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Sant’Antonino Fantosati, un francescano in Cina
“Come qualificare l’operato missionario di Antonino Fantosati (1842-1900), frate minore e vescovo in Cina per oltre un trentennio? E l’interrogativo principale che guida la ricerca di Erica Cecchetti, interessata in particolar modo a comprendere se ‘la figura di Fantosati possa essere assimilata a quella di un eroe o di un colonizzatore, del passeur o del conquistatore’. Se nel suo caso, cioè, si sia prodotta una autentica ‘ibridazione’ delle differenze: un adattamento del messaggio, una sua inculturazione e anche una autentica localizzazione del medesimo. Se il missionario si sia concentrato unicamente sul proselitismo religioso, oppure abbia indirizzato il suo sguardo anche sulla realtà culturale, sociale, politica, economica e ambientale della Cina ottocentesca, protesa alla modernizzazione politico economica e scientifica, complice l’invadenza di una internazionalizzazione imposta dell’imperialismo europeo”.
Questo è l’inizio della prefazione di fra Giuseppe Buffon, professore ordinario di Storia della Chiesa e vicerettore della Pontificia Università Antonianum di Roma, al volume ‘Antonino Fantosati, un francescano in Cina (1842-1900)’ della dott.ssa Erica Cecchetti, sinologa ed assegnista di ricerca in ‘Lingua e cultura cinese’ al dipartimento dell’Istituto Italiano di Studi Orientali della Sapienza Università di Roma, di cui il primo ottobre è ricorso il venticinquennale della sua canonizzazione e sarà ricordato domani alle ore 17.00 presso il convento San Martino a Trevi:
“Nei primi giorni di luglio del 1900, Fantosati cade vittima del furore convulso delle rivolte popolari. Simboli religiosi erano stati impiegati per qualificare sia i rivoltosi (‘diavoli impazziti’), sia i missionari europei, ‘spiriti maligni’, ottenendo un conflitto di sguardi, che, almeno fino ad allora, era stato vantaggioso agli europei assai più che alla popolazione cinese. Il vero vincitore, non c’è dubbio, era l’interesse economico del nazionalismo rampante”.
Alla dott.ssa Erica Cecchetti, chiediamo di spiegarci il motivo di questo libro su sant’Antonino Fantosati: “Antonino Fantosati è stato un missionario francescano umbro che ha trascorso 33 anni in terra cinese e che ha svolto un ruolo importante nella storia delle missioni cattoliche in Cina nella seconda metà del 1800. La sua vicenda personale, ricostruita grazie al carteggio con i suoi interlocutori europei e cinesi, è ricca di spunti di riflessione e dettagli inediti sulla storia delle relazioni sino-cattoliche con particolare riferimento alle province dell’Hubei e dell’Hunan meridionale.
A 25 anni dalla sua canonizzazione, avvenuta nel 2000 da parte di papa san Giovanni Paolo II, questa ricerca si propone di gettare luce sulle vicende storiche che hanno caratterizzato la sua presenza in Cina, nella personale evoluzione da semplice frate di campagna a vescovo e vicario apostolico. Il francescano perse la vita in occasione della rivolta dei Boxer del 1900 ed è il primo francescano nato in Umbria (a Trevi, provincia di Perugia) ad essere stata canonizzato dopo san Francesco d’Assisi”.
Perchè scelse di andare in Cina?
“La sua scelta, compiuta quando aveva appena 25 anni, fu motivata da una proposta pervenuta dall’allora Amministratore Generale dell’Ordine dei Frati Minori Bernardino da Portogruaro”.
Quali ‘strategie linguistiche’ adoperò per diffondere il Vangelo?
“Il ritrovamento di un catechismo trilingue a lui appartenuto, contenente una versione del catechismo della Chiesa Cattolica in lingua cinese in uso in Cina al tempo, corredata da una traduzione in latino ed una versione a fronte in cinese romanizzato realizzata da lui stesso (per romanizzazione si intende una trascrizione fonetica in lettere latine del cinese locale parlato nella sua zona di missione) è un interessante esempio delle strategie linguistiche impiegate dai missionari occidentali al tempo in missione presso l’Impero Qing.
I missionari, che apprendevano il cinese direttamente sul luogo di missione dopo l’arrivo, si trovavano a combattere con le difficoltà dell’apprendimento di una lingua complessa ed affascinante e, per questo motivo, l’adozione di una trascrizione fonetica della pronuncia gli consentiva di comunicare più efficacemente in cinese. La versione ‘alfabetizzata’ del catechismo cinese secondo la pronuncia locale è prova di una importante strategia linguistica adottata dal frate nell’esercizio del suo ministero”.
Quali sono stati i risvolti sociali della sua ‘strategia’ evangelizzatrice?
“L’utilizzo di una versione romanizzata del catechismo mostra come il francescano si fosse dotato di una versione alfabetizzata della lingua ideografica per agevolare la propria missione evangelizzatrice, rendere possibile la predicazione e la diffusione del catechismo e, in alcuni casi, come avvenne su iniziativa del francescano missionario suo contemporaneo Eligio Cosi (OFM, 1818-1885), si ipotizza che potesse fornire ai cinesi più poveri e ai seminaristi locali una versione del cinese alfabetizzata ‘semplificata’ e non logo grafica”.
In cosa consisteva la sua opera apostolica nello Hunan, provincia della Cina centrale?
“Presso l’Hunan Fantosati ricoprì il ruolo di vescovo e vicario apostolico, occupandosi della cura delle comunità cattoliche cinesi presenti nell’area, dell’opera di evangelizzazione e, soprattutto, di numerose opere di sostegno alle popolazioni più povere dei villaggi rurali presso cui prestava il suo servizio. Tra queste, le più importanti erano gli orfanotrofi e le opere della Santa Infanzia”.
(Tratto da Aci Stampa)
A Tolentino un viaggio dall’Italia alla Cina con ‘Il Cantico di frate Sole’
“Nell’ultima strofa del Cantico: ‘Laudato si’, mi Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullo homo vivente pò skappare’ Fratello Francesco ci ricorda che ogni esistenza umana ha un significato eterno, che ogni vita è preziosa. Per questo motivo il Centenario del Transito si presenta come un potente annuncio di vita e di speranza, proprio quando siamo agli sgoccioli dell’Anno Giubilare della Speranza: in una sorta di passaggio di testimone, il Transito di Francesco non è un tramonto, ma un’aurora: l’alba di una presenza che da otto secoli continua a illuminare il cammino dell’umanità secondo il cuore di Dio manifestato nel Vangelo del Signore Gesù”: questo è stato il messaggio del ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori, fra Massimo Fusarelli, a chiusura dell’incontro internazionale ‘Il Cantico di frate Sole. Dall’Italia medievale alla Cina: storia, scambi culturali e traduzioni’, promosso dal Comitato ‘Beato Tommaso da Tolentino’ insieme alla Fondazione internazionale ‘Padre Matteo Ricci’, all’Università di Macerata, alla Pontificia Università Antonianum e all’Università Ca’ Foscari di Venezia, svoltosi a Tolentino, in provincia di Macerata, nell’ultimo giorno di ottobre.
Nel saluto iniziale l’ dell’arch. Franco Casadidio, presidente del Comitato ‘Beato Tommaso da Tolentino’, ha sottolineato le finalità del convegno che “intende esplorare il dialogo tra spiritualità francescana e cultura cinese, tracciando un percorso affascinante che dal cuore dell’Umbria e delle Marche giunge fino alla Cina, seguendo le tracce del messaggio di san Francesco.
Il Cantico è una lode a Dio ed alle sue creature che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, divenendo così anche un inno alla vita; è una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del Creatore: da ciò deriva il senso di fraternità fra l’uomo e tutto il creato, che molto si distanzia dal distacco e disprezzo per il mondo terreno: la creazione diventa così un grandioso mezzo di lode al Creatore”.
Dopo i saluti del sindaco della città, Mauro Sclavi, e del vescovo della diocesi di Macerata, mons. Nazareno Marconi, e l’introduzione musicale a cura della ‘Compagnia delle Laudi’ diretta dal maestro p. Lorenzo Del Bene, con un breve inquadramento storico del prof. Dario Grandoni, presidente della Fondazione internazionale ‘Padre Matteo Ricci’, p. Lorenzo Turchi, docente alla Pontificia Università Antonianum di Roma, ha affrontato l’origine ed il significato del testo sacro con l’intervento ‘La nascita del Cantico di Frate Sole’:
“Il Cantico è una lode a Dio ed alle sue creature che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, divenendo così anche un inno alla vita; è una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del Creatore: da ciò deriva il senso di fraternità fra l’umano e tutto il creato, che molto si distanzia dal distacco e disprezzo per il mondo terreno: la creazione diventa così un grandioso mezzo di lode al Creatore”.
Mentre il prof. Roberto Lambertini, docente all’Università di Macerata, ha analizzato il contesto storico e religioso con ‘Laudato sì, mi Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore: Francesco e i Frati Minori di fronte ai conflitti della società medievale’, incentrando la riflessione sulla capacità dei francescani di ‘pacificare’ i dissidi all’interno delle città. Però l’intervento più atteso, che getta un ponte tra Occidente e Oriente, è stato quello della dott.ssa Raissa De Gruttola, ricercatrice all’Università Cà Foscari di Venezia, che con la relazione ‘Esperienze di traduzione del Francescani in Cina e la versione contemporanea del Cantico di Frate Sole’, ha illustrato come i missionari francescani abbiano operato in Estremo Oriente e come il celebre inno di san Francesco sia stato recepito e tradotto nella lingua e cultura cinese, arrivando fino ai giorni nostri con una traduzione di fra Taddeo Gao, pubblicata nel 2024.
Al termine del convegno abbiamo chiesto alla dott.ssa Raissa De Gruttola di raccontare il motivo per cui il Cantico delle Creature è stato tradotto in cinese: “I francescani sono stati i primi missionari cattolici ad arrivare in Cina nel XIII secolo e per molti secoli si sono dedicati alla scrittura di altri testi adatti per l’evangelizzazione. Nello scorso secolo è stato tradotto un corpus di testi francescani, tra cui anche il Cantico delle Creature”.
Quali sono state le esigenze che hanno portato a questa traduzione?
“Sicuramente l’esigenza principale è stata quella di far conoscere questo testo molto importante per i francescani anche in lingua cinese”.
Come è stato accolto in Cina?
“In Cina è considerato un testo molto importante per i cristiani e per i laici vicini agli ambienti francescani è un testo molto apprezzato”.
Esistono differenze tra il testo originario e la traduzione in cinese?
“La traduzione cinese è molto fedele ed aggiunge qualche parola solo per spiegare passaggi ‘poco chiari’ per la cultura cinese. E’ interessante che per indicare la parola ‘creature’ viene usata una parola cinese, molto usata nei testi classici cinesi, che significa tutto ciò che esiste che esiste sulla terra”.
Interessante è stata anche l’introduzione musicale della ‘Compagnia delle Laudi’, diretta dal maestro p. Lorenzo Del Bene, eseguendo alcune lauda tratte dal ‘Laudario Cortonese’: perché esso è così importante?
“Il Laudario Cortonese rappresenta il primo documento scritto in lingua volgare, che ha anche una notazione musicale. Quindi per la prima volta possiamo vedere non solo i testi dei componimenti, ma anche una linea melodica, che deve essere anche interpretata, però ci può dare un’idea di come poteva essere la melodia di questi canti”.
Per quale motivo i francescani avevano scelto le laudi per comunicare?
“La lode faceva parte dell’esperienza di san Francesco e quindi dell’esperienza di tutti i francescani: la lauda era un canto di lode. Basta pensare al Cantico delle Creature, che può essere considerato la prima lauda francescana: lodare Dio attraverso il creato e quindi attraverso la creazione che ha fatto san Francesco. Si può lodare Dio anche con la musica”.
Cosa significa riportare ‘in scena’ queste laudi?
“Significa riprendere (o tentare) questo spirito sia con queste melodie, che comunque sono sempre suggestive e ci rimandano ad una profondità semplice ma bella; allo stesso tempo riprendere lo spirito di san Francesco, perché, sebbene siano trascorsi molti secoli, lo spirito umano è sempre quello di sentire il bisogno di lodare Dio in tutto quello che facciamo ed anche attraverso il creato”.
Infatti le laudi si sono tramandate fino ai giorni nostri anche grazie a molti compositori: perché c’è stata questa continuità nei secoli?
“Questa continuità dipende dalla semplicità e dal messaggio, che non si è perso durante il corso dei secoli; magari ha cambiato stile ed ha cambiato modo di essere proposto, ma si è sempre mantenuto attuale. Anche mons. Frisina si è cimentato nei canti francescani ed anche tanti autori contemporanei hanno fatto alcuni arrangiamenti. Oggi la sfida grande è quello di musicare di nuovo il Cantico delle Creature, che è scritto come testo, ma purtroppo la musica è andata perduta. Tanti autori musicali si sono cimentati a mettere in musica questa splendida laude”.
Ed uno di questi è stato Angelo Branduardi: “Qualche anno fa anche lui ha composto l’album ‘L’infinitamente piccolo’, in cui si è basato quasi totalmente sulle fonti francescane; è stata un’esperienza molto bella. Quindi grandi cantautori si sono confrontati sulla bellezza di san Francesco, che veramente conquista proprio tutti”.
(Tratto da Aci Stampa)
Un volume sui nuovi rapporti tra Cina e Santa Sede
La libertà religiosa è una questione complessa in Cina, con lo Stato che regolamenta le attività religiose e il ruolo delle organizzazioni religiose. Alcuni studiosi hanno esplorato come le interpretazioni del Diritto Cinese, in particolare da parte del Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo, possano assomigliare a concetti di common law o a interpretazioni giuridiche tradizionali cinesi. La Santa Sede ha reso disponibile il Codice di Diritto Canonico in cinese sul suo sito web, dimostrando di riconoscere la necessità di comunicare con i cattolici di lingua cinese.
Dibattiti accademici esplorano l’intersezione tra Diritto Canonico e Diritto Cinese, come quello del Simposio accademico intitolato ‘Religione e Stato di Diritto: Diritto Canonico e Diritto Cinese’, organizzato congiuntamente dall’Istituto Pu Shi per le Scienze Sociali di Pechino e dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Camerino, nello scorso 5 settembre 2022, rappresentando il primo scambio accademico tra le due parti sul tema del Diritto Canonico, a cui hanno partecipato 15 studiosi provenienti dall’Università di Pechino, dall’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, dall’Università di Scienze Politiche e Diritto della Cina, dall’Università di Camerino, dall’Università degli Studi di Napoli Federico II e dalla Pontificia Università della Santa Croce.
Quindi in questo contesto è stato pubblicato il libro ‘Canon Law & China Law’, primo volume di una collana edita in Cina, a Hong Kong, e curata dal prof. Liu Peng, direttore dell’Istituto Pu Shi per le Scienze Sociali di Pechino, e dal prof. Stefano Testa Bappenheim, docente di Diritto Ecclesiastico е Canonico alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Camerino, a cui abbiamo chiesto di raccontare il motivo di un volume sul diritto canonico e sul diritto degli Stati:
“Ma, guardi, il diritto canonico è un po’ come il nero, va su tutto. Parlando seriamente, la Chiesa offre consistenza giuridica alla vita religiosa con il diritto canonico, con cui da venti secoli, superando le varie difficoltà spirituali e materiali, la Chiesa cattolica ha cercato di mantenere uniti i proprî fedeli, accompagnandoli con la grazia dei sacramenti sino ai confini della terra, formando i loro animi, determinandone la morale, solennizzandone i matrimoni, impiegando per il bene comune le risorse materiali. Il diritto canonico, nel corso dei secoli ed ancor oggi, si rivolge a tutti, adattando il linguaggio ad ogni situazione, con il fervore guidato dalla disciplina, attraverso la coordinazione degli scopi e l’abile variazione dei mezzi, ed appunto il Codice vigente, del 1983 con le successive modifiche, sostanzia un diritto canonico fiducioso, positivo ed energico”.
La novità è che è il primo volume di una collana edita in Cina: come è stato possibile?
“E’ stato possibile grazie al fatto che in questi ultimi 20 anni, sotto gli occhi di tutti, è avvenuto un fortissimo avvicinamento della Cina nei confronti dei vari protagonisti della scena internazionale, con l’ingresso nel WTO, i giochi olimpici… In questa prospettiva, già nel 1999, con il documento 26, il Comitato centrale del Partito comunista cinese decise di procedere verso la normalizzazione delle relazioni fra Repubblica Popolare Cinese e Santa Sede. Anche grazie alla maggiore internazionalizzazione dei rapporti, poi, è possibile che le autorità cinesi si siano rese conto che il fattore sociale e religioso non è causa di instabilità sociale, e può invece, da un lato, instillare un’etica anticorruzione, e dall’altro colmare quel vuoto spirituale che non può essere soddisfatto dal puro e semplice consumismo, a seguito forse di un certo intiepidimento del materialismo scientifico d’impronta marxista.
Il presidente Xi Jinping, inoltre, in gioventù ha vissuto per alcuni anni negli USA, quando era ancora un funzionario in carriera, avendo così modo di sperimentare dal vivo il principio del ‘wall of separation’, che c’è negli Stati Uniti, ovvero uno Stato ch’è sì autonomo e indipendente dalle confessioni religiose, ma non è aggressivo nei loro confronti, come invece abbiamo altri esempi in giro per il mondo. Può darsi che questa constatazione del fatto che Stato e confessioni religiose possano convivere pacificamente, abbia influenzato la sua formazione e le sue opinioni in questo campo”.
Il volume è frutto di un convegno organizzato a Camerino: cosa significa questa collaborazione tra le università italiane e quelle cinesi?
“Da un lato una delle principali qualità del professore universitario è la curiosità, che lo motiva alla ricerca, all’esplorazione, all’approfondimento, in qualunque settore dello scibile umano, perché sa di non sapere, e, d’altro canto, un’Università non è, non può essere, una monade senza porte e finestre: nello specifico, Italia e Cina sono emblema della civiltà orientale e di quella occidentale, e hanno scritto alcuni dei più importanti e significativi capitoli della storia della civiltà umana. I contatti tra le due grandi civiltà, cinese e italiana, affondano le loro radici nella storia.
Già più di duemila anni fa, infatti, la dinastia Han inviò Gan Ying in missione alla ricerca di ciò che chiamavano ‘Da Qin’ o ‘Grande Qin’, e che era l’Impero romano, mentre il sommo poeta Virgilio ed il geografo romano Pomponio Mela fanno molteplici citazioni del ‘Paese della seta’. E’ dunque naturale che questi contatti si siano oggi incanalati nella collaborazione fra Università italiane e cinesi”.
I rapporti tra la Santa Sede e la Polonia dopo la Seconda Guerra Mondiale possono essere interessanti per i rapporti con la Cina?
“Certamente, perché dimostrano la possibilità d’avviare relazioni diplomatiche fra uno Stato ufficialmente ispirato e guidato dalla dottrina marxista e la Santa Sede”.
In quale modo papa Leone XIV potrà ‘gestire’ i rapporti con Pechino?
“Guardi, dovrà semplicemente fare quello che fecero i suoi predecessori: già nel 1245 infatti, Sinibaldo Fieschi, papa Innocenzo IV, nel quadro del Concilio di Lione, aveva inviato un legato pontificio, il francescano Giovanni da Pian del Carmine, al Can dei Tartari, per favorire la conversione al cristianesimo e dissuadere dall’invadere l’Europa. Dopo la missione di Marco Polo, papa Niccolò IV, Girolamo Masci, il primo pontificio francescano, inviò il confratello Giovanni da Montecorvino, che giunse in Cina nel 1294 e tradusse il Salterio, il Nuovo Testamento e il Messale in Tartaro. Papa Clemente V ne dispose poi la consacrazione come arcivescovo di Pechino.
Secoli dopo il testimone venne raccolto dal gesuita p. Matteo Ricci, originario di Macerata, fino al blackout provocato dalla questione dei riti. All’inizio dello scorso secolo abbiamo avuto un nuovo ‘Matteo Ricci’, cioè il vescovo veneto, poi cardinale, Celso Costantini, che è davvero un nuovo apostolo della Cina. Quindi il rispetto e l’attenzione della Chiesa, della Santa Sede, verso la Cina è stata costante nel corso dei secoli”.
Quindi l’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese potrà essere ratificato definitivamente con papa Leone XIV?
“L’accordo purtroppo è segreto, quindi non sappiamo esattamente cosa dica. Possiamo ipotizzare sia stata prevista una qualche forma di consultazione tra Santa Sede e Governo cinese in merito alla nomina dei Vescovi, cosa peraltro abbastanza comune sia nei secoli passati in Europa che nei concordati di inizio Novecento. Sarà infatti solo il decreto di papa san Paolo VI, ‘Christus Dominus’ del 1965, a dire al numero 20 che in avvenire non sarebbero più stati concessi alle autorità civili diritti, privilegi di elezione, nomina e presentazione dei vescovi, ed a pregare le autorità civili che ancora li avessero, per ragioni concordatarie, di rinunziarvi. Immagino che l’obiettivo della Santa Sede resti quello, con tempistiche però che non si possono prevedere”.
Quanto è importante la libertà religiosa nei rapporti della Santa Sede con gli Stati?
“E’ estremamente importante, perché, come dice il canone 1752 del Codice di diritto Canonico, ‘salus animarum suprema lex’ (la salvezza delle anime è la legge suprema) ed alla Chiesa ed alla Santa Sede interessano le anime, a prescindere dal sistema politico”.
(Tratto da Aci Stampa)
Matteo Ricci, il dialogo tra le culture e il dialogo con il mondo di oggi
Matteo Ricci (Macerata 1552 – Pechino 1610), esperto nelle scienze, come nelle lettere, sinologo, cartografo e matematico, dopo essere stato ordinato sacerdote nella Compagnia di Gesù in India, nel 1582 parte per una missione verso Macao. Uomo onnisciente e profondo conoscitore del Rinascimento europeo, favorisce la relazione tra le due civiltà più importanti della storia del tempo: l’Europa cristiana, impregnata di Umanesimo e di Rinascimento, e la Cina, sotto la dinastia dei Ming. Porta avanti con tenacia questo incontro di culture, che si estende, in particolare, a temi di astronomia, costumi, governo, principi etici e verità rivelata.
Questa è l’essenza del libro ‘La forza del dialogo. Matteo Ricci ponte tra Europa e Cina’, scritto dalla prof.ssa Luciana Salvucci, con saggi di Andrea Fazzini, Frediano Salvucci, Francesco Solitario, Antonio Spadaro, Antonio De Caro, con la postfazione di Dario Grandoni e la prefazione di Luigi Lacchè, che scrive: “Maestro d’Europa, ma anche, secondo un altro titolo onorifico, ‘Studioso confuciano del grande Occidente’, Ricci compì uno sforzo inedito per avvicinarsi all’antropologia culturale cinese mettendo da parte, per quanto possibile, ogni pregiudizio e sentimento di pretesa superiorità”.
Queste pagine ricostruiscono l’esperienza storica di Matteo Ricci ed il primo significativo incontro tra il sapere occidentale e quello cinese, avvenuto negli anni che vanno dagli ultimi decenni del 1500 ai primi del 1600. L’obiettivo è quello di riproporre, come esempio, l’operato di Ricci, la sua tensione verso una conciliazione, attraverso argomentazioni razionali, tra una società basata su tradizioni millenarie con dottrine etiche non facilmente compatibili e la visione della vita derivante dal Vangelo e dalla teologia cristiana.
Per quale motivo un libro su p. Matteo Ricci?
“Mi interessano l’ingegno umano, l’idea del bene e ritengo importante il dialogo costruttivo tra persone e popoli. Padre Matteo Ricci rappresenta questo per tre motivi: è missionario in Oriente, scienziato, scrittore, sinologo, cartografo, matematico; contribuisce al confronto tra fede e scienza, teorizza il dialogo e l’amicizia tra popoli e persone. L’opera travalica i generi classici di scrittura (per esempio poema, teatro), esplora nuove forme espressive basate su un interscambio tra nuovo linguaggio e rimandi alla classicità. La precede un saggio di Andrea Fazzini: ‘La dimensione teatrale dell’opera’. Autore della postfazione è Dario Grandoni, presidente della ‘Fondazione p. Matteo Ricci’, con la quale si è collaborato per la pubblicazione e la presentazione”.
Per quale motivo ha cercato un dialogo con l’Oriente?
“Matteo Ricci, uomo onnisciente e conoscitore del Rinascimento europeo, favorisce la relazione tra le due civiltà più importanti della storia del tempo: l’Europa cristiana, impregnata di Umanesimo e di Rinascimento, e la Cina, sotto la dinastia dei Ming. Porta avanti con tenacia questo incontro di culture, che si estende, in particolare, a temi di astronomia, costumi, governo, principi etici e verità rivelata”.
In quale modo ha cercato di coniugare la sapienza occidentale con la sapienza orientale?
“E’ un grande merito del gesuita aver fatto conoscere alla Cina la cultura europea, coinvolgendo importanti ‘literati’ e funzionari cinesi a lui contemporanei e contribuendo ad abbattere il muro di reciproco sospetto. Egli riesce a conquistare rispetto e ammirazione attraverso la conoscenza del pensiero cinese e mettendo a disposizione il sapere occidentale, in particolare l’arte della memoria, la matematica, la geografia e l’astronomia. Ricci rileva delle somiglianze tra la cultura confuciana e le filosofie greca e latina. Al tempo stesso, il tema dell’amicizia è fondamentale anche nel confucianesimo, in cui i rapporti con gli uomini e i familiari sono la base, secondo Confucio, su cui si costruisce uno Stato solido e duraturo”.
E’ possibile una ‘conciliazione’ tra culture?
“E’ possibile attraverso il dialogo. Nella scena ‘Dialogo sulla dottrina del Signore del Cielo’, si riporta il dialogo tra il pensiero di un letterato cinese e quello di un letterato occidentale, in parte tratto dall’opera di Matteo Ricci ‘Il vero significato del Signore del Cielo’. E’ anche possibile attraverso l’unità di armonia, sapienza e bellezza. Nell’Epilogo le parole finali della Madre del Cielo cercano di descrivere lo stato di bellezza, gioia, sapienza e amore, di un aldilà, che ricorda la vita nella terra secondo virtù. E’ proprio partendo dai principi di unità, sapienza e armonia che la cultura cinese e quella europea possono trovare un punto di incontro. E’ partendo dalla diversità come risorsa e dalla combinazione di diverse arti, che con amicizia e armonia, le due società possono dialogare sui diversi piani culturale, antropologico, teleologico e scientifico”.
Negli anni scorsi ha pubblicato anche un oratorio sacro su p. Ricci (‘Alla corte del signore del cielo’): quanto è importante il gesuita maceratese per il dialogo interreligioso?
“Padre Matteo Ricci è consapevole che il dialogo con la Cina sia importante per la convivenza pacifica tra i popoli e per la diffusione del cristianesimo nel mondo, per questo non crea dei cortocircuiti né sminuisce la grande cultura di quel popolo, imponendo una visione occidentale. Capisce che in Cina deve confrontarsi con una civiltà grande al pari di quella europea. E’ consapevole della sfida e l’accetta, utilizzando, oltre la Bibbia, la mediazione del pensiero confuciano, del pensiero umanistico e in particolare del pensiero scientifico”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco: preghiera e predicazione per l’annuncio della Parola di Dio
“E, per favore, continuiamo a pregare per la pace! La guerra è una sconfitta umana. La guerra non risolve i problemi, la guerra è cattiva, la guerra distrugge. Preghiamo per i Paesi in guerra. Non dimentichiamo la martoriata Ucraina, non dimentichiamo la Palestina, Israele, Myanmar… Tanti bambini morti, tanti innocenti morti! Preghiamo perché il Signore ci faccia arrivare alla pace. Preghiamo sempre per la pace”.
Anche oggi, a conclusione dell’udienza generale papa Francesco ha chiesto pace ed ha pregato per tutti i deceduti a causa delle guerre. Inoltre, per la prima volta, ha rivolto un saluto ai fedeli di lingua cinese, in quanto la catechesi sarà tradotta anche nella loro lingua: “Oggi, con grande piacere, diamo avvio alla lettura, della sintesi della catechesi in cinese. Desidero, perciò, rivolgere il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese qui presenti e a quelle collegate tramite i mezzi di comunicazione. Su tutti voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace. Che Dio vi benedica”.
E nel prosieguo del ciclo di catechesi ‘Lo Spirito e la Sposa’ papa Francesco ha incentrato la meditazione sul tema ‘Annunciare il Vangelo nello Spirito Santo. Lo Spirito Santo e l’evangelizzazione’, spiegando che nel Nuovo Testamento, la parola ‘Vangelo’ ha due significati principali: “Nel Nuovo Testamento, la parola ‘Vangelo’ ha due significati principali. Può indicare ognuno dei quattro Vangeli canonici: Matteo, Marco, Luca e Giovanni, e in questa accezione per Vangelo si intende la buona notizia proclamata da Gesù durante la sua vita terrena. Dopo la Pasqua, la parola ‘Vangelo’ assume il nuovo significato di buona notizia su Gesù, cioè il mistero pasquale della morte e risurrezione del Signore”.
E’ stato un invito a ‘ripartire’ sempre dall’annuncio della Parola di Dio: “La predicazione di Gesù e, in seguito, quella degli Apostoli, contiene anche tutti i doveri morali che scaturiscono dal Vangelo, a partire dai dieci comandamenti fino al comandamento ‘nuovo’ dell’amore. Ma se non si vuole ricadere nell’errore denunciato dall’apostolo Paolo di mettere la legge prima della grazia e le opere prima della fede, è necessario ripartire sempre di nuovo dall’annuncio di ciò che Cristo ha fatto per noi. Per questo nell’Esortazione apostolica ‘Evangelii gaudium’ si insiste tanto sulla prima delle due cose, cioè sul kerygma, o ‘proclamazione’, da cui dipende ogni applicazione morale”.
E per mettere in pratica questo sono necessarie due situazioni: “Facile a dirsi (si potrebbe obbiettare), ma come metterlo in pratica se non dipende da noi, ma dalla venuta dello Spirito Santo? In realtà, c’è una cosa che dipende da noi, anzi due, e le accenno brevemente. La prima è la preghiera… Dunque, la prima cosa che dipende da noi è pregare, perché venga lo Spirito Santo. La seconda è non volere predicare noi stessi, ma Gesù Signore”.
Per tale ragioni le omelie devono essere brevi: “Questo riguarda la predicazione. A volte ci sono predicazioni lunghe, 20 minuti, 30 minuti… Ma, per favore, i predicatori devono predicare un’idea, un affetto e un invito ad agire. Oltre gli otto minuti la predica svanisce, non si capisce. E questo lo dico ai predicatori… A volte vediamo gli uomini che quando incomincia la predica vanno fuori a fumare una sigaretta e poi rientrano. Per favore, la predica dev’essere un’idea, un affetto e una proposta di azione. E non andare mai oltre i dieci minuti. Questo è molto importante”.
L’altra cosa importante è quella di ‘raccontare’ Gesù: “La seconda cosa è non volere predicare noi stessi ma il Signore. Non occorre dilungarci su questo, perché chiunque è impegnato nell’evangelizzazione sa bene che cosa significa, nella pratica, non predicare sé stessi. Mi limito a un’applicazione particolare di tale esigenza. Non volere predicare sé stessi implica anche non dare sempre la precedenza a iniziative pastorali promosse da noi e legate al proprio nome, ma collaborare volentieri, se richiesto, a iniziative comunitarie, o affidateci dall’obbedienza”.
Mentre, prima dell’udienza generale, il papa aveva ricevuto le suore della Santa Famiglia di Nazareth all’inizio delle celebrazioni del 150° anniversario della Congregazione: “Ed è bello e propizio che il vostro anniversario cada all’inizio del nuovo anno liturgico. Il tempo di Avvento, con la sua attesa paziente, piena di speranza nelle promesse del Signore, può servire da modello per accrescere la nostra fiducia nella provvidenza di Dio. Prego perciò che i vostri festeggiamenti aiutino i membri della Congregazione e tutti coloro che collaborano nelle sue diverse missioni a crescere nella fiduciosa contemplazione del Figlio di Dio incarnato, specialmente nel Santissimo Sacramento e nelle persone che servite”.
Ed ha sottolineato questo loro giubileo: “l tempo stesso, il vostro giubileo coincide felicemente con l’Anno Santo, nel quale la Chiesa intera sta per entrare. I Giubilei sono momenti preziosi per fare il punto della nostra vita, sia come singole persone che come comunità. Sono inoltre occasioni di riflessione, di raccoglimento e di ascolto di ciò che lo Spirito Santo oggi ci dice. Con il cuore aperto all’incontro ‘autentico e personale con il Signore Gesù, la ‘porta’ della nostra salvezza’, le vostre comunità siano sempre come ‘soglie’ attraverso le quali le famiglie, che sono al centro del vostro carisma, possano trovare rifugio, speranza e pace in Cristo Salvatore”.
Infine ha chiesto loro di essere ‘segno’ di speranza per le famiglie colpite dalla guerra: “E a questo proposito, non possiamo dimenticare le tante famiglie devastate dalla guerra e dalla violenza, sfollate dalla propria casa, o fuggite dal loro paese. La vostra preghiera e le vostre generose opere di carità manifestino sempre l’amore di Gesù, affinché possiate essere segni di speranza per quanti vivono in ogni genere di difficoltà”.
(Foto: Santa Sede)
A Tolentino sulle orme del beato Tommaso da Tolentino e del venerabile Matteo Ricci
Nel viaggio apostolico a Singapore papa Francesco ha ricordato ai gesuiti che san Francesco Saverio e il venerabile p. Matteo Ricci hanno affrontato situazioni difficili, confidando nella ‘potenza’ della preghiera: “E guardate anche alla vita di Francesco Saverio, di Matteo Ricci e di tanti altri gesuiti: sono stati capaci di andare avanti grazie al loro spirito di preghiera”; mentre in un’udienza generale dello scorso anno aveva ricordato l’apporto del gesuita maceratese nello stabilire l’amicizia con il popolo cinese:
“Il suo amore per il popolo cinese è un modello… Lui ha portato il cristianesimo in Cina; lui è grande sì, perché è un grande scienziato, lui è grande perché è coraggioso, lui è grande perché ha scritto tanti libri, ma soprattutto lui è grande perché è stato coerente con la sua vocazione, coerente con quella voglia di seguire Gesù Cristo”.
Partendo da tali presupposti a fine settembre a Tolentino si è svolto un incontro sul tema ‘Fra Tommaso e Padre Matteo in Asia: diplomatici del Vangelo’, organizzato dal Comitato per le celebrazioni in memoria del beato Tommaso da Tolentino, dal Santuario della Basilica di san Nicola da Tolentino e dal Sermit odv (Servizio missionario Tolentino), che sostiene i missionari in Brasile, in India ed in Burundi, con gli interventi del missionario e sinologo p. Gianni Criveller, direttore del Centro missionario del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere) e direttore editoriale di Asia News, che ha incentrato il proprio intervento sull’azione missionaria del francescano beato Tommaso da Tolentino e del gesuita, venerabile p. Matteo Ricci: ‘Fra Tommaso da Tolentino e padre Matteo Ricci: due missionari marchigiani in Cina’; mentre il prof. Dario Grandoni, docente di ‘Business Startup e Corporate Finance’ all’Università Politecnica delle Marche e presidente della Fondazione internazionale ‘P. Matteo Ricci’ di Macerata, ha descritto la figura del gesuita maceratese: ‘Padre Matteo Ricci, un ponte o un modello?’, confrontandosi sul tema della serata: ‘Fra Tommaso e Padre Matteo in Asia: diplomatici del Vangelo’.
Durante il convegno p. Gianni Criveller ha descritto il ‘contatto’ tra il beato Tommaso da Tolentino e la Cina: “Il primo contatto tra Tommaso e la missione di Cina risale al giugno-luglio del 1307, quando il frate di Tolentino consegnò a papa Clemente V, un papa avignonese che si trovava in quel momento nella regione della Guascogna, le ultime due lettere del confratello missionario a Pechino Giovanni da Montecorvino: fu a seguito di esse che il papa inviò sette nuovi vescovi francescani in Oriente per consacrare Giovanni. Secondo alcuni, tra loro avrebbe potuto esserci lo stesso Tommaso, ma è una ipotesi poco credibile”.
Inoltre il relatore ha evidenziato che la storia di questi missionari francescani, uccisi in ‘odium fidei’ in India, si ricollega all’idea di missione avanzata da Gioacchino da Fiore e da san Francesco di Assisi: “Le profezie visionarie di Gioacchino, l’entusiasmo di Francesco d’Assisi che mostrava che era possibile vivere il vangelo alla lettera e senza commento, le attese suscitate dal papato di Celestino V furono le fonti del movimento degli spirituali e di altri movimenti alternativi alla chiesa istituzionale, percepita da tanti come non più corrispondente alla forma apostolica. Sul fronte missionario questa visione aveva per protagonista Dio, o meglio la Santa Trinità, autrice della missione. I credenti, i missionari partecipano in modo simbolico ad una missione pienamente realizzata dalla Trinità”.
Al termine dell’incontro abbiamo domandato a p. Gianni Criveller di spiegarci il motivo per cui la Chiesa ha guardato verso l’Asia ed in particolare verso la Cina: “In Cina ci sono tanti uomini e donne che attendono l’annuncio del Vangelo”.
Per quale motivo i francescani decisero di andare in missione in Cina?
“I francescani hanno iniziato la loro missione in Cina intorno a metà del secolo XIII su mandato dei papi ed alcuni sollecitati anche dai re di Francia, quali Guglielmo da Rubok, come missionari e come diplomatici. Poi dalla Cina hanno scritto relazioni molto importanti, che oggi sono utili per conoscere la Cina dei secoli XIII e XIV”.
E quale è stato il pensiero che ha mosso p. Matteo Ricci di recarsi in Cina?
“P. Matteo Ricci fondamentalmente è andato in Cina per evangelizzare e portare la fede; era un figlio del suo tempo, all’inizio della modernità. Era uomo di scienza e di cultura, che dava molta importanza ai libri ed alle immagini: ha trasmesso la fede in Cina attraverso questi mezzi”.
Nel viaggio apostolico in Asia papa Francesco ha esortato i cristiani a guardare a p. Matteo Ricci: è un modello per gli europei per rapportarsi con i cinesi?
“Sì, è un modello soprattutto per il suo spirito di ‘accomodamento’, che oggi chiamiamo interculturalità, cioè l’interlocutore è importante perché ha qualcosa da dire e non sono solo io che devo per forza dire qualcosa. Poi è molto importante lo stile dell’amicizia che p. Matteo Ricci ha attivato, perché è stato una novità, in quanto non tutti i missionari erano amichevoli con le popolazioni”.
L’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese, riguardante la nomina dei Vescovi, quali rapporti sta introducendo?
“Direi abbastanza scarsi in quanto l’accordo avrebbe dovuto portare molto più frutti e sono stati pochi i vescovi che sono stati consacrati e moltissime diocesi cinesi sono ancora senza vescovo. Tuttavia il rinnovo, che verrà fatto, porterà ad un miglioramento della funzionalità di questo accordo”.
(Tratto da Aci Stampa)
A Tolentino per conoscere fra Tommaso da Tolentino e p. Matteo Ricci sulla strada della Cina
Nel viaggio apostolico a Singapore papa Francesco ha ricordato l’apporto di p. Matteo Ricci nello stabilire l’amicizia con il popolo cinese, ripetendo quello che aveva sottolineato nell’Udienza generale dello scorso anno: “Il suo amore per il popolo cinese è un modello… Lui ha portato il cristianesimo in Cina; lui è grande sì, perché è un grande scienziato, lui è grande perché è coraggioso, lui è grande perché ha scritto tanti libri, ma soprattutto lui è grande perché è stato coerente con la sua vocazione, coerente con quella voglia di seguire Gesù Cristo”.
E’ quello che cercherà di raccontare l’incontro a cui interverranno p. Gianni Criveller, direttore del Centro missionario del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere) di Milano, direttore del giornale online Asianews e già presidente della Commissione storica della causa di beatificazione di padre Matteo Ricci, ed il prof. Dario Grandoni, docente di ‘Business Startup e Corporate Finance’ all’Università Politecnica delle Marche e presidente della Fondazione internazionale ‘P. Matteo Ricci’ di Macerata, sul tema della serata : ‘Fra Tommaso e Padre Matteo in Asia: diplomatici del Vangelo’, mercoledì 25 settembre alle ore 21.15 nella basilica di san Nicola a Tolentino, organizzato dal Comitato per le celebrazioni in memoria del beato Tommaso da Tolentino, dal Santuario della Basilica di san Nicola da Tolentino e dal Sermit.
L’incontro, che è preludio al convegno del convegno internazionale su ‘Marco Polo e i Francescani in Oriente’ che si svolgerà sempre a Tolentino il 18/19 ottobre, prende spunto da una lettera del venerabile p. Matteo Ricci al padre scritta nel 1599, in cui esprimeva il suo desiderio di entrare nell’ordine dei Gesuiti per partire verso la Cina, dopo aver letto il martirio del beato Tommaso da Tolentino, avvenuto in India nel 1321: “Mio padre non ha mai creduto che io fin da bambino sognavo di venire qua in Cina, il misterioso Katai di cui avevo letto nella nostra biblioteca scolastica su quel famoso libro ‘Il Milione’ di Marco Polo e poi anche nelle ‘Memorie di viaggio’ del francescano Odorico da Pordenone, memoria nelle quali avevo trovato il racconto, tra l’altro, del ritrovamento nel 1326 vicino a Bombay, del corpo incorrotto del beato Tommaso da Tolentino, martirizzato… l’11 aprile 1321”.
E p. Ricci, seguendo l’esempio del beato Tommaso da Tolentino, è stato un ‘ponte’ tra Oriente ed Occidente, che oggi è ancora valido, come aveva sottolineato p. Criveller: “Ricci è, come san Francesco, un uomo universale, una persona che unisce, creando ponti, terreno comune e possibilità di dialogo. Non ci sono alternative all’incontro tra i popoli, culture e religioni diverse. Ma Ricci, come Francesco, non è un uomo neutrale, è portatore di un messaggio: il Vangelo di Gesù”.
Monsignor Pighin: il cardinale Costantini antesignano del dialogo tra Santa Sede e Cina
“Di fronte specialmente ai Cinesi, ho creduto opportuno di non dover accreditare in alcun modo il sospetto che la religione cattolica apparisca come messa sotto tutela e, peggio ancora, come strumento politico al servizio delle nazioni europee”: così, nei suoi memoriali, il card. Celso Costantini ricordava un tratto qualificante della sua missione di primo delegato apostolico in Cina dal 1922 al 1933.
Negli ultimi decenni la memoria di questa figura geniale e profetica della Chiesa cattolica del secolo scorso è stata valorizzata da mons. Bruno Fabio Pighin, professore ordinario nella Facoltà di Diritto Canonico S. Pio X di Venezia e delegato episcopale per la causa di canonizzazione del cardinale. Ed un volume curato dal prof. Pighin, intitolato ‘Il Cardinale Celso Costantini e la Cina. Costruttore di un ‘ponte’ tra Oriente e Occidente’, esplora aspetti poco conosciuti del cardinale friulano.
Il segretario di stato vaticano, card. Pietro Parolin, nella prefazione al volume, aggiunge dettagli preziosi: “Quel percorso ha tracciato una direzione, sulla quale la Chiesa prosegue tutt’oggi, come avvenuto con l’Accordo provvisorio tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese riconfermato nel 2022. Tale Accordo, già auspicato da papa Benedetto nel 2007 e firmato sotto il pontificato di papa Francesco nel 2018, riguarda la nomina dei vescovi in Cina, in continuità ideale coi sei primi Vescovi cinesi, consacrati a Roma da Pio XI e dallo stesso Costantini nel 1926”.
Da mons. Pighin ci facciamo spiegare da dove nasce l’idea di pubblicare quest’opera: “L’iniziativa è stata voluta dall’associazione ‘Amici del Cardinale Celso Costantini’, promotrice dell’esposizione permanente dedicata a ‘Celso Costantini e la Cina’, inaugurata nel 2023 nel Museo diocesano di arte sacra di Pordenone, che intende custodire, valorizzare e rendere fruibili, anche per i posteri, i tesori culturali inestimabili legati all’insigne porporato pordenonese, molti dei quali provenienti dalla terra di Confucio”.
Quali sono i contenuti di questa pubblicazione?
“Il testo presenta un originale mosaico letterario, nel quale si evidenziano tre polarità che interagiscono tra loro. Anzitutto emerge la figura geniale di Celso Costantini, oggi riscoperta nei suoi vari profili di vescovo e poi cardinale, di scrittore, scultore, protagonista nell’arte sacra del secolo scorso, di diplomatico e di artefice di carità e di pace. Il secondo filone, intrecciato con il primo, illustra le gesta da lui compiute in Cina, dove rifondò la comunità cattolica con propri vescovi, valorizzò la grande civiltà cinese nella liturgia e nell’arte cristiana e sviluppò il dialogo con le autorità del più grande Stato dell’Asia. La terza dimensione attraversa l’intera pubblicazione con 150 fotografie di valore storico-artistico. In esse viene documentato il patrimonio culturale da lui lasciato e ora esposto permanentemente nel Museo diocesano di Pordenone”.
Per quale motivo il card. Celso Costantini è stato un costruttore di ‘ponte’ tra Oriente ed Occidente?
“Celso Costantini, primo delegato apostolico in Cina, ha creato una svolta ai rapporti della Chiesa cattolica con la terra di Confucio e poi, da segretario di Propaganda Fide, più in generale con l’Estremo Oriente. Ha inaugurato la ‘decolonizzazione’ religiosa trattando la Cina con tutta la dignità che meritava, su un piano di uguaglianza, riconoscendone la sua grande cultura e civiltà con la quale si mise in dialogo. Il suo impegno potrebbe essere definito oggi di carattere ‘transculturale’, nella consapevolezza che il Vangelo si ‘coniuga’ con ogni cultura e funge da veicolo anche per i rapporti socio-culturali a livello mondiale”.
Quale contributo offrì il card. Costantini al Concilio sinense?
“Il Primo Concilio Cinese tenutosi a Shanghai nel 1924 sarebbe stato semplicemente impensabile senza l’opera svolta per esso dal card. Celso Costantini. Anzitutto egli fece compiere una svolta di 180 gradi alla preparazione dell’assise, ponendo le basi della futura opera di evangelizzazione in Cina, mentre in precedenza l’impegno mirava a comporre un compendio delle disposizioni emanate negli ultimi tre secoli. Nella fase della celebrazione conciliare egli fu il grande protagonista nel condurlo a buon fine. Gli atti prodotti sono splendidi, grandiosi e originali nella loro forma e nel loro contenuto, considerati ovviamente nel loro contesto di un secolo fa. Infine il card. Costantini fu l’artefice principale della loro pronta attuazione, prima ancora che i decreti conciliari fossero revisionati dalla Santa Sede e poi pubblicati nel 1929”.
Per il card. Costantini cosa significava ‘evangelizzare’?
“Per il card. Celso Costantini ‘evangelizzare’ voleva dire l’opposto di ‘conquistare’, perché significava far risuonare la bellissima notizia portata da Gesù Cristo all’umanità. Il punto centrale stava nel favorire una relazione diretta delle persone con il Risorto, al fine di sperimentare il suo amore salvifico per ogni essere umano, chiamato alla dignità di diventare figlio di Dio”.
Il dialogo tra Santa Sede e Repubblica Popolare Cinese ha portato all’accordo per la nomina dei vescovi cinesi: si può dire che il card. Costantini fu antesignano di questo dialogo?
“Il card. Celso Costantini fu più di un ‘antesignano’ di questo dialogo. Infatti, i rapporti tra la Repubblica Cinese e la Santa Sede non sono iniziati oggi, ma si collocano in un tracciato storico. Le piene relazioni diplomatiche tra lo Stato più grande dell’Asia e la Sede Apostolica, stabilite nel 1946, ebbero nel card. Costantini il principale protagonista. Esse furono poi congelate con l’avvento della rivoluzione maoista. Oggi si sta verificando un disgelo fra i due soggetti di diritto internazionale, il quale impone di affrontare problemi simili a quelli risolti con l’apporto determinante del card. Costantini. Si noti poi che l’accordo in vigore tra le due parti sovrane sulla nomina dei vescovi cinesi riguarda i presuli con i successori di quelli portati alla dignità episcopale dallo stesso card. Costantini”.
Cosa è stato il ‘metodo’ Costantini?
“Alcuni storici contemporanei hanno individuato nell’opera di Celso Costantini un metodo nuovo e originale a livello politico e diplomatico della Santa Sede. Detto metodo si basa sull’opportunità di muoversi verso una metà ben chiara tramite percorsi parziali ma sanificativi, ampliando gradualmente le aree condivise e utilizzando canali di dialogo non solo diplomatici, ma anche sociali e culturali. Questo è congeniale alla Santa Sede perché, a differenza degli altri soggetti di diritto internazionale territorialmente delimitati, essa gode di dimensioni planetarie nel governo della Chiesa cattolica che è universale”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco: il Concilio cinese nella missione della Chiesa
Papa Francesco oggi ha inviato un videomessaggio ai partecipanti al convegno internazionale ‘100 anni dal Concilium Sinense: tra storia e presente’, organizzato dalla Pontificia Università Urbaniana in collaborazione con l’Agenzia Fides e la Commissione Pastorale per la Cina, sottolineando la ricorrenza occasione ‘preziosa’:
“Sono contento di potermi rivolgere a voi in occasione del convegno dedicato al centenario del Concilium Sinense, il primo e finora unico Concilio della Chiesa cattolica cinese, che si svolse a Shangai tra maggio e giugno 1924, esattamente cento anni fa. Il titolo del vostro convegno è ‘Cento anni dal Concilium Sinense, tra storia e presente’, e certo questa ricorrenza rappresenta per tante ragioni un’occasione preziosa”.
E’ stato un sinodo importante sia per la Chiesa che per la Cina: “Quel Concilio fu davvero un passaggio importante nel percorso della Chiesa cattolica nel grande Paese che è la Cina. A Shanghai, i Padri riuniti nel Concilium Sinense vissero un’esperienza autenticamente sinodale e presero insieme decisioni importanti. Lo Spirito Santo li riunì, fece crescere l’armonia tra loro, li portò lungo strade che molti tra loro non avrebbero immaginato, superando anche le perplessità e le resistenze. Così fa lo Spirito Santo che guida la Chiesa”.
Quel sinodo è stato l’inizio di un cammino della riscoperta del cristianesimo: “Loro erano quasi tutti provenienti da Paesi lontani, e prima del Concilio molti tra loro non erano ancora pronti a prendere in considerazione l’opportunità di affidare la guida delle diocesi a sacerdoti e vescovi nati in Cina.
Poi, riuniti in Concilio, compirono un vero cammino sinodale e firmarono tutti le disposizioni che aprivano nuove strade affinché la Chiesa, anche la Cina cattolica, potesse avere sempre più un volto cinese. Riconobbero che quello era il passo da fare, perché l’annuncio di salvezza di Cristo può raggiungere ogni comunità umana e ogni singola persona solo se parla nella sua lingua materna”.
Ed ha ricordato i ‘contributi’ di p. Matteo Ricci e del card. Costantini: “I Padri del Concilio seguirono le orme di grandi missionari, come padre Matteo Ricci – Lì Mǎdòu; si misero nel solco aperto dall’apostolo Paolo, quando predicava che occorre farsi tutto a tutti pur di annunciare e testimoniare Cristo risorto.
Un contributo importante, nella promozione e nella guida del Concilium Sinense, arrivò dall’Arcivescovo Celso Costantini, il primo Delegato Apostolico in Cina, che per decisione di papa Pio XI fu anche il grande organizzatore e il Presidente del Concilio”.
E soprattutto il card. Costantini contribuì alla comunione tra Cina e Santa Sede: “Costantini applicò alla situazione concreta uno sguardo davvero missionario. E fece tesoro degli insegnamenti della ‘Maximum illud’, la Lettera apostolica sulle missioni pubblicata nel 1919 da papa Benedetto XV.
Seguendo lo slancio profetico di quel documento, Costantini ripeteva semplicemente che la missione della Chiesa era quella di ‘evangelizzare, non colonizzare’. Nel Concilio di Shanghai, anche grazie all’opera di Celso Costantini, la comunione tra la Santa Sede e la Chiesa che è in Cina si manifestò nei suoi frutti fecondi, frutti di bene per tutto il popolo cinese”.
Inoltre per il papa i partecipanti del concilio cinese tracciarono i percorsi per il ‘futuro’: “Il cammino della Chiesa lungo la storia è passato e passa per strade impreviste, anche per tempi di pazienza e di prova. Il Signore, in Cina, ha custodito lungo il cammino la fede del popolo di Dio. E la fede del popolo di Dio è stata la bussola che ha indicato la via in tutto questo tempo, prima e dopo il Concilio di Shanghai, fino a oggi”.
In questo modo si realizza la comunione: “I cattolici cinesi, in comunione con il Vescovo di Roma, camminano nel tempo presente. Nel contesto in cui vivono, testimoniano la propria fede anche con le opere di misericordia e carità, e nella loro testimonianza danno un contributo reale all’armonia della convivenza sociale, alla edificazione della casa comune. Chi segue Gesù ama la pace, e si trova insieme a tutti quelli che operano per la pace, in un tempo in cui vediamo agire forze disumane che sembrano voler accelerare la fine del mondo”.
Al termine il papa ha invitato a pregare la Madonna di Sheshan: “I partecipanti al Concilio di Shanghai guardarono al futuro. E, alcuni giorni dopo la fine del Concilio, si recarono in pellegrinaggio al Santuario di Nostra Signora di Sheshan, vicino Shanghai…
Proprio in questi giorni, nel mese di maggio, dedicato dal popolo di Dio alla Vergine Maria, tanti nostri fratelli e sorelle cinesi salgono in pellegrinaggio al Santuario di Sheshan, per affidare le loro preghiere e le loro speranze all’intercessione della Madre di Gesù. Fra pochi giorni, il 24 maggio, festa di Maria Aiuto dei cristiani, la Chiesa nel mondo intero pregherà con i fratelli e le sorelle della Chiesa che è in Cina, come era stato chiesto da papa Benedetto XVI nella sua Lettera ai cattolici cinesi”.
Durante il convegno mons. Giuseppe Shen Bin, vescovo di Shanghai, come ha riportato l’Agenzia Fides, ha parlato dello sviluppo della Chiesa in Cina nella linea tracciata dal card. Costantini: “Oggi il popolo cinese sta portando avanti la grande rinascita della nazione cinese in modo globale con una modernizzazione in stile cinese, e la Chiesa cattolica in Cina deve muoversi nella stessa direzione, seguendo un percorso di cinesizzazione che sia in linea con la società e la cultura cinese di oggi…
Papa Francesco ha anche spesso sottolineato che essere un buon cristiano non solo non è incompatibile con l’essere un buon cittadino, ma ne è parte integrante… Spesso diciamo che la fede non ha confini, ma i credenti hanno una propria Patria e una loro cultura che è nata dalla propria Patria”.
Ha concluso l’intervento affermando che la Chiesa cattolica in Cina seguirà l’insegnamento dell’apostolo Paolo con lo spirito di p. Matteo Ricci: “Guardando al futuro, la Chiesa cattolica cinese continuerà a seguire l’insegnamento dell’apostolo Paolo, che disse:
“Mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno”, portando avanti il percorso di cinesizzazione della Chiesa iniziato dai missionari come Matteo Ricci per primo, e proseguendo l’orientamento indicato dal Sinodo di Shanghai riguardo alla costruzione della Chiesa indigena. Continueremo a costruire la Chiesa in Cina come Chiesa santa e cattolica, che sia conforme alla volontà di Dio, accetti l’eccellente patrimonio culturale tradizionale cinese e che sia benvoluta nella società cinese di oggi”.
(Foto: Franco Casadidio)
Marco Polo e i francescani in terra di Cina
Nella realtà odierna sono molto importanti i mediatori culturali, ossia coloro che riescono a far incontrare popoli e culture così da costruire strutture di pace che contrastino gli scontri d’ignoranza di cui si vedono gli esiti nefasti.
Tra questi personaggi dall’alto valore storico e simbolico certamente c’è Marco Polo, il mercante veneziano che giunse in terra di Cina e di cui ricorrono settecento anni dalla morte avvenuta a Venezia l’8 gennaio 1324.
Le iniziative in programma sono molteplici e tra esse si evidenzia il convegno ‘Appunti di viaggio: Marco Polo e i Francescani in Oriente nei secoli XIII-XIV’ in programma a Tolentino sabato 19 ottobre 2024 già annunciato nel sito ufficiale del centenario Homepage | Le vie di Marco Polo.
Certamente un ruolo importante ha avuto frate Giovanni da Montecorvino primo vescovo in terra di Cina proprio negli anni in cui era presente anche Marco Polo assieme ad altri mercanti, come spiega Pacifico Sella in Giovanni da Montecorvino, l’anti Marco Polo del Cristianesimo – La Nuova Bussola Quotidiana (lanuovabq.it).
Questo si può leggere nel blog ‘Il Cattolico’ di p. Pietro Messa; mentre il sito dell’Università Antonianum di Roma rilancia, tra le molte iniziative in programma per il centenario della morte di Marco Polo, il convegno ‘Appunti di viaggio: Marco Polo e i Francescani in Oriente nei secoli XIII-XIV’ che si terrà a Tolentino sabato 19 ottobre, come già annunciato nel sito ufficiale del centenario del comune di Venezia, www.leviedimarcopolo.it;
“Nella realtà odierna sono molto importanti i mediatori culturali, ossia coloro che riescono a far incontrare popoli e culture così da costruire strutture di pace che contrastino gli scontri d’ignoranza di cui si vedono gli esiti nefasti. Tra questi personaggi dall’alto valore storico e simbolico certamente c’è Marco Polo, il mercante veneziano che giunse in terra di Cina e di cui ricorrono settecento anni dalla morte avvenuta a Venezia l’8 gennaio 1324”.
La regione e le città delle Marche hanno da molti secoli rapporti con Venezia; tramite il mare Adriatico, i commercianti e i frati degli ordini mendicanti come il francescano Tommaso da Tolentino partirono nel 1290 per raggiungere prima l’Armenia, poi la Persia, l’India e la Cina, quasi sempre viaggiando su navi mercantili veneziane. Il legame tra Tolentino e Venezia è rafforzato anche da tre personaggi: Francesco Filelfo letterato, Niccolò Mauruzi condottiero e san Nicola da Tolentino.
Il convegno affronta il tema di questi avventurosi viaggi che trovano la loro massima espressione nel libro ‘Il Milione’, dettato da Marco Polo a Rustichello da Pisa, e nell’ ‘Itinerarium de mirabilibus orientalium Tartarorum’ del francescano Odorico da Pordenone, che nel 1324 circa compì l’impresa di prelevare i resti dei martiri a Thane (India) e condurli via mare sino a Zayton (Quanzhou:
“I relatori di diverse università italiane ed estere parleranno dell’intenso scambio di saperi e di commerci dell’epoca, oltre che dell’incontro tra diverse culture che dialogano rispettosamente e senza rinunciare alla propria identità”, ha concluso la nota dell’università Antonianum di Roma.
(Foto: Il Cattolico)



























