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Formazione: patto Regione Friuli Venezia Giulia e Rondine promuove competenze trasversali

“Il protocollo d’intesa firmato tra la Regione Friuli Venezia Giulia e l’associazione Rondine Cittadella della Pace è finalizzato a promuovere lo sviluppo delle competenze trasversali e il successo formativo degli studenti. Come amministrazione regionale siamo da sempre impegnati nella valorizzazione di percorsi formativi innovativi di respiro internazionale e nel sostegno alle giovani generazioni. Un impegno che coniuga didattica tradizionale e apprendimento non formale e informale, con l’obiettivo di potenziare le competenze trasversali e le soft skills”.

Lo ha affermato l’assessore regionale al Lavoro, formazione, istruzione, ricerca, università e famiglia Alessia Rosolen che nei giorni scorsi ha sottoscritto, insieme al vicepresidente di Rondine Angiolo Fabbroni, un’importante partnership:

“In un contesto segnato da profondi cambiamenti sociali, rapidi sviluppi tecnologici e persistenti tensioni globali – ha spiegato Rosolen – le competenze trasversali rappresentano uno strumento essenziale per affrontare l’incertezza e gestire le sfide contemporanee. Attraverso questa collaborazione intendiamo integrare nel sistema scolastico regionale, valorizzando gli strumenti già disponibili per l’ampliamento dell’offerta formativa, un modello educativo innovativo orientato al dialogo e alla crescita personale degli studenti, con ricadute significative sia a livello locale sia internazionale”.

Nel dettaglio, l’intesa – di carattere pluriennale – mira a favorire l’introduzione nelle scuole del territorio, nel rispetto dell’autonomia scolastica, metodologie innovative capaci di favorire la diffusione di un approccio trasformativo e generativo al conflitto, la cittadinanza attiva e il benessere sociale.

La collaborazione punta, inoltre, a contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030, in particolare nei campi dell’educazione, dell’inclusione e del benessere; a rafforzare le competenze trasversali dei giovani; a prevenire fenomeni di degenerazione della conflittualità sociale e della dispersione scolastica; e a promuovere sinergie tra scuole, università, enti e imprese.

Rondine Cittadella della Pace è un’associazione internazionale con sede ad Arezzo, nel borgo omonimo che dal 1998 accoglie giovani provenienti da Paesi in guerra o in fase post-bellica, promuovendo percorsi di convivenza e dialogo. All’interno del borgo è stato sviluppato il “Metodo Rondine”, riconosciuto a livello nazionale e internazionale.

Nel 2020 il Ministero dell’Istruzione e Rondine hanno siglato un accordo per la diffusione del metodo nelle scuole, valorizzandolo come strumento di welfare di comunità e di innovazione educativa, con particolare attenzione alla gestione dei conflitti, all’educazione civica e alla diplomazia educativa digitale. Nel tempo, l’associazione ha ottenuto numerosi riconoscimenti e attivato collaborazioni con istituzioni e organizzazioni internazionali, tra cui Maeci, Onu, Osce, Unione europea e Unesco.

Rondine ha inoltre collaborato con diversi soggetti del territorio regionale al progetto ‘Sport for Peace’, iniziativa volta a valorizzare i cosiddetti ‘luoghi terzi’, come lo sport, quali spazi privilegiati di dialogo e coesione sociale. Per i vertici dell’associazione, che hanno ringraziato la Regione per aver riconosciuto il valore del ‘Metodo Rondine’ e per aver scelto di investire nello sviluppo delle competenze trasversali e nella crescita integrale delle giovani generazioni, la firma di questo protocollo d’intesa rappresenta un passo significativo verso la costruzione di una scuola sempre più capace di rispondere alle sfide del nostro tempo.

Durante l’evento è stato ricordato che Rondine da oltre 20 anni lavora per trasformare il conflitto in opportunità di apprendimento e di relazione, accompagnando i giovani in percorsi di consapevolezza, dialogo e responsabilità. Portare questo approccio nelle scuole significa contribuire a formare cittadini più liberi, capaci di affrontare le complessità del presente con spirito critico e apertura.

Questa collaborazione rafforza l’impegno comune nel promuovere un modello educativo che mette al centro la persona, la qualità delle relazioni e la costruzione di comunità inclusive e pacifiche, nella convinzione che investire oggi nell’educazione al dialogo e alla gestione dei conflitti significhi costruire basi solide per il futuro, a livello locale e internazionale.

Funerali: nasce una scuola per le oltre 7.000 imprese in Italia

Nasce una scuola per la formazione del personale delle oltre 7.000 imprese funebri attive oggi in Italia. L’iniziativa è di Federcofit, la Federazione del comparto funerario italiano, che ha dato vita alla Scuola Italiana Professioni Funebri (SIPROF), una nuova struttura di formazione specializzata che intende offrire percorsi flessibili e di alto livello pensati per migliorare non solo la professionalità, ma anche la crescita personale e la qualità della vita di chi sceglie di operare nelle professioni funebri.

Questa iniziativa è basata sul nuovo portale www.siprof.it, dove è già possibile iscriversi a numerosi corsi di formazione, da remoto o in presenza, per entrare nel mondo delle professioni funebri o approfondire e migliorare la preparazione dei titolari e degli operatori delle imprese del settore.

Diversi sono i corsi disponibili, tra cui tanatoestetica e tanatoprassi, gestione amministrativa del decesso, medicina necroscopica e legale, direttore tecnico e operatore di impresa funebre, addetto alla trattazione degli affari, marketing e vendita, comunicazione e customer service. Il catalogo SIPROF, che è in costante aggiornamento, propone sia la formazione tecnica e obbligatoria per operare all’interno delle imprese funebri, sia percorsi di formazione comportamentale e relazionale, orientati allo sviluppo personale e alla qualità delle relazioni professionali.

Grazie a docenti esperti e programmi sempre aggiornati alle normative, ogni studente viene accompagnato in un percorso completo che integra competenze tecniche e operative, conoscenze normative, capacità relazionali e gestionali e sensibilità nella cura delle famiglie dolenti e delle situazioni delicate.

“SIPROF nasce dalla lunga esperienza nella formazione di Federcofit, in risposta alle profonde trasformazioni che il settore funerario sta attraversando oggi in Italia, legate al cambiamento delle modalità di vivere ed elaborare il lutto”, ha dichiarato Davide Veronese, presidente nazionale di Federcofit.

“In questo nuovo scenario, il valore del servizio funebre non si misura più esclusivamente nella fornitura di beni e servizi, ma anche nella capacità di offrire un’esperienza professionale fondata su empatia, ascolto e competenza. I corsi di SIPROF sono dunque progettati per rendere i partecipanti pienamente consapevoli del proprio ruolo, sicuri delle proprie competenze e pronti ad affrontare le sfide di questo settore, contribuendo a generare valore e a lasciare un’impronta positiva nel ricordo delle famiglie dolenti”. Ulteriori informazioni su www.siprof.it

San Vincenzo De Paoli: oltre 100 italiani formati tra minorile e adulti per il volontariato in carcere

Si è concluso sabato 14 febbraio il percorso di formazione ‘Essere presenza nel mondo del carcere’, promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV insieme a i Volontari delle Marche dell’Associazione.  Oltre cento iscritti provenienti dalle regioni italiane, giovani under 30 e volontari con esperienza consolidata, hanno preso parte a un ciclo formativo, seguito anche da altri Paesi europei grazie alle dirette online che hanno superato le 1.200 visualizzazioni.

A distinguere questo percorso dalla formazione tradizionale è stata una scelta metodologica precisa: affrontare insieme giustizia minorile e detenzione degli adulti. Questo approccio ha permesso ai partecipanti di confrontare direttamente i due sistemi penali, mettendone in luce differenze, criticità e continuità, e di acquisire una visione completa e integrata del mondo carcerario.

Il percorso ha valorizzato competenze pratiche e creative dei volontari, dalla capacità di lettura ad alta voce e insegnamento della lingua italiana al supporto scolastico, dalle lingue straniere all’arte, alla musica e al teatro. Un capitale umano pronto a tradurre la propria preparazione in presenza concreta all’interno delle strutture penitenziarie, dove ascolto, empatia e accompagnamento diventano strumenti fondamentali di reinserimento sociale.

Molti partecipanti hanno dichiarato di essere stati mossi da motivazioni valoriali profonde, come la tutela della dignità umana, il senso di responsabilità civile e il desiderio di contribuire al reinserimento sociale di persone detenute. Accanto a questo, è emersa la curiosità verso un mondo poco conosciuto, il desiderio di comprendere le dinamiche educative e trattamentali del carcere, e la volontà di crescere personalmente e professionalmente.

L’apprezzamento per il corso è stato unanime: un equilibrio efficace tra teoria e pratica, pluralità di punti di vista e chiarezza intellettuale dei relatori, con interventi di magistrati, psicologi, educatori, criminologi, agenti penitenziari e volontari esperti.

Gli otto incontri, svolti tra Ancona, Pesaro e Ascoli Piceno, in presenza e online, hanno affrontato temi centrali come la devianza minorile, l’ascolto empatico, le misure alternative alla detenzione, il reinserimento sociale, la criminalità e le dipendenze.

“Il corso ha fatto emergere un bisogno profondo di avvicinarsi al mondo carcerario”, sottolinea Antonella Caldart, responsabile del Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli. “Oltre cento partecipanti, dalle Marche, dal resto d’Italia e anche dall’estero, hanno seguito con costanza gli incontri, maturando la convinzione di intraprendere questo cammino in modo consapevole e accompagnato”. Il percorso ha prodotto anche indicazioni per approfondimenti futuri, come incrementare gli incontri periodici per consolidare la continuità formativa e mantenere viva l’attenzione sui temi penitenziari.

Al termine del corso, i volontari saranno progressivamente inseriti nelle strutture penitenziarie dell’intero territorio nazionale. Oltre a sostenere detenuti e famiglie, potranno diventare portavoce delle loro condizioni, contribuendo a trasformare la pena nella sua funzione educativa e rieducativa, come previsto dalla Costituzione.

“Non basta la buona volontà per entrare in carcere– sottolinea Antonella Caldart, responsabile del Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli –. Servono competenze, capacità di ascolto e la consapevolezza che anche il più piccolo segnale di sollievo alla sofferenza delle persone recluse diventa una spinta a continuare”. Intanto nuove Conferenze di volontari carcerari sono già in via di costituzione nelle Marche e in altre regioni d’Italia, segno di un modello di volontariato replicabile e capace di generare impatto sociale tangibile. Gli incontri di formazione resteranno visibili sul canale YouTube: San Vincenzo Italia – YouTube.  

Papa Leone XIV alla Lateranense delinea il cammino per essere nel mondo

“Sono lieto di essere qui in mezzo a voi, nella Pontificia Università Lateranense, per l’inaugurazione del 253^ anno accademico dalla sua fondazione. Si tratta di un’occasione speciale, in cui, mentre guardiamo con gratitudine alla lunga storia che ci precede, siamo protesi anche alla missione che ci attende, ai sentieri da esplorare, al servizio da offrire alla Chiesa nella realtà di oggi e dinanzi alle sfide future. Uno sguardo grato per il passato, dunque, ma anche occhi e cuore puntati verso il futuro, perché c’è bisogno del prezioso servizio reso dall’università”: questa mattina papa Leone XIV ha inaugurato l’anno accademico alla Università pontificia, che ha un legame particolare con il vescovo di Roma.

In un’epoca in cui si tende a pensare che la ricerca e lo studio non servano per la vita reale, o che conti nella Chiesa più la pratica pastorale che la conoscenza teologica, biblica o giuridica, il papa ha spiegato il rapporto particolare con il papa: “Ogni università, infatti, è luogo di studio, di ricerca, di formazione, di relazioni, di rapporti con la realtà in cui è inserita. In particolare, le Università ecclesiastiche e pontificie, erette o approvate dalla Sede Apostolica, sono comunità in cui viene elaborata la ‘necessaria mediazione culturale della fede che, articolandosi in una riflessione aperta al dialogo con gli altri saperi, trova la sua sorgente primaria e perenne in Gesù Cristo’.

Tra le istituzioni accademiche, l’Università Lateranense ha un vincolo del tutto speciale con il Successore di Pietro, e questo è un tratto costitutivo della sua identità e missione fin dalle sue origini, quando nel 1773 Clemente XIV affidò la scuola di teologia del Collegio Romano al clero secolare, chiedendo che tale istituzione dipendesse dal Papa per formare i suoi presbiteri”.

Ed ha ripercorso la storia di questo rapporto con i papi: “Da quel momento tutti i successivi Pontefici hanno mantenuto e rafforzato un rapporto privilegiato con quella che sarebbe diventata l’attuale Università Lateranense. Tra di essi, il Beato Pio IX, che diede l’assetto, tuttora vigente, della quattro Facoltà: Teologia, Filosofia, Diritto canonico, Diritto civile, col potere di conferire gradi accademici in Utroque Iure; Leone XIII, che fondò l’Istituto di Alta Letteratura; Pio XII, che eresse presso l’Ateneo il Pontificio Istituto Pastorale; san Giovanni XXIII, che conferì all’Ateneo il titolo di Università; e san Paolo VI, che, già professore in queste aule, visitando l’Università appena eletto ribadì lo stretto legame tra essa e la Curia Romana. Questo peculiare rapporto è stato sottolineato da san Giovanni Paolo II. Con parole altrettanto affettuose, tale legame è stato ribadito da papa Benedetto e da papa Francesco; quest’ultimo ha voluto istituire due cicli di studi: in Scienze della Pace ed in Ecologia e Ambiente”.

Quindi ha sottolineato la missione di questa Università oggi: “Questa Università, a differenza di altre illustri istituzioni accademiche, anche romane, non ha un carisma del fondatore da custodire, approfondire e sviluppare, ma suo peculiare orientamento è il magistero del pontefice. Per sua natura e missione, dunque, essa costituisce un centro privilegiato in cui l’insegnamento della Chiesa universale viene elaborato, recepito, sviluppato e contestualizzato. Da questo punto vista, si tratta di una istituzione a cui anche il lavoro della Curia Romana può fare riferimento per il suo quotidiano lavoro”.

Dopo aver elencato i rapporti con le altre università il papa ah invitato a declinare la fede nelle sfide nel mondo: “Cari amici, oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede per poterla declinare negli scenari culturali e nelle sfide attuali, ma anche per contrastare il rischio del vuoto culturale che, nella nostra epoca, diventa sempre più pervasivo.

In particolare, la Facoltà di Teologia è chiamata a riflettere sul deposito della fede e a farne emergere la bellezza e la credibilità nei differenti contesti contemporanei, perché appaia come una proposta pienamente umana, capace di trasformare la vita dei singoli e della società, di innescare cambiamenti profetici rispetto ai drammi e alle povertà del nostro tempo e di incoraggiare la ricerca di Dio. Questa missione richiede che la fede cristiana sia comunicata e trasmessa nei diversi ambiti della vita e dell’azione ecclesiale, e per questo ritengo di vitale importanza il servizio svolto dall’Istituto Pastorale”.

Per questo gli studi filosofici e giuridici devono sempre essere alla ricerca della verità: “Nell’Università Lateranense, lo studio della filosofia deve essere volto alla ricerca della verità attraverso le risorse della ragione umana, aperta al dialogo con le culture e soprattutto con la Rivelazione cristiana, per uno sviluppo integrale della persona umana in tutte le sue dimensioni. Si tratta di un impegno importante, anche a fronte di un atteggiamento talvolta rinunciatario da cui è segnato il pensiero contemporaneo, così come rispetto alle emergenti forme di razionalità legate al trans-umanesimo e al post-umanesimo.

Le Facoltà giuridiche, di Diritto canonico e civile, che da secoli contraddistinguono la nostra Università, sono chiamate a studiare e insegnare il Diritto attraverso la più ampia valorizzazione della comparazione fra i sistemi giuridici degli ordinamenti civili e quello della Chiesa cattolica. In modo particolare, vi incoraggio a considerare e studiare a fondo i processi amministrativi, urgente sfida per la Chiesa”.

Ugualmente i nuovi percorsi di studio introdotti da papa Francesco: “Infine, una parola a parte meritano i cicli di studio di Scienze della Pace ed Ecologia e Ambiente, che negli anni andranno ad assumere una loro conformazione istituzionale più definita. Le tematiche che essi affrontano sono parte essenziale del recente Magistero della Chiesa, la quale, stabilita come segno dell’alleanza tra Dio e l’umanità, è chiamata a formare operatori di pace e di giustizia che edificano e testimoniano il Regno di Dio. La pace è certamente dono di Dio, ma richiede al contempo donne e uomini capaci di costruirla ogni giorno e di supportare a livello nazionale e internazionale i processi verso un’ecologia integrale. Chiedo pertanto alla mia Università di continuare a sviluppare e potenziare a livello inter- e trans-disciplinare questi due cicli di studio e, se necessario, di integrarli con altri percorsi”.

Al termine ha segnalato le tre caratteristiche dell’Università, di cui la prima è la fraternità: “La prima è questa: al centro della formazione devono esserci la reciprocità e la fraternità. Oggi, purtroppo, si usa spesso la parola ‘persona’ come sinonimo di individuo, e il fascino dell’individualismo come chiave per una vita riuscita ha risvolti inquietanti in ogni ambito: si punta alla promozione di sé stessi, si alimenta il primato dell’io e si fatica a fare cooperazione, crescono pregiudizi e muri nei confronti degli altri e in particolare di chi è diverso, si scambia il servizio di responsabilità con una leadership solitaria e, alla fine, si moltiplicano le incomprensioni e i conflitti”.

E’ stata una chiara richiesta di reciprocità: “La formazione accademica ci aiuta a uscire dall’autoreferenzialità e promuove una cultura della reciprocità, dell’alterità, del dialogo. Contro quello che l’enciclica ‘Fratelli tutti’ definisce ‘il virus dell’individualismo radicale’, vi chiedo di coltivare la reciprocità, attraverso relazioni improntate alla gratuità ed esperienze che aiutino la fraternità e il confronto tra culture diverse. La Pontificia Università Lateranense, ricca dalla presenza di studenti, docenti e personale dei cinque continenti, rappresenta un microcosmo della Chiesa universale: siate perciò segno profetico di comunione e di fraternità”.

Eppoi un’università non può trascurare la ‘scientificità’: “Il servizio accademico spesso non gode del dovuto apprezzamento, anche a motivo di radicati pregiudizi che purtroppo aleggiano pure nella comunità ecclesiale. Si riscontra a volte l’idea che la ricerca e lo studio non servano ai fini della vita reale, che ciò che conta nella Chiesa sia la pratica pastorale più che la preparazione teologica, biblica o giuridica”.

Per questo ha sollecitato la formazione di laici e sacerdoti competenti: “Il rischio è quello di scivolare nella tentazione di semplificare le questioni complesse per evitare la fatica del pensiero, col pericolo che, anche nell’agire pastorale e nei suoi linguaggi, si scada nella banalità, nell’approssimazione o nella rigidità.

L’indagine scientifica e la fatica della ricerca sono necessarie. Abbiamo bisogno di laici e preti preparati e competenti. Perciò, vi esorto a non abbassare la guardia sulla scientificità, portando avanti una appassionata ricerca della verità e un serrato confronto con le altre scienze, con la realtà, con i problemi e i travagli della società”.

Infine l’università ha lo scopo di educare al bene comune: “Il fine del processo educativo e accademico, infatti, dev’essere formare persone che, nella logica della gratuità e nella passione per la verità e la giustizia, possano essere costruttori di un mondo nuovo, solidale e fraterno. L’Università può e deve diffondere questa cultura, diventando segno ed espressione di questo mondo nuovo e della ricerca del bene comune”.

(Foto: Santa Sede) 

Società di San Vincenzo De Paoli: si è concluso a Vittoria il progetto ‘Insieme per Costruire un Lavoro’

La Società di San Vincenzo De Paoli ODV Consiglio Centrale di Vittoria ha organizzato un corso per pizzaiolo destinato a diverse famiglie in difficoltà che potranno inserirsi nel mondo del lavoro ed essere autonome.

Due mesi di alta formazione professionale che si sono conclusi con il rilascio di un attestato che ha fornito ai dieci allievi tutte le competenze necessarie per intraprendere la professione ed essere assunti con contratti di lavoro vantaggiosi.

Giuseppe ha 58 anni ed è rimasto senza lavoro dopo aver chiuso l’azienda familiare. Per la sua famiglia sogna in grande: “Vorrei aprire una pizzeria tutta mia. Oggi intanto inizio nuovamente a sperare grazie a una nuova prospettiva lavorativa”, racconta.

Flavio ha soli 18 anni. La strada è lunga davanti a sé ma di difficoltà ne ha già incontrate diverse. A soli 16 anni ha dovuto lasciare gli studi per aiutare economicamente la sua famiglia: “Ho lavorato in campagna e la sera facevo il cameriere. Erano lavoretti saltuari e non mi consentivano di aiutare sempre i miei genitori. Oggi però, con una nuova arte in mano, potrò inserirmi nella ristorazione con un contratto sicuro e dignitoso”.

Le famiglie in difficoltà nel territorio sono diverse. Il Consiglio Centrale aiuta 420 nuclei familiari. “Il nostro proposito è contrastare l’esclusione sociale e le diverse forme di marginalità. Così, insieme alle Conferenze di Vittoria-Scoglitti e Acate, abbiamo pensato di promuovere questo progetto per avviare più persone a un lavoro autonomo. Per renderle autosufficienti e ridare loro la dignità”, spiega il Presidente del Consiglio Centrale della Società di San Vincenzo De Paoli di Vittoria, Rosario Macca.

I maestri pizzaioli hanno incontrato i propri allievi tre volte a settimane e ogni lezione durava dalle 4 alle 5 ore tra la pratica in laboratorio e la teoria. A ogni ‘scolaro’ sono stati trasmessi tutti i particolari delle tecniche di produzione e lavorazione e svelato anche qualche piccolo segreto per una pizza a prova dei palati più raffinati. Ogni corsista con cinque ingredienti, gli utensili necessarie le mani in pasta ha ottenuto il suo prodotto pronto da essere utilizzato dopo un’attenta lievitazione, il giusto condimento e un forno ben scaldato.

“E’ stato bello vedere tanta soddisfazione e forza interiore… D’altronde una buona pizza è il frutto di pizzaioli determinati e con tanta voglia di fare! Tra i più adulti è emerso il desiderio di ricominciare. Di rimettersi in gioco. Siamo contenti di aver offerto questa possibilità a diverse famiglie che iniziavano a perdere la speranza”, sottolinea Sara Lo Monaco, Vice Presidente del Consiglio Centrale della Società di San Vincenzo De Paoli di Vittoria. Il progetto ‘Insieme per costruire un lavoro’ ha avuto un costo di € 5.500,00 che è stato sostenuto dalla Ditta AGRIPLAST S.P.A. di Vittoria e dal Consiglio Centrale.

Il Consiglio Centrale di Vittoria si occupa di assistere le famiglie e le persone che sono nel bisogno, con interventi mirati a rendere più dignitosa la loro quotidianità come la distribuzione di alimenti o altri generi personali, distribuzione di farmaci, aiuto nell’acquisto di bombole di gas per riscaldamento e cucina, aiuto nel pagamento di bollette di energia elettrica e quant’altro necessario per le necessità e i disagi esistenti.

Ogni giorno spinti da una forte carità vengono garantiti una gamma di servizi come le visite a domicilio, la distribuzione di beni di prima necessità, il sostengo morale e spirituale agli ammalati, agli anziani, alle persone sole e l’assistenza burocratica e amministrativa.

(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)

Il volontariato crea competenze: occorre riconoscerle

“In un periodo storico segnato (e spesso sconvolto) da profondi cambiamenti sociali, economici, politici e culturali, nel nostro Paese il ruolo del volontariato si conferma essenziale non solo per rispondere a bisogni delle persone e delle comunità, sopperendo in molti casi alle lacune del nostro sistema di welfare, ma anche per generare nuovi legami sociali e attivare processi di cittadinanza attiva, contrastando in questo modo la diffusione, soprattutto tra i più giovani, di forme di solitudine, paura e diffidenza verso l’altro”.

Questo è l’inizio dell’indagine ‘NOI+. Valorizza te stesso, valorizzi il volontariato’ promossa da Forum Terzo Settore e Caritas Italiana, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Roma Tre, che nasce dalla convinzione condivisa che non solo il volontariato ha il merito di contribuire in maniera consistente a indirizzare la nostra società verso maggiore inclusione, solidarietà e giustizia sociale, ma rappresenta anche un importante contesto formativo, capace di generare saperi, abilità e atteggiamenti che sono sempre più centrali per affrontare le sfide di oggi.

La ricerca ‘NOI+’ ha coinvolto circa 10.000 volontari in tutta Italia, in cui oltre il 50% dei rispondenti mette in campo, spesso o sempre nelle proprie attività di volontariato, le 11 tipologie di competenze trasversali (le cosiddette ‘soft skills’) indicate. Le competenze più agite sono quelle sociali (92,5%), che attengono all’empatia, alla capacità di comunicare in modo efficace e collaborare, seguite con l’86,9% dalla competenza di ‘apprendere ad apprendere’ (intesa come capacità di imparare e sviluppare pensiero critico durante tutte le fasi della vita) e dalle competenze personali (come la capacità di gestire le proprie emozioni e di affrontare i cambiamenti) all’85%.

Supera l’80% anche la competenza di cittadinanza, ovvero la capacità di agire da cittadini responsabili e partecipare pienamente alla vita civica e sociale. Di contro, le ‘soft skills’ meno agite sono quelle manageriali e di leadership con il 43,4% del campione che ha risposto di utilizzarle qualche volta o mai, la competenza imprenditoriale al 42% e le competenze legate alla gestione del cambiamento con il 39,3%. L’indagine ‘NOI+’ rileva un divario di genere: in 9 tipologie di competenze su 11 sono le donne a prevalere, con una differenza che supera i dieci punti percentuali nelle competenze interculturali (+12,4% rispetto agli uomini) e in materia di consapevolezza ed espressione culturali (+10,7%).

Fanno eccezione le competenze manageriali e di leadership e la competenza digitale. Per quanto riguarda la distribuzione per età, le competenze personali e sociali sono più presenti nei volontari tra i 18 e i 30 anni, mentre la capacità di apprendere è tipicamente associata ai 30-45enni. Le competenze di cittadinanza sono invece più riconosciute tra i 45-65enni.

In merito alle motivazioni che spingono i rispondenti a svolgere attività di volontariato emerge, oltre al contributo alla comunità (87,6%), altre motivazioni che includono l’arricchimento professionale (32,1%), la fede nella causa del gruppo (31,7%) e la volontà di rispondere ai bisogni urgenti della società (26,7%). Oltre la metà dei volontari (53,8%) ritiene che il proprio impegno abbia un forte impatto nel modificare la realtà, ad esempio rendendo migliori la cultura, gli stili relazionali,  i modelli sociali ed anche l’organizzazione dei servizi. Inoltre, più del 75% afferma che fare volontariato ha cambiato profondamente il proprio modo di pensare, specialmente tra i giovani adulti.

Tra i giovani volontari con età fino a 30 anni, assumono valori molto maggiori la possibilità di esplorare i propri punti di forza e mettersi alla prova (+18,2%) e l’opportunità di arricchimento professionale (+17,4%), mentre è percepita con meno intensità l’urgenza di far fronte ai bisogni (-10,6%). I giovani volontari, inoltre, sono maggiormente convinti, rispetto alla media, che fare volontariato contribuisca a cambiare la realtà (+6,5%) e che il volontariato cambi il loro modo di pensare (+4,6%).

Don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, ha sottolineato che “le competenze dei volontari coniugate con le loro motivazioni sono la forza del volontariato stesso e una risorsa importante per tutta la società. I volontari non solo sono spesso capaci di operare bene, ma sono anche consapevoli di ciò che può far crescere la società in umanità e nella prospettiva del bene comune. Dare piena attuazione alle normative che promuovono lo sviluppo del servizio volontario va a beneficio di tutti, a cominciare dalle pubbliche istituzioni più vicine ai cittadini”.

Infatti dalla ricerca è emerso una chiara azione per sconfiggere l’individualismo: “Dalla ricerca emerge come i volontari siano animati dal desiderio di fare qualcosa per la propria comunità. Di fronte all’individualismo che ci circonda, un dato assai confortante. Essi, i volontari e le volontarie, sono anche consapevoli di dare con il loro impegno un contributo efficace al cambiamento in meglio della società nel suo complesso. Un cambiamento che parte dalla loro stessa crescita personale. Anche questo ci parla del volontariato (e dei volontari) come una delle risorse più preziose del nostro paese”.

Mentre Vanessa Pallucchi, portavoce del Forum Terzo Settore, ha specificato le competenze del volontario: “Queste competenze trasversali sono sempre più fondamentali nei luoghi di lavoro, nelle relazioni interpersonali e di comunità e per la costruzione di cittadinanza attiva. Il loro riconoscimento è al centro di una sfida per la crescita del capitale umano e sociale. Il Terzo settore è stato pioniere di questo percorso nell’ambito del Servizio civile universale ma è tempo di compiere ulteriori passi in avanti, seguendo la strada indicata anche dall’Unione europea.

Occorre dunque realizzare quanto già disposto dal Codice del Terzo Settore sul riconoscimento delle competenze dei volontari, dando seguito al decreto del 2024 sull’individuazione, validazione e certificazione delle competenze. L’obiettivo è un sistema strutturato, omogeneo su tutto il territorio nazionale, che valorizzi nel concreto quanto acquisito dai volontari nella loro esperienza, facendo leva sul ruolo chiave degli Enti di Terzo Settore. Questo rafforzerà la cultura del volontariato nel nostro Paese, soprattutto tra i più giovani, e favorirà l’apprendimento delle persone rispondendo ai loro bisogni di crescita personale e professionale”.

(Foto: Caritas)

L’Università Cattolica apre alla cooperazione internazionale con i giovani dell’Africa

“Per coloro che mi ascoltano per la prima volta, risulterà forse inconsueto che abbia utilizzato la parola famiglia per identificare l’intera Università Cattolica. E’ un termine che uso abitualmente perché credo che renda in maniera vivida qual è la nostra identità, quella cioè di un organismo che necessita di una cooperazione tra le diverse sensibilità che lo animano. Solo con questa cooperazione creativa e responsabile è possibile sentirsi una famiglia con il compito primario di formare con qualità e rigore le studentesse e gli studenti che ci hanno scelto, e che saluto con particolare affetto”:

si è presentata con queste parole, pronunciate nel primo discorso inaugurale da rettore dell’Università Cattolica, la prof.ssa Elena Beccalli, a cui sono intervenuti l’arcivescovo di Milano e presidente dell’Istituto ‘Giuseppe Toniolo di Studi superiori’, mons. Mario Delpini, il ministro per l’Università e la ricerca, Anna Maria Bernini, il Premio Nobel per la pace 2011 Leymah Gbowee e l’economista ghanese Ernest Aryeetey. Molte le alte cariche dello Stato e le autorità religiose presenti, tra le quali il card. Peter Turkson, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, prefetto emerito del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

Nel discorso la rettrice dell’Università ha sottolineato il valore della cooperazione internazionale: “La valorizzazione della proiezione internazionale è un tratto che ha caratterizzato in maniera particolare l’anno accademico appena trascorso. In base agli ultimi dati, si è registrato un aumento di circa il 18% nel numero di studenti internazionali provenienti da tutti i continenti che hanno scelto di iscriversi nei nostri percorsi. Virtuosa è anche la circolarità globale della comunità studentesca: secondo l’ultimo QS Europe Ranking, l’Università Cattolica del Sacro Cuore si classifica al primo posto in Italia per outbound students, pari a circa 3.000 studenti in uscita. Altrettanto rilevante è la presenza di inbound students, che colloca l’Ateneo al terzo posto in Italia, con circa 2.000 studenti che scelgono dall’estero di studiare in Cattolica”.

Quindi ha riportato alcuni numeri di tale cooperazione: “Estesa è la rete di partner a livello globale con oltre 600 università in 82 paesi; in particolare sottolineo le collaborazioni consolidate con 36 dei primi 100 atenei del mondo (QS University Ranking 2024). Sono qualificati e numerosi i programmi di doppia laurea (attualmente 112 accordi), come pure gli scambi di docenti e i progetti di ricerca congiunti. Tutte iniziative che consolidano la nostra reputazione globale e potenziano le opportunità per gli studenti”.    

Ecco il motivo per cui l’Università Cattolica è un’eccellenza: “Il nostro Ateneo si conferma come un centro di eccellenza nella ricerca scientifica in Italia e in Europa, con un portafoglio di circa 1.400 progetti attivi per un valore complessivo di € 140.000.000 ed un censimento di 4.300 pubblicazioni scientifiche nel 2024. Sono più di 160 i progetti finanziati dall’Unione europea (di cui la metà con Horizon 2020 e Horizon Europe) e che hanno assicurato all’Università finanziamenti per oltre € 44.000.000 dal 2018 al 2023.

Ricerca e terza missione, con un approccio transdisciplinare, si sono spesso intersecate generando benefici per la collettività attraverso le iniziative dei 39 Dipartimenti, delle 8 Alte scuole, dei 4 Centri di Ateneo e dell’alleanza strategica SACRU, all’interno della più ampia rete della FIUC – Federazione Internazionale delle Università Cattoliche”.

In conclusione ha tracciato alcune linee programmatiche affinchè l’Università Cattolica resti una delle migliori nel mondo: “Per riassumere, se l’Università Cattolica del Sacro Cuore vuole essere l’Università migliore per il mondo dovrà convintamente ispirarsi alle tre linee ideali appena tracciate: servire il sapere con uno sguardo lungo e integrale per elaborare nuovi paradigmi, far dialogare le discipline per evitare di cadere nella parcellizzazione, educare donne e uomini di valore per insegnare a riconoscere la verità…

Il primo attiene al loro ruolo: siamo convinti che non siano utenti ai quali offrire un servizio, come una consolidata tendenza ci indurrebbe a fare, quanto piuttosto persone animate dalla speranza di vivere un’esperienza educativa che valorizzi le loro intelligenze multiple, ossia i tre linguaggi della testa, del cuore e delle mani spesso evocati da papa Francesco. Il secondo tema riguarda il loro futuro: riteniamo che le università debbano preparare le classi dirigenti e le generazioni del domani nella consapevolezza che la professionalizzazione non è in alcun modo in sé sufficiente e, soprattutto, che non è il solo fine da indicare come orizzonte del percorso universitario”.

Questi sono i motivi principali per l’attivazione di un ‘Piano Africa’: “Il primo banco di prova dell’efficacia di questa proposta potrà essere il Piano Africa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si tratta di una struttura d’azione, in coerenza con quell’indirizzo di apertura dell’Ateneo che prima ricordavo, che mira a porre il continente africano al cuore delle progettualità educative, di ricerca e di terza missione.

Secondo uno spirito di reciprocità, l’Ateneo intende ampliare i percorsi per la formazione di giovani africani in loco o nel nostro paese, diventare polo educativo per i giovani africani di seconda generazione che vivono in Europa, spesso ai margini, pur rappresentando una parte rilevante del nostro futuro, nonché rendere sempre più sistematiche le esperienze curriculari di volontariato per i nostri studenti.

L’aspirazione è diventare l’Università europea con la più rilevante presenza in Africa, attraverso partnership con atenei e istituzioni locali, nell’ottica di un arricchimento vicendevole, per la formazione integrale delle persone e la promozione della fratellanza e, non da ultimo, della pacifica convivenza sociale”.

La cerimonia è proseguita con le prolusioni affidate al Premio Nobel Leymah Gbowee, fondatrice della fondazione ‘Gbowee Peace Foundation Africa’ (GPFA), che ha sede a Monrovia in Liberia: “Sono convinta che l’educazione sia un’assicurazione sulla vita e l’istruzione un investimento a 360 gradi. Perché non si studia solo per arricchirsi, ma per trasformare sé stessi e il mondo, per dare dignità alle persone, per capire che, indipendentemente dal colore della pelle, siamo tutti esseri umani e dobbiamo rispettarci…

L’essenza della pace non è assenza di guerra, ma creazione di condizioni che diano dignità a tutti. Se ciascuno in un paese può dire di vivere in dignità allora in quel paese c’è la pace. Il valore della formazione sta nel riconoscere l’umanità dell’altro. E’ importante, in quest’ottica, lo scambio tra l’Università Cattolica e l’Africa per il confronto intellettuale, la ricerca e il riconoscimento dei doni e dei talenti reciproci”.

Di investimento sulle giovani generazioni africane ha parlato anche il presidente del Consiglio di amministrazione dell’African Economic Research Consortium, già segretario generale dell’African Research Universities Alliance, Ernest Aryeetey, secondo cui “le strutture economiche di molti Paesi dell’Africa subsahariana non si sono trasformate a sufficienza per creare un numero di posti di lavoro adeguato a soddisfare la crescente domanda della popolazione giovanile.

Inoltre, molte iniziative trascurano lo sviluppo di competenze trasversali essenziali. E spesso anche le barriere culturali limitano la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. La necessità di approcci trasformativi a lungo termine che affrontino queste sfide strutturali sta diventando sempre più urgente. Per affrontare efficacemente la crisi della disoccupazione giovanile in Africa è necessario uno sforzo comune che affronti direttamente le principali sfide strutturali del continente”.

Nel saluto iniziale mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica, ha sottolineato il valore di quest’apertura verso l’Africa: “Guidato da questa visione, il cuore grande del nostro Ateneo si apre sempre più al mondo e in questo anno guarda in modo particolare all’Africa, Continente martoriato e ancora segnato da gravi squilibri e difficoltà, ma anche cuore pulsante del pianeta che coltiva le energie più giovani e le speranze più grandi. Con questo sguardo concreto e solidale vogliamo contrastare la sfiducia e la stanchezza che spesso solcano i nostri volti e amareggiano la nostra vita”.

Mentre l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha invitato gli studenti a combattere le banalità: “La banalità è l’esito di un sapere che si riduce a raccolta di una attrezzatura e l’Università Cattolica contrasta la banalità, la riduzione del sapere ad attrezzatura perché propone di intendere il sapere come un fattore della sapienza, che contempla, interpreta, utilizza e criticamente ripensa l’utilizzo e non rinuncia a sognare”.

Tale banalità può essere contrastata perché la conoscenza è relazione: “La banalità è frutto di quel modo di informarsi sul mondo che si riduce a raccogliere e analizzare dati, fotografie, bibliografie. L’Università Cattolica contrasta la banalità perché intende la conoscenza come relazione. E gli interventi di questa inaugurazione sono un segno di questo modo di conoscere situazioni, problematiche, speranza del continente africano non solo accumulando dati, ma piuttosto coltivando relazioni”.

Ugualmente nell’omelia della celebrazione eucaristica, che ha concluso la giornata inaugurale, l’arcivescovo ambrosiano ha riflettuto sulla degenerazione interpretativa del ‘sabato’, prendendo spunto dalla guarigione operata da Gesù nel giorno di riposo: “La degenerazione del comandamento del sabato fa riflettere sulla degenerazione della burocrazia: la burocrazia, strumento irrinunciabile per evitare l’arbitrio e consentire la verifica della correttezza può degenerare in un groviglio di cavilli, in un’ossessione per la procedura, in un’imposizione di adempimenti e di rendicontazioni.

E tutto diventa noia e tutto può diventare arma per sorprendere l’inadempienza e fare lo sgambetto a chi corre avanti. E l’alluvione dei moduli, delle firme, delle certificazioni riduce le persone a raccogliere dati e scarica le responsabilità sull’algoritmo”.

Per questo ha invitato l’Università ad ‘alzarsi’ per essere ‘missionaria’: “Così l’animo umano, così la comunità dell’università cattolica, così la cultura possono raccogliere con prontezza il comando di Gesù. Egli si alzò e lo seguì. E forse anche noi possiamo metterci alla sequela del Signore. Una cultura che si alza in piedi, perché trova noioso, frustrante, insoddisfacente stare seduta…

Una cultura che si alza in piedi e segue Gesù, disponibile a essere impopolare come lo è stato Gesù, perseguitata, come hanno perseguitato Gesù, missionaria, come è stato missionario Gesù. Una cultura che si alza in piedi e segue Gesù e ascolta la cultura del tempo e apprezza ogni singola scintilla di luce e cammina insieme con tutti i fratelli e le sorelle per attraversare il tempo e cercarne il compimento”.

(Foto: Università Cattolica)

Un racconto personale del sacerdote Albino Luciani grazie a Don Pietro Paolo Carrer

La collana ‘Io sono polvere’ delle Edizioni Messaggero di Padova, dedicata ad Albino Luciani, si arricchisce di un nuovo libro:’Un cireneo per il vescovo Albino Luciani’, scritto dalla giornalista Romina Gobbo, che ha raccolto gli aneddoti di mons. Pietro Paolo Carrer, ‘cireneo’ del futuro papa con la prefazione del card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano e presidente della Fondazione Vaticana ‘Giovanni Paolo I’.

L’intervista esclusiva a don Carrer, che ha prestato servizio a mons. Albino Luciani dal 1961 al 1963, fissa con delicatezza e vivacità ricordi, memorie e pensieri, molti dei quali inediti, del giovane sacerdote segretario e autista dell’allora vescovo di Vittorio Veneto. ‘Cireneo’, appellativo dato da Luciani al suo fido compagno di viaggi e di viaggio, è un termine ricercato, in linea con la profonda erudizione del futuro papa, ma soprattutto è un termine evangelico, che rimanda a quel Simone di Cirene che aiuta Gesù a portare la croce.

Attraverso i due incontri con don Pietro Paolo Carrer, che ha percorso con il vescovo di Vittorio Veneto un pezzo di strada, l’autrice riesce a illuminare la figura di Luciani da un’angolazione originale, mettendo insieme un aneddoto dietro l’altro, come ha scritto l’autrice nell’introduzione:

“Della vita e delle opere di Albino Luciani sappiamo molto. Soprattutto da quando il 23 novembre 2003 iniziò l’inchiesta diocesana per la causa di canonizzazione del papa di origini agordine, le ricerche si sono intensificate, facendo emergere particolari inediti sulla sua vita e sul suo operato. Ma, quello che risultò poi essere fondamentale per la proclamazione delle virtù eroiche prima, e per la beatificazione poi, fu la presa di consapevolezza di quanto Luciani fosse amato dai cattolici di tutto il mondo.

L’uomo, il sacerdote, il vescovo, il patriarca, il papa, che aveva fatto dell’umiltà la cifra della sua vita, improvvisamente balzava agli onori della cronaca. Chissà se tutta questa popolarità gli avrebbe fatto piacere. E’ scaturita da questa domanda di don Pietro Paolo Carrer, che di Albino Luciani fu segretario, l’idea di tracciare un ritratto più intimo degli anni in cui fu vescovo di Vittorio Veneto. Mi resi conto che sarebbe stato possibile solo ascoltando il sacerdote che per due anni gli aveva prestato un servizio fedele, e anche affettuoso. La vicinanza con Luciani, la condivisione di spazi e impegni lo rendeva un osservatore privilegiato”.

Nella prefazione il card. Parolin ha sottolineato l’originalità del volume: “Da presidente della Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I, ho potuto rendermi conto del fatto che più si studiano i documenti di papa Luciani e più si comprende che l’importanza del pensiero del pontefice di origini agordine è inversamente proporzionale alla durata del suo pontificato. Ecco perché sono in molti (giornalisti e scrittori) ad averlo omaggiato con dei libri: alcuni dedicati alla sua vita, altri alla sua opera pastorale. Sono in numero minore quelli che contengono testimonianze di persone che lo hanno conosciuto e ne sono rimaste toccate. In questo sta l’originalità del libro della giornalista Romina Gobbo che, con la sua penna ormai consolidata, ama far emergere l’anima dei personaggi di cui scrive”.

Quindi dall’autrice ci facciamo spiegare il motivo per cui Albino Luciani chiese a don Carrer di essere il suo cireneo: “Albino Luciani, vescovo di Vittorio Veneto, chiese ad un sacerdote della diocesi, don Pietro Paolo Carrer, di essere il suo ‘cireneo’. Usò questa parola evangelica invece di ‘segretario’ perché stava chiedendo un impegno importante, di aiutarlo a portare la croce di un incarico, come quello di vescovo, che aveva accettato per obbedienza, ma che riteneva fin troppo impegnativo. Il 30 agosto 1978, qualche giorno dopo l’elezione al soglio pontificio, in un discorso ai cardinali elettori, disse: ‘Spero che i miei confratelli cardinali aiuteranno questo povero cristo, vicario di Cristo, a portare la croce con la loro collaborazione, di cui io sento tanto bisogno’. ‘Figuriamoci che cosa deve aver pensato quando è stato eletto papa’, dice don Carrer. Ed i vittoriesi, che avevano imparato a conoscere bene il loro vescovo, quando fu eletto al soglio pontificio, dissero: A furia di tirarsi indietro, è diventato papa”.

Quale è stata l’occasione per cui ha scritto questo libro?

“ Ho scritto questo libro, perché ho avuto il privilegio di incontrare don Pietro Paolo, per tutti don Paolino. Ed ho ritenuto che la sua preziosa testimonianza dovesse essere fatta conoscere. In questo libro-racconto di due anni di convivenza stretta, ci si accorge che protagonista e co-protagonista si assomigliano molto”. 

Quale figura di papa Luciani emerge dal racconto?

“Una figura sicuramente molto complessa. Fu un uomo umile, ma deciso, per niente incline alla carriera, ma con grandissime competenze e capacità. Quando assumeva un ruolo, si preparava per rispondere al meglio ai suoi doveri. Fu anche un uomo colto: leggeva libri e riviste, conosceva l’inglese, aveva una biblioteca vastissima. E scriveva per i giornali. Usava concetti chiari, diretti, per spiegare in modo semplice la dottrina ai fedeli. Così le omelie, così gli articoli. Il suo capolavoro resta ‘Illustrissimi’, dove dà voce a personaggi della storia. Ma era anche un uomo ironico. La sorella lo definiva un ‘burlone’. Don Paolino racconta di come Luciani facesse sorridere le suore raccontando barzellette e usando giochi di parola”.

Per quale motivo chiese ai cardinali elettori di aiutarlo a portare la Croce?

“Albino Luciani è passato alla storia con appellativi, quali il ‘Papa del sorriso’, ‘Il sorriso di Dio’, sicuramente vezzeggiativi dettati dall’affetto. Ed effettivamente nelle sue foto, il sorriso balza subito all’occhio. Non esiste una sua immagine senza quel sorriso. D’altra parte, quando si affacciò per la prima volta da papa dalla finestra che dà su piazza san Pietro, il suo sorriso parlò per lui, che invece non poté farlo per via del protocollo. Quel brevissimo mese di pontificato è stato chiamato ‘lo spazio di un sorriso’”.

Come arrivò Luciani a quell’Angelus, dove affermò ‘Dio è padre e madre’?

“Ce lo spiega don Paolino: ‘L’ambiente in cui visse Luciani era prevalentemente formato da donne, perché in quell’epoca gli uomini erano spesso emigrati all’estero per mantenere la famiglia. Quindi, il piccolo Albino aveva davanti a sé figure femminili importanti, in primis la madre, che lo formò alla fede. E fu sempre lei a convincere il marito a lasciare entrare il figlio in seminario’.

Non va poi dimenticato che quando nacque, Albino rischiò di morire per il cordone ombelicale attorcigliato attorno al collo; la levatrice che lo fece nascere in fretta, gli somministrò anche il battesimo. ‘C’è, poi, un altro elemento, ecco ancora le parole di don Paolino. In un’omelia, il parroco di Luciani ragazzo, don Filippo Carli, parlava dell’amore di Dio come fosse quello di una madre. Ed erano gli anni Venti. Io sono propenso a credere che Albino Luciani avesse raggiunto la sua consapevolezza di un Dio che è anche madre, grazie anche all’apertura mentale del suo parroco’”.

(Tratto da Aci Stampa)

Save The Children: ragazzi al computer ma poco preparati

Quasi il 18% dei bambini tra gli undici e i quindici mesi sono esposti agli schermi per un’ora o più al giorno e il 3% per tre ore e oltre. Il 43% dei bambini tra 6 e 10 anni nel sud e nelle isole usa tutti i giorni uno smartphone e il 30% dei bambini su scala nazionale.

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