà la sua risposta: ‘Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio benedetto’. Gesù risponderà a Pietro: beato, sei tu; perché è il Padre che te lo ha rivelato! Ciò che hai detto non è frutto della tua intelligenza ma dello Spirito Santo che te lo ha rivelato.
L’esperienza di Nazareth fu per Gesù assai dolorosa, come d’altronde dolorosa era stata l‘esperienza di tutti i profeti che avevano parlato ed operato tra la propria gente, per cui Gesù ebbe a dire. “nessuno è profeta accetto nella propria patria”. La fede in Cristo Gesù, vero uomo e vero Dio, è solo opera divina. Come uomo è il figlio di Maria e di Giuseppe, ritenuto suo padre, il fabbro del paese: come figlio di Dio possedeva una potenza divina, che non annullava la sua vera umanità.
Gesù, vero uomo e vero Dio, ha amato ed ama l’uomo creato ad immagine di Dio. La Chiesa, costituita da Cristo, è chiamata ad essere una mirabile realtà e le porte degli inferi non prevarranno mai. La Chiesa, il regno di Dio è una barca in mezzo ad un mare tempestoso ma al timone sta sempre lo Spirito Santo. Nel brano del vangelo gli abitanti di Nazareth si pongono due domande: da dove viene a Gesù tanta sapienza?; da dove gli viene a potenza di operare prodigi? Rifiutano dunque questo Gesù che invita l’uomo a cambiare rotta: ‘convertitevi!’, cioè cambiate rotta, stile, mentalità.
Così l’iniziale stupore si trasforma in scandalo, ma Gesù dice loro: ‘Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra suoi parenti e in casa sua’. Gesù invita a scoprire l’uomo creato ad immagine di Dio, con un’anima spirituale ed immorale, creato non per la terra ma per il cielo; homo viator, sempre impegnato a costruire la nuova civiltà dell’amore dove tutti sono chiamati ad essere fratelli e figli di Dio. Una civiltà dove alla base c’è rispetto, comprensione, condivisione; consapevoli sempre che la vita terrena è un cammino verso la vita eterna.
Per conoscere ed accogliere Gesù è sempre necessaria la fede: quella fede che ci porta a vincere la nostra pigrizia, l’attaccamento testardo alle nostre abitudini, alle sicurezze materiali, fondate sul passato, che impediscono a guardare l’azione dello Spirito santo che guida la sua Chiesa. Abramo, uomo di fede, lasciò tutto e partì; noi cristiani, nati a vita nuova con il Battesimo, siamo chiamati perciò a ‘convertirci’, ad essere uomini nuovi, ad instaurare il Regno dell’amore.
Chiesa di Cristo siamo tutti: Clero e Laicato, sacerdoti e popolo di Dio con eguale dignità, come le due mani dell’uomo: l’una lava l’altra, insieme realizzano la perfetta unità voluta da Cristo Gesù. La Madonna, la Vergine santa ci aiuti a realizzare la vera unità della Chiesa santa di Dio.
La prof.ssa Geraldina Boni spiega l’importanza del Diritto canonico
Ad aprile, nella Sala delle Conferenze del Dipartimento di Economia e Diritto dell’Università di Macerata si è svolta la IV edizione del Premio ‘Vox Canonica’, assegnato alla prof.ssa Geraldina Boni, docente ordinaria di Diritto Canonico ed Ecclesiastico dell’Alma Mater Studiorum di Bologna. Nell’introduzione, il prof. Giuseppe Rivetti, docente di Diritto tributario all’Università di Macerata, si è soffermato sul crescente interesse per l’indagine del fattore religioso, in grado di offrire un campo di conoscenze trasversale e plurale e di sviluppare quelle competenze che sono essenziali per il giurista contemporaneo.
Gli interventi del fondatore del periodico, Rosario Vitale, e di un membro del comitato di redazione, Andrea Miccichè, hanno presentato la storia e le iniziative di Vox Canonica; dopo questi momenti introduttivi, la cerimonia è entrata nel vivo con la lettura della laudatio, in cui sono state sintetizzate le motivazioni che hanno portato alla scelta di premiare la prof.ssa Boni, che ha ricordato i 40 anni dalla conclusione dell’Accordo di Villa Madama di modificazione del Concordato lateranense con la Chiesa cattolica e dalla stipulazione della prima intesa con la Tavola Valdese.
La professoressa ha ripercorso l’attuazione del principio di bilateralità, segnalando le criticità emergenti e i problemi aperti, e proponendo alcune opzioni per superare l’impasse legata all’inerzia del legislatore, alle incomprensioni confessionali, alle incursioni creative giurisprudenziali, dal tono non sempre rispettoso degli accordi con la Santa Sede, così da garantire l’eguale libertà religiosa sancita dall’art. 8 della Costituzione Italiana.
Perché è fondamentale lo studio del diritto canonico?
“Anzitutto nel grembo dell’ordinamento canonico si sono originati e sviluppati istituti propri del diritto pubblico e del diritto privato dei sistemi giuridici secolari sia di ‘civil law’ sia di ‘common law’, nel periodo anteriore alla loro distinzione: e la conoscenza della genesi e dell’evoluzione di tali istituti è essenziale per comprenderli, interpretarli ed applicarli adeguatamente, come è vocato a fare ogni buon giurista.
Dal punto di vista squisitamente didattico, il diritto canonico si presta inoltre proficuamente all’analisi comparativa: presenta infatti non lievi somiglianze e analogie con i diritti degli Stati (anche per la storia comune che hanno condiviso), ma, al contempo, è caratterizzato anche da marcate specificità che lo rendono assolutamente unico: a partire dalla sua strumentalità alla legge suprema della Chiesa, la salvezza delle anime. Proprio alla salvezza di ogni anima, nella sua irriducibile singolarità, le soluzioni giuridiche possono e devono essere piegate, plasmando l’estrema elasticità del diritto canonico: il quale rifiuta la rigidità del ‘dura lex sed lex’, ma aspira a norme realmente giuste per la situazione di ciascun fedele, una sfida non semplice e tuttavia assai appassionante.
Il giurista poi, in Italia, non può ignorare completamente il diritto canonico poiché ad esso il diritto nazionale rinvia sia in alcune norme unilaterali, sia, e soprattutto, nelle norme di matrice concordataria: insomma, all’interesse culturale per lo studio del diritto canonico si somma una necessità professionale per l’operatore giuridico. Queste sono alcune delle ragioni per le quali il diritto canonico è insegnato nelle Università italiane: a Bologna il corso è semi-obbligatorio, in alternativa con Diritto ecclesiastico, anche se gli studenti solitamente frequentano entrambi i corsi”.
Quale contributo ha offerto il diritto canonico al dibattito sulla democrazia?
“La Chiesa non è una democrazia né può esserlo, in aderenza al mandato fondazionale divino: il potere in essa non sgorga dal popolo, ma discende da Dio. Tuttavia, specialmente in alcune fasi storiche, ad esempio durante il travagliato periodo del cosiddetto scisma d’Occidente in cui prima due e poi addirittura tre papi si contesero la tiara, la riflessione della scienza teologica e canonistica ha arrecato notevoli apporti alle teorizzazioni che poi sarebbero state elaborate sul principio della rappresentanza, base della democrazia.
Ma il contributo del diritto canonico è stato del pari rilevante nella formazione delle regole elettorali (si pensi alla disciplina dell’elezione del papa o dei superiori degli ordini religiosi), ovvero di quelle prescrizioni che assicurano un bilanciamento tra il titolare monocratico del potere e gli organismi collegiali di ausilio, oppure ancora nella predisposizione di forme di sindacato e controllo sugli atti potestativi.
Insomma le contemporanee democrazie hanno un debito nei confronti del patrimonio di pensiero maturato in seno alla Chiesa, che pure non si configura come democrazia: semmai si può in essa parlare di sinodalità, una categoria decisamente valorizzata da papa Francesco e che esprime la corresponsabilità e la partecipazione dell’intero popolo di Dio, laici e chierici, nella missione della Chiesa”.
Come garantire ad ogni confessione la libertà religiosa?
“Si usa sottolineare come il diritto di libertà religiosa sia stato, tra i diritti, il primo ad essere rivendicato nei confronti del potere politico. E comunque ancora oggi esso ricopre un’indiscussa centralità: resa purtroppo evidente anche dagli attacchi cui è tuttora esposta nel mondo. La Costituzione italiana riconosce ampiamente la libertà religiosa individuale e collettiva, nonché quella istituzionale, con norme che si contrassegnano per il loro dettato equilibrato e largamente garantista.
La loro attuazione concreta va tuttavia realizzata con efficacia e impegno nelle diverse contingenze in cui possono emergere discriminazioni e abusi: sia per quanto concerne i profili individuali della libertà di coscienza e di culto, sia anche per quanto attiene a quell’eguale libertà dinanzi alla legge di cui devono godere tutte le confessioni religiose. La laicità dello Stato italiano, d’altra parte, se impone equidistanza e imparzialità, non si traduce in indifferenza dinanzi al fattore religioso: il quale va salvaguardato e promosso in regime di pluralismo confessionale e culturale”.
A tal proposito in cosa consiste il segreto ministeriale e quando c’è l’obbligo di denuncia?
“Il segreto ministeriale è la facoltà, concessa ai ministri di culto, di non fornire informazioni a magistrati o altre autorità pubbliche per notizie apprese nell’esercizio della loro funzione ministeriale. Lo scopo è che il ministero religioso possa essere esercitato serenamente e senza interferenze, nonché soprattutto sia assicurata la riservatezza di chi si rivolge a tali soggetti confidando che il suo affidamento non verrà tradito (come per l’avvocato o per il medico).
Recentemente è stato talora affermato che, avvalendosi indebitamente di questa normativa presente in Italia e in altri Paesi, i chierici cattolici avrebbero occultato gravissimi delitti commessi su minori o adulti vulnerabili: sulla spinta di tale convinzione si è patrocinata non solo l’eliminazione del segreto ministeriale, ma anche l’imposizione ai medesimi di un obbligo di denuncia, solitamente non gravante sugli altri cittadini. Il tema è estremamente delicato e complesso, non sintetizzabile in poche battute. Tuttavia va evidenziato come sia importante non perdere mai di vista tutti i diritti delle persone implicate: per non accedere a visioni ‘giustizialiste’ che rischiano di sacrificare irreparabilmente anzitutto proprio il bene delle ‘vittime’ che si vorrebbe presidiare”.
Infine abbiamo chiesto un giudizio sul processo al card. Becciu: perché c’è stato tanto ‘rumore’?
“Si è trattato e si tratta di un processo del tutto straordinario nella minuscola e atipica realtà statuale vaticana: sia per la sua ampiezza, con gravi fattispecie di reato addebitate a ben dieci imputati; sia perché tra questi ultimi spiccava un cardinale, per la prima volta giudicato da magistrati laici. La condanna, poi, del medesimo porporato a cinque anni e sei mesi di reclusione, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici ed una multa, ha ancor di più colpito e sconcertato l’opinione pubblica.
Ma, senza entrare nel merito delle accuse, alcuni giuristi hanno espresso motivate perplessità su come si è svolto questo processo. Io, in particolare, ho steso un parere a favore della difesa del card. Becciu, sostenendo, con argomentazioni strettamente giuridiche, la lesione di fondamentali diritti che, radicandosi nel diritto divino ed ampiamente esplicitati dal diritto canonico, devono essere pienamente riconosciuti anche nello Stato della Città del Vaticano.
Tali violazioni non possono essere tollerate, dovendosi ad esse rimediare nell’armonizzazione tra i principi irrinunciabili su cui si regge il potere del sovrano dello Stato (tra cui quello che gli atti del Papa non possono essere impugnati) e le garanzie essenziali (specie quelle correlate al giusto processo), che, anche dinanzi alla comunità internazionale, la Santa Sede deve assicurare ad ogni persona umana”.
Papa Francesco: la pace ha necessità di educazione
Nel quinto anniversario del Documento sulla Fratellanza Umana, e Giornata Internazionale proclamata dall’Onu, papa Francesco, in un messaggio durante un evento nella Casa della Famiglia Abramitica di Abu Dhabi, ha sottolineato che nel mondo l’assenza di solidarietà fraterna provoca distruzione dell’ambiente e degrado sociale, congratulandosi per il tema scelto:
Galeotto il libro e chi non l’ha letto
Il detto ‘Timeo hominem unius libri’, ossia ‘Temo l’uomo di un solo libro’ normalmente è colto come espressione della prudenza da usarsi verso chi ha una conoscenza ristretta a una sola fonte, ma può anche essere inteso come il timore a confrontarsi con colui che, rifuggendo da una cultura tanto vasta quanto superficiale, su un determinato argomento è ben preparato.
Papa Francesco: il cuore è fonte di conoscenza
“Saluto la Presidente e tutti voi. Sono contento di incontrarvi, così numerosi, alla vigilia dell’Epifania. Questa Festa, come tutto il Tempo di Natale, ci chiama a celebrare il mistero dell’Incarnazione del Signore: nel Bambino Gesù vediamo come Dio si è fatto vicino a noi nella nostra povertà, indicandocela come via privilegiata per incontrarlo”.
Sinodo dei vescovi indica spazi di missione
Sabato scorso è stata resa nota la relazione di sintesi del Sinodo dei vescovi, che aveva a tema ‘Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione’. e papa Francesco con un breve intervento ha ringraziato i membri della segreteria generale, gli assistenti spirituale, e tutti coloro che, con il loro lavoro nascosto, hanno permesso lo svolgimento dell’assise iniziata lo scorso 4 ottobre:




























