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Gesù e YouTube
Se uno dà una scorsa, anche veloce, ai video su YouTube che riguardano la figura di Gesù, nota come questi video sono dedicati all’esistenza storica o meno di un personaggio che ha cambiato la storia. Un po’ poco. Soprattutto dopo la ricorrenza dei millesettecento anni del Concilio di Nicea che lo ha dichiarato ‘consustanziale’ al Padre. Si può andare oltre l’esistenza storica di Gesù?
E’ quello che sta tentando di fare Fabio Cittadini, docente di religione, licenziato in Teologia presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, sul suo canale YouTube “theological mind” con la sezione intitolata ‘Gesù, il Cristo’. Se si ripercorrono i video si può osservare come siano stati proposti al visualizzatore dei video che, subito dopo aver chiarito se Gesù di Nazareth sia esistito o meno facendo riferimento alle fonti extra-evangeliche, cercano di tratteggiare la figura di Gesù dal punto di vista teologico. Ecco allora che anche il video sulla differenza tra Vangeli canonici e Vangeli apocrifi rientra nel tentativo di dare spessore teologico su YouTube al Nazzareno.
Questo spiega, inoltre, perché sotto questa sezione possiamo trovare dei video che si focalizzano sulla portata teologica di ciascuno dei quattro Vangeli canonici (Marco, Matteo, Luca e Giovanni) per poi interessarsi ad alcune figure che in questi Vangeli trovano una loro specifica collocazione: l’apostolo Pietro e la Vergine Maria. Da ultimo va segnalato l’interessante video dedicato al Diavolo tra arte, letteratura (Dante, Milton, Goethe) e teologia.
Tutti i video si lasciano apprezzare per la loro chiarezza e sinteticità quasi ad introdurre lo spettatore o il semplice curioso ad una tematica che nel percorso accademico ha un suo proprio corso teologico. Inoltre i video sono stati pensati e scritti dall’autore che così ha messo a disposizione il suo sapere, ma le immagini e la voce sono state create con intelligenze artificiale, dimostrando un uso efficace di questo strumento.
Per chi fosse interessato: www.youtube.com/@theologicalmind
Papa Leone XIV: una voce sola per la fede
“In uno dei passi biblici che abbiamo appena ascoltato, l’apostolo Paolo si definisce ‘il più piccolo tra gli apostoli’. Egli si considera indegno di questo titolo, perché nel passato è stato un persecutore della Chiesa di Dio. Tuttavia, non è prigioniero di quel passato, ma piuttosto ‘prigioniero a motivo del Signore’. Per grazia di Dio, infatti, ha conosciuto il Signore Gesù Risorto, che si è rivelato a Pietro, quindi agli Apostoli e a centinaia di altri seguaci della Via, e infine anche a lui, un persecutore. Il suo incontro con il Risorto determina la conversione che commemoriamo oggi”: celebrando nella Basilica ostiense i secondi Vespri nella solennità della conversione di san Paolo, papa Leone XIV, chiudendo la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, ha ricordato che la loro missione oggi è annunciare Cristo ed avere fiducia in Lui.
E la conversione comporta un cambiamento: “La portata di questa conversione si riflette nel cambiamento del suo nome, da Saulo a Paolo. Per grazia di Dio, colui che un tempo perseguitava Gesù è stato completamente trasformato ed è diventato suo testimone. Colui che combatteva il nome di Cristo con ferocia, ora predica il suo amore con zelo ardente, come esprime vividamente l’inno che abbiamo cantato all’inizio di questa celebrazione”.
Un cambiamento che è missione: “Mentre siamo riuniti presso le spoglie mortali dell’Apostolo delle genti, ci viene così ricordato che la sua missione è anche la missione di tutti i cristiani di oggi: annunciare Cristo e invitare tutti ad avere fiducia in Lui. Ogni vero incontro con il Signore, infatti, è un momento trasformativo, che dona una nuova visione e nuova direzione per assolvere il compito di edificare il Corpo di Cristo”.
Quindi è compito dei cristiani annunciare Gesù, come ha detto il papa all’inizio del pontificato: “E’ compito comune di tutti i cristiani dire al mondo, con umiltà e gioia: ‘Guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua parola che illumina e consola!’. Carissimi, la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani ci chiama ogni anno a rinnovare il nostro comune impegno in questa grande missione, nella consapevolezza che le divisioni tra noi, se non impediscono certo alla luce di Cristo di brillare, rendono tuttavia più opaco quel volto che deve rifletterla sul mondo”.
Ed ecco il richiamo al Concilio di Nicea, segno di unità tra i cattolici: “Sua Santità Bartolomeo, Patriarca Ecumenico, ha invitato a celebrare questo anniversario a İznik, e rendo grazie a Dio per il fatto che tante tradizioni cristiane siano state rappresentate in quella commemorazione, due mesi fa. Recitare insieme il Credo niceno nel luogo stesso della sua redazione è stata una testimonianza preziosa e indimenticabile della nostra unità in Cristo.
Quel momento di fraternità ci ha permesso anche di lodare il Signore per ciò che ha operato nei Padri di Nicea, aiutandoli ad esprimere con chiarezza la verità di un Dio che si è fatto prossimo a noi incontrandoci in Gesù Cristo. Possa anche oggi lo Spirito Santo trovare in noi l’intelligenza docile per comunicare a una voce sola la fede agli uomini e alle donne del nostro tempo!”
Unità che è stata al centro del cammino sinodale in vista del giubileo del 2033: “Ciò si è riflesso nelle due Assemblee del Sinodo dei Vescovi del 2023 e del 2024, caratterizzate da un profondo zelo ecumenico e arricchite dalla partecipazione di numerosi delegati fraterni. Credo che questa sia una strada per crescere insieme nella reciproca conoscenza delle rispettive strutture e tradizioni sinodali. Mentre guardiamo al 2000° anniversario della Passione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù nel 2033, impegniamoci a sviluppare ulteriormente le pratiche sinodali ecumeniche e a comunicare reciprocamente ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che insegniamo”.
Infine ha ricordato che questa settimana è stata ‘animata’ dai testi della comunità armena, sempre ‘attenta’ all’unità tra i cristiani: “I sussidi per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani di quest’anno sono stati preparati dalle Chiese in Armenia. Con profonda gratitudine il nostro pensiero va alla coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso della storia, una storia in cui il martirio è stato una caratteristica costante. Al termine di questa Settimana di Preghiera, ricordiamo il santo Catholicos San Nersès Šnorhali ‘il Grazioso’, che lavorò per l’unità della Chiesa nel XII secolo. Egli era in anticipo sui tempi nel comprendere che la ricerca dell’unità è un compito che spetta a tutti i fedeli e richiede la guarigione della memoria. San Nersès può anche insegnarci l’atteggiamento che dovremmo adottare nel nostro cammino ecumenico”.
Quella armena è stata una vera testimonianza cristiana: “La tradizione ci consegna la testimonianza dell’Armenia quale prima nazione cristiana, con il battesimo del Re Tiridate nel 301 da parte di San Gregorio l’Illuminatore. Rendiamo grazie per come, ad opera di intrepidi annunciatori della Parola che salva, i popoli dell’Europa orientale e occidentale accolsero la fede in Gesù Cristo; e preghiamo affinché i semi del Vangelo continuino a produrre in questo Continente frutti di unità, di giustizia e di santità, anche a beneficio della pace fra i popoli e le nazioni del mondo intero”.
All’inizio della celebrazione il papa ha reso omaggio alla tomba dell’apostolo Paolo, insieme a lui il metropolita Polykarpos, rappresentante del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, che durante i vespri ha letto la prima orazione e il vescovo anglicano Anthony Ball che invece ha letto la seconda. Accanto a loro anche il card. Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e mons. Flavio Pace, segretario dello stesso Dicastero.
Inoltre è stato illuminato il tondo musivo di Papa Leone XIV nella Basilica di san Paolo fuori le Mura, installato lungo la navata sinistra accanto a quello del suo predecessore papa Francesco e frutto di un’incredibile sinergia lavorativa tra lo Studio del Mosaico Vaticano ed il pittore Rodolfo Papa.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a costruire l’unità
Prima di partire per l’ultima tappa del Libano, papa Leone XIV e il patriarca Bartolomeo hanno benedetto la folla che si è radunata, dopo la Divina Liturgia, nella piazzetta fuori dalla chiesa patriarcale di San Giorgio; poi si sono presi per mano, scambiati un bacio fraterno e fatto ingresso, uno accanto all’altro, nella sede del Patriarcato, quale ultimo atto pubblico del viaggio in Türkiye, con un discorso al termine della Divina Liturgia:
“Il nostro pellegrinaggio nei luoghi dove si tenne il primo Concilio ecumenico nella storia della Chiesa, si conclude con questa solenne Divina Liturgia, nella quale abbiamo commemorato l’apostolo Andrea che, secondo l’antica tradizione, portò il Vangelo in questa città. La sua fede è la nostra: la stessa definita dai Concili ecumenici e professata oggi dalla Chiesa”.
Inoltre il papa ha sottolineato l’unità plasmata dal Credo niceno, nonostante i conflitti avvenuti nei secoli: “Con i Capi delle Chiese e i Rappresentanti delle Comunità Cristiane Mondiali, durante la preghiera ecumenica lo abbiamo ricordato: la fede professata nel Credo Niceno-Costantinopolitano ci unisce in una comunione reale e ci permette di riconoscerci come fratelli e sorelle.
Ci sono stati molti malintesi e persino conflitti tra cristiani di Chiese diverse in passato, e ci sono ancora ostacoli che ci impediscono di essere in piena comunione, ma non dobbiamo tornare indietro nell’impegno per l’unità e non possiamo smettere di considerarci fratelli e sorelle in Cristo e di amarci come tali”.
Un saluto che rimanda all’incontro tra papa san Paolo VI ed il patriarca Atenagora: “Ispirati da questa consapevolezza, sessant’anni fa Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora dichiararono solennemente che le decisioni infelici e i tristi eventi che portarono alle reciproche scomuniche del 1054 dovevano essere cancellati dalla memoria della Chiesa.
Questo gesto storico dei nostri venerati Predecessori aprì un cammino di riconciliazione, di pace e di crescente comunione tra cattolici e ortodossi, che è cresciuto anche grazie ai contatti frequenti, agli incontri fraterni e a un fecondo dialogo teologico. Alla luce di questo cammino già intrapreso, molti sono stati i passi compiuti anche a livello ecclesiologico e canonico e, oggi, siamo interpellati a impegnarci maggiormente verso il ripristino della piena comunione”.
Ed ha enucleato tre ‘sfide’ a cui i cristiani sono chiamati a rispondere: “Innanzitutto, in questo tempo di sanguinosi conflitti e violenze in luoghi vicini e lontani, i cattolici e gli ortodossi sono chiamati ad essere costruttori di pace. Si tratta certamente di agire e di porre delle scelte e dei segni che edificano la pace, ma senza dimenticare che essa non è solo il frutto di un impegno umano, bensì è dono di Dio. Perciò, la pace si chiede con la preghiera, con la penitenza, con la contemplazione, con quella relazione viva col Signore che ci aiuta a discernere parole, gesti e azioni da intraprendere, perché siano veramente a servizio della pace”.
Una seconda sfida riguarda il creato: “Un’altra sfida che le nostre Chiese devono affrontare è la minacciosa crisi ecologica che, come Sua Santità ha spesso ricordato, richiede un’autentica conversione spirituale per cambiare direzione e salvaguardare il creato. Cattolici e ortodossi siamo chiamati a collaborare per promuovere una nuova mentalità in cui tutti si sentano custodi del creato che Dio ci ha affidato”.
L’altra ‘sfida’ è quella tecnologica: “Una terza sfida che vorrei menzionare è l’uso delle nuove tecnologie, specialmente nel campo della comunicazione. Consapevoli degli enormi vantaggi che esse possono offrire all’umanità, cattolici e ortodossi devono operare insieme per promuoverne un uso responsabile al servizio dello sviluppo integrale delle persone, e un’accessibilità universale, perché tali benefici non siano solo riservati a un piccolo numero di persone e a interessi di pochi privilegiati”.
In mattinata il papa aveva visitato la Chiesa Apostolica Armena, dove sono sepolti i patriarchi Shenork I e Mesrob II: “Questa visita mi offre l’opportunità di ringraziare Dio per la coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso dei secoli, spesso in circostanze tragiche. Desidero inoltre esprimere viva gratitudine al Signore per i legami fraterni sempre più stretti che uniscono la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica.
Poco dopo il Concilio Vaticano II, nel maggio 1967, Sua Santità il Catholicos Khoren I è stato il primo Primate di una Chiesa Ortodossa Orientale a visitare il Vescovo di Roma e a scambiare con lui il bacio della pace. Ricordo anche che nel maggio 1970 Sua Santità il Catholicos Vasken I firmò con Papa Paolo VI la prima dichiarazione congiunta tra un Papa e un Patriarca Ortodosso Orientale, invitando i loro fedeli a riscoprirsi fratelli e sorelle in Cristo in vista dell’unità. Da allora, per grazia di Dio, il “dialogo della carità” tra le nostre Chiese è fiorito”.
Per questo ha ricordato l’anniversario niceno: “E’ da questa fede apostolica comune che dobbiamo attingere per recuperare l’unità che esisteva nei primi secoli tra la Chiesa di Roma e le antiche Chiese Orientali. Dobbiamo anche trarre ispirazione dall’esperienza della Chiesa nascente per ripristinare la piena comunione, una comunione che non implica assorbimento o dominio, ma piuttosto uno scambio dei doni che le nostre Chiese hanno ricevuto dallo Spirito Santo per la gloria di Dio Padre e l’edificazione del corpo di Cristo”.
Ricordato l’enciclica ‘Ut unum sint’ di papa san Giovanni Paolo II, il papa ha chiesto di seguire l’esempio dei santi armeni per il cammino verso l’unità: ‘In questo cammino verso l’unità, siamo preceduti e circondati da «una grande schiera di testimoni’. Tra i santi della tradizione armena, vorrei ricordare il grande Catholicos e poeta del XII secolo Nerses IV Shnorhali, di cui abbiamo recentemente commemorato l’850° anniversario della morte, il quale ha lavorato instancabilmente per riconciliare le Chiese, al fine di realizzare la preghiera di Cristo ‘che tutti siano una cosa sola’. Possa l’esempio di san Nerses ispirarci e la sua preghiera sostenerci nel cammino verso la piena comunione!”
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV mette in guardia dal pericolo dell’arianesimo
“Ringrazio di cuore per le parole di benvenuto della Sorella e per l’accoglienza mostrata da tutti voi. L’accoglienza è il dono di questa casa! Un dono che viene da Dio e che viene fatto fruttificare dalle Piccole Sorelle dei Poveri, dagli operatori e dai benefattori, e anche da tutti gli ospiti, nella loro convivenza quotidiana. Grazie a tutti!”: questa mattina papa Leone XIV nel secondo giorno di visita apostolica in Turchia ha visitato la casa di accoglienza delle Piccole Sorelle dei Poveri, che da oltre 100 anni sono al servizio di carità per il prossimo.
Alle sei Piccole Sorelle dei Poveri, che accudiscono ogni giorno con anziani affetti da patologie come Parkinson e Alzheimer, disabili o non autosufficienti, abbandonati o lasciati alle cure delle religiose dalle famiglie, il papa ha ‘lasciato’ due riflessioni semplici: “La prima prende spunto dal vostro nome, care Suore: voi vi chiamate ‘Piccole Sorelle dei Poveri’. Un nome bellissimo, e che fa pensare! Sì, il Signore non vi ha chiamato solo ad assistere o ad aiutare i poveri. Vi ha chiamato ad essere loro ‘sorelle’! Come Gesù, che il Padre ha mandato a noi non solo per aiutarci e servirci, ma per essere nostro fratello. Questo è il segreto della carità cristiana: prima di essere per gli altri, essere con gli altri, in una condivisione basata sulla fraternità”.
L’altra riflessione ha riguardato la parola ‘anziana’, che conserva la saggezza: “La seconda riflessione me la suggerite voi, cari ospiti di questa casa. Voi siete anziani. E questa parola, ‘anziano’, oggi rischia di perdere il suo significato più vero: in molti contesti sociali, dove domina l’efficienza, il materialismo, si è perso il senso del rispetto per le persone anziane. Invece la Sacra Scrittura e le buone tradizioni ci insegnano che (come amava ripetere papa Francesco) gli anziani sono la saggezza di un popolo, una ricchezza per i nipoti, per le famiglie, per l’intera società!”
Prima aveva guidato la preghiera nella cattedrale dello Spirito Santo ad Istanbul, terra da dove si espanse il cristianesimo: “La fede che ci unisce ha radici lontane: obbediente alla chiamata di Dio, infatti, Abramo nostro padre si mise in cammino da Ur dei Caldei e poi, dalla regione di Carran, a sud dell’odierna Türkiye, egli partì per la Terra promessa. Nella pienezza dei tempi, dopo la morte e risurrezione di Gesù, i suoi discepoli si diressero anche verso l’Anatolia, e ad Antiochia, dove poi fu vescovo Sant’Ignazio, vennero chiamati per la prima volta ‘cristiani’. Da quella città san Paolo iniziò alcuni dei suoi viaggi apostolici, fondando molte comunità. Ed è ancora sulle coste della penisola anatolica, a Efeso, che secondo alcune fonti antiche, avrebbe soggiornato e sarebbe morto l’evangelista Giovanni, discepolo amato dal Signore”.
Quindi ha ricordato la ricchezza della storia della Nazione: “Ricordiamo inoltre con ammirazione il grande passato bizantino, l’impulso missionario della Chiesa di Costantinopoli e la diffusione del Cristianesimo in tutto il Levante. Ancora oggi, in Türkiye vivono le molte comunità dei cristiani di rito orientale, quali Armeni, Siri e Caldei, nonché quelle di rito latino. Il Patriarcato Ecumenico continua ad essere punto di riferimento sia per i propri fedeli greci che per quelli appartenenti ad altre denominazioni ortodosse”.
Da quella storia discende la comunità cristiana presente in Turchia: “Carissimi, dalla ricchezza di questa lunga storia, anche voi siete stati generati. Oggi siete voi la Comunità chiamata a coltivare il seme della fede trasmessoci da Abramo, dagli Apostoli e dai Padri. La storia che vi precede non è semplicemente qualcosa da ricordare e poi archiviare in un passato glorioso, mentre guardiamo rassegnati al fatto che la Chiesa cattolica è diventata numericamente più piccola. Al contrario, siamo invitati ad adottare lo sguardo evangelico, illuminato dallo Spirito Santo”.
Ciò è stato possibile, perché Dio ha scelto la strada dei ‘piccoli’: “E quando guardiamo con gli occhi di Dio, scopriamo che Egli ha scelto la via della piccolezza, per discendere in mezzo a noi. Ecco lo stile del Signore, che siamo tutti chiamati a testimoniare: i profeti annunciano la promessa di Dio parlando di un piccolo germoglio che spunterà, e Gesù elogia i piccoli che confidano in Lui, affermando che il Regno di Dio non si impone attirando l’attenzione, ma si sviluppa come il più piccolo di tutti i semi piantanti nel terreno”.
Questo stile è la ‘forza’ della Chiesa: “Questa logica della piccolezza è la vera forza della Chiesa. Essa, infatti, non risiede nelle sue risorse e nelle sue strutture, né i frutti della sua missione derivano dal consenso numerico, dalla potenza economica o dalla rilevanza sociale. La Chiesa, al contrario, vive della luce dell’Agnello e, radunata attorno a Lui, è sospinta per le strade del mondo dalla potenza dello Spirito Santo. In questa missione, è sempre nuovamente chiamata ad affidarsi alla promessa del Signore”.
Anche se è piccola la Chiesa in Turchia è feconda: “La Chiesa che vive in Türkiye è una piccola Comunità che, però, resta feconda come seme e lievito del Regno. Pertanto, vi incoraggio a coltivare un atteggiamento spirituale di fiduciosa speranza, fondata sulla fede e sull’unione con Dio. C’è bisogno, infatti, di testimoniare con gioia il Vangelo e di guardare con speranza al futuro. Alcuni segni di questa speranza sono già ben presenti: chiediamo dunque al Signore la grazia di saperli riconoscere e coltivare; altri, forse, saremo noi a doverli esprimere in maniera creativa, perseverando nella fede e nella testimonianza”.
E’ stato anche un invito ad accompagnare i giovani nella vita quotidiana: “Tra i segni più belli e promettenti, penso ai tanti giovani che bussano alle porte della Chiesa cattolica, portandovi le loro domande e le loro inquietudini. In proposito, vi esorto a continuare nel rigoroso lavoro pastorale che portate avanti; così come vi incoraggio ad ascoltare e accompagnare i giovani e ad avere cura di quegli ambiti in cui la Chiesa in Türkiye è chiamata a lavorare in modo speciale: il dialogo ecumenico e interreligioso, la trasmissione della fede alla popolazione locale, il servizio pastorale ai rifugiati e ai migranti”.
Ed ha riservato un pensiero all’inculturalizzazione della fede: “La presenza assai significativa di migranti e rifugiati in questo Paese, infatti, pone alla Chiesa la sfida dell’accoglienza e del servizio di costoro che sono tra i più vulnerabili. Allo stesso tempo, questa Chiesa è costituita da stranieri e anche molti di voi – sacerdoti, suore, operatori pastorali – provenite da altre terre; ciò richiede un vostro speciale impegno per l’inculturazione, perché la lingua, gli usi, i costumi della Türkiye diventino sempre più i vostri. La comunicazione del Vangelo passa, infatti, da questa inculturazione”.
Però non ha dimenticato di sottolineare l’importanza del Concilio di Nicea attraverso alcune sottolineature: “La prima è l’importanza di cogliere l’essenza della fede e dell’essere cristiani. Attorno al Simbolo della fede, la Chiesa a Nicea ritrovò l’unità. Non si tratta dunque soltanto di una formula dottrinale, bensì dell’invito a cercare sempre, pur dentro le diverse sensibilità, spiritualità e culture, l’unità e l’essenzialità della fede cristiana attorno alla centralità di Cristo e alla Tradizione della Chiesa. Nicea ci invita ancora oggi a riflettere su questo: chi è Gesù per noi? Cosa significa, nel suo nucleo essenziale, essere cristiani?
Il Simbolo della fede, professato in modo unanime e comune, diventa così criterio di discernimento, bussola di orientamento, perno attorno al quale devono ruotare il nostro credere e il nostro agire. E a proposito del nesso tra la fede e le opere, voglio ringraziare le organizzazioni internazionali, penso in particolare a Caritas Internationalis e a Kirche in Not, per il sostegno alle attività caritative della Chiesa e soprattutto per l’aiuto alle vittime del terremoto del 2023”.
Da l’invito a riscoprire il ‘volto’ di Gesù: “Nicea afferma la divinità di Gesù e la sua uguaglianza con il Padre. In Gesù noi troviamo il vero volto di Dio e la sua parola definitiva sull’umanità e sulla storia. Questa verità mette costantemente in crisi le nostre rappresentazioni di Dio, quando non corrispondono a quanto Gesù ci ha rivelato, e ci invita a un continuo discernimento critico sulle forme della nostra fede, della nostra preghiera, della vita pastorale e in generale della nostra spiritualità”.
Ed ha messo in guardia da un ‘arianesimo di ritorno’: “Ma c’è anche un’altra sfida, che definirei come un ‘arianesimo di ritorno’, presente nella cultura odierna e a volte tra gli stessi credenti: quando si guarda a Gesù con ammirazione umana, magari anche con spirito religioso, ma senza considerarlo davvero come il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi.
Il suo essere Dio, Signore della storia, viene in qualche modo oscurato e ci si limita a considerarlo un grande personaggio storico, un maestro sapiente, un profeta che ha lottato per la giustizia, ma niente di più. Nicea ce lo ricorda: Cristo Gesù non è un personaggio del passato, è il Figlio di Dio presente in mezzo a noi, che guida la storia verso il futuro che Dio ci ha promesso”.
Al termine l’invito a ‘mediare’ la fede con il linguaggio attuale: “In un contesto culturale complesso, il Simbolo di Nicea è riuscito a mediare l’essenza della fede attraverso le categorie culturali e filosofiche dell’epoca. Tuttavia, pochi decenni dopo, nel primo Concilio di Costantinopoli, vediamo che esso viene approfondito e ampliato e, proprio grazie all’approfondimento della dottrina, si giunge a una nuova formulazione: il Simbolo niceno-costantinopolitano, quello comunemente professato nelle nostre celebrazioni domenicali”.
Questo è l’insegnamento del Concilio di Nicea: “Impariamo anche qui una grande lezione: è sempre necessario mediare la fede cristiana nei linguaggi e nelle categorie del contesto in cui viviamo, come fecero i Padri a Nicea e negli altri Concili. Allo stesso tempo, dobbiamo distinguere il nucleo della fede dalle formule e dalle forme storiche che lo esprimono, le quali restano sempre parziali e provvisorie e possono cambiare man mano che approfondiamo la dottrina”.
Ha concluso l’incontro con un pensiero di san Newman: “Ricordiamo che il neo-dottore della Chiesa, san John Henry Newman, insiste sullo sviluppo della dottrina cristiana, perché essa non è un’idea astratta e statica, ma riflette il mistero stesso di Cristo: si tratta perciò dello sviluppo interno di un organismo vivente, che porta alla luce ed esplicita meglio il nucleo fondamentale della fede”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV scrive una Lettera apostolica per l’unità dei cristiani
“Nell’unità della fede, proclamata fin dalle origini della Chiesa, i cristiani sono chiamati a camminare concordi, custodendo e trasmettendo con amore e con gioia il dono ricevuto. Esso è espresso nelle parole del Credo: ‘Crediamo in Gesù Cristo, Unigenito Figlio di Dio, disceso dal cielo per la nostra salvezza’, formulate dal Concilio di Nicea, primo evento ecumenico della storia della cristianità, 1700 anni or sono”: così inizia la lettera apostolica ‘In Unitate Fidei’ scritta da papa Leone XVI in occasione del viaggio apostolico in Turchia nella prossima settimana.
La lettera ha lo scopo di ravvivare la fede: “Mentre mi accingo a compiere il Viaggio Apostolico in Türkiye, con questa lettera desidero incoraggiare in tutta la Chiesa un rinnovato slancio nella professione della fede, la cui verità, che da secoli costituisce il patrimonio condiviso tra i cristiani, merita di essere confessata e approfondita in maniera sempre nuova e attuale.
A tal riguardo, è stato approvato un ricco documento della Commissione Teologica Internazionale: Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. Il 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea. Ad esso rimando, perché offre utili prospettive per l’approfondimento dell’importanza e dell’attualità non solo teologica ed ecclesiale, ma anche culturale e sociale del Concilio di Nicea”.
Per questo è essenziale non dimenticare l’importanza del Concilio di Nicea: “E’ quindi una provvidenziale coincidenza che in questo Anno Santo, dedicato alla nostra speranza che è Cristo, si celebri anche il 1700° anniversario del primo Concilio Ecumenico di Nicea, che proclamò nel 325 la professione di fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio. E’ questo il cuore della fede cristiana.
Ancor oggi nella celebrazione eucaristica domenicale pronunciamo il Simbolo Niceno-costantinopolitano, professione di fede che unisce tutti i cristiani. Essa ci dà speranza nei tempi difficili che viviamo, in mezzo a molte preoccupazioni e paure, minacce di guerra e di violenza, disastri naturali, gravi ingiustizie e squilibri, fame e miseria patita da milioni di nostri fratelli e sorelle”.
La lettera papale ripercorre il percorso bimillenario della Chiesa: “I tempi del Concilio di Nicea non erano meno turbolenti. Quando esso iniziò, nel 325, erano ancora aperte le ferite delle persecuzioni contro i cristiani. L’Editto di tolleranza di Milano (313), emanato dai due imperatori Costantino e Licinio, sembrava annunciare l’alba di una nuova epoca di pace. Dopo le minacce esterne, tuttavia, nella Chiesa emersero presto dispute e conflitti”.
Nei primi anni ‘turbolenti’ per la Chiesa ci fu questa importante professione di fede, che riconobbe Gesù come ‘Figlio di Dio’: “I Padri confessarono che Gesù è il Figlio di Dio in quanto è ‘dalla sostanza ( ousia) del Padre… generato, non creato, della stessa sostanza ( homooúsios) del Padre. Con questa definizione veniva radicalmente respinta la tesi di Ario.
Per esprimere la verità della fede, il Concilio ha usato due parole, ‘sostanza’ (ousia) e ‘della stessa sostanza’ ( homooúsios), che non si trovano nella Scrittura. Così facendo non ha voluto sostituire le affermazioni bibliche con la filosofia greca. Al contrario, il Concilio ha utilizzato questi termini per affermare con chiarezza la fede biblica distinguendola dall’errore ellenizzante di Ario”.
Quindi il cristianesimo non si ellenizzizò, ma si rifece alla tradizione biblica: “L’accusa di ellenizzazione non si applica dunque ai Padri di Nicea, ma alla falsa dottrina di Ario e dei suoi seguaci. In positivo, i Padri di Nicea vollero fermamente restare fedeli al monoteismo biblico e al realismo dell’incarnazione. Vollero ribadire che l’unico vero Dio non è irraggiungibilmente lontano da noi, ma al contrario si è fatto vicino e ci è venuto incontro in Gesù Cristo”.
Per questo il credo niceno testimonia che “il Figlio è ‘Dio vero da Dio vero’. In molti luoghi, la Bibbia distingue gli idoli morti dal Dio vero e vivente. Il vero Dio è il Dio che parla e agisce nella storia della salvezza: il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, che si è rivelato a Mosè nel roveto ardente, il Dio che vede la miseria del popolo, ascolta il suo grido, lo guida e lo accompagna attraverso il deserto con la colonna di fuoco, gli parla con voce di tuono e ne ha compassione”.
Quindi è una professione di fede: “Il Credo di Nicea non formula una teoria filosofica. Professa la fede nel Dio che ci ha redenti attraverso Gesù Cristo. Si tratta del Dio vivente: Egli vuole che abbiamo la vita e che l’abbiamo in abbondanza… Ciò rende chiaro che le affermazioni di fede cristologiche del Concilio sono inserite nella storia di salvezza tra Dio e le sue creature”.
E dopo molti secoli tale Credo richiama ancora la coscienza di ciascuno al rapporto con Dio: “Il Credo di Nicea ci invita allora a un esame di coscienza. Che cosa significa Dio per me e come testimonio la fede in Lui? L’unico e solo Dio è davvero il Signore della vita, oppure ci sono idoli più importanti di Dio e dei suoi comandamenti? Dio è per me il Dio vivente, vicino in ogni situazione, il Padre a cui mi rivolgo con fiducia filiale?
E’ il Creatore a cui devo tutto ciò che sono e che ho, le cui tracce posso trovare in ogni creatura? Sono disposto a condividere i beni della terra, che appartengono a tutti, in modo giusto ed equo? Come tratto il creato, che è opera delle sue mani? Ne faccio uso con riverenza e gratitudine, oppure lo sfrutto, lo distruggo, invece di custodirlo e coltivarlo come casa comune dell’umanità?”
Inoltre il Concilio di Nicea richiama l’importanza dell’ecumenismo: “Il movimento ecumenico, grazie a Dio, ha raggiunto molti risultati negli ultimi sessant’anni. Anche se la piena unità visibile con le Chiese ortodosse e ortodosse orientali e con le Comunità ecclesiali sorte dalla Riforma non ci è ancora stata donata, il dialogo ecumenico ci ha portato, sulla base dell’unico battesimo e del Credo niceno-costantinopolitano, a riconoscere i nostri fratelli e sorelle in Gesù Cristo nei fratelli e sorelle delle altre Chiese e Comunità ecclesiali e a riscoprire l’unica e universale Comunità dei discepoli di Cristo in tutto il mondo”.
L’ecumenismo è un richiamo alla pace: “Così, in un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica Comunità cristiana universale può essere segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale per la pace. San Giovanni Paolo II ci ha ricordato, in particolare, la testimonianza dei tanti martiri cristiani provenienti da tutte le Chiese e Comunità ecclesiali: la loro memoria ci unisce e ci sprona ad essere testimoni e operatori di pace nel mondo”.
Ed ecco l’invito ad un cammino di unità: “Per poter svolgere questo ministero in modo credibile, dobbiamo camminare insieme per raggiungere l’unità e la riconciliazione tra tutti i cristiani. Il Credo di Nicea può essere la base e il criterio di riferimento di questo cammino. Ci propone, infatti, un modello di vera unità nella legittima diversità. Unità nella Trinità, Trinità nell’Unità, perché l’unità senza molteplicità è tirannia, la molteplicità senza unità è disgregazione”.
E l’unità si realizza con ‘et- et’: “La dinamica trinitaria non è dualistica, come un escludente aut-aut, bensì un legame coinvolgente, un et–et: lo Spirito Santo è il vincolo di unità che adoriamo insieme al Padre e al Figlio. Dobbiamo dunque lasciarci alle spalle controversie teologiche che hanno perso la loro ragion d’essere per acquisire un pensiero comune e ancor più una preghiera comune allo Spirito Santo, perché ci raduni tutti insieme in un’unica fede e un unico amore”.
Ribadendo, però, l’impossibilità di un ritorno alle origini, papa Leone XIV esorta al dialogo, in quanto l’unità arricchisce: “Questo non significa un ecumenismo di ritorno allo stato precedente le divisioni, né un riconoscimento reciproco dell’attuale status quo della diversità delle Chiese e delle Comunità ecclesiali, ma piuttosto un ecumenismo rivolto al futuro, di riconciliazione sulla via del dialogo, di scambio dei nostri doni e patrimoni spirituali.
Il ristabilimento dell’unità tra i cristiani non ci rende più poveri, anzi, ci arricchisce. Come a Nicea, questo intento sarà possibile solo attraverso un paziente, lungo e talvolta difficile cammino di ascolto e accoglienza reciproca. Si tratta di una sfida teologica e, ancor più, di una sfida spirituale, che chiede pentimento e conversione da parte di tutti. Per questo abbiamo bisogno di un ecumenismo spirituale della preghiera, della lode e del culto, come accaduto nel Credo di Nicea e Costantinopoli”.
Tale lettera apostolica si chiude con una preghiera allo Spirito Santo per proseguire in questo cammino: “Santo Spirito di Dio, tu guidi i credenti nel cammino della storia. Ti ringraziamo perché hai ispirato i Simboli della fede e perché susciti nel cuore la gioia di professare la nostra salvezza in Gesù Cristo, Figlio di Dio, consostanziale al Padre. Senza di Lui nulla possiamo. Tu, Spirito eterno di Dio, di epoca in epoca ringiovanisci la fede della Chiesa.
Aiutaci ad approfondirla e a tornare sempre all’essenziale per annunciarla. Perché la nostra testimonianza nel mondo non sia inerte, vieni, Spirito Santo, con il tuo fuoco di grazia, a ravvivare la nostra fede, ad accenderci di speranza, a infiammarci di carità. Vieni, divino Consolatore, Tu che sei l’armonia, a unire i cuori e le menti dei credenti. Vieni e donaci di gustare la bellezza della comunione. Vieni, Amore del Padre e del Figlio, a radunarci nell’unico gregge di Cristo. Indicaci le vie da percorrere, affinché con la tua sapienza torniamo ad essere ciò che siamo in Cristo: una sola cosa, perché il mondo creda. Amen”.
Un missionario in Turchia racconta l’attualità del Concilio di Nicea
La Turchia, terra del Concilio di Nicea del quale si celebrano i 1700 anni: papa Leone XIV raccoglie l’eredità di papa Francesco e sceglie per il suo primo viaggio apostolico in Turchia e Libano dal 27 novembre al 2 dicembre per celebrare l’importante anniversario del primo Concilio della storia, convocato dall’imperatore romano Costantino I, insieme a vescovi e patriarchi a Nicea, oggi İznik, a 130 km da Istanbul, con il motto ‘Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo’. L’annuncio del viaggio è stato reso noto nello scorso ottobre, dalla Sala Stampa della Santa Sede:
“Accogliendo l’invito del Capo di Stato e delle Autorità ecclesiastiche del Paese, il Santo Padre Leone XIV compirà un Viaggio Apostolico in Türkiye dal 27 al 30 novembre prossimo, recandosi in pellegrinaggio a İznik in occasione del 1700° anniversario del Primo Concilio di Nicea. Successivamente, rispondendo all’invito del Capo di Stato e delle Autorità ecclesiastiche del Libano, il Santo Padre si recherà in Viaggio Apostolico nel Paese dal 30 novembre al 2 dicembre”.
A p. Claudio Monge, missionario domenicano ad Istanbul, direttore del Centro Studi DoSt-I (Dominican Study Institute), professore associato alla Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna (Fter) e all’Istituto di Studi Ecumenici ‘S. Bernardino’ (ISE) di Venezia: il motto del viaggio in Turchia del papa. Un messaggio per riprendere un cammino insieme?
“Il motto correda il logo del Viaggio Apostolico di papa Leone XIV in Turchia, al centro del quale campeggia il ponte, gettato tra due continenti, che attraversa lo Stretto dei Dardanelli. E’ un simbolo potente, perché un ponte avvicina e unisce, senza eliminare la distinzione tra sponde, ma facilitando il passaggio da una all’altra. Incarna un’unità che non è uniformità, un paradigma alternativo alla logica emersa con il primo concilio ecumenico. Nel IV secolo era difficile distinguere tra l’espressione della fede e il suo contenuto essenziale.
Ma una formulazione conforme alla verità, non esclude automaticamente tutte le altre. Tuttavia, per l’imperatore Costantino, l’unità dell’Impero doveva coincidere con un’uniformità della fede. Papa Leone XIV si reca in Turchia per affermare una comunione di tipo sinodale, intesa, non come una struttura, ma come uno stile che ci aiuta a essere Chiesa, promuovendo partecipazione e comunione. Lo ribadirà in paesi come Turchia e Libano, che hanno una lunga tradizione di dialogo inter-rituale e interconfessionale e di prassi sinodale di matrice ortodossa”.
Quanto è importante questo viaggio per i credenti?
“Guardando alla partecipazione sincera e agli auspici che riscontriamo tra i nostri amici turchi musulmani e credenti, vorrei rispondere ‘moltissimo!’ A volte ho l’impressione che loro colgano meglio di molti cristiani l’importanza di questo momento: ritrovarci, nelle terre del primo annuncio evangelico, con colui che ha ereditato il compito petrino di confermare i suoi fratelli. Tuttavia, nella realtà dei fatti, le comunità cristiane sembra, talvolta, più concentrate sul riaffermare in modo un po’ identitario la specificità o l’eccezionalità del proprio gruppo rituale-liturgico, piuttosto che ricercare un autentico rinnovamento del legame con l’unico mistero pasquale, centro e il cuore della fede”.
Concilio di Nicea dopo 1700 anni potrebbe essere ancora un ponte che unisce?
“Papa Leone ha ricordato ai partecipanti al Convegno ecumenico dedicato al 1.700^ anniversario del Concilio di Nicea che celebrare Nicea è: ‘un’occasione inestimabile per sottolineare che ciò che abbiamo in comune è molto più forte, quantitativamente e qualitativamente, di ciò che ci divide’. All’epoca come oggi, il senso che diamo alle parole è cruciale. Là dove si considera l’unità più perfetta della diversità e la diversità come una corruzione dell’unità, inevitabilmente si finirà per esprimere anche la propria fede in questi termini. Noi spesso temiamo la diversità, la viviamo come un rischio per l’unità; invece, nella prospettiva trinitaria, affermata fin da Nicea, la diversità è una ricchezza, non una minaccia. Nicea ci ricorda che Dio non ‘fa’ il Padre: è Padre, perché il Figlio esiste da sempre. Ed il Figlio è Dio perché riceve tutto dal Padre. Questo significa che anche il ricevere è divino! Vivere questa verità trasformerebbe completamente i rapporti ecumenici”.
Però sarà anche un incontro ecumenico: quanto sono importanti le fedi per la pace in Medio Oriente?
“Le fedi semplicemente proclamate, non bastano per la costruzione della pace: la pace è costruzione quotidiana di credenti che iniziano col ‘disarmare i loro cuori’, ci ricorda papa Leone XIV. Il dialogo al quotidiano è di credenti concreti: uomini e donne di buona volontà, che ispirati dalle loro fedi, indipendentemente dalle loro appartenenze costruiscono il Regno che inizia qui, su questa terra e non può essere solo rimandato al futuro escatologico”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV invita ad accogliere le nuove culture in Europa
“Vi do il benvenuto, membri del Comitato misto del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (CECC) e della Conferenza delle Chiese Europee (CEC), con queste parole dell’Apostolo delle Nazioni, il cui luogo di martirio avete scelto di firmare la vostra nuova Charta Oecumenica. Certamente, le sfide che i cristiani devono affrontare sul percorso ecumenico sono in continua evoluzione. Così, venticinque anni dopo la prima firma della Charta, è stato necessario rivedere il contesto del documento, per considerare nuovamente la situazione in Europa, così come le attuali preoccupazioni comuni per la missione di annunciare il Vangelo”: nel saluto ai membri del CCEE, del CEC e ai rappresentanti delle Chiese cristiane d’Europa, firmatari della Charta Oecumenica, papa Leone XIV ha sottolineato ‘segni positivi e incoraggianti’ in alcune parti del continente, pur rilevando che diverse comunità ecclesiali percepiscono ‘di essere sempre più una minoranza’.
Inoltre il papa ha sottolineato che in Europa ci sono nuovi popoli con cui instaurare relazioni: “Inoltre, la situazione attuale comprende le nuove generazioni e i popoli arrivati di recente con storie ed espressioni culturali estremamente varie. Ci sono quindi molte nuove voci da ascoltare e storie da accogliere attraverso incontri quotidiani e relazioni più strette, per non parlare dell’urgenza di promuovere il dialogo, l’armonia e la fratellanza nel mezzo dello schianto di violenza e guerra, i cui echi risuonano in tutto il continente. In tutte queste situazioni, la grazia, la misericordia e la pace del Signore sono veramente vitali, perché solo l’aiuto divino ci indicherà il modo più convincente per annunciare Cristo in questi contesti molto difficili”.
Davanti a queste sfide la Charta Oecumenica è un’opportunità di annunciare il Vangelo: “Crediamo che Dio Onnipotente parli attraverso e attraverso il Suo popolo santo. Lo ama e lo arricchisce con i suoi doni divini perché possa crescere ed entrare nella pienezza di Dio. Da parte sua, la nuova Charta Ecumenica è una testimonianza della volontà delle Chiese in Europa di guardare alla nostra storia attraverso gli occhi di Cristo.
Inoltre, con l’aiuto dello Spirito Santo, potremo capire dove ci siamo riusciti, dove abbiamo fallito e dove dobbiamo andare per annunciare di nuovo il Vangelo. La Charta Oecumenica non solo suggerisce metodi, ma sottolinea anche la necessità di avere compagni di viaggio e offre possibili strade da percorrere. Così facendo, restiamo sempre aperti ai suggerimenti e alle sorprese dello Spirito Santo!”
Per questo il cammino sinodale è ecumenico: “Nella Chiesa cattolica, il cammino sinodale è ecumenico, così come il cammino ecumenico è sinodale. A questo proposito, la nuova Charta Oecumenica sottolinea il percorso comune intrapreso dai cristiani di diverse tradizioni in Europa, in grado di ascoltarsi e di discernere insieme per predicare il Vangelo in modo più efficace.
Uno dei risultati più significativi del processo di revisione della Charta Oecumenica è stata la capacità di adottare una visione comune delle sfide attuali e di stabilire priorità per il futuro del continente, pur mantenendo una forte fiducia nell’importanza infinita del Vangelo. In un certo senso, questo può essere descritto come uno sforzo “sinodale” per camminare insieme”.
A tal proposito ha ricordato il prossimo primo viaggio a Nicea, dove si svolse il Concilio: “Come sapete, sto per andare nel luogo in cui si è svolto il Concilio di Nicea, per incontrare i leader delle Chiese e i leader delle comunità cristiane e pregare con loro, celebrando Gesù Cristo insieme come nostro Signore e Salvatore. In questo Anno Giubilare, desidero anche annunciare a tutti i popoli d’Europa che ‘Gesù Cristo è la nostra speranza’, perché è sia il cammino che dobbiamo seguire, sia la destinazione ultima del nostro pellegrinaggio spirituale”.
Per questo il giorno prima è stato firmato a Roma, presso l’Abbazia delle Tre Fontane, la versione aggiornata della Charta Œcumenica, pietra miliare della cooperazione ecumenica europea da oltre due decenni. La Charta riveduta cerca di affrontare le sfide contemporanee e di riflettere le realtà in evoluzione della società e del cristianesimo europeo. Il processo di revisione, iniziato nel 2022, è stato guidato da un gruppo di lavoro congiunto CEC-CCEE. I contributi delle Chiese e delle organizzazioni ecumeniche di tutta Europa sono stati presi in considerazione con attenzione, per garantire che il testo aggiornato sia in linea con le attuali esigenze ecumeniche. Questo sforzo di collaborazione mira a produrre un documento che promuova l’unità, la pace e l’azione congiunta tra le Chiese europee.
(Foto: Santa Sede)
Dal Meeting di Rimini il Concilio di Nicea punto di partenza per un nuovo impulso ecumenico
Al meeting dell’Amicizia tra i Popoli giornata particolare con le relazioni del card. Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani, e di Bartolomeo, patriarca ecumenico di Costantinopoli, che hanno interloquito sul Concilio di Nicea (‘1700 anni dal Concilio di Nicea’), introdotti da don Andrea D’Auria, direttore del Centro internazionale di Comunione e Liberazione, che ha ripreso le parole di papa Leone XIV: “Il Concilio di Nicea è una bussola che deve continuare a guidarci verso la piena unità visibile dei cristiani… Quindi Nicea non fu qualcosa di astratto ma ha a che fare con la nostra fede oggi, interessa il nostro rapporto con Dio, il prossimo e noi stessi”.
Nell’intervento il card. Koch ha esordito sottolineando l’importanza delle questioni dottrinali affrontate dal Concilio attraverso la ‘Dichiarazione dei 318 Padri’: “Con essa i Padri professarono la loro fede in ‘un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili’… Ed nella lettera del Sinodo agli Egiziani, i Padri annunciarono che il primo vero oggetto di studio era il fatto che Ario e i suoi seguaci fossero nemici della fede e opposti alla legge, e affermarono pertanto di aver ‘deciso all’unanimità di condannare con anatema la sua dottrina contraria alla fede, le sue affermazioni e le sue descrizioni blasfeme, con le quali oltraggiava il Figlio di Dio’.
Queste affermazioni delineano il contesto del credo formulato dal Concilio che professa la fede in Gesù Cristo come Figlio di Dio, ‘consustanziale al Padre’. Lo sfondo storico è quello di una violenta disputa scoppiata nella cristianità dell’epoca, soprattutto nella parte orientale dell’impero romano; da ciò emerge che, all’inizio del IV secolo, la questione cristologica era diventata il problema cruciale del monoteismo cristiano”.
Dopo una lunga disputa sul termine ‘homoousios’ il Concilio niceno mise al centro della professione di fede la preghiera di Gesù al Padre: “Il credo cristologico del Concilio è diventato la base della comune fede cristiana. Il Concilio riveste una grandissima importanza soprattutto perché avvenne in un’epoca in cui la cristianità non era ancora lacerata dalle numerose divisioni che si sarebbero poi prodotte. Il credo niceno è comune non solo alle Chiese orientali, alle Chiese ortodosse e alla Chiesa cattolica, ma anche alle Comunità ecclesiali nate dalla Riforma; la sua rilevanza ecumenica non deve quindi essere sottovalutata”.
Solo in tale modo è possibile l’unità nella Chiesa: “Di fatti, per ripristinare l’unità della Chiesa, è necessario che vi sia un accordo sui contenuti essenziali della fede, non solo tra le Chiese e le Comunità ecclesiali di oggi, ma anche con la Chiesa del passato e, in particolare, con la sua origine apostolica. L’unità della Chiesa si fonda sulla fede apostolica, che nel battesimo viene trasmessa e affidata a ogni nuovo membro del Corpo di Cristo”.
Questo è il fondamento dell’ecumenismo spirituale cristologico, che si basa sulla centralità della preghiera: “Poiché l’unità può essere ritrovata solo nella fede comune, la confessione cristologica del Concilio di Nicea si rivela il fondamento dell’ecumenismo spirituale. Questo è ovviamente un pleonasmo. L’ecumenismo cristiano o è spirituale oppure non è ecumenismo…
Il movimento ecumenico è stato fin dalle sue origini un movimento di preghiera. E’ stata la preghiera per l’unità dei cristiani ad aprire la strada al movimento ecumenico. La centralità della preghiera evidenzia il fatto che l’impegno ecumenico è innanzitutto un compito spirituale, assunto nella convinzione che lo Spirito Santo porterà a termine l’opera ecumenica che ha iniziato e ci indicherà la via”.
Solo in questo modo l’ecumenismo può progredire: “L’ecumenismo cristiano può progredire in modo credibile solo se i cristiani tornano insieme alla fonte della fede, che è possibile trovare solo in Gesù Cristo, come è stato professato dai Padri conciliari a Nicea… L’ecumenismo cristiano non può essere altro che adesione di tutti i cristiani alla preghiera sacerdotale del Signore, e lo diventa quando i cristiani fanno proprio, nel loro intimo, il forte desiderio di unità. Se l’ecumenismo non si limita a una dimensione interpersonale e filantropica, ma ha un’ispirazione e un fondamento realmente cristologici, non può essere altro che partecipazione alla preghiera sacerdotale di Gesù”.
L’importanza del Concilio di Nicea è stata sottolineata anche dal patriarca Bartolomeo, che ha messo subito in evidenza: “Resta evidente che quel Concilio ha svolto e svolge un ruolo primario di adesione stretta alla Sacra Scrittura e la Chiesa Ortodossa vi resta saldamente ancorata. Una pietra angolare per l’annuncio nei 17 secoli successivi”. Però l’intervento del patriarca di Costantinopoli è stato storico, anche se ha sviluppato temi attuali quali la sinodalità e la celebrazione unitaria della Pasqua: “Per essere credibili come cristiani, dobbiamo festeggiare la resurrezione del Salvatore nello stesso giorno. Assieme a papa Francesco abbiamo incaricato una commissione di studiare il problema. Ma esistono sensibilità diverse tra le Chiese e dobbiamo evitare nuove divisioni, non alimentare altre spaccature”.
Per questo è necessario uno ‘sforzo’comune: “Lo sforzo di trovare una data comune di Pasqua è un obiettivo pastorale importante, soprattutto per le coppie e per le famiglie di diverse confessioni e in vista della grande mobilità delle persone, in particolare durante le festività. Con una data comune di Pasqua, potrebbe essere espressa in modo ancora più credibile la profonda convinzione della fede cristiana che la Pasqua non è solo la festa più antica, ma anche la festa più importante della cristianità e che la fede cristiana sta o cade con il mistero pasquale, come la chiesa primitiva riassumeva questa convinzione fondamentale con la frase: ‘Togli la Risurrezione, e distruggi all’istante il cristianesimo’. L’importanza fondamentale della Pasqua verrebbe messa in luce da una data comune, che impartirebbe anche un nuovo slancio al cammino ecumenico verso il ripristino dell’unità della Chiesa in Oriente e in Occidente nella fede e nell’amore”.
Da qui l’invito ad approfondire il cammino sinodale: “Il 1700° anniversario del Concilio di Nicea deve essere percepito anche come un invito ed un’esortazione a trarre un’importante lezione dalla storia e ad approfondire oggi il pensiero sinodale nella comunione ecumenica, ancorandolo alla vita della Chiesa. Di fatti, anche l’ecumenismo avanza sulla via della ricomposizione dell’unità della Chiesa solo se viene portato avanti in maniera congiunta e, quindi, sinodale. Quanto fondamentale sia la sinodalità anche per l’impegno ecumenico è dimostrato chiaramente da due importanti documenti, quale lo studio ‘La Chiesa verso una visione comune’, che mira ad una visione multilaterale ed ecumenica della natura, dello scopo e della missione della Chiesa”.
Ed ha concluso l’intervento affermando l’importanza dello studio insieme: “Questo punto di vista è condiviso anche dalla Commissione Teologica Internazionale nel suo documento programmatico ‘La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa’, dove si constata che il dialogo ecumenico è progredito sino al punto di riconoscere nella sinodalità una ‘dimensione rivelatrice della natura della Chiesa’… Questa panoramica storica ci fa comprendere che lo sviluppo della sinodalità nella vita della Chiesa e dell’ecumenismo deve essere attuato con accuratezza teologica e prudenza pastorale. Anche questa lezione può essere appresa studiando il Concilio di Nicea”.
(Foto: Santa Sede)
Al Meeting di Rimini una mostra sul Concilio di Nicea per una nuova prospettiva sul mondo
Nel 325 d.C. a Nicea si tenne il primo evento ecumenico della storia della cristianità, da cui scaturì una professione di fede condivisa che da 1700 anni rappresenta per i cristiani un elemento in cui identificarsi e trovare unità, come ha scritto papa Francesco nella bolla di indizione del Giubileo ordinario, ‘Spes non confundit’:
“Si compiranno, infatti, 1700 anni dalla celebrazione del primo grande Concilio Ecumenico, quello di Nicea. E’ bene ricordare che, fin dai tempi apostolici, i pastori si riunirono in diverse occasioni in assemblee allo scopo di trattare tematiche dottrinali e questioni disciplinari. Nei primi secoli della fede i Sinodi si moltiplicarono sia nell’Oriente sia nell’Occidente cristiano, mostrando quanto fosse importante custodire l’unità del popolo di Dio e l’annuncio fedele del Vangelo…
Dopo vari dibattimenti, tutti, con la grazia dello Spirito, si riconobbero nel Simbolo di fede che ancora oggi professiamo nella celebrazione eucaristica domenicale. I Padri conciliari vollero iniziare quel Simbolo utilizzando per la prima volta l’espressione ‘Noi crediamo’, a testimonianza che in quel ‘Noi’ tutte le Chiese si ritrovavano in comunione, e tutti i cristiani professavano la medesima fede. Il Concilio di Nicea è una pietra miliare nella storia della Chiesa”.
E’ per tale motivo che al meeting dell’Amicizia tra i popoli, in programma alla Fiera di Rimini fino al 27 agosto è stata allestita dalla Pontificia Università della Santa Croce e dall’associazione ‘Patres’ la mostra ‘Luce da Luce: Nicea 1700 anni dopo’, curata da Leonardo Lugaresi, Giulio Maspero, Paolo Prosperi, Ilaria Vigorelli, con la collaborazione di Samuel Fernández: “Ma proprio a Nicea la Chiesa, di fronte alla crisi ariana, è riuscita a formulare per la prima volta la verità sconvolgente che Dio è Padre, non che fa il Padre. Quindi non è che Dio può decidere se essere Padre o non essere Padre, proprio perché Gesù è il Suo Figlio eterno. Ma ciò significa dire che Dio non può far altro che amarci e questa è una notizia che ci libera. Anzi, forse noi soffriamo così tanto proprio perché abbiamo perso tale riferimento. Perciò la mostra, in occasione di questo anniversario di Nicea, è una grande occasione per recuperare questa verità”.
Il progetto si articola in un viaggio a tappe dove, attraverso grandi grafiche, si sviluppano i temi emersi al Concilio di Nicea: partendo dalla narrazione delle contese che hanno portato alla sua convocazione; quindi si passa all’esposizione del Simbolo di Nicea, in greco e in italiano, affiancato da una grande riproduzione del Cristo Pantocratore da Hagia Sophia. A seguire le fasi successive al Concilio fino ad arrivare al rapporto con i giorni nostri.
Ad uno dei curatori, don Giulio Maspero, professore ordinario di teologia dogmatica alla Pontificia Università ‘Santa Croce’ di Roma, chiediamo di raccontarci brevemente la mostra: “La mostra introduce ad una parte della nostra storia che è all’origine proprio del Giubileo che stiamo vivendo. La speranza che ci viene offerta, infatti, non è quella di una favola, ma ha origine in un dramma e un percorso, in alcuni passaggi faticoso, per accogliere il dono della rivelazione che Gesù di Nazareth è il Figlio di Dio, cioè che è eterno come Suo Padre.
La crisi ad Alessandria di Egitto, che ha portato poi al concilio di Nicea nell’odierna Turchia, con tutti gli eventi anche ad essa successivi, rappresentano un percorso che può essere considerato liberante. Infatti, l’essere umano è sempre in tensione tra il proprio desiderio di infinito e i limiti che lo caratterizzano. Senza la verità proclamata a Nicea, l’uomo sarebbe assurdo, come ha scritto anche Gregorio di Nazianzo, un Padre della Chiesa fondamentale per la ricezione del concilio”.
Quale prospettiva sul mondo ha offerto il Concilio di Nicea?
“A prima vista, potrebbe sembrarci che si tratta di eventi passati, legati a questioni cavillose che potevano interessare solo i vescovi del IV secolo: quanto di più lontano da noi. La sfida che la Pontificia Università della Santa Croce e l’Associazione ‘Patres’, coorganizzatrici della mostra con il Meeting dell’Amicizia tra i popoli, hanno raccolto è quella di mostrare come oggi tutti ci sentiamo sbagliati, inadempienti e insufficienti, proprio perché la verità che il Dio di Gesù Cristo è trinitario è in ombra nel nostro contesto culturale. Il cuore di quanto il percorso mira a presentare è che a Nicea la Chiesa è riuscita a dire a sé stessa e al mondo che Dio è Padre e non solo fa il Padre. Ciò significa che Egli sa solo generare e rigenerare, quindi perdonare e accogliere sempre. E questo, dopo l’uccisione simbolica di Dio e del padre, da parte della modernità, è una verità che l’epoca post-moderna ha profondamente bisogno di riascoltare”.
Quanto è importante tale Concilio per l’unità dei cristiani?
“La storia di Nicea dimostra che le divisioni nella Chiesa ci sono sempre state, ma nello stesso tempo esse possono venire superate solo tornando all’unità del Dio di Gesù Cristo che è trino. Infatti, a Nicea è iniziato un percorso che ha permesso di cogliere come l’identità di ciascuno non può essere pensata in modo indipendente da quella degli altri, proprio perché siamo stati creati ad immagine e somiglianza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, i quali sono una cosa sola nella loro mutua relazione. Questa è la verità di fede che tutti i cristiani condividono. Per questo essa deve diventare fondamento del cammino per tornare alla pienezza dell’unità tra i cristiani. Abbiamo bisogno di un ecumenismo radicale, perché è semplicemente assurdo credere nella Trinità ed essere separati”.
Inoltre al patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, papa Leone XIV ha espresso il desiderio di andare a Nicea: sarà un passo verso un cammino di unità?
“Da tale punto di vista, la visita di papa Leone XIV a Nicea renderà visibile questo fondamento dell’unità che già è presente. E ciò corrisponde proprio alla missione del ministero petrino, che la profondità patristica dell’attuale Sommo Pontefice rende particolarmente evidente”.
Infine quale rapporto c’è tra il titolo della mostra, ‘Luce da Luce: Nicea 1700 anni dopo’, e quello del meeting, ‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’?
“La parte della nostra storia che raccontiamo dice molto chiaramente come il ‘deserto’ non è caratteristico solo della nostra epoca, ma c’è sempre stato e sempre ci sarà. Come nel ‘Piccolo Principe’ di Saint-Exupéry, l’aereo della nostra anima va spesso in panne. Ma il deserto rappresenta una grande opportunità, perché abbiamo mattoni sempre nuovi per costruire la casa.
E questi mattoni sono le eredità che abbiamo ricevuto, a livello sia ecclesiale sia culturale. Esse hanno una virtualità che proprio le crisi fanno emergere. Per questo le chiamiamo ‘fonti’, infatti sono proprio sorgenti. La storia del pensiero umano dimostra che ogni grande rinascita ha avuto origine da un approfondimento del patrimonio che già si possedeva. Ogni rinascimento sorge da un ritorno alle fonti e questo è tanto più vero per ciò che riguarda la fede in Cristo, Figlio di Dio salvatore”.
(Foto: Meeting Amicizia tra i Popoli)
Don Maurizio Girolami: il Concilio di Nicea segnò l’unità dei cristiani
“Il prossimo anno, i cristiani di tutto il mondo celebreranno i millesettecento anni dal primo Concilio ecumenico, Nicea. Questo anniversario ci ricorda che professiamo la stessa fede e, quindi, abbiamo la stessa responsabilità di offrire segni di speranza che testimoniano la presenza di Dio nel mondo”: così si era espresso a metà dicembre papa Francesco ricevendo una delegazione del Consiglio Metodista mondiale, ribadendo il desiderio di recarsi a Nicea.
Tale proposito era stato espresso da papa Francesco in una lettera autografa indirizzata al patriarca ecumenico, Bartolomeo I, in occasione della festa di sant’Andrea: “Cattolici e ortodossi non devono mai cessare di pregare e lavorare insieme per disporci ad accogliere il dono divino dell’unità. Non dobbiamo perdere di vista la meta ultima a cui tutti aneliamo, né possiamo perdere la speranza che questa unità possa essere realizzata nel corso della storia e in un tempo ragionevole”.
Il suo desiderio era quello di celebrare insieme al patriarca Bartolomeo questo anniversario: “Questo anniversario non riguarderà solo le antiche Sedi che hanno preso parte attivamente al Concilio, ma tutti i cristiani che continuano a professare la loro fede con le parole del Credo niceno-costantinopolitano. Il ricordo di quell’importante evento rafforzerà sicuramente i legami già esistenti e spingerà tutte le Chiese a una rinnovata testimonianza nel mondo di oggi. La fraternità vissuta e la testimonianza data dai cristiani saranno un messaggio anche per il nostro mondo afflitto dalla guerra e dalla violenza”.
E nel secondo numero dello scorso anno della rivista della Facoltà teologica del Triveneto, ‘Studia Patavina’, i professori Chiara Curzel e Maurizio Girolami avevano scritto il ‘valore’ del ‘noi’ del Concilio niceno: “A Nicea, però, il soggetto fu il ‘noi’, quella nuova comunità diversificata per luoghi e culture ma accomunata dalla fede condivisa e da questo momento in poi da un condiviso modo di esprimerla e di trasmetterla. Il cammino sinodale che stiamo compiendo in questi mesi ci riconsegna l’importanza di ripartire da questo assunto fondamentale: la fede è un dono dato a una comunità di discepoli e questi insieme credono, insieme celebrano, insieme testimoniano la loro appartenenza a Cristo”.
Partendo da queste sollecitazioni abbiamo chiesto a don Maurizio Girolami, preside della Facoltà teologica del Triveneto, di raccontarci il significato per i cristiani di questo 1700^ anniversario del Concilio di Nicea: “Il primo Concilio ecumenico della Chiesa indivisa fu convocato dall’Imperatore Costantino che segnò un cambio profondo nel movimento cristiano. Infatti, dichiarando la fede in Cristo una religione lecita come le altre presenti nell’Impero, ha definitivamente chiuso l’epoca delle persecuzioni, sospendendo l’azione statale di contrasto alla presenza cristiana. Tale decisione fece capire che i cristiani non erano più da perseguitare, ma andavano favoriti per la loro capillare presenza in tutti gli strati della società del tempo e il loro impegno religioso e sociale.
Le persecuzioni, tuttavia, non furono così minacciose della vita della Chiesa come invece le divisioni interne, dettate per lo più dai vari protagonismi ecclesiali, già denunciati da Paolo nella prima lettera ai Corinzi, ed dalla mancanza di un’autorità dottrinale centrale che facesse da mediatore tra le varie posizioni teologiche che affioravano or qua or là. La proposta di Ario, presbitero di Alessandria, agli inizi del IV secolo, creò uno sconquasso nel rivedere la formula battesimale ‘al ribasso’, rinunciando, di fatto, a dire che Padre e Figlio e Spirito Santo sono l’unico e medesimo Dio. Poiché la formula battesimale, a partire dal mandato del Risorto (Mt 28,19) è sempre stato il punto di riferimento imprescindibile per la vita cristiana, la proposta ariana andava a toccare un aspetto essenziale che non poteva lasciare indifferenti.
Costantino, convocando a Nicea (oggi Iznik) il primo concilio, cercò di creare le condizioni affinché i capi delle Chiese potessero trovare espressioni di fede condivise, allontanando definitivamente le lacerazioni nel corpo ecclesiale. Ricordare Nicea dopo 1700 implica almeno due aspetti importanti: il primo è l’unità della Chiesa, condizione indispensabile per annunciare l’unico Dio di Gesù Cristo salvatore dell’umanità. Se la Chiesa si presenta divisa, soprattutto sul come professa e vive la fede, la credibilità della sua azione s’incrina. Un secondo aspetto è l’importanza di una formula di fede che ha come sua struttura fondamentale proprio la formula battesimale.
Il Credo che ancora i cristiani recitano ogni domenica, pur ampliato lungo il corso della storia, fu a Nicea per la prima volta codificato perché tutti i cristiani potessero ricordare, non tanto delle frasi a memoria, ma che la sorgente della vita cristiana è il battesimo ricevuto nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Dal battesimo nasce la vita in Cristo, immersa nel mistero della sua Pasqua e in relazione con il dono dello Spirito in cammino verso il Padre. Nicea ha così ribadito un punto essenziale già chiaro nei vangeli”.
Quanto è importante oggi per l’unità dei cristiani questo Concilio?
“Innanzitutto, perché ricorda un evento ecclesiale che ha chiamato tutto il mondo cristiano a trovare un centro di unità attorno alla professione di fede. Va sempre ricordato che la vita cristiana nasce come risposta personale e comunitaria al dono ricevuto in Cristo. Poiché la fede ha una sua intrinseca dimensione ecclesiale, Nicea risulta essere il primo atto ufficiale e pubblico davanti all’autorità imperiale. Alla luce poi della storia bimillenaria della Chiesa, che ha conosciuto tante, troppe, divisioni al suo interno, chiunque tra i credenti abbia passione per il vangelo, sa che questo trova la sua forza nel legame di fraternità che i discepoli di Gesù coltivano tra di loro.
Perciò una chiesa divisa è una chiesa debole; una Chiesa che cammina verso l’unità, favorendo non l’uniformità ma il pluralismo che l’unico vangelo è in grado di far splendere da ogni cultura, è una chiesa affidabile, credibile, degna di essere ascoltata e guardata come un punto di riferimento. Nicea sta lì nella memoria della nostra storia a ricordarci che si possono trovare le vie per incontrarsi”.
‘Il Concilio di Nicea è una pietra miliare nella storia della Chiesa. L’anniversario della sua ricorrenza invita i cristiani a unirsi nella lode e nel ringraziamento alla Santissima Trinità e in particolare a Gesù Cristo, il Figlio di Dio, ‘della stessa sostanza del Padre’, che ci ha rivelato tale mistero di amore. Ma Nicea rappresenta anche un invito a tutte le Chiese e Comunità ecclesiali a procedere nel cammino verso l’unità visibile, a non stancarsi di cercare forme adeguate per corrispondere pienamente alla preghiera di Gesù’ Per quale motivo papa Francesco nella bolla giubilare aveva sottolineato che esso è un’importante opportunità?
“Nonostante cattolici e ortodossi abbiano calendari diversi da diversi secoli, domenica 20 aprile è stata un’occasione del tutto speciale, per celebrare insieme la Pasqua nello stesso giorno. Fin dalla prima apparizione sulla piazza di san Pietro, papa Francesco, presentandosi come vescovo di Roma, aveva fatto capire quanto per lui era importante il rapporto con le chiese apostoliche ortodosse. Gli incontri poi avvenuti con il patriarca Bartolomeo non avevano fatto che confermare e consolidare questo desiderio così ardente di vivere la fraternità tra Chiese. Il Giubileo, nel segno della speranza, è nella sua matrice biblica un momento di liberazione da ogni forma di schiavitù e oppressione, soprattutto da quella del peccato che divide, separa, impoverisce la vita cristiana.
Vivere Nicea e celebrare la Pasqua assieme con le Chiese apostoliche ortodosse ci aiuta a lavorare ancora più alacremente per togliere di mezzo ciò che ci divide e cercare ciò che ci unisce. A partire dalla comune celebrazione della Pasqua, origine della vita cristiana, potremo trovare nuove vie per ripensare i rapporti tra Chiese e la presenza cristiana in questo nostro mondo afflitto dalle guerre, dagli egoismi, dalla diseguaglianza sociale ed economica, dalle ingiustizie e violenze presenti ovunque in ogni forma. L’anniversario di Nicea, nell’anno Giubilare, grazie anche a questa provvidenziale circostanza di date coincidenti, ci aiuta a cogliere i segni dei tempi e la voce dello Spirito che è principio di unità e comunione. Speriamo che non solo i nostri vescovi, ma tutto il popolo di Dio possa lasciarsi guidare dall’urgenza e dalla necessità di vivere il cammino di fraternità di tutte le chiese cristiane. Sarà forse la testimonianza più efficace nel mondo di cosa significhi vivere da cristiani”.
Quale può essere l’apporto delle facoltà teologiche all’unità dei cristiani?
“Il primo compito di una facoltà teologica è conoscere la ricchezza della tradizione ecclesiale per comprenderla, per poterla esprimere nel linguaggio del nostro tempo e farne vedere la risonanza del perenne vangelo di Gesù, vero e attuale per ogni uomo di ogni tempo. Il lavoro teologico è di fondamentale importanza in un mondo che vive di informazioni, di parole e di discorsi. La teologia, occupandosi del mistero di Dio, ha come sua previo esercizio quella della purificazione del linguaggio perchè non sia banale, non sia ambiguo, non sia solo d’effetto, ma corrisponda il più possibile alla verità del vangelo e alla semplicità dell’umanità di Gesù che ha saputo comunicarsi a tutti.
Più si approfondisce il messaggio cristiano più si impara anche a prendere le distanze da ogni forma con la quale il vangelo è giunto a noi: ogni generazione ha cercato il suo proprio modo di dire e vivere il vangelo, senza poterlo esaurire. Anche oggi c’è bisogno che le generazioni presenti e future accolgano la vita in Cristo con le forma con le quale riusciamo a viverlo, ma senza fermarsi ad esse e cercando quella creatività che restituisce ancor di più luce al ricco vangelo di Gesù e a rendere unica ogni esperienza umana.
Inculturazione ed esculturazione posso sembrare parole astratte e difficili da comprendere, ma ci dicono che il vangelo di Gesù non può accadere se non in una forma umana precisa, collocata storicamente e geograficamente, e nello stesso tempo che nessuna ‘forma’ storica del vangelo riesce ad esaurirne la sua ricchezza e profondità. Le facoltà teologiche sono ‘al fronte’ per conoscere il vangelo, le culture del passato, le culture vicine e lontane del presente, per dare un linguaggio nuovo, credibile e vivibile dell’unico vangelo”.
In quale modo la facoltà teologica sostiene la sinodalità?
“Il cammino sinodale di questi ultimi anni ha restituito a tutti gli organismi ecclesiali il compito dell’ascolto rispettoso e attivo e il senso della partecipazione responsabile da parte di ciascun credente. L’organizzazione richiesta in ogni facoltà non mette in secondo piano i livelli di autorità, che si strutturano, fondamentalmente, sul rapporto educativo che si instaura tra studente e comunità educante. Pensare ad una comunità accademica in senso orizzontalista, sarebbe un danno innanzitutto per gli studenti e per la qualità della ricerca.
La prassi sinodale ecclesiale però ci ha educato un po’ alla volta a valorizzare al massimo gli organismi di partecipazione, a dare più peso alla voce degli studenti, ad entrare in dialogo con le fragilità umane, sociali e culturali spesso nascoste, ad ascoltare la vita delle persone nella loro globalità esistenziale, ad essere più rispettosi di ogni cultura umana.
Lo stile sinodale ci permette di dire che la Facoltà non è un servizio, accademicamente qualificato, di cui semplicemente ci si serve per ottenere un qualche titolo, ma diventa una palestra di umanità nella quale si impara che vi è un corpo sociale ed ecclesiale che chiede a tutti partecipazione responsabile per poter mettere tutti nelle condizioni di raggiungere la maturità di Cristo, come dice l’apostolo. Perciò lo stile sinodale, si può dirlo con forza, ha aiutato la Facoltà ad esprimere e vivere la sua vocazione ad essere nella Chiesa un luogo di intelligenza del vangelo capace di comunicarsi a tutti”.
(Tratto da Aci Stampa)



























