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Matelica ha ricordato suor Chiara Augusta Lainati
Nelle scorse settimane il Monastero delle Clarisse di Matelica, in collaborazione con BAP (Biblioteca Archivio Pinacoteca) francescana delle Marche, la Pinacoteca ‘San Giacomo della Marca’ e la Provincia Picena dei Frati Minori ‘San Giacomo della Marca’, ha organizzato un convegno dedicato a suor Chiara Augusta Lainati, ad un anno dalla sua morte, con la partecipazione del prof. Marco Bartoli, docente di storia medievale alla Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) di Roma, sul tema ‘Suor Chiara Augusta Lainati e gli studi inerenti santa Chiara d’Assisi: contributo ed eredità’.
Suor Chiara Augusta Lainati era nata a Saronno (Varese) nel 1939 ed ha studiato filologia classica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano) dove ha conseguito il dottorato nel 1962 con la tesi ‘Studi su santa Chiara d’Assisi’ di cui fu relatore il prof. Ezio Franceschini. Quindici giorni dopo la difesa del dottorato entrò nel Protomonastero Santa Chiara d’Assisi, una comunità di clarisse che vantava un legame con l’Università Cattolica del Sacro Cuore già dalla fondazione da parte di p. Agostino Gemelli. Veste l’abito delle Sorelle Povere di santa Chiara il 21 gennaio 1963, emette la prima professione il 19 aprile 1964 e la professione solenne il 20 aprile 1967.
Molto ricercata in convegni e pubblicazioni con collaborazioni scientifiche sulla spiritualità francescano-clariana, ha operato anche nel campo della trasmissione del carisma francescano nonché nella formazione delle giovani clarisse in diversi monasteri. Gli ultimi anni di vita (caratterizzati da varie infermità) sono trascorsi nel monastero di Matelica, nelle Marche, dove è giunta nel 2001, fino alla sua morte avvenuta il 2 marzo dello scorso anno, festa di sant’Agnese di Boemia, figlia del re di Boemia. Assieme al francescano p. Giovanni Boccali nel 1977 scoprì ‘Audite poverelle’ ossia lo scritto in lingua volgare che Francesco d’Assisi morente inviò alla comunità di San Damiano, che nel 2000 il cantautore Angelo Branduardi musicò nel suo album ‘L’infinitamente piccolo’.
Al relatore, prof. Marco Bartoli, chiediamo di spiegarci il motivo di un convegno dedicato a suor Chiara Augusta Lainati: “Un convegno ad un anno dalla morte di una religiosa nasce anzitutto dall’affetto che le portano le sue consorelle, che hanno conosciuto in lei una testimonianza preziosa che non deve essere dimenticata. Penso anzitutto alle sorelle di Matelica, nel cui monastero suor Chiara Augusta è vissuta negli ultimi anni, ma poi a tante consorelle in tutta Italia. Accanto a loro ci sono poi tanti studiosi, frati e laici, che hanno conosciuto personalmente od attraverso i suoi scritti suor Lainati e ne hanno approfondito alcune delle intuizioni”.
Perchè diede vita alla rivista ‘Forma Sororum’, edita dalle Clarisse?
“La rivista ‘Forma Sororum’ riprende un’antica intuizione di Chiara d’Assisi, che era in contatto epistolare con Agnese di Boemia e probabilmente con molte altre religiose in diversi luoghi della cristianità: vivere in clausura non significa precludersi ogni comunicazione con l’esterno, al contrario, un’intensa vita di fede presuppone l’esigenza di essere comunicata e condivisa con altri. Suor Chiara Augusta ha riletto in chiave moderna questa intuizione dando vita ad una rivista che è, da una parte, uno strumento di comunicazione tra i diversi monasteri di clarisse delle diverse obbedienze in Italia e, d’altra parte, un’occasione per dialogare con quanti e quante, al di fuori del mondo claustrale, sentono il piacere di entrare in relazione con le sorelle povere”.
Quanto sono stati importanti i suoi studi su santa Chiara?
“Suor Chiara Augusta Lainati, sin dai suoi studi all’Università Cattolica di Milano ha colto l’originalità della testimonianza di Chiara d’Assisi e per prima ne ha indicato l’importanza per la comprensione dell’intero mondo minoritico. E’ stata lei ha produrre la prima raccolta di testi redatti da Sorelle Povere nel corso dei secoli. E’ stata sempre lei a suggerire l’inserimento delle Fonti clariane nel volume delle Fonti Francescane, pubblicato per la prima volta nel 1977.
La sua biografia di Chiara ha avuto un successo editoriale straordinario, con traduzioni in tante lingue. E sempre lei è stata all’origine della scoperta di uno straordinario testo di Francesco d’Assisi, l’ ‘Audite poverelle’. Madre Chiara Augusta era una donna del Concilio Vaticano II, da cui ha preso tra l’altro l’invito per i religiosi a tornare al carisma dei fondatori. Il suo contributo alla comprensione del carisma francescano/clariano resta imprescindibile”.
Quanto è importante la santità femminile nell’ordine francescano?
“I Frati minori per molto tempo hanno sottovalutato l’importanza di Chiara d’Assisi, la quale invece rimase fedele, per tutti i 27 anni in cui è sopravvissuta a Francesco, all’ideale dei primi tempi della fraternitas minoritica. Aver ricollocato Chiara dentro il carisma francescano è significato dare il giusto valore alla dimensione spirituale e contemplativa che fu anche di Francesco d’Assisi e che, troppe volte, è messa di lato nella consapevolezza dei frati minori. D’altra parte madre Lainati ha sempre ricordato alle sue consorelle clarisse che il carisma clariano non si comprende se non in profonda unità con quello francescano”.
Cosa significa ricordare suor Lainati?
“Ricordare madre Chiara Augusta Lainati vuol dire dare eco ad un’intuizione evangelica, quella di Francesco e di Chiara, che lei ha compreso e descritto come pochi altri. La fedeltà creativa a questa intuizione evangelica può essere seme di futuro in un mondo che ha sempre più bisogno di ritrovare un orientamento”.
Mons. Pompili: imparare l’arte del dialogo
“Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti, ma volentieri, come piace a Dio, non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. Pietro sta descrivendo la personalità di chi ha una responsabilità verso gli altri e declina tre qualità indispensabili”: ha preso sviluppo dalla lettera dell’apostolo Pietro il discorso di mons. Domenico Pompili alla città in occasione della festa del patrono san Zeno, vissuto nel secolo IV, patrono di Verona e della comunità diocesana.
Nella basilica a lui dedicata il vescovo ha evidenziato i rischi da evitare nella comunicazione politica: “La prima è la libertà e non la costrizione; la seconda è il disinteresse e non il perseguimento di propri interessi; la terza è l’esemplarità e non lo strapotere. Tutto questo si riverbera nel modo di comunicare. A tal proposito mi sembra che due siano ai nostri giorni i rischi da evitare nella comunicazione politica.
Il primo è l’ipocrisia di chi nasconde le sue vere intenzioni, esasperando o sottostimando la realtà. Ad esempio, quando si dà una lettura allarmistica dell’immigrazione piuttosto che interpretarla in modo rigoroso. Oppure quando si sottostima il tema della salute o della cultura. L’altro rischio è la polarizzazione del discorso politico che giunge fino al discredito, all’insinuazione, alla calunnia dell’altro”.
Ed ha diviso la comunicazione autentica da quella non autentica in quanto rileva la ‘qualità’ di una comunità civile: “Comunque la si pensi, ciò che è decisivo è comprendere che la comunicazione decide della qualità di una comunità. Una comunicazione autentica genera coesione. Per contro, una comunicazione inautentica produce caos”.
Lo diceva Dietrich Bonoheffer che ‘occorre saggezza nel dire il vero’: “Le ‘narrazioni’, infatti, non si limitano mai a trasmettere informazioni, ma danno sempre forma ad una comunità… si richiede una “etica del discorso” contro le mistificazioni ideologiche e le condizioni sociali oppressive. Una comunicazione etica non finge di essere neutra: dichiara il proprio punto prospettico; custodisce le differenze, senza ipocrisie; sostiene un conflitto giusto, riportandolo al bene della comunità; è fatta di dialogo e l’esito di un dialogo è sempre imprevisto, prevede una corrispondenza soggettiva tra i pensieri, le parole e le emozioni; stimola e accetta la capacità critica; conosce l’importanza del non detto e dell’indicibile”.
Questa è la sfida decisiva: “Portare avanti una comunicazione autentica, nel pubblico come nel privato, è questione decisiva. Oggi una delle sfide più importanti è quella di promuovere una comunicazione capace di farci uscire dalla ‘torre di Babele’ in cui talvolta ci troviamo, dalla confusione di linguaggi senza amore, spesso ideologici o faziosi”.
Infatti comunicare è trasmettere cultura, come ha detto papa Leone XIV: “La comunicazione, infatti, non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura, di ambienti umani e digitali che diventino spazi di dialogo e di confronto. Disarmiamo la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo e odio; purifichiamola dall’aggressività, come invita a fare papa Leone XIV, che colpisce il mondo per il suo tratto nitido e discreto”.
Quindi è necessaria una comunicazione capace di ascolto: “Non serve una comunicazione fragorosa, muscolare, ma piuttosto una comunicazione capace di ascolto, di raccogliere la voce dei deboli che non hanno voce. Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra. San Zeno, il cui eloquio, stando ai suoi scritti, è stato chiaro e delicato, aiuti Verona a reimparare l’arte del dialogo con tutti e su tutto”.
Ed il discorso sulla libertà era stato sviluppato, qualche giorno prima alla commemorazione della scuola cattolica di Castelletto a 75 anni dalla fondazione: “Quante volte abbiamo visto studenti paralizzati davanti alla libertà di scelta? Il ‘peso della libertà’ è reale e dobbiamo preparare i nostri ragazzi ad affrontarlo. La dimensione esistenziale dell’essere umano è quella dell’aut-aut: siamo continuamente chiamati a fare scelte, e ogni scelta esclude altre possibilità.
Educare alla libertà significa anche educare a questa responsabilità. In questo, il messaggio evangelico ci offre una prospettiva preziosa: la libertà autentica non è assenza di legami, ma capacità di far fiorire relazioni feconde, in cui ciascuna vita può essere pienamente sé stessa”.
E’ stato un invito agli educatori ad essere accompagnatori: “Il nostro ruolo: accompagnare senza dominare. Natalia Ginzburg ci offre una risposta illuminante sul nostro ruolo di educatori: dobbiamo essere importanti per coloro che ci sono affidati come studenti e studentesse, ‘e tuttavia non troppo importanti’. E’ un equilibrio delicato: essere presenti senza dominare, offrire una guida senza imporre una direzione, testimoniare che il male è attraversabile ma non pretendere imitazione. La libertà dei nostri giovani non è un nostro prodotto, ma un processo che possiamo solo accompagnare e facilitare”.
E li ha paragonati ad essere ‘giardinieri’: “Come educatori, siamo più simili a dei giardinieri che a dei costruttori: possiamo creare le condizioni favorevoli, ma è la pianta stessa che deve crescere secondo la propria natura… Educare alla libertà e alla speranza implica sempre un rischio. E’ più facile trasmettere certezze che insegnare a navigare nell’incertezza. E’ più comodo imporre regole che aiutare a scoprire principi. E’ più rassicurante controllare che lasciar andare”.
In questo consiste l’educazione alla libertà: “Ma se vogliamo davvero essere educatori autentici, dobbiamo avere il coraggio di affrontare questo rischio. I nostri studenti, come le barche, non sono fatti per restare in porto, ma per navigare in mare aperto. La nostra missione come educatori ispirati al Vangelo è testimoniare che un altro mondo è possibile, anche quando tutto sembra spingere alla rassegnazione. Come nella storia di Nicodemo, tutto può sempre accadere, anche quando il buio della notte sembra inghiottire ogni speranza.
Con la nostra passione educativa ispirata al Vangelo come verità liberante, possiamo offrire ai nostri studenti non un porto sicuro, ma la bussola, le stelle e, soprattutto, il coraggio per intraprendere il viaggio della libertà e della speranza. Un viaggio che, come per ogni gabbiano che si rispetti, non può che essere singolare e inconfondibile”.
(Foto: diocesi di Verona)
Il monito di papa Francesco a coloro che comunicano, alla società e alla Chiesa di avvalersi di una comunicazione le cui basi siano l’umiltà nell’ascoltare e la parresia nel parlare
Il saggio di Biagio Maimone intitolato ‘La Comunicazione Creativa per lo Sviluppo Socio-Umanitario’, edito dalla Casa Editrice Tracceperlameta, ha ricevuto lo scorso anno la Benedizione Apostolica di Sua Santità Papa Francesco e l’apprezzamento del Segretario di Stato della Santa Sede, Cardinale Pietro Parolin, del Presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura, Cardinale Gianfranco Ravasi, e dell’Imam Nader Akkad della Grande Moschea di Roma.
Il libro è stato presentato nell’Istituto Italiano di Cultura di New York, e , in Italia, nella Camera dei Deputati e nel Senato. Citiamo le parole di Sua Santità Papa Francesco, contenute nella pergamena, in cui è impartita la Benedizione Apostolica: “Sua Santità assicura un ricordo nella preghiera e, mentre auspica che la società, così come la Chiesa, si avvalgano di una comunicazione le cui basi siano l’umiltà nell’ascoltare e la parresia nel parlare, che non separi mai la verità dalla carità, invoca l’intercessione della Santa Vergine Maria e di cuore imparte la Benedizione Apostolica, con l’augurio di ogni bene nel Signore”.
Comunicare per Papa Francesco significava avere l’umiltà di ascoltare e porre la parresia come principio-guida del parlare. Dire la verità, dunque, fonda il senso della comunicazione per Papa Francesco, a cui è imprescindibile uniformarsi per essere valore indiscutibile. Il saggio di Biagio Maimone, definito il “giornalista dei poveri”, propone la necessità di un nuovo modello comunicativo che ponga al centro la relazione umana ed, ancor più, l’emancipazione morale della società odierna.
Sulla scorta della constatazione delle innumerevoli comunicazioni distorte, veicolate dai media e da molti mezzi di comunicazione, compresi i social ed alcuni contesti del mondo politico, foriere di sottocultura, che non può essere consentita in quanto impoverisce la società civile deteriorando le relazioni umane, Biagio Maimone ritiene che non sia più rimandabile la necessità di far vivere un linguaggio scevro da menzogne, da offese e dal turpiloquio.
La violenza, il cyberbullismo e l’incitazione all’odio non devono essere avvolti dal silenzio, ma combattuti da un sano impegno che disciplini l’uso della parola in modo che essa non divenga strumento di violenza facendo degenerare l’intera società verso l’involuzione morale. Nell’ambito della vita politica, ultimamente, si fa strada sempre più l’uso di toni molto violenti ed anche l’utilizzo dell’insulto per esprimere il proprio dissenso. Ciò avviene anche nell’ambito della politica internazionale.
Si evidenzia come la modalità aggressiva sia considerata da parte di molti esponenti del mondo politico quella più appropriata per esporre il proprio punto di vista. Ma è certo anche che si vuole far vivere unicamente una forma di comunicazione che veicoli aggressività per creare paura del potere, ingenerando un processo comunicativo tipico del politicamente scorretto.
“Nel mio libro invito a riscoprire il linguaggio sorretto dalla parola gentile, che è il modo più evoluto di comunicare il proprio pensiero affinché si instauri un processo di confronto e di dialogo, che apra le porte all’inclusione e non all’esclusione, che ha lo scopo di riscattare la necessità di far vivere la molteplicità delle idee, per evitare che si affermi il pensiero unico.
La classe politica dovrebbe dirigersi verso una nuova modalità di comunicare più orientata a fare in modo che il linguaggio sia sorretto dalla riflessione profonda, tale in quanto genera contenuti e non insulti, al fine di coinvolgere i cittadini e stimolare il loro il bisogno di partecipazione alla vita sociale, politica ed economica, da cui sembrano volersi allontanare sempre più, sconvolti dalla rozzezza dei modi di chi si occupa della cosa pubblica, che lancia frecce avvelenate verso chi è ritenuto avversario.
Pensare, riflettere, approfondire, leggere in profondità è una necessità non più rimandabile, che viene offuscata da chi non ha contenuti capaci di interpretare i bisogni umani, a cui occorre fornire risposte adeguate, ed utilizza l’inganno della parola violenta, sorretta dalla menzogna, per rivolgersi a chi, invece, è tenuto a donare solo verità e impegno per realizzare lo sviluppo socio-umanitario” ha affermato l’autore Biagio Maimone . “La Comunicazione diventa futuro” è lo slogan che identifica l’impegno di Biagio Maimone.
Egli ritiene, infatti, che il futuro per essere finalizzato al progresso umano debba far propria una nuova modalità di comunicare che veicoli la pedagogia della vita, della pace, della fratellanza umana, della parola vitale che educa le coscienze dei singoli affinché essi si dirigano sulla strada della vera emancipazione umana, oltre l’impoverimento morale ed anche materiale.
Egli, pertanto, pone in risalto l’importanza della cultura umana da riversare nel contesto della comunicazione ampiamente intesa, affinché si pongano le fondamenta di un nuova e migliorativa modalità di trasmettere informazioni affinché esse possano arricchire , sempre più, l’universo interiore di coloro che le recepiscono, alimentandolo con verità e valori morali e spirituali, senza i quali l’essere umano viene deprivato di quei contenuti che ne fanno un soggetto pensante capace di costruire un mondo accogliente in cui viva la legalità, la fratellanza umana e quella bellezza che sgorga dall’animo di chi si è nutrito di cultura umana, unica cultura che consente il miglioramento delle relazioni umane e lo sviluppo socio-umanitario.
Per Biagio Maimone occorre superare gli stereotipi che sorreggono la comunicazione, sia quella giornalistica, sia quella di ogni altro media, nonché quella istituzionale e politica , necessariamente legata ai vari ambiti della vita umana e sociale, al fine di creare un nuovo modello comunicativo che prenda le mosse dai suoni, dai colori e dalle voci legati al sentimento, scaturenti dall’interiorità e dalla spiritualità umana.
Dare voce agli infiniti linguaggi depositati nell’intimo di ognuno egli ritiene debba essere l’intento del nuovo comunicatore, animato dalla finalità primaria di educare all’apprendimento di un linguaggio che fondi le sue radici nei valori insiti nell’animo umano. Il linguaggio dovrà divenire, pertanto, vettore di valori e non di offese ed insulti, come sovente si verifica.
Partendo dal linguaggio, ripulito dal desiderio di ferire e ridimensionare l’altro, si potrà anche ricreare la relazione umana, rendendola scevra da conflitti lesivi della dignità dell’interlocutore per orientarla all’ascolto autentico, che è creativo di benefici reciproci.
Biagio Maimone definisce tale processo comunicativo “Comunicazione creativa della dimensione socio-umanitaria”, che potrà essere utilizzato dagli operatori degli Uffici Stampa, dai giornalisti e da chiunque si prefigga l’obiettivo di rendere la comunicazione una professione di elevato valore morale e sociale.
Altisonante ed indicativa di un preciso impegno concreto è la sua affermazione: “La Bellezza – non vi è dubbio – tornerà ad essere il volto magnifico della vita. La forza prorompente della Bellezza, che la Parola ha il dovere di trasmettere, sconfigge ogni male!
È scritto nel Vangelo, è scritto nel cuore degli uomini di Buona Volontà ed è scritto nelle trame vitali dell’esistenza, che nessuno potrà mai distruggere perché esse appartengono alla Vita e la Vita è la ragione stessa dell’esistere umano”. Partendo da tali principi, riportati nel quarto di copertina del suo libro, Biagio Maimone si accinge a divulgare i contenuti della nuova corrente filosofica a cui egli ha voluto dar vita, denominata “Comunicazione socio-umanitaria”.
Il messaggio del libro è universale, finalizzato all’affermazione di una nuova cultura della comunicazione, tale in quanto tesa a rivedere l’uso del linguaggio e, più precisamente, della parola, alla luce delle nuove sfide dell’epoca contemporanea, permeata da nuove esigenze e, tra queste, l’esigenza di riconsegnare alla persona la sua centralità nel contesto della vita umana, che appare essere percorsa da continue frammentazioni. Rilievo centrale riveste il tema della comunicazione che trasmette l’importanza della solidarietà, presupposto ineludibile da cui prendere le mosse per dirigersi verso lo sviluppo socio-umanitario.
Biagio Maimone, in veste di Direttore della Comunicazione dell’Associazione “Bambino Gesù del Cairo”, fondata da Monsignor Yoannis Lahzi Gaid, già Segretario personale di Papa Francesco, ha richiamato, mediante il giornalismo, alla necessità di far vivere il dialogo interreligioso e il dialogo interculturale, la pace e la solidarietà, attraverso le iniziative dell’Associazione, che si qualifica nei termini di attività di comunicazione giornalistica a favore dei bambini poveri ed ammalati dell’Egitto. L’Associazione è stata fondata in seguito alla sottoscrizione del Documento sulla “Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune” da parte di Sua Santità Papa Francesco e da parte del Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, in data 4 febbraio 2019..
Il suddetto Documento ha dato vita a numerosi frutti, tra i quali la realizzazione della Casa della Famiglia Abramitica, edificata nella città di Abu Dhabi, che è uno tra i progetti più rilevanti in quanto pone le basi del dialogo interreligioso creando uno spazio fisico, un territorio comune su cui sono stati edificati tre luoghi di culto diversi (una Chiesa, una Sinagoga e una Moschea), posti l’uno accanto all’altro, in ciascuno dei quali si praticano religioni diverse, le quali si interfacciano reciprocamente per dialogare su ogni tema della vita religiosa ed umana.
Gli altri progetti seguiti dal giornalista Maimone sono stati l’Orfanotrofio ‘Oasi della Pietà’, che è stato inaugurato il 5 maggio 2024 nella città Il Cairo, le Cliniche Mobili itineranti, l’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù del Cairo”, che è il primo Ospedale del Papa fuori dall’Italia, la “Scuola della Fratellanza Umana” per le persone portatrici di disabilità, la “Catena dei Ristoranti della Fraternità Umana”, denominata ‘Fratello’, che offre pasti gratuiti alle famiglie bisognose egiziane.
“Nel mio testo, si rimarca che la parola è vita in quanto deve generare la vita nelle sue espressioni più nobili e spirituali, perchè essa penetri nelle coscienze individuali e collettive e, se è sorretta dalla violenza e dalla menzogna, crea una coscienza umana che è guidata da disvalori che impoveriscono i singoli individui e, conseguentemente, l’intera collettività ed il contesto sociale” ha dichiarato Maimone, il quale ha aggiunto: “Umanizzare il linguaggio affinché sia veicolo della ‘Pedagogia della Vita’ definisce il significato autentico del mio impegno giornalistico, che sono certo possa essere condiviso da chi fa della comunicazione lo strumento mediante cui giungere al mondo interiore di chi ascolta, al fine di arricchirlo e non impoverirlo attraverso un uso distorto e, pertanto, nocivo del linguaggio”.
Papa Leone XIV ai giornalisti: intraprendete una comunicazione di pace
“Buongiorno e grazie per questa bellissima accoglienza! Dicono che quando si applaude all’inizio non vale granché! Se alla fine sarete ancora svegli e vorrete ancora applaudire, grazie mille!”: ha esordito in inglese papa Leone XIV nell’udienza con gli operatori della comunicazione nell’Aula Paolo VI, esortando a ‘non cedere mai alla mediocrità’ ed a promuovere una comunicazione di ‘farci uscire dalla confusione di linguaggi senza amore’, ricevendo in dono una sciarpa in alpaca delle Ande peruviane ed una reliquia di papa Luciani.
Ringraziando i giornalisti per il loro lavoro papa Leone XIV ha proposto la beatitudine di Gesù nel ‘discorso della montagna’: “Nel ‘Discorso della montagna’ Gesù ha proclamato: ‘Beati gli operatori di pace’. Si tratta di una Beatitudine che ci sfida tutti e che vi riguarda da vicino, chiamando ciascuno all’impegno di portare avanti una comunicazione diversa, che non ricerca il consenso a tutti i costi, non si riveste di parole aggressive, non sposa il modello della competizione, non separa mai la ricerca della verità dall’amore con cui umilmente dobbiamo cercarla”.
Quindi è un chiaro segnale che la pace inizia attraverso un accurato utilizzo delle parole: “La pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri; e, in questo senso, il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire ‘no’ alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra”.
Per questo subito ha chiesto la liberazione dei giornalisti, che rischiano la vita per raccontare la realtà: “Permettetemi allora di ribadire oggi la solidarietà della Chiesa ai giornalisti incarcerati per aver cercato di raccontare la verità, e con queste parole anche chiederne la liberazione di questi giornalisti incarcerati.
La Chiesa riconosce in questi testimoni (penso a coloro che raccontano la guerra anche a costo della vita) il coraggio di chi difende la dignità, la giustizia e il diritto dei popoli a essere informati, perché solo i popoli informati possono fare scelte libere. La sofferenza di questi giornalisti imprigionati interpella la coscienza delle Nazioni e della comunità internazionale, richiamando tutti noi a custodire il bene prezioso della libertà di espressione e di stampa”.
Il giornalismo è un servizio alla verità: “Voi siete stati a Roma in queste settimane per raccontare la Chiesa, la sua varietà e, insieme, la sua unità. Avete accompagnato i riti della Settimana Santa; avete poi raccontato il dolore per la morte di papa Francesco, avvenuta però nella luce della Pasqua. Quella stessa fede pasquale ci ha introdotti nello spirito del Conclave, che vi ha visti particolarmente impegnati in giornate faticose; e, anche in questa occasione, siete riusciti a narrare la bellezza dell’amore di Cristo che ci unisce tutti e ci fa essere un unico popolo, guidato dal Buon Pastore”.
Ma per raccontare la verità occorre non ‘cedere’ alla mediocrità, citando un discorso di sant’Agostino: “Viviamo tempi difficili da percorrere e da raccontare, che rappresentano una sfida per tutti noi e che non dobbiamo fuggire. Al contrario, essi chiedono a ciascuno, nei nostri diversi ruoli e servizi, di non cedere mai alla mediocrità. La Chiesa deve accettare la sfida del tempo e, allo stesso modo, non possono esistere una comunicazione e un giornalismo fuori dal tempo e dalla storia.
Come ci ricorda sant’Agostino, che diceva: ‘Viviamo bene e i tempi saranno buoni’. Noi siamo i tempi. Grazie, dunque, di quanto avete fatto per uscire dagli stereotipi e dai luoghi comuni, attraverso i quali leggiamo spesso la vita cristiana e la stessa vita della Chiesa. Grazie, perché siete riusciti a cogliere l’essenziale di quel che siamo, e a trasmetterlo con ogni mezzo al mondo intero”.
Papa Leone XIV ha invitato ad usare bene le parole: “Oggi, una delle sfide più importanti è quella di promuovere una comunicazione capace di farci uscire dalla ‘torre di Babele’ in cui talvolta ci troviamo, dalla confusione di linguaggi senza amore, spesso ideologici o faziosi. Perciò, il vostro servizio, con le parole che usate e lo stile che adottate, è importante”.
Infatti anche la comunicazione crea cultura: “La comunicazione, infatti, non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura, di ambienti umani e digitali che diventino spazi di dialogo e di confronto. E guardando all’evoluzione tecnologica, questa missione diventa ancora più necessaria. Penso, in particolare, all’intelligenza artificiale col suo potenziale immenso, che richiede, però, responsabilità e discernimento per orientare gli strumenti al bene di tutti, così che possano produrre benefici per l’umanità. E questa responsabilità riguarda tutti, in proporzione all’età e ai ruoli sociali”.
Per questo ha ripreso le parole di papa Francesco a ‘disarmare le parole’, come ha scritto nel messaggio per la prossima giornata delle Comunicazioni Sociali: “Per questo ripeto a voi oggi l’invito fatto da papa Francesco nel suo ultimo messaggio per la prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: disarmiamo la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo e odio; purifichiamola dall’aggressività. Non serve una comunicazione fragorosa, muscolare, ma piuttosto una comunicazione capace di ascolto, di raccogliere la voce dei deboli che non hanno voce”.
Ed ha concluso il discorso invitando i giornalisti ad intraprendere una ‘comunicazione di pace’: “Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra. Una comunicazione disarmata e disarmante ci permette di condividere uno sguardo diverso sul mondo e di agire in modo coerente con la nostra dignità umana. Voi siete in prima linea nel narrare i conflitti e le speranze di pace, le situazioni di ingiustizia e di povertà, e il lavoro silenzioso di tanti per un mondo migliore. Per questo vi chiedo di scegliere con consapevolezza e coraggio la strada di una comunicazione di pace”.
(Foto: Santa Sede)
Fr. Massimo Fusarelli: il magistero di papa Francesco è stato francescano
“Con animo commosso e grato, mi rivolgo a tutti voi nel momento in cui la Chiesa e il mondo intero piangono la scomparsa di papa Francesco, il primo pontefice nella storia ad aver scelto il nome del nostro Serafico Padre. Questa scelta, fatta la sera stessa della sua elezione, ha rivelato sin dall’inizio l’orientamento del suo pontificato: un ritorno sempre nuovo alla semplicità evangelica, alla Chiesa vicina ai poveri, al primato della misericordia e dell’incontro con ogni persona umana”: con queste parole inizia la lettera del ministro generale dell’ordine dei Frati Minori, fra Massimo Fusarelli, pubblicata in occasione della morte di papa Francesco.
In questa lettera il ministro generale dei frati minori ha evidenziato i tratti francescani del suo pontificato: “Al cuore della parola e dell’azione di papa Francesco c’è stata una lettura immediata e diretta del Vangelo, quella stessa che spinse Francesco d’Assisi a dire: ‘Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore’. Abbiamo visto nel Santo Padre quella capacità di cogliere l’essenza dell’annuncio evangelico senza sovrastrutture, senza compromessi con le logiche mondane, con un’immediatezza che colpiva direttamente il cuore delle persone.
La spiritualità ignaziana, che ha formato il papa, si è intrecciata mirabilmente con la sensibilità francescana nell’atteggiamento contemplativo verso la Parola di Dio, nella capacità di ‘vedere e toccare’ la carne di Cristo nei poveri e sofferenti di ogni tipo, nella ricerca costante della volontà di Dio attraverso il discernimento”.
Quindi tutto il magistero del papa è francescano: “Tutto questo magistero si traduce in una visione di Chiesa che ricorda da vicino quella primitiva fraternità francescana: una Chiesa in uscita, non autoreferenziale, povera e per i poveri, che cerca di ristabilire la dignità degli scartati, che si fa ‘ospedale da campo’ per curare le ferite dell’umanità piuttosto che fortezza arroccata nelle proprie sicurezze.
Possiamo dire che la visione di Chiesa come popolo di Dio pellegrino nella storia, maturata con il Concilio Vaticano II, ha trovato nel nostro compianto Santo Padre un testimone e un artefice convinto e coraggioso. Come il nostro Serafico Padre, anche Papa Francesco ha tessuto il suo pontificato con gesti che sono parabole viventi, linguaggio senza parole che invita a guardare oltre l’apparenza”.
Anche il suo modo di comunicare è stato semplice ed innovativo: “Il linguaggio di papa Francesco, immediato, concreto, a volte persino colloquiale, ci ha ricordato la predicazione di san Francesco, che utilizzava immagini semplici, parabole comprensibili, gesti eloquenti per raggiungere il cuore delle persone. Come il Poverello che predicava agli uccelli e componeva canti in volgare, papa Francesco ha saputo trovare modalità comunicative capaci di attraversare le barriere sociali e culturali.
I suoi neologismi (‘misericordiare’, ‘primerear’), le sue metafore pastorali (la Chiesa come ‘ospedale da campo’), le sue immagini efficaci (i pastori che ‘hanno l’odore delle pecore’) hanno dato nuova freschezza all’annuncio evangelico di sempre, rendendolo più accessibile alla sensibilità contemporanea”.
Sia per san Francesco che per papa Francesco è stato fondamentale l’incontro con i poveri: “Per entrambi, l’incontro con i poveri non è un’attività tra le altre, ma l’esperienza fondativa della propria conversione, il luogo teologico dove Cristo stesso si rivela. Il povero è ‘segno, quasi sacramento della presenza di Dio’, come affermava il papa, e l’incontro con lui è capace di trasformare ‘in dolcezza d’anima e di corpo’ l’amarezza dell’esistenza.
Come per il Santo di Assisi, anche per papa Francesco questa attenzione ai poveri apre vie nuove alla stessa comprensione della fede. I poveri diventano così non solo destinatari della nostra carità, ma nostri maestri spirituali che ci evangelizzano. ‘I poveri ci salvano’, ha ripetuto spesso il pontefice, perché ci strappano dall’autoreferenzialità, dall’illusione di autosufficienza, dall’idolatria della ricchezza, e ci riportano all’essenziale del Vangelo”.
Il ministro generale nella lettera ha ricordato il pellegrinaggio del papa ad Assisi per ritrovare la ‘purezza evangelica’: “E’ significativo che papa Francesco abbia scelto di compiere il suo primo viaggio apostolico proprio ad Assisi, e che vi sia tornato numerose volte, per sottolineare come la speranza cristiana nasca proprio dalla povertà evangelica, dal distacco che ci rende liberi perché totalmente affidati a Dio.
In questo itinerario spirituale, che va dalla Regola alle Stimmate al Transito, possiamo vedere una sintesi perfetta del cammino che papa Francesco ha proposto alla Chiesa durante il suo pontificato: un ritorno continuo alla purezza evangelica, passando attraverso la conformazione a Cristo crocifisso, per giungere alla pienezza della speranza cristiana”.
Quindi il papato di Francesco è uno sprone per l’ordine francescano: “La vita e il magistero di papa Francesco rappresentano per noi francescani una potente chiamata a riscoprire l’essenzialità del nostro carisma, a tornare al cuore del Vangelo, a vivere con maggiore autenticità la nostra vocazione di fratelli e minori. Il suo esempio ci invita a una conversione continua, a uscire dalle nostre sicurezze per andare incontro agli altri, specialmente ai più poveri, ad abbracciare con coraggio le sfide del nostro tempo, a essere promotori di pace in un mondo lacerato, a custodire la creazione come nostra casa comune”.
Per questo il ministro generale dell’ordine francescano ha invitato a non disperdere questa ‘eredità’: “In questo momento di dolore ma anche di profonda gratitudine, raccogliamo questa eredità spirituale che ci viene consegnata, impegnandoci a viverla con rinnovato slancio nelle nostre fraternità e nei nostri ministeri”.
Concludendo la lettera ha evidenziato la centralità della Madre di Dio nel ministero del papa: “Nel suo ministero, il Papa ha costantemente richiamato alla centralità di Maria nella storia della salvezza, non come figura accessoria, ma come protagonista attiva del piano divino. Si è recato in pellegrinaggio a tanti santuari mariani, dal primo giorno del suo pontificato quando si recò a Santa Maria Maggiore, fino alle visite a Fatima, a Loreto, ad Aparecida e tanti altri luoghi di devozione mariana nel mondo”.
Per questo il papa era ‘affezionato’ a Maria ‘Salus Populi Romani’: “La sua preghiera davanti all’icona di Maria ‘Salus Populi Romani’ prima e dopo ogni viaggio apostolico richiama il gesto di Francesco che, prima di morire, volle essere portato a Santa Maria degli Angeli. In entrambi vibra quell’affidamento totale alla Madre che ha caratterizzato i nostri Santi più autentici.
Papa Francesco ha spesso sottolineato come in Maria si ritrovi la sintesi di ciò che siamo chiamati ad essere come Chiesa: accogliente, generativa, contemplativa, missionaria… La mariologia di papa Francesco, come quella del Poverello, non è mai disincarnata o sentimentale, ma profondamente cristocentrica ed ecclesiale. Maria è la ‘prima discepola’, colei che custodisce la Parola e cammina nella fede; è la ‘Madre della Chiesa’ che genera continuamente nuovi figli nel dolore ai piedi della Croce; è la ‘Stella dell’evangelizzazione’ che guida i nostri passi nell’annuncio del Vangelo fino agli estremi confini della terra”.
Comunicare speranza: la vita e l’arte di Chris Cappell
“Comunicare speranza: la vita e l’arte di Chris Cappell” è il tema di un incontro con i giovani che si è tenuto all’Università Europea di Roma, nell’ambito del Laboratorio di comunicazione “Non sei un nemico!”, attività del Centro di Formazione Integrale che incoraggia una cultura di dialogo, di accoglienza e di ascolto degli altri.
Chris Cappell è il nome d’arte di Christian Cappelluti, cantautore di grande talento scomparso nel 1998 a soli 22 anni. La sua storia e i suoi ideali hanno ispirato la vita di tanti ragazzi nel mondo. Ne hanno parlato, all’Università Europea di Roma, Jacopo Cherzad, Responsabile della Fondazione Christian Cappelluti ETS, e il giornalista Carlo Climati, Direttore del Laboratorio di comunicazione. Jacopo Cherzad ha mostrato i tanti frutti nati dalla memoria di Christian, come i progetti della Fondazione che porta il suo nome e che è diventata un’occasione di speranza e solidarietà.
“Le tante attività che la Fondazione porta avanti, ispirandosi al pensiero di Christian, si concentrano principalmente sull’educazione e sui bisogni dei più giovani”, ha spiegato Jacopo Cherzad. “I progetti sono diffusi su quattro continenti: dalla costruzione del Chris Cappell College di Anzio a quello gemello di Paravur in India, dalle borse di studio alla Wake Forest University nel North Carolina ai tanti interventi umanitari in Africa. Negli anni, migliaia di giovani e giovanissimi hanno beneficiato dell’attività della Fondazione e hanno conosciuto la storia di Christian, sentendolo come un amico”. Carlo Climati ha illustrato l’arte poetica di Chris Cappell e i messaggi di speranza dei suoi testi, ascoltando alcune canzoni insieme ai ragazzi presenti all’incontro.
“Nel suo Messaggio per la 51ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, Papa Francesco ha invitato a comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo. Nell’anno del Giubileo, che ha come tema la speranza, la vita di Chris Cappell rappresenta un bellissimo esempio per tutti noi”, ha concluso Carlo Climati. “L’incontro all’Università Europea di Roma è una bella opportunità per riflettere sui grandi ideali che la vita di un giovane può ispirare per sempre. Il meraviglioso dono di Christian è quello di offrirci uno sguardo verso l’infinito e una visione di speranza nel domani”.
Basta spot per l’azzardo camuffati da campagne informative
Mettiamoci in gioco, la Campagna nazionale contro i rischi del gioco d’azzardo, esprime forte preoccupazione per la recente diffusione di video spot pubblicitari in favore del gioco d’azzardo che si presentano formalmente come campagne informative sul ‘gioco responsabile’, come previsto nel decreto Legislativo 25 marzo 2024 numero 41. Il suddetto decreto, infatti, stabilisce che ‘il concessionario investe annualmente una somma pari allo 0,2% dei suoi ricavi netti, comunque non superiore ad € 1.000.000 per anno, in campagne informative ovvero in iniziative di comunicazione responsabile’.
Di fatto, come denunciato dalla campagna a suo tempo, queste iniziative finiscono per essere chiari messaggi promozionali in favore del gioco d’azzardo e, in particolare, dei concessionari che le commissionano, i cui loghi sono ben presenti negli spot. ‘Mettiamoci in gioco’ sottolinea, ancora una volta, che l’enfasi sul ‘gioco responsabile’, così come sul ‘gioco legale’, non assicura in alcun modo una limitazione degli effetti negativi della diffusione del gioco d’azzardo, soprattutto quando l’offerta dell’azzardo raggiunge livelli abnormi, come accade nel nostro paese, sia nell’online sia nei nostri territori. E la situazione diventerebbe ben peggiore se il governo eliminasse, o riducesse fortemente, il divieto di pubblicità del gioco d’azzardo introdotto con il decreto Dignità del 2012.
La pressione in favore del gioco, specie nei confronti dei cittadini più fragili, diventerebbe ancora più insostenibile, viste le ingenti risorse che i concessionari sono pronti a investire per promuovere l’azzardo. Spiace, poi, vedere che personaggi ben noti al pubblico si prestino come testimonial per sostenere un settore che crea così tanti e così gravi problemi sanitari, sociali ed economici a un numero sempre più alto di persone in tutto il paese.
Nel 2024 in Italia sono stati ben 160 i miliardi di euro giocati, stabilendo così un nuovo record. Dati allarmanti se correlati con le più accreditate indagini sulla dipendenza da gioco d’azzardo. Lo studio IPSAD del CNR-IFC stima in circa 20 milioni gli italiani tra i 18 e gli 84 anni (43%del totale) che hanno giocato d’azzardo almeno una volta nel corso del 2022 e in 800mila gli italiani della stessa fascia d’età che presentavano in quell’anno un profilo di gioco a rischio da moderato a severo. L’indagine sottolineava che sono proprio le persone con redditi mensili e titoli di studio più bassi a diventare più frequentemente giocatori problematici o dipendenti.
Lo studio ESPAD del CNR-IFC sugli studenti tra i 15 e i 19 anni stima in 1.300.000 (51% del totale) coloro che hanno giocato almeno una volta nel corso del 2022, in quasi 130mila i giocatori a rischio e in oltre 67mila i giocatori problematici.
Per queste ragioni, la Campagna Mettiamoci in gioco chiede al governo di non modificare quanto disposto nel decreto Dignità e, piuttosto, di cancellare la possibilità per i concessionari di promuovere “campagne informative” inevitabilmente destinate a rafforzare e indirizzare la domanda di azzardo.
Imam Nader Akkad della Grande Moschea di Roma su libro di Maimone: ‘Invita ad una riflessione profonda sul valore della parola vitale, foriera di dialogo e pace’
“E’ con grande piacere scrivere queste riflessioni per il libro ‘La comunicazione creativa per lo sviluppo socio-umanitario’ di Biagio Maimone, un’opera che invita alla riflessione profonda sull’importanza delle parole e sulla loro capacità di arricchire o impoverire le relazioni umane. In un’epoca in cui la comunicazione è spesso appiattita dalla superficialità e dall’influenza di una subcultura comunicativa diseducativa, Biagio ci esorta a riconsiderare il potere del linguaggio come strumento umanitario e sociale.
L’autore afferma con forza che ‘la parola è vita’, un’affermazione che ci ricorda come le nostre comunicazioni debbano generare essenze vitali, impregnate di significato e valore. Questo richiamo alla responsabilità etica e morale della comunicazione è di fondamentale importanza, poiché le parole devono essere al servizio dell’emancipazione umana e della costruzione di un dialogo autentico e costruttivo. In quest’ottica, il libro diventa un appello a generare quella ‘bellezza morale’ attraverso la parola, un insegnamento capace di migliorare le relazioni umane e di educare le coscienze”, ha dichiarato l’Imam Nader Akkad della Grande Moschea di Roma, Presidente del Consiglio EuroMediterraneo per il Dialogo, copresidente Commissione internazionale Mariana Musulmano Cristiana della Pontificia Accademia Mariana Internazionalis, in merito al libro del giornalista Biagio Maimone intitolato ‘La Comunicazione Creativa per lo sviluppo socio-umanitario’.
Il libro ha ricevuto la Benedizione Apostolica di Sua Santità Papa Francesco e l’apprezzamento del Segretario di Stato della Santa Sede, Cardinale Pietro Parolin, e del Cardinale Gianfranco Ravasi.
Maimone è Direttore dell’ufficio stampa dell’Associazione Bambino Gesù del Cairo, il cui Presidente è Monsignor Yoannis Lazhi Gaid, già Segretario personale di Sua Santità Papa Francesco.
L’ Imam ha aggiunto: “Biagio Maimone ci invita a riflettere su come la comunicazione possa diventare uno strumento di pace e di dialogo, fondamentale per il progresso umano e per un futuro che valorizzi la dignità di ogni individuo. In questo contesto, desidero sottolineare un aspetto ulteriore della comunicazione creativa, quello rappresentato dal contatto fisico umano e dall’abbraccio fraterno, simbolo di unità e solidarietà.
Le immagini che ritraggono Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar durante la firma del Documento sulla Fratellanza Umana sono particolarmente significative in tal senso. Quell’abbraccio, colmo di rispetto e apertura, esprime un messaggio potente e universale: la riconciliazione e la cooperazione possono nascere anche dalle differenze.
In un mondo sempre più connesso, in cui le parole possono viaggiare in un istante, non dobbiamo dimenticare che la comunicazione più profonda avviene spesso attraverso gesti semplici e autentici. L’abbraccio fraterno, come quello immortalato in quelle immagini, offre un potente esempio di come il contatto umano possa trascendere le parole, veicolando messaggi di pace, comprensione e amicizia che raggiungono il cuore delle persone, ispirando una vera e duratura fraternità.
Il libro di Biagio Maimone rappresenta una guida preziosa e necessaria in un’epoca complessa, invitandoci a utilizzare la comunicazione come un mezzo per promuovere la bellezza morale e a coltivare relazioni umane autentiche. Attraverso le parole e i gesti, costruiamo insieme un mondo in cui il dialogo e la pace siano i fondamenti della nostra convivenza”.
Inoltre l’Imam Nader Akkad della Grande Moschea di Roma ha pregato per la salute di papa Francesco: “La figura di Papa Francesco è una figura trasversale: è il Papa di ‘Fratelli Tutti’, non soltanto dei Fratelli Cristiani Cattolici, è il Papa che ha dato voce all’intera umanità”. Il Grande Imam ha aggiunto: “Porgo i miei auguri ai fratelli cristiani che inizieranno la quaresima. Il mese in cui siamo entrati può dar vita al dialogo fraterno tra due comunità religiose in preghiera e in digiuno”.
Coach o challenge?
Leggevo un articolo stimolante su korazym.org, dove si parla di un interessantissimo libro, credo utile anche a chi vuole essere coach o coach cattolico, ma sul serio, non solo per arricchirsi. Nei mesi scorsi, invece, mi è capitato di vedere qualcosa pubblicato da Altroconsumo. Partiamo da ciò che ho letto. Si tratta di un articolo su un’opera dedicata alla comunicazione tra le persone a livello sociale e umano a cui il papa, lo scorso anno, ha impartito la sua benedizione. La Comunicazione Creativa per lo Sviluppo Socio-Umanitario si schiera contro chi cerca di fare passare il messaggio che un linguaggio libero da menzogne, insulti e parolacce sia un modo vincente per vivere.
Al mondo ci sono diverse e illusorie comunicazioni distorte che i giovani e le persone sole ,alla ricerca di informazioni e compagnia, ritrovano nei media e, in particolare i social. E qui, purtroppo, finisce la parte bella, almeno momentaneamente. Perché leggevo una petizione (ok, diffusa dai social, ma solo allo scopo di farla conoscere) che tratta proprio dei pericoli ancora in atto per chi bazzica i servizi di rete sociali senza saperne di più.
Altroconsumo, infatti, ha dichiarato da un po’ ‘guerra aperta’ a Tik Tok. Nonostante alcune repressioni che si diceva di aver fatto a tutte le piattaforme sociali durante il lockdown, esistono ancora messaggi negativi che provocano danni irreparabili alla salute veicolati dalle challenge. Sinceramente, la competizione, i confronti e quindi le challenge hanno iniziato a rompere le scatole ai Millennials da diverso tempo, forse è per questo che, qualcuno veramente provato da tutto ciò, ha deciso di inventarsi queste ‘garette’ stupide. Sì, perché non solo non portano a nulla di buono, se non al pericolo, ma molte sono false.
Nonostante ciò che si vede sullo schermo, (o che vogliono farci credere di aver visto) non viene fatto davvero ciò che si ‘promette’ nel video,almeno non nel modo in cui viene mostrato al pubblico. Tagli, app per modificare cose e persone vengono utilizzati per fare brillare chi non ha luce e così, accecati dal riflesso della luna, i ‘polli’ non vedono il vero raggio di sole. Già, per molti ‘creators’ i fan, chi accetta le challenge eccetera sono ‘polli’ da spennare per arrivare alla propria ed unica realizzazione. Loro sono i migliori, ma se barano? Che gusto c’è a vincere truccando i risultati?
Perché fingere di saper fare quando non è così? Lo scopo dell’ultima challenge contro cui si batte Altroconsumo è quello distringersi la pelle delle guance fino a che non compaiono ematomied echimosi vicino agli zigomi, ottenendo un aspetto da duro e fingere di aver partecipato a una rissa. Si chiama cicatrice francese e, come molte challenge di Tik Tok, sembra innocua, i danni di questa ‘sfida’, infatti, sono permanenti. I soggetti che ne hanno subito le conseguenze sono principalmente ragazzi.
A marzo 2024, l’Autorità Garante della concorrenza e del mercato aveva già sanzionato TikTok chiedendo ai responsabili della piattaforma € 10.000.000, proprio per non aver controllato in modo adeguato e permesso la diffusione di contenuti che invitano, soprattutto i giovani, a partecipare a challenge pericolose. Ricordiamo che molti bambini sono già morti a causa delle challenge di TikTok, seguite da quelle di Facebook e YouTube.
Tik Tok pare essere ancora uno dei luoghi virtuali più pericolosi per le ‘sfide’, quindi Altroconsumo, insieme agli altri paesi del gruppo Euroconsumers (il network di organizzazioni di consumatori del quale fa parte Altroconsumo), ha inviato una lettera al già menzionato social, evidenziando che esso non ha implementato misure sufficienti per la protezione di minori e persone vulnerabili dai rischi causati dalla diffusione di contenuti che mettono in pericolo la loro vita o salute. Per questo viene chiesto a TikTok di rimediare alla situazione attraverso
un risarcimento per ciascun partecipante alla cosiddetta sfida cicatrice francese, poiché ha subito un danno diretto e irreversibile partecipandovi, senza conoscerne la pericolosità. Viene richiesto anche di implementare e dimostrare, entro tre mesi, l’adozione di misure sufficienti a prevenire la diffusione di materiali che presentano rischi per il benessere psicologico e fisico degli utenti, in particolare dei minori e degli individui vulnerabili, rendendo la piattaforma un luogo virtuale sicuro dove chi non sempre può distinguere realtà e fantasia, come i minori, pur avendo la propensione a imitare la condotta di gruppo, non abbiano più danni del genere. E’ vero che anche genitori e scuola dovrebbero aiutare in questo ma sappiamo che, ormai, il ‘potere’ è in mano ai ‘creators’.
Sono loro che vengono seguiti perché promettono le luci della ribalta. Chiunque voglia firmare la petizione di Altroconsumo, può farlo qui: https://www.altroconsumo.it/azioni-collettive/risarcimento-danni-cicatrice-tiktok?utm_source=facebook&utm_me dium=fb-sponsored-ads&utm_campaign=tiktok-risarcimento&fbclid=IwZXh0bgNhZW0BMABhZGlkAasWabM4fDIBHcJbuxC1tqP7iCMUGUvMybD5KHFnupMT1kOQUDWauUoL5-jcRGYoSKaEIQ_aem_wsh5NKT6LCVpxTM-eEwkBQ&utm_id=120208078706210738&utm_content=120208403011830738&utm_term=12020807870620073.
In un contesto come questo, è molto importante il messaggio del libro di cui sopra. Tutti i luoghi virtuali , i media ecc che propongono sottocultura, violenza, il cyberbullismo, ma anche bullismo quando applicato nella vita reale, e l’incitazione all’odio vanno contrastati. Si può mostrare che la parola, detta o scritta, dà importanza alla persona umana, al suo valore interiore di individuo. La violenza e generalizza
zioni, stereotipazioni varie, portano alle guerre,all’odio tra vicini e lontani, facendo regredire l’umanità ad uno stato in cui vince solo il più forte, non il più sveglio.
Trionfa il furbo, non il saggio. Sempre fermarsi a riflettere prima di fare, di credere, copiare ciò che i social propongono, idem alcuni tipi di siti che utilizzano in modo scorretto (spero sappiamo tutti quali, date le notizie di cronaca) dell’intelligenza artificiale. Anche questa modifica le cose e può ingannare chi non è totalmente a conoscenza della materia o chi non ne sa nulla. Siamo arrivati ad un tempo in cui non puoi più credere a quello che vedi, ma neanche a quello che senti. Un mondo robotico, modificato che, se cerchi di seguire, prima o poi ti frega. Se cerchi di essere te stesso con le tue imperfezioni, le tue difficoltà, le tue possibilità sei cacciato e definito meno bravo o capace.
C’è chi lo vive ogni giorno. In un mondo in cui conta il vero talento, una persona con difficoltà potrebbe ancora farsi notare e dimostrare che, nonostante le problematiche, c’è la fa e ha un minimo di abilità residue e verrebbe apprezzata. Si parla molto di dare importanza al merito, ma chi soffre ogni giorno e si impegna per fare contenuti di qualità, nonostante tutto, non ha merito? Non ne ha di più di chi modifica, taglia e cuce dicendo che quella cosa si può fare, che lui o lei ci ha provato e ha raggiunto quel risultato? Usciamo dall’illusione e, se proprio dobbiamo seguire i social, facciamolo cercando persone che, nonostante lo schermo, siano quello che sono.
Abbattiamo le barriere della solitudine creando un nuovo modello di comunicazione, come proposto dal libro preso in esame a inizio articolo, e mettiamo al primo posto la relazione umana. Solo stando davvero tutti uniti, anche con gli ultimi, gli emarginati perché malati single, anziani o altro potremo arrivare all’emancipazione morale ed umana della società, come auspica il testo del giornalista di America Oggi TV. Perché è proprio con parole di affetto, comprensione,a lodando e non offendendo, suggerendo e non criticando che il mondo si unisce e non si sente solo.
Senza la solitudine, quella che ti lascia da solo anche in mezzo alla gente perché diverso, che finalmente tutti avremo qualcuno e non dovremo più ‘attaccarci’ alle solite poche persone che, quando se ne vanno, ti lasciano un buco affettivo dentro tale da spingerti a cercare all’infinito di ricreare la stessa relazione. Se si riesce si riallaccia con la persona stessa, altrimenti si cerca il medesimo legame con altri. Inevitabilmente, però, si cade nella trappola del ‘simile’ e quindi si resta ancora delusi. Per chi è solo, vulnerabile o anziano, ad esempio, è normale attaccarsi ad alcuni affetti dentro o fuori la famiglia.
Chi gli sta accanto è tutto per lui e non sa cosa fare se ‘resta solo’. Sì, è qui che mi sento di collegare il brano ‘La cura per me’ di Giorgia. Perché non tratta solo di una relazione d’amore uomo donna come coppia. Ascoltando le parole si può intendere anche un amore di altro tipo. La scrittura di Blanco, questa volta, ha portato ad un testo che permette a molte categorie di persone sole, ‘lasciate indietro’ di identificarsi nel pezzo. E perché ci sono sempre più persone sole che aspettano quel solo essere umano che dà loro amore e attenzione? Proprio perché le parole usate per comunicare sono negative, di esclusione e non di inclusione ( no, non sto parlando di woke né quello positivo iniziale né quello travisato poi, ma di valore dell’essere umano).
Le parole dei media sono spesso di morte perché parlano sempre di cose negative, anche quando ci sono rari casi in cui un malvagio si pente davvero o altro che può ribaltare la notizia. Perché, quando si parla di true crime non si trattano di più le rare storie di chi ce l’ha fatta e ha ripreso in mano la sua vita? Tutti noi conosciamo almeno due esempi, ma per quanto ne hanno parlato? Troppo poco. Spazio, invece, viene dato a chi non si pente o finge di farlo per suoi motivi. La colpa, però, è di chi gestisce i media e obbliga, in alcuni casi, i suoi dipendenti a parlare in un certo modo.
Mettiamo prima parole di vita, esperienze e persone positive:le notizie buone ci sono, se solo uno le va a cercare. Se siamo stati educati al brutto e all’esclusione, possiamo essere educati al bello e all’inclusione. Perché i social non propongono sfide positive come imitare persone realmente esistite che hanno fatto cose grandi? Perché non si parla di più di non violenza? Una bella challenge sarebbe quella di non dire brutte parole su qualcuno per una settimana. Nessuna parola che possa generare odio e lite.
Un’altra potrebbe essere quella di non alzare le mani contro l’altro , piuttosto stringere un antistress. Girando il significato della parola, le challenge potrebbero diventare positive ed essere svolte anche in classe e in famiglia. Si può anche dare un premio gustoso alla fine della gara. Non è certo che le challenge, anche ribaltate, siano positive al 100×100, ma per cambiare non si può togliere tutto subito, si deve modificare e guardare le cose da un altro punto di vista.
Papa Francesco invita a condividere la speranza nel messaggio delle Comunicazioni Sociali
“In questo nostro tempo segnato dalla disinformazione e dalla polarizzazione, dove pochi centri di potere controllano una massa di dati e di informazioni senza precedenti, mi rivolgo a voi nella consapevolezza di quanto sia necessario (oggi più che mai) il vostro lavoro di giornalisti e comunicatori. C’è bisogno del vostro impegno coraggioso nel mettere al centro della comunicazione la responsabilità personale e collettiva verso il prossimo”:
comincia così il messaggio di papa Francesco per la 59^ Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, intitolato ‘Condividete con mitezza la speranza che sta nei vostri cuori’, con l’esortazione ad essere “comunicatori di speranza, incominciando da un rinnovamento del vostro lavoro e della vostra missione secondo lo spirito del Vangelo”.
Con questo messaggio il papa invita a ‘disarmare’ la comunicazione, cioè a non suscitare ‘reazioni istintive’: “Troppo spesso oggi la comunicazione non genera speranza, ma paura e disperazione, pregiudizio e rancore, fanatismo e addirittura odio. Troppe volte essa semplifica la realtà per suscitare reazioni istintive; usa la parola come una lama; si serve persino di informazioni false o deformate ad arte per lanciare messaggi destinati a eccitare gli animi, a provocare, a ferire”.
Quindi non si può raccontare la realtà solo attraverso slogan: “Ho già ribadito più volte la necessità di “disarmare” la comunicazione, di purificarla dall’aggressività. Non porta mai buoni frutti ridurre la realtà a slogan. Vediamo tutti come (dai talk show televisivi alle guerre verbali sui social media) rischi di prevalere il paradigma della competizione, della contrapposizione, della volontà di dominio e di possesso, della manipolazione dell’opinione pubblica”.
Per questo il papa ha messo in guardia da una ‘dispersione’ dell’attenzione: “C’è anche un altro fenomeno preoccupante: quello che potremmo definire della ‘dispersione programmata dell’attenzione’ attraverso i sistemi digitali, che, profilandoci secondo le logiche del mercato, modificano la nostra percezione della realtà. Succede così che assistiamo, spesso impotenti, a una sorta di atomizzazione degli interessi, e questo finisce per minare le basi del nostro essere comunità, la capacità di lavorare insieme per un bene comune, di ascoltarci, di comprendere le ragioni dell’altro”.
E’ un invito a non cedere alla logica della creazione del ‘nemico’, citando mons. Tonino Bello: “Sembra allora che individuare un “nemico” contro cui scagliarsi verbalmente sia indispensabile per affermare sé stessi. E quando l’altro diventa “nemico”, quando si oscurano il suo volto e la sua dignità per schernirlo e deriderlo, viene meno anche la possibilità di generare speranza. Come ci ha insegnato don Tonino Bello, tutti i conflitti ‘trovano la loro radice nella dissolvenza dei volti’. Non possiamo arrenderci a questa logica”.
Con un riferimento alla prima lettera di Pietro il papa ha invitato a dare ‘ragione’ della speranza: “Nella Prima Lettera di Pietro troviamo una sintesi mirabile in cui la speranza viene posta in connessione con la testimonianza e con la comunicazione cristiana: ‘Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto’. Vorrei soffermarmi su tre messaggi che possiamo trarre da queste parole”.
Quindi la speranza ha un ‘volto’, che si manifesta nella bellezza dell’amore di Dio: “Adorate il Signore, nei vostri cuori: la speranza dei cristiani ha un volto, il volto del Signore risorto. La sua promessa di essere sempre con noi attraverso il dono dello Spirito Santo ci permette di sperare anche contro ogni speranza e di vedere le briciole di bene nascoste anche quando tutto sembra perduto. Il secondo messaggio ci chiede di essere pronti a dare ragione della speranza che è in noi… I cristiani non sono anzitutto quelli che ‘parlano’ di Dio, ma quelli che riverberano la bellezza del suo amore, un modo nuovo di vivere ogni cosa”.
Questo va fatto con ‘dolcezza’: “La comunicazione dei cristiani (ma direi anche la comunicazione in generale) dovrebbe essere intessuta di mitezza, di prossimità: lo stile dei compagni di strada, seguendo il più grande Comunicatore di tutti i tempi, Gesù di Nazaret, che lungo la strada dialogava con i due discepoli di Emmaus facendo ardere il loro cuore per come interpretava gli avvenimenti alla luce delle Scritture”.
Quindi il ‘sogno’ del papa consiste in una comunicazione in grado di parlare al ‘cuore’: “Sogno per questo una comunicazione che sappia renderci compagni di strada di tanti nostri fratelli e sorelle, per riaccendere in loro la speranza in un tempo così travagliato. Una comunicazione che sia capace di parlare al cuore, di suscitare non reazioni passionali di chiusura e rabbia, ma atteggiamenti di apertura e amicizia; capace di puntare sulla bellezza e sulla speranza anche nelle situazioni apparentemente più disperate; di generare impegno, empatia, interesse per gli altri”.
Una comunicazione che non è autoreferenziale: “Sogno una comunicazione che non venda illusioni o paure, ma sia in grado di dare ragioni per sperare… Per fare ciò dobbiamo guarire dalle ‘malattie’ del protagonismo e dell’autoreferenzialità, evitare il rischio di parlarci addosso: il buon comunicatore fa sì che chi ascolta, legge o guarda possa essere partecipe, possa essere vicino, possa ritrovare la parte migliore di sé stesso ed entrare con questi atteggiamenti nelle storie raccontate. Comunicare così aiuta a diventare ‘pellegrini di speranza’, come recita il motto del Giubileo”.
E’ un invito a realizzare la speranza come ‘progetto comunitario’ di rinascita come dono della misericordia di Dio: “Pensiamo per un momento alla grandezza del messaggio di questo anno di grazia: siamo invitati tutti (davvero tutti!) a ricominciare, a permettere a Dio di risollevarci, a lasciare che ci abbracci e ci inondi di misericordia. Si intrecciano in tutto questo la dimensione personale e quella comunitaria. Ci si mette in viaggio insieme, si compie il pellegrinaggio con tanti fratelli e sorelle, si attraversa insieme la Porta Santa”.
Per questo il Giubileo è un invito alle ‘opere sociali’: “Il Giubileo ha molte implicazioni sociali. Pensiamo ad esempio al messaggio di misericordia e speranza per chi vive nelle carceri, o all’appello alla vicinanza e alla tenerezza verso chi soffre ed è ai margini. Il Giubileo ci ricorda che quanti si fanno operatori di pace ‘saranno chiamati figli di Dio’. E così ci apre alla speranza, ci indica l’esigenza di una comunicazione attenta, mite, riflessiva, capace di indicare vie di dialogo”.
Il messaggio papale è un incoraggiamento a raccontare le ‘storie’: “Vi incoraggio perciò a scoprire e raccontare le tante storie di bene nascoste fra le pieghe della cronaca; a imitare i cercatori d’oro, che setacciano instancabilmente la sabbia alla ricerca della minuscola pepita. E’ bello trovare questi semi di speranza e farli conoscere.
Aiuta il mondo ad essere un po’ meno sordo al grido degli ultimi, un po’ meno indifferente, un po’ meno chiuso. Sappiate sempre scovare le scintille di bene che ci permettono di sperare. Questa comunicazione può aiutare a tessere la comunione, a farci sentire meno soli, a riscoprire l’importanza del camminare insieme”.
Infine il messaggio è un invito a curare il ‘cuore’, cioè l’interiorità e la relazione: “Essere miti e non dimenticare mai il volto dell’altro; parlare al cuore delle donne e degli uomini al servizio dei quali state svolgendo il vostro lavoro. Non permettere che le reazioni istintive guidino la vostra comunicazione. Seminare sempre speranza, anche quando è difficile, anche quando costa, anche quando sembra non portare frutto. Cercare di praticare una comunicazione che sappia risanare le ferite della nostra umanità”.
Ed ha enucleato alcune ‘azioni’ che possono dare ‘fiducia’ alla speranza: “Dare spazio alla fiducia del cuore che, come un fiore esile ma resistente, non soccombe alle intemperie della vita ma sboccia e cresce nei luoghi più impensati: nella speranza delle madri che ogni giorno pregano per rivedere i propri figli tornare dalle trincee di un conflitto; nella speranza dei padri che migrano tra mille rischi e peripezie in cerca di un futuro migliore; nella speranza dei bambini che riescono a giocare, sorridere e credere nella vita anche fra le macerie delle guerre e nelle strade povere delle favelas.
Essere testimoni e promotori di una comunicazione non ostile, che diffonda una cultura della cura, costruisca ponti e penetri nei muri visibili e invisibili del nostro tempo. Raccontare storie intrise di speranza, avendo a cuore il nostro comune destino e scrivendo insieme la storia del nostro futuro. Tutto ciò potete e possiamo farlo con la grazia di Dio, che il Giubileo ci aiuta a ricevere in abbondanza”.




























