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Don Maurizio Girolami: il Concilio di Nicea segnò l’unità dei cristiani
“Il prossimo anno, i cristiani di tutto il mondo celebreranno i millesettecento anni dal primo Concilio ecumenico, Nicea. Questo anniversario ci ricorda che professiamo la stessa fede e, quindi, abbiamo la stessa responsabilità di offrire segni di speranza che testimoniano la presenza di Dio nel mondo”: così si era espresso a metà dicembre papa Francesco ricevendo una delegazione del Consiglio Metodista mondiale, ribadendo il desiderio di recarsi a Nicea.
Tale proposito era stato espresso da papa Francesco in una lettera autografa indirizzata al patriarca ecumenico, Bartolomeo I, in occasione della festa di sant’Andrea: “Cattolici e ortodossi non devono mai cessare di pregare e lavorare insieme per disporci ad accogliere il dono divino dell’unità. Non dobbiamo perdere di vista la meta ultima a cui tutti aneliamo, né possiamo perdere la speranza che questa unità possa essere realizzata nel corso della storia e in un tempo ragionevole”.
Il suo desiderio era quello di celebrare insieme al patriarca Bartolomeo questo anniversario: “Questo anniversario non riguarderà solo le antiche Sedi che hanno preso parte attivamente al Concilio, ma tutti i cristiani che continuano a professare la loro fede con le parole del Credo niceno-costantinopolitano. Il ricordo di quell’importante evento rafforzerà sicuramente i legami già esistenti e spingerà tutte le Chiese a una rinnovata testimonianza nel mondo di oggi. La fraternità vissuta e la testimonianza data dai cristiani saranno un messaggio anche per il nostro mondo afflitto dalla guerra e dalla violenza”.
E nel secondo numero dello scorso anno della rivista della Facoltà teologica del Triveneto, ‘Studia Patavina’, i professori Chiara Curzel e Maurizio Girolami avevano scritto il ‘valore’ del ‘noi’ del Concilio niceno: “A Nicea, però, il soggetto fu il ‘noi’, quella nuova comunità diversificata per luoghi e culture ma accomunata dalla fede condivisa e da questo momento in poi da un condiviso modo di esprimerla e di trasmetterla. Il cammino sinodale che stiamo compiendo in questi mesi ci riconsegna l’importanza di ripartire da questo assunto fondamentale: la fede è un dono dato a una comunità di discepoli e questi insieme credono, insieme celebrano, insieme testimoniano la loro appartenenza a Cristo”.
Partendo da queste sollecitazioni abbiamo chiesto a don Maurizio Girolami, preside della Facoltà teologica del Triveneto, di raccontarci il significato per i cristiani di questo 1700^ anniversario del Concilio di Nicea: “Il primo Concilio ecumenico della Chiesa indivisa fu convocato dall’Imperatore Costantino che segnò un cambio profondo nel movimento cristiano. Infatti, dichiarando la fede in Cristo una religione lecita come le altre presenti nell’Impero, ha definitivamente chiuso l’epoca delle persecuzioni, sospendendo l’azione statale di contrasto alla presenza cristiana. Tale decisione fece capire che i cristiani non erano più da perseguitare, ma andavano favoriti per la loro capillare presenza in tutti gli strati della società del tempo e il loro impegno religioso e sociale.
Le persecuzioni, tuttavia, non furono così minacciose della vita della Chiesa come invece le divisioni interne, dettate per lo più dai vari protagonismi ecclesiali, già denunciati da Paolo nella prima lettera ai Corinzi, ed dalla mancanza di un’autorità dottrinale centrale che facesse da mediatore tra le varie posizioni teologiche che affioravano or qua or là. La proposta di Ario, presbitero di Alessandria, agli inizi del IV secolo, creò uno sconquasso nel rivedere la formula battesimale ‘al ribasso’, rinunciando, di fatto, a dire che Padre e Figlio e Spirito Santo sono l’unico e medesimo Dio. Poiché la formula battesimale, a partire dal mandato del Risorto (Mt 28,19) è sempre stato il punto di riferimento imprescindibile per la vita cristiana, la proposta ariana andava a toccare un aspetto essenziale che non poteva lasciare indifferenti.
Costantino, convocando a Nicea (oggi Iznik) il primo concilio, cercò di creare le condizioni affinché i capi delle Chiese potessero trovare espressioni di fede condivise, allontanando definitivamente le lacerazioni nel corpo ecclesiale. Ricordare Nicea dopo 1700 implica almeno due aspetti importanti: il primo è l’unità della Chiesa, condizione indispensabile per annunciare l’unico Dio di Gesù Cristo salvatore dell’umanità. Se la Chiesa si presenta divisa, soprattutto sul come professa e vive la fede, la credibilità della sua azione s’incrina. Un secondo aspetto è l’importanza di una formula di fede che ha come sua struttura fondamentale proprio la formula battesimale.
Il Credo che ancora i cristiani recitano ogni domenica, pur ampliato lungo il corso della storia, fu a Nicea per la prima volta codificato perché tutti i cristiani potessero ricordare, non tanto delle frasi a memoria, ma che la sorgente della vita cristiana è il battesimo ricevuto nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Dal battesimo nasce la vita in Cristo, immersa nel mistero della sua Pasqua e in relazione con il dono dello Spirito in cammino verso il Padre. Nicea ha così ribadito un punto essenziale già chiaro nei vangeli”.
Quanto è importante oggi per l’unità dei cristiani questo Concilio?
“Innanzitutto, perché ricorda un evento ecclesiale che ha chiamato tutto il mondo cristiano a trovare un centro di unità attorno alla professione di fede. Va sempre ricordato che la vita cristiana nasce come risposta personale e comunitaria al dono ricevuto in Cristo. Poiché la fede ha una sua intrinseca dimensione ecclesiale, Nicea risulta essere il primo atto ufficiale e pubblico davanti all’autorità imperiale. Alla luce poi della storia bimillenaria della Chiesa, che ha conosciuto tante, troppe, divisioni al suo interno, chiunque tra i credenti abbia passione per il vangelo, sa che questo trova la sua forza nel legame di fraternità che i discepoli di Gesù coltivano tra di loro.
Perciò una chiesa divisa è una chiesa debole; una Chiesa che cammina verso l’unità, favorendo non l’uniformità ma il pluralismo che l’unico vangelo è in grado di far splendere da ogni cultura, è una chiesa affidabile, credibile, degna di essere ascoltata e guardata come un punto di riferimento. Nicea sta lì nella memoria della nostra storia a ricordarci che si possono trovare le vie per incontrarsi”.
‘Il Concilio di Nicea è una pietra miliare nella storia della Chiesa. L’anniversario della sua ricorrenza invita i cristiani a unirsi nella lode e nel ringraziamento alla Santissima Trinità e in particolare a Gesù Cristo, il Figlio di Dio, ‘della stessa sostanza del Padre’, che ci ha rivelato tale mistero di amore. Ma Nicea rappresenta anche un invito a tutte le Chiese e Comunità ecclesiali a procedere nel cammino verso l’unità visibile, a non stancarsi di cercare forme adeguate per corrispondere pienamente alla preghiera di Gesù’ Per quale motivo papa Francesco nella bolla giubilare aveva sottolineato che esso è un’importante opportunità?
“Nonostante cattolici e ortodossi abbiano calendari diversi da diversi secoli, domenica 20 aprile è stata un’occasione del tutto speciale, per celebrare insieme la Pasqua nello stesso giorno. Fin dalla prima apparizione sulla piazza di san Pietro, papa Francesco, presentandosi come vescovo di Roma, aveva fatto capire quanto per lui era importante il rapporto con le chiese apostoliche ortodosse. Gli incontri poi avvenuti con il patriarca Bartolomeo non avevano fatto che confermare e consolidare questo desiderio così ardente di vivere la fraternità tra Chiese. Il Giubileo, nel segno della speranza, è nella sua matrice biblica un momento di liberazione da ogni forma di schiavitù e oppressione, soprattutto da quella del peccato che divide, separa, impoverisce la vita cristiana.
Vivere Nicea e celebrare la Pasqua assieme con le Chiese apostoliche ortodosse ci aiuta a lavorare ancora più alacremente per togliere di mezzo ciò che ci divide e cercare ciò che ci unisce. A partire dalla comune celebrazione della Pasqua, origine della vita cristiana, potremo trovare nuove vie per ripensare i rapporti tra Chiese e la presenza cristiana in questo nostro mondo afflitto dalle guerre, dagli egoismi, dalla diseguaglianza sociale ed economica, dalle ingiustizie e violenze presenti ovunque in ogni forma. L’anniversario di Nicea, nell’anno Giubilare, grazie anche a questa provvidenziale circostanza di date coincidenti, ci aiuta a cogliere i segni dei tempi e la voce dello Spirito che è principio di unità e comunione. Speriamo che non solo i nostri vescovi, ma tutto il popolo di Dio possa lasciarsi guidare dall’urgenza e dalla necessità di vivere il cammino di fraternità di tutte le chiese cristiane. Sarà forse la testimonianza più efficace nel mondo di cosa significhi vivere da cristiani”.
Quale può essere l’apporto delle facoltà teologiche all’unità dei cristiani?
“Il primo compito di una facoltà teologica è conoscere la ricchezza della tradizione ecclesiale per comprenderla, per poterla esprimere nel linguaggio del nostro tempo e farne vedere la risonanza del perenne vangelo di Gesù, vero e attuale per ogni uomo di ogni tempo. Il lavoro teologico è di fondamentale importanza in un mondo che vive di informazioni, di parole e di discorsi. La teologia, occupandosi del mistero di Dio, ha come sua previo esercizio quella della purificazione del linguaggio perchè non sia banale, non sia ambiguo, non sia solo d’effetto, ma corrisponda il più possibile alla verità del vangelo e alla semplicità dell’umanità di Gesù che ha saputo comunicarsi a tutti.
Più si approfondisce il messaggio cristiano più si impara anche a prendere le distanze da ogni forma con la quale il vangelo è giunto a noi: ogni generazione ha cercato il suo proprio modo di dire e vivere il vangelo, senza poterlo esaurire. Anche oggi c’è bisogno che le generazioni presenti e future accolgano la vita in Cristo con le forma con le quale riusciamo a viverlo, ma senza fermarsi ad esse e cercando quella creatività che restituisce ancor di più luce al ricco vangelo di Gesù e a rendere unica ogni esperienza umana.
Inculturazione ed esculturazione posso sembrare parole astratte e difficili da comprendere, ma ci dicono che il vangelo di Gesù non può accadere se non in una forma umana precisa, collocata storicamente e geograficamente, e nello stesso tempo che nessuna ‘forma’ storica del vangelo riesce ad esaurirne la sua ricchezza e profondità. Le facoltà teologiche sono ‘al fronte’ per conoscere il vangelo, le culture del passato, le culture vicine e lontane del presente, per dare un linguaggio nuovo, credibile e vivibile dell’unico vangelo”.
In quale modo la facoltà teologica sostiene la sinodalità?
“Il cammino sinodale di questi ultimi anni ha restituito a tutti gli organismi ecclesiali il compito dell’ascolto rispettoso e attivo e il senso della partecipazione responsabile da parte di ciascun credente. L’organizzazione richiesta in ogni facoltà non mette in secondo piano i livelli di autorità, che si strutturano, fondamentalmente, sul rapporto educativo che si instaura tra studente e comunità educante. Pensare ad una comunità accademica in senso orizzontalista, sarebbe un danno innanzitutto per gli studenti e per la qualità della ricerca.
La prassi sinodale ecclesiale però ci ha educato un po’ alla volta a valorizzare al massimo gli organismi di partecipazione, a dare più peso alla voce degli studenti, ad entrare in dialogo con le fragilità umane, sociali e culturali spesso nascoste, ad ascoltare la vita delle persone nella loro globalità esistenziale, ad essere più rispettosi di ogni cultura umana.
Lo stile sinodale ci permette di dire che la Facoltà non è un servizio, accademicamente qualificato, di cui semplicemente ci si serve per ottenere un qualche titolo, ma diventa una palestra di umanità nella quale si impara che vi è un corpo sociale ed ecclesiale che chiede a tutti partecipazione responsabile per poter mettere tutti nelle condizioni di raggiungere la maturità di Cristo, come dice l’apostolo. Perciò lo stile sinodale, si può dirlo con forza, ha aiutato la Facoltà ad esprimere e vivere la sua vocazione ad essere nella Chiesa un luogo di intelligenza del vangelo capace di comunicarsi a tutti”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV invita alla conversione nello Spirito Santo
“Lo Spirito creatore, che nel canto abbiamo invocato (Veni creator Spiritus), è lo Spirito disceso su Gesù, il protagonista silenzioso della sua missione: ‘Lo Spirito del Signore è sopra di me’. Domandando che visiti le nostre menti, moltiplichi i linguaggi, accenda i sensi, infonda l’amore, rafforzi i corpi, doni la pace ci siamo aperti al Regno di Dio. E’ questa la conversione secondo il Vangelo: volgerci al Regno ormai vicino”: presiedendo in piazza san Pietro la veglia di Pentecoste, nel Giubileo dei movimenti, delle associazioni e delle nuove comunità, papa Leone XIV ha ricordato l’unità dei primi discepoli illuminati dallo Spirito.
Con la Pentecoste tutto è trasformato: “In Gesù vediamo e da Gesù ascoltiamo che tutto si trasforma, perché Dio regna, perché Dio è vicino. In questa vigilia di Pentecoste siamo profondamente coinvolti dalla prossimità di Dio, dal suo Spirito che unisce le nostre storie a quella di Gesù. Siamo coinvolti, cioè, nelle cose nuove che Dio fa, perché la sua volontà di vita si realizzi e prevalga sulle volontà di morte”.
E si ‘scopre’ la missione di Gesù: “Sentiamo qui il profumo del Crisma con cui è stata segnata anche la nostra fronte. Il Battesimo e la Confermazione, cari fratelli e sorelle, ci hanno uniti alla missione trasformatrice di Gesù, al Regno di Dio. Come l’amore ci rende familiare il profumo di una persona cara, così riconosciamo stasera l’uno nell’altro il profumo di Cristo. E’ un mistero che ci stupisce e ci fa pensare”.
Davanti a 100.000 persone che hanno rinnovato la professione di fede, il papa ha chiesto l’unità nella Chiesa: “A Pentecoste Maria, gli Apostoli, le discepole e i discepoli che erano con loro furono investiti da uno Spirito di unità, che radicava per sempre nell’unico Signore Gesù Cristo le loro diversità. Non molte missioni, ma un’unica missione. Non introversi e litigiosi, ma estroversi e luminosi. Questa piazza san Pietro, che è come un abbraccio aperto e accogliente, esprime magnificamente la comunione della Chiesa, sperimentata da ognuno di voi nelle diverse esperienze associative e comunitarie, molte delle quali rappresentano frutti del Concilio Vaticano II”.
Per questo il pensiero è ritornato a quel giorno dell’elezione papale con un richiamo al valore sinodale: “La sera della mia elezione, guardando con commozione il popolo di Dio qui raccolto, ho ricordato la parola ‘sinodalità’, che esprime felicemente il modo in cui lo Spirito modella la Chiesa. In questa parola risuona il syn (il con) che costituisce il segreto della vita di Dio. Dio non è solitudine. Dio è ‘con’ in sé stesso (Padre, Figlio e Spirito Santo) ed è Dio con noi. Allo stesso tempo, sinodalità ci ricorda la strada (odós) perché dove c’è lo Spirito c’è movimento, c’è cammino. Siamo un popolo in cammino”.
E’ lo Spirito Santo che permette alla Chiesa di essere accanto all’umanità, richiamando l’enciclica ‘Laudato sì’: “Questa coscienza non ci allontana ma ci immerge nell’umanità, come il lievito nella pasta, che la fa tutta fermentare. L’anno di grazia del Signore, di cui è espressione il Giubileo, ha in sé questo fermento. In un mondo lacerato e senza pace lo Spirito Santo ci educa infatti a camminare insieme. La terra riposerà, la giustizia si affermerà, i poveri gioiranno, la pace tornerà se non ci muoveremo più come predatori, ma come pellegrini. Non più ognuno per sé, ma armonizzando i nostri passi ai passi altrui. Non consumando il mondo con voracità, ma coltivandolo e custodendolo, come ci insegna l’enciclica Laudato sì”.
E’ questa la ragione per cui Dio ha creato il mondo: “Carissimi, Dio ha creato il mondo perché noi fossimo insieme. ‘Sinodalità’ è il nome ecclesiale di questa consapevolezza. E’ la via che domanda a ciascuno di riconoscere il proprio debito e il proprio tesoro, sentendosi parte di un intero, fuori dal quale tutto appassisce, anche il più originale dei carismi. Vedete: tutta la creazione esiste solo nella modalità dell’essere insieme, talvolta pericoloso, ma pur sempre un essere insieme”.
Infatti è possibile cambiare il mondo se si cambia il cuore: “E ciò che noi chiamiamo “storia” prende forma solo nella modalità del riunirsi, del vivere insieme, spesso pieno di dissidi, ma pur sempre un vivere insieme. Il contrario è mortale, ma purtroppo è sotto i nostri occhi, ogni giorno. Siano allora le vostre aggregazioni e comunità delle palestre di fraternità e di partecipazione, non solo in quanto luoghi di incontro, ma in quanto luoghi di spiritualità. Lo Spirito di Gesù cambia il mondo, perché cambia i cuori”.
In questo modo si ‘creano’ gioia e speranza: “Ispira infatti quella dimensione contemplativa della vita che sconfessa l’autoaffermazione, la mormorazione, lo spirito di contesa, il dominio delle coscienze e delle risorse. Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà. L’autentica spiritualità impegna perciò allo sviluppo umano integrale, attualizzando fra noi la parola di Gesù. Dove questo avviene, c’è gioia. Gioia e speranza”.
L’evangelizzazione può avvenire attraverso le beatitudini: “L’evangelizzazione, cari fratelli e sorelle, non è una conquista umana del mondo, ma l’infinita grazia che si diffonde da vite cambiate dal Regno di Dio. E’ la via delle Beatitudini, una strada che percorriamo insieme, tesi fra il ‘già’ ed il ‘non ancora’, affamati e assetati di giustizia, poveri di spirito, misericordiosi, miti, puri di cuore, operatori di pace. Per seguire Gesù su questa via da Lui scelta non occorrono sostenitori potenti, compromessi mondani, strategie emozionali”.
Infine ha ricordato che essa è opera di Dio, chiedendo di rimanere fedeli alle chiese in essi si trovano: “L’evangelizzazione è opera di Dio e, se talvolta passa attraverso le nostre persone, è per i legami che rende possibili. Siate dunque legati profondamente a ciascuna delle Chiese particolari e delle comunità parrocchiali dove alimentate e spendete i vostri carismi. Attorno ai vostri vescovi e in sinergia con tutte le altre membra del Corpo di Cristo agiremo, allora, in armoniosa sintonia. Le sfide che l’umanità ha di fronte saranno meno spaventose, il futuro sarà meno buio, il discernimento meno difficile. Se insieme obbediremo allo Spirito Santo!”
(Foto: Santa Sede)
Il battesimo non si può ‘cancellare’
“Il can. 535 CIC impone obbligatoriamente che ogni parrocchia abbia un proprio Registro dei Battesimi. Detto Registro, che la parrocchia è tenuta a custodire (can. 535 §1 CIC), serve per l’annotazione dei sacramenti che, come quello del Battesimo, la Chiesa cattolica amministra una sola volta. Essendo il Battesimo la condizione per ricevere gli altri sacramenti, accanto all’annotazione del Battesimo viene eventualmente registrata l’amministrazione degli altri sacramenti che non è dato iterare (Cresima e Ordine sacro), e altri atti come la celebrazione del sacramento del matrimonio (che non può rinnovarsi salvo dichiarazione di nullità del vincolo), la professione perpetua in un istituto religioso che, a sua volta, vieta l’acceso al matrimonio (can. 535 §2 CIC), il cambiamento di rito (can. 535 §2 CIC) e l’adozione (can. 877 §3 CIC), la quale genera nella Chiesa un impedimento matrimoniale (can. 1094 CIC)”.
Questo è il centro della nota esplicativa del Dicastero per i Testi Legislativi riguardo al divieto di cancellazioni nel Registro parrocchiale dei battesimi, che precisa che lo scopo è quello di ‘tutelare’ un’azione storica: “Il Registro dei Battesimi, di conseguenza, rappresenta il riscontro oggettivo di azioni sacramentali, o relative ai sacramenti, compiute storicamente dalla Chiesa. Si tratta di fatti storici ecclesiali di cui occorre tener conto agli effetti del buon ordine amministrativo-pastorale, per motivi teologici, per la sicurezza giuridica, e anche per l’eventuale tutela dei diritti della persona coinvolta e di soggetti terzi”.
Per questo non è possibile né la modifica né la cancellazione: “Di conseguenza, non è consentito modificare o cancellare i dati iscritti nel Registro, salvo che per correggere eventuali errori di trascrizione. Anche se il can. 535 CIC non lo afferma esplicitamente, dall’imperativa formulazione delle norme, che prescrivono l’iscrizione e la certificazione degli atti si desume senza dubbio tale assoluto divieto”.
Il motivo della nota esplicativa è per salvaguardare l’azione ‘sacramentale’ della Chiesa: “Se la Chiesa non avesse queste norme generali sulla obbligatorietà della registrazione del Battesimo, non sarebbe possibile alla Chiesa stessa realizzare l’attività sacramentale, in quanto la ricezione ‘valida’ del Sacramenti richiede certezza sulla ricezione del Battesimo. Un ministro non può consentire la celebrazione di altri sacramenti se non è certificata la ricezione del Battesimo”.
Lo scopo è quello di garantire una ‘amministrazione’ lineare dei sacramenti: “Al Registro di Battesimo è necessario apportare, invece, per disposizione legale eventuali nuove circostanze rilevanti segnalate dal diritto canonico che, abitualmente, devono essere manifestate al titolare della parrocchia, in quanto responsabile del Registro. Tale è il caso, come già detto, dell’effettiva ricezione della cresima, dell’ordine sacro, della celebrazione del matrimonio, della professione religiosa, del cambiamento di rito, e dell’adozione. La non registrazione di questi atti impedirebbe la normale e semplice amministrazione dei sacramenti nella Chiesa, non essendo ragionevole alternativa dover indagare, volta per volta e nei singoli casi, l’effettiva previa ricezione di quegli atti sacramenti che è requisito di validità per ricevere altri sacramenti”.
Però tale registro è solo per una documentazione storica dell’evento e non per limitare la libertà di scelta successiva di ognuno: “Il Registro di Battesimo non è una lista di membri, bensì una registrazione dei battesimi che hanno avuto luogo. Avendo come sola finalità quella di attestare un ‘fatto’ storico ecclesiale, esso non intende accreditare la fede religiosa delle singole persone o il fatto che un soggetto sia membro della Chiesa. Infatti, i sacramenti ricevuti e le registrazioni effettuate non limitano in alcun modo la libera volontà di quei fedeli cristiani che, in forza di essa, decidono di abbandonare la Chiesa”.
Anzi il dicastero per i testi legislativi ha precisato che occorre annotare anche il caso di dichiarato abbandono della Chiesa: “Al Registro del Battesimo dovrà essere apportato, eventualmente, l’ ‘actus formalis defectionis ab Ecclesia Catholica’, quando una persona indica di voler abbandonare la Chiesa Cattolica. Anche se i dati contenuti nei Registri della Chiesa non possono essere cancellati, in considerazione della finalità del proprio interesse e di quello di tutti i soggetti coinvolti, su semplice richiesta della persona coinvolta è consentito aggiungere le sue manifestazioni di volontà in tal senso nel contesto di un’udienza in contraddittorio”.
Pertanto tale registro è una ‘garanzia’: “Il Registro di battesimo permette di rilasciare certificati circa la ricezione del battesimo qualora il soggetto coinvolto intenda ricevere altri sacramenti. In tale caso, oltre a rilevare la condizione di battezzato della persona interessata, la registrazione è garanzia rispetto a terze persone nella Chiesa Cattolica, sia nel caso della celebrazione del matrimonio, sia nei confronti di coloro che hanno il compito di garantire la valida amministrazione di successivi sacramenti o l’assunzione di specifici impegni (come la professione perpetua nella vita religiosa), che hanno il Battesimo come requisito”.
Proprio per tale garanzia sono necessari testimoni: “La condizione di battezzato, infatti, è un elemento ‘oggettivo’, e non è possibile battezzare chi è già battezzato, poiché detta azione sarebbe semplicemente ‘nulla’ dal punto di vista sacramentale.
Per la registrazione degli atti occorre aver notizia certa del fatto avvenuto. Perciò, il can. 875 CIC chiede che nella celebrazione del battesimo (come peraltro in altri sacramenti non iterabili) vi sia la presenza di testimoni, così che la loro attestazione dia al Responsabile del Registro la necessaria certezza del fatto avvenuto che è tenuto a registrare. Detto testimone non può sostituirsi al Registro, perché è solo elemento di certezza per chi deve compiere la registrazione”.
Papa Leone XIV: la centralità è Gesù Cristo
“So di poter contare su ognuno di voi per camminare con me mentre continuiamo come Chiesa, come comunità di amici di Gesù, come credenti ad annunciare la buona notizia, ad annunciare il Vangelo”: sono le prime parole in inglese pronunciate nell’omelia della Messa pro Ecclesia con i cardinali nella Cappella Sistina da papa Leone XIV con l’invito a testimoniare la fede negli ambienti in cui ‘è considerata una cosa assurda’, perché ‘si preferiscono tecnologia, denaro, successo, potere, piacere’.
Continuando l’omelia in italiano il papa si è soffermato sulla professione di fede dell’apostolo Pietro: “Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè l’unico Salvatore e il rivelatore del volto del Padre. In Lui Dio, per rendersi vicino e accessibile agli uomini, si è rivelato a noi negli occhi fiduciosi di un bambino, nella mente vivace di un giovane, nei lineamenti maturi di un uomo, fino ad apparire ai suoi, dopo la risurrezione, con il suo corpo glorioso. Ci ha mostrato così un modello di umanità santa che tutti possiamo imitare, insieme alla promessa di un destino eterno che invece supera ogni nostro limite e capacità.
E nella risposta l’apostolo sottolinea le cose necessarie per la salvezza: “Pietro, nella sua risposta, coglie tutte e due queste cose: il dono di Dio e il cammino da percorrere per lasciarsene trasformare, dimensioni inscindibili della salvezza, affidate alla Chiesa perché le annunci per il bene del genere umano. Affidate a noi, da Lui scelti prima che ci formassimo nel grembo materno, rigenerati nell’acqua del Battesimo e, al di là dei nostri limiti e senza nostro merito, condotti qui e di qui inviati, perché il Vangelo sia annunciato ad ogni creatura”.
Per questo Gesù vuole sapere dagli apostoli cosa pensa la gente: “Non è una questione banale, anzi riguarda un aspetto importante del nostro ministero: la realtà in cui viviamo, con i suoi limiti e le sue potenzialità, le sue domande e le sue convinzioni… Pensando alla scena su cui stiamo riflettendo, potremmo trovare a questa domanda due possibili risposte, che delineano altrettanti atteggiamenti”.
Infatti a Gesù interessa anche il pensiero del ‘mondo’: “C’è prima di tutto la risposta del mondo. Matteo sottolinea che la conversazione fra Gesù e i suoi circa la sua identità avviene nella bellissima cittadina di Cesarea di Filippo, ricca di palazzi lussuosi, incastonata in uno scenario naturale incantevole, alle falde dell’Hermon, ma anche sede di circoli di potere crudeli e teatro di tradimenti e di infedeltà. Questa immagine ci parla di un mondo che considera Gesù una persona totalmente priva d’importanza, al massimo un personaggio curioso, che può suscitare meraviglia con il suo modo insolito di parlare e di agire. E così, quando la sua presenza diventerà fastidiosa per le istanze di onestà e le esigenze morali che richiama, questo ‘mondo’ non esiterà a respingerlo e a eliminarlo”.
Per questo Gesù insiste con gli apostoli: “C’è poi l’altra possibile risposta alla domanda di Gesù: quella della gente comune. Per loro il Nazareno non è un ‘ciarlatano’: è un uomo retto, uno che ha coraggio, che parla bene e che dice cose giuste, come altri grandi profeti della storia di Israele. Per questo lo seguono, almeno finché possono farlo senza troppi rischi e inconvenienti. Però lo considerano solo un uomo, e perciò, nel momento del pericolo, durante la Passione, anche essi lo abbandonano e se ne vanno, delusi”.
In questo consiste la vitalità evangelica: “Colpisce, di questi due atteggiamenti, la loro attualità. Essi incarnano infatti idee che potremmo ritrovare facilmente (magari espresse con un linguaggio diverso, ma identiche nella sostanza) sulla bocca di molti uomini e donne del nostro tempo. Anche oggi non sono pochi i contesti in cui la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per persone deboli e poco intelligenti; contesti in cui ad essa si preferiscono altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere”.
Per questo papa Francesco aveva sempre invitato ad annunciare il Vangelo anche in luoghi dove è la mancanza di fede attraverso la ‘gioia’: “Si tratta di ambienti in cui non è facile testimoniare e annunciare il Vangelo e dove chi crede è deriso, osteggiato, disprezzato, o al massimo sopportato e compatito. Eppure, proprio per questo, sono luoghi in cui urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco”.
Quindi è necessario annunciare Gesù Figlio di Dio: “Anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto”.
Per compiere tale annunzio è necessario avere un rapporto ‘personale’ con Gesù: “E’ essenziale farlo prima di tutto nel nostro rapporto personale con Lui, nell’impegno di un quotidiano cammino di conversione. Ma poi anche, come Chiesa, vivendo insieme la nostra appartenenza al Signore e portandone a tutti la Buona Notizia”.
Ha concluso l’omelia con un richiamo di sant’Ignazio di Antiochia per ribadire la centralità di Gesù nel mondo e non di chi annuncia il Vangelo: “Dico questo prima di tutto per me, come Successore di Pietro, mentre inizio questa mia missione di Vescovo della Chiesa che è in Roma, chiamata a presiedere nella carità la Chiesa universale, secondo la celebre espressione di sant’Ignazio di Antiochia. Egli, condotto in catene verso questa città, luogo del suo imminente sacrificio, scriveva ai cristiani che vi si trovavano: ‘Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo’.
Si riferiva all’essere divorato dalle belve nel circo (e così avvenne), ma le sue parole richiamano in senso più generale un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo”.
(Foto: Santa Sede)
In Terra Santa inaugurata la chiesa del Battesimo di Gesù
Venerdì 10 gennaio la Chiesa cattolica ha celebrato una tappa storica con l’inaugurazione della chiesa del Battesimo di Cristo sulle rive del fiume Giordano ad Al-Maghtas, con la concelebrazione eucaristica del segretario di stato della Santa Sede, card. Pietro Parolin, alla presenza del card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme latini, e dei vescovi, tra cui l’ex patriarca Fouad Twal, mons. Giovanni Pietro Dal Toso, nunzio apostolico in Giordania, mons. William Shomali, vicario generale del Patriarcato, e mons. Iyad Twal, vicario patriarcale in Giordania, alla presenza di Sua Altezza Reale il Principe Ghazi bin Muhammad, Consigliere Capo di Sua Maestà il Re per gli Affari Religiosi e Culturali.
La chiesa è costruita in pietra di Tafouhi, una pietra giallastra proveniente da Hebron, ed è caratterizzata da vetrate realizzate in Libano nello stile della cattedrale di Chartres, una delle strutture gotiche più celebri in Francia. In grado di ospitare oltre 1.000 fedeli, la chiesa ospita il pellegrinaggio annuale ad Al-Maghtas, ogni gennaio.
Il luogo del Battesimo di Gesù è stato individuato negli Anni Novanta da padre Michele Piccirillo ed è stata realizzata grazie al contributo di Nadim Muasher, che ha ricordato così la perdita del figlio Ayman (morto in un incidente mentre andava ad al Magthas), e di altri donatori, tra i quali lo Stato ungherese, presente con i suoi rappresentanti, che ha donato anche un quadro del santo re Stefano che si trova nella basilica. La prima pietra è stata posta da papa Benedetto XVI durante la sua visita in Terrasanta nel 2009.
Nell’omelia, il card. Parolin ha ricordato che il luogo è meta di pellegrinaggio da 25 anni ed è vicino al monte da cui Elia fu assunto in Cielo, è luogo da cui probabilmente il popolo eletto attraversò il fiume per entrare nella Terra Promessa, è il crocevia di tanti personaggi della Bibbia: “Per i padri della Chiesa, il passaggio del popolo eletto attraverso il Giordano era una anticipazione del nostro passaggio alla vita eterna attraverso le acque del Battesimo… In un momento storico in cui questa regione sta vivendo gravi sconvolgimenti, è importante che anche i cristiani diano il loro contributo all’edificazione di una società giusta e pacifica.
Anche qui, vorrei volgere lo sguardo oltre il Giordano e chiedere un cessate il fuoco, la liberazione dei prigionieri e degli ostaggi e il rispetto del diritto umanitario. Che i cuori dei leader delle nazioni siano spinti a ricercare la pace e la coesistenza armoniosa tra i popoli. La violenza non deve essere ciò che determina il nostro futuro!”
Ed ha invitato a ‘rendere grazie a Dio’ perché Egli ha vissuto in questa terra: “Siamo chiamati a rendere grazie a Dio, non solo per il dono di questa Chiesa a Lui dedicata, ma anche per il fatto che Dio si è fatto uomo e ha vissuto tra noi, in particolare in questa Terra Santa. Da qui i fedeli si recano a Gerusalemme, luogo del battesimo di Cristo da parte di Giovanni Battista, dove Dio incontra l’uomo, anche quando l’uomo è lontano.
Con il battesimo diventiamo figli di Dio e l’attraversamento del fiume Giordano simboleggia il nostro passaggio alla vita eterna. Oggi consacriamo questa chiesa, che diventerà ufficialmente un luogo di culto. Così facendo, offriamo a Dio i nostri cuori e le nostre vite, affinché Egli possa operare attraverso di noi per diffondere la sua pace”. Poi il card. Parolin ha benedetto l’acqua del fiume Giordano, posta nel fonte battesimale, e l’ha aspersa sui fedeli e sulle pareti della chiesa.
Nelle sue osservazioni, il card. Pizzaballa ha descritto la nuova chiesa come uno spazio sacro per la preghiera, la riflessione, la fede e la pace, invitando tutti a recarsi in pellegrinaggio in questo luogo santo: “Questa chiesa è un dono della Chiesa locale agli amici di tutto il mondo, che offre benedizioni dal fiume Giordano’.
A conclusione dei saluti il card. Pizzaballa ha affermato che la chiesa è aperta a tutti: “Cari amici, questa chiesa è innanzitutto al servizio di tutta la comunità, cioè dei fedeli che vivono in Terra Santa. Le sue porte sono aperte anche a tutti i cari pellegrini che invitiamo a visitare la Giordania e a coloro che l’hanno già visitata e desiderano tornare. E’ quindi un dono della Chiesa locale a tutti i cari amici che, ovunque, vengono a farsi benedire dalle acque del fiume Giordano e a recarsi in pellegrinaggio in questa Chiesa”.
(Foto: Patriarcato di Gerusalemme)
Papa Francesco chiede di ricordare la data del proprio battesimo
“Questa mattina ho avuto la gioia di battezzare alcuni neonati, figli di dipendenti della Santa Sede e della Guardia Svizzera. Preghiamo per loro, per le loro famiglie. E vorrei chiedere al Signore, per tutte le giovani coppie, che abbiano la gioia di accogliere il dono dei figli e di portarli al Battesimo”: al termine della recita dell’Angelus papa Francesco ha ricordato ai fedeli radunati in piazza San Pietro di aver battezzato 21 neonati nella Cappella Sistina.
E’stato un invito a riflettere sul battesimo: “La festa del Battesimo di Gesù, che oggi celebriamo, ci fa pensare a tante cose, anche al nostro Battesimo. Gesù si unisce al suo popolo, che va a ricevere il battesimo per il perdono dei peccati. Mi piace ricordare le parole di un inno della liturgia di oggi: Gesù va a farsi battezzare da Giovanni ‘con l’anima nuda e i piedi nudi’.
E quando Gesù riceve il battesimo si manifesta lo Spirito e avviene l’Epifania di Dio, che rivela il suo volto nel Figlio e fa sentire la sua voce che dice: ‘Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento’. Il volto e la voce”.
E’ stato un invito a contemplare il volto ed ad ascoltare la voce di Dio: “Cari fratelli e sorelle, la festa di oggi ci fa contemplare il volto e la voce di Dio, che si manifestano nell’umanità di Gesù. E allora chiediamoci: ci sentiamo amati? Io mi sento amato e accompagnato da Dio o penso che Dio è distante da me? Siamo capaci di riconoscere il suo volto in Gesù e nei fratelli? E siamo abituati ad ascoltare la sua voce?”
In conclusione ha invitato a ricordare la data del proprio battesimo: “Vi faccio una domanda: ognuno di noi ricorda la data del suo Battesimo? Questo è molto importante! Pensa: in quale giorno io sono stato battezzato o battezzata? E se non lo ricordiamo, arrivando a casa, chiediamo ai genitori, ai padrini la data del Battesimo. E festeggiamo la data come un nuovo compleanno: quella della nascita nello Spirito di Dio. Non dimenticatevi! Questo è un lavoro da fare a casa: la data del mio Battesimo”.
Mentre nella celebrazione eucaristica ha pregato i genitori di sostenere nel cammino della fede questi 21 bambini neo battezzati: “È importante che i bambini si sentano bene. Se hanno fame, allattateli, che non piangano. Se hanno troppo caldo, cambiateli… Ma che si sentano a loro agio, perché oggi comandano loro e noi dobbiamo servirli col Sacramento, con le preghiere. Adesso incominciamo questa cerimonia tutti insieme. Oggi, ognuno di voi, genitori, e la Chiesa stessa date il dono più grande, più grande: il dono della fede ai bambini.
Andiamo avanti, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Continuiamo questa cerimonia del Battesimo dei vostri figli. Chiediamo al Signore che loro crescano nella fede una vera umanità, nella gioia della famiglia. E adesso continuiamo”.
Inoltre, in occasione del VI centenario dell’arrivo del Popolo Gitano in Spagna (gennaio 1425-2025), ha inviato un messaggio indirizzato a ‘queridos primos y primas, tíos y tías, querido Pueblo Gitano de España’: “Nel 2025 commemoriamo i 600 anni della vostra presenza in Spagna. Vorrei cogliere questa occasione per dimostrarvi il mio affetto, riconoscere i vostri valori e incoraggiarvi ad affrontare il futuro con speranza”.
Nel messaggio ha ricordato la loro storia, fatta di emarginazione: “Sono consapevole che la vostra storia è stata segnata da incomprensioni, rifiuti ed emarginazione. Ma anche nei momenti più difficili hai scoperto la vicinanza di Dio. Dio, infatti, percorre la storia insieme all’umanità e si è fatto nomade insieme al popolo zingaro. Anche Gesù nacque a Betlemme sotto il segno della persecuzione e dell’itineranza”.
Ma ha ricordato anche i ‘passi’ verso l’integrazione: “E’ anche giusto riconoscere gli sforzi compiuti negli ultimi decenni dal popolo zingaro, dalla Chiesa e dall’intera società spagnola, per intraprendere un nuovo cammino di inclusione che rispetti la vostra identità. Questo cammino ha prodotto molti frutti, ma bisogna continuare a lavorare, perché ci sono ancora pregiudizi da superare e situazioni dolorose da affrontare: famiglie in difficoltà che non sanno come aiutare i figli in difficoltà, giovani che hanno difficoltà a studiare, giovani persone che non riescono a trovare un lavoro dignitoso, donne che subiscono discriminazioni in famiglia e nella società”.
Inoltre ha ricordato il messaggio di papa san Paolo VI, pronunciato nel 1965, in cui affermò che essi sono nel ‘cuore’ della Chiesa: “Sono figli della Chiesa, di questa Chiesa nella quale tante persone, zingari e non zingari, si sono impegnate con responsabilità e amore per lo sviluppo integrale del popolo zingaro; di questa Chiesa che desidera continuare a spalancare le sue porte, perché tutti possiamo sentirci a casa; una Chiesa nella quale potete crescere nella fede cristiana senza rinunciare ai valori migliori della vostra cultura”.
E’ un invito a percorrere la strada di alcuni beati gitani: “Guardiamo avanti con speranza, seguendo le orme della beata Emilia Fernández Rodríguez, la cestista, e di Ceferino Giménez Malla, lo zio Pelé. Pur non volendolo, furono e continuano a essere maestri di fede e di vita per zingari e non zingari, come tante persone umili che aprono con fiducia la loro piccolezza alla grandezza di Dio”.
Questi beati ricordano l’importanza della preghiera: “Svelando i misteri del Rosario, entrambi i beati ci ricordano l’importanza della preghiera, dell’incontro con Dio, fonte di gioia, fraternità, speranza e carità. Entrambi hanno rischiato e perso la vita per amore di Dio e per cercare il bene degli altri: lo zio Pelé per aver difeso un prete ingiustamente detenuto, la cestaia per aver protetto i suoi catechisti. Entrambi furono missionari umili e coraggiosi”.
(Foto: Santa Sede)
Prima domenica del Tempo Ordinario: il battesimo di Gesù al fiume Giordano
Il battesimo di Gesù al Giordano costituisce la terza Epifania di Gesù, prima di dare inizio alla vita pubblica. La prima si ebbe alla nascita quando Gesù si manifestò ai Pastori, che furono avvisati dagli Angeli: ‘Non temete, pastori, è per voi un lieto annuncio. è nato per voi il salvatore’. La seconda si ebbe con il sorgere di una stella cometa nel mondo pagano: i Magi, uomini di cultura, furono guidati da questa stella sino a Gerusalemme; da qui furono inviati a Betlem, ricomparve la stella, trovarono il Bambino e adorarono il Figlio di Dio facendo i loro doni: oro, incenso e mirra.
La terza Epifania è stata al fiume Giordano dove Giovanni Battista battezzava il popolo esortando alla penitenza. Il battesimo è stato il primo atto pubblico compiuto da Gesù: scende nel fiume, confuso tra i peccatori pentiti, e chiede di essere battezzato. Davanti a Giovanni, che si mostra titubante, Gesù lo sprona a compiere il rito e, mentre esce dall’acqua, lo Spirito scende e si posa su di Lui mentre la voce del Padre lo addita: ‘Tu sei il Figlio mio, l’amato: in Te ho posto il mio compiacimento’.
Questa investitura messianica anticipa il Battesimo istituito da Gesù e quindi il Battesimo che noi abbiamo ricevuto. Il Figlio di Dio incarnato si è immesso nella nostra realtà di peccatori per renderci partecipi della sua stessa vita; si è incarnato ed ora inizia la sua missione con il battesimo amministrato da Giovanni. San Paolo scriverà ai Romani: ‘Noi siamo stati battezzati nella morte di Cristo per avere la stessa vita di risorti’.
Giovanni addita Gesù come colui che è venuto a battezzare l’umanità nello Spirito Santo; è venuto a portare la vita eterna che risuscita l’uomo, lo guarisce anima e corpo restituendolo al progetto originario per il quale era stato creato d Dio. Il Battesimo di Gesù è diverso dal battesimo di Giovanni; lo afferma lo stesso Giovanni: ‘Io battezzo con acqua ma, chi viene dopo di me battezzerà con lo spirito Santo, con il fuoco’.
Il battesimo di Giovanni era solo un battesimo di penitenza, in ordine alla conversione e al perdono dei peccati; il Battesimo istituito da Gesù ci innesta a Cristo, libera l’uomo dal peccato, lo riscatta dalla schiavitù di Satana e segna la sua rinascita nello Spirito santo. E’ necessario prendere coscienza del nostro Battesimo che ci incorpora a Cristo Gesù e ci rende partecipe della sua consacrazione nello Spirito Santo e nella missione sacerdotale, profetica e regale. ‘Come il padre ha mandato me, dirà Gesù agli Apostoli prima di salire al cielo, io mando voi’: oggi è necessario che il cristiano scopra la sua dignità e vocazione: uomo, diventa quello che sei!
Grazie allo Spirito santo abbiamo un dono e un impegno vocazionale: il dono in forza del quale ci siamo innestati a Cristo con il Battesimo e siamo divenuti figli di Dio (Gesù è figlio naturale, noi figli per adozione perchè fratelli del Cristo. Da questo dono scaturisce un impegno: figli di Dio, fratelli tra di noi; come tale siamo chiamati ad essere ‘lievito’ di una umanità nuova dove Dio è il ‘Padre nostro che sei nei cieli’.
Il Battesimo è un ‘pacco-dono’: se vogliamo gustare il dono, dobbiamo aprire il pacco; scoprire la ricchezza del battesimo che ci costituisce fratelli, figli di Dio a prescindere anche dal colore della pelle, dalle condizioni economico-sociali, dai talenti e carismi ricevuti. Questi doni diventano operanti nel momento in cui c’è vera fede in noi e viviamo nell’amore verso Dio e i fratelli. Allora, amico che leggi o ascolti, sii te stesso, vivi nella tua dignità di figlio di Dio e attua il cammino dell’amore verso Dio e i fratelli in nome di Dio. Allora sarai veramente felice.
Papa Francesco invita a non perdere la speranza di ricominciare
“Molti di voi si trovano qui, a Roma, come ‘pellegrini di speranza’. Iniziamo questa mattina le udienze giubilari del sabato, che vogliono idealmente accogliere e abbracciare tutti coloro che da ogni parte del mondo vengono a cercare un nuovo inizio. Il Giubileo, infatti, è un nuovo inizio, la possibilità per tutti di ripartire da Dio. Col Giubileo si incomincia una nuova vita, una nuova tappa”: oggi papa Francesco ha iniziato le ‘Udienze giubilari’, che dureranno per tutto l’Anno Santo sul tema della speranza.
Per questo ha sottolineato che la speranza è una virtù teologale: “In questi sabati vorrei evidenziare, di volta in volta, qualche aspetto della speranza. E’ una virtù teologale. E in latino virtus vuol dire ‘forza’. La speranza è una forza che viene da Dio. La speranza non è un’abitudine o un tratto del carattere (che si ha o non si ha), ma una forza da chiedere. Per questo ci facciamo pellegrini: veniamo a chiedere un dono, per ricominciare nel cammino della vita”.
Il tema di questa sua catechesi è stato ‘Sperare è ricominciare – Giovanni Battista’, prendendo spunto dal Vangelo dell’apostolo Luca sul battesimo di Gesù: “Stiamo per celebrare la festa del Battesimo di Gesù e questo ci fa pensare a quel grande profeta di speranza che fu Giovanni Battista. Di lui Gesù disse qualcosa di meraviglioso: che è il più grande fra i nati di donna. Capiamo allora perché tanta gente accorreva da lui, col desiderio di un nuovo inizio, col desiderio di ricominciare. Ed il Giubileo ci aiuta in questo. Il Battista appariva davvero grande, appariva credibile nella sua personalità”.
La Porta Santa giubilare, quindi, è un’occasione per ricominciare: “Come noi oggi attraversiamo la Porta santa, così Giovanni proponeva di attraversare il fiume Giordano, entrando nella Terra Promessa come era avvenuto con Giosuè la prima volta, ricominciare, ricevere la terra da capo, come la prima volta. Sorelle e fratelli, questa è la parola: ricominciare. Mettiamoci questo in testa e diciamo tutti insieme: ‘ricominciare’… Ecco, non dimenticatevi di questo: ricominciare”.
Da qui l’invito di Gesù ad ascoltare la Parola di Dio: “Gesù però, subito dopo quel grande complimento, aggiunge qualcosa che ci fa pensare: ‘Io vi dico: fra i nati da donna non vi è alcuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui’. La speranza, fratelli e sorelle, è tutta in questo salto di qualità. Non dipende da noi, ma dal Regno di Dio. Ecco la sorpresa: accogliere il Regno di Dio ci porta in un nuovo ordine di grandezza. Di questo il nostro mondo, tutti noi abbiamo bisogno!”
Gesù, di fronte alle domande della gente, mostra la strada delle Beatitudini: “Quando Gesù pronuncia quelle parole, il Battista è in carcere, pieno di interrogativi. Anche noi portiamo nel nostro pellegrinaggio tante domande, perché sono molti gli ‘Erode’ che ancora contrastano il Regno di Dio. Gesù, però, ci mostra la strada nuova, la strada delle Beatitudini, che sono la legge sorprendente del Vangelo”.
Da questo momento inizia la speranza, che consiste nell’originalità di Dio: “Da Giovanni Battista, allora, impariamo a ricrederci. La speranza per la nostra casa comune (questa nostra Terra tanto abusata e ferita) e la speranza per tutti gli esseri umani sta nella differenza di Dio. La sua grandezza è diversa. E noi ricominciamo da questa originalità di Dio, che è brillata in Gesù e che ora ci impegna a servire, ad amare fraternamente, a riconoscerci piccoli. E a vedere i più piccoli, ad ascoltarli e a essere la loro voce. Ecco il nuovo inizio, questo è il nostro giubileo”.
Al termine ha ricevuto ha ricevuto una delegazione della catena-cooperativa dei supermercati spagnoli ‘Virgen de las Angustias’ (Covirán) in occasione del 65° anniversario della sua fondazione: “Ho letto con interesse il lavoro che fate come azienda e come fondazione. Questo binomio mi sembra importante, poiché il primo aiuto che possiamo dare alla società è valorizzare il patrimonio di cui disponiamo, con un servizio professionale che risponda ai bisogni reali delle persone e consenta uno sviluppo sostenibile”.
Il tema è quello del lavoro: “La prima cosa è cooperare, lavorare insieme, unire le forze, formare un mosaico, dove tutti sono importanti, ma allo stesso tempo consapevoli che è nell’insieme dove si percepisce la bellezza dell’opera. In secondo luogo, la Vergine Maria, nostra Madre, motivo e modello di questo sforzo, ci affidiamo a Lei in questo tentativo con devozione, e insieme la imitiamo nello spirito che deve presiedere al nostro lavoro”.
E conclude con l’immagine che sta nella basilica della città: “Conoscete tutti bene l’immagine che presiede la Basilica della Carrera de la Virgen. Nostra Madre è davanti a Cristo sdraiata su una tavola, al posto della tradizionale rappresentazione della discesa dalla croce in cui Maria abbraccia suo Figlio. Quella tavola, dove giace Gesù, ci viene presentata come un compito, collocando sul banco del nostro stabilimento, nell’ufficio dell’ufficio, il dolore del mondo che Gesù ha portato al Calvario”.
(Foto: Santa Sede)
Seconda domenica di Natale: il Verbo si fece carne!
La liturgia oggi ci invita a meditare il Natale dal prologo del Vangelo di Giovanni: una descrizione altamente filosofica e teologica che fa gustare la grandezza del mistero della nascita di Gesù, vero Dio e vero uomo. ‘In principio era il Verbo’: il termine ‘Verbo’ traduce in italiano la parola ‘Verbum’, in greco ‘Logos’; questo termine esprime sia la parola così come esce dalle labbra sia il concetto che esso vuole significare. Ogni termine esprime un ‘concetto od idea’; la grande ‘Parola’ o ‘Verbum’ divino esprime la Sapienza eterna del Padre, che è eterno; il grande poeta Dante nella Divina Commedia sulla porte dell’inferno evidenzia la scritta: ‘Fecimi la Divina potestate (Padre), la Somma Sapienza (Figlio) e il Primo Amore (lo Spirito santo)’.
Gesù é il Verbum o Sapienza eterna incarnatasi nel seno purissimo della vergine Maria. La creazione del mondo operata da Dio è opera della sapienza eterna: ‘Tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui nulla è stato fatto di ciò che esiste’. La nascita di Gesù è perciò la luce divina che è venuta per irradiare il cammino dell’uomo, che, a causa del peccato, viveva nelle tenebre, nell’oscurità più profonda perchè lontano da Dio, fonte della luce vera. Il prologo di questo Vangelo costituisce una sintesi mirabile di tutto il Vangelo di Giovanni.
La nascita od incarnazione del Logos (o sapienza eterna) fu preparata ed annunziata da Giovanni Battista, che non era la luce ma era nato per rendere testimonianza alla Luce vera. Quando qualcuno cominciò a scambiare Giovanni Battista per il Messia, Giovanni evidenziò: ‘Io non sono degno neppure di sciogliere i legacci dei suoi sandali … io battezzo con acqua ma Gesù, il messia, battezzerà con lo spirito santo e il fuoco!’
La nascita di Gesù era stata preannunciata dai profeti, che parlavano in nome di Dio; il popolo purtroppo, che viveva spesso nelle tenebre trascurando l’insegnamento dei profeti, aveva con il tempo deformato la figura del Messia trasformandolo in un ‘guerriero’, un re alla maniera umana. Gesù, sapienza eterna, nato dalla vergine Maria a Betlemme, come predetto dai profeti, venne tra i suoi, ma questi non lo riconobbero, non si trovò posto per Lui nella città e fu costretto a nascere in una grotta.
La sua nascita fu annunziata da una luce: ai pastori (gli angeli), ai magi (una stella cometa) e subito vennero ad adorarlo. L’incarnazione del Verbo è perciò un evento, un fatto incontrovertibile d cui si può prendere atto e non scaturisce da una speculazione filosofica e scientifica ma da un intervento particolare di Dio. Questo evento divino non si dimostra ma si accetta con fede viva e profonda, chi lo accetta sarà chiamato ad essere ‘figlio di Dio’ innestandosi a Cristo Gesù con il battesimo.
L’evento dell’incarnazione è avvenuto nel tempo ma non è legato al tempo: è un mistero dell’amore di Dio. Nella sua infinita misericordia Dio ha voluto salvare l’uomo ma nel rispetto della sua libertà: Dio vuole tutti salvi ma non costringe nessuno. Ciascuno di noi deve fare la sua scelta: accogliere o meno l’opera di Cristo Gesù non con le parole ma con i fatti; una persona non si salva perchè è giusta, osserva le leggi, ma si salva solo se accoglie Cristo e il suo messaggio di amore: ‘A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio’.
Accogliere Cristo significa innestarsi a Lui con il battesimo e amare Dio ed i fratelli in nome di Dio; Dio infatti è amore. All’inizio del nuovo anno, amico che leggi o ascolti, ti invito a camminare con il piede giusto: ama e sarai dalla parte di Cristo Gesù. La preghiera, il riflettere sulla parola di Dio, partecipare alla Messa sono mezzi insostituibili per vivere ed accogliere l’evento dell’Incarnazione del Verbo eterno.





























