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Il card. Zuppi invita ad un nuovo sguardo che educhi alla pace
“Carissimi Confratelli, è provvidenziale svolgere qui a Gorizia questa seduta del Consiglio Episcopale Permanente della CEI. Ci consente di riflettere insieme sui drammatici segni dei tempi che tanto ci inquietano, facendo memoria del nostro passato perché, purificata e illuminata dalla Parola di Dio, sappiamo trarne sapienza e visione… San Giovanni Paolo II, nella sua visita pastorale nel 1992, ricordò che, ‘posta all’incrocio di molteplici popoli e tradizioni, Gorizia ha la singolare vocazione di essere segno visibile di unità e di dialogo’. Una missione che resta attuale anche oggi e ha molto da suggerirci”: citando l’omelia pronunciata da papa san Giovanni Paolo II nel maggio 1992 proprio a Gorizia, il presidente dei vescovi italiani, card. Matteo Zuppo, ha aperto ieri la sessione autunnale del Consiglio permanente della CEI.
Nella prolusione introduttiva l’arcivescovo di Bologna ha ripercorso un excursus storico dell’Europa, soprattutto in questa città ospitante: “Gorizia e Nova Gorica sono unite come Capitale Europea della Cultura 2025, prima capitale transfrontaliera. E’ una scelta che si colloca in un cammino di riconciliazione e di comune impegno a servizio della pace che le Chiese di Gorizia e Koper, ormai da tanti decenni, stanno vivendo insieme e che ci verrà testimoniato nella Veglia di preghiera per la pace che vivremo domani sera”.
Una storia comune di città al confine: “Non era solo il confine ben marcato tra Stati, ma tra due blocchi (anche se la Jugoslavia affermò la sua autonomia da quello sovietico), due sistemi politico-economici ben diversi. Nova Gorica e Gorizia furono chiamate la ‘piccola Berlino’, una città divisa in due. Ricaviamo una prima duplice lezione: niente del passato va perduto e nessun confine è invalicabile”.
Da queste ‘pennellate’ storiche uno sguardo sul presente: “Papa Francesco, nell’enciclica ‘Fratelli tutti’, che è di cinque anni fa, presentiva il grave scenario degli anni a venire: ‘La guerra non è un fantasma del passato, ma è diventata una minaccia costante’… Cinque anni dopo, tali presentimenti si sono purtroppo avverati in pieno. La guerra ha già reso peggiore la vita di tanti Paesi e di milioni persone. Come non pensare a Gaza dove, mentre ancora gli ostaggi israeliani sono prigionieri in condizioni inumane, un’intera popolazione, affamata, bombardata, è costretta a un esodo continuo e con sofferenze drammatiche come ogni esodo”.
Ed ecco una Chiesa che si appella alla pace, insieme alle altre religioni: “La Chiesa italiana si unisce al suo forte e accorato appello per il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi. Ci domandiamo con inquietudine: cosa possiamo fare di più per la pace? Chiediamo: cessi il rumore delle armi in nome del rispetto per l’inviolabile dignità della persona umana, di ogni persona; siano protetti i civili da ogni forma di violenza fisica, morale e piscologica; sia garantita a ciascuno la libertà di decidere dove e come vivere nel rispetto dell’altro e in fraternità, perseguendo il principio dei due Stati, unica via per dare un futuro al popolo palestinese preso in ostaggio da Hamas e dall’offensiva militare tuttora in corso”.
Quindi il presidente dei vescovi italiani ha ribadito la necessità di uscire dalla logica della contrapposizione: “La polarizzazione si manifesta quando opinioni, identità e appartenenze diventano muri invalicabili: ‘noi’ contro ‘loro’, amici contro nemici, verità contro menzogna. Il rischio mortale è che ogni interlocutore venga spogliato della sua umanità. Qui inizia l’odio, che poi rende vittime e artefici, allo stesso tempo, se non si combatte per tutti e in ogni situazione”.
Una contrapposizione che conduce allo scontro: “Assistiamo spesso ad un pericoloso scontro continuo e intransigente, dove diventa impossibile immaginare vie alternative: ogni soluzione si irrigidisce, ogni compromesso diventa tradimento. Rimanere intrappolati in questa logica vuol dire rinunciare alla possibilità di una pace creativa, di innovazione morale, di riconoscimento dell’umanità che pulsa nell’altro. Eppure è proprio fuori da quella logica che può nascere qualcosa di nuovo. Quando altre categorie (la compassione, la cura, la vicinanza) vengono rimesse al centro, cessa la fatalità della divisione. Un semplice gesto umano può spezzare la spirale: il perdono, l’abbraccio, il riconoscimento del dolore altrui”.
Da qui la necessità di educare alla pace: “Per evitare questi rischi serve un’educazione che valorizzi la pluralità, il riconoscimento dell’altro, il dialogo e la buona fede, anche quando ciò può apparire ingenuo. Ogni parrocchia e comunità sia una casa di pace e di non violenza che promuova e raccolga le tante e importanti istanze che salgono dalla società civile.
Per i cristiani, l’impegno alla pace non è un’opzione morale fra tante, ma una dimensione costitutiva del Vangelo. Gesù ci ricorda che basta dire pazzo a nostro fratello per essere omicidi! Egli invita ad amare i nemici. Questo impegno si traduce nel promuovere riconciliazione, giustizia, cura dei più vulnerabili, rifiuto di ogni forma di violenza”.
Questo è il compito dei cristiani: “Essere cristiani significa anche denunciare le guerre e le ingiustizie, sostenere la diplomazia, offrire accoglienza a chi fugge da conflitti. E significa pure lavorare perché in tutto il nostro Paese e in tutte le comunità locali si costruisca un dialogo autentico, una reciprocità che superi le paure radicate. Significa testimoniare che la pace non è assenza di conflitto, ma presenza viva di legami di solidarietà, di cura, di ascolto profondo. Educare alla pace oggi significa formare persone che sappiano uscire dai muri della polarizzazione, che comprendano che il cristianesimo chiede fedeltà al comandamento dell’amore”.
Educare alla pace è resistenza: “Persone che riconoscano la pace non come diritto garantito ma come opera quotidiana, fragile, spesso silenziosa, eppure autentica. Se oggi il nostro mondo sembra preferire l’eco dei tamburi di guerra al sussurro della riconciliazione, educare alla pace è un atto di resistenza rivoluzionaria. E’ piantare semi di umanità in terre apparentemente sterili. E’ scommettere che un abbraccio possa valere più di mille discorsi, che una mano tesa possa aprire più porte di ogni negoziato. E’ credere (contro ogni evidenza) che in ogni cuore umano, anche il più indurito, possa ancora risuonare l’eco di quella pace che il mondo non può dare, ma che proprio per questo il mondo non potrà mai togliere. Solo così, forse, in una società lacerata, può rinascere una speranza che non sia più palliativo, ma trasformazione”.
Quindi ripercorrendo alcune fasi di questo anno giubilare il card. Zuppi si è soffermato sull’esperienza sinodale: “Un’ulteriore declinazione di questa ‘amicizia ecclesiale’, di cui abbiamo goduto in questi anni e che tanto è cresciuta, mi pare di poterla cogliere negli ultimi passi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia. Dalla fase dell’ascolto nel 2021 ad oggi abbiamo tessuto trame di amicizia, fatta di confronto leale anche tra opinioni diverse. Come è noto, la seconda Assemblea sinodale (Roma, 31 marzo – 3 aprile 2025) si è chiusa con una mozione unanime, che chiedeva la riscrittura del testo da votare. Da allora tutte le persone coinvolte (delegati e Comitato) hanno lavorato alacremente e con dedizione per riformulare il testo che abbiamo adesso tra le mani. Il prossimo 25 ottobre, questo testo sarà votato dalla terza Assemblea sinodale, per essere poi presentato a noi Vescovi riuniti nell’Assemblea generale di novembre (Assisi, 17 – 20 novembre 2025)”.
Il cammino sinodale richiede uno stile: “Di fronte alle fatiche incontrate nella seconda Assemblea, abbiamo voluto dare e prenderci tempo per far maturare in modo opportuno un testo che fosse davvero espressione fedele del percorso compiuto. D’altra parte, se il Cammino Sinodale finirà verosimilmente tra un mese, come vescovi ci attende un impegno delicato che va ben oltre, e riguarda i prossimi anni delle nostre Chiese: accogliere, discernere e concretizzare quanto ci verrà consegnato dall’Assemblea sinodale. Avremo davanti a noi la sfida di individuare le priorità e conseguentemente gli strumenti adatti per tradurre queste priorità, affinché le nostre Chiese diventino sempre più missionarie e comunionali. La sinodalità infatti non finisce, ma deve diventare uno stile e una serie di scelte operative, coinvolgenti, fraterne e profetiche. La sinodalità ha bisogno di tutti, di una collegialità partecipe e lungimirante e di ascoltare sempre il primato di colui che presiede nella comunione”.
Infine citando Abish Masih il card. Zuppi ha invitato a non perdere la speranza: “Anche in mezzo alle tempeste, di fronte a situazioni apparentemente insolubili, noi crediamo come quel bambino pakistano che si può rendere il mondo migliore con fede e con amore. Non restano, con la loro ingenuità, solo i bambini a sognare e a scrivere sul loro quaderno, ma noi tutti, con fede, non rinunciamo a questo sogno. Vogliamo scriverlo sul quaderno della vita! Il mondo può cambiare in profondità e divenire migliore”.
E’ stato un invito a guardare il mondo con occhi nuovi: “Anche per noi è tempo di alzare lo sguardo con speranza. C’è una gioia che accomuna chi semina e chi miete. Forse a noi spetta il compito di seminare e ad altri di mietere. Quello che è essenziale adesso è non ripiegarsi su sé stessi, ma piuttosto cogliere e valorizzare i piccoli segni che preludono a qualcosa di grande, essere portatori di speranza come i giovani che sanno costruire il loro futuro, diventare costruttori umili e tenaci di una pace giusta e di tanta fraternità tra le persone”.
(Foto: Cei)
Bruno Racine: la relazione attraverso l’arte al Padiglione della Santa Sede a Venezia
Gli artisti Maurizio Cattelan, Bintou Dembélé, Simone Fattal, Claire Fontaine, Sonia Gomes, Corita Kent, Marco Perego & Zoe Saldana, Claire Tabouret e la partecipazione speciale del critico Hans Ulrich Obrist all’interno del public program: saranno questi i protagonisti del Padiglione della Santa Sede alla 60. Biennale di Venezia, fino al 24 novembre. Realizzato all’interno del Carcere Femminile della Giudecca (in collaborazione con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia), avrà per titolo ‘Con i miei occhi’.
Nella presentazione del padiglione della Santa Sede il card. José Tolentino de Mendonça, prefetto del dicastero per la Cultura e l’Educazione, ha spiegato la scelta del luogo veneziano: “Non è un caso che la Santa Sede abbia scelto di presentare il suo padiglione alla Biennale di Venezia (nell’anno in cui questa celebra la sua sessantesima edizione) in un luogo apparentemente inaspettato, come lo può essere il Carcere femminile dell’Isola della Giudecca. E non è certo un caso che il titolo del padiglione, ‘Con i miei occhi’, voglia focalizzare la nostra attenzione sull’importanza di come costruiamo il nostro sguardo sociale, culturale e spirituale, di cui siamo tutti responsabili”.
Insieme al card. José Tolentino de Mendonça erano presenti il dott. Giovanni Russo, capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia della Repubblica italiana; il dott. Paolo Maria Vittorio Grandi, Chief Governance Officer Intesa Sanpaolo; la dott.ssa Chiara Parisi ed il dott. Bruno Racine, curatori del Padiglione della Santa Sede a Venezia.
Al direttore di Palazzo Grassi abbiamo chiesto di spiegarci il motivo per cui la Santa Sede partecipa con un padiglione all’esposizione d’arte: “Papa Francesco ha voluto rilanciare il dialogo tra gli artisti e la Chiesa. La Santa Sede ha già partecipato in passato alla Biennale Arte, ma l’intenzione oggi è di avere una presenza sistematica in grado di incarnare questo dialogo con un messaggio potente”.
‘Con i miei occhi’: in quale modo l’arte può contribuire a costruire uno sguardo sociale?
“L’arte e la fede hanno in comune, in modo diverso tra loro, la capacità di cambiare il nostro sguardo sulla realtà e sull’altro. Con questo progetto, si mette in atto questo cambiamento di prospettiva per tutti i soggetti coinvolti, dagli artisti alle detenute, così come per il pubblico”.
Alla costruzione del padiglione hanno partecipato anche le detenute: in quale modo l’arte può contribuire ad instaurare una relazione?
“Insieme agli artisti abbiamo voluto coinvolgere attivamente le detenute nel progetto, in modo che la loro partecipazione contribuisse alla loro evoluzione personale e allo stesso tempo aiutasse a cambiare lo sguardo dei visitatori sulla realtà umana di un carcere”.
‘Stranieri ovunque’: l’arte può ‘abbattere’ la linea di confine?
“Entrare in un carcere è come attraversare un confine. I confini non spariranno mai, ma non devono essere barriere invalicabili. In questo modo il Padiglione della Santa Sede è in sintonia con il tema della Biennale Arte 2024. Il titolo di questa edizione è tratto da un’opera del collettivo artistico ‘Claire Fontaine’, che tra l’altro partecipa anche al Padiglione della Sante Sede”.
In quale modo un luogo può essere un messaggio?
“In questo caso specifico il luogo porta con sé un’intensità storica ed umana che entra in dialogo con l’arte. E’ il contrario del famoso ‘white cube’, lo spazio neutro e impersonale che spesso ospita l’arte contemporanea”.
Papa Francesco visiterà la Biennale di Venezia: come può essere fecondo il dialogo tra arte e fede?
“Il dialogo è fecondo quando è basato sul rispetto reciproco. Come sostiene il card. José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede e commissario del Padiglione della Santa Sede per la Biennale di Venezia, l’arte non deve essere una cassa di risonanza per la Chiesa, ma nella sua autonomia di linguaggio può aprire nuovi orizzonti per tutti”.
(Foto: Biennale di Venezia)
Vivere ai confini
Da poco di ritorno da una commossa commemorazione a Tarvisio di eventi del ’44 ai confini tra Italia e Slovenia, mi si è accesa la memoria di quella terra. Ricordando con la stessa emozione ‘la signora Wanda’, conosciuta a Londra. Così desiderava essere chiamata, semplicemente. Come semplice era lei: sguardo azzurro, volto dolcemente segnato dall’età, capigliatura innevata come la sua regione d’inverno, il Carso. Abitava in una casetta tranquilla di un popolare sobborgo di Londra. Sola. Ma la solitudine ‘è una tempesta silenziosa, che spezza tutti i nostri rami morti’, ricorda Kalil Gibran.
Papa Francesco: confini diventino finestre
Snapshots From The Borders è un progetto triennale cofinanziato dall’Unione Europea (linea di budget DEAR EuropeAid), gestito da 35 partner, autorità locali di confine e organizzazioni della società civile, che mira a sviluppare una comprensione critica dei decisori politici europei, nazionali e locali e dell’opinione pubblica sulle interdipendenze globali che determinano i flussi migratori verso i confini europei. Nello specifico il progetto intende rafforzare una nuova rete orizzontale ed attiva tra le città che affrontano direttamente i flussi migratori ai confini dell’UE, come mezzo per promuovere una più efficace coerenza delle politiche a tutti i livelli (europeo, nazionale, locale).




























