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Persone comuni, in Tv, per donare speranza

Storie di persone comuni, che nel loro quotidiano di essere coniugi, genitori, nonni, lavoratori, con semplicità raccontano la loro vita come è cambiata vivendo le Verità dei volumi di – Libro di Cielo- vergati da Luisa Piccarreta. Storie anche di religiosi, suore e sacerdoti della comunità Fiat! Totus Tuus che spiegano queste nuove esagerazioni d’amore di Gesù, contenute nei volumi di -Libro di Cielo- e inquadrano la figura della mistica Luisa Piccarreta e delle loro vite donate per fare conoscere la Divina Volontà.

Esistenze che si ‘fondono’ in una fede profonda che vengono narrate in una nuova trasmissione Tv dal titolo ‘Verità di Cielo’ a cura dei Piccoli Figli di Palermo, condotta dal giornalista Riccardo Rossi su Maria Vision Italia, su canale 255, giovedì 6 marzo alle ore 19.30. Una trasmissione Tv che ha come spunto le parole di papa Francesco della 59^ giornata mondiale delle comunicazioni sociali:

“Una comunicazione che sappia renderci compagni di strada di tanti fratelli e sorelle, che riaccenda in loro la speranza in un tempo così travagliato. Che parli al cuore suscitando non reazioni passionali di chiusura e di rabbia ma atteggiamenti di apertura e amicizia; capace di puntare sulla bellezza e sulla speranza anche nelle situazioni più disperate”.

“Una trasmissione in Tv – dice Riccardo Rossi- per fare capire che non occorre fare le grandi cose, essere potenti, famosi, ma vivere pienamente e nella fede la realtà della propria famiglia, del proprio lavoro anche se molto umile”.

“Oh, se tutti capissero che solo la mia Divina Volontà sa fare le cose grandi, ed ancorché fossero piccole e insignificanti, oh, come sarebbero tutti contenti, e ciascuno amerebbe il posticino, l’ufficio in cui Dio l’ha messo! Ma come si fanno padroneggiare dall’umano volere, vorrebbero dare di loro, fare azioni grandi che non possono fare, perciò sono sempre scontenti della condizione o posto in cui la divina Provvidenza li ha messi per loro bene (parla Gesù nel Volume 33 – Libro di Cielo- 4 ottobre, 1935)”.

Papa Francesco ha benedetto libro di Maimone su comunicazione socio-umanitaria e parola vitale

“Sua Santità assicura un ricordo nella preghiera e, mentre auspica che la società così come la Chiesa si avvalgano di una comunicazione le cui basi siano l’umiltà nell’ascoltare e la parresia nel parlare, che non separi mai la verità dalla carità, invoca l’intercessione della Santa Vergine Maria e di cuore imparte la Benedizione Apostolica, con l’augurio di ogni bene nel Signore”. Con queste parole Sua Santità Papa Francesco lo scorso anno ha benedetto il libro del giornalista di America Oggi TV Biagio Maimone intitolato “La Comunicazione Creativa per lo Sviluppo Socio-Umanitario”, edito dalla Casa Editrice Tracceperlameta.

Il libro ha ricevuto, inoltre, l’apprezzamento del Segretario di Stato della Santa Sede, Cardinale Pietro Parolin, il quale ha scritto: “La congratulo per quest’opera e per le finalità che essa si propone: “rimarcare il valore centrale della Parola educativa, della Parola che crea relazioni umane, improntate al rispetto reciproco, al rispetto della sacralità della dignità umana”. Mi fa piacere sapere anche che l’opera ha ricevuto l’apprezzamento di tante illustri personalità e la benedizione di Papa Francesco. Mentre auguro una sua ampia diffusione, mi è grato porgerLe cordiali saluti e un augurio fervido di buon Anno, animato dalla speranza che non delude”.

Il testo, che è stato presentato nella Camera dei Deputati, nell’Istituto Italiano di Cultura di New York ed in Senato, propone la necessità di un nuovo modello comunicativo che ponga al centro la relazione umana ed, ancor più, l’emancipazione morale ed umana della società odierna. Sulla scorta della constatazione delle innumerevoli comunicazioni distorte veicolate dai media e da tutti i mezzi di comunicazione, compresi i social, foriere di sottocultura che non può essere consentita in quanto impoverisce la società civile deteriorando le relazioni umane, Biagio Maimone ritiene che non sia più rimandabile la necessità di far vivere un linguaggio scevro da menzogne, da offese e dal turpiloquio.

La violenza, il cyberbullismo e l’incitazione all’odio non devono essere avvolti dal silenzio, ma combattuti da un sano impegno  che disciplini l’uso della parola in modo che essa non divenga strumento di violenza e generi, pertanto, forme molto gravi di bullismo e comunicazioni nocive all’educazione dei giovani, facendo degenerare l’intera società verso l’involuzione morale.

“La Comunicazione diventa futuro” è lo slogan che identifica l’impegno di Biagio Maimone. Egli ritiene, infatti,  che il futuro per essere finalizzato al progresso umano debba far propria una nuova modalità di comunicare che veicoli la pedagogia della vita, della pace, della fratellanza umana, della parola vitale che educa le coscienze dei singoli affinché essi si dirigano sulla strada della vera emancipazione umana, oltre l’impoverimento morale ed anche materiale.

Per tale ragione nei primi mesi dell’anno costituirà l’Associazione “Progetto Vita e Umanità”, la comunicazione al servizio degli ultimi e degli indifesi. Egli, pertanto, pone in risalto l’importanza della cultura umana da riversare nel contesto della comunicazione ampiamente intesa,  affinché si pongano le fondamenta di un nuova e migliorativa modalità di trasmettere informazioni affinché esse arricchiscano sempre più l’universo interiore di coloro che le recepiscono, alimentandolo con verità e valori morali e spirituali, senza i quali l’essere umano viene deprivato di quei contenuti che ne fanno un soggetto pensante capace di costruire un mondo accogliente in cui viva la legalità, la fratellanza umana e quella bellezza che sgorga dall’animo di chi si è nutrito di cultura umana, unica cultura che consente il miglioramento delle relazioni umane e lo sviluppo socio-umanitario.

Per Biagio Maimone occorre superare  gli stereotipi che sorreggono la comunicazione, sia quella giornalistica, sia quella di ogni altro media, nonché quella istituzionale, necessariamente legata ai vari ambiti della vita umana e sociale, al fine di creare un nuovo modello comunicativo che prenda le mosse dai suoni, dai colori e dalle voci legati al sentimento, scaturenti dall’interiorità e dalla spiritualità umana. Dare voce agli infiniti linguaggi depositati nell’intimo di ognuno egli ritiene debba essere l’intento del nuovo comunicatore, animato dalla finalità primaria di educare all’apprendimento di un linguaggio che fondi le sue radici nei valori insiti nell’animo umano.

Il linguaggio dovrà divenire, pertanto, vettore di valori e non di offese ed insulti, come sovente si verifica.

Partendo dal linguaggio, ripulito dal desiderio di ferire e ridimensionare l’altro, si potrà anche ricreare la relazione umana, rendendola scevra da conflitti lesivi della dignità dell’interlocutore per orientarla all’ascolto autentico, che è creativo di benefici reciproci. Non meno rilevante sarà la forma che tale nuovo linguaggio dovrà assumere per essere vera espressione del mondo interiore, in cui vivono i valori umani.

Tale forma non potrà che essere la forma che rimanda sia al suono musicale, in quanto esso crea il senso della melodia, intesa come coinvolgimento all’unisono delle varie sensibilità umane, forza reale del linguaggio penetrante e convincente, sia al suono della poesia, da intendersi come modalità sublime di quella dimensione altamente creativa, proprio in quanto sorretta dai valori umani, che la comunicazione di elevato livello non può esimersi dal fare propria.

Altisonante ed indicativa di un preciso  impegno concreto è la sua affermazione: “La Bellezza – non vi è dubbio – tornerà ad essere il volto magnifico della vita. La forza prorompente della Bellezza, che la Parola ha il dovere di trasmettere, sconfigge ogni male! È scritto nel Vangelo, è scritto nel cuore degli uomini di Buona Volontà ed è scritto nelle trame vitali dell’esistenza, che nessuno

potrà mai distruggere perché esse appartengono alla Vita e la Vita è la ragione stessa dell’esistere umano”.

Partendo da tali principi, riportati nel quarto di copertina del suo libro, Biagio Maimone si accinge a divulgare i contenuti della nuova corrente filosofica a cui egli ha voluto dar vita, denominata “Comunicazione socio-umanitaria”. Il messaggio del libro è universale,  finalizzato all’affermazione di una nuova cultura della comunicazione, tale in quanto tesa a rivedere l’uso del linguaggio e, più precisamente, della parola, alla luce delle nuove sfide dell’epoca contemporanea, permeata da nuove esigenze e, tra queste, l’esigenza di riconsegnare alla persona la sua centralità nel contesto  della  vita umana, che appare essere percorsa da continue frammentazioni.

Il messaggio veicolato dal libro nasce dalla constatazione dell’affermarsi di una subcultura della comunicazione, che bisogna contrastare in quanto determina un crescente impoverimento morale, sociale e culturale. Rilievo centrale riveste il tema della comunicazione che trasmette l’importanza della solidarietà, presupposto ineludibile da cui prendere le mosse per dirigersi verso lo sviluppo socio-umanitario.

Biagio Maimone, in veste di Direttore della Comunicazione dell’Associazione “Bambino Gesù del Cairo”, fondata da Monsignor Yoannis Lahzi Gaid, già Segretario personale di Papa Francesco, ha richiamato, mediante il giornalismo, alla necessità di far vivere il dialogo interreligioso, la pace e la solidarietà, attraverso le iniziative dell’Associazione “Bambino Gesù del Cairo” che si qualifica nei termini di attività giornalistica a favore dei bambini poveri ed ammalati dell’Egitto. L’Associazione è stata fondata in seguito alla sottoscrizione del Documento sulla “Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune” da parte di  Sua Santità Papa Francesco e da parte del Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, in data 4 febbraio 2019.

“Nel mio testo, si rimarca che la parola è vita in quanto deve generare la vita nelle sue espressioni più nobili e spirituali, perché essa penetra nelle coscienze individuali e collettive e, se è sorretta dalla violenza e dalla menzogna, crea una coscienza umana che è guidata da disvalori che impoveriscono i singoli individui e, conseguentemente, l’intera collettività ed il contesto sociale” ha

dichiarato Maimone, il quale ha aggiunto: “Umanizzare il linguaggio affinché sia veicolo della ‘Pedagogia della Vita’ definisce il significato autentico del mio impegno giornalistico, che sono certo possa essere condiviso da chi fa della comunicazione lo strumento mediante cui giungere al mondo interiore di chi ascolta, al fine di arricchirlo e non impoverirlo attraverso un uso distorto e, pertanto, nocivo del linguaggio”.

Dal Giubileo della comunicazione un invito a sanare le divisioni

“Volevo soltanto dire una parola sulla comunicazione. Comunicare è uscire un po’ da sé stessi per dare del mio all’altro. E la comunicazione non solo è l’uscita, ma anche l’incontro con l’altro. Saper comunicare è una grande saggezza, una grande saggezza!.. Comunicare quello che fa Dio con il Figlio, e la comunicazione di Dio con il Figlio e lo Spirito Santo. Comunicare una cosa divina. Grazie di quello che voi fate, grazie tante! Sono contento”: con queste brevi parole papa Francesco ha accolto i giornalisti ed i comunicatori in occasione del Giubileo della Comunicazione, che ha visto la partecipazione della giornalista filippina, che è stato Premio Nobel per la pace, Maria Ress, e dello scrittore americano Colum McCann, autore di ‘Apeirogon’, che ha sottolineato che ‘il mondo è fatto dalle storie degli altri’, raccontato attraverso l’epistolario tra Sigmund Freud ed Albert Einstein:

“Stiamo vivendo un’epoca straordinariamente umana e al contempo profondamente disumana. Da un lato, abbiamo raggiunto traguardi spettacolari nella scienza, nella medicina, nell’arte e nella tecnologia. Siamo in grado di connetterci istantaneamente gli uni con gli altri, di cogliere le sfumature delle vite altrui anche a grandi distanze. I nostri telefoni funzionano, i nostri interruttori rispondono, dai nostri rubinetti scorre l’acqua. I nostri satelliti orbitano. Le nostre medicine curano. Le macchine della nostra esistenza pulsano a un ritmo ininterrotto”.

A distanza di 100 anni da questo epistolario le domande fondamentali restano le stesse: “Come possiamo prevenire le guerre che minacciano di annientarci? Come possiamo contrastare gli effetti devastanti del cambiamento climatico? Come possiamo gestire le immense pressioni geografiche e sociali legate alla migrazione? Come possiamo affrontare le complesse questioni di identità e appartenenza? Come possiamo imparare a riconoscerci e comprenderci l’un l’altro, nonostante le crescenti divisioni? E, soprattutto, come possiamo mettere al servizio della comunicazione e della comprensione reciproca la nostra indiscutibile genialità: la tecnologia, la medicina, l’intelligenza artificiale, la fede?”

A tali domande lo scrittore ha invitato a rispondere con le storie: “Se il mondo è fatto di molecole e atomi, è anche fatto di storie. La distanza più breve tra noi non si misura in millimetri né in centimetri: è una storia. E’ attraverso le storie che ci connettiamo davvero. Le nostre vite si intrecciano. Le nostre idee risuonano. Ci alimentiamo reciprocamente. Creiamo nuova energia. I quark delle nostre esperienze si combinano fra loro per formare nuovi mattoni della realtà. Lanciamo una rete che abbraccia una comprensione molto più ampia, dando al mondo una struttura più profonda”.

Quindi le storie possono salvare solo se siamo in grado di narrarle e di ascoltarle: “La triste e brutale verità è che, nel mondo di oggi, un numero sempre maggiore di noi può farlo. L’essenza del nostro attuale dilemma non risiede tanto nel silenzio, quanto nell’atto di zittire. Quando ci rifiutiamo di ascoltare le storie degli altri o, più dolorosamente, quando impediamo loro di raccontarle, o ancora peggio, quando cancelliamo del tutto quelle loro storie, il mondo si riduce a uno spettacolo di meschinità. Il nostro rifiuto di andare oltre noi stessi ̶o almeno oltre chi non ci somiglia, chi non parla come noi, chi non vota come noi ̶è il nucleo della nostra possibile rovina”.

La chiusura alla narrazione è pericolosa: “Questa chiusura pericolosa ha il potere di annientarci. Come un’arteria ostruita, blocca il flusso vitale della nostra umanità. Il cuore si ferma. Non ci resta che confinarci nella prigione del nostro ego. Non riusciamo più ad amare il prossimo, perché abbiamo ridotto il concetto di ‘prossimo’ alla nostra immagine riflessa. E quando non vediamo altro prossimo che noi stessi, perdiamo ogni significato che vada oltre il nostro sguardo solipsistico”.

Ecco il punto centrale della narrazione, per cui senza essa gli altri si dissolvono: “Senza una storia, la presenza e persino l’esistenza degli altri si dissolvono. Questo accade in modo evidente in molti luoghi: Ucraina, Gaza, Sudan. Ma accade anche vicino a noi, nel profondo dei nostri cuori. L’annientamento delle storie di coloro che percepiamo come nemici (che in realtà non sono altro che il nostro prossimo) rappresenta una delle armi più insidiose al mondo. La nostra incapacità di accedere alle storie degli altri, ricche di sfumature e di significato, unita al rifiuto di creare spazi di ascolto e di dialogo, costituisce uno dei pericoli più gravi della nostra epoca”.

Il racconto è un modo di salvezza: “Anche il racconto di storie possiede qualità emergenti e, in questi tempi turbolenti, condividere le nostre storie e ascoltare quelle degli altri, potrebbe essere una delle poche cose in grado di salvarci. Raccontare storie è un invito all’azione. Ascoltare storie è una forma di preghiera”.

E’ l’esempio di ‘Narrative4’, network in cui si raccontano i cambiamenti: “In Narrative 4, un’organizzazione globale no-profit che dà ai giovani il potere di creare cambiamenti attraverso il racconto e l’ascolto delle storie, abbiamo scoperto una formula semplice ma potente per avviare una trasformazione. Tu racconti la mia storia, io racconto la tua. In prima persona. Faccia a faccia.

Non una storia didattica, ma una storia profondamente personale. Non qualcosa per dominare in una discussione, ma qualcosa capace di scuotere l’anima. Una parabola, se volete. Qualcosa che accede alla verità senza bisogno di fare dichiarazioni. Qualcosa che è umile. Qualcosa che abbassa la testa”.

Partendo dal suo racconto, ‘Apeirogon’, in cui narra la storia di amicizia tra un padre israeliano ed un padre palestinese, l’autore sprona a raccontare storie: “Viviamo tempi pericolosi. Non possiamo permetterci di ignorare le esperienze degli altri. Raccontare e ascoltare storie salverà il mondo? Forse sì, forse no… ma sicuramente offrirà, se non altro, uno spiraglio di luce e di comprensione. E dove c’è uno spiraglio di luce, c’è la possibilità che se ne presentino molti altri, agendo e collaborando insieme, fino a quando almeno una parte delle tenebre non verrà squarciata”.

Tali racconti offrono spunti per la reciproca comprensione: “Alla base, anche il solo fatto di essere interessati gli uni agli altri è già un trionfo. Immaginate quanti trionfi si verificano quando impariamo a comprenderci, a piacerci o, magari, anche ad amarci. Persone ordinarie, con le nostre storie straordinarie, e la nostra capacità di entrare in connessione. La distanza più breve tra il nemico e il prossimo è una storia”.

Attraverso il racconto di storie è possibile riconnettere il mondo e ciò non è sentimentalismo: “La distanza più breve tra il nemico e il prossimo è una storia. I cinici diranno che stiamo sbagliando. Che siamo degli ingenui sentimentali. Ma è davvero ingenuo e sentimentale rifiutare la speranza? I cinici sono intrappolati nelle loro convinzioni. Non sono disposti a intraprendere un cammino altrove. Restano immobili. Chiudono le tende. Spengono il GPS della loro immaginazione”.

Per un vero cambiamento il compito consiste nell’ascoltare le loro storie per approfondire la conoscenza: “Significa forse che dovremmo isolare i cinici e lasciarli dove sono? No, certamente no. Al contrario: dobbiamo abbracciarli con fiducia, ascoltarli, chinare la testa. Condividere le nostre storie e ascoltare le loro. Trovare un terreno comune. E poi andare avanti, con la speranza di aver lasciato dietro di noi un’impronta di guarigione.

In questa era esponenziale, mentre la frattura continua ad ampliarsi, l’essenza stessa della riparazione risiede nella necessità di imparare a conoscerci. E per conoscerci davvero, dobbiamo ascoltarci e comunicare. E dopo aver ascoltato, dobbiamo cercare di comprendere. Solo allora, con rispetto, gioia e coraggio, potremo cominciare a innescare il cambiamento”.

Mentre il Premio Nobel, Maria Ress, ha affermato l’importanza di tale momento giubilare: “Questo arriva proprio al momento giusto, mentre stiamo vivendo una profonda trasformazione del nostro mondo. L’ultima volta che è successo qualcosa di simile a ciò che stiamo vivendo oggi, quando le nuove tecnologie hanno permesso l’ascesa del fascismo, è stato 80 anni fa.

E’ stato più o meno l’ultima volta che un giornalista ha ricevuto il premio Nobel per la pace, tranne per il fatto che Carl von Ossietzky non è stato fortunato come me. Languiva in una prigione nazista e non poteva accettare il premio. Da molti anni ormai, ho lanciato l’allarme: proprio come a Hiroshima, una bomba atomica è esplosa nel nostro ecosistema informativo”.

Ed ha raccontato la sua storia: “Sono stato arrestato e per la prima volta ho pagato la cauzione, non posso dimenticarlo, perché è stato il regalo che il mio governo mi ha fatto per San Valentino nel 2019. In poco più di un anno, il mio governo ha presentato 10 mandati di arresto contro di me. Ho iniziato a fare un flusso di lavoro per pagare la cauzione. Non sapevo cosa sarebbe successo, ma Rappler e io abbiamo solo cercato di fare ciò che era giusto.

Ed ora 8 anni, quasi un decennio dopo, quelle 10 accuse penali sono scese a 2. Due, ancora due. Per essere qui di fronte a voi oggi, devo chiedere alla Corte Suprema delle Filippine l’autorizzazione a viaggiare. Quindi, perdi i tuoi diritti. La parte triste? Scherzo sempre dicendo che le Filippine sono passate dall’inferno al purgatorio, ma la parte triste è che vedo quello che è successo a noi nelle Filippine accadere in paesi molto più sviluppati in tutto il mondo”.

Per questo ha parlato di un ‘capitalismo della sorveglianza’, che consiste in un progetto per creare profitto: “Il capitalismo della sorveglianza, quel modello di business, è costruito su un tradimento fondamentale della dignità umana, dove la privacy dei dati è diventata un mito e l’intelligenza artificiale e gli algoritmi ci hanno clonato e manipolato.

Tre cose: ha creato camere di risonanza che esacerbano i pregiudizi esistenti; ha dato priorità al conflitto rispetto alla comprensione; ha monetizzato l’attenzione umana, ognuno di noi, a scapito della coesione sociale. Questo non è un incidente. E’ un progetto deliberato, un’architettura per il profitto che porta centinaia di miliardi di dollari all’anno a queste aziende”.

E’ una denuncia contro questa guerra dell’informazione: “A livello globale, ci sono due principali linee di frattura della società aperte, indipendentemente dal paese o dalla cultura. Sono genere e razza, e gli attacchi sono spesso alimentati dalla religione. Il sessismo che si trasforma in misoginia; e il razzismo che trova la sua strada in costituzioni come quella ungherese, dove è chiamato ‘teoria della sostituzione bianca’. Lo senti nelle notizie come immigrazione o inflazione, ma se scavi più a fondo vedrai genere e razza.

Ed  ha sottolineato che la tecnologia alimenta le fake news: “Poiché siamo in Vaticano, voglio sottolineare tre cose: primo, la tecnologia premia le bugie. Pensateci. La prima volta che ho incontrato papa Francesco, gli ho detto: questo è contro i Dieci Comandamenti; gli uomini che controllano questa tecnologia trasformativa esercitano un potere divino, ma non sono Dio. Sono solo uomini, la cui arroganza, mancanza di saggezza e umiltà sta portando il mondo su un sentiero oscuro. Sempre più spesso, secondo le loro stesse definizioni e parole, il loro potere incontrollato e incontrollabile assomiglia a una setta”.

Ha concluso l’intervento con una frase di Thomas Stearns Eliot, affermando che è possibile rimarginare le divisioni: “C’è questa citazione di T. S. Eliot che adoro sul ‘momento presente del passato’. Questo momento in cui viviamo. Dico sempre ai Rappler: questo momento, vogliamo fare la cosa giusta, perché tra un decennio, quando guarderemo indietro, vorremo dire di aver fatto tutto il possibile…

In questo momento presente del nostro passato condiviso, abbiamo una scelta, e creerà il nostro futuro tanto quanto cambierà il modo in cui guardiamo al nostro passato. Possiamo permettere alle linee di frattura nella nostra società di rompersi. Oppure possiamo lavorare per sanare queste crescenti divisioni. Perché è questo. Questo momento è importante. Ciò che scegli di fare è importante… Immaginate se lavorassimo tutti insieme. Potremmo semplicemente arginare la marea, impedire che la diga crolli e guarire il nostro mondo”.

(Foto: Santa Sede)

Il giubileo della comunicazione racconta la speranza

Fino a domenica prossima a Roma si ritrovano i comunicatori social cattolici come ha affermato il prefetto del Dicastero per la comunicazione, Paolo Ruffini: “Non è una illusione, e nemmeno un algoritmo. La speranza di cui parliamo si fa in modo concreto, è la sostanza che muove le nostre vite. E’ quella spinta che muove ciascuno di noi a credere che le cose raccontate con qualsiasi mezzo (scrittura, parola, immagini) arrivino da qualche parte a costruire una relazione con chi legge, ascolta e guarda”.

Durante il meeting point sono stati presentati gli eventi del Giubileo del mondo della comunicazione con una proiezione di un breve video contenente le testimonianze di giovani professionisti dell’informazione coinvolti nel Giubileo della Comunicazione: da Timor-Leste al Canada, passando per Rwanda, Messico, Argentina, Spagna, in un giro del mondo attraverso i volti freschi e le parole colme di fiducia di chi crede, nel suo piccolo, di potere lasciare un segno positivo.

Presentando l’evento  mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, ha affermato che è importante vivere in prima persona il Giubileo: “Solo così si è capaci di una grande sfida, narrare agli altri la speranza”. L’arcivescovo ha spiegato che lo ‘schema’ che si inaugura oggi si ripeterà più o meno per gli altri eventi.

Sulla ‘comunicabilità’ della speranza si è soffermato mons. Lucio Adrián Ruiz, segretario del Dicastero per la Comunicazione, evidenziando il legame con la ‘missionarietà’ attraverso l’impegno di ‘andare nel mondo comunicando la speranza’ partendo dalla vita quotidiana fino ai macro-eventi.

Mentre nel pomeriggio quattro testimonianze hanno aperto una finestra sugli orizzonti di chi, nel prossimo futuro, sarà chiamato a raccontare un mondo in continua trasformazione, come quella di a Mariella Matera, che dal 2019 è protagonista di uno spazio di evangelizzazione social, chiamato Alumera, un ‘sogno’ che si è realizzato nel messaggio ricevuto da una ragazza sedicenne. “Non la conoscevo, ma seguiva il mio operato. Da qui ho capito quanto fosse importante ciò che faccio”.

Oppure Tatiana Paradiso, partita per l’Africa, impegnata nel coordinamento delle comunicazioni delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù: “Fai la valigia, la settimana prossima parti per le missioni in Africa”. Invece Matteo Petri ha vissuto un’esperienza unica lavorando con i media vaticani e collaborando con l’associazione Meter, che combatte da anni la piaga degli abusi sui minori: “E’ stata una delle emozioni più grandi della mia vita da giornalista”. Invece Tommaso Cappelli ha creato una web radio ed oggi è responsabile nazionale per la comunicazione social e new media dell’Azione Cattolica Italiana.

Per questo nel messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali il papa ha questo ‘sogno’: “Sogno per questo una comunicazione che sappia renderci compagni di strada di tanti nostri fratelli e sorelle, per riaccendere in loro la speranza in un tempo così travagliato. Una comunicazione che sia capace di parlare al cuore, di suscitare non reazioni passionali di chiusura e rabbia, ma atteggiamenti di apertura e amicizia; capace di puntare sulla bellezza e sulla speranza anche nelle situazioni apparentemente più disperate; di generare impegno, empatia, interesse per gli altri… Sogno una comunicazione che non venda illusioni o paure, ma sia in grado di dare ragioni per sperare”.

(Foto: Vatican News)

Card. Zuppi invita ad essere amici della vita

Domenica 3 novembre nella basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma, in occasione della Celebrazione Eucaristica per i 70 anni della televisione, i 100 anni della radio ed i 70 anni della trasmissione della Santa Messa, partendo dal brano del Vangelo, che era un invito all’ascolto: “È una domanda molto vera, forse all’inizio fatta senza tanta convinzione, solo per discutere. Gesù E’ maestro. E’ il maestro e ci fa trovare il vero, quello che cerchiamo e di cui abbiamo bisogno non per collezionare tante risposte che alla fine non ci fanno credere più a niente”.

Ed ha sottolineato l’importanza di ascoltare Dio: “Ascoltare Dio libera da tanti idoli che si impadroniscono del cuore, a cominciare da quello così enfatizzato dalla nostra generazione che qualcuno chiama “egolatria” e che tanti sacrifici impone, rovinando proprio il nostro io. Gesù parla di amore, non un amore qualsiasi, un surrogato o un elisir di benessere, ma amore, con tutto il cuore, la mente e la forza. Mente e cuore insieme e con tutta la forza, perché l’amore vero, quello che cerchiamo non è consolatorio, un entusiasmo che finisce, ma è forte, vince le paure, cambia il mondo, si misura con il male e lo sconfigge. Gesù per primo ama con tutto sé stesso”.

L’amore coinvolge la mente ed il corpo: “Mente e cuore insieme e con tutta la forza, perché l’amore vero, quello che cerchiamo non è consolatorio, un entusiasmo che finisce, ma è forte, vince le paure, cambia il mondo, si misura con il male e lo sconfigge. Gesù per primo ama con tutto sé stesso. Ama tutti, perché sente tutti suoi e amandoli trova la bellezza nascosta in ognuno e si accorge quanto tutti hanno bisogno di amore, anche quando essi stessi non lo capiscono e si nascondono. Solo amare il prossimo fa amare sé stessi, fa capire chi siamo e il nostro valore più di qualunque interpretazione e prestazione, che non bastano mai. Amore per Dio e per il prossimo. Insieme”.

Ed ha invitato a rileggere la storia della Rai: “Questa pagina del Vangelo è il miglior piano editoriale, il palinsesto più efficace per pianificare il lavoro e renderlo sempre sorprendete e nuovo, ma anche per rileggere le azioni compiute. Oggi, in questa Basilica (che è un vero spettacolo e che con la bellezza del mosaico ci aiuta a vedere le cose del cielo, a contemplare il mistero luminoso dell’amore di Dio che si riflette su di noi e accende la luce che portiamo dentro di noi) ricordiamo e ringraziamo per i 70 anni della Televisione e per i 100 anni della Radio”.

E’ stato un ringraziamento alla Rai per il servizio che svolge: “Ringraziamo la RAI per il suo prezioso servizio. Quanto è importante presentare il mondo, la vita vera, non banalizzarla, farla conoscere, aiutare a capire e sconfiggere l’ignoranza con una conoscenza vera, profonda dell’umano e dell’umanità, del creato e delle creature e quindi, sempre, anche del creatore. Farlo richiede e esprime professionalità, creatività, rigore, servizio per fare conoscere e capire. 

L’ethos nazionale non sarebbe lo stesso, il nostro paese non sarebbe lo stesso e noi tutti non saremmo gli stessi, senza questi 70 anni di televisione. Un’intera generazione non sarebbe uscita dall’analfabetismo senza la televisione e l’Italia sarebbe stata meno unita senza questo immaginario comune che crea anche quel tanto che ci unisce. Guai a dividerlo o indebolirlo, a fare qualcosa di parte quello che è di tutti!”

Ed ha richiamato le parole di papa Francesco: “Papa Francesco, proprio alla RAI, ha detto che la vostra presenza nelle case degli italiani è come ‘un gruppo di amici che bussano alla porta per fare una sorpresa, per offrire compagnia, per condividere gioie e dolori, per promuovere in famiglia e nella società unità e riconciliazione, ascolto e dialogo, per informare e anche per mettersi in ascolto, con rispetto e umiltà’.

Continuate a esserlo, siate davvero amici della vita con sapienza e tanta umanità vera e non finta, per regalare prossimità e vicinanza, unione e appartenenza, specialmente a chi vive situazioni di isolamento o di vera e propria solitudine. Ecco il nostro augurio e sono certo sarà il vostro impegno per onorare un compito così importante e delicato. Desidero ricordare anche tutti quei colleghi che hanno offerto la loro vita per la comunicazione e l’informazione: alcuni sono diventati volti familiari, tra i più amati e conosciuti, tutti importanti”.

Ha concluso l’omelia con l’invito a raccontare la vita: “Chiediamo al Signore che lo straordinario e affascinante, a volte tragico spettacolo della vita, la scena di questo mondo, lo sappiamo raccontare e comunicare cercando sempre di amarlo, perché chi ama Dio ama il prossimo e non smette di scoprire l’incanto e la benedizione che è la vita, che a tutti chiede sempre e solo amore”.

Papa Francesco: raccontare storie di speranza

Nell’udienza odierna ai partecipanti alla plenaria del Dicastero per la Comunicazione papa Francesco ha tracciato ‘l’identikit del buon comunicatore’ richiamando i principi di verità, giustizia e pace, secondo l’esortazione di san Paolo agli Efesini letta nella liturgia odierna:

“In effetti, la vostra è una vocazione, è una missione! Con il vostro lavoro e la vostra creatività, con l’uso intelligente dei mezzi che la tecnologia mette a disposizione, ma soprattutto con il vostro cuore: si comunica con il cuore. Siete chiamati a un compito grande ed entusiasmante: quello di costruire ponti, quando tanti innalzano muri, i muri delle ideologie; quello di favorire la comunione, quando tanti fomentano divisione; quello di lasciarsi coinvolgere dai drammi del nostro tempo, quando tanti preferiscono l’indifferenza. Questa cultura dell’indifferenza, questa cultura del ‘lavarsi le mani’: ‘non tocca a me, che si arrangino’. Questo fa tanto male!”

Così il papa ha risposto alle domande su cui tale Plenaria si sta confrontando con l’auspicio che il Sinodo appena concluso diventi stile comunicativo della Chiesa: “Il Sinodo sulla sinodalità che abbiamo appena concluso diventa ora un cammino ordinario che deve farsi strada (un cammino che viene dal tempo in cui san Paolo VI ha creato il Segretariato per il Sinodo dei Vescovi); diventa lo stile col quale nella Chiesa viviamo la comunione, uno stile sinodale. In ogni espressione della nostra vita comunitaria, siamo chiamati a riverberare quell’amore divino che in Cristo ci ha attratto e ci attrae”.

La Chiesa ha come fondamento Gesù: “Ed è questo che caratterizza l’appartenenza ecclesiale: se ragionassimo e agissimo secondo categorie politiche, o aziendalistiche, non saremmo Chiesa. Questo non va! Se applicassimo criteri mondani o se riducessimo le nostre strutture a burocrazia, non saremmo Chiesa. Essere Chiesa significa vivere nella coscienza che il Signore ci ama per primo, ci chiama per primo, ci perdona per primo. E noi siamo testimoni di questa misericordia infinita, che è stata gratuitamente riversata su di noi cambiando la nostra vita”.

Infatti il cammino sinodale coinvolge tutti alla comunione ecclesiale: “Proprio in quanto comunicatori, infatti, siete chiamati a tessere la comunione ecclesiale con la verità attorno ai fianchi, la giustizia come corazza, i piedi calzati e pronti a propagare il Vangelo della pace”.

Questo è il ‘sogno’ di papa Francesco: “Sogno una comunicazione che riesca a connettere persone e culture. Sogno una comunicazione capace di raccontare e valorizzare storie e testimonianze che accadono in ogni angolo del mondo, mettendole in circolo e offrendole a tutti. Per questo sono contento di sapere che (nonostante le difficoltà economiche e l’esigenza di ridurre le spese, ne parlerò dopo di questo) vi siete ingegnati per aumentare l’offerta delle oltre cinquanta lingue con cui comunicano i media vaticani, aggiungendo le lingue lingala, mongola e kannada”.

Quella proposta dal papa è una comunicazione capace di raccontare la realtà: “Sogno una comunicazione fatta da cuore a cuore, lasciandoci coinvolgere da ciò che è umano, lasciandoci ferire dai drammi che vivono tanti nostri fratelli e sorelle. Per questo vi invito a uscire di più, a osare di più, a rischiare di più non per diffondere le vostre idee, ma per raccontare con onestà e passione la realtà.

Sogno una comunicazione che sappia andare oltre gli slogan e tenere accesi i riflettori sui poveri, sugli ultimi, sui migranti, sulle vittime della guerra. Una comunicazione che favorisca l’inclusione, il dialogo, la ricerca della pace. Quanta urgenza c’è di dare spazio agli operatori di pace! Non stancatevi di raccontare le loro testimonianze, in ogni parte del mondo”.

Insomma una comunicazione educante: “Sogno una comunicazione che educhi a rinunciare un po’ a sé per fare spazio all’altro; una comunicazione appassionata, curiosa, competente, che sappia immergersi nella realtà per poterla raccontare. Ci fa bene ascoltare storie dal sapore evangelico, che oggi come duemila anni fa ci parlano di Dio così come Gesù, suo Figlio, lo ha rivelato al mondo”.

E per attuare questo stile comunicativo è importante il coinvolgimento: “Fratelli e sorelle, non abbiate paura di coinvolgervi, di cambiare, di imparare linguaggi nuovi, di percorrere nuove strade, di abitare l’ambiente digitale. Fatelo sempre senza lasciarvi assorbire dagli strumenti che usate, senza far diventare ‘messaggio’ lo strumento, senza banalizzare, senza ‘surrogare’ nell’incontro in rete le relazioni umane vere, concrete, da persona a persona. Il Vangelo è storia di incontri, di gesti, di sguardi, di dialoghi per strada e a tavola. Sogno una comunicazione che sappia testimoniare oggi la bellezza degli incontri con la samaritana, con Nicodemo, con l’adultera, con il cieco Bartimeo”.

Richiamando la recente enciclica, ‘Dilexit nos’, papa Francesco ha chiesto aiuto nel far conoscere il ‘Cuore di Gesù’: “Aiutatemi, per favore, a far conoscere al mondo il Cuore di Gesù, attraverso la compassione per questa terra ferita. Aiutatemi, con la comunicazione, a far sì che il mondo, ‘che sopravvive tra le guerre, gli squilibri socioeconomici, il consumismo e l’uso anti-umano della tecnologia, possa recuperare ciò che è più importante e necessario: il cuore’. Aiutatemi con una comunicazione che è strumento per la comunione”.

E’ stato un invito a guardare alla speranza ed il Giubileo è un’occasione: “Nonostante il mondo sia squassato da terribili violenze, noi cristiani sappiamo guardare alle tante fiammelle di speranza, alle tante piccole e grandi storie di bene. Siamo certi che il male non vincerà, perché è Dio che guida la storia e salva le nostre vite…

Il Giubileo, che inizieremo fra qualche settimana, è una grande occasione per testimoniare al mondo la nostra fede e la nostra speranza. Vi ringrazio fin d’ora per tutto ciò che farete, per l’impegno del Dicastero nell’aiutare sia i pellegrini che verranno a Roma, sia chi non potrà viaggiare, ma grazie ai media vaticani potrà seguire le celebrazioni giubilari sentendosi unito a noi”.

In precedenza il papa aveva ricevuto in udienza i partecipanti al Congresso nazionale del Movimento di Impegno Educativo dell’Azione Cattolica (MIEAC), esortandoli a portare l’educazione cristiana nei ‘terreni inesplorati, segnati da mutamenti’: “Il servizio educativo che definisce il vostro Movimento porta con sé, oggi forse più ancora che nel passato, la sfida di operare sul piano umano e cristiano. Educare, come voi ben sapete e testimoniate, significa anzitutto riscoprire e valorizzare la centralità della persona in un contesto relazionale dove la dignità della vita umana trovi compimento e adeguati spazi per crescere”.

E’ stato un invito ad essere educatori ‘dal cuore grande’: “Educatori dal cuore grande per il bene dei ragazzi, dei giovani e degli adulti che vivono accanto a voi. Siete chiamati ad allargare il cuore (non si può avere un cuore ristretto: allargare il cuore), a non aver paura di proporre ideali alti, senza scoraggiarvi di fronte alle difficoltà. Le difficoltà ci sono e tante.

E per non perdere il filo in questi ‘labirinti della complessità’ è importante non restare da soli, ma costruire e rinsaldare i rapporti proficui con i diversi soggetti del processo educativo: le famiglie, gli insegnanti, gli animatori sociali, i dirigenti e preparatori sportivi, i catechisti, i sacerdoti, le religiose e i religiosi, senza trascurare la collaborazione con le pubbliche istituzioni. E coinvolgere i ragazzi, perché i ragazzi entrano: non devono essere passivi nel processo educativo, devono essere attivi!”

Infine anche a loro ha rivolto l’invito a ‘seminare’ la speranza con uno sguardo al Giubileo: “Guardando poi al prossimo Giubileo, tempo per seminare speranza, perché di speranza abbiamo un bisogno vitale tutti noi, vorrei lasciarvi un’ultima consegna: abbiate un’attenzione speciale per i bambini, gli adolescenti, i giovani. A loro dobbiamo guardare con fiducia, con empatia, vorrei dire con lo sguardo e con il cuore di Gesù. Sono il presente e il futuro del mondo e della Chiesa…

Attraverso i processi educativi esprimiamo il nostro amore per l’altro, per chi è vicino o ci è affidato; e, al contempo, è essenziale che l’educazione sia fondata, nel suo metodo e nelle sue finalità, sull’amore. Senza amore non si può educare. Educare sempre con amore!”

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco infonde coraggio ai fedeli

“E da questa terra così benedetta dal Creatore, vorrei insieme a voi invocare, per intercessione di Maria Santissima, il dono della pace per tutti i popoli. In particolare, lo chiedo per questa grande regione del mondo tra Asia, Oceania e Oceano Pacifico. Pace, pace per le Nazioni e anche per il creato. No al riarmo e allo sfruttamento della casa comune! Sì all’incontro tra i popoli e le culture, sì all’armonia dell’uomo con le creature!”: con queste parole papa Francesco ha terminato la recita dell’Angelus nella celebrazione eucaristica alla presenza di circa 35.000 persone con l’incoraggiamento a non temere.

Infatti sono state le parole del profeta Isaia a non temere a fare da filo conduttore all’omelia del papa: “Questa profezia si realizza in Gesù. Nel racconto di San Marco vengono messe in evidenza soprattutto due cose: la lontananza del sordomuto e la vicinanza di Gesù. La lontananza del sordomuto. Quest’uomo si trova in una zona geografica che, con il linguaggio di oggi, chiameremmo ‘periferia’. Il territorio della Decapoli si trova oltre il Giordano, lontano dal centro religioso che è Gerusalemme.

Ma quell’uomo sordomuto vive anche un altro tipo di lontananza; egli è lontano da Dio, è lontano dagli uomini perché non ha la possibilità di comunicare: è sordo e quindi non può ascoltare gli altri, è muto e quindi non può parlare con gli altri. Quest’uomo è tagliato fuori dal mondo, è isolato, è prigioniero della sua sordità e del suo mutismo e, perciò, non può aprirsi agli altri per comunicare”.

La vicinanza di Dio si mostra anche a chi vuole essere lontano: “A questa lontananza, fratelli e sorelle, Dio risponde con il contrario, con la vicinanza di Gesù. Nel suo Figlio, Dio vuole mostrare anzitutto questo: che Egli è il Dio vicino, il Dio compassionevole, che si prende cura della nostra vita, che supera tutte le distanze”.

E nella sua vicinanza Dio guarisce: “Con la sua vicinanza, Gesù guarisce, guarisce il mutismo e la sordità dell’uomo: quando infatti ci sentiamo lontani, oppure scegliamo di tenerci a distanza (a distanza da Dio, a distanza dai fratelli, a distanza da chi è diverso da noi) allora ci chiudiamo, ci barrichiamo in noi stessi e finiamo per ruotare solo intorno al nostro io, sordi alla Parola di Dio e al grido del prossimo e perciò incapaci di parlare con Dio e col prossimo”.

In questo senso la distanza non è separazione: “E voi, fratelli e sorelle, che abitate questa terra così lontana, forse avete l’immaginazione di essere separati, separati dal Signore, separati dagli uomini, e questo non va, no: voi siete uniti, uniti nello Spirito Santo, uniti nel Signore! E il Signore dice ad ognuno di voi: ‘Apriti!’ Questa è la cosa più importante: aprirci a Dio, aprirci ai fratelli, aprirci al Vangelo e farlo diventare la bussola della nostra vita”.

Quindi l’invito di Gesù è per tutti: “Anche a voi oggi il Signore dice: ‘Coraggio, non temere, popolo papuano! Apriti! Apriti alla gioia del Vangelo, apriti all’incontro con Dio, apriti all’amore dei fratelli’. Che nessuno di noi rimanga sordo e muto dinanzi a questo invito. E in questo cammino vi accompagni il Beato Giovanni Mazzucconi: tra tanti disagi e ostilità, egli ha portato Cristo in mezzo a voi, perché nessuno restasse sordo dinanzi al gioioso Messaggio della salvezza, e a tutti si potesse sciogliere la lingua per cantare l’amore di Dio”.

Al termine della celebrazione eucaristica papa Francesco ha incontrato i fedeli di Vanimo, prendendo spunto dalla bellezza della natura: “Guardandoci attorno, vediamo quanto è dolce lo scenario della natura. Ma rientrando in noi stessi, ci accorgiamo che c’è uno spettacolo ancora più bello: quello di ciò che cresce in noi quando ci amiamo a vicenda, come hanno testimoniato David e Maria, parlando del loro cammino di sposi, nel sacramento del Matrimonio. E la nostra missione è proprio questa: diffondere ovunque, attraverso l’amore di Dio e dei fratelli, la bellezza del Vangelo di Cristo”.

Nel dialogo con i fedeli papa Francesco ha rivolto loro l’esortazione all’amore come missione: “Ricordiamolo: l’amore è più forte di tutto questo e la sua bellezza può guarire il mondo, perché ha le sue radici in Dio. Diffondiamolo, perciò, e difendiamolo, anche quando il farlo può costarci qualche incomprensione, qualche opposizione. Ce lo ha testimoniato, con le parole e con l’esempio, il Beato Pietro To Rot (sposo, padre, catechista e martire di questa terra), che ha donato la sua vita proprio per difendere l’unità della famiglia di fronte a chi voleva minarne le fondamenta”.

E li ha salutati con un pensiero ai bambini: “E’ questo il dono più prezioso che potete condividere e far conoscere a tutti, rendendo Papua Nuova Guinea famosa non solo per la sua varietà di flora e di fauna, per le sue spiagge incantevoli e per il suo mare limpido, ma anche e soprattutto per le persone buone che vi si incontrano; e lo dico specialmente a voi, bambini, con i vostri sorrisi contagiosi e con la vostra gioia prorompente, che sprizza in ogni direzione. Siete l’immagine più bella che chi parte da qui può portare con sé e conservare nel cuore!”

Infine, prima di ritornare a  Port Moresby, il papa ha salutato i missionari, che lo hanno accompagnato nella ‘School & Queen of Paradise Hall’, dove ha assistito ad un breve concerto dell’orchestra degli studenti della scuola.

(Foto: Santa Sede)

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