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Don Selmi presenta la Giornata mondiale dei poveri: il posto preferenziale dei poveri nella Chiesa
“In mezzo alle prove della vita, la speranza è animata dalla certezza, ferma e incoraggiante, dell’amore di Dio, riversato nei cuori dallo Spirito Santo. Perciò essa non delude (cfr Rm 5,5) e San Paolo può scrivere a Timoteo: ‘Noi ci affatichiamo e lottiamo, perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente’. Il Dio vivente è infatti il ‘Dio della speranza’, che in Cristo, mediante la sua morte e risurrezione, è diventato ‘nostra speranza’. Non possiamo dimenticare di essere stati salvati in questa speranza, nella quale abbiamo bisogno di rimanere radicati”: così scrive papa Leone XIV nel messaggio ‘Sei tu, Signore, la mia speranza’, in occasione della IX Giornata mondiale dei poveri, che si celebra domenica 16 novembre.
Inoltre nel messaggio il papa ancora ha sottolineato che il povero può essere un testimone della speranza: “Il povero può diventare testimone di una speranza forte e affidabile, proprio perché professata in una condizione di vita precaria, fatta di privazioni, fragilità ed emarginazione. Egli non conta sulle sicurezze del potere e dell’avere; al contrario, le subisce e spesso ne è vittima. La sua speranza può riposare solo altrove. Riconoscendo che Dio è la nostra prima e unica speranza, anche noi compiamo il passaggio tra le speranze effimere e la speranza duratura”.
Da queste sollecitazioni del papa abbiamo contattato don Paolo Selmi, presidente della ‘Casa della Carità’ dell’arcidiocesi ambrosiana, per comprendere in quale modo il povero può diventare testimone di speranza: “Al paragrafo 19 del documento finale del Sinodo della Chiesa universale leggiamo: ‘Nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri, gli emarginati e gli esclusi, e perciò anche in quello della Chiesa. In loro la comunità cristiana incontra il volto e la carne di Cristo, che, da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà.
L’opzione preferenziale per i poveri è implicita nella fede cristologica. I poveri hanno una conoscenza diretta del Cristo sofferente che li rende annunciatori di una salvezza ricevuta in dono e testimoni della gioia del Vangelo. La Chiesa è chiamata a essere povera con i poveri, che sono spesso la maggioranza dei fedeli e ad ascoltarli, imparando insieme a riconoscere i carismi che essi ricevono dallo Spirito, e a considerarli soggetti dell’evangelizzazione’.
Dove sta il Vangelo, dove sta la speranza nelle donne e negli uomini segnati dalla povertà? Fondamentalmente nel fatto che il Figlio di Dio ha fatto suo “quello stato” per condividere fino in fondo la storia degli ultimi; quella ‘disarmante presenza’ che chiede che uno sia amato/amata per quello che è! Non c’è nessuna sublimazione della povertà. L’ingiustizia che porta alla povertà va tolta. Ma l’uomo, l’umano va amato per quello che è e quello che il punto di partenza per la risalita”.
Nel messaggio papa Leone XIV ha scritto che ‘la carità è la madre di tutte le virtù’: allora praticare la carità è importante?
“È l’apostolo delle genti che lo dice in 1 Cor 13,13: ‘Ora rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma di la più grande di tutte è la carità’. E’ Gesù stesso che lo insegna a Simone il fariseo a ‘commento’ dei gesti di delicata attenzione che una donna ha nei suoi confronti: ‘molto le è perdonato perché molto ha amato’. Quindi sì, praticare la povertà è importante”.
‘Aiutare il povero è infatti questione di giustizia, prima che di carità’: in quale modo dare seguito a queste parole?
“Nella ‘Lettera a Silla’ p. Silvano Fausto ha scritto: ‘Non devi sfamare gli affamati. Devi solo condividere il tuo pane con la fame dell’altro. Così farai quel gesto, semplice e possibile a tutti, che se tutti lo facessero, risolverebbero il problema. La fame c’è perché non c’è solidarietà.Non devi sfamare gli affamati. Devi solo condividere il tuo pane con la fame dell’altro. Così farai quel gesto, semplice e possibile a tutti, che se tutti lo facessero, risolverebbero il problema. La fame c’è perché non c’è solidarietà. Non la povertà è il male, ma l’ingiustizia che ne è la causa’.
Tutte le povertà (da quella di ‘chi è privo di mezzi di sostentamento materiale’ a quella di ‘chi è emarginato socialmente e non ha strumenti per dare voce alla propria dignità e alle proprie capacità, la povertà morale e spirituale, la povertà culturale, quella di chi si trova in una condizione di debolezza o fragilità personale o sociale, la povertà di chi non ha diritti, non ha spazio, non ha libertà’) sono forme di disuguaglianza. O meglio, esito di iniquità.
L’individuazione delle ‘cause strutturali’ delle povertà, e la lotta contro di esse, implicano la condanna di ogni tentazione di colpevolizzare i poveri. I quali, avverte ancora l’esortazione apostolica ‘Dilexi te’, ‘non ci sono per caso o per un cieco e amaro destino. Tanto meno la povertà, per la maggior parte di costoro, è una scelta. Eppure, c’è ancora qualcuno che osa affermarlo, mostrando cecità e crudeltà’.
Cecità. Crudeltà. Le cose vanno chiamate coraggiosamente con il loro nome. Relegare le povertà nell’ambito delle colpe, delle sole responsabilità personali o morali di chi cade nell’indigenza, è una visione miope, cieca. E un atto di vera e propria insensibilità umana. Di crudeltà”.
In quale modo la cultura fa rima con accoglienza?
“E’ l’accoglienza che deve diventare una cultura. E in Casa della Carità, ma come anche in tante realtà del territorio della nostra Diocesi, la gentilezza e l’accoglienza sono il punto di partenza per guardare l’altro negli occhi e far emergere la storia di ognuno. Ma, sempre più spesso, operatori sociali e volontari avvertono di operare in un clima striato di sfiducia, di insofferenza, di sospetto, se non di aperta repulsione nei confronti di chi è in povertà. E di chi cerca di tendere la mano, a chi è in povertà.
Istituzioni pubbliche, rappresentanze politiche, enti del terzo settore, imprese profit, istituzioni religiose, cittadini, siamo tutti responsabili del clima culturale che rischia di colpevolizzare il povero. E delle cause strutturali che lo inchiodano a un’esistenza non degna di un essere umano. Ma siamo anche chiamati, tutti, a contribuire al bene comune, a edificare un mondo che garantisca non solo l’uguaglianza, ovvero stessi trattamenti e stesse risorse a tutti, ma anche l’equità, che riconosce le differenze, per dare a ciascuno adeguate opportunità. Questa è la questione culturale: non ridurre l’altro alla sua povertà, ma andare alla radice della povertà, non ghettizzarla”.
Con quali modalità la Casa della Carità racconta le storie dei diritti delle persone?
“La povertà non è una condizione intrinseca dell’umano. La povertà non va confusa con la fragilità, con la sobrietà, con la parsimonia. Essa ci richiama fortemente al dovere, cristiano e laico insieme, di contribuire tutte e tutti al bene comune, alla giustizia sociale. Chiama fortemente in causa il tema dei diritti, troppo spesso e sempre più disattesi e calpestati.
Le povertà non sono un destino. Non possono essere soggette a giudizio secondo criteri meritocratici, apertamente o subdolamente utilizzati, dalla cultura prevalente ai nostri giorni, quando si tratta di valutare le cause della povertà. A questa deriva ci si deve sottrarre sia da un punto di vista laico, sia – e tanto più – da un punto di vista cristiano.
‘I poveri li avete sempre con voi’: in questa IX Giornata mondiale dei poveri, ricordiamoci che il sorprendente messaggio di Gesù non è un’esaltazione della povertà, né una formula consolatoria e deresponsabilizzante. Al contrario. Esso ci esorta, come cristiani e come cittadini, a credere nella possibilità di una società più giusta. E a operare per avvicinarla. E’ quello che proviamo a fare ogni giorno alla Casa della Carità, impegnandoci a dare voce alle tante persone altrimenti invisibili, anche attraverso le storie di vita di quanti sono accolti o seguiti dalla Fondazione”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: i santi sono segni di speranza
“Cari fratelli e sorelle, sono contento di incontrarvi all’indomani della canonizzazione dei sette nuovi Santi ai quali siete, per vari motivi, molto legati. Saluto ciascuno di voi, in particolare i Cardinali, i Vescovi, le Superiore religiose e le Autorità civili qui presenti. L’evento gioioso e solenne che abbiamo celebrato ieri ci ricorda che la comunione della Chiesa coinvolge tutti i fedeli, nello spazio e nel tempo, in ogni lingua e cultura, unendoci come popolo di Dio, corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo”: il giorno successivo della canonizzazione dei nuovi santi papa ha ricevuto i fedeli che sono giunti in Vaticano per l’occasione.
Rivolgendosi ai presenti ha sottolineato che essi sono segni di speranza con un particolare pensiero al santo armeno, che ha fatto una scelta precisa: “Gli uomini e le donne che ieri abbiamo proclamato santi sono per tutti noi segni luminosi di speranza, perché hanno offerto la propria vita nell’amore di Cristo e dei fratelli. Condividiamo tutti la gioia dell’amato popolo armeno, guardando alla santità del vescovo martire Ignazio Maloyan. Fu un pastore secondo il cuore di Cristo e, nei momenti di grande difficoltà, non abbandonò il suo gregge, anzi lo incoraggiò a rafforzarne la fede.
Quando gli fu chiesto di rinunciare alla fede in cambio della libertà, non esitò a scegliere il suo Signore, fino al punto di versare il proprio sangue per Dio. Questo mi fa pensare con affetto al popolo armeno, che scolpisce la croce nella pietra come segno della sua fede salda e incrollabile. Possa l’intercessione del nuovo Santo rinnovare il fervore dei credenti e portare frutti di riconciliazione e pace per tutti”.
Oppure a quello di Papua Nuova Guinea, che ha difeso le verità della fede: “Possiamo vedere la profonda fede del popolo della Papua Nuova Guinea riflessa in san Pietro To Rot, che ci offre un esempio ispiratore di fermezza e forza d’animo nel predicare le verità del Vangelo di fronte a difficoltà e sfide, persino minacce alla nostra vita. Sebbene fosse un semplice catechista, dimostrò uno straordinario coraggio rischiando la vita per svolgere il suo apostolato in segreto, perché il suo lavoro pastorale era proibito dalle forze di occupazione durante la Seconda Guerra Mondiale. Allo stesso tempo, quando queste autorità permisero la pratica della poligamia, San Pietro To Rot difese fermamente la santità del matrimonio e affrontò persino alcuni potenti… Cari fratelli e sorelle, l’esempio di san Pietro To Rot ci incoraggi a difendere le verità della fede, anche a costo di sacrifici personali, e ad affidarci sempre a Dio nelle nostre prove”.
Inoltre un pensiero è rivolto al popolo venezuelano: “Cari fratelli e sorelle, i vescovi del Venezuela hanno pubblicato lo scorso 7 ottobre una lettera in occasione del gioioso avvenimento di vedere elevati agli onori degli altari due figli della loro amata terra, san José Gregorio Hernández e santa Carmen Rendiles, chiedendo al Signore che siano un forte stimolo affinché tutti i venezuelani si riuniscano e sappiano riconoscersi come figli e fratelli di una stessa patria, riflettendo così sul presente e sul futuro, alla luce delle virtù che questi santi vissero in modo eroico”.
Ed ha riflettuto sulle virtù della fede e della speranza: “Bisognerebbe chiedersi: quali sono queste virtù che devono motivarci? Certamente la fede. Dio era presente nella loro vita e la trasformava, facendo della semplice esistenza di una persona comune, come uno qualunque di noi, un lume che nella quotidianità illuminava tutti con una luce nuova.
Poi, senza dubbio, la virtù della speranza: se Dio è la nostra ricompensa eterna, le nostre fatiche e le nostre lotte non possono concludersi in mete che, oltre che indegne e degradanti, sono effimere. Infine, la carità, che nasce dall’accogliere e dal condividere il dono ricevuto, che ci fa scoprire il vero senso di una vita e ci chiede di costruirla per mezzo del servizio ai malati, ai poveri, ai più piccoli”.
Quindi le virtù sono importanti per agire: “Ebbene, come può la riflessione su queste virtù aiutarci nel momento presente? Può farlo se, guardando a queste due grandi figure, vediamo in loro soprattutto persone molto simili a noi, che vissero affrontando problematiche che non ci sono estranee, e che noi stessi possiamo affrontare come fecero loro, seguendone l’esempio.
Ed inoltre considerando che chi vive al mio fianco (come me, come loro) è chiamato alla stessa santità, e che devo dunque vederlo, anzitutto, come un fratello da rispettare e da amare, condividendo il cammino dell’esistenza, sostenendoci nelle difficoltà e costruendo insieme il regno di Dio con gioia“.
La parte conclusiva è dedicata ai santi italiani: “Lodiamo inoltre il Signore per suor Maria Troncatti, santa salesiana che ha dedicato la vita al servizio delle popolazioni indigene dell’Ecuador. Coniugando competenza medica e passione per Cristo, questa generosa missionaria ha curato le membra e i cuori di quanti assisteva con l’amore e la forza che attingeva dalla fede e dalla preghiera. La sua opera, davvero instancabile, è per noi esempio di una carità che non si arrende nelle difficoltà, trasformandole piuttosto in occasioni per un dono gratuito e totale di sé.
Nella sua provvidenza, Dio ha donato alla Chiesa suor Vincenza Maria Poloni, fondatrice delle Suore della Misericordia. Il suo carisma testimonia la compassione di Gesù verso gli ammalati e gli emarginati. Nutrendo l’impegno sociale con una profonda spiritualità eucaristica e con la devozione mariana, santa Vincenza ci incoraggia a perseverare nel servizio quotidiano ai più fragili: è proprio lì che fiorisce la santità di vita!
Questa trasformazione, che la grazia di Dio opera nel cuore, trova in Bartolo Longo un esempio di particolare intensità. Convertitosi da una vita lontana da Dio, egli dedicò ogni energia a opere di misericordia corporale e spirituale, promuovendo la fede in Cristo e l’affetto per Maria mediante la carità verso gli orfani, i poveri, i disperati.
Riconoscente al suo fondatore, il Santuario di Pompei custodisca e diffonda il fervore di san Bartolo, apostolo del Rosario: di cuore raccomando questa preghiera a tutti, ai sacerdoti, ai religiosi, alle famiglie, ai giovani. Contemplando i misteri di Cristo con lo sguardo di Maria, giorno per giorno assimiliamo il Vangelo e impariamo a praticarlo”.
In precedenza il papa aveva ricevuto la comunità del Pontificio Collegio Portoghese, fondato a Roma da papa Leone XIII: “Puntando sempre alla missione, la Chiesa, chiamata oggi a rafforzare il suo stile sinodale, con gioia fa tesoro di queste esperienze ecclesiali e, nel custodirle come eredità spirituale, trova in esse una spinta per far crescere la comunione.
Quando, per la promozione umana e per la gloria di Dio, ci mettiamo in ascolto gli uni degli altri e rispettiamo quello che lo Spirito Santo suscita in ogni fedele, noi distinguiamo con maggiore chiarezza e fiducia i segni dei tempi, lavorando uniti nella costruzione del Regno di Cristo. E il fatto di essere a Roma per approfondire lo studio della teologia o delle scienze umane e sociali, implica di allenarsi ogni volta di più nell’arte dell’ascolto, così importante per l’unità tra di noi, discepoli del Signore”.
E’ stato un invito a ‘costruire’ una casa, dove ‘sostare’, ricordando le parole di san Paolo VI: “Cari fratelli e care sorelle, mentre siete a Roma, costruitevi anche una ‘casa’, ovvero un ambiente casalingo dove, rientrando dai vostri impegni accademici, possiate sentirvi in famiglia… Dunque, edificate una casa collegiale, che sia anche accogliente, come dev’essere la Chiesa. Lo troviamo scritto nella storia del Collegio, che ha ricevuto il titolo di ‘Casa di Vita’, a causa dell’accoglienza degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Questo titolo è allo stesso tempo un’eredità e una responsabilità nella vostra quotidiana costruzione della fraternità”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: Cristo risorto fonte di acqua viva
“Nelle catechesi dell’Anno giubilare, fino a questo momento, abbiamo ripercorso la vita di Gesù seguendo i Vangeli, dalla nascita alla morte e risurrezione. Così facendo, il nostro pellegrinaggio nella speranza ha trovato il suo fondamento saldo, la sua via sicura. Ora, nell’ultima parte del cammino, lasceremo che il mistero di Cristo, culminante nella Risurrezione, sprigioni la sua luce di salvezza a contatto con la realtà umana e storica attuale, con le sue domande e le sue sfide”: oltre 60.000 fedeli per ascoltare in piazza san Pietro l’udienza generale di papa Leone XIV che nella sua catechesi indica ‘Gesù morto e risorto’ come Colui che si fa ‘compagno di viaggio’ nel ‘faticoso, doloroso, misterioso’ cammino della vita.
Nell’odierna udienza generale il papa ha iniziato l’ultima parte del ciclo giubilare ‘Gesù Cristo nostra speranza’ con la riflessione ‘Il Risorto, fonte viva della speranza umana’: “La nostra vita è scandita da innumerevoli accadimenti, colmi di sfumature e di vissuti differenti. A volte ci sentiamo gioiosi, altre volte tristi, altre ancora appagati, oppure stressati, gratificati o demotivati. Viviamo indaffarati, ci concentriamo per raggiungere risultati, arriviamo a conseguire traguardi anche alti, prestigiosi.
Viceversa, restiamo sospesi, precari, in attesa di successi e riconoscimenti che tardano ad arrivare o non arrivano affatto. Insomma, ci troviamo a sperimentare una situazione paradossale: vorremmo essere felici, eppure è molto difficile riuscire a esserlo in modo continuativo e senza ombre. Facciamo i conti con il nostro limite e, allo stesso tempo, con l’insopprimibile spinta a tentare di superarlo. Sentiamo nel profondo che ci manca sempre qualcosa. In verità, non siamo stati creati per la mancanza, ma per la pienezza, per gioire della vita e della vita in abbondanza, secondo l’espressione di Gesù nel Vangelo di Giovanni”.
Ciò è un desiderio illuminato dalla speranza: “Questo desiderio abissale del nostro cuore può trovare la sua risposta ultima non nei ruoli, non nel potere, non nell’avere, ma nella certezza che c’è qualcuno che si fa garante di questo slancio costitutivo della nostra umanità; nella consapevolezza che questa attesa non sarà delusa o vanificata. Tale certezza coincide con la speranza. Ciò non vuol dire pensare in modo ottimistico: spesso l’ottimismo ci delude, vede implodere le nostre attese, mentre la speranza promette e mantiene”.
Tale speranza è incarnata nella resurrezione di Gesù: “Sorelle e fratelli, Gesù Risorto è la garanzia di questo approdo! E’ Lui la fonte che soddisfa la nostra arsura, l’infinita sete di pienezza che lo Spirito Santo infonde nel nostro cuore. La Risurrezione di Cristo, infatti, non è un semplice accadimento della storia umana, ma l’evento che l’ha trasformata dall’interno”.
Ed ha portato l’esempio della fonte d’acqua: “Pensiamo a una fonte d’acqua. Quali sono le sue caratteristiche? Disseta e rinfresca le creature, irrora la terra, le piante, rende fertile e vivo ciò che altrimenti resterebbe arido. Dà ristoro al viandante stanco offrendogli la gioia di un’oasi di freschezza. Una fonte appare come un dono gratuito per la natura, per le creature, per gli esseri umani. Senza acqua non si può vivere”.
Così Gesù è per l’umanità come ha sottolineato da sant’Agostino: “Il Risorto è la fonte viva che non inaridisce e non subisce alterazioni. Resta sempre pura e pronta per chiunque abbia sete. E tanto più gustiamo il mistero di Dio, tanto più ne siamo attratti, senza mai restare completamente saziati. Sant’Agostino, nel decimo Libro delle Confessioni, coglie proprio questo inesauribile anelito del nostro cuore e lo esprime nel celebre Inno alla bellezza”.
Però anche la Resurrezione pone alcuni interrogativi: “Gesù, con la sua Risurrezione, ci ha assicurato una permanente fonte di vita: Egli è il Vivente, l’amante della vita, il vittorioso su ogni morte. Perciò è in grado di offrirci ristoro nel cammino terreno e assicurarci la quiete perfetta nell’eternità. Solo Gesù morto e risorto risponde alle domande più profonde del nostro cuore: c’è davvero un punto di arrivo per noi? Ha senso la nostra esistenza? E la sofferenza di tanti innocenti, come potrà essere riscattata?”
Ed ecco la risposta di Gesù che cammina con l’umanità: “Gesù Risorto non fa calare una risposta ‘dall’alto’, ma si fa nostro compagno in questo viaggio spesso faticoso, doloroso, misterioso. Solo Lui può riempire la nostra borraccia vuota, quando la sete si fa insopportabile. Ed Egli è anche il punto di arrivo del nostro andare. Senza il suo amore, il viaggio della vita diventerebbe un errare senza meta, un tragico errore con una destinazione mancata”.
Cammina insieme per ricondurre ‘a casa’ chi intraprende un viaggio: “Siamo creature fragili. L’errore fa parte della nostra umanità, è la ferita del peccato che ci fa cadere, rinunciare, disperare. Risorgere significa invece rialzarsi e mettersi in piedi. Il Risorto garantisce l’approdo, ci conduce a casa, dove siamo attesi, amati, salvati. Fare il viaggio con Lui accanto significa sperimentare di essere sorretti nonostante tutto, dissetati e rinfrancati nelle prove e nelle fatiche che, come pietre pesanti, minacciano di bloccare o deviare la nostra storia. Carissimi, dalla Risurrezione di Cristo sgorga la speranza che ci fa pregustare, nonostante la fatica del vivere, una quiete profonda e gioiosa: quella pace che Lui solo ci potrà donare alla fine, senza fine”.
In precedenza il papa aveva accolto le suore agostiniane recollette della federazione del Messico: “Questo amore non è qualcosa che si conquista con la fatica, ma si riceve come dono… Il nostro cammino si concretizza così a partire dal cuore… Care sorelle, invochiamo la materna protezione della Madre del Buon Consiglio e l’intercessione di san Tommaso da Villanova, che tanto amò la missione in America, per percorrere con pazienza e coraggio questo cammino di perfezione fino alla fine”.
(Foto: Santa Sede)
Le associazioni cattoliche invitano a pregare per la pace
“In queste ultime ore, nella drammatica situazione del Medio Oriente, si stanno compiendo alcuni significativi passi in avanti nelle trattative di pace, che auspico possano al più presto raggiungere i risultati sperati. Chiedo a tutti i responsabili di impegnarsi su questa strada, di cessare il fuoco e di liberare gli ostaggi, mentre esorto a restare uniti nella preghiera, affinché gli sforzi in corso possano mettere fine alla guerra e condurci verso una pace giusta e duratura. Ci uniamo spiritualmente a quanti sono radunati presso il Santuario di Pompei per la Supplica alla Vergine del Santo Rosario. In questo mese di ottobre, contemplando con Maria i misteri di Cristo Salvatore, intensifichiamo la nostra preghiera per la pace: una preghiera che si fa solidarietà concreta con le popolazioni martoriate dalla guerra”: nella scorsa domenica al termine della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha invitato alla recita del rosario per questa sera.
Ed i vescovi italiani si uniscono alla preghiera per la pace che si leverà da piazza San Pietro oggi alle ore 18.00, in occasione della Veglia del Giubileo della Spiritualità mariana, nel giorno in cui si ricorda l’apertura del Concilio Vaticano II. Nella nota diffusa a conclusione della sessione autunnale del Consiglio Permanente, esprimevano adesione all’appello di papa Leone XIV a ‘pregare, ogni giorno del prossimo mese, il Rosario per la pace, personalmente, in famiglia e in comunità’, invitando le comunità ecclesiali a partecipare alla preghiera di questa sera e per l’occasione l’Ufficio Liturgico Nazionale ha preparato uno schema che può essere utilizzato nelle celebrazioni comunitarie per pregare insieme il Rosario per la pace in comunione con papa Leone XIV e facendo memoria dell’inizio dell’assemblea conciliare.
Inoltre i presidenti dell’associazionismo cattolico (Roberta Vincini e Francesco Scoppola – Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani Emiliano Manfredonia – Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani Giuseppe Notarstefano – Azione Cattolica Italiana Marco Impagliazzo – Comunità di Sant’Egidio Matteo Fadda – Comunità Papa Giovanni XXIII Davide Prosperi – Fraternità di Comunione e Liberazione Cristiana Formosa e Gabriele Bardo – Movimento dei Focolari Italia Alfonso Luzzi – Movimento Cristiano Lavoratori Luca Piras – Ordine Francescano Secolare Giuseppe Contaldo – Rinnovamento nello Spirito), hanno invitato i fedeli ad unirsi nella preghiera voluta da papa Leone XIV:
“Il grido di dolore delle centinaia di migliaia di vittime innocenti della ‘terza guerra mondiale a pezzi’ non ci lascia indifferenti. Sentiamo fratelli tutti coloro che soffrono a causa dei conflitti nel mondo e, insieme ai nostri Pastori, affermiamo che ‘vogliamo essere desti di fronte agli eventi della storia e critici di fronte a scelte che provocano morte e distruzione’. Abbiamo sentito questo invito non solo come un appello rivolto a ciascuna delle nostre aggregazioni, ma soprattutto come un’esortazione a ritrovarci ancora una volta insieme, facendo delle nostre diversità una ricchezza che ci accomuna, come abbiamo già avuto modo di vivere lo scorso 22 settembre nella Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma”.
Convinti che la pace è possibile le associazioni hanno sottolineato la necessità di un dialogo autentico: “Ci rivolgiamo a ciascuno di voi, in questo tempo continuamente tentato da violente polarizzazioni, invitandovi a ritrovarci tutti insieme nello stesso giorno nelle chiese locali, invitando tutti coloro che desiderano condividere questo significativo gesto di preghiera comunitaria. Riteniamo che sia non più rinviabile una comune mobilitazione per unire la nostra voce nella preghiera e per rinnovare l’amicizia e la cooperazione tra diverse aggregazioni, già a partire dall’organizzazione del momento di preghiera: che questo atto ci impegni ancora di più e nel profondo a condividere le sofferenze e le speranze dei nostri fratelli della Terra Santa, dell’Ucraina e di tutti i luoghi dove sono presenti conflitti e violenze”.
Ecco la richiesta alle parrocchie di diventare ‘case della pace’: “Vogliamo così raccogliere l’invito che papa Leone XIV ha fatto alla Chiesa italiana di impegnarci perché tutte le nostre comunità ecclesiali diventino sempre più ‘case della pace’, promuovendo occasioni di autentico dialogo, segni di fraternità e gesti di solidarietà con chi soffre a causa della violenza e del dramma della guerra. Stiamo infine elaborando anche un comune appello (di cui vi daremo presto un aggiornamento) da consegnare alle Istituzioni per ribadire il nostro comune impegno concreto per la pace. Vi salutiamo fraternamente”,
Inoltre il Patriarcato Latino di Gerusalemme ha accolto favorevolmente l’annuncio di un accordo che prevede la cessazione degli attacchi nella Striscia di Gaza e la liberazione immediata degli ostaggi, così come quella dei prigionieri palestinesi, auspicando che tale intesa venga pienamente e fedelmente attuata, affinché possa segnare l’inizio della fine di questa terribile guerra, come ha dichiarato il patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa: “E’ una buona notizia e siamo molto felici. E’ un primo passo, una prima fase. Naturalmente ve ne saranno altri, e certamente sorgeranno altri ostacoli. Ma ora dobbiamo gioire di questo passo importante che porterà un po’ più di fiducia per il futuro e anche nuova speranza, specialmente per i popoli, sia israeliano che palestinese.
Ora finalmente vediamo qualcosa di nuovo e di diverso. Certamente vi sarà anche una nuova atmosfera per la continuazione dei negoziati, anche se la vita dentro Gaza resterà terribile ancora per molto tempo. Ma ora siamo felici e speriamo che questo sia solo l’inizio di una nuova fase in cui possiamo, poco a poco, iniziare a pensare non più alla guerra, ma a come ricostruire dopo la guerra”.
Ecco per cui il Patriarcato loda il lavoro di tutti coloro che hanno preso parte ai negoziati ed esprime apprezzamento per i loro instancabili sforzi che hanno reso possibile questo passo, invitando ad unirsi alla Giornata di Preghiera per la Pace indetta da papa Leone XIV.
Papa Leone XIV al Celam: le famiglie per un nuovo modello di società
“Sono lieto di accogliervi oggi nella casa di Pietro, la casa della Chiesa, dove dovremmo sentirci tutti come un’unica grande famiglia riunita attorno al fuoco del suo amore. Avete dialogato in questi giorni seguendo un metodo sinodale, riflettendo su alcune questioni attuali che riguardano la vita familiare. Vivere la sinodalità in famiglia richiede di ‘camminare insieme’, condividendo dolori e gioie, instaurando un dialogo rispettoso e sincero tra tutti i suoi membri, imparando ad ascoltarci a vicenda e a prendere le decisioni familiari che sono importanti per tutti”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto i partecipanti all’incontro giubilare promosso dal Celam per il futuro della famiglia, indica il modello perfetto della Sacra Famiglia.
Ricordando le conseguenze derivanti dalle guerre ha proposto per la riflessione tre parole, di cui la prima è stata ‘giubileo’: “Nell’Antico Testamento, il Giubileo evocava un ritorno: un ritorno alla terra, alla condizione originaria dell’uomo libero, alle origini della giustizia e della misericordia di Dio. Oggi, dobbiamo leggere questo ritorno come una chiamata a tornare al centro della nostra vita, a Dio stesso, al Dio di Gesù Cristo”.
Quindi il giubileo è anche un richiamo all’essenza della fede: “Il Giubileo ci invita anche a riflettere sulle nostre radici: sulla fede ricevuta dai nostri genitori, sulla preghiera perseverante delle nostre nonne mentre recitavano il rosario, sulla loro vita semplice, umile e onesta che, come lievito, ha sostenuto tante famiglie e comunità. In loro abbiamo imparato che Gesù è la Via, la Verità e la Vita. In Lui troviamo la nostra vera gioia: la gioia di sapere di essere a casa, nel luogo a cui apparteniamo”.
Però esso è anche un richiamo alla speranza: “Il Giubileo della Speranza è un cammino verso l’incontro con quella Verità che è Dio stesso. All’inizio della sua missione, Gesù descrive questo Giubileo come un anno di grazia e, dopo la Risurrezione, chiama i discepoli a ‘tornare in Galilea’. Non dobbiamo cadere nel pericolo di basare la nostra vita sulle sicurezze umane e sulle aspettative mondane. In ambito sociale, potremmo tradurre questa tentazione come il tentativo di ‘arrangiarsi’, come diceva il recentemente canonizzato san Pier Giorgio Frassati”.
Quindi è stato un richiamo a non cedere alle minacce che ledono la dignità: “Siamo anche consapevoli che oggi esistono reali minacce alla dignità della famiglia, come i problemi legati alla povertà, alla mancanza di lavoro e di accesso ai sistemi sanitari, agli abusi sui più deboli, alle migrazioni e alla guerra. Le istituzioni pubbliche e la Chiesa hanno la responsabilità di ricercare modi e mezzi per promuovere il dialogo e rafforzare quegli elementi della società che favoriscono la vita familiare e l’educazione dei suoi membri”.
Per un nuovo modello di società, quindi, è fondamentale, la compartecipazione della famiglia: “E’ fondamentale promuovere la corresponsabilità e la leadership delle famiglie nella vita sociale, politica e culturale, promuovendo il loro prezioso contributo alla comunità. In ogni figlio, in ogni marito e moglie, Dio ci affida a suo Figlio, a sua Madre, come ha fatto con san Giuseppe, per essere, insieme a loro, fondamento, lievito e testimone dell’amore di Dio tra gli uomini”.
In questo senso l’indicazione di san Paolo VI a guardare la Santa Famiglia è fondamentale: “San Paolo VI, nella sua celebre omelia a Nazareth, ci esortava a seguire l’esempio della Sacra Famiglia, accompagnando e sostenendo gli altri nel silenzio, nel lavoro e nella preghiera, affinché Dio compia in loro il disegno d’amore che ha loro riservato. E’ l’amore che si incarna in ogni vita nata alla fede dal battesimo e consacrata ‘per annunciare quest’anno di grazia’ a tutti coloro che incontreranno Gesù nell’Eucaristia e nel sacramento del perdono, che lo seguiranno nella sua missione di sacerdote, di padre cristiano o di consacrato, fino all’incontro definitivo, fino alla meta della nostra speranza”.
E la conclusione è affidata ad un pensiero di sant’Agostino: “Cari fratelli e sorelle, la conclusione di questa riflessione non può che essere un richiamo all’impegno e a quella gioia traboccante che riempì i discepoli nell’incontro con Gesù Risorto e li spinse ad annunciare il suo nome su tutta la terra. Sant’Agostino definiva questo ‘giubilo’ come un’esultanza inesprimibile e propria, in modo speciale, dell’Ineffabile”.
(Foto: Santa Sede)
Maimone: Ebrei, Musulmani e Cristiani ad Abu Dabhi hanno scelto la pace con la ‘Casa della Famiglia Abramitica’
“Esiste un luogo nel mondo in cui Ebrei, Musulmani e Cristiani condividono il proprio credo in modo pacifico e nel rispetto delle reciproche differenze. Questo luogo è Abu Dabhi, negli Emirati Arabi.
Nella città di Abu Dhabi è stata costruita la ‘Casa della Famiglia Abramitica’ o Abramitica Family House, inaugurata nel mese di febbraio del 2023, che costituisce il primo e più importante frutto del Documento sulla ‘Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune’ in quanto pone le basi concrete del dialogo interreligioso, quale fondamento imprescindibile perché viva la pace universale .
Possiamo, pertanto, affermare che la Pace è già stata ratificata dagli ebrei, dai musulmani e dai cristiani. Perché, allora, non si depongono le armi nei confronti di un popolo di cui restano solo poche e moribonde persone?”, ha dichiarato Biagio Maimone, direttore della Comunicazione dell’associazione ‘Bambino Gesù del Cairo’, il cui presidente è mons. Yoannis Lazhi Gaid, già segretario personale di Sua Santità Papa Francesco e coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale dei Turismo Religioso, il quale ha sottolineato:
“La Pace, da parte delle tre religioni il cui Dio è unico, è stata ratificata negli Emirati Arabi, che hanno aperto le porte al dialogo, consapevoli che esso sia foriero di civiltà e apertura del mondo orientale verso l’universo intero, oltre la chiusura in schemi di quella mentalità che limita i territori e sbarra le porte del cuore umano, impedendo l’emancipazione socio-umanitaria.
Un passo avanti significativo è stato compiuto nel cuore degli Emirati Arabi. Ed è questo passo in avanti che, sicuramente, costituirà la base per creare il dialogo e la fratellanza in quei territori vicini, in cui vive l’odio fratricida.
Può costituire un esempio luminoso il fatto che la peculiarità della Casa della Famiglia Abramitica è quella di racchiudere in un unico sito una Moschea, una Chiesa e una Sinagoga, edificate per vivere accanto, nel rispetto reciproco delle proprie differenze religiose.
Il Documento sulla ‘Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune’ è il pilastro di un cambiamento epocale. Esso non smette e non smetterà di richiamare al dovere di far germogliare la pace in ogni territorio del mondo orientale e in tutti i territori del mondo. E’ doloroso osservare che una guerra atroce pervade alcuni territori in cui si praticano le religioni che hanno aderito al Documento.
Il Documento sulla Fratellanza Umana è stato, dunque, disatteso proprio nel cuore di quella terra in cui esso ha visto la luce? Sicuramente no, perché da esso sgorgherà il monito per arrestare un conflitto che l’intera umanità guarda attonita per aver raso al suolo un’intera popolazione. Non resta che il pianto di Dio ed il pianto dell’intera umanità. Da sempre nella storia umana interviene la giustizia divina che disarma i carnefici.
Al’’interno della Casa della Famiglia Abramitica brilla la luce della speranza e della fede che promana dalla Chiesa di San Francesco, inaugurata da mons. Gaid Yoannis Lahzi, Presidente della Fondazione per la Fratellanza Umana egiziana, con il quale ho collaborato e collaboro in veste di Direttore della Comunicazione dell’Associazione ‘Bambino Gesù del Cairo’ divulgando il messaggio del dialogo e della pace. Il Santo di Assisi è lì e da quella Chiesa, così vicina al teatro di guerra, ripete all’umanità sofferente di nutrire Speranza e Fede certa nella Pace non lontana.
Nel discorso di apertura della Chiesa di San Francesco mons. Yoannis Lahzi ha affermato: ‘Si tratta di un progetto nato dal grembo del Documento sulla Fratellanza Umana per aiutare tutti i credenti a vivere come fratelli nell’umanità. Sua Santità Papa Francesco ha voluto che questa Chiesa venisse dedicata a San Francesco affinché lo spirito del Santo di Assisi sia la luce che guida tutti i fedeli che verranno qui a pregare.
I valori della fede, della tolleranza, del dialogo, dell’amore e della fratellanza sono le fondamenta su cui è stata costruita questa Chiesa. L’amore costituisce il fulcro attorno a cui ruotano i valori della Chiesa, in quanto sull’amore incondizionato saremo giudicati. Dio è Amore e l’Amore, per sua natura, è universale. La Fratellanza è ciò che unisce tutti gli esseri umani’.
Sua Santità Papa, Francesco ha inviato anche un messaggio con cui ha affermato: ‘Con grande gioia si celebra oggi un altro importante passo sulla via della Fratellanza Umana. Il 4 febbraio 2019, dopo la firma del Documento sulla Fratellanza Umana, io e mio fratello il grande Imam Dottor Ahmed Al Tayeb, Sua Altezza Mohammed bin Zayed Al Nahyan e Sua Altezza Mohammed bin Rashid Al Maktoum abbiamo firmato la prima pietra della Casa di Abramo per dare al mondo un chiaro messaggio: la fede in Dio non deve mai essere un motivo di inimicizia, di odio, di avversità, ma una fonte di fratellanza e di pace.
La casa di Abramo, composta da tre luoghi di culto, che sono una Chiesa dedicata a San Francesco, una Moschea e una Sinagoga, è nata per realizzare il principio della Fratellanza Umana. E’ un messaggio che attesta come la fede in Dio deve solo alimentare sentimenti di bontà, di dialogo, di rispetto e di pace e mai quelli della violenza, dello scontro, dell’avversità o della guerra’.
Anche il Grande Imam Ahmed Al-Tayyib, ha fatto pervenire un messaggio: ‘La Casa della Famiglia Abramitica è una traduzione fedele delle disposizioni del Documento sulla Fratellanza Umana, che invita a garantire tolleranza e convivenza, libertà di credo e a proteggere i luoghi di culto’.
Il Rabbino Capo delle Congregazioni Ebraiche Unite in Gran Bretagna e nel Commonwealth, Sir Ephraim Mirvis, ha dichiarato: ‘In questo giorno storico, ci siamo riuniti per celebrare la Casa della Famiglia Abramitica, edificio storico che ci unisce nell’amore di Dio. Da oggi in poi, entriamo in questo eccezionale luogo sacro per costruire un nuovo mondo che ci unisca sempre più, annullando i motivi di divisione’.
E’ interessante notare come i tre luoghi di culto, di uguali dimensioni e statura, simbolicamente riflettano le tre diverse religioni e siano stati progettati dall’architetto internazionale, l’architetto Sir David Adjaye, per incarnare i denominatori comuni tra le tre religioni abramitiche attraverso le loro dimensioni esterne complessive, con l’uso di simboli architettonici individuali che caratterizzano lo stile architettonico di ogni religione separatamente, ognuno dei quali assume la forma di un cubo con una profondità di 30 metri, una larghezza di 30 metri e un’altezza di 30 metri.
La Moschea è rivolta verso la Mecca, la Chiesa è rivolta verso est e la Sinagoga è rivolta verso Gerusalemme, mentre il giardino che collega i tre edifici riflette il simbolismo dei giardini e le implicazioni religiose delle tre religioni”.
Un posto sicuro dove ricominciare: ‘Casa della Solidarietà Antonietta Marini’ si rinnova per accogliere chi ha bisogno
Ci sono luoghi che raccontano storie senza bisogno di parole. Tutto nasce da un atto di carità. Quando nel 2001 la signora Antonietta Marini decise di lasciare in eredità il suo immobile alla San Vincenzo Onlus. La sua volontà era chiara: che quella casa diventasse rifugio e speranza per donne sole e in difficoltà. Da oltre vent’anni, grazie alla costante dedizione dei volontari della Società di San Vincenzo De Paoli di Ovada, le sue porte si aprono a chi ha bisogno di un rifugio, di un aiuto, di una possibilità di ripartenza. Un posto semplice, dove oggi donne sole, anziani, disabili e famiglie in difficoltà trovano più di un tetto: trovano una comunità che li accoglie, li ascolta e li sostiene.
Grazie al generoso contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, un altro importante passo è stato compiuto: la riqualificazione di uno degli appartamenti della Casa, con la sostituzione del vecchio impianto di riscaldamento a termoconvettori a gas con uno nuovo, più sicuro ed efficiente a pompa di calore. È il progetto O.VA.D.A (Obbiettivo Valore Dell’Accoglienza): un gesto concreto che va oltre una semplice manutenzione rende possibile l’accoglienza di una famiglia e offre sicurezza, calore e dignità a chi si trova ad affrontare un momento difficile. Tutto questo è realizzato con attenzione particolare all’efficientamento energetico e, di riflesso, alla transizione ecologica.
La “Casa della Solidarietà” è un edificio composto da 11 alloggi – di cui almeno 8 concessi in comodato gratuito per obbligo testamentario – che hanno ospitato nel tempo 35 nuclei familiari o persone sole garantendo un luogo quotidiano di convivenza e solidarietà. Donne sole, migranti, anziani, persone con disabilità, famiglie provate dalla vita — tutte accomunate dalla mancanza di una casa — vivono insieme, si aiutano, si rispettano. Sono la risposta concreta a un bisogno abitativo sempre più urgente, come dimostrato dai dati regionali e provinciali sull’emergenza casa.
Il progetto si inserisce in un percorso più ampio di collaborazione tra la Società di San Vincenzo De Paoli Consiglio Centrale di Alessandria – Conferenza di Ovada, il Consorzio Servizi Sociali Ovadese (CSSO) e l’Associazione La San Vincenzo Onlus, volto a promuovere inclusione, integrazione sociale e coabitazione responsabile.
I volontari della Società di San Vincenzo De Paoli di Ovada, instancabili nel loro impegno, non si limitano a gestire la struttura: ogni giorno coltivano relazioni, offrono ascolto, condividono momenti, attivano risorse e promuovono la collaborazione tra gli ospiti. La loro presenza costante è la linfa della casa, che cresce grazie al contributo di tanti cuori generosi.
Il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria ha confermato quanto la sinergia tra enti del terzo settore e istituzioni sia fondamentale per portare avanti interventi di valore sociale e ha rafforzato quel tessuto umano e solidale che la “Casa della Solidarietà Antonietta Marini” rappresenta per tutta la comunità ovadese.
Il progetto “O.VA.D.A.” è una risposta concreta all’emergenza abitativa, ma anche un segno di speranza che testimonia che esiste un modo di affrontare i problemi sociali: mettendosi insieme, unendo forze e risorse, facendo rete. Oggi un altro passo è stato fatto e la “Casa delle Solidarietà Antonietta Marini” continua a dimostrare che tendere la mano è sempre possibile, che accogliere non è solo offrire un tetto: è offrire dignità, amicizia, futuro. E che nessuno dovrebbe sentirsi solo o abbandonato. La Casa è lì, con le sue porte aperte. E lo sarà sempre, grazie al cuore di chi crede che la solidarietà sia uno dei più bei mezzi di fare comunità.
Questo progetto – dichiara il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, notaio Luciano Mariano – rispecchia esattamente le modalità di intervento del nostro Ente a favore delle persone più fragili della nostra società. Inclusione sociale, emergenza abitativa, assistenza alle donne e agli anziani sono, infatti, gli obiettivi che ci proponiamo di raggiungere in collaborazione con le associazioni di volontariato che operano sul nostro territorio. In questo caso specifico abbiamo raggiunto anche un altro scopo, quello dell’efficientamento energetico e della tutela ambientale, che rappresenta un aspetto imprescindibile per la salvezza del nostro pianeta. Grazie ai volontari della Società di San Vincenzo De Paoli di Ovada per il loro meritorio impegno e per la dedizione con cui si dedicano a chi ha più bisogno di attenzioni e di cure.
Giornata Mondiale contro le Droghe. La testimonianza di Andrea
“Non chiediamoci solo cosa fanno i giovani. Chiediamoci perché lo fanno. Non cosa non va, ma cosa – o chi – manca: in occasione della Giornata Mondiale contro le Droghe, sentiamo il bisogno di fermarci. Di rallentare per un momento, respirare, e provare a guardare la realtà con uno sguardo nuovo. Uno sguardo più umano. Siamo abituati a parlare dei giovani elencando ciò che non funziona: dipendenze, comportamenti a rischio, numeri che spaventano. Ma ci chiediamo mai davvero cosa cercano? Cosa li muove? Cosa – o chi – manca nella loro vita?”
Partiamo da una riflessione dello psicologo Simone Feder, educatore e coordinatore dell’area Giovani nella comunità ‘Casa del Giovane’ di Pavia, per ragionare sul significato di questa Giornata mondiale contro le droghe: “Quando un giovane si rifugia in una sostanza, in una fuga, in un gesto estremo, raramente è un capriccio. Spesso è un grido. Un bisogno di essere visto, ascoltato, accolto. E’ un modo (forse l’unico che conoscono) per dire che qualcosa fa male.
E che, da soli, non ce la fanno più. Viviamo un tempo complesso, che non risparmia nessuno, ma che pesa in modo particolare su chi è giovane. Si cresce in fretta (troppo in fretta) in un mondo che cambia continuamente: il digitale amplifica emozioni e solitudini, la pandemia ha lasciato ferite profonde, la crisi climatica genera paure, il lavoro promette poco e spesso toglie molto”.
Per Simone Feder si deve sviluppare un’azione per far sentire a casa i giovani: “In ambito preventivo e di cura, non possiamo aspettare che i ragazzi vengano da noi. Siamo noi a dover andare verso di loro. Anche nei luoghi più difficili. Anche dove il disagio fa paura. Non servono solo nuovi progetti o servizi. Serve un nostro modo diverso di stare nei servizi. Serve che le nostre strutture non offrano solo prestazioni, ma diventino casa. Casa dove il bisogno venga accolto con cura, rispetto, ascolto. Serve un nuovo patto educativo: autentico, coraggioso, condiviso”.
Per questo è necessaria una comunità che sappia ‘investire’ nei giovani: “Serve una comunità che non lasci soli i suoi giovani. Che non abbia paura di sporcarsi le mani, che sappia camminare accanto senza invadere, che sappia ascoltare prima di giudicare. Parlare di attenzione e prevenzione significa esserci, ogni giorno. Significa entrare nei luoghi dei giovani (fisici e digitali) con umiltà, rispetto, fiducia. Significa investire in cultura, sport, arte, esperienze belle. Perché la bellezza salva. I ragazzi hanno bisogno di sperimentare il bello e il possibile, non solo il limite e il pericolo. Hanno bisogno di spazi dove possano esprimersi, fallire senza perdersi, sentirsi accolti senza dover dimostrare nulla”.
Una comunità capace di ascoltare i giovani: “Un giovane ascoltato oggi è un adulto capace di costruire, inventare, progettare domani. Abbiamo bisogno di un’alleanza vera. Un’alleanza tra adulti e giovani, tra famiglie, scuole, servizi, parrocchie, associazioni e istituzioni. Un’alleanza che sappia dire, con forza e con amore: nessun giovane può crescere da solo”.
Ed infine lo psicologo ha chiesto un ‘cammino’ quotidiano con i giovani: “Noi adulti abbiamo il compito più difficile e più bello: esserci davvero. Camminare accanto a loro, non da lontano, ma con una presenza concreta. Non solo nelle emergenze, ma nella cura quotidiana dei legami. Perché ogni giovane che si sente visto, ascoltato e stimato, è un giovane che, ogni giorno, può scegliere di restare, di vivere pienamente, di fiorire, nonostante tutto”.
Un ‘cammino’ che, grazie all’aiuto degli adulti (genitori ed operatori) è stato compiuto da Andrea, da un anno abita nella ‘Casa del Giovane’, che racconta: “A 12 anni c’era una forza dentro di me che mi spingeva a togliermi la vita. Oggi, a 15 anni, dopo un anno in comunità, c’è una forza dentro di me, che mi spinge a viverla”.
Per quale motivo hai fatto uso di droghe?
“Penso per scappare ed isolarmi dalle situazioni spiacevoli che vivevo ogni giorno, chiudendomi nell’effetto della sostanza”.
In quale modo hai iniziato?
“Da solo. Vivendo in un quartiere poco raccomandabile avevo accesso facile a pressoché qualsiasi tipo di sostanza, dai cannabinoidi agli anestetici”.
Perché volevi toglierti la vita?
“Vivevo ogni giorno circostanze deprimenti e man mano che il tempo passava si affievoliva la fiamma di speranza in me, giungendo alla conclusione finale. Fortunatamente i miei genitori mi hanno preceduto e quella sera mi hanno portato in ospedale”.
E come sei ‘rinato’?
“Con molto lavoro duro e forza di volontà. Io ci sono riuscito trovando persone qualificate all’interno di questa comunità e grazie al supporto dei servizi. Non è mancato l’aiuto da parte dei miei genitori per quanto riguarda il mio benessere e nel sostegno nei miei progetti futuri”.
Oggi cosa fai?
“Cerco di riprendere un ritmo di vita ‘standard’; pratico arrampicata, vado a scuola, faccio l’animatore all’oratorio estivo, torno a casa i weekend e cerco di costruire amicizie nuove e sane”.
Quali sono i tuoi sogni?
“Il mio sogno è quello di diventare psicologo o comunque lavorare nel campo del disagio dovuto alle dipendenze… Credo fortemente che la mia esperienza possa essere di aiuto ad altri nella mia situazione simile a quella passata”.
(Tratto da Aci Stampa)
26 Giugno: Giornata Mondiale contro le Droghe
In occasione della Giornata Mondiale contro le Droghe, sentiamo il bisogno di fermarci. Di rallentare per un momento, respirare, e provare a guardare la realtà con uno sguardo nuovo. Uno sguardo più umano. Siamo abituati a parlare dei giovani elencando ciò che non funziona: dipendenze, comportamenti a rischio, numeri che spaventano.
Ma ci chiediamo mai davvero cosa cercano? Cosa li muove? Cosa – o chi – manca nella loro vita? Quando un giovane si rifugia in una sostanza, in un gesto estremo, raramente è un capriccio. Spesso è un grido. Un bisogno di essere visto, ascoltato, accolto. È un modo – forse l’unico che conosce – per dire che qualcosa fa male. E che, da solo, non ce la fa più. Viviamo un tempo complesso, che non risparmia nessuno, ma che pesa in modo particolare su chi è giovane.
Si cresce in fretta – troppo in fretta – in un mondo che cambia continuamente: il digitale amplifica emozioni e solitudini, la pandemia ha lasciato ferite profonde, la crisi climatica genera paure, il lavoro promette poco e spesso toglie molto.
Ma chi c’è davvero per questi ragazzi? Trovano adulti capaci di ascoltare senza giudicare, di esserci senza invadere? Oppure solo regole, distanze, silenzi? È tempo di cambiare sguardo. Vogliamo essere custodi di regole o testimoni di speranza? Vogliamo parlare dei giovani come un problema o con i giovani, come parte di un progetto comune? Nelle comunità che accolgono ragazzi con dipendenze, incontriamo adolescenti sempre più giovani – a volte di appena 12 o 13 anni – segnati da traumi, solitudini, assenze.
Eppure, quando trovano un adulto autentico, capace di guardarli senza pregiudizi e accompagnarli con rispetto, qualcosa cambia: restano, si fidano, ripartono. Perché la differenza non la fa la tecnica. La fa la relazione. Non è più tempo di aspettare che siano loro a bussare ai nostri servizi: dobbiamo essere noi ad andare verso di loro, nei luoghi in cui vivono, anche quelli più difficili.
Servono servizi che accolgano, non solo che curino. Spazi di esistenza, non solo di assistenza. Luoghi flessibili, dove la relazione venga prima della prestazione. Serve un nuovo patto educativo: autentico, coraggioso, condiviso. Abbiamo bisogno di una società che non lasci soli i propri giovani, che sappia entrare nei loro spazi – fisici e digitali – con umiltà e fiducia.
Una rete educativa che investa in cultura, sport, arte, bellezza. Perché sì, la bellezza salva. I ragazzi hanno bisogno di luoghi in cui potersi esprimere, sbagliare senza perdersi, sentirsi accolti senza dover dimostrare nulla. Un giovane ascoltato oggi sarà un adulto capace di costruire domani. Per questo serve un’alleanza vera: tra adulti, giovani, famiglie, scuole, istituzioni. Perché nessuno cresce da solo. Il nostro compito è esserci. Con una presenza concreta, quotidiana, che dica con amore: ogni giovane può fiorire, nonostante tutto.





























